Ogni edizione del BOB Fest (ve lo abbiamo presentato qui) porta le sue riflessioni.
Genera legami, sinergie che non esistevano, e intanto quella Band of Brothers si espande, si fortifica e attira nuove presenze; persone comuni, appassionati, fino a quell’armata di cuochi, comunicatori, produttori e aziende che, insieme, supportano il progetto ideato da Roberto Davanzo, Anna e Silvia Rotella, Alessandra Molinaro e Rino Gemelli.

Da sinistra, Anna Rotella, Paolo Vizzari e Francesca Russo, che insieme hanno condotto i talk del congresso inaugurale, Roberto Davanzo, Silvia Rotella e Alessandra Molinaro. Foto di Ornella Martino
Il fine, lo ricordiamo, è quello di sostenere la ricerca contro il cancro, al fianco di
AIRC. Come? Rendendo la Calabria un incubatore di idee, visioni, un terreno fertile per quelle iniezioni culturali che nascono intorno al cibo e alla sua condivisione e che, inevitabilmente, portano linfa.
La Calabria, una grande tavola; la Calabria, e i suoi fondali freschi; colline dolci da cui stringere negli occhi il mare. La Calabria e le sue persone.

Scorci di Calabria, nei pressi dell'Arco Magno di San Nicola Arcella. Foto di Michele Canino
Ebbene, la Calabria del
BOB Fest 2026 è stata soprattutto quella della Riviera dei Cedri (in provincia di Cosenza), tutta coste e meraviglia, ma anche borghi deliziosi, un viaggio mistico e di incanto partito da Praia a mare con la sua Isola di Dino, fino a raggiungere Scalea e San Nicola Arcella.
Al principio eravamo in pochi. Ora quella piccola onda che si infrange a riva, è diventata una marea in grado di travolgere non solo questa regione, ma l’Italia intera, con un bel pezzo di mondo annesso.
Senza sosta si attraversano province, villaggi, e sebbene per pochi giorni, chi arriva in Calabria getta radici, la vive mescolandosi a una comunità intera, fino a lasciarsi inghiottire. Le abitudini mutano e lo fanno insieme a chi ti respira accanto. Perché una cosa è certa: non si può vivere il BOB Fest racchiusi in una bolla isolata; piuttosto si diventa penisola. Un habitat in cui ritrovarsi, slegati da qualsiasi fazione: il buono, di fatto, non può lasciarsi inquinare da individualismi, ma deve cedere al desiderio di fare e fare insieme, perchè insieme si è più forti.
HIGHLIGHTS

Alcuni dei protagonisti del BOB: a sinistra, la chef Sarah Cicolini in uno scatto di Michele Canino, mentre la musica degli Zinharua ed Edoardo Tilli sono stati immortalati dall'obbiettivo di Niko Pagnotta
Per cominciare, in questa edizione è tornata a vivere l’Isola di Dino, che fronteggia Praia; confronti, dialoghi, mentre il fuoco trasformava la materia dando vita a una cena ancestrale a dir poco sensazionale: capretti cotti sotto sabbia su carboni ardenti - la diavoleria concepita da
Roy Caceres, Riccardo Paglia e
Salvatore Bianco; l’asado di
Matias Perdomo, accompagnato in cottura dal sole cocente di mezzogiorno fino al calar del sole; e poi il pane di
Roberta Pezzella, che ha scelto di fare della sua bottega, il punto di inizio della sua libertà; grandi maestri - quale è
Francesco Martucci - che danno poco peso agli ornamenti, perché ricordano sempre da dove arrivano; investigatori della flora mediterranea che incantano con ciò che spesso viene trascurato - è la sorpresa costante di
Marco Ambrosino.

La zuppa di legumi (spaziale) di Marco Ambrosino. Foto di Niko Pagnotta
Tutto dove fino a pochi mesi fa, di vita non ce n’era, e ora di quel fuoco così fulgido resta accesa una speranza.
Dall’isola, al cuore di un borgo.
«Per noi è stato qualcosa di indescrivibile. Lo desideravamo da tanto, ma non pensavamo potesse accadere davvero»… «C’era persino chi ballava per strada con le stampelle»: sono solo alcune delle voci che ci sono giunte.

La festa al Borgo di San Nicola Arcella. Foto di Niko Pagnotta
A San Nicola Arcella, la stampa nazionale scendeva in campo con chef, pizzaioli, pasticcieri; si son sporcati le mani assieme e hanno cucinato per un paese intero...Passaggi che conducono gradualmente al
BOB Fest.
Un sole rovente a picco sul mare, e la sua luce infuocata che ne tinge la superficie di rosso. E intanto oltre 300 professionisti sfornano, spadellano, versano, ma soprattutto dialogano, incuriosiscono, si mescolano a chi questo mondo, in buona parte dei casi, lo sfiora appena. Eppure desidera esserci.

Fiorella Staglianò (foto di Michele Canino) e Luigi Lepore (foto di Niko Pagnotta)
Sarebbe impossibile menzionare tutti i presenti: pensiamo a
Gianfranco Pascucci, per una sera accanto a
Ivano Veccia, con la loro pizza di recupero,
Jacopo Mercuro, tanti talenti locali –
Dario Finocchiaro, Eugenio Galliano, Albino Cirimele – lo stesso
Davanzo, e poi i ragazzi di
Scima,
Salvatore Bianco, Alberto Gipponi e
Beatrice, Edoardo Tilli, giovani promesse, come
Giulia Vicini, e carrellate di dolcezze - che bravi fratelli
Staglianò – fino a giochi acrobatici di acidità firmati
Stefano Guizzetti. E ancora, e ancora e ancora…
Alla fine di 4 giornate dense, la domanda sorge spontanea: cosa serve per realizzare un evento in grado di coinvolgere indistintamente nicchia, appassionati, curiosi e semplici avventori?
Innanzitutto, occorre cambiare linguaggio, rendersi popolari per parlare al "popolo", il che non vuol dire annullare la complessità di un piatto, ma imparare a comunicare senza sovrastrutture divenendo accessibile a tutti proprio perché comprensibili.

Tra gli ospiti internazionali presenti in questa edizione del BOB Fest, lo chef di Denia (Valencia), Quique Dacosta. Foto di Michele Canino
Numero due: non bisogna nutrire timore alcuno di mutare i luoghi di espressione di una visione gastronomica - che sia per strada, in riva al mare, o al tavolo di un ristorante fine dining, l’identità va esternata alla medesima maniera. Solo così la cucina può finalmente assumere un volto, perchè al di là di qualsiasi filosofia o pensiero alla base di un piatto, un cuoco, dopotutto, è una persona come tante altre, il cui scopo ultimo resta quello di entrare in sintonia, attraverso il cibo che prepara, con persone identiche a lui.
Terzo: prima di estendere qualsiasi invito a collaborare, il BOB innanzitutto accoglie. E quando si è accolti, inevitabilmente accogli a tua volta. Viene così a crearsi una grande cucina collettiva, una trama di reti in cui è molto più appetibile sentirsi parte di un insieme che vivere da regnante sul proprio trono.
Ultimo, ma non per ordine di importanza, tutto questo, oggi, può essere ricollocato a un punto preciso nel mondo: la Calabria, naturalmente. Nessun ci avrebbe scommesso, ma credere nel potenziale di una terra, coltivarlo con ostinazione come fa Roberto, qualcosa alla fine smuove. La verità, quindi, è che bisogna ancora credere nell’effetto farfalla, nella eco che le piccole azioni producono nel tempo. I cambiamenti, si sa, sono imprevedibili, ma non stiamo forse già gustando l’inizio di una rivoluzione?