Per due giorni il centro storico di Eboli (Salerno) è stato il punto di ritrovo de La Notte degli Osti.
Le auto sono sparite, i tavoli hanno occupato piazze e vicoli, le porte delle osterie sono rimaste aperte fino a tardi e un intero paese si è dato appuntamento per mangiare (e bere) insieme. È questa, forse, l'immagine che resta più impressa della sesta edizione della manifestazione ideata da Giovanni Sparano, oste di Alberto Ritrovo, che quest'anno ha scelto come filo conduttore Quel che resta di un Mondo: un omaggio all'osteria come luogo di relazione, memoria e accoglienza, ma anche ai cinquant'anni di Novecento, il capolavoro di Bernardo Bertolucci, e al mito della storica Osteria Cantarelli.
L'apertura della manifestazione è stata dedicata proprio all’anniversario di uscita della monumentale opera del regista emiliano. Nella chiesa di San Lorenzo, Giovanni Sparano e Diego Sorba hanno dialogato con Michele Guerra, docente di Storia del Cinema all'Università di Parma e sindaco della città, accompagnando il pubblico nella visione e nel commento di alcuni estratti di Novecento. Un'introduzione, ma soprattutto una lezione, che ha chiarito come il tema della manifestazione non fosse soltanto gastronomico, ma anche di matrice culturale in grado di mettere in relazione cinema, memoria e mondo delle osterie.
Il programma ha alternato incontri culturali, pranzi, cene diffuse, degustazioni e concerti, coinvolgendo sei ristoranti del territorio insieme ad altrettante realtà gastronomiche provenienti da tutta Italia, e un’importante selezione di vignaioli. Più che un festival gastronomico, però, La Notte degli Osti continua a essere un grande esercizio collettivo di ospitalità, dove ogni locale mette a disposizione spazi, brigata e competenze affinché il progetto funzioni come un unico organismo.

Bontà in condivisione tra le strade di Eboli
La formula si è sviluppata in sei incontri tra ristoranti del territorio e ospiti provenienti da tutta Italia:
Alberto Ritrovo ha accolto
Andrea Poli de
Il Gustificio,
Il Papavero, Marco Ambrosino,
Il Panigaccio ha ospitato
Generi di Conforto,
Dogana,
Giovanni Civitillo di
Millennium,
Piazzetta Santa Sofia, Gianmarco Vigilante de
Il Salumaio e
l'Osteria del Centro Storico, Francesco Leone di
Res Lab Food and Beer.
Accanto ai cuochi, un ruolo centrale lo hanno avuto anche osti e vignaioli:
Diego Sorba con
Giulio Armani, Francesca Di Benedetto, Salvatore Magnoni e
Giampiero Ventura; Gabriele Da Prato di
Podere Còncori;
Gaetano Guacci di
RitroVino;
Giuseppe Balzano e
Alessandra Paudice di
Brett;
Davide Lima di
Troppo Frizzante con i vini di
Robb De Matt e
Vito Settanni insieme ad
Alex Della Vecchia di
Ultracosta.
Tra gli appuntamenti più attesi, senza dubbio segnaliamo
Lascia fare a me. Omakase e osteria: l'arte di meritarsi la fiducia, il pranzo ospitato nel
Giardino Vacca de Dominicis. Un luogo suggestivo tra alberi di limone, fichi e palme, dove il progetto
Omakasa Piccolo Refettorio ha costruito un percorso a sorpresa, in perfetta sintonia con la filosofia del
secret restaurant toscano.
Un menu che ha dimostrato come sia possibile spostare continuamente il baricentro della cucina senza mai perdere equilibrio. I Peperoni tonnati, ad esempio, hanno ribaltato la gerarchia abituale di questo piatto poiché la salsa tonnata accompagna il vegetale senza sovrastarlo e lasciando che fosse il peperone, intenso e dolce - protagonista di questa stagione - a guidare il gusto, sostenuto dai cucunci caramellati. La Trippa con gochujang ed erbe mediterranee ha invece trasformato uno dei grandi classici della cucina italiana in un piatto sorprendentemente fresco, dove il fermentato coreano ha portato profonda eleganza al quinto quarto. Poi le Animelle di cuore e di gola in crepinette cotte alla brace, seguite da un Cuore di vitello cotto con grande precisione, accompagnato da melanzane alla brace e salsa tahina, in un continuo scambio tra Mediterraneo e Medio Oriente.

Tra i diversi ospiti presenti per la manifestazione, Marco Ambrosino, che ha curato gli amuse bouche della cena presso il ristorante Il Papavero, una stella Michelin a Eboli
La sera, il racconto è proseguito presso
Il Papavero, storico ristorante ebolitano una stella Michelin, dove
Marco Ambrosino ha aperto la cena con una serie di
amuse bouche ispirati ad alcuni dei piatti più iconici della cucina campana, dalla
Nerano allo
Scarpariello, trasformandoli in piccoli bocconcini. È arrivato poi un
Cavolo fermentato costruito sulle acidità identitarie della cucina dello chef, consistenze
allegre e una masticazione lunga e appagante: tutti parametri capaci di raccontare con immediatezza lo
stile Ambrosino. Molto convincente anche
la Triglia servita con il suo fondo, alleggerita dalla freschezza del carpaccio di pesca e del pomodoro cuore di bue.
Da Alberto Ritrovo, epicentro dell’evento, a sorprendere è stata la Paella di Andrea Poli de Il Gustificio, ricca di verdure e tastasal, che ha riportato il convivio su una dimensione volutamente più popolare. Ad accompagnarla, con grande sorpresa di tutti gli ospiti, un piccolo concertino di Brunori Sas con quattro dei suoi più grandi successi.

Assaggi dalla Notte degli osti
La prima giornata si è conclusa con un altro momento dedicato alla memoria dell'ospitalità italiana. Nella Cantina di Sor Diego al Pozzo,
Giovanni Sparano e
Diego Sorba hanno reso omaggio all'
Osteria Cantarelli di Samboseto, luogo simbolo della ristorazione italiana e quartier generale della troupe di
Novecento durante le riprese del film. Attraverso i racconti di
Mario Soldati, ricordi e aneddoti, l'incontro ha spolverato il ritratto di un'osteria diventata modello di accoglienza e riferimento per intere generazioni di osti e ristoratori.
Naturalmente non è possibile assaggiare tutto in una manifestazione costruita su sei percorsi gastronomici differenti, decine di produttori e un fitto calendario di appuntamenti. Ed è proprio questo uno dei motivi per cui La Notte degli Osti rappresenta oggi un appuntamento così interessante: per la possibilità che apre di incontrare tra gli stessi vicoli, alcune tra le realtà più dinamiche della ristorazione italiana che hanno come denominatori comuni ospitalità, scambio e incontro.
Alla fine de La Notte degli Osti, resta soprattutto l'immagine di un centro storico che si trasforma in una lunga tavola collettiva, dove cuochi, osti, vignaioli e abitanti non si fermano a Eboli ma vanno oltre i confini di questo comune, coinvolgendo l’intero Paese. Una collaborazione autentica nella quale, per due giorni, ogni ristorante mette il proprio lavoro al servizio dell'evento e contribuisce a far sì che, Eboli non racconti soltanto la cucina campana, ma diventi un punto d'incontro di storie, territori e cucine dell’Italia intera.