<?xml version="1.0" encoding="utf-8" ?>		<rss version="2.0">			<channel>				<title>Identità Golose - Rubriche</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/feed/_rubriche.php</link>				<description>Tutte gli articoli delle rubriche di Identità Golose</description>				<copyright>Copyright 2023 Identità Web</copyright>				<language>IT-it</language>			<item>				<title>Un ristorante iconico e il nuovo giovane chef: la svolta a Le Lampare al Fortino</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/42731/dallitalia/un-ristorante-iconico-e-il-nuovo-giovane-chef-la-svolta-a-le-lampare-al-fortino.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Raccontare la cucina, scrivere di ristorazione, non &egrave; solo limitarsi alla descrizione&nbsp;di un piatto o alla cronaca di una cena. Le degustazioni pi&ugrave; appaganti vanno&nbsp;oltre il quadrilatero tracciato dai confini della tavola e si spandono su storie ricche di deviazioni e scoperte inaspettate, diventando&nbsp;pi&ugrave; simili ad un viaggio, in vero. Mangiare,&nbsp;s&igrave;, ma anche&nbsp;ascoltare, lasciarsi attraversare dai luoghi e dalle persone che li animano. Da <a href="https://lelamparealfortino.it/it" rel="nofollow">Le Lampare al Fortino</a>, ristorante fra i pi&ugrave; iconici di Puglia, questo approccio scatta naturalmente nell&#39;animo del commensale-viaggiatore.</p>

<p>Siamo sull&#39;ultima propaggine del molo di Trani, in una chiesa sconsacrata risalente al 1200 e finemente restaurata dall&rsquo;attuale propriet&agrave;. Gli esterni, come la prua di una nave, godono di un affaccio sul mare senza soluzione di continuit&agrave;, dando l&#39;illusione di galleggiare sulle onde.&nbsp;</p>

<p><em>Le Lampare al Fortino</em> &egrave; dunque un luogo - prima ancora di un ristorante - dotato di una bellezza mistica e senza tempo. Ed &egrave; proprio in questa cornice antichissima&nbsp;che si inserisce una novit&agrave; importante nel panorama della ristorazione della Regione: l&rsquo;arrivo del talentuoso chef <strong>Francesco Di Mauro</strong>, un vero colpaccio da&nbsp;&ldquo;cuoco-mercato&rdquo; potremmo definirlo.&nbsp;<strong>Di Mauro</strong> &egrave; uno chef giovane, ambizioso, ma gi&agrave; solido. Giunto alla corte del patron <strong>Antonio Del Curatolo</strong>, signore dell&#39;ospitalit&agrave; e imprenditore visionario fin da tempi non sospetti, porta con s&eacute; la creativit&agrave; istintiva di un napoletano Doc, arricchita attraverso esperienze internazionali tra Copenaghen, la Spagna, il Sud America e la Thailandia. Un bagaglio importante di tecniche e sapienze, che per&ograve; non si impone mai con arroganza. A Trani, anzi, il suo stile sembra aver trovato una nuova chiave di lettura: un romanticismo tutto pugliese, equilibrato e rispettoso della storia locale.</p>

<p>[[ima2]][[ima3]]&laquo;Ho sempre amato viaggiare &ndash; ci ha confidato chef <strong>Di Mauro</strong> - e ho lavorato in tante nazioni, che hanno impreziosito indubbiamente la mia cucina. La chiamata del signor <strong>Antonio</strong> &egrave; arrivata al momento giusto della mia vita, di uomo e di cuoco. Avevo voglia di tornare in Italia e mostrare ci&ograve; che so fare&raquo;. Perch&eacute; scegliere la Puglia? &laquo;Questa terra ha fatto enormi progressi nel campo dell&#39;ospitalit&agrave;, ed ancor pi&ugrave; nella consapevolezza dei propri tesori, artistici, culturali&nbsp;e gastronomici. A maggior ragione, lavorare in un posto dal fascino assoluto come <a href="https://lelamparealfortino.it/it" rel="nofollow">Le Lampare al Fortino</a> di Trani&nbsp;&egrave; un po&#39; come vivere nella storia, mettendoci per&ograve; del mio, anche la mia firma, contribuendo a portarla nel futuro&raquo;.</p>

<p>[[ima4]][[ima5]]Seguire il suo lavoro alle <em>Lampare</em> significa assistere a&nbsp;un dialogo riuscito fra anime gastronomiche. Durante la degustazione, infatti, &egrave; possibile scegliere fra due menu:&nbsp;il viaggio personale dallo chef, oppure gli evergreen del ristorante. Non c&rsquo;&egrave; frattura, ma armonia, e la qualit&agrave; della materia prima, come del pensiero che c&#39;&egrave; dietro, &egrave; la medesima. Noi li abbiamo provati entrambi, passando con disinvoltura&nbsp;da suggestioni lontane &mdash; fermentazioni, richiami orientali, ingredienti esotici &mdash; a sapori profondamente radicati, che riportano immediatamente a casa. L&rsquo;<em>Aletta di dentice cotta a bassa temperatura e laccata alla soia, con kimchi e tosatsu</em>, costruisce un ponte elegante tra Adriatico e Oriente; la <em>Pasta mista maritata con fagioli, scampo crudo e polpa di ricci</em> riesce a tenere insieme mare e terra con naturalezza; la <em>Tartare di dentice con erbe amare, kefir e tartufo bianchetto</em> gioca su equilibri sottili; mentre i <em>Bottoni alla genovese rivisitata</em> riportano con intelligenza alla memoria napoletana dello chef.</p>

<p>Interessante e tutt&rsquo;altro che scontata anche la proposta dedicata ai pi&ugrave; piccoli: un menu baby pensato con cura. Il servizio &egrave; attento, mai invadente, mentre la cantina si conferma uno dei punti di forza del ristorante, ampia e ben costruita. A completare il quadro, la presenza di <strong>Antonio Del Curatolo</strong>&nbsp;e <strong>Pasqua Fiorella</strong>, patron illuminati e custodi di&nbsp;questo luogo: che &egrave; s&igrave;&nbsp;un tempio&nbsp;storico, ma proprio per questo, come suggerisce l&#39;approdo di chef <strong>Francesco Di Mauro</strong>, ancora in divenire.&nbsp;</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/francesco-di-mauro-le-lampare-al-fortino.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/42731/dallitalia/un-ristorante-iconico-e-il-nuovo-giovane-chef-la-svolta-a-le-lampare-al-fortino.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/dallitalia.html">44</category>			</item>			<item>				<title>Costruzione di un signature: la gricia di Juan Quintero a Roma (e una gran cucina)</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/132/42724/carlo-mangio/costruzione-di-un-signature-la-gricia-di-juan-quintero-a-roma-e-una-gran-cucina.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Al termine di un pranzo davvero fantastico - poderoso nella sua struttura e originale nella sua brillante esecuzione &ndash; al nuovissimo <a href="https://quidrome.com/" rel="nofollow">Quid</a>, ristorante di grande ambizione all&rsquo;interno dello storico Palazzo Marignoli a Roma, in Piazza San Silvestro 8, con una delle pi&ugrave; belle viste panoramiche della Citt&agrave; Eterna (dietro c&rsquo;&egrave; tutta la potenza del gruppo <em>Allianz</em>, che qui ha voluto allestire anche una <a href="https://galleriaverticale.com/" rel="nofollow">Galleria Verticale</a>, nuovo percorso museale, un&rsquo;esperienza espositiva che si sviluppa lungo i sei piani dell&#39;edificio, sorta di &ldquo;ascesa nell&rsquo;arte dell&rsquo;Ottocento e del Novecento&rdquo; che accompagna i visitatori attraverso le opere) ci frulla in testa un pensiero su tutti: per il giovane chef colombiano <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/6/32468/chef-e-protagonisti/juan-camilo.html">Juan Camilo Quintero</a> &ndash; che chi scrive racconta da tempo come uno dei pi&ugrave; fulgidi estri d&rsquo;Italia e che dominus <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/6/438/chef-e-protagonisti/enrico.html">Enrico Bartolini</a> ha voluto alla guida delle cucine &ndash; sar&agrave; una consacrazione meritata. <em>Quid</em>, per quanto &egrave; importante come progetto, presuppone la sua piena maturit&agrave; stilistica, perch&eacute; &egrave; la porta d&rsquo;ingresso all&rsquo;olimpo della nostra tavola; <strong>Quintero</strong> non dovr&agrave; per&ograve; farsi schiacciare dal peso dell&rsquo;impresa, dovr&agrave; sempre mantenere quella freschezza d&rsquo;idee, quello sguardo laterale, quella talentuosa creativit&agrave; personale (che gli deriva anche dall&rsquo;imprinting sudamericano) che lo hanno sempre caratterizzato e rendono la sua cucina unica nel nostro panorama. Ecco: <em>Quid</em> &egrave; probante, lo chef dovr&agrave; dimostrare di non esserne condizionato, la sua diversit&agrave; non deve risultarne soffocata, perch&eacute; &egrave; una gemma preziosa. Quanto abbiamo mangiato (tre piatti clamorosi, l&rsquo;intero percorso di altissimo livello) ci dice che il problema oggi non si pone, l&rsquo;assetto iniziale &egrave; gi&agrave; quello corretto: bisogna solo continuare cos&igrave;. Non che avessimo dubbi, n&eacute; evidentemente ne ha <strong>Bartolini</strong>, altrimenti non avrebbe chiamato il ristorante <em>Quid</em>, in cui &ldquo;uid&rdquo; tra per <em>unique italian dining</em>, e la &ldquo;Q&rdquo; iniziale, sta proprio per <strong>Quintero</strong>, un&rsquo;attribuzione di responsabilit&agrave; che &egrave; segno di totale fiducia. E il toscano, si sa, non ne sbaglia una.</p>

<p>[[ima2]]Si &egrave; accolti alla porta da <strong>Giovanni Tortora</strong>, spumeggiante folletto della sala, di nostra vecchia conoscenza: lui &egrave; un professionista vero, altro segnale che qui le cose si fanno sul serio. A leggere l&rsquo;agile menu (quattro antipasti, altrettanti primi, tre secondi e tre dessert, con possibilit&agrave; di scelta di 2, 3 o 4 piatti alla carta &ndash; a 110, 135 e 160 euro. Poi c&rsquo;&egrave; il percorso degustazione, che varia col tempo e nel tema, ora si chiama <em>Mar</em> perch&eacute; &egrave; dedicato alla cucina di mare, 8 piatti a 175 euro) veniamo incuriositi da una voce che viene elencata a parte, &egrave; una sorta di piatto speciale, destinato a rimanere e da ordinare espressamente: la <em>Grigia Quid</em>. Trattasi di pura costruzione di un signature, di un piatto bandiera: una scelta studiata a tavolino. Chiediamo lumi a <strong>Tortora</strong> che ci spiega: &laquo;Lo chef &egrave; colombiano, ma da tanti anni lavora in Italia, quando era in Toscana ha costruito una serie di sue proposte ormai classiche, che porta anche al <em>Quid</em>. Per&ograve; volevamo caratterizzarne l&rsquo;arrivo a Roma con un piatto&nbsp;identificativo del territorio (come fosse la <em>Carbonara</em> di <strong>Alessandro Pipero</strong> o i <em>Fagottelli</em> di <strong>Heinz Beck</strong>, <em>ndr</em>). <strong>Quintero</strong> allora ha deciso di lavorare sulla gricia&raquo;. Lui conferma: &laquo;S&igrave;, volevo proporre un primo piatto romano senza troppe variazioni, anche per non offendere nessuno (sorride, <em>ndr</em>). La <em>Grigia Quid</em> in fondo &egrave; molto tradizionale. C&#39;&egrave; solo l&#39;aggiunta di un ingrediente, diciamo che rappresenta il mio tocco. Ma tendenzialmente &egrave; una gricia normale&raquo;.</p>

<p>[[ima3]]Parliamone allora subito. Intanto: &egrave; suadente, buonissima, convincente. Non l&rsquo;abbiamo messa tra i &ldquo;piatti clamorosi&rdquo; di cui sopra, ma solo perch&eacute; &egrave; inevitabilmente piaciona, peraltro cos&igrave; piacer&agrave; davvero. Sembra semplice, ma deriva da un pensiero intelligente. <strong>Quintero</strong>: &laquo;La gricia per tradizione prevede una pasta di semola di grano duro, in questo caso la sostituiamo con una pasta fresca di nostra realizzazione, riproduce delle lettere Q che ricordano il nome ristorante&raquo;, sono insomma anelli d&rsquo;impasto che ricordano vagamente i lorighittas sardi, ma pi&ugrave; grassocci. &laquo;La cottura &egrave; tradizionale, gli ingredienti sono quelli della ricetta originale, quindi guanciale, pecorino, pepe nero. Siamo solo andati a bilanciare l&#39;eccessiva sapidit&agrave; dei primi piatti romani utilizzando con due tipi di pecorino, quello romano come al solito, e poi quello dei Monti Lattari, in Campania, pi&ugrave; profumato&raquo;. Il&nbsp;tocco di <strong>Quintero</strong> (&laquo;Abbiamo i defibrillatori pronti, nel caso venisse qualche infarto&raquo; di fronte alla <em>quinterazione</em> &ndash; nostro neologismo - della gricia) consiste nel diminuire la quantit&agrave; di guanciale (peraltro in dadi perfetti, sapidi, croccanti) e di sottrarre quindi in quota parte il suo grasso &laquo;sostituendolo con uno pi&ugrave; aromatico e delicato, poco poco: olio di cocco tostato&raquo;. L&rsquo;esito &egrave; una <em>Grigia Quid</em> pressoch&eacute; geniale, intensa eppure ingentilita, con il cocco tostato che regala un aroma tropicale morbido e lattiginoso, una lieve dolcezza cremosa attraversata da note caramellate e di vaniglia e mandorla: presenta tutta l&rsquo;esplosivit&agrave; godereccia della versione originale, ma un palato attento noter&agrave; armonie eleganti, un finale aromatico pi&ugrave; pulito, una struggente complessit&agrave; (ovvero: come portare un piatto popolare nella cucina d&rsquo;autore). Chi scrive, anzi, aumenterebbe la quantit&agrave; di olio di cocco tostato, cos&igrave; da renderlo maggiormente protagonista, ed eliminerebbe del tutto la grattata finale di tartufo che nobilita la preparazione, ma gustativamente aggiunge ben poco. Per&ograve; capiamo la moderazione di <strong>Quintero</strong> nell&rsquo;accostarsi a una tradizione forte; il morso turgido della pasta &egrave; di per s&eacute; eccellente.</p>

<p>[[ima4]][[ima5]][[ima6]]Detto della <em>Gricia Quid</em>, che vale gi&agrave; di per s&eacute; il racconto, rimane da narrare del resto. Voliamo alti, parliamo dello straordinario: <em>Verde asparago</em> (asparagi cotti e crudi accompagnati da sorbetto agli agrumi, centrifugato di pera acerba e bernese al pistacchio alla base) &egrave; un clamoroso gioco di consistenze croccanti, con successione aromatica perfetta. I <em>Bottoni di carciofi, salsa di pollo arrosto, capasanta e tartufo nero</em> sono il piatto che vale il viaggio, c&rsquo;&egrave; tutto: l&rsquo;amaro di fondo che lotta con la dolcezza, il carciofo terragno che si allea col pollo e col tartufo contro la capasanta marina che va d&rsquo;accordo con le note erbacee, in un assaggio magistrale, dinamico. La <em>Triglia in crosta, pak choi, salsa di arachidi e gamberi gobbetti</em> sono un piatto da tre stelle piene, nel bene e nel male, per una certa classicit&agrave; d&rsquo;insieme e l&rsquo;apice di complessit&agrave;: &egrave; strutturatissimo (viene accompagnato da una gran rivisitazione della vignarola &ndash; clorofilla, amaro, quasi balsamico - &nbsp;e da un side di peperone, vaniglia e foie gras &ndash; dolce, grasso, piccante, tostato, quasi un dessert), risulta quindi perfetto, manca giusto la sbavatura d&rsquo;autore, la nota diversa.</p>

<p>Per il resto: <strong>Quintero</strong> reinventa brillantemente il <em>Cocktail di gamberi</em> come appetizer (gambero rosso crudo con una spuma di ricci di mare e kumquat: &egrave; salmastro, dolce, acido, piccante, sa di clorofilla, di citrico e di iodio, esplode in bocca, risulta anche suadente, gran simbiosi <strong>Quintero</strong>-<strong>Bartolini</strong>); nello stesso servizio, ecco un magnifico <em>Sorbetto di cocco, shiso e sambol</em> (condimento cingalese a base di cocco grattugiato fresco, peperoncino, cipolle rosse e lime) che risulta acido, piccante, esotico; propone un bel burro (con alga nori e melassa di canna da zucchero);&nbsp;la <em>Zuppetta di fasolari, animella di vitello e basilico</em> &egrave; autoriale, rivendica una linea stilistica grazie a una gran struttura e alla sicurezza interpretativa. Ottimo anche il dessert, <em>Pistacchio salato, banana verde, kiwi e panna</em>, che precede un importante carrello di petit fours tematici, nel nostro caso <em>Le vie del cacao</em>, che comprende <em>Sorbetto al cioccolato fondente 65% e barbabietola; Crostata al cioccolato fondente 70%; Pie di arachidi e cioccolato bianco; Cioccolatino fondente 72 % alla cannella e chiodi di garofano; Caramella, sale maldon e cacao; Dattero, arance e massa di cacao 100% Colombiana; Sassolini al lampone, mandorla e cioccolato bianco; Cioccolato fondente 70% alle cicerchie: omaggio al maestro Botero; Sigari di cacao e 3 cioccolati; Fragole con fonduta di cioccolato al peperoncino; Tisana del Quid</em>.</p>

<p>[[ima7]]Le note meno positive: il pane di patate (accompagnato da pesto al mortaio con sesamo, erbe amare e olio d&#39;oliva monocultivar Leccino dell&#39;azienda toscana <a href="https://www.sanfelice.com/it" rel="nofollow">San Felice</a>, propriet&agrave; sempre del gruppo <em>Allianz</em>, l&igrave; lavorava <strong>Quintero</strong> prima del trasferimento capitolino) &egrave; un po&rsquo; troppo unto, per quanto molto buono, &egrave; il benvenuto di un&rsquo;offerta di panificati comunque di alta qualit&agrave;; il <em>Taco croccante di lattuga di mare con sugo al pomodoro e basilico</em> ha fastidiose note quasi bruciacchiate; l&rsquo;<em>Ostrica, pinoli, pere e fragole</em> (ostrica n&deg;3 della Normandia servita con sorbetto ai pinoli, carpaccio di pera marinato in aceto di fragole e una salsa di fragole) &egrave; un buon piatto, complesso, ma risulta privo di chiusura aromatica, dunque irrisolto, probabilmente a causa delle fragole troppo poco dolci. Minuzie, comunque.</p>

<p>[[ima8]][[ima9]][[ima10]][[ima11]][[ima12]][[ima13]][[ima14]][[ima15]][[ima16]][[ima17]]</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/juan-camilo-quintero-quid-2.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/132/42724/carlo-mangio/costruzione-di-un-signature-la-gricia-di-juan-quintero-a-roma-e-una-gran-cucina.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/132/carlo-mangio.html">132</category>			</item>			<item>				<title>Il mare è un grande patrimonio a rischio: come possiamo salvarlo, anche a tavola</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/95/42728/dal-mondo/il-mare-e-un-grande-patrimonio-a-rischio-come-possiamo-salvarlo-anche-a-tavola.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>C&rsquo;&egrave; il &ldquo;paradosso del tonno morto e del tonno vivo&rdquo;, dice pi&ugrave; o meno cos&igrave;: &laquo;Un tonno al mercato ittico di Tokyo ha un prezzo definito: appartiene a chi lo ha pescato e che ne ottiene il profitto. Insomma, il tonno morto ha un valore. Ma qual &egrave; quello di un tonno vivo, che nuota libero nell&rsquo;oceano? &Egrave; <em>res nullius</em>, non appartiene a nessuno e quindi non ne conosciamo il valore, pur se sappiamo bene che ne ha uno intrinseco. E dunque, pi&ugrave; in generale: quale &egrave; il valore del nostro &ldquo;capitale naturale blu&rdquo;?&raquo;. Il &ldquo;paradosso del tonno morto e del tonno vivo&rdquo; &egrave; servito a <strong>Carlos Duarte</strong>, uno dei pi&ugrave; importanti ecologi marini al mondo, oggi docente alla <a href="https://www.kaust.edu.sa/en/" rel="nofollow">Kaust</a> saudita, per fornire l&rsquo;assist a <a href="https://www.encuentrodelosmares.com/" rel="nofollow">Encuentro de los Mares</a>, andato in scena nei giorni scorsi a Tenerife, e che ha confermato di essere uno dei congressi gastronomici pi&ugrave; originali e trasversali del panorama internazionale. Non un semplice summit dedicato alla cucina di pesce, ma un luogo di confronto tra chef, scienziati, pescatori, economisti, ricercatori e istituzioni internazionali. L&rsquo;ottava edizione, ospitata per la prima volta nel Nord dell&rsquo;isola, aveva come tema <em>Capital Natural Azul</em>, cio&egrave; &quot;capitale naturale blu&quot;: la riflessione si &egrave; dunque sviluppata attorno al valore economico, ambientale, culturale e alimentare generato da mari e oceani. A dare il tono scientifico del congresso &egrave; stato innanzitutto lo stesso <strong>Duarte</strong>. Ha insistito sul concetto di &ldquo;capitale naturale blu&rdquo;, spiegando come oceani e biodiversit&agrave; marina debbano essere considerati una vera infrastruttura del futuro: &laquo;Per secoli siamo stati abituati all&rsquo;idea che fossero un bene inesauribile, ora abbiamo capito che non &egrave; cos&igrave;. Le statistiche dicono che tra il 1970 e il 2020 abbiamo perso circa il 56% del &ldquo;capitale naturale blu&rdquo;: essendo il mare considerato terra di nessuno, il suo ecosistema &egrave; stato depredato senza remore n&eacute; regole. Oggi dobbiamo invece considerare i nostri mari come patrimonio dell&rsquo;umanit&agrave; da salvaguardare, non solo per ragioni ambientali, sociali e culturali, ma anche perch&eacute; hanno un immenso valore economico&raquo; che rischia di essere disperso. Concetto ripreso a fine lavori da <strong>Benjam&iacute;n Lana</strong>, direttore generale di quella <em>Vocento Gastronom&iacute;a</em> che ha organizzato <em>Encuentro de los mares</em>: &laquo;Il mare vale molto di pi&ugrave; da vivo che da morto&raquo;.</p>

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<p><strong>MA QUANTO VALE IL MARE?</strong><br />
[[ima2]]Ma quanto vale, allora, il mare, in termini economici? A provare a dare una risposta &egrave; stata l&#39;economista <strong>Sandra Damijan</strong>, professoressa presso la Facolt&agrave; di Economia e Commercio dell&#39;Universit&agrave; di Lubiana (Slovenia), secondo la quale &laquo;il futuro dell&#39;alimentazione dipende direttamente dal &quot;capitale naturale blu&quot;&raquo;. Ha sottolineato che gli ecosistemi marini e costieri non solo supportano la produzione alimentare, ma sono anche pilastri essenziali dello sviluppo economico e della sostenibilit&agrave; a lungo termine. Ha affermato: &laquo;Il &quot;capitale naturale blu&quot; &egrave; la natura che genera valore economico sia per il ripristino ambientale che per le economie nazionali e globali che ne derivano&raquo;. A sostegno di questa tesi, ha citato esempi concreti: le mangrovie proteggono oltre 210 milioni di persone e specie; gli squali generano un reddito significativo grazie al turismo legato a questi animali, eccetera. &laquo;L&#39;oceano fa parte del nostro sistema economico, ma lo stiamo trascurando e distruggendo&raquo;, ha avvertito l&#39;esperta, auspicando un cambio di mentalit&agrave; che implichi una gestione pi&ugrave; efficiente dell&#39;economia oceanica&nbsp;&laquo;che genera milioni di posti di lavoro e vale oltre 2.200 miliardi di dollari&raquo;. In questo contesto, ha sottolineato il ruolo che tutti gli attori coinvolti devono svolgere: &laquo;Gli chef trasformano il capitale naturale in valore di mercato, le politiche devono regolamentare e incentivare le migliori pratiche e integrare questo capitale nei bilanci pubblici, ed &egrave; necessario incrementare gli investimenti sia pubblici che privati&raquo;. <strong>N&uacute;ria Marb&agrave;</strong>, professoressa ricercatrice presso il Consiglio Nazionale delle Ricerche spagnolo, ha a sua volta evidenziato come dal 2005 l&rsquo;economia legata agli oceani sia cresciuta (2,5x) pi&ugrave; di quella generale (1,9x), ribadendo: &laquo;Ci sono ancora enormi potenziali. Ma ci&ograve; significa che occorre preservare questo patrimonio&raquo;, incluse le praterie di fanerogame marine, grande risorsa naturale fondamentale per la salute degli ecosistemi e della societ&agrave;: &laquo;Aumentano la biodiversit&agrave;, sostengono tra il 30% e il 40% del pescato nel Mediterraneo e agiscono come importanti serbatoi, seppellendo carbonio a tassi fino a 17 volte superiori rispetto alle foreste terrestri&raquo;. Tuttavia &laquo;abbiamo perso quasi il 30% della loro estensione dalla Seconda Guerra Mondiale&raquo; a causa della pressione antropica e dei cambiamenti climatici.</p>

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<p><strong>L&rsquo;ALTRO PARADOSSO: L&rsquo;ACQUACOLTURA</strong><br />
[[ima3]]Il professor <strong>Santiago Hern&aacute;ndez Le&oacute;n</strong>, direttore dell&#39;Istituto di Oceanografia e Cambiamento Globale dell&#39;Universit&agrave; di Las Palmas de Gran Canaria, si &egrave; fatto portavoce dell&#39;immenso tesoro blu delle Isole Canarie e del suo ruolo nella regolazione del clima. Ha messo in guardia contro la pressione sugli ecosistemi marini dell&#39;arcipelago dovuta alla pesca eccessiva, al turismo di massa e ad alcune pratiche di acquacoltura. &laquo;Stiamo creando un problema ecologico nutrendo pesci carnivori con milioni di piccoli pesci&raquo;, ha avvertito, riferendosi all&#39;acquacoltura, e ha chiesto un maggiore impegno da parte dei settori culinario e industriale per l&#39;allevamento e il consumo di specie planctivore e prodotti meno pregiati. &laquo;Gli chef devono dare il buon esempio e rendere questi pesci appetitosi in modo che possano essere consumati pi&ugrave; ampiamente&raquo;, ha sostenuto. Sullo stesso tema dell&rsquo;acquacoltura <strong>Lorella de la Cruz</strong>, responsabile in Commissione Europea per la blue economy e la pesca sostenibile, ha incentrato il suo intervento sulla necessit&agrave; di costruire modelli ittici sostenibili senza compromettere biodiversit&agrave; e comunit&agrave; costiere.</p>

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<p><strong>PESCE POVERO E PESCE RICCO: COSA DICONO GLI CHEF</strong><br />
[[ima4]]A rispondere ai due sono stati gli chef. <strong>Pablo Vicari</strong>, di <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/30155/ristoranti/elkano.html">Elkano</a> a Getaria, Paesi Baschi, ha sostenuto la necessit&agrave; di &laquo;integrare il paesaggio culinario in tavola ed educare il cliente sulle nuove specie&raquo;, impegnandosi in una cucina in armonia con l&#39;ambiente, perch&eacute; &laquo;l&#39;acquacoltura pu&ograve; alleviare il peso sul mare, ma il mare non pu&ograve; essere il cibo dell&#39;acquacoltura. Non troviamo sardine, perch&eacute; sono utilizzate come mangime per i tonni d&rsquo;allevamento!&raquo;. <strong>Benito G&oacute;mez</strong>, chef del ristorante <em>Bardal</em> a Ronda, in Andalusia, ha evidenziato come &laquo;combattere le specie invasive mangiandole sia un&rsquo;ottima strategia, se hanno un buon sapore&raquo; (viene in mente l&rsquo;impegno di <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/6/25396/chef-e-protagonisti/chiara.html">Chiara Pavan</a>&nbsp;e <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/6/34721/chef-e-protagonisti/francesco.html">Francesco Brutto</a>&nbsp;ad esempio sul granchio blu, <em>ndr</em>). <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/6/426/chef-e-protagonisti/josean.html">Josean Alija</a> di <em>Nerua</em> a Bilbao, <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/132/23880/carlo-mangio/la-cucina-di-javier-olleros-magia-e-responsabilita.html">Javier Olleros </a>di <em>Culler de Pau</em> in Galizia, <strong>Iv&aacute;n Dom&iacute;nguez</strong> del <em>Nado</em> sempre in Galizia ed <strong>Erlantz Gorostiza</strong> di <em>M.B.</em> a Tenerife sono stati protagonisti di una tavola rotonda, molto seguita, durante la quale si sono concentrati sui cosiddetti &ldquo;pesci poveri&rdquo;: sardina, sgombro, sugarello. Il messaggio condiviso &egrave; stato che il futuro della cucina di mare passer&agrave; inevitabilmente attraverso specie meno sfruttate e pi&ugrave; sostenibili. <strong>Alija</strong> ha parlato della necessit&agrave; di &laquo;restituire dignit&agrave; gastronomica ai pesci dimenticati&raquo;, mentre <strong>Olleros</strong> ha insistito sul legame tra cucina e paesaggio costiero. <strong>Diego Schattenhofer</strong>, chef del <em>Taste 1973</em> a Tenerife, ha raccontato: &laquo;I clienti scelgono il 10% del pescato disponibile e ignorano l&rsquo;altro 90%, che viene considerato di minor pregio. Sta a noi cuochi renderlo cos&igrave; appetitoso da farne un nuovo oggetto del desiderio&raquo;. (In fondo, ha osservato <strong>Benjam&iacute;n Lana</strong>, lo stesso concetto di &ldquo;pesce pregiato&rdquo; &egrave; incerto, cambia col tempo. Ha ricordato come <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/6/485/chef-e-protagonisti/enrique.html">Quique Dacosta</a>, all&rsquo;inizio della propria carriera, attenuasse visivamente il colore intenso del tonno rosso attraverso ossidazione, marinature e sale, cos&igrave; da rendere il pesce pi&ugrave; &ldquo;accettabile&rdquo; al cliente dell&rsquo;epoca, che gli preferiva il <em>bonito del norte</em>, ossia quello stesso tonnetto alalunga che veniva cucinato dalla mamma di <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/6/483/chef-e-protagonisti/pino.html">Pino Cuttaia</a>, &laquo;lei invece non voleva che il tonno rosso andasse a tavola, ricordava troppo il sangue, come mi ha raccontato lo chef siciliano&raquo;).</p>

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<p><strong>IL PIATTO MANIFESTO CONTRO LA CATASTROFE ECOLOGICA</strong><br />
[[ima5]]Tra gli interventi pi&ugrave; attesi, oltre a quello del nostro <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/6/36252/chef-e-protagonisti/jacopo.html">Jacopo Ticchi</a>&nbsp;(al quale <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/95/42721/dal-mondo/il-quesito-di-jacopo-ticchi-che-sapore-ha-il-mare-e-come-faccio-a-afferrarlo.html">abbiamo dato ampio risalto qui</a>), anche quello di <strong>Alexandre Couillon</strong> di <a href="https://www.alexandrecouillon.com/fr/" rel="nofollow">La Marine</a>, tristellato a Noirmoutier-en-l&#39;&Icirc;le, Francia, che ha portato a Tenerife una riflessione quasi poetica sull&rsquo;Atlantico come ecosistema vivente. Il suo intervento, costruito attorno al piatto <em>Ostrica Erika</em>, ha raccontato il rapporto tra ostriche, maree, biodiversit&agrave; e identit&agrave; locale. &Egrave; un piatto-manifesto: Erika si chiamava la petroliera naufragata nel 1999 al largo della Bretagna provocando uno dei pi&ugrave; gravi disastri ambientali marini europei. Quel trauma segn&ograve; profondamente tutta la costa atlantica francese, compresa l&rsquo;area di Noirmoutier dove <strong>Couillon</strong> vive e lavora, &laquo;per anni, quando andavo in spiaggia con le mie figlie, trovavamo sempre strati di olio combustibile sotto la sabbia&raquo;, ha raccontato. Tutto nasce quindi come riflessione sulla fragilit&agrave; del mare, la memoria ecologica, la resilienza dell&rsquo;oceano e il rapporto tra uomo e ambiente marino; l&#39;idea &egrave; stata quella di creare un piatto che evocasse la ferita, sebbene inizialmente l&#39;avesse scartata a causa della diffidenza culturale legata al servire prodotti &laquo;ricoperti di nero&raquo;, in questo caso un&#39;ostrica cotta in un brodo nero di vongole e strutto, accompagnata da tapioca, zenzero essiccato e una &quot;neve&quot; di grasso di maiale e mais che ricorda la schiuma del mare. Il risultato non &egrave; solo un omaggio alla natura, ma anche un modo per trasformare il dolore in bellezza e memoria.</p>

<p>&nbsp;</p>

<p><strong>COSA PU&Ograve; FARE LA SCIENZA</strong><br />
[[ima6]]La ricercatrice <strong>Ana Fuentes</strong>, del Politecnico di Valencia, ha sottolineato come il 60% del pescato sia consumato dopo un processo di lavorazione; e come il 60-70% del prodotto di questa lavorazione sia costituito da scarto alimentare che viene perlopi&ugrave; smaltito. Qui oggi interviene l&rsquo;innovazione tecnologica: &laquo;Lavoriamo sulla trasformazione, la qualit&agrave; e la valorizzazione dei sottoprodotti, il loro riutilizzo attraverso progetti innovativi e nuove tecnologie di rilevamento&raquo;. Ha messo in luce il miglioramento delle tecniche tradizionali come la salatura e la riduzione del sodio senza compromettere la sicurezza o la qualit&agrave;. Ha inoltre raccontato di super novel-food come l&rsquo;olio di calano, un integratore alimentare innovativo e sostenibile, estratto dal <em>Calanus finmarchicus</em>, un piccolo crostaceo zooplanctonico che vive nelle acque artiche, e che sembra avere effetti altamente benefici sulla salute umana. &laquo;L&#39;ambiente marino sar&agrave; fondamentale per migliorare la nutrizione a livello globale&raquo;, ha concluso.</p>

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<p><strong>PICCOLA PESCA ARTIGIANALE E PREMIO SART&Uacute;N </strong><br />
[[ima7]]Molto rilevante anche il focus sulla piccola pesca artigianale e sul rischio di perdita delle culture marinare locali. <strong>Carlos Duarte</strong> stesso ha criticato una visione troppo astratta della conservazione marina, sostenendo che &laquo;i pescatori artigianali conoscono il mare meglio dei gestori dei parchi naturali&raquo;. Pi&ugrave; interventi hanno sottolineato come la sostenibilit&agrave; non sia solo una questione ambientale, ma anche sociale e culturale: salvare il mare significa salvare comunit&agrave;, mestieri, linguaggi gastronomici e conoscenze tramandate da generazioni. In questo senso, uno dei momenti pi&ugrave; simbolici del congresso &egrave; stata l&rsquo;assegnazione del <em>Premio Sart&uacute;n 2026</em> (<em>sart&uacute;n</em> &egrave; crasi tra &ldquo;sardina&rdquo; e &ldquo;at&uacute;n&rdquo;, ossia tonno) a <strong>Theresa Zabell</strong>, due volte campionessa olimpica e fondatrice della <a href="https://fundacionecomar.org/nosotros/nuestra-presidenta/" rel="nofollow">Fondazione Ecomar</a>, premiata per il suo lavoro nella tutela degli ecosistemi marini. <strong>Zabell</strong> ha parlato della necessit&agrave; di trasformare la sostenibilit&agrave; da slogan a pratica quotidiana, soprattutto attraverso educazione e coinvolgimento delle nuove generazioni.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/encuentro-de-los-mares-entrega-premio-sartun-a-theresa-zabell-1.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/95/42728/dal-mondo/il-mare-e-un-grande-patrimonio-a-rischio-come-possiamo-salvarlo-anche-a-tavola.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/95/dal-mondo.html">95</category>			</item>			<item>				<title>La mia lettera aperta a Stefano Pepe, papà di Franco, che ci guarda da lassù</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/209/42725/mondo-pizza/la-mia-lettera-aperta-a-stefano-pepe-papa-di-franco-che-ci-guarda-da-lassu.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Caro signor <strong>Stefano</strong>,</p>

<p>noi non ci siamo mai incontrati, purtroppo, e non so se queste parole arriveranno da qualche parte. Ma dopo l&rsquo;ultima visita a suo figlio <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/6/2511/chef-e-protagonisti/franco.html">Franco</a>, avevo bisogno di rivolgermi a lei. Quando si parla di <strong>Franco</strong>, si rischia sempre di dire troppo o troppo poco;&nbsp;io quindi le dir&ograve; quello che ho sentito e sento da qualche anno. Lui non &egrave; solo quello che tutti vedono, non &egrave; solo il simbolo della pizza. C&rsquo;&egrave; una parte di lui che non si racconta nei piatti, n&eacute;&nbsp;nelle interviste. &Egrave; quella parte fatta di silenzi, di pensieri trattenuti, di una sensibilit&agrave; che non cerca spazio&nbsp;ma esiste lo stesso. <strong>Franco</strong> ha un modo di ascoltare che non invade:&nbsp;sa esserci senza farsi troppo notare, sa accogliere senza giudicare. Queste sono caratteristiche che non si imparano da soli:&nbsp;si ricevono. <strong>Franco</strong> oggi &egrave; un uomo osservato e raccontato. Ma c&rsquo;&egrave; una parte di lui che resta fuori da tutto questo, ed &egrave; forse la pi&ugrave; importante. &Egrave; il silenzio che si prende prima di decidere. &Egrave; il peso che d&agrave; alle scelte, come se a ogni passo dovesse rispondere a qualcuno, oltre che a s&eacute; stesso. Forse a lei? Io questo non lo so, ma mi piace pensare che sia cos&igrave;.</p>

<p>[[ima2]]Con <strong>Franco</strong> ci siamo incontrati tre anni fa, durante una fiera. A presentarci fu <strong>Paolo Marchi</strong>. Nessuna scena particolare, nessun momento costruito: solo un incontro. Ma a volte basta poco per capire come stanno le cose:&nbsp;uno sguardo, un modo di stare. E l&igrave; ho avuto la sensazione che tutto quello che si dice di lui fosse vero, ma non abbastanza. La sua storia la conosciamo tutti:&nbsp;il 2012, la scommessa, il luogo che diventa destinazione... Ma quello che non si racconta &egrave; cosa succede dopo. Quando il riconoscimento arriva, quando il nome diventa pi&ugrave; grande del posto da cui &egrave; partito. &Egrave; l&igrave; che molti si perdono. <strong>Franco</strong>, no.</p>

<p>Non perch&eacute; sia rimasto fermo. Ma perch&eacute; ha continuato a portarsi dietro un&rsquo;origine che non &egrave; mai diventata nostalgia, ma responsabilit&agrave;. Negli anni ho assaggiato diverse pizze sue, ma ce ne sono tre che sono una hit per me. <em>Ciro</em>, un cono di pizza fritta con fonduta di grana padano Dop 12 mesi, pesto di rucola e polvere di oliva caiazzana, La <em>Ritrovata</em> che ha dedicato proprio a lei, con passata di pomodoro san marzano Dop, piennolo del Vesuvio Dop, capperi disidratati, polvere di olive nere caiazzane, filetti di alici di Cetara, olio basilico e origano. Infine un cono fritto dolce che rappresenta la <em>Pastiera</em>, creata in maniera magistrale da&nbsp;<strong>Stefano</strong>, che &egrave; suo ominomo, &egrave; suo nipote, figlio di <strong>Franco</strong>. Ah si, quasi dimenticavo:&nbsp;<strong>Stefano</strong> e <strong>Francesca</strong> si sono fatti grandi e sono straordinari.</p>

<p>[[ima3]]C&rsquo;&egrave; una cosa che voglio dirle, <strong>Stefano</strong>, senza girarci troppo intorno. Voglio dirle grazie. Perch&eacute; se oggi faccio la pizza &egrave; anche colpa di suo figlio.&nbsp;Guardando lui che ho capito che questo mestiere poteva essere qualcosa di diverso: non solo tecnica, non solo prodotto, ma etica, scelta, rispetto per quello che si ha tra le mani e per chi lo riceve. Non so se <strong>Franco</strong> le somiglia;&nbsp;ma so che c&rsquo;&egrave; qualcosa, in quello che fa, che ha radici profonde, e che portano il suo nome. Forse &egrave; questo che lei voleva per lui, o forse no, ma &egrave; quello che &egrave; diventato. Pu&ograve; stare tranquillo, perch&eacute; se &egrave; vero che da qualche parte continua a guardarlo, qui c&rsquo;&egrave; qualcuno che gli guarda le spalle.</p>

<p>E chiss&agrave;, un giorno (spero per me lontano), ci siederemo a&nbsp;un tavolo, mangeremo una pizza di <strong>Franco</strong> e mi racconter&agrave; tutto di lei, dall&rsquo;inizio.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/franco-pepe-papa-stefano.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/209/42725/mondo-pizza/la-mia-lettera-aperta-a-stefano-pepe-papa-di-franco-che-ci-guarda-da-lassu.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/209/mondo-pizza.html">209</category>			</item>			<item>				<title>Distingueremo ancora tra pranzo e cena? Come cambiano i turni d'apertura dei ristoranti</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/476/42723/ig2026-identita-future/distingueremo-ancora-tra-pranzo-e-cena-come-cambiano-i-turni-dapertura-dei-ristoranti.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>I ristoranti che decidono di chiudere sabato e domenica. Quelli che aprono ininterrottamente, da mezzogiorno alle 23, 7 giorni su 7. Quelli che decidono di fare servizio solo alla luce del sole. Quelli che anticipano sempre pi&ugrave; la prima seduta serale.&nbsp;Negli ultimi mesi, Milano vive un&rsquo;importante rimodulazione dei turni di apertura classici. Non si tratta di un vezzo o di strategie&nbsp;messe a punto per far parlare di s&eacute;; sono tentativi di rispondere a mutamenti economici, sociali e antropologici mai cos&igrave; complessi e articolati.<br />
<br />
Sono mosse che, innanzitutto,&nbsp;cercano di frenare la crisi di vocazione dei ragazzi che lavorano nella ristorazione, una dispersione che ha avuto inizio nell&rsquo;immediato post-covid e ancora in corso. Cosa fare per rendere meno pesanti turni tradizionalmente logoranti? Come aiutare i ragazzi che abitano in provincia perch&eacute; non possono permettersi gli affitti sempre pi&ugrave; stratosferici della citt&agrave;? Come ridurre i problemi del turno &ldquo;spezzato&rdquo; &ndash; che spesso in realt&agrave; spezzato non &egrave;? Cosa fare per non annichilire la vita privata di tutti quei lavoratori che vorrebbero godersi un po&rsquo; pi&ugrave; di gioie fuori dal lavoro? Come far innamorare di nuovo cuochi e camerieri della professione, e impedire ai ristoratori di dover ogni volta ricominciare da capo per formare i sostituti? Sono domande che oggi si pongono tutti, e a cui ogni imprenditore cerca di dare una soluzione&nbsp;diversa. Con macigni che pesano dietro a tutto: il costo abnorme del lavoro e l&#39;aumento&nbsp;di ogni spesa&nbsp;(<a href="https://www.theguardian.com/food/2026/may/07/restaurants-michelin-chef-uk-hospitality-tax-business" rel="nofollow">problemi non certo solo italiani</a>).<br />
<br />
C&rsquo;&egrave; un&rsquo;ulteriore ragione che sta scombussolando gli orari di apertura delle insegne: l&rsquo;occorrenza sempre pi&ugrave; liquida con cui la gente oggi siede a tavola. A cena i clienti tendono ad accomodarsi sempre prima, una vera mutazione antropologica. Le colazioni abbondanti sono sempre pi&ugrave; <em>cool</em> e le cene pi&ugrave; <em>light</em>. Lo smart working, l&#39;aumento&nbsp;di professionisti d&rsquo;altri paesi e&nbsp;turisti con altre abitudini, la cultura crescente dei digiuni prolungati, intermittenti o il rispetto dei ritmi circadiani allargano ancora di pi&ugrave; le maglie orarie delle &ldquo;pause pranzo&rdquo;, un tempo costrette dalle aziende in fasce precise e ristrette. Non ci si siede pi&ugrave; alle 12 o alle 13 ma si prenota anche alle 14, alle 15, persino alle 16. La divisione rigida tra pranzo e cena sta&nbsp;diventando sempre pi&ugrave; sfumata e nei prossimi decenni non distingueremo pi&ugrave;&nbsp;l&rsquo;uno dall&rsquo;altra? E&#39; possibile, e non &egrave; detto che sia un male.<br />
<br />
Tenere aperti anche in orari non convenzionali, infatti, &egrave; una scelta che al ristoratore chiede un investimento supplementare ma pu&ograve; consentire anche incassi superiori e soprattutto pu&ograve; aiutarlo a turnare pi&ugrave; brigate in un giorno, consentendo a tutti di avvicinare il miraggio, ancora lontano, delle &ldquo;8 ore di lavoro per tutti&rdquo;.<br />
<br />
Sono tutti temi che affronteremo&nbsp;nell&rsquo;ultimo giorno del congresso di Identit&agrave; Milano - marted&igrave; 9 giugno, ore 15.30 - con un trio importante della ristorazione milanese e italiana: <strong>Cesare Battisti</strong> (<a href="https://www.ratana.it/" rel="nofollow">Ratan&agrave;</a>), <strong>Diego Rossi</strong> e <strong>Pietro Caroli</strong> (<a href="https://www.trippamilano.it/" rel="nofollow">Trippa</a>).</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/ratana-trippa.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/476/42723/ig2026-identita-future/distingueremo-ancora-tra-pranzo-e-cena-come-cambiano-i-turni-dapertura-dei-ristoranti.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/476/ig2026-identita-future.html">476</category>			</item>			<item>				<title>Maculan, 50 vendemmie: viaggi, incontri, storie pieni di emozioni</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/136/42699/in-cantina/maculan-50-vendemmie-viaggi-incontri-storie-pieni-di-emozioni.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Quella di <a href="https://www.maculan.net/" rel="nofollow">Fausto Maculan</a> &egrave; una storia per molti versi difficile da raccontare. Di certo, &egrave; complicato riuscire a tirare le fila di 50 vendemmie costellate di incontri, viaggi, persone, aneddoti, esperimenti, successi (ma anche fallimenti).</p>

<p>Per certi versi &egrave; come entrare nel suo caveau privato, dove conserva i pi&ugrave; blasonati vini del mondo, in diverse annate. Ogni cassetto che apre &egrave; una bottiglia diversa, un mondo differente. Ma soprattutto sono ricordi, esperienze ed emozioni. Vita.</p>

<p>[[ima2]]Quelle di <strong>Fausto Maculan</strong> non sono semplicemente storie di vino, ma racconti che attraversano il mondo di un&rsquo;enologia che quando ha iniziato, negli anni Settanta, era molto pi&ugrave; &ldquo;rustica&rdquo;, ben lontana dalle conoscenze e dalle tecnologie attualmente in uso nella maggior parte delle cantine del mondo.</p>

<p>&laquo;Mio nonno commerciava vini a Breganze dal 1923 &ndash; racconta &ndash; Mio pap&agrave; <strong>Giovanni</strong>, nel periodo della <em>Seconda Guerra Mondiale</em>, non fa il militare, sia per un problema a un occhio, sia perch&eacute; aveva due fratelli alle armi, ma anche perch&eacute; era figlio di madre vedova. Ma nel 1942 gli danno l&rsquo;incarico di fare il vino per i militari. Allora dovette acquistare vinificatori pi&ugrave; grandi, che poi dopo il conflitto gli sono rimasti&raquo;.</p>

<p>[[ima3]]Nasce la <em>Fratelli Maculan</em>, fino al 1964, quando rimase il solo <strong>Giovanni</strong>. &laquo;Io mi diplomo nel 1970 &ndash; racconta <strong>Fausto Maculan</strong> &ndash; ma il vino che facciamo in azienda&nbsp;non mi piace. Nel 1973 chiedo di licenziare l&rsquo;enologo, e faccio i miei primi vini. Non vendo nemmeno una bottiglia. Poi nel 1975 c&rsquo;&egrave; il primo <em>Vinitaly</em>, dove vado con <strong>Primo Franco</strong>. Riesco a fare tre ordini, tra i quali uno al ristorante dove andavamo dopo la fiera e uno all&rsquo;albergo dove alloggiavamo&raquo;.</p>

<p><strong>Fausto Maculan</strong> capisce che bisognava fare qualcosa, era necessario cambiare. E da subito punta ai grandi, punta in alto. Assaggia i vini di Bordeaux. Punta alla Francia. &laquo;Dovevo studiare i francesi&raquo;. Cos&igrave; si chiude il primo cassetto dei ricordi.</p>

<p>[[ima4]]I tempi del racconto sono dettati da alcuni vini, scelti appositamente da Maculan. Si assaggia lo <em>Chardonnay Ferrata 2023</em>, vino dell&rsquo;ultimo decennio dove in azienda sono entrate le figlie <strong>Maria</strong> <strong>Vittoria</strong>, che segue la parte enologica, e <strong>Angela</strong>, che si occupa del commerciale. Ma <strong>Fausto</strong> rilancia subito con un altro pezzetto della sua storia. &laquo;Il <em>Ferrata</em> &egrave; un progetto nato a met&agrave; degli anni Ottanta, con un&rsquo;idea di viticoltura completamente nuova rispetto al passato, con densit&agrave; a diecimila ceppi per ettaro, in stile francese, con solo 35 centimetri di altezza delle vigne. Allora non c&rsquo;era tutto questo caldo, e venivano bene solo tre annate su dieci. L&rsquo;idea di questo progetto era aumentare la superficie foliare da portare al sole e mettere le viti in competizione. Inoltre la vicinanza al terreno serviva per avere pi&ugrave; calore&raquo;.</p>

<p>E anche lo storico cantiniere di <strong>Maculan</strong>, <strong>Pino Xausa</strong>, ricorda come fossero partiti alla volta della Borgogna, di Beaune, per osservare i vigneti. &laquo;Siamo andati a misurare le viti, con il centimetro &ndash; racconta <strong>Maculan</strong> &ndash; L&rsquo;obiettivo era fare i vini buoni come i francesi&raquo;.</p>

<p>[[ima5]]Si chiude un cassetto, se ne apre un altro. E si apre un&rsquo;altra bottiglia, <em>Palazzotto 1987</em>, <em>Cabernet</em> <em>Sauvignon</em>. Siamo negli anni Ottanta. Ma il racconto &egrave; affidato a <strong>Eddy Furlan</strong>, storico sommelier e ristoratore. &laquo;Siamo partiti per il <em>Vinexpo</em> di Bordeaux, era la prima edizione del 1981. L&rsquo;obiettivo era arrivare ad <strong>&Eacute;mile Peynaud</strong>, un guru dei vini rossi. Lui ci accoglie con grande simpatia, e c&rsquo;&egrave; un confronto con <strong>Fausto</strong>. <em>Vinexpo</em> era ancora chiuso, eravamo arrivati troppo presto&raquo;.</p>

<p>&laquo;Lui inizia a parlare &ndash; incalza <strong>Fausto Maculan</strong> &ndash; Io prendo una bottiglia di <em>Fratta</em> del 1978 (vino che diventer&agrave; una delle colonne dell&rsquo;azienda, <em>ndr</em>), la assaggiamo. E <strong>Peynot</strong> ci chiede: quanti giorni sulle bucce? E io: 6 o 7. No, bisogna raddoppiare. Livello di solforosa? 15. No, bisogna raddoppiare. Mesi in barriques? 8. Bisogna raddoppiare. Quale &egrave; il prezzo? Avevo capito che bisognava raddoppiare anche quello&raquo;.</p>

<p>[[ima6]]Il viaggio nel mondo, ma anche nel tempo, per arrivare agli anni Duemila, proprio con un&rsquo;eccezionale bottiglia di <em>Fratta 2006</em>, realizzato con <em>Cabernet Sauvignon</em> e <em>Merlot</em>. Ma anche qui c&rsquo;&egrave; un incontro fondamentale, quello con <strong>Paul Pontallier</strong>, enologo di <a href="https://www.chateau-margaux.com/" rel="nofollow">Ch&acirc;teau Margaux</a>. <strong>Maculan</strong> ha sempre detto che bisogna imparare da quelli bravi. Non bisogna copiare da loro, ma ispirarsi. Studiare.</p>

<p>Cos&igrave; ragiona anche sugli assemblaggi, in linea con quanto gli aveva raccontato proprio <strong>Pontallier</strong>, arrivando alla conclusione che le scelte si fanno solo alla fine. &laquo;Quando i vini sono pronti. L&rsquo;assaggio fa la differenza: cos&igrave; il <em>Fratta </em>&egrave; il <em>primo vino</em>, il <em>Palazzotto</em> il <em>secondo</em> e il <em>Brentino</em>, per forza di cose, deve essere un gradino sotto. &Egrave; il frutto di una degustazione severa, devi saper dare un giudizio obiettivo ai tuoi vini&raquo;.</p>

<p>[[ima7]]Con un calice di un suadente ed emozionante <em>Dindarello 1992</em>, si apre il cassetto degli anni Novanta, per poi con ritornare indietro nel passato, ricordando i primi vini novelli. &laquo;Sono stato uno dei primi a produrlo &ndash; sottolinea ancora &ndash; insieme a <em>Gaja</em>, <em>Antinori</em>, <em>Nino Negri</em> e <em>Ca&rsquo; del Bosco</em>. Non doveva essere un vino banale, ma doveva essere finito, pronto, senza zuccheri e con la malolattica svolta&raquo;.</p>

<p>Nel racconto di <strong>Fausto Maculan</strong> si aprono e si chiudono i cassetti della memoria, in un viaggio che pu&ograve; sembrare confuso e confusionario, ma che in realt&agrave; &egrave; una continua ricerca. &laquo;Come quando <strong>Nick Belfrage</strong> mi invit&ograve; a parlare al simposio dei <em>Master of Wine</em>, sul tema dei <em>Metodi francesi al di fuori della Francia</em>. A me stava stretto. Allora scrivo: <em>&ldquo;La via di Maculan alla qualit&agrave;&rdquo;</em>. C&rsquo;era anche <strong>Paul Pontallier</strong>. Ed &egrave; stato un successo incredibile&raquo;.</p>

<p>[[ima8]]Si torna alle origini, al <em>Torcolato</em>, vino simbolo di Breganze. La bottiglia del 1971 &egrave; qualcosa di indescrivibile, tra balsamicit&agrave; e ancora tanta freschezza. &laquo;Anni fa &ndash; racconta &ndash; ho trovato una bottiglia di <em>Torcolato</em> del 1911, che aveva un tappo ammalorato. Nel 2011 decidiamo di assaggiarlo, riusciamo a togliere il tappo senza perdere nulla. Abbiamo poi usato proprio il 1971 per rabboccare. Quel 1911 era incredibilmente vivo al naso, e poi c&rsquo;era stata un&rsquo;esplosione di sensazioni. Un&rsquo;emozione&raquo;.</p>

<p>Il <em>Torcolato</em> &egrave; anche il vino che <strong>Maculan</strong> porta a uno dei riferimenti assoluti della cucina italiana, cio&egrave; <strong>Gualtiero Marchesi</strong>. &laquo;Volevo presentarmi con il vino che pi&ugrave; mi rappresentava &ndash; racconta, anche con una certa emozione &ndash; Era il 1978 e con mia moglie vengo a Milano, in via Bonvesin della Riva. In sala c&rsquo;&egrave; anche <strong>Giuseppe Vaccarini</strong>. Porto un <em>Torcolato</em> del 1977, incontro <strong>Gualtiero Marchesi </strong>e divento suo amico. Lui doveva andare a Ginevra, per un evento di lusso con 1.780 persone sedute. L&rsquo;ho portato io in auto. I vini? <em>Ca&rsquo; del Bosco</em>, <em>Anselmi</em>, <em>Antinori</em> e&hellip; io. Quella volta avevo anche ballato sul pianoforte&raquo;.</p>

<p>[[ima9]]Si va verso la conclusione del viaggio, con un <em>Acininobili</em> <em>2011</em>. E questa volta la parola passa alla figlia <strong>Angela</strong>: &laquo;Per noi vini dolci rappresentano il 20 percento circa della produzione aziendale. Noi siamo tra i pochi che fanno 4 vini dolci. Il <em>Torcolato</em> &egrave; stato scelto da pap&agrave; come vino simbolo negli anni Settanta. Nel 1983 per&ograve; va con <strong>Mattia Vezzola</strong> (allora enologo di <em>Bellavista</em>) a <a href="https://www.yquem.fr/" rel="nofollow">Ch&acirc;teau d&rsquo;Yquem</a> e vede che raccolgono gli acini ammuffiti. E allora lo vuole fare anche lui. La prima volta esce come un <em>Torcolato riserva</em>, che compra tutto <strong>Gualtiero Marchesi</strong>&raquo;. Gli altri vini dolci sono il <em>Dindarello</em>, che proviene da un vigneto di <em>Moscato fior d&rsquo;arancio</em>, e il <em>Madoro</em>, da <em>Marzemina</em> e <em>Cabernet Sauvignon</em>.</p>

<p>[[ima10]]La storia non finisce qui. Perch&eacute; alla fine sono stati aperti solo alcuni di questi cassetti della memoria, viaggiando virtualmente nello spazio e nel tempo. C&rsquo;&egrave; ancora un tassello, che riguarda proprio la celebrazione delle 50 vendemmie di <strong>Fausto Maculan</strong>. E il nome &egrave; emblematico: <em>Una storia lunga 50 vendemmie</em>. Nell&rsquo;estate 2023, infatti, per festeggiare il suo mezzo secolo nel mondo del vino, ha chiamato 150 ospiti, persone che hanno contribuito al suo successo, e ha dato loro due bottiglie prelevate dalla cantina con diversi vini di varie annate. Quindi le 300 bottiglie sono state svuotate direttamente in una barrique. &laquo;Per l&rsquo;occasione volevamo realizzare qualcosa di imprevedibile e irreplicabile &ndash; spiega <strong>Fausto Maculan</strong> &ndash;. Un vino nato come un divertissement dal valore simbolico per coinvolgere gli ospiti: ciascuno di loro ha contribuito a edificare cinquant&rsquo;anni di storia della nostra realt&agrave; cos&igrave; come a creare l&rsquo;etichetta che li celebra. Il risultato finale era impossibile da predire in quanto la componente d&rsquo;azzardo estremamente sostanziosa&raquo;.</p>

<p>L&rsquo;edizione limitata di <em>Una storia lunga 50 vendemmie</em> consiste in 300 bottiglie numerate a mano dallo stesso <strong>Fausto</strong> e vergate con la sua grafia, custodite in una raffinata cassetta in legno. Un vino pieno di emozioni, storie e ricordi.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/2022-03-31-maculan3270.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/136/42699/in-cantina/maculan-50-vendemmie-viaggi-incontri-storie-pieni-di-emozioni.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/136/in-cantina.html">136</category>			</item>			<item>				<title>Behind the Scenes 2026: Olivier Krug e Julie Cavil raccontano la filosofia di una Maison leggendaria</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/136/42722/in-cantina/behind-the-scenes-2026-olivier-krug-e-julie-cavil-raccontano-la-filosofia-di-una-maison-leggendaria.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Arrivare nella <em>Maison de Famille</em> di <a href="https://www.krug.com/it" rel="nofollow">Krug</a> &egrave; un piccolo scarto temporale: si entra in una dimensione sospesa, guidati da <strong>Olivier Krug</strong>, che accoglie con naturalezza, pi&ugrave; confidenza che cerimonia. Non un ristorante, ma una casa - la sua casa d&#39;infanzia - oggi restaurata con misura, dove l&#39;ospitalit&agrave; &egrave; parte integrante del linguaggio della <em>Maison</em>, fondata nel 1843.</p>

<p>[[ima2]][[ima3]]La cena si imprime nella memoria: i piatti di <strong>Arnaud Lallement</strong>, patron de <em>L&#39;Assiette Champenoise</em> a Reims e amico storico di monsieur <strong>Krug</strong>, trovano qui un&#39;interpretazione sensibile nelle mani di <strong>C&eacute;dric Mert</strong>. L&#39;asparago incontra <em>Krug Grande Cuv&eacute;e 173&egrave;me &Eacute;dition</em>, il rombo dialoga con <em>Krug 2006</em> in magnum; poi l&#39;agnello, accompagnato da <em>Krug Ros&eacute; 29&egrave;me &Eacute;dition</em>, fino a un finale di nocciola e <em>Krug Collection 199</em>6.</p>

<p><em>Krug Grande Cuv&eacute;e 173&egrave;me &Eacute;dition</em> nasce dalla vendemmia 2017 e riunisce 150 vini di 13 annate, fino al 2001, con un 31% di vini di riserva. Nel calice: fiori di agrumi, limone in primo piano, e una chiusura appena speziata di zenzero. Con l&#39;asparago costruisce un equilibrio sottile, in cui la freschezza agrumata leviga gli amari vegetali.</p>

<p>[[ima4]]La <em>2006</em> in magnum cattura e trattiene: un&#39;annata segnata da estremi climatici che qui si traduce in generosit&agrave; e misura. E poi l&#39;apoteosi: <em>Krug Collection 1996</em>, sboccato nel 2023, quasi trent&#39;anni per arrivare a una forma luminosa. Champagne con tensione, energia, complessit&agrave;. Il finale richiama la nocciola, in un&#39;eco precisa con il dessert.</p>

<p>[[ima5]]La mattina seguente, Ambonnay. La nuova sede operativa, <em>Joseph 2.0</em>, inaugurata nel 2024, si inserisce nel cuore del <em>Clos d&#39;Ambonnay</em>, 0,68 ettari iconici. Un progetto voluto da <strong>Julie Cavil</strong>, chef de Cave, per accompagnare ogni fase, dalla ricezione dei mosti alla vinificazione fino all&#39;imbottigliamento. La cuv&eacute;e del <em>Clos d&#39;Ambonnay</em>, rara per natura, restituisce un <em>terroir</em> di precisione. La degustazione dei <em>vins clairs</em> &egrave; lenta, quasi meditativa: un esercizio sensoriale e didattico che ricorda quanto <em>Krug</em> chieda tempo: per cercare, sorso dopo sorso, equilibrio, ricchezza, freschezza.</p>

<p>[[ima6]][[ima7]]A <strong>Olivier Krug</strong> chiediamo se, oggi, il vero lusso sia ancora la rarit&agrave; materiale o piuttosto una forma di complessit&agrave; intellettuale:&nbsp;&laquo;Siamo oltre queste categorie. Dobbiamo continuare a coltivare una visione che ci distingue: intellettuale ed emozionale insieme, con il desiderio di offrire qualcosa. Mio padre osservava i dettagli: il sorriso, il piacere di degustare un grande Champagne. Per me, il vero lusso &egrave; rendere felici le persone&raquo;.</p>

<p><strong>C&#39;&egrave; qualcosa che <em>Krug</em> rifiuta?</strong><br />
&laquo;Il compromesso, forse, non ci appartiene&raquo;.</p>

<p>[[ima8]]<strong>E nella costruzione di una Grande Cuv&eacute;e, quanto conta l&#39;imprevisto?</strong><br />
&laquo;&Egrave; una somma di imprevisti. Lavoriamo alla cieca: campioni numerati, ignoti. Ognuno compila il proprio <em>carnet</em> in autonomia. Poi <strong>Julie Cavil</strong> incrocia gli sguardi, e insieme arriviamo alla decisione finale&raquo;.</p>

<p><strong><em>Krug</em> esiste indipendentemente dal gusto del suo tempo?</strong><br />
&laquo;Certo. &Egrave; senza tempo, capace di essere pertinente e impertinente&raquo;.</p>

<p><strong>Se tra cento anni qualcuno aprisse una bottiglia senza conoscere il contesto, cosa resterebbe?</strong><br />
&laquo;Il sogno del fondatore, portato avanti senza deviazioni, attraverso le generazioni. <strong>Julie Cavil</strong> festeggia vent&#39;anni in Krug: &egrave; anche questa continuit&agrave;, questo lavoro condiviso, a custodire la nostra identit&agrave;&raquo;.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/behind-the-scenes-2026-jenny-zarins-olivier-krug-vineyard.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/136/42722/in-cantina/behind-the-scenes-2026-olivier-krug-e-julie-cavil-raccontano-la-filosofia-di-una-maison-leggendaria.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/136/in-cantina.html">136</category>			</item>			<item>				<title>Il quesito di Jacopo Ticchi: «Che sapore ha il mare? E come faccio a afferrarlo?»</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/95/42721/dal-mondo/il-quesito-di-jacopo-ticchi-che-sapore-ha-il-mare-e-come-faccio-a-afferrarlo.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Pi&ugrave; dei biologi, pi&ugrave; degli economisti, pi&ugrave; degli scienziati, pi&ugrave; dei chimici, pi&ugrave; degli imprenditori, pi&ugrave; dei pescatori, pi&ugrave; dei gastronomi, pi&ugrave; degli altri cuochi: pi&ugrave; di tutti questi, protagonisti come lui di <a href="https://www.encuentrodelosmares.com/" rel="nofollow">Encuentro de los mares</a>, <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/6/36252/chef-e-protagonisti/jacopo.html">Jacopo Ticchi</a> ha colpito la platea con una domanda senza risposta, &laquo;semmai aiutatemi voi a trovarla: che sapore ha il mare? E come faccio a realizzare piatti che riescano a riprodurre appieno questo sapore&raquo;, ossia a coglierne l&rsquo;essenza, a veicolarne il gusto (inteso nell&rsquo;accezione pi&ugrave; vasta: &laquo;Il gusto &egrave; l&rsquo;insieme di consistenze, temperature e componenti organolettiche&raquo;)? Silenzio generale.</p>

<p>&Egrave; questa una questione quasi filosofica, ma che poi per&ograve; ricasca facilmente in ambito culinario. Ad esempio: &laquo;Preparo un pesce bianco, delicato, diciamo una spigola. La condisco leggermente &ndash; e classicamente - con olio e prezzemolo. Manger&ograve; dei bocconi che sanno di olio e prezzemolo&raquo; e non di spigola, o per meglio dire non rappresenteranno pi&ugrave; pienamente il gusto del pesce, ma un insieme dominato dal condimento.</p>

<p>Quello che possiamo denominare il &ldquo;dilemma della spigola&rdquo; attiene a un secondo filone d&rsquo;investigazione che <strong>Ticchi</strong> sta sviluppando, dopo aver risolto da tempo il primo, che si riassumeva nell&#39;altro quesito: &laquo;Perch&eacute; vogliamo il pesce fresco?&raquo;. Qui c&#39;&egrave; una risposta ormai asseverata: in sostanza, quasi per un antico meccanismo di autoprotezione rimasto inconsciamente come imprinting culturale, abbiamo per decenni considerato la freschezza del pesce un desiderio, un obiettivo, quando in realt&agrave; era (stato) solamente una mera necessit&agrave; contingente, il pesce doveva essere fresco perch&eacute; i nostri bisnonni non possedevano gli strumenti tecnici per un&rsquo;adeguata sua conservazione (in altre parole: doveva essere fresco per evitare la dissenteria, un&rsquo;intossicazione alimentare). Il cuoco moderno mette in discussione tale assunto invecchiato male e trae spunto da settori affini per sperimentare le medesime logiche: &laquo;Nessuno mangerebbe una carne appena macellata, tutti la gustiamo dopo adeguata frollatura (oggi si arriva anche a frollature estreme, <em>ndr</em>), che avviene in condizioni controllate&raquo;. Allo stesso modo, ha valore gastronomico la frollatura/maturazione del pescato, con gli effetti conseguenti: &laquo;Si amplifica l&rsquo;umami, la struttura si intenerisce, la pelle pu&ograve; essere resa pi&ugrave; croccante&raquo;. Bingo.</p>

<p>[[ima2]][[ima3]]Questa, quindi, &egrave; risolta. Ed ecco il dilemma conseguente, attuale, come si diceva: &laquo;Che sapore ha il mare? E come faccio a realizzare piatti che riescano a riprodurre appieno questo sapore?&raquo;. <strong>Ticchi</strong> a <em>Encuentro de los mares</em>, insieme al suo sous<strong> Andrea Borroni</strong>, sgrana i quattro pilastri fondamentali della sua cucina: variet&agrave; (tutti i tagli del pesce, tutti i pesci e non solo quelli &ldquo;nobili&rdquo;), tempo (lo abbiamo visto), struttura e ricordo. Quest&rsquo;ultimo elemento rimanda alla memoria gustativa che diventa cultura materiale (gastronomica) dei territori, cosicch&eacute; il riferimento finisce con lo slittare dal protagonosta &ndash; il pesce &ndash; al comprimario &ndash; ossia il condimento &ndash; che diventa per <strong>Ticchi</strong> un antagonista, una presenza indesiderata: &laquo;Se ricordiamo una spigola condita con olio e prezzemolo, il sapore che avremo nella nostra mente sar&agrave; anche, se non soprattutto, quello dell&rsquo;aglio e del prezzemolo, la spigola diventa solo un&nbsp;supporto&raquo;.</p>

<p>[[ima4]]Ecco la missione che <strong>Ticchi</strong> si &egrave; posto per il futuro, affrontando il suo &ldquo;dilemma della spigola&rdquo;: provare a risalire all&rsquo;essenza del gusto della spigola, o pi&ugrave; in generale del gusto del mare (ne consegue che, potenzialmente, si pu&ograve; ben sintetizzare il gusto del mare senza ricorrere al mare, ossia al pescato. &Egrave; quello che lo chef ha fatto, in un menu &laquo;che sembrava completamente una cucina di mare &mdash; per gusto, struttura, sensazione &mdash; ma senza utilizzare pesce&raquo;, come negli <em>Spaghetti alle vongole</em> che non presentano n&eacute; spaghetti, n&eacute; vongole (al posto degli spaghetti, <strong>Ticchi</strong> usa delle alghe &mdash; in particolare wakame &mdash; che danno una consistenza filamentosa e marina. Il condimento lavora invece sui sapori archetipici del piatto: aglio, olio, prezzemolo e peperoncino. L&rsquo;idea nasce da una riflessione molto italiana e in parte napoletana: quella delle &ldquo;vongole fujute&rdquo;, cio&egrave; &ldquo;scappate&rdquo;, dove il sapore del mare viene evocato senza presenza reale del mollusco. Resta soltanto la memoria gustativa del piatto).</p>

<p>Thinking in progress. Perch&eacute; per progredire, anche in cucina, non &egrave; tanto importante darsi le corrette risposte, quanto farsi le giuste domande.</p>

<p>&nbsp;</p>

<p><em>(Pi&ugrave; sotto, l&rsquo;intervento di Jacopo Ticchi a Encuentro de los mares. Cos&rsquo;&egrave;, anzi cos&rsquo;&egrave; stata questa kermesse? <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/112/42654/news/a-tenerife-il-congresso-che-racconta-il-mare-la-sua-salute-le-sue-bonta.html">La abbiamo presentato qui:</a> &egrave; stata l&rsquo;ottava edizione del forum internazionale che unisce scienza, gastronomia, pesca e cultura, questa volta sotto il motto &quot;Capitale Naturale Blu&quot;. L&#39;iniziativa ha riunito a Tenerife &ndash; chi scrive era l&agrave; - importanti voci internazionali per discutere della nuova gastronomia di mare, del futuro del mestiere del pescatore, della salute degli oceani e del rapporto del consumatore con la materia prima ittica. Ne sono usciti tanti spunti, torneremo a parlarne. Ma intanto, come detto, la parola a Ticchi, che se la merita).</em></p>

<p>&nbsp;</p>

<p><strong>L&#39;INTERVENTO DI JACOPO TICCHI A ENCUENTRO DE LOS MARES</strong></p>

<p>[[ima5]]&quot;Sono molto onorato di partecipare a un momento cos&igrave; speciale di dialogo. Un dialogo che vorrei fosse costruttivo, che fosse un ponte tra cucina, scienza e amore per il mare e per chi lo abita. Un amore gastronomico, un sentimento che ha mosso la mia ricerca: restituire al pesce quanto pi&ugrave; senso e valore possibile. La mia missione da cuoco &egrave; convertire la passione per il cibo in divulgazione di buone pratiche, per massimizzare il potenziale della materia. In questi anni mi sono dedicato al pesce perch&eacute; sentivo fosse un mondo in cui percepivo delle mancanze. Mancanze che portavano a trasformare una materia preziosa in un risultato spesso poco meritevole, che non rispettava il suo reale potenziale, n&eacute; il suo valore cos&igrave; sensibile. Mi sono quindi buttato in una serie di ragionamenti, arrivando a osservare il mondo degli animali di terra come modello virtuoso di valorizzazione del prodotto: piccole filiere, allevamenti attenti, macellazioni controllate, macellerie consapevoli &mdash; prima ancora della cucina.</p>

<p>Nel mondo ittico, questa catena spesso manca. Il pesce viene pescato, fatto morire male e abbandonato a un rapido degrado dovuto a una gestione poco attenta. Dopo pochi giorni perde valore, non perch&eacute; sia una materia fragile, ma perch&eacute; viene conservato male, con conseguenze enormi in termini di spreco e anche di sicurezza alimentare. A questo punto entra in gioco un nuovo approccio alla conservazione: pi&ugrave; consapevole, pi&ugrave; controllato. Gastronomico. Non solo volto a prolungare la vita del prodotto, ma a trasformare il tempo in valore Qui si apre il tema della frollatura, o maturazione enzimatica. Non pi&ugrave; solo conservazione, ma scelta strategica.</p>

<p><br />
Durante questo processo avvengono trasformazioni precise:<br />
<em>&bull; azione delle proteasi</em> &rarr; carni pi&ugrave; morbide e setose<br />
<em>&bull; degradazione controllata delle proteine </em>&rarr; sviluppo di umami<br />
<em>&bull; riduzione dell&rsquo;acqua libera </em>&rarr; maggiore concentrazione del sapore<br />
<em>&bull; stabilizzazione dei grassi</em> &rarr; evoluzione aromatica, note pi&ugrave; dolci, quasi burrose<br />
<em>&bull; modifiche strutturali</em> &rarr; carne pi&ugrave; compatta e leggibile in bocca</p>

<p><br />
Queste trasformazioni permettono di lavorare sia sul crudo &mdash; migliorando taglio, texture, colore &mdash; sia sul cotto, arrivando a strutture pi&ugrave; precise: pelle croccante, succosit&agrave; interna, qualit&agrave; del morso. Parallelamente, la sfida del ristorante <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/27760/ristoranti/da-lucio.html">Da Lucio</a> &egrave; stata quella di ripensare l&rsquo;intera catena del valore del pesce. Uno dei pilastri &egrave; il servizio dalla testa alla coda: un approccio tecnico che permette di convertire in valore reale fino al 90% del pesce, rispetto a una media della ristorazione intorno al 60%. Teste, collari, interiora, code &mdash; parti spesso considerate scarti &mdash; diventano elementi centrali del servizio, scelti direttamente dal cliente.</p>

<p>A questo punto &egrave; importante chiarire cosa intendo per &ldquo;gusto&rdquo;. Per me il gusto non &egrave; solo sapore. Il gusto &egrave; l&rsquo;insieme di consistenze, temperature e componenti organolettiche. Il sapore &egrave; solo una parte del gusto. Quanto raccontato finora rappresenta la prima fase del mio lavoro. Ma da qui nasce la domanda pi&ugrave; importante: <b>come faccio davvero a rispettare e a mettere in luce il vero gusto del pesce?</b></p>

<p>Analizzando il mio lavoro, mi sono reso conto che ogni gesto di cucina &mdash; ogni condimento, ogni tecnica &mdash; finiva per dare una forte identit&agrave; al pesce. Il risultato era chiaro: pesci anche molto pregiati finivano per sapere principalmente di aglio e prezzemolo, di olio d&rsquo;oliva, di limone. Il pesce diventava struttura, supporto. Quando ho iniziato a rendermene conto, &egrave; stato quasi destabilizzante. Qualsiasi cosa aggiungessi, il pesce perdeva centralit&agrave;. Allo stesso tempo, il pesce completamente naturale &egrave; difficile da apprezzare: molti pesci bianchi sono delicatissimi, a volte quasi impercettibili. Serve un intervento del cuoco. Ma quale? Da qui nasce il mio lavoro, diviso in due pilastri.</p>

<p><br />
<b>1. Analisi critica della tradizione</b><br />
Mettere in discussione i gesti e gli usi che definiscono il &ldquo;gusto di mare&rdquo; nella nostra memoria.</p>

<p><b>2. Analisi sensoriale della materia</b><br />
Studiare il pesce al naturale, cercando sfumature sottili, per costruire da l&igrave; nuovi gesti e nuovi condimenti capaci di amplificare &mdash; non coprire &mdash; il gusto.</p>

<p><br />
In <strong>Italia</strong>, il gusto del mare &egrave; spesso associato a elementi molto precisi:<br />
<em>&bull; aglio e prezzemolo<br />
&bull; olio extravergine d&rsquo;oliva<br />
&bull; succo di limone<br />
&bull; pomodoro (guazzetti, sughi)<br />
&bull; pane gratinato<br />
&bull; fritto<br />
&bull; brace<br />
&bull; vapore<br />
&bull; acqua di mare o salamoie<br />
&bull; ghiaccio e freddo spinto nel crudo</em></p>

<p>In <strong>Francia</strong>:<br />
<em>&bull; burro<br />
&bull; fondi e riduzioni<br />
&bull; vino bianco<br />
&bull; fumetti strutturati<br />
&bull; salse montate</em></p>

<p>In <strong>Spagna</strong>:<br />
<em>&bull; aglio<br />
&bull; piment&oacute;n<br />
&bull; fritture<br />
&bull; cotture alla griglia molto marcate<br />
&bull; emulsioni e salse intense</em></p>

<p>In <strong>Giappone</strong>:<br />
<em>&bull; soia<br />
&bull; miso<br />
&bull; dashi<br />
&bull; fermentazioni<br />
&bull; acidit&agrave; controllata del riso<br />
&bull; tagli e texture molto codificate</em></p>

<p><br />
Tutti questi elementi costruiscono identit&agrave; culturali fortissime. Ma sono interpretazioni. L&rsquo;anno scorso, durante il fermo pesca, abbiamo costruito un menu che sembrava completamente una cucina di mare &mdash; per gusto, struttura, sensazione &mdash; ma senza utilizzare pesce. &Egrave; stato un esperimento e una provocazione: cosa riconosciamo davvero quando diciamo &ldquo;sa di mare&rdquo;? Oggi, il mio lavoro si muove verso un obiettivo preciso: costruire un sistema creativo che parte dall&rsquo;analisi sensoriale della materia e arriva a esaltarne le caratteristiche intrinseche. Non aggiungere gusto, ma amplificare quello che gi&agrave; esiste.</p>

<p>La domanda che mi pongo &mdash; e che pongo anche a voi &mdash; &egrave;: <b>come pu&ograve; la scienza aiutarmi a comprendere e definire il gusto del pesce?</b> Voglio riuscire a cogliere ci&ograve; che oggi sfugge. Evidenziarlo. Renderlo leggibile. Voglio costruire una nuova tradizione, una nuova cucina di mare, che parta dalla valorizzazione della singola specie. Voglio poter raccontare il gusto di una spigola, di un dentice, con parole precise. Perch&eacute; oggi descriviamo molto bene texture e struttura, ma molto meno il sapore. Questa &egrave; oggi la mia missione&quot;.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/jacopo-ticchi-encuentro-de-los-mares-2.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/95/42721/dal-mondo/il-quesito-di-jacopo-ticchi-che-sapore-ha-il-mare-e-come-faccio-a-afferrarlo.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/95/dal-mondo.html">95</category>			</item>			<item>				<title>Ciro Oliva e Paolo Rota: pizza d'autore e alta cucina a Identità Golose Milano</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/413/42710/identita-golose-milano/ciro-oliva-e-paolo-rota-pizza-dautore-e-alta-cucina-a-identita-golose-milano.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Luned&igrave; 11 maggio <a href="https://www.identitagolosemilano.it/prenotazioni/" rel="nofollow">l&#39;hub di via Romagnosi 3</a> mette in scena uno di quegli incontri che, dalla sua fondazione, definiscono lo spirito con cui &egrave; nata <em>Identit&agrave; Golose Milano</em>. Da una parte <strong>Ciro Oliva</strong>, quarta generazione di pizzaioli del rione Sanit&agrave;, anima di <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/462/35745/locali/concettina-ai-tre-santi.html">Concettina ai Tre Santi</a>. Dall&#39;altra <strong>Paolo Rota</strong>, chef di <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/35341/ristoranti/da-vittorio.html">Da Vittorio</a> St. Moritz e direttore creativo di <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/11965/ristoranti/da-vittorio.html?p=0&amp;q=cerea&amp;hash-city=cs-city-brusaporto&amp;">Da Vittorio</a> a Brusaporto, in provincia di Bergamo. Due mondi che la cronaca ha tenuto separati per molto tempo, la pizza d&#39;autore e la grande ristorazione, ma che in realt&agrave; sono uniti da un&#39;identica idea di cura, di artigianalit&agrave; e di accoglienza.</p>

<p>A rendere possibile la serata &egrave; la collaborazione con <a href="https://latteriasorrentina.com/" rel="nofollow">Latteria Sorrentina</a>, storico caseificio campano di Sant&#39;Anastasia, in provincia di Napoli, dove dal 1880 la famiglia <strong>Amodio</strong> porta avanti, di generazione in generazione, e oggi siamo alla quinta, una produzione di altissima qualit&agrave; che ha saputo coniugare il rigore di una distribuzione capillare con un&#39;attenzione artigianale rimasta intatta.&nbsp;</p>

<p>Per chi conosce il percorso di <strong>Ciro Oliva</strong> - classe 1992, gi&agrave; protagonista delle nostre pagine in pi&ugrave; occasioni&nbsp;- la sua presenza all&#39;hub &egrave; un ritorno atteso. Il fuoco di <em>Concettina ai Tre Santi</em> &egrave; acceso al rione Sanit&agrave; di Napoli dal 1951, quando la bisnonna <strong>Concettina Flessigno Oliva</strong>, dinanzi al suo basso, sfornava pizze fritte per tutto il quartiere. L&#39;insegna deve il proprio nome all&#39;edicola votiva accanto al locale, dedicata a <strong>San Vincenzo Ferrari</strong>, <strong>Sant&#39;Alfonso Maria de&#39; Liguori</strong> e <strong>Sant&#39;Anna</strong>: un dettaglio che racconta meglio di mille parole la trama di sacro e popolare in cui la pizzeria si radica.</p>

<p>[[ima2]]Quarta generazione di famiglia alla guida del locale, <strong>Ciro Oliva</strong> &egrave; cresciuto custodendo l&#39;impasto a formula segreta del padre <strong>Antonio</strong> e ha saputo trasformare <em>Concettina ai Tre Santi</em> in un nodo del fermento culturale del quartiere. La sua &egrave; una pizza che dialoga senza timidezze con il mondo dell&#39;alta cucina: non a caso, gi&agrave; nel 2017, <strong>Massimo Bottura</strong> gli aveva dedicato un appetizer - <em>Omaggio a Ciro Oliva</em> - in un menu dell&#39;<em>Osteria Francescana</em>. Non poco, per un ragazzo che all&#39;epoca aveva venticinque anni; e una scintilla che, lungi dal montargli la testa, ha alimentato negli anni una ricerca sempre pi&ugrave; rigorosa.</p>

<p>&laquo;La curiosit&agrave; e il confronto per me sono tutto&raquo;, ama ripetere <strong>Ciro Oliva</strong>. E ancora: &laquo;Dentro una pizza c&#39;&egrave; tutto. &Egrave; casa, &egrave; Italia, &egrave; eccellenza. C&#39;&egrave; chi pensa che la pizzeria sia una seconda scelta rispetto al ristorante, io voglio cancellare questa visione. La pizza &egrave; cultura, &egrave; sentimento, &egrave; ricerca, &egrave; investimento ed esalta il pilastro su cui si fonda la bellezza del nostro Paese: l&#39;artigianalit&agrave;&raquo;.&nbsp;</p>

<p>A questa intelligenza identitaria si affiancher&agrave; lo sguardo di <strong>Paolo Rota</strong>, pezzo importante della &quot;galassia <strong>Cerea</strong>&quot;. <em>Da Vittorio</em>, a Brusaporto, in provincia di Bergamo, &egrave; da decenni il quartier generale di una delle famiglie pi&ugrave; importanti della ristorazione&nbsp;italiana: nato dal talento&nbsp;di pap&agrave; <strong>Vittorio</strong> e tenuto vivo da mamma <strong>Bruna</strong> insieme a <strong>Rossella</strong>, <strong>Chicco</strong>, <strong>Bobo</strong> e <strong>Francesco</strong>, &egrave; un universo costruito su sorrisi, professionalit&agrave; estrema e tradizione rinnovata, con le tre stelle Michelin a confermarne la statura. L&igrave; <strong>Paolo Rota</strong> &egrave; oggi direttore creativo, e al tempo stesso firma la cucina di <em>Da Vittorio</em> St. Moritz, l&#39;avamposto engadinese del gruppo nel <em>Carlton Hotel</em>: due stelle Michelin e una reputazione consolidata di miglior ristorante italiano in Svizzera.</p>

<p>[[ima3]]Il dialogo tra i due si misurer&agrave; tutto nel menu: ad aprire sar&agrave; la <em>Sott&#39;ngopp con filacce di Fior di latte in panna</em> di <strong>Ciro Oliva</strong>, riedizione della pizza-firma di <em>Concettina ai Tre Santi</em>, quella che si compone al tavolo, con il condimento alla base e il disco di pasta fritta rovesciato sopra, qui declinata su un fior di latte d&#39;eccellenza. A seguire&nbsp;ancora una sua creazione, la <em>Margherita con provola affumicata di Napoli a crudo e spezie della Gaiola</em>. Tocca poi a <strong>Paolo Rota</strong> con la <em>Terrina di carne, foglie e sugo d&#39;arrosto</em>.</p>

<p>Il cuore della cena sar&agrave; il piatto a quattro mani: <em>Concettina alla Da Vittorio</em>, in cui l&#39;impasto&nbsp;cotto nel ruotino, con burro e grattugiata di ricotta stagionata, potr&agrave; essere inzuppato nel mitico sugo dei <em>Paccheri alla Vittorio</em>. Una sintesi quasi programmatica: la cifra della pizzeria napoletana incontra l&#39;iconografia pi&ugrave; riconoscibile della casa <strong>Cerea</strong>. Si torna poi alla mano di <strong>Paolo Rota</strong> per il <em>Merluzzo profumato al limone, il suo succo, cipolla ripiena</em>. A chiudere, ancora la sua firma con il dolce arrivederci:&nbsp;<em>Cannoncini e Gioconda</em>, a passaggio.</p>

<p>A fare da trama, dall&#39;inizio alla fine, sar&agrave; la qualit&agrave; casearia di <em>Latteria Sorrentina</em>, dal fior di latte alla ricotta stagionata, in un menu che valorizza ci&ograve; che meglio sa fare: dare fondamento a una tavola che vuole essere insieme popolare e raffinata.</p>

<p>Il menu sar&agrave; proposto al prezzo di 85 euro a persona, vini e bevande incluse. Orario unico di prenotazione: ore 20:00. Per partecipare, <a href="https://www.identitagolosemilano.it/prenotazioni/" rel="nofollow">&egrave; possibile prenotare a questo link</a>.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/fotojet-19-3.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/413/42710/identita-golose-milano/ciro-oliva-e-paolo-rota-pizza-dautore-e-alta-cucina-a-identita-golose-milano.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/413/identita-golose-milano.html">413</category>			</item>			<item>				<title>inJob Hospitality: a servizio delle aziende per la selezione e formazione del personale  </title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/205/42700/hotellerie/injob-hospitality-a-servizio-delle-aziende-per-la-selezione-e-formazione-del-personale-.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>&nbsp;</p>

<p>Dal 2001, <a href="https://injob.com/injob-hospitality/" rel="nofollow" target="_blank">inJob</a>, azienda leader nella ricerca e nella selezione di personale qualificato, opera come partner strategico per le imprese, fornendo soluzioni di <em>recruiting</em> mirate e personalizzate, includendo servizi quali la somministrazione del lavoro, il reclutamento, la gestione delle risorse e la formazione. Azioni che nel tempo migliorano l&#39;efficienza operativa delle aziende, riducendo il carico amministrativo.</p>

<p>La divisione dedicata al settore <em>hospitality</em>&nbsp;-&nbsp;<a href="https://injob.com/injob-hospitality/" rel="nofollow" target="_blank">inJob Hospitality</a> -, in particolare, combina un&#39;approfondita conoscenza del mercato con l&#39;accesso a un network di talenti di primo livello, coprendo, anche in questo caso, ogni area funzionale: dalla ricerca e sviluppo al marketing, fino alla gestione operativa e strategica.</p>

<p>[[ima2]]<br />
<em>inJob Hospitality </em>nasce per rispondere alle esigenze specifiche di grandi hotel, catene, ristoranti e villaggi turistici, con soluzioni su misura per la ricerca, selezione e formazione del personale, tenendo conto delle complessit&agrave; che caratterizzano il settore del turismo; il tutto attraverso un approccio che si distingue per l&rsquo;eccellenza nei processi, la velocit&agrave; di risposta e un focus sulla costruzione di relazioni di lungo termine con i partner.<br />
<br />
A prendersene cura, un team dedicato, composto da professionisti altamente qualificati che offrono un servizio personalizzato, dal primo contatto fino alla completa integrazione dei candidati nel contesto aziendale. Inoltre, vero punto di forza &egrave; rappresentato da un database specializzato, costantemente aggiornato per includere solo profili rilevanti e ottimizzato per settori e ruoli specifici, in grado di garantire una ricerca rapida ed efficiente per ogni posizione richiesta.</p>

<p>&nbsp;</p>

<p><strong>Ma in che maniera inJob garantisce il successo nel lungo termine?</strong><br />
[[ima3]]<br />
Intanto, offrendo percorsi di formazione su misura che coprono le principali necessit&agrave; del settore, a partire da una valutazione iniziale. Il processo di colloquio approfondito include, infatti, una valutazione delle competenze e delle attitudini dei candidati per identificare coloro che beneficeranno di una formazione specifica. A tal proposito, nascono le <em>Academy Formative</em>, attraverso le quali si progettano corsi personalizzati studiati per formare figure chiave nelle aziende clienti, come commis di cucina, camerieri ai piani o personale di sala.</p>

<p>Si tratta di percorsi che non solo preparano i candidati, ma assicurano che il personale sia gi&agrave; pronto ad affrontare le sfide del settore.</p>

<p>In aggiunta, <em>inJob</em> si differenzia rispetto a tante multinazionali che operano nel settore, in quanto queste ultime sono spesso vincolate da processi standardizzati e rigidi; diversamente inJob offre soluzioni su misura, adattandosi alle specifiche esigenze di aziende e candidati. Senza contare una conoscenza profonda del territorio in cui opera, garantendo un network locale solido, pur mantenendo la capacit&agrave; di intercettare opportunit&agrave; a livello internazionale. Essendo pi&ugrave; snella come societ&agrave; rispetto alle grandi corporation, pu&ograve; rispondere rapidamente alle richieste di clienti e dei candidati, riducendo tempi di attesa e aumentando l&#39;efficienza. Infine, inJob mette al centro le persone, costruendo relazioni autentiche con candidati e aziende, senza ridurli a numeri in un sistema impersonale.</p>

<p>[[ima4]]<br />
Insomma, <em>inJob Hospitality</em> &egrave; l&rsquo;espressione del <em>know-how</em> di <em>inJob</em> applicato all&rsquo;ospitalit&agrave; di livello, nato per rispondere alle esigenze specifiche di un settore in continua evoluzione dove competenza, visione ed esperienza fanno la differenza. Una divisione in cui professionisti attivi esclusivamente in questo settore apportano una conoscenza diretta, in grado di tradursi nella capacit&agrave; di interpretare con precisione dinamiche, esigenze e obiettivi delle realt&agrave; con cui collaborano.</p>

<p>Ogni progetto nasce dall&rsquo;ascolto e si traduce in soluzioni concrete, flessibili e su misura.</p>

<p>[[ima5]]<br />
Perch&eacute;, dopotutto, nell&rsquo;ospitalit&agrave;, pi&ugrave; che in altri settori, la formazione &egrave; un&rsquo;arte di equilibrio: gli stessi ingredienti, se dosati in modo diverso, possono generare risultati sorprendenti. inJob Hospitality progetta proprio per questa ragione percorsi formativi su misura che integrano competenze tecniche e soft skill con l&rsquo;obiettivo di valorizzare le persone e rafforzare l&rsquo;identit&agrave; del brand.</p>

<p>Partendo dall&rsquo;on boarding fino all&rsquo;alta formazione, unisce conoscenze operative e normative a capacit&agrave; relazionali, comunicative e di gesitione del team. La formazione diventa cos&igrave; uno strumento concerto per migliorare la qualit&agrave; del servizio e sostenere la crescita nel tempo.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/foto-injob-1.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/205/42700/hotellerie/injob-hospitality-a-servizio-delle-aziende-per-la-selezione-e-formazione-del-personale-.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/205/hotellerie.html">205</category>			</item>			<item>				<title>Così il mitico Savarin di riso di Mirella Cantarelli rinasce, nel ristorante sul Lago di Como</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/42695/dallitalia/cosi-il-mitico-savarin-di-riso-di-mirella-cantarelli-rinasce-nel-ristorante-sul-lago-di-como.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Classico non vuol dire vecchio.</p>

<p>Al contrario, prospetta una&nbsp;capacit&agrave; innata di resistere al tempo, di esalare contemporaneit&agrave; in ogni momento. E in cucina ci&ograve; si manifesta attraverso la cura del classico stesso, lasciando che lo si apprezzi, leggero, attualizzato&nbsp;per mezzo di gesti e attenzioni sottili.</p>

<p>[[ima5]]Al ristorante <a href="https://www.villaserbelloni.com/it/mistral-restaurant.html" rel="nofollow" target="_blank">Mistral del Grand Hotel Villa Serbelloni </a>di Bellagio (Como), orchestrato da anni dallo chef <strong>Ettore Bocchia,</strong> il classicismo &egrave; pervadente. E lo &egrave; al punto tale da risultare pi&ugrave; contemporaneo di quanto possiamo immaginare.</p>

<p>[[ima4]]A partire dal servizio: un&rsquo;intera sezione della carta &egrave; interamente dedicata a piatti completati in sala &ndash; dal <em>Gelato all&rsquo;azoto</em>, eco della cucina molecolare di <strong>Bocchia</strong>, realizzato <em>&agrave; la minute</em> con l&rsquo;uso di azoto liquido appunto, poi pochi semplici ingredienti per esaltare l&rsquo;essenza del gusto scelto, o il <em>Canard &agrave; la presse</em>, in doppio servizio (i succhi vengono estratti dalla carcassa di fronte all&rsquo;ospite attraverso la presse, poi arriva il petto).</p>

<p>[[ima3]]Ecco: registrare gesti cos&igrave; accorti, ragionati, ribadisce la presenza effettiva di una sala a servizio dell&rsquo;ospite, ma anche <em>a servizio del cuoco</em>; quella gestualit&agrave; non &egrave; vezzo, n&eacute; un veicolo narrativo ideato per intrattenere l&rsquo;ospite: al contrario, fa parte del pensiero originario del piatto, ed &egrave; a esso funzionale.</p>

<p>E arriviamo proprio al piatto: un <em>Tortello </em>e il consomm&eacute; delicato che lo raggiunge, una <em>Bouillabaisse</em> o il <em>P&acirc;t&eacute; di fegato d&#39;oca</em>, un glorioso <em>Savarin di riso</em>. Non riconosciamo novit&agrave;, almeno apparentemente. Perch&eacute; all&rsquo;assaggio, sviscerando i sapori, il palato riconosce freschezza di pensiero, e di gusto.</p>

<p>Per esempio, in quella linea sottile che tiene insieme una sequenza di piatti,&nbsp;<em>il vegetale</em>. E non come concetto dominante del piatto o del menu, ma come sottofondo armonico che ravviva la percezione iniziale dell&rsquo;assaggio.</p>

<p>Si parte da un&rsquo;esplosione di colore, una danza di consistenze &ndash; verdure crude e cotte dall&rsquo;orto di <strong>Jacopo</strong>, fornitore fidato del <em>Mistral: </em>c&rsquo;&egrave; morso,&nbsp;e poi una spinta agrodolce, con punti citrici di un guacamole che lega questo bouquet a una fermentato vegetale a base di mandorla, ruvida,&nbsp;e alla ciambella, un bao fritto, alla sua base, bagnato appena da acqua di pomodor.</p>

<p>[[ima2]]Il <em>Tortellino al pavone</em>, a seguire, rientra nel repertorio di <strong>chef Bocchia</strong>: sfoglia doppia e porosa, proporzionata al ripieno di pavone vercellese (prelevato prima del piumaggio, cos&igrave; da ottenere carni pi&ugrave; tenere), di cui vengono utilizzate tutte le parti - il petto per il ripieno, la coscia per il rag&ugrave; che viene servito alla base, unendosi al brodo (ottenuto dalle carcasse),&nbsp;per portare ulteriore morso e carnosit&agrave;. La dolcezza del consomm&eacute;&nbsp;rischierebbe di stancare se non fosse per un&rsquo;aggiunta a cui diamo pieno valore solo una volta che la incontriamo, celata ancora una volta alla base: un mar&ograve; (un pesto) di fave. Nota erbacea decisa, soprattutto amaro, che irrobustisce il brodo e sostiene il piatto sino all&#39;epilogo.</p>

<p>Fino alla <em>Bouillabaisse</em>: ogni pesce ha una sua identit&agrave;, quindi crostacei, molluschi, pezzi pi&ugrave; importanti &ndash; <em>carabineros galiziani, branzino selvaggio, triglia, capasanta norvegese</em> - ciascuno cotto separatamente fino all&rsquo;ottenimento della reazione di Maillard. Vengono serviti immersi in un brodetto intenso, che conserva s&igrave; la sapidit&agrave; iodata, raggiunta per&ograve; dall&rsquo;acidit&agrave;&nbsp;tagliente del pomodoro, dalle aromatiche, e da quella punta di piccante che solleva il guazzetto, condendo le carni sode di ogni pesce servito.</p>

<p>Come si &ldquo;costruisce&rdquo; il risultato &egrave; qualcosa che deve interessare&nbsp;limitatamente l&rsquo;ospite: la percezione del piatto deve essere immediata, schietta. &laquo;Rompersi la testa &egrave; affare dei cuochi&raquo;, commenta <strong>Bocchia</strong>. E questo riguarda le cotture, la tecnica, ma anche la scelta degli ingredienti.</p>

<p>Preferire vitelli svizzeri a quelli italiani che rispettano il peso adeguato dell&rsquo;animale, prediligere un fegato d&rsquo;oca galiziano, perch&eacute; libera di nutrirsi come crede -&nbsp;mangiando soprattutto fichi -, scegliere un riso che tenga la cottura, un Carnaroli autentico,&nbsp;mai dall&rsquo;anima esasperata, magari con un chicco pi&ugrave; piccolo, espressione pura del cereale; o ancora una salamella che non contenga sali in eccesso: perch&eacute; tutto questo porta alla rievocazione pi&ugrave; fedele del magnifico <em>Savarin della signora Cantarelli</em>.</p>

<p>[[ima6]]Un capolavoro della cucina italiana, quello della <em>Trattoria</em> nella bassa parmense, a Sambiseto,&nbsp;luogo di pellegrinaggio per tanti critici e appassionati che, per imparare, sedevano a quella tavola. <strong>Ettore</strong> &egrave; cresciuto proprio l&igrave;, con Mirella e suo marito <strong>Peppino</strong>,&nbsp;anche perch&eacute; casa sua era distante solo un soffio da quel locale.</p>

<p>[[ima7]]&laquo;In fondo, non &egrave; neanche un piatto cos&igrave; complesso: eppure ha mandato fuori di testa i pi&ugrave; grandi critici dei nostri tempi&raquo;, ci spiega <strong>Bocchia</strong>: un risotto al burro e parmigiano rivestito da lingua salmistrata, irrorato con un denso fondo di vitello e, a coronare lo sformato, deliziose polpettine. E continua: &laquo;Per ritrovare i sapori di una volta, &egrave; fondamentale andare a trovare i prodotti di una volta. Solo cos&igrave; diventa possibile riprodurre e trasmettere le stesse emozioni&raquo;.&nbsp;Includendo una serie di attenzioni tali da renderlo grandioso cos&igrave; com&rsquo;&egrave;, e come &egrave; sempre stato: il punto di cottura del riso che suggerisce l&rsquo;inizio della mantecatura; il bilanciamento della parte grassa e quella liquida. Gusto rustico, anima nobile: chi ama la cucina non pu&ograve; che inchinarsi dinanzi a questo pezzo di Storia&nbsp;dopo averlo provato almeno una volta nella vita. Anche perch&eacute; &egrave; perfetta espressione di quanto finora descritto: per stupire, non occorre stratificare in eccesso, n&egrave;&nbsp;essere enigmatici, non bisogna neppure spiegare al cliente ogni singolo dettaglio. Basta&nbsp;conquistare la sua attenzione sin dal primo boccone.</p>

<p>Questa pulizia, priva di ostacoli subisce, per&ograve; un contraccolpo in alcuni commensali, vale a dire il pubblico straniero, spesso deluso dall&#39;assenza di una sollecitazione continua delle papille gustative, ormai&nbsp;anestetizzate da salse di soia iper-sapide e dalla massimizzazione dell&rsquo;umami, per cui il gusto originario di un ingrediente, spesso rimane incompreso. Ma questa &egrave; la grande arte della cucina italiana, e perservare senza strabordare, un percorso educativo lento, ma necessario.</p>

<p>E mentre la serata volge al termine abbiamo ormai familiarizzato con i volti che popolano la sala: lavorano qui da anni, e insieme con lo chef hanno istituito un&rsquo;alleanza, un tacito patto di intenti e riconoscenza reciproca, racchiusi&nbsp;in quell&rsquo;intenzione di crescere e maturare in un luogo, lasciando che questo prosperi; un contesto lavorativo che, dal canto suo, offre condizioni rare di benessere del personale, a partire da una mensa ben fornita sempre disponibile, un&rsquo;area relax con una libreria a disposizione, alloggi non affollati, e un sistema di meritocrazia interna per la crescita graduale di talenti.</p>

<p>Senza contare l&rsquo;approvazione da parte della propriet&agrave; di un ampio lavoro di ristrutturazione della pasticceria per poter potenziare la panificazione, i lievitati e tutta la viennoiserie, e i cui benefici maggiori, oltre che a cena, li ritroviamo al risveglio, con una linea di sfogliati irresistibili, dal giusto punto di fusione del burro, che non unge ma gratifica, misurandosi con presenze zuccherine docili. Un perfetto esempio? Il <em>croissant:</em> essenziale, pulito, lieve. Piacere senza tempo, perfetto anche da abbinare ai salumi.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/mistral-cena-153.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/42695/dallitalia/cosi-il-mitico-savarin-di-riso-di-mirella-cantarelli-rinasce-nel-ristorante-sul-lago-di-como.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/dallitalia.html">44</category>			</item>			<item>				<title>Sorpresa: non è vero che la cucina italiana all’estero è tutta un cliché</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/42702/dallitalia/sorpresa-non-e-vero-che-la-cucina-italiana-allestero-e-tutta-un-cliche.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>I londinesi van matti per le cucine regionali italiane, quella toscana e quella siciliana in primis, come anche gli abitanti di Bruxelles, che vi aggiungono la tavola romana. A Berlino son particolarmente golosi di pasta fresca ed eccellenze agroalimentari del nostro Sud, a Monaco di Baviera anche di pinsa romana, a Barcellona di pizza e di tradizione italiana in generale, meglio se ibridata; i marsigliesi son invece piuttosto standard, tutto pizza e carbonara; i parigini pi&ugrave; raffinati, puntano sul nostro fine dining e sulle bont&agrave; del Nord Italia, agognate anche dai viennesi (specie quelle del Nordest, a loro assai vicino culturalmente); pure ad Amsterdam e Lione la tavola tricolore va forte, ma nel primo caso il focus &egrave; sulla sostenibilit&agrave;, nel secondo sul vino&hellip; Insomma: il quadro &egrave; davvero composito e&nbsp;consente di giungere a una conclusione in qualche modo inattesa: che la cucina italiana all&rsquo;estero - e in particolare nelle metropoli europee - sia dominata dai clich&eacute; - ossia tovaglia a quadretti e&nbsp;piatti fotocopia - &egrave; a sua volta un clich&eacute;; in realt&agrave; &ldquo;la ristorazione italiana all&rsquo;estero non esporta un menu standardizzato, ma una variet&agrave; vastissima di proposte, adattamenti, tradizioni e invenzioni, che non sono distinzioni solo nominali ma sostanziali&rdquo;.</p>

<p>&Egrave; questa, una delle sorprese che emergono dal rapporto <em>The Italian Table Abroad</em>, presentato nell&rsquo;ambito delle iniziative in vista della quarta edizione della <a href="https://www.giornatadellaristorazione.it/" rel="nofollow">Giornata della Ristorazione</a>, che verr&agrave; celebrata il prossimo 16 maggio in tutto il territorio nazionale e in diversi Paesi esteri. L&rsquo;indagine, promossa da <a href="https://www.fipe.it/" rel="nofollow">Fipe</a> e realizzata da <em>Sociometrica</em>, dice un&rsquo;altra cosa fondamentale: ossia che la cucina italiana fuori dai confini nazionali non va pi&ugrave; letta come una semplice somma di locali, ma come un vero patrimonio strategico per il Paese.</p>

<p>[[ima2]]Il valore del lavoro sta prima di tutto nel metodo. Per la prima volta, infatti, la presenza della ristorazione italiana in Europa &egrave; stata osservata con un impianto sistematico, comparabile e fondato su una base dati molto ampia. Lo studio ha analizzato 1.486 ristoranti italiani in dieci grandi citt&agrave; europee &mdash; Parigi, Londra, Barcellona, Vienna, Amsterdam, Bruxelles, Monaco di Baviera, Lione, Berlino e Marsiglia &mdash; all&rsquo;interno di una presenza complessiva stimata in 8.960 locali. Ma il dato quantitativo &egrave; solo il punto di partenza. Il vero salto di qualit&agrave; sta nel fatto che l&rsquo;indagine non si limita a contare i ristoranti: ne osserva in profondit&agrave; l&rsquo;offerta, leggendo menu, prezzi, tipologie, rating, recensioni, ingredienti e denominazioni.</p>

<p>Il risultato &egrave; una fotografia molto pi&ugrave; ricca del previsto, come gi&agrave; accennato. L&rsquo;Italia che si racconta all&rsquo;estero non &egrave; un blocco monolitico, ridotto a pochi clich&eacute; ripetuti all&rsquo;infinito, ma una costellazione complessa e articolata. Sono state analizzate oltre 115 mila voci di menu, da cui sono stati costruiti 49.152 cluster semantici, cio&egrave; famiglie omogenee di piatti e preparazioni. Il dato forse pi&ugrave; sorprendente &egrave; che l&rsquo;85,9% di questi cluster compare in un solo ristorante. Tradotto: la ristorazione italiana all&rsquo;estero non esporta un modello standardizzato, ma una variet&agrave; vastissima di ricette, adattamenti, tradizioni, interpretazioni e invenzioni. Non c&rsquo;&egrave; soltanto una cucina italiana fuori dall&rsquo;Italia: ce ne sono moltissime, e questa pluralit&agrave; &egrave; gi&agrave; di per s&eacute; un indicatore di forza culturale.</p>

<p>[[ima3]]Certo, alcuni simboli dominano. Il piatto pi&ugrave; presente nei menu &egrave; una pizza, la <em>Margherita</em>, seguita dal tiramis&ugrave; e dallo spritz. Una triade che racconta bene l&rsquo;immagine dell&rsquo;Italia nel mondo: da un lato i grandi classici popolari, dall&rsquo;altro il successo di un rito sociale come l&rsquo;aperitivo, ormai pienamente europeo. In questo senso, l&rsquo;osservazione contenuta nel rapporto &egrave; particolarmente felice: &laquo;Pi&ugrave; che inventare un cocktail, l&rsquo;Italia ha inventato un&rsquo;ora del giorno&raquo;, ha spiegato com un sorriso <strong>Antonio Preiti</strong>, economista, analista dei comportamenti collettivi nonch&eacute; direttore di <em>Sociometrica</em>, che firma l&rsquo;analisi. Ed &egrave; forse proprio qui uno dei segreti della sua forza internazionale: non esporta soltanto prodotti o ricette, ma modi di stare a tavola, tempi del convivere, piccoli codici di vita quotidiana (se n&rsquo;&egrave; accorta anche l&rsquo;Unesco&hellip;).</p>

<p>Il rapporto introduce anche due indicatori originali che aiutano a capire meglio la qualit&agrave; di questa presenza. Il primo &egrave; l&rsquo;<em>Indice di Valore</em>, che misura il rapporto tra qualit&agrave; percepita e prezzo. Il secondo &egrave; l&rsquo;<em>Indice di Autenticit&agrave;</em>, costruito per capire quanto un ristorante venga percepito come autenticamente italiano, combinando elementi oggettivi &mdash; come menu, ingredienti, lessico, coerenza territoriale &mdash; e fattori percettivi ricavati dalle opinioni dei clienti. &Egrave; un passaggio importante, perch&eacute; permette finalmente di distinguere tra la semplice quantit&agrave; della presenza italiana e la sua effettiva qualit&agrave; simbolica e commerciale.</p>

<p>I risultati confermano la straordinaria forza della tavola italiana. Il rating medio dei ristoranti analizzati &egrave; altissimo, 8,95 su 10, mentre il prezzo medio del piatto principale &egrave; accessibile, di 30,30 euro. La ristorazione italiana si presenta dunque come un&rsquo;offerta fortemente apprezzata e insieme relativamente a buon mercato, capace di tenere insieme reputazione e costo in modo competitivo. Non &egrave; un dato secondario: significa che la cucina italiana continua a essere percepita come desiderabile, affidabile e gratificante, senza perdere del tutto la sua dimensione popolare.</p>

<p>[[ima4]]Interessante anche la distribuzione geografica dei risultati. Parigi &egrave; la citt&agrave; con pi&ugrave; ristoranti analizzati, mentre Londra guida la classifica dell&rsquo;<em>Indice di Autenticit&agrave;</em>, seguita da contesti in cui la ristorazione italiana sembra specializzarsi maggiormente e valorizzare con pi&ugrave; forza le identit&agrave; regionali. &Egrave; un segnale importante: nei mercati pi&ugrave; sofisticati l&rsquo;italianit&agrave; non vince quando si semplifica, ma quando riesce a proporsi con maggiore consapevolezza, articolazione e precisione.</p>

<p>Sul piano dei format, la pizzeria si conferma il modello pi&ugrave; diffuso e replicabile: 345 locali, prezzo medio inferiore alla media generale e un <em>Indice di Valore</em> pari a 12,5. Ma &egrave; l&rsquo;osteria, pur essendo numericamente marginale, a registrare le performance qualitative pi&ugrave; elevate, con <em>Indice di Valore</em> pari a 13,3 e rating medio di 9,21. &Egrave; un dato che fa riflettere, perch&eacute; suggerisce che quando la ristorazione italiana riesce a portare all&rsquo;estero non solo i suoi piatti pi&ugrave; noti, ma anche una certa idea di tavola, di territorio, di racconto gastronomico, il riconoscimento cresce.</p>

<p>Tutto questo porta a una conclusione netta. La ristorazione italiana all&rsquo;estero &egrave; una grande risorsa nazionale non soltanto perch&eacute; genera fatturato, occupazione e visibilit&agrave;, ma perch&eacute; svolge una funzione ben pi&ugrave; ampia: contribuisce a costruire il brand Italia, alimenta il desiderio di viaggio, rafforza la reputazione del Paese e rende visibile uno stile di vita fondato su convivialit&agrave;, qualit&agrave;, territorio e riconoscibilit&agrave;. Ogni ristorante italiano fuori dai confini nazionali, in questo senso, agisce come un presidio culturale diffuso. Non &egrave; solo un luogo dove si mangia italiano: &egrave; un luogo dove si incontra un&rsquo;idea di Italia.</p>

<p>Ed &egrave; proprio per questo che il rapporto presentato alla <a href="https://www.giornatadellaristorazione.it/" rel="nofollow">Giornata della Ristorazione</a> ha un valore che va oltre il settore. Per la prima volta, una presenza vasta ma spesso percepita in modo intuitivo viene trasformata in un patrimonio di conoscenza strategica. Conoscerla, misurarla e monitorarla in modo continuativo significa dotarsi di uno strumento utile non solo per le imprese, ma anche per le istituzioni e per le politiche di promozione del Paese. Perch&eacute; oggi, nel mondo, l&rsquo;Italia passa anche &mdash; e forse soprattutto &mdash; da una tavola apparecchiata bene.</p>

<p>[[ima5]]Spiega <strong>Lino Enrico Stoppani</strong>, presidente della <a href="https://www.fipe.it/" rel="nofollow">Fipe-Confcommercio</a>:&nbsp;&laquo;La <a href="https://www.giornatadellaristorazione.it/" rel="nofollow">Giornata della Ristorazione</a> vuole essere il simbolo di un settore che, oltre a generare ricchezza e occupazione, &egrave; anche identit&agrave;, cultura, memoria. In questo contesto, ogni ristorante italiano all&rsquo;estero contribuisce alla costruzione del brand Italia, alimenta il desiderio di viaggio, rafforza la reputazione del Paese e rende visibile uno stile di vita fondato su convivialit&agrave;, qualit&agrave;, territorio e riconoscibilit&agrave; italiana. Ne abbiamo avuto ulteriore testimonianza dalla ricerca oggi presentata sul &ldquo;valore e la percezione della ristorazione italiana nel mondo&rdquo;, dalla quale &egrave; emerso che i ristoranti italiani censiti, i menu analizzati, i prezzi rilevati, non sono solo indicatori di un mercato, ma espressione di una rete di soft-power, che costituisce la pi&ugrave; capillare ed efficace forma di diplomazia culturale che l&rsquo;Italia abbia mai dispiegato nel mondo. Il senso delle piazze, i nostri piatti iconici, la tradizione della colazione al bar, la convivialit&agrave; della tavola, la comunit&agrave;, l&rsquo;ospitalit&agrave;, lo stile di vita, fanno del modello italiano di pubblico esercizio, qualificato e diffuso, l&rsquo;espressione pi&ugrave; vera del <em>sense of Italy</em>, che include e interconnette la cultura, il patrimonio creativo del Paese e che costituisce una infrastruttura immateriale abilitante per l&rsquo;innovazione, la rigenerazione dei contesti locali e per il rafforzamento del brand Italia&raquo;.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/pasta-1.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/42702/dallitalia/sorpresa-non-e-vero-che-la-cucina-italiana-allestero-e-tutta-un-cliche.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/dallitalia.html">44</category>			</item>			<item>				<title>Guardare avanti: il futuro del vino oltre il Vinitaly</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/136/42696/in-cantina/guardare-avanti-il-futuro-del-vino-oltre-il-vinitaly.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Se c&rsquo;&egrave; una cosa che abbiamo notato in questa ultima edizione del <em>Vinitaly</em> &egrave; stata la voglia di pensare al futuro da parte degli operatori. Certo, le preoccupazioni non mancano, ci mancherebbe altro. Ma alla fine partecipare a una fiera significa anche questo: credere nel futuro. Perch&eacute; alla fine, una soluzione si pu&ograve; trovare.<br />
Non &egrave; questo il primo periodo di crisi del settore, dopo anni anche di &ldquo;vacche grasse&rdquo;, e probabilmente non sar&agrave; nemmeno l&rsquo;ultimo, ma la mentalit&agrave; non &egrave; quella del piangersi addosso, che comunque non porta a risultati. Bisogna guardare avanti, aprirsi nuove strade.<br />
Anche il <em>Congresso</em> di <em>Identit&agrave; Golose Milano</em> &egrave; alle porte, con il tema proprio di <em>Identit&agrave; Future</em>. Guardare avanti, appunto, oltre gli ostacoli.<br />
Noi della redazione di <em>Identit&agrave; di Vino</em> abbiamo cercato dei vini che avessero gi&agrave; prospettiva rivolta al domani: baster&agrave; semplicemente leggere i nostri appunti di viaggio in questo articolo.&nbsp;</p>

<p><strong>Barolo Orlando di Mura Mura, eleganza e profondit&agrave;</strong><br />
Tra le etichette pi&ugrave; interessanti presentate a Vinitaly 2026 si distingue il <em>Barolo Orlando 2022</em> di <a href="https://www.muramura.it/" rel="nofollow">Mura Mura</a> , un vino che interpreta con eleganza e profondit&agrave; uno dei territori pi&ugrave; vocati delle Langhe. Questa realt&agrave; &egrave; il progetto vitivinicolo fondato da <strong>Guido Martinetti</strong> e <strong>Federico Grom</strong>, gi&agrave; noti per aver creato il marchio <em>Grom</em>. Il <em>Barolo Orlando</em> nasce nel comune di <em>Serralunga d&rsquo;Alba</em>, dalle vigne pi&ugrave; giovani del vigneto di <em>Sorano</em>, un&rsquo;area rinomata per la capacit&agrave; di generare vini di grande struttura e longevit&agrave;. Un grande classico insomma che non segue le mode ma che si rinnova continuamente senza mai tradire la vera essenza di quello che viene chiamato <em>&ldquo;il Re dei Vini, il vino dei Re&rdquo;</em>.<br />
Prodotto esclusivamente da uve <em>Nebbiolo</em>, si caratterizza per uno stile ricco e avvolgente, in cui la potenza tipica del territorio si unisce a una sorprendente armonia gustativa. La produzione limitata contribuisce a rendere questa etichetta ancora pi&ugrave; preziosa, pensata per raccontare con coerenza e personalit&agrave; il volto pi&ugrave; autentico del <em>Barolo</em>.<br />
<strong>Salvo Ognibene</strong></p>

<p>[[ima2]]</p>

<p><strong>Piz Ros&eacute; Pinot Noir di Girlan, sorprendente novit&agrave;</strong><br />
Si pensa che il <em>Pinot Noir</em> sia uno di quei vitigni intramontabili, che avr&agrave; sempre il suo congruo numero di appassionati. <a href="https://www.girlan.it/it/" rel="nofollow">Girlan</a>, importante cantina cooperativa dell&rsquo;Alto Adige, lo sa bene, e negli anni ha sviluppato sempre di pi&ugrave; la valorizzazione di questo vitigno, nelle sue diverse forme. La novit&agrave; appena presentata al <em>Vinitaly</em>, che andr&agrave; a raggiungere una nuova fetta di appassionati, si chiama <em>Piz Ros&eacute; Pinot Noir</em>. Le uve provengono dalle parcelle di <em>Pinot Noir</em> situate alle altitudini pi&ugrave; elevate della <em>Cantina Girlan</em>, tra i 550 e i 650 metri. Il nome <em>&ldquo;Piz&rdquo;</em> deriva dal ladino e significa semplicemente <em>cima</em>.<br />
Il vino &ndash; prima annata la 2025 &ndash; rispecchia perfettamente quanto dichiarato nel nome. Il mosto resta a contatto con le bucce solo per poche ore, per estrarre un colore tenue e aromi fruttati raffinati. Poi affinamento in acciaio sulle fecce fini, senza malolattica, per essere poi imbottigliato in primavera. Al naso le note sono freschissime, di ribes e lampone, ma anche di fiori rossi, di rosa. Al sorso &egrave; fresco e leggiadro, con un tocco di sapidit&agrave;. Vino ideale per l&rsquo;estate, ma che pu&ograve; regalare anche sorprese nei mesi successivi.<br />
<strong>Raffaele Foglia</strong></p>

<p><strong>Pievica, Dennis Borchia esalta i Piwi</strong><br />
La sigla &egrave; decisamente sintetica: <em>Piwi</em>. Quattro lettere da una definizione in tedesco <em>Pilzwiderstandsfaehig</em> che significa <em>&ldquo;viti resistenti alle principali malattie fungine&rdquo;</em>, vale a dire infestanti come peronospora e oidio. Ebbene i vini da variet&agrave; <em>Piwi</em> - che non sono <em>Ogm</em>, solo frutto d&rsquo;incroci naturali tra viti classiche e quelle ibride di specie americane - sono ritenuti interpreti del bere gioviale, spensierato, sicuramente ecocompatibile.<br />
<em>Piwi</em> solitamente coltivate in montagna, anche se il Veneto vanta il primato italiano con sostanziosa pattuglia di vignaioli. Coltivano quasi 700 ettari, un centinaio le aziende che mettono sul mercato oltre 200 etichette di vini <em>Piwi</em>. Tra le aziende emergenti - solitamente a gestione familiare - &egrave; doverosa la citazione di <a href="https://www.instagram.com/dennisborchia_winery/" rel="nofollow">Dennis Borchia</a>, giovane enologo impegnato da anni in una cantina icona della Valpolicella, e che a Bussolengo, nei poderi della sua famiglia contadina, ha impiantato alcune variet&agrave; <em>Piwi</em>. Con risultati enologici decisamente entusiasmanti.<br />
Da un mix di uve <em>Bronner</em> e <em>Johanniter</em> mettono in bottiglia <em>Pievica</em>, vino bianco dedicato ai loro due giovanissimi figli, <strong>Pietro</strong> e <strong>Ludovica</strong>, cangiante nel colore verdognolo con schegge d&rsquo;oro, nuances di frutta esotica, tra richiami di susina, ananas e un grazioso cenno di vaniglia. Sorso aromatico nell&rsquo;impatto, per poi distendersi sul palato con trama succosa, sinceramente salino, appagante e molto innovativo.<br />
<strong>Nereo Pederzolli</strong></p>

<p><strong>Cabreo Il Borgo e la rivoluzione SuperTuscan</strong><br />
Si fa presto a dire <em>SuperTuscan</em>. Una delle rivoluzioni pi&ugrave; affascinanti della storia del vino mondiale, nata ormai pi&ugrave; di 50 anni fa come ribellione ai limiti dei disciplinari, ha prodotto campioni e fuoriclasse, conosciuti e apprezzati in tutto il pianeta. Il <em>Cabreo Il Borgo</em> ne rappresenta la visione della famiglia <a href="https://www.tenutefolonari.com/" rel="nofollow">Folonari</a>. Siamo a Greve in Chianti, sulle dolci colline dove il <em>Sangiovese</em> si accoppia &ndash; in un suadente matrimonio enologico &ndash; al <em>Cabernet Sauvignon</em>. Un vino contemporaneo, non possente bens&igrave; armonioso e persistente che fa incontrare la tradizione chiantigiana a quello stile internazionale che proprio i promotori della rivoluzione toscana volevano portare nella bottiglia.<br />
L&rsquo;annata 2021, caratterizzata da un clima equilibrato e una vendemmia eccellente, ha conferito al vino una freschezza vibrante e una profondit&agrave; aromatica straordinaria.<br />
Nel bicchiere il rosso rubino &egrave; intenso e brillante. Al naso il bouquet &egrave; complesso e seducente, si percepiscono immediati i frutti rossi maturi, la ciliegia e la prugna che lasciano spazio ai terziari: cuoio, tabacco e vaniglia. In bocca &egrave; aristocratico eppure delicato, da bere e da apprezzare con tannini ben levigati e una leggera nota acida che lascia trasparire il potenziale per un lungo affinamento.<br />
<strong>Maurizio Trezzi</strong></p>

<p>[[ima3]]</p>

<p><strong>Colline Albelle, viaggio Inbianco nella biodiversit&agrave;</strong><br />
<a href="https://www.collinealbelle.com/" rel="nofollow">Colline Albelle</a> &egrave; una giovane realt&agrave; vitivinicola nata a Riparbella dall&rsquo;iniziativa di <strong>Dilyana Vassileva </strong>e <strong>Irena Gergova</strong>, imprenditrici bulgare con esperienza nel mondo del vino, affiancate dall&rsquo;enologo francese <strong>Julian Reneaud</strong>, ormai profondamente legato alla Toscana. Il nome richiama il territorio che ospita la cantina e rende omaggio ai suoli caratteristici di questa zona della Maremma: terreni chiari, tufacei e sabbiosi, detti &ldquo;albelli&rdquo; dal latino albus, ovvero bianco. Si tratta di suoli particolarmente vocati alla viticoltura, grazie alla loro freschezza, alla presenza di falde acquifere sotterranee e a un&rsquo;altitudine di circa 300 metri sul livello del mare.<br />
Il paesaggio incontaminato ha guidato i tre soci verso una gestione agricola biologica, con attenzione al recupero della biodiversit&agrave; nei boschi circostanti e alla creazione di un orto secondo i principi della permacultura, accanto al casale attualmente in ristrutturazione.<br />
Abbiamo assaggiato <em>Inbianco Igt 2024</em>. Bella la parte visiva con una limpidezza vivace, al naso ha bei cenni vegetali di mentuccia e maggiorana con note agrumate di lime. In bocca piace la parte vivace della freschezza, bel ritmo gustativo con finale succoso e intrigante.<br />
<strong>Leonardo Romanelli</strong></p>

<p><strong>Piedirosso Vipt di Olivella, forza del Vesuvio</strong><br />
Situata a Sant<span dir="RTL">&rsquo;</span>Anastasia, alle pendici del Monte Somma nel complesso vulcanico Somma-Vesuvio, <a href="https://www.cantineolivella.wine/" rel="nofollow">Cantine Olivella</a> &ndash; guidata da <strong>Ciro Giordano</strong> &ndash; &egrave; una realt&agrave; vitivinicola fortemente radicata nel proprio territorio. I vigneti, coltivati secondo i principi dell&rsquo;agricoltura biologica, si sviluppano su terreni di origine vulcanica e sabbiosa, particolarmente ricchi di minerali.<br />
La produzione si concentra su vitigni autoctoni come <em>Catalanesca</em>, <em>Caprettone</em>, <em>Piedirosso</em>, <em>Aglianico</em>, <em>Guarnaccia</em> e <em>Sciascinoso</em>. Le viti sono allevate a piede franco e riprodotte attraverso l&rsquo;antica tecnica della &ldquo;pass annanz&rdquo;, a testimonianza di un approccio che unisce tradizione, rispetto per la terra e valorizzazione delle variet&agrave; locali.<br />
Il <em>Vesuvio Piedirosso Dop &quot;Vipt&quot;</em> rivela al naso i sentori floreali tipici del varietale, con piccoli frutti di bosco, pepe a spezie fini in sottofondo. Fresco, succoso e carnoso al palato, offre un sorso di grande piacevolezza, con un deciso finale sapido. Un vino moderno, versatile ed estremamente gastronomico, alleato ideale del pomodoro vesuviano.<br />
<strong>Adele Granieri</strong></p>

<p><strong>Colpo di Coda, Fonzone rilancia l&rsquo;Irpinia</strong><br />
Tra le campagne di Paternopoli, in provincia di Avellino e nel cuore della <em>Docg Taurasi</em>, l&rsquo;azienda <a href="https://www.fonzone.it/" rel="nofollow">Fonzone</a> porta avanti un lavoro orientato alla valorizzazione dei vitigni identitari dell&rsquo;Irpinia, affiancando alle denominazioni pi&ugrave; note una ricerca su variet&agrave; minori.<br />
In questo percorso si inserisce l&rsquo;<em>Irpinia Coda di Volpe DOC Colpo di Coda 2024</em>, novit&agrave; presentata a <em>Vinitaly</em> e dedicata a un vitigno storico oggi sempre pi&ugrave; riscoperto. Il progetto nasce da un piccolo vigneto a Villamaina, in provincia di Avellino, a circa 500 metri sul livello del mare, su suoli complessi caratterizzati da sabbie scure e vene sulfuree. Poco pi&ugrave; di un ettaro seguito direttamente dall&rsquo;azienda, inizialmente prova interna e poi diventato scelta identitaria, per una produzione nella prima annata, di appena 1.190 bottiglie numerate.<br />
La vinificazione segue un approccio essenziale, con interventi minimi per lasciare esprimere al meglio il luogo e la variet&agrave;. Acciaio e legno dialogano senza protagonismi, con un uso misurato del legno che sostiene il vino senza appesantirlo, mantenendone freschezza ed equilibrio.<br />
Nel calice si esprime con profumi delicati di frutta bianca, fiori e una leggera impronta minerale. Il sorso &egrave; dinamico, elegante e scorrevole, e riporta attualit&agrave; a un vitigno campano noto fin dall&rsquo;epoca romana e riconoscibile per il suo grappolo allungato, da cui deriva il nome <em>Coda di Volpe</em>.<br />
<strong>Fosca Tortorelli</strong></p>

<p>[[ima4]]</p>

<p><strong>Perr&igrave; 2024 di Gorghi Tondi, territorio prima di tutto</strong><br />
Il futuro &egrave; il territorio, la sua espressione pi&ugrave; profonda, spesso a lungo nascosta o soffocata, ma ora lasciata libera e valorizzata da chi ne conosce il valore. A <em>Vinitaly</em> tra i vini che hanno gridato questa tendenza c&rsquo;&egrave; il nuovo rosso <em>Sicilia Doc Perricone Perr&igrave; Bio&nbsp; 2024</em>. Una creatura di <a href="http://www.gorghitondi.it/" rel="nofollow">Tenuta Gorghi Tondi</a>, che punta con convinzione sulle uve autoctone. Questo perch&eacute; per parlare a un mondo sempre pi&ugrave; vasto, devi essere consapevole del tuo mondo e prendertene cura.<br />
Il <em>Perricone</em> rientra in questa ricerca appassionata delle proprie radici, uva a bacca nera che apparteneva alla storia della Sicilia occidentale e ora sta sfoderando il proprio carattere. Proveniente dalle vigne tra le pi&ugrave; giovani della tenuta con un suolo composto da un substrato calcareo, &egrave; vinificato in vasche d&rsquo;acciaio e affinato sulle fecce fini in grandi botti di rovere francese da 20 ettolitri per otto mesi. Altri quattro mesi trascorrono in bottiglia.<br />
Un <em>Perricone</em> in purezza, che sprigiona tutta la grazia mediterranea dalla vegetazione alla carezza del mare, offrendo note di frutti rossi accanto a quelle speziate e balsamiche in un accattivante equilibrio. Questa &egrave; appunto la sua prima annata, la sua (ri)partenza verso il futuro.<br />
<strong>Marilena Lualdi</strong></p>

<p><strong>Frappato di Occhipinti, il vino che non ti aspetti</strong><br />
Il <em>Frappato</em> di <a href="https://www.agricolaocchipinti.it/" rel="nofollow">Occhipinti</a> &egrave; davvero il &ldquo;vino che non ti aspetti&rdquo;: un rosso che gioca sulla leggerezza ma affonda le radici nella complessit&agrave; delle terre di Vittoria. Per anni considerato minore, oggi&nbsp;il <em>Frappato</em>&nbsp;viene riscritto come interprete autentico di un territorio difficile, capace di parlare con immediatezza ma anche di sorprendere nel tempo. Se &egrave; vero che nasce come vino pronto, &egrave; altrettanto vero che, con l&rsquo;evoluzione, sa rivelare profondit&agrave; inattese, suggerendo una nuova prospettiva sul suo futuro.&nbsp;&Egrave; proprio in questo equilibrio&nbsp;tra immediatezza e profondit&agrave;&nbsp;che prende forma la sua nuova identit&agrave;.&nbsp;<br />
Nel lavoro di <strong>Arianna Occhipinti</strong> convivono visione e memoria: l&rsquo;idea di un&rsquo;agricoltura possibile, che avvicina anche un pubblico giovane, senza rinunciare a quella fatica agronomica che &egrave; parte della cultura contadina. Il <em>Frappato</em> diventa cos&igrave; racconto condiviso, dove identit&agrave; geologica e sensibilit&agrave; contemporanea si incontrano, restituendo al vino valore, voce e destino.<br />
<strong>Stefania Oggioni</strong></p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/futuro-vino-copia.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/136/42696/in-cantina/guardare-avanti-il-futuro-del-vino-oltre-il-vinitaly.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/136/in-cantina.html">136</category>			</item>			<item>				<title>Dalla torta di rose alla &quot;torta del papa&quot;: com'è il dolce che piace tanto in Vaticano</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/42698/dallitalia/dalla-torta-di-rose-alla-torta-del-papa-come-il-dolce-che-piace-tanto-in-vaticano.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>C&rsquo;&egrave; una torta che nasce nel silenzio di un forno acceso durante il Covid e finisce servita tra le tavole allestite nei Musei Vaticani. Nel mezzo, un passaggio che non si pianifica: sei dolci preparati in casa, un&rsquo;udienza generale, una consegna quasi casuale tra mani diverse e una lettera di ringraziamento che cambia la direzione della storia. &Egrave; cos&igrave; che la torta di rose di <strong>David Fiordigiglio</strong> e <strong>Simone Falsaperla</strong> smette di essere un ricordo familiare e diventa, nel giro di poco tempo, un nome che in Vaticano iniziano a riconoscere come &ldquo;la torta del Papa&rdquo;.</p>

<p>La torta di rose di <strong>David Fiordigiglio</strong> e <strong>Simone Falsaperla</strong> prende forma in un momento sospeso, durante il Covid, quando il tempo rallenta forzatamente e le cucine dei ristoranti si svuotano. Non c&rsquo;&egrave; un progetto preciso, solo un&rsquo;idea che torna: quella torta &ldquo;da bimbi&rdquo; preparata spesso dalle mamme e dalle nonne. Qualche anno dopo, nel 2026, scatta un desiderio che fa la differenza: <strong>Fiordigiglio</strong> vuole offrirla a papa<strong> Leone XIV</strong> durante un&rsquo;udienza generale. Si iscrive, aspetta la conferma e, quando arriva, si presenta con sei torte. Una per il pontefice, le altre distribuite tra Segreteria di Stato, cardinali e guardie svizzere. &laquo;Era solo un modo per condividere qualcosa di nostro&raquo;, racconta. La risposta &egrave; immediata: una lettera di ringraziamento, entusiasmo diffuso e, soprattutto, una chiamata. Le guardie svizzere vogliono quella stessa torta per il loro evento pi&ugrave; importante, la cena di gala in Vaticano che precede il giuramento, il 5 maggio scorso. Da l&igrave;, il passaggio da dolce a simbolo &egrave; rapidissimo.</p>

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<p>[[ima2]]<strong>La torta di rose, un classico che cambia struttura</strong><br />
La torta di rose, nella sua forma pi&ugrave; tradizionale, &egrave; una brioche diffusa tra Mantova, Brescia e Cremona: burro, zucchero, scorza di limone. Un dolce che profuma di casa, pi&ugrave; affettivo che tecnico. La versione definitiva firmata dai due giovani chef nasce a Roma, nel pieno della pandemia. <strong>Fiordigiglio</strong> e<strong>&nbsp;Falsaperla</strong> affittano un appartamento in un bed&amp;breakfast per un motivo chiaro: avere un forno adeguato. Provano, sbagliano, ricominciano. &laquo;Non avevamo alternative&raquo;. &Egrave; in quel contesto che la torta cambia davvero pelle, passando da ricordo domestico a prodotto costruito. Quel momento resta il punto di riferimento del loro lavoro. &laquo;Abbiamo preso l&rsquo;impasto del pandoro -&nbsp;spiegano - Non un richiamo, ma una base precisa: lievito madre, doppio impasto, tempi lunghi, lavorazioni strutturate&raquo;. La consistenza diventa pi&ugrave; leggera, pi&ugrave; sviluppata, pi&ugrave; contemporanea. A questo si aggiunge un lavoro aromatico mirato, con tre variet&agrave; di vaniglia: Madagascar, Bourbon e Mauritius. &laquo;Quella di Mauritius &egrave; incredibile, non si perde in cottura, resta persistente anche dopo&raquo;. Un dettaglio che diventa firma.</p>

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<p>[[ima3]]<strong>Dentro l&rsquo;impasto: tecnica, sequenza, controllo</strong><br />
Dietro la loro torta c&rsquo;&egrave; una costruzione rigorosa. Il primo impasto nasce da un lievito madre rinfrescato, lavorato con farina forte, latte, zucchero e tuorli, fino a ottenere una massa liscia e in tensione, lasciata poi a raddoppiare. Si passa quindi al secondo impasto, dove la struttura si definisce davvero: prima la base con la farina, poi tuorli e zucchero inseriti gradualmente, quindi il sale e infine il burro, incorporato poco per volta fino a rendere l&rsquo;impasto elastico e lucido. &laquo;&Egrave; un lavoro di precisione, ma devi capire anche il momento&raquo;, spiegano. La fase decisiva &egrave; la stesura: l&rsquo;impasto viene lavorato con una crema al burro arricchita da crema inglese e profumata alle tre vaniglie, in una laminazione che lo avvicina pi&ugrave; ai grandi lievitati che alla tradizione. Si arrotola, si taglia, si dispone nello stampo formando le rose, poi un&rsquo;ultima lievitazione e la cottura. &Egrave; un processo che non lascia spazio a scorciatoie.&nbsp;Non &egrave; un dessert che chiude, ma uno che riapre. &laquo;Arriva quando tutti dicono di essere pieni -&nbsp;racconta <strong>Falsaperla</strong>&nbsp;- Poi ne assaggiano un pezzo e subito dopo ne vogliono un altro&raquo;. Non &egrave; tanto una questione di gusto quanto di dinamica: cambia il comportamento a tavola, alleggerisce, crea un momento. &laquo;Non abbiamo mai ricevuto un reclamo&raquo;, ammettono. &Egrave; questo che la rende trasversale, capace di funzionare in contesti completamente diversi tra loro.</p>

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<p>[[ima4]]<strong>Il bis in Vaticano: la prova pi&ugrave; importante</strong><br />
Dopo l&rsquo;udienza, il ritorno. Nei Musei Vaticani, in occasione della cena di gala del 5 maggio per il giuramento delle guardie svizzere, la torta di rose torna protagonista. Il &quot;braccio nuovo&quot; allestito con tavoli rotondi, tovaglie bianche, un coro che accompagna il servizio. &laquo;All&rsquo;inizio ridevamo, poi abbiamo visto la sala e abbiamo capito&raquo;. Il servizio &egrave; rapido e concentrato: oltre quaranta torte di rose servite in pochi minuti, accompagnate da una crema al limone del Garda preparata per l&rsquo;occasione. &laquo;Le abbiamo impiattate una per una, rosa per rosa&raquo;. Il momento pi&ugrave; intenso arriva alla fine: il colonnello li chiama al centro della sala e li ringrazia davanti a tutti. &laquo;Ha parlato della torta perfetta&raquo;. Poi un gesto semplice ma eloquente: alcune torte avanzate vengono richieste dagli ospiti stessi, che le vogliono portare via. &laquo;Credo sia stato il complimento pi&ugrave; diretto&raquo;.</p>

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<p>[[ima5]]<strong>Fiordigiglio e Falsaperla: due percorsi diversi, un equilibrio preciso<br />
David Fiordigiglio</strong>&nbsp;cresce dentro la cucina non per vocazione accademica, ma per attrazione diretta. Classe 1996, si forma alla scuola alberghiera di Darfo Boario Terme e muove i primi passi nei ristoranti del Lago d&rsquo;Iseo. L&rsquo;incontro con il fine dining&nbsp;arriva quasi per osmosi, osservando da fuori la realt&agrave; di <em>Da Vittorio</em> a Brusaporto, fino a entrare in brigata. &Egrave; l&igrave; che inizia un percorso che lo porta a lavorare nel tre stelle e poi a costruire responsabilit&agrave; operative importanti. Un passaggio decisivo arriva con il <em>Forte Village</em>, dove a soli 21 anni si ritrova a guidare una cucina in un contesto complesso,&nbsp;sotto la supervisione di <strong>Carlo Cracco</strong>. Negli anni successivi consolida una visione sempre pi&ugrave; autonoma, fino a trasformarsi anche in volto tv: oggi, infatti,&nbsp;&egrave; presenza ricorrente nei programmi di <strong>Antonella Clerici</strong>.</p>

<p><strong>Simone Falsaperla</strong>, classe 1996 anche lui, segue invece una traiettoria pi&ugrave; lineare, che parte dalla Sicilia e attraversa una formazione profondamente tecnica. Dopo un primo percorso in ambito scientifico e un passaggio interrotto verso gli studi di Medicina, sceglie la cucina e si forma ad <em>Alma</em>. Da l&igrave; entra nel mondo delle grandi brigate, lavorando accanto a <strong>Ciccio Sultano</strong> al <em>Duomo</em> di Ragusa. Seguono anni di crescita tra realt&agrave; diverse, tra cui <em>Villa Crespi</em> e alcune delle tavole pi&ugrave; riconoscibili del panorama italiano e spagnolo. &Egrave; un profilo complementare a quello di <strong>Fiordigiglio</strong>: pi&ugrave; analitico, pi&ugrave; strutturato, con una sensibilit&agrave; orientata al controllo del processo.</p>

<p>La loro unione si rafforza durante il periodo del Covid, quando costruiscono una rete di collaborazioni informali e iniziano a definire una visione comune: una cucina che non rinnega la tecnica, ma la usa come punto di partenza per una narrazione pi&ugrave; libera e contemporanea. Scelgono allora di costruire qualcosa insieme. Non un ristorante tradizionale, ma una struttura fluida, pensata per viaggiare e adattarsi ai contesti: da questo impulso&nbsp;prende vita&nbsp;<em>Mano&nbsp;</em>(<a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/132/39898/carlo-mangio/una-gran-paella-di-lago-nel-nuovo-locale-di-sirmione-dalla-cucina-pret-a-porter.html">lo abbiamo raccontato qui</a>), un progetto di ristorazione itinerante che cambia sede e forma nel tempo, tra Italia e destinazioni internazionali, dall&#39;esperienza originaria a Sirmione fino ai prossimi capitoli gi&agrave; in programma tra Mauritius e Maldive.</p>

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<p><strong>Uno sguardo avanti, senza cambiare identit&agrave;</strong><br />
Il lavoro di ricerca oggi si sta spostando sempre pi&ugrave; verso il vegetale, con un progetto in arrivo nel Sud Italia. Non come sostituzione, ma come evoluzione. &laquo;Vogliamo trattarlo con la stessa attenzione tecnica&raquo;. Marinature, cotture multiple, stratificazione dei sapori. Un approccio che nasce dalle esperienze fatte in cucine diverse e che sta per trovare una direzione pi&ugrave; definita. In tutto questo percorso, la torta di rose resta il centro. Non per quello che ha portato, ma per quello che contiene: tecnica, prove, errori corretti, intuizioni. &laquo;Non volevamo fare qualcosa di speciale -&nbsp;dicono - Volevamo qualcosa che funzionasse davvero&raquo;. Ed &egrave; probabilmente questo che continua a renderla cos&igrave; convincente, ovunque arrivi.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/torta-di-rose-torta-del-papa-david-fiordigiglio-simone-falsaperla.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/42698/dallitalia/dalla-torta-di-rose-alla-torta-del-papa-come-il-dolce-che-piace-tanto-in-vaticano.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/dallitalia.html">44</category>			</item>			<item>				<title>Cocktails in Florence: in un libro, l’evoluzione del bere miscelato nel capoluogo toscano</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/212/42655/shake-shock/cocktails-in-florence-in-un-libro-levoluzione-del-bere-miscelato-nel-capoluogo-toscano.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>A dieci anni dalla sua nascita, la <em>Florence Cocktail Week</em> celebra un traguardo significativo con la pubblicazione di <em>Cocktails in Florence</em>. Durante l&rsquo;ultima edizione, &egrave; stato presentato un volume che racconta l&rsquo;evoluzione della mixology nel capoluogo toscano. Curato da <strong>Paola Mencarelli</strong> ed edito da <em>Gruppo Editoriale</em>, il libro si propone come una guida autorevole e al tempo stesso un ritratto contemporaneo di una citt&agrave; che ha saputo reinventare la propria identit&agrave; anche attraverso l&rsquo;arte del bere miscelato.</p>

<p>Nata quasi come una sfida, la manifestazione ideata e diretta da <strong>Mencarelli</strong> ha contribuito a trasformare profondamente la percezione di Firenze. Non pi&ugrave; soltanto custode di un patrimonio artistico senza tempo, ma anche laboratorio creativo dove l&rsquo;innovazione passa attraverso il bancone di un bar. In un decennio, la scena cittadina si &egrave; evoluta da un sistema frammentato, diviso tra caff&egrave; storici e hotel di lusso percepiti come realt&agrave; autonome, a un ecosistema dinamico e interconnesso, capace di dialogare con le grandi capitali internazionali del settore.</p>

<p>[[ima2]]Il libro nasce proprio con l&rsquo;obiettivo di documentare questa trasformazione. Al suo interno trovano spazio 59 tra cocktail bar e bar d&rsquo;hotel, selezionati per rappresentare il meglio dell&rsquo;offerta fiorentina. Non si tratta di una semplice raccolta di indirizzi, ma di un vero e proprio viaggio narrativo tra locali iconici e nuove realt&agrave;, grandi classici e sperimentazioni contemporanee. Protagonisti i drink: dal<em> Negroni</em>, simbolo indiscusso nato proprio a Firenze, reinterpretato in chiave moderna, fino ai grandi intramontabili come <em>Margarita, Bloody Mary e Martini</em>, accanto a signature cocktail che raccontano la personalit&agrave; e la creativit&agrave; dei bartender.<br />
Ad arricchire il volume contribuiscono i testi di <strong>Federico S. Bellanca</strong>, che approfondiscono sia il percorso della <em>Florence Cocktail Week </em>sia il legame storico e culturale tra la citt&agrave; e il Negroni. Importante anche l&rsquo;impatto visivo: le fotografie di <strong>Michele Tamasco</strong> catturano atmosfere, dettagli e giochi di luce dei locali, mentre i ritratti firmati da <strong>Veronica Gaido</strong> restituiscono i volti e le storie dei protagonisti della scena.</p>

<p>[[ima3]]La presentazione ufficiale si &egrave; tenuta a Firenze, presso <em>Magazzini Bracchi</em>, in un evento riservato agli addetti ai lavori, alla stampa e agli appassionati: un momento di incontro che sottolinea il forte senso di community costruito attorno al progetto. Elegante e immersivo, <em>Cocktails in Florence</em> si rivolge a un pubblico ampio e internazionale. Non solo esperti e appassionati di mixology, quindi, ma anche viaggiatori curiosi di scoprire il lato pi&ugrave; contemporaneo di questa citt&agrave; meravigliosa.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/cocktails-in-florence-mockup.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/212/42655/shake-shock/cocktails-in-florence-in-un-libro-levoluzione-del-bere-miscelato-nel-capoluogo-toscano.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/212/shake-shock.html">212</category>			</item>			<item>				<title>Il vino biologico firmato da 22 donne entra nei ristoranti Bvlgari</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/136/42694/in-cantina/il-vino-biologico-firmato-da-22-donne-entra-nei-ristoranti-bvlgari.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>C&#39;&egrave; un momento preciso, nel dialogo tra lusso e autenticit&agrave;, in cui il racconto si fa sostanza. &Egrave; l&igrave; che nasce la nuova carta vini firmata <a href="https://www.bulgarihotels.com/" rel="nofollow">Bvlgari Hotels &amp; Resorts</a>, un progetto che supera la selezione enologica per diventare dichiarazione di visione: <em>Le Donne Eroiche del Vino Biologico</em>.</p>

<p>Presentata lo scorso autunno, questa iniziativa merita oggi uno sguardo rinnovato, capace di coglierne la profondit&agrave; culturale e la tensione contemporanea. Non si tratta soltanto di etichette, ma di un mosaico di storie, territori e scelte radicali che definiscono una nuova grammatica del vino italiano.</p>

<p>Ventidue produttrici, tutte italiane, compongono questa carta vini diffusa in tutte le destinazioni del gruppo. Da nord a sud, il progetto traccia una geografia viva della viticoltura biologica, attraversando terroir che vanno dal Trentino alla Sicilia, restituendo una biodiversit&agrave; tanto agronomica quanto umana.</p>

<p>[[ima2]]Figure come <strong>Arianna Occhipinti</strong>, <strong>Elisabetta Foradori</strong> e <strong>Chiara Boschis</strong> incarnano un approccio produttivo che &egrave; insieme etico e tecnico: agricoltura rispettosa dei cicli naturali, vinificazioni a basso intervento, attenzione quasi sartoriale al suolo e alla vite. Il risultato &egrave; una selezione che non cerca l&#39;omologazione stilistica, ma anzi esalta le differenze, lasciando emergere vini che parlano linguaggi distinti: verticali, materici, talvolta spiazzanti, sempre identitari.</p>

<p>[[ima3]][[ima4]]Come i vini di <strong>Francesca Balestreri</strong>, dell&#39;<em>Azienda Agricola San Lorenzo</em>, di <strong>Maria Ernesta Berucci</strong>, di <strong>Ilaria Salvietti</strong>, di <strong>Gigliola Giannetti</strong>, o ancora, di <strong>Antonella Pacchiarotti</strong>, <strong>Helena Lageder</strong>, <strong>Caterina Sofia Mastella Allegrini</strong> ed <strong>Elena Pantaleoni</strong>. Il biologico, in questo contesto, non &egrave; un&#39;etichetta ma una disciplina. Significa lavorare senza scorciatoie, accettando l&#39;imprevedibilit&agrave; climatica e trasformandola in cifra stilistica. Significa anche ridefinire il concetto di qualit&agrave;, spostandolo da parametri puramente analitici a una dimensione pi&ugrave; complessa, che include sostenibilit&agrave;, integrit&agrave; e trasparenza.</p>

<p>[[ima5]]<strong>Silvio Ursini</strong>, Vice Presidente Esecutivo di <em>Bvlgari</em>, sottolinea proprio questo passaggio: &laquo;Promuovere la viticoltura biologica non &egrave; solo una scelta ambientale, ma un atto di tutela del patrimonio culturale del vino&raquo;. In altre parole, preservare il gusto significa preservare il paesaggio, e con esso le comunit&agrave; che lo abitano.</p>

<p>[[ima6]][[ima7]]La carta trova la sua espressione pi&ugrave; compiuta nei ristoranti <em>Il Ristorante &ndash;</em> <em>Niko Romito</em> all&#39;interno degli hotel del gruppo; qui il vino diventa parte integrante di un&#39;esperienza gastronomica costruita sulla precisione e sull&#39;essenzialit&agrave;, in dialogo con una cucina italiana contemporanea che privilegia purezza e profondit&agrave;. Non &egrave; un caso che il lancio sia avvenuto a Milano, durante la <em>Settimana della Vendemmia di Montenapoleone</em>: un contesto in cui il lusso incontra la cultura del vino, e dove questa selezione ha potuto esprimere appieno la propria vocazione narrativa.</p>

<p>Quello di <em>Bvlgari</em> &egrave; un progetto che riflette una trasformazione pi&ugrave; ampia. In un settore storicamente segnato da dinamiche consolidate, dare spazio a queste produttrici significa ridefinire le gerarchie e aprire nuove prospettive. Ma soprattutto significa riconoscere che il vino, oggi, &egrave; sempre pi&ugrave; un atto consapevole: una scelta che intreccia estetica, etica e identit&agrave;. E forse &egrave; proprio qui che risiede la sua dimensione pi&ugrave; romantica: nella capacit&agrave; di raccontare, attraverso un calice, il coraggio silenzioso di chi lavora la terra guardando al futuro.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/ilaria-salvetti-silvio-ursini-elisabetta-foradori-maria-ernesta-berucci-arianna-occhipinti.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/136/42694/in-cantina/il-vino-biologico-firmato-da-22-donne-entra-nei-ristoranti-bvlgari.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/136/in-cantina.html">136</category>			</item>			<item>				<title>Sul ponte degli Alpini, una pizzeria fuori dal coro punta tutto su impasti e gusto contemporaneo</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/209/42693/mondo-pizza/sul-ponte-degli-alpini-una-pizzeria-fuori-dal-coro-punta-tutto-su-impasti-e-gusto-contemporaneo.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Tutti la conoscono come &quot;la pizzeria sul Ponte Vecchio&quot; di Bassano del Grappa, il mitico &ldquo;ponte degli alpini&rdquo;, ma&nbsp;<a href="https://www.premiatafabbricapizza.it/" rel="nofollow" target="_blank">Premiata Fabbrica Pizza</a> &egrave; un posto da vivere a pieno per carpirne la storia, la filosofia e la magia che si mescolano insieme.</p>

<p>Questa pizzeria trova sede in quella che era la<em> Premiata Fabbrica d&rsquo;Arte G.B. Bonato </em>dove si lavorava la ceramica<em>, </em>come ci racconta il titolare <strong>Massimo Frighetto</strong>: &laquo;Fin dal 1800 qui si macinavano i sassi del Brenta, rendendoli polvere da impastare e poi cuocere, la terracotta appunto, pronta per essere dipinta e&nbsp;ottenere, cos&igrave;, la classica ceramica bassanese. Ecco, quello che facciamo richiama la storia, perch&eacute; in fondo noi impastiamo una polvere - che &egrave; la farina - con acqua, cuociamo e infine dipingiamo tutto con gli ingredienti delle farciture&raquo;.<br />
[[ima3]]Un luogo originale, dall&rsquo;atmosfera unica, fuori dal coro rispetto alle tante pizzerie dal design glamour, tutte&nbsp;oro e velluti. Qui i tre piani si caratterizzano per la tinta rosso accesa, i tavoli e le sedute in legno, le sale intime e raccolte, gli scaffali,&nbsp;il banco del pane e delle focacce all&rsquo;entrata, il forno, la cantina e il grande banco bar per il caff&egrave; e l&rsquo;aperitivo al piano inferiore, senza contare i numerosi strumenti della fabbrica che popolano l&rsquo;ambiente. E poi dalle finestre il fiume Brenta e la vista sul Ponte Vecchio. &nbsp;</p>

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<p><strong>CAPITOLO PIZZA E IMPASTI</strong><br />
Protagonisti di questo luogo sono, per&ograve;, soprattutto la pizza e i lievitati, che rafforzano il valore e il potere evocativo di tutto il resto attraverso un&rsquo;esperienza costruita sulla ricerca e sul gusto.&nbsp;</p>

<p><strong>Massimo Frighetto </strong>lavora al fianco di <strong>Michele Colpo</strong>, pizzaiolo e lievitista maniacale. Entrambi, amanti del vegetale e del biologico, strizzano l&rsquo;occhio a fermentazioni e &ldquo;ricostruzioni&rdquo; di sapori e consistenze, giocano con gli impasti, tra pala, teglia, pane e ben quattro opzioni per la tonda al piatto. Si va da basi leggere e basse alle contemporanee, con alveoli e cornicioni dal morso croccante, che si combinano a inusuali consistenze.</p>

<p>[[ima2]]La proposta si articola in pi&ugrave; direzioni e racconta una ricerca tutt&rsquo;altro che banale, non solo dal punto di vista degli impasti, ma anche della materia prima -&nbsp;spesso territoriale -&nbsp;e degli abbinamenti. A ogni base, infatti, corrisponde una serie di topping classici, stagionali o speciali, una combo studiata partendo dalle strutture, dalle consistenze e dal rispetto degli ingredienti che devono distinguersi, farine comprese.</p>

<p>Come dicevamo, sono&nbsp;quattro gli impasti in carta: accanto <em>al Napoli classico</em>, c&rsquo;&egrave; la versione <em>Contemporanea</em> (secondo la scuola di <strong>Simone Padoan</strong>, della pizzeria <em>I Tigli </em>a San Bonifacio - Verona) che diventa terreno di esplorazione con varianti all&rsquo;orzo, al mais, alla lavanda, al caff&egrave;, al cioccolato, adatta anche a essere farcita, considerata la struttura pi&ugrave; alta, e quindi consistente e versatile. Non manca ovviamente la pizza bassa, stesa al mattarello e senza cornicione che, per distinguersi da quella romana, prende sul territorio il nome di <em>Impasto Veneto</em>. Si tratta di una pagnotta da 180 g, realizzata con farina integrale tipo 1 e segale integrale, biga, 18 ore di fermentazione e 6 di lievitazione.</p>

<p>L&rsquo;impasto che merita pi&ugrave; attenzione degli altri, per&ograve; &egrave; quello <em>senza lievito</em>: fermentazione spontanea di 18 ore (indotta dalla contaminazione naturale di acqua e farina, e da batteri e lieviti liberi nell&rsquo;atmosfera) realizzato con sei germinati preparati in casa, a conferma di un lavoro che mette al centro tecnica e sperimentazione; presente anche una farina che origina da una variet&agrave; di grano antico coltivato in Veneto agli inizi del &lsquo;900. Nasce cos&igrave; una pizza leggera, croccante e digeribile, con un bordo leggermente gonfio, come racconta <strong>Massimo</strong>: &laquo;Utilizziamo farine integrali e semi-integrali, macinate a pietra; un impasto ad alta idratazione con l&rsquo;utilizzo di lievito madre vivo, rinfrescato quotidianamente pi&ugrave; volte, affinch&eacute; la pizza risulti digeribile, fragrante e mantenga a lungo morbidezza e tanta freschezza&raquo;.</p>

<p>[[ima4]]Grande ricerca anche sul versante pane: &laquo;Oltre alle farine integrali e semi integrali, abbiamo scommesso su grani antichi e biologici per avere un prodotto destinato a durare a lungo, che qui da noi non &egrave; usuale. Ci siamo riusciti, arrivando a superare ben 15 giorni di <em>shelf life</em>. Poi ci siamo sbizzarriti sulle forme, dalla tonda o allungata da un chilo, e&nbsp;ancora il pane in cassetta, o i filoncini tipo baguette&raquo;.</p>

<p>Comune denominatore per pizze e pane &egrave; la cottura, qui prolungata e spinta, con la volont&agrave; di ottenere un disco che regali vari gradi di croccantezza. Il morso pi&ugrave; interessante, inaspettato, lo regala la napoletana; l&rsquo;impasto &egrave; classico, ma la cottura in forno va oltre i 90 secondi canonici, cos&igrave; da ottenere friabilit&agrave;, crunch sonoro con il giusto grado di morbidezza all&rsquo;interno e gusto raddoppiato. La <em>Margherita tradizionale</em> stupisce e convince tutti.</p>

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<p><strong>PIZZE CREATIVE, VEGANE E SOSTENIBILI</strong><br />
Sul fronte delle farciture, si denota una sensibilit&agrave; contemporanea, rivolta al vegetale, puntando ai nuovi consumi, a tendenze attuali che diventano capisaldi. Pizze come la <em>Trippa Vegana </em>e la<em>&nbsp;Pollo alla Tandoori</em>, sono l&rsquo;esempio perfetto della strada intrapresa,&nbsp;completamente vegane, si fanno notare, incuriosiscono e tracciano il carattere eclettico di questo posto.</p>

<p>Nella prima, la sedicente <em>trippa</em> &egrave; realizzata con la parte solida della <em>kombucha</em>, che diventa materia gastronomica e occasione di riuso creativo. Questa pizza si ispira&nbsp;alla <em>trippa alla veneta</em>, ma si muove in una dimensione del tutto vegetale e contemporanea. Una preparazione affascinante che al palato denota una leggera differenza nella&nbsp;sua morbidezza, ma ne ripropone integralmente il gusto. &laquo;Il punto di partenza &egrave; la madre della kombucha &ndash; ci spiega <strong>Frighetto</strong> -, che nel tempo genera nuove formazioni. Da questa abbondanza, nasce l&rsquo;idea di recuperarle in cucina, trasformandole nell&rsquo;elemento centrale della ricetta. La preparazione prevede un soffritto di cipolla, carota e sedano, a cui si unisce la madre tritata e lasciata per 24 ore in salsa di soia, per attenuarne la componente acida e acetica; al posto del fondo tradizionale, poi, si sfuma con latte di cocco, ammorbidendo il profilo aromatico, e si completa il tutto con pomodoro e spezie cuocendo per almeno quattro ore&raquo;. Come contorno e completamento della trippa vegana c&rsquo;&egrave; una crema di mais con erbette, paprika affumicata, pomodorini semi secchi e un formaggio vegano alla mandorla: un insieme che gioca tra suggestione popolare, tecnicismo e profondit&agrave; di gusto.</p>

<p>[[ima5]]La creazione al <em>Pollo Tandoori</em>, invece, nasce da un&rsquo;idea personale e da un equilibrio contemporaneo tra gusto, memoria e scelta consapevole: non una proposta rigidamente vegana, ma una ricetta pensata da chi, pur senza rinunciare del tutto alla tradizione, cerca nella quotidianit&agrave; alternative vegetali capaci di dare soddisfazione al palato. Un <em>comfort dish</em> qui reinterpretato attraverso una costruzione articolata che unisce polenta di&nbsp;farina di riso macinata, spinacino, straccetti vegetali a base di farina di piselli, un mix di spezie con masala e curry, latte di cocco, mascarpone e yogurt vegetali, utilizzati&nbsp;per ricreare la cremosit&agrave; della salsa. A completare il piatto intervengono un cavolo cappuccio fermentato, pensato per evocare il gusto della pelle del pollo, e lievito liquido essiccato distribuito sul bordo, che accentua quella nota ulteriormente. Una pizza, non facile, nella sua fattura e comprensibilit&agrave;, ma ben riuscita.</p>

<p>Infine, sono i vegetali di stagione a disegnare i menu del momento: in questi mesi, per esempio, gli asparagi la fanno da padrone, accompagnati da uovo, gorgonzola, crudo o altri vegetali; c&rsquo;&egrave; la farcita vegetariana con <em>Mozzarella di bufala, radicchio, insalata, zucca</em> o, ancora, una versione con <em>Crema di cipolla, piselli freschi, scarola, fragole fermentate ed erbe aromatiche. </em></p>

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<p><strong>CANTINA, BIRRA E ANALCOLICI BIO</strong><br />
Il menu&nbsp;si chiude con i dessert, alcuni fatti in casa e altri&nbsp;in collaborazione con gelatieri e pasticceri del territorio. Segue la sezione beverage:&nbsp;una carta dei vini di rara ampiezza con le sue oltre quattrocento etichette, conservate in una splendida&nbsp;cantina, con tavolo sociale, adatto anche per piccoli eventi privati. Le birre sono di Bassano e, a marchio della pizzeria, sempre del territorio, i numerosi liquori e amari che costituiscono le basi di aperitivi e cocktail. Non mancano diverse proposte analcoliche a base di fermentati e spezie, mentre le bibite sono tuttw naturali e biologiche.</p>

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<p><a href="https://www.premiatafabbricapizza.it/" rel="nofollow" target="_blank">Premiata Fabbrica Pizza</a><br />
Via Angarano, 5, 36061<br />
Bassano del Grappa (Vicenza)</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/screenshot-2026-05-05-alle-164051.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/209/42693/mondo-pizza/sul-ponte-degli-alpini-una-pizzeria-fuori-dal-coro-punta-tutto-su-impasti-e-gusto-contemporaneo.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/209/mondo-pizza.html">209</category>			</item>			<item>				<title>Verso la Giornata della Ristorazione 2026: la nostra intervista a Lino Stoppani</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/42685/dallitalia/verso-la-giornata-della-ristorazione-2026-la-nostra-intervista-a-lino-stoppani.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>La <a href="https://www.giornatadellaristorazione.it/" rel="nofollow">Giornata della Ristorazione</a> torna per la quarta edizione, promossa da <a href="https://www.fipe.it/" rel="nofollow">FIPE-Confcommercio</a>, con l&rsquo;obiettivo di riportare l&rsquo;attenzione su un settore che, dopo la crisi pandemica, ha recuperato nei numeri ma continua a cercare un pieno riconoscimento. Un comparto che oggi vale circa 100 miliardi di consumi, con oltre un milione di occupati.</p>

<p>&laquo;L&rsquo;iniziativa &egrave; nata come conseguenza della <em>Carta dei valori</em> che abbiamo promosso subito dopo il Covid&raquo;, spiega il presidente FIPE, <strong>Lino Enrico Stoppani.</strong> &laquo;La pandemia ha devastato interi settori economici, tra cui la ristorazione. Ne siamo usciti con perdite di fatturato, occupazione e conti economici compromessi. Per recuperare c&rsquo;era bisogno di ridare fiducia agli operatori e riaccendere le citt&agrave;&raquo;.</p>

<p>Da qui &egrave; nata l&rsquo;idea di istituire un nuovo appuntamento annuale. &laquo;Abbiamo pensato a una giornata per richiamare l&rsquo;attenzione della politica e dell&rsquo;opinione pubblica sui grandi valori della ristorazione, un settore di cui si percepisce l&rsquo;importanza soprattutto quando manca&raquo;, continua <strong>Stoppani</strong>. &laquo;Ci siamo accorti - argomenta - che il settore non aveva l&rsquo;accredito istituzionale che meritava. Non solo sul piano economico, ma anche su quello sociale. La ristorazione non &egrave; solo economia: dentro c&rsquo;&egrave; ambiente, cultura, storia, tradizioni&raquo;.</p>

<p>[[ima2]]Ogni anno &egrave; stato scelto un tema diverso. Dopo la prima edizione dedicata al pane, la seconda che ha messo al centro il convivio e l&rsquo;ospitalit&agrave;, e la terza dedicata all&rsquo;uovo, nel 2026 la <em>Giornata della Ristorazione</em> &egrave; dedicata al riso. &laquo;Scegliamo ogni anno un simbolo della cucina italiana. Siamo partiti dal pane, poi la convivialit&agrave;, quest&rsquo;anno abbiamo deciso di puntare sul riso&raquo;, spiega. &laquo;Tutti quelli selezionati sono prodotti che racchiudono valori nutrizionali ma anche culturali. Attraverso questi ingredienti raccontiamo ci&ograve; che c&rsquo;&egrave; dietro il cibo. Nel caso del riso, oltre al prodotto c&rsquo;&egrave; il racconto culturale che passa dalla memoria del lavoro nelle risaie e da una tradizione che ha segnato intere comunit&agrave;&raquo;.</p>

<p>Il programma della <em>Giornata della Ristorazione</em>, che prevede eventi in Italia e all&rsquo;estero, partir&agrave; da Roma, con la conferenza stampa in programma il 6 maggio e il gal&agrave; di consegna dei Premi al ministro dell&rsquo;Agricoltura, della Sovranit&agrave; alimentare e delle Foreste <strong>Francesco Lollobrigida</strong>, alla direttrice de <em>La Cucina Italiana</em>, <strong>Maddalena Fossati</strong>, al vice direttore generale <em>FAO</em> <strong>Maurizio Martina</strong>, al professore emerito <em>Alma Mater Studiorum Universit&agrave; di Bologna</em> <strong>Massimo Montanari</strong>, al vicepresidente e amministratore delegato di <em>Irinox SpA</em> <strong>Katia Da Ros</strong>, e al fondatore di <em>Mancini Pastificio Agricolo</em> <strong>Massimo Mancini</strong>. La cena d&rsquo;autore sar&agrave; a cura di <strong>Alessandro Negrini</strong> e <strong>Fabio Pisani</strong> di <em>Aimo e Nadia</em> (Milano) e <strong>Caterina Ceraudo</strong>, del ristorante Dattilo a Strongoli&nbsp;(Crotone).<br />
<br />
L&rsquo;organizzazione si avvale della collaborazione di <em>MAGENTAbureau</em>&nbsp;e coinvolge una rete ampia di realt&agrave; del settore, mentre la dimensione solidale &egrave; affidata al charity partner <em>Seconda Chance</em>, associazione che promuove la legge Smuraglia (193/2000) offrendo agevolazioni a chi assume detenuti, part time o a tempo determinato, anche nella ristorazione.</p>

<p>La Giornata si diffonde, poi, su tutto il territorio nazionale. &laquo;L&rsquo;iniziativa vive nelle province e nelle comunit&agrave; attraverso momenti di approfondimento, tavole rotonde sui temi della cucina e del settore. Molti ristoranti e chef aderiscono proponendo piatti a base di riso&raquo;, spiega <strong>Stoppani</strong>. &laquo;La nostra &egrave; una presenza capillare nel territorio e il coinvolgimento delle principali associazioni di categoria, dalle organizzazioni dei cuochi alle realt&agrave; della ristorazione&raquo;.</p>

<p>Uno dei punti centrali dell&rsquo;iniziativa, inoltre, &egrave; il lavoro sulle nuove generazioni. &laquo;Andiamo nelle scuole per spiegare ai ragazzi cosa c&rsquo;&egrave; dietro il cibo - conclude <strong>Stoppani</strong> -. Dalla materia prima alla storia, fino ai sacrifici che hanno accompagnato queste produzioni&raquo;.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/lino-stoppani.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/42685/dallitalia/verso-la-giornata-della-ristorazione-2026-la-nostra-intervista-a-lino-stoppani.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/dallitalia.html">44</category>			</item>			<item>				<title>Identità Golose Milano: ecco gli chef ospiti di maggio</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/413/42692/identita-golose-milano/identita-golose-milano-ecco-gli-chef-ospiti-di-maggio.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Continuano&nbsp;settimana dopo settimana a&nbsp;<a href="https://www.identitagolosemilano.it/prenotazioni/" rel="nofollow">Identit&agrave; Golose Milano</a>, hub internazionale della gastronomia, gli appuntamenti con l&#39;eccellenza della cucina d&#39;autore&nbsp;italiana e internazionale in via Romagnosi 3, nel cuore di Milano. Vi illustriamo oggi tutti gli eventi speciali, con prestigiosi chef ospiti, programmati per il mese di maggio.</p>

<p>Ricordatevi inoltre che la Carta di&nbsp;<em>Identit&agrave; Golose Milano</em>, curata dal nostro chef executive&nbsp;<strong>Edoardo Traverso</strong>, la trovate&nbsp;a pranzo dal marted&igrave; al venerd&igrave;, mentre a cena &egrave; disponibile dal marted&igrave; al sabato nelle serate in cui non ospitiamo i nostri chef speciali: per riservare il vostro posto all&#39;hub, visitate il sito&nbsp;<a href="https://www.identitagolosemilano.it/prenotazioni/" rel="nofollow">cliccando qui</a>.</p>

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<strong>Luned&igrave; 11 maggio</strong><br />
<em>Tra pizza d&#39;autore e alta cucina, in collaborazione con Latteria Sorrentina: con Ciro Oliva | Concettina ai Tre Santi, Napoli e Paolo Rota | Da Vittorio, Brusaporto e St Moritz</em></p>

<p>[[ima2]]Per questa cena speciale, realizzata in collaborazione con <a href="https://latteriasorrentina.com/" rel="nofollow">Latteria Sorrentina</a> - realt&agrave; di eccellenza del panorama caseario italiano, custode di una tradizione che si tramanda da cinque generazioni e da tempo partner prezioso di <em>Identit&agrave; Golose</em> - avremo con noi due illustri rappresentanti del gusto italiano, che uniranno le forze e i talenti per far nascere un menu imperdibile. Sar&agrave; con noi <strong>Ciro Oliva</strong>, quarta generazione alla guida della pizzeria di famiglia, nel cuore del Rione Sanit&agrave;: <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/462/35745/locali/concettina-ai-tre-santi.html">Concettina ai Tre Santi</a>. Sa fondere insieme la tradizione partenopea del quale &egrave; erede con l&#39;evoluzione contemporanea, la cui conoscenza gli deriva dalla frequentazione col mondo dell&#39;alta cucina. Che frequenter&agrave; anche per questa serata in via Romagnosi, dato che al suo fianco ci sar&agrave; <strong>Paolo Rota</strong>, una delle colonne del gruppo Da Vittorio, chef di <a href="https://www.davittorio.com/ristoranti/da-vittorio-st-moritz.html" rel="nofollow">Da Vittorio St. Moritz</a> (due stelle Michelin) e direttore creativo di <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/11965/ristoranti/da-vittorio.html?p=0&amp;q=cerea&amp;hash-city=cs-city-brusaporto&amp;&amp;geo=1">Da Vittorio a Brusaporto</a> (tre stelle Michelin).</p>

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<strong>Gioved&igrave; 21 maggio</strong><br />
<em>Visioni d&#39;autore in collaborazione con Molino Casillo: con Richard Abou Zaki | Retroscena, Porto San Giorgio (Fermo), Pietro D&#39;Onghia | Pizzeria Ok, Mottola (Taranto) e Giuseppe Riontino | Canneto Beach 2, Margherita di Savoia (Barletta-Andria-Trani)</em></p>

<p>[[ima3]]Prosegue con una nuova serata la seconda stagione di <em>Visioni d&#39;autore</em>, il ciclo di cene firmato da <em>Identit&agrave; Golose Milano</em> in collaborazione con <a href="https://www.molinocasillo.com/" rel="nofollow">Molino Casillo</a> e il suo innovativo sfarinato <em>Altograno&reg;</em>. Visioni d&#39;autore promuove incontri e dialoghi tra grandi professionisti della lievitazione, della pizza e dell&#39;alta cucina: in questo secondo appuntamento avremo il piacere di ospitare uno dei pi&ugrave; interessanti talenti della cucina d&#39;autore italiana, <strong>Richard Abou Zaki</strong>, chef e patron del ristorante <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/19928/ristoranti/retroscena-pierpaolo-ferracuti-e-richard-abou-zaki.html">Retroscena</a> di Porto San Giorgio (Fermo), una stella Michelin, che curer&agrave; i topping delle tre pizze proposte in un menu di quattro portate pi&ugrave; una entr&eacute;e. A firmare gli impasti e le altre portate ci penseranno due firme riconosciute della pizza d&#39;autore: saranno con noi <strong>Pietro D&#39;Onghia</strong>, dalla <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/462/39776/locali/pizzeria-ok.html">Pizzeria Ok</a> di Mottola (Taranto) e <strong>Giuseppe Riontino</strong>, pizzaiolo di <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/462/35290/locali/canneto-beach-2.html">Canneto Beach 2</a>, a Margherita di Savoia (Barletta-Andria-Trani). Il menu sar&agrave; proposto al prezzo di 85 euro a persona, vini e bevande inclusi. Orario unico di prenotazione h20:00.&nbsp;</p>

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<strong>Marted&igrave; 26 maggio</strong><br />
<em>Dal pascolo all&#39;Hub: la cucina di Ferdy Wild, con Alessio Manzoni | Ferdy Wild, Lenna (Bergamo)</em></p>

<p>[[ima4]]&quot;Dal pascolo alla tavola&quot;: sono le parole con cui l&#39;agriturismo d&#39;autore <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/36507/ristoranti/ferdy-wild.html">Ferdy Wild</a> presenta la proposta gastronomica del proprio ristorante: una cucina profondamente incentrata sullo studio della natura e sulla celebrazione della montagna, in particolare delle montagne orobiche. <strong>Nicol&ograve; Quarteroni</strong>, insieme al suo team e alla famiglia - tutta impegnata a lavorare nell&#39;azienda agrituristica - ha fatto nascere questa realt&agrave;, cos&igrave; sincera e rispettosa del territorio, dalle stanze arredate con materiali naturali, fino al ristorante guidato dallo chef <strong>Alessio Manzoni</strong>, che ha il compito di trasformare latticini, formaggi, carni etiche, autoprodotti all&#39;80%, in piatti raffinati, originali e gustosi. Il menu&nbsp;sar&agrave; proposto al prezzo di 85 euro a persona, vini e bevande inclusi.</p>

<p><br />
Vi aspettiamo in via Romagnosi 3: per prenotare il vostro tavolo, visitate&nbsp;<a href="https://www.identitagolosemilano.it/prenotazioni/" rel="nofollow">il sito ufficiale di Identit&agrave; Golose Milano</a>.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/ribaldone-rinaldi-reportage-006-3-1-1-1-1-1-1-1-1-1-1-1.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/413/42692/identita-golose-milano/identita-golose-milano-ecco-gli-chef-ospiti-di-maggio.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/413/identita-golose-milano.html">413</category>			</item>			<item>				<title>Isola dei desideri: i big dell'accoglienza trasformano così il volto della Sicilia</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/205/42671/hotellerie/isola-dei-desideri-i-big-dellaccoglienza-trasformano-cosi-il-volto-della-sicilia.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Avamposto assoluto del lusso mediterraneo e meta pi&ugrave; ambita dal turismo internazionale, la Sicilia rappresenta un vero e proprio brand che unisce bellezza naturale, calore umano e raffinatezza artigianale. Conseguenza tangibile &egrave; un rilevante fermento che sta attraversando il settore alberghiero dell&rsquo;isola: non si tratta pi&ugrave; solo di offrire un soggiorno, ma di curare vere e proprie &quot;esperienze di destinazione&quot; centrate su stile di vita, alta cucina, storia, benessere e palazzi nobiliari recuperati. Dalle storiche dimore di Palermo e Noto ai resort ecosostenibili della costa meridionale, la Sicilia attira le pi&ugrave; grandi firme mondiali (<em>Four Seasons, Belmond, Rocco Forte, IHG</em>), trasformando l&rsquo;eredit&agrave; storica in comfort contemporaneo capace di ingolosire il viaggiatore sempre pi&ugrave; colto ed esigente. Queste le novit&agrave; dell&rsquo;hotellerie di Trinacria per l&rsquo;estate 2026.</p>

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<p><a href="https://palazzobalsamo.com/" rel="nofollow">Palazzo Balsamo Boutique Hotel</a> &ndash; Palermo<br />
[[ima2]]Operativo da pochi mesi nel cuore storico della citt&agrave;, questo boutique hotel trasforma un palazzo nobiliare dell&rsquo;Ottocento in un rifugio intimo di 18 camere. Il progetto architettonico &egrave; un inno alla matericit&agrave;: intonaci in terra cruda, parquet in rovere italiano e linee curve creano un distacco netto dal caos urbano. La colazione &egrave; curata dallo <strong>Giuseppe Costa</strong>, chef e patron del ristorante <a href="https://www.giuseppecosta.com/bavaglino/" rel="nofollow">Il Bavaglino</a> nella vicina Terrasini (Pa), che utilizza le uova biologiche (dalle incredibili sfumature naturali blu, verde e marrone) e i frutti esotici provenienti dall&rsquo;azienda agricola di <strong>Andrea Cammareri</strong>, titolare dell&rsquo;hotel, a Finale di Pollina (Pa). Qui, le galline crescono ascoltando musica a bassa frequenza per ridurre lo stress, una filosofia etica che si riflette anche nella SPA dell&#39;albergo, dove l&#39;olio di avocado bio di produzione propria diventa il protagonista dei trattamenti viso e corpo.</p>

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<a href="https://www.excelsiorpalacepalermo.com/" rel="nofollow">Palazzo Excelsior</a> &ndash; Palermo<br />
Nonostante la data di apertura ufficiale non sia stata ancora annunciata, l&#39;attesa &egrave; altissima. Acquisito dal gruppo <a href="https://www.privateluxuryproperties.com/" rel="nofollow">Luxury Private Properties</a> della famiglia <strong>Giotti</strong> (gi&agrave; proprietaria dell&#39;<a href="https://www.theashbeehotel.com/" rel="nofollow">Ashbee Hotel</a> di Taormina e del <a href="https://www.desetrangers.com/" rel="nofollow">Grand Hotel Des &Eacute;trangers</a> di Siracusa), lo storico edificio palermitano &egrave; oggetto di un imponente restauro che lo porter&agrave; alla classificazione cinque stelle lusso. La novit&agrave; pi&ugrave; eclatante che incuriosisce &egrave; la conferma che la struttura ospiter&agrave; il nuovo ristorante di <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/6/441/chef-e-protagonisti/heinz.html">Heinz Beck</a>. Il celebre chef tedesco del tristellato <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/38523/ristoranti/la-pergola-al-rome-cavalieri.html">La Pergola</a> di Roma porter&agrave; la sua filosofia culinaria nel capoluogo, rinnovando i sapori siciliani in un contesto di estrema raffinatezza. L&#39;hotel punta a diventare il nuovo centro di gravit&agrave; per il segmento luxury a Palermo, unendo il fascino della <em>Belle &Eacute;poque</em> alle pi&ugrave; moderne tecnologie dell&#39;accoglienza.</p>

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<a href="https://lecalette.it/it/" rel="nofollow">Le Calette</a> &ndash; Cefal&ugrave; (Pa)<br />
L&rsquo;hotel a cinque stelle della famiglia <strong>Cacciola-Miccich&egrave;</strong> continua a innovare la sua offerta con interventi mirati che esaltano il legame con la bellezza del paesaggio di Cefal&ugrave;. Le nuove <em>Bayview Room</em> sono state oggetto di un restyling profondo: l&#39;essenzialit&agrave; dei materiali naturali e le tonalit&agrave; morbide sono state studiate per far risaltare l&#39;azzurro della baia sottostante. Sul fronte del benessere, la novit&agrave; &egrave; la <em>Hair Spa room</em>, uno spazio dedicato a rituali olistici che trattano il cuoio capelluto come parte integrante del benessere totale, unendo riflessologia e massaggi. Si inaugura inoltre quest&rsquo;anno il <em>Gazebo della Maga Circe</em>: un&#39;area trattamenti immersa nel verde dove &egrave; possibile vivere rituali di coppia all&#39;aperto, utilizzando oli essenziali e tamponi caldi alle erbe siciliane, per una connessione totale con gli elementi naturali del territorio. Molto divertenti le cooking class tenute dall&rsquo;executive chef della struttura <strong>Dario Pandolfo</strong>.</p>

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<p><a href="https://www.fourseasons.com/it/taormina/" rel="nofollow">San Domenico Palace, a Four Seasons Hotel</a> &ndash; Taormina (Me)<br />
[[ima3]]Per la stagione 2026, l&#39;icona di Taormina introduce importanti novit&agrave; nella sua offerta gastronomica. &nbsp;Il ristorante <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/29473/locali/principe-cerami-del-san-domenico-palace.html">Principe Cerami</a>, una stella Michelin, si sposta in una nuova sala pi&ugrave; intima ed esclusiva, con una capienza di soli 24 coperti per garantire un servizio tailor made e un dialogo pi&ugrave; diretto con la cucina dello chef <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/6/16361/chef-e-protagonisti/massimo.html">Massimo Mantarro</a>. Altra novit&agrave; &egrave; la conferma del ristorante <a href="https://www.fourseasons.com/it/taormina/dining/restaurants/rosso/" rel="nofollow">Rosso</a>, che propone un menu interamente dedicato ai grandi classici della cucina italiana, dalla cotoletta al risotto con gamberi. Infine, il bar <a href="https://www.fourseasons.com/it/taormina/dining/restaurants/anciovi/?utm_source=google&amp;utm_medium=organicsearch&amp;utm_campaign=tor-sdh-fab-mid-seo-na&amp;utm_content=na-na&amp;utm_term=na" rel="nofollow">Anciovi</a> rinnova la sua identit&agrave; celebrando esclusivamente il mare e il pescato, offrendo un&#39;esperienza gourmet a bordo piscina con vista mozzafiato sullo Ionio.</p>

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<p><a href="https://www.belmond.com/hotels/europe/italy/taormina/belmond-grand-hotel-timeo/" rel="nofollow">Grand Hotel Timeo</a> &ndash; Taormina (Me)<br />
[[ima4]]La novit&agrave; pi&ugrave; prestigiosa &egrave; l&#39;inaugurazione della <em>Dior Spa</em>, un santuario di serenit&agrave; che proporr&agrave; terapie bio-energizzanti e trattamenti viso &quot;alta moda&quot; curati dalla celebre maison francese. Altra novit&agrave; e l&rsquo;apertura da maggio 2026 di <a href="https://www.belmond.com/it/hotels/europe/italy/taormina/belmond-grand-hotel-timeo/villa-timeo?srsltid=AfmBOoqvaSPfrzOLNCh8ITFnOHi0mHobxRDHdhcx_z2jUukmvq8vyePd" rel="nofollow">Villa Timeo</a>, residenza esclusiva di 21 camere (principalmente suite) dopo un radicale intervento di ristrutturazione firmato dalla designer <strong>Laura Gonzalez</strong>. Situata a pochi passi dal <em>Grand Hotel Timeo</em>, questa villa potr&agrave; essere prenotata interamente per fughe private o singolarmente, offrendo l&#39;intimit&agrave; di una residenza nobiliare con i servizi di un hotel di lusso. Gli ospiti di <em>Villa Timeo</em> avranno accesso privilegiato a tutti i servizi del <em>Grand Hotel Timeo</em>, inclusi i giardini terrazzati e il ristorante stellato Michelin <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/20180/locali/otto-geleng-del-grand-hotel-timeo-a-belmond-hotel-taormina.html">Otto Geleng</a>, fondendo l&#39;arte del benessere con la storia millenaria di Taormina.</p>

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<a href="https://palazzodelgrado.com/" rel="nofollow">Palazzo del Grado</a> &ndash; Catania<br />
Ancora non c&rsquo;&egrave; una data ufficiale d&#39;apertura, prevista per febbraio 2026, di <em>Palazzo del Grado</em>, nuova scommessa del gruppo anconetano <a href="https://www.thebeginhotels.com/" rel="nofollow">The Begin Hotels</a> all&#39;incrocio tra Via Etnea e Via Pacini. Questo gioiello di architettura, progettato originariamente da <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Carlo_Sada" rel="nofollow">Carlo Sada</a> (l&#39;architetto del <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Teatro_Massimo_Vincenzo_Bellini" rel="nofollow">Teatro Massimo Bellini</a>), dovrebbe rinascere come 5 stelle dopo un restauro meticoloso. La novit&agrave; principale risieder&agrave; nel recupero degli elementi decorativi originali: lo stemma del <em>Conte Grado</em>, le decorazioni in stucco Art Nouveau e le intricate inferriate in ghisa sui balconi torneranno a splendere accanto a finiture d&#39;interni contemporanee di altissima fattura. L&#39;hotel si proporr&agrave; di essere un ponte tra la Catania aristocratica del 1905 e le esigenze del viaggiatore moderno, offrendo un&#39;atmosfera neoclassica arricchita da una gestione dei servizi dinamica e orientata al design.</p>

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<p><a href="https://monacidelleterrenere.it/it/" rel="nofollow">Monaci delle Terre Nere</a> &ndash; Zafferana Etnea (Ct)<br />
[[ima5]]<strong>Guido Coffa</strong>, patron del prestigioso wine resort <em>Monaci delle Terre Nere</em>, ha presentato ufficialmente la nuova <em>toque</em> alla guida della proposta gastronomica della tenuta: lo chef classe 1999 <strong>Onofrio Pagnotto</strong>. L&#39;arrivo del cuoco originario di Potenza segna una svolta strategica per la struttura etnea, gi&agrave; parte del rinomato circuito <a href="https://www.relaischateaux.com/it/" rel="nofollow">Relais &amp; Ch&acirc;teaux</a>, e consolida la sua vocazione a un&#39;ospitalit&agrave; che fonde lusso, natura e alta cucina. Nonostante la giovane et&agrave;, lo chef si era distinto a <em>Il Cappero</em> di Vulcano dove, a 24 anni, aveva riconfermato la stella Michelin e aveva conquistato la Stella Verde. La filosofia culinaria che <strong>Pagnotto</strong> introduce nel resort si basa su un binomio di emozione ed essenzialit&agrave;. Il suo obiettivo &egrave; eliminare il superfluo per lasciare spazio all&#39;autenticit&agrave; degli ingredienti, molti dei quali provenienti direttamente dai terreni vulcanici della tenuta.</p>

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<a href="https://www.roccofortehotels.com/it/blog-repository/articles/un-vero-gioiello-siciliano-la-nostra-nuova-apertura-a-noto/" rel="nofollow">Palazzo Castelluccio Rocco Forte Hotels</a> &ndash; Noto (Sr)<br />
Ancora nessun annuncio ufficiale sulla data di apertura del nuovo progetto firmato <a href="https://www.roccofortehotels.com/it/" rel="nofollow">Rocco Forte Hotels</a>: <em>Palazzo Castelluccio</em>, una delle residenze pi&ugrave; imponenti del Val di Noto. Originariamente costruito nel 1782, il palazzo di 5.000 metri quadrati offrir&agrave; 31 raffinate camere immerse in un&#39;atmosfera neoclassica che si distacca dal barocco dominante della citt&agrave;. La novit&agrave; risiede nel recupero conservativo di oltre cento stanze, dove le pareti rivestite di seta blu, i soffitti affrescati e i pavimenti in ceramica di Caltagirone conviveranno con i comfort di un hotel extra-lusso. Il progetto, curato da <strong>Olga Polizzi</strong> in collaborazione con <strong>Paolo Moschino</strong>, integrer&agrave; un ristorante di alto profilo, un bar, una palestra e una SPA, il tutto incorniciato da un magnifico giardino privato che promette di diventare il nuovo centro della vita aristocratica e mondana della citt&agrave;.</p>

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<a href="https://www.ihg.com/vignettecollection/hotels/it/it/scicli/ciyds/hoteldetail" rel="nofollow">Costa Irminia Retreat &amp; Spa Vignette Collection&nbsp; IHG</a> &ndash; Scicli (Rg)<br />
Inserito nella prestigiosa <em>Vignette Collection</em> di <a href="https://www.ihg.com/content/it/it/about/brands" rel="nofollow">IHG</a>, questo retreat, annunciato per l&rsquo;estate 2026, si prepara ad aprire come un rifugio di serena bellezza bucolica all&#39;interno della <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Riserva_naturale_Macchia_Foresta_del_Fiume_Irminio" rel="nofollow">Riserva Naturale del Fiume Irminio</a>. La struttura si distingue per un&#39;offerta che punta sulla rigenerazione sensoriale: le camere riflettono l&#39;anima della Sicilia attraverso dettagli artigianali e una vista aperta sulla macchia mediterranea. La SPA &egrave; progettata per offrire antichi rituali d&#39;acqua e moderne terapie di benessere, in simbiosi con la spiaggia dorata di Plaia Grande raggiungibile tramite sentieri interni alla riserva. Il ristorante seguir&agrave; la filosofia <em>farm-to-table</em>, celebrando la ricchezza gastronomica della zona attraverso materie prime a chilometro zero, offrendo un&#39;alternativa di lusso pacato e sostenibile a pochi minuti dai tesori UNESCO del Val di Noto.</p>

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<p><a href="https://www.mangias.com/it/resort/costa-ragusa-resort?utm_source=google&amp;utm_medium=cpc&amp;utm_campaign=IT_Search_Brand_Strutture_Selinunte_2024&amp;gad_source=1&amp;gad_campaignid=23690334692&amp;gbraid=0AAAAABXESRH6iV3QZIXyr11BlBG4ofezq&amp;gclid=Cj0KCQjw2MbPBhCSARIsAP3jP9xVxqGcFpzUqskO624ohgtHAppgTJXD9eEzM8hPbMIX3Sl5BMGqwgAaAo3KEALw_wcB" rel="nofollow">Costa Ragusa Borgo &amp; Resort Mangia&rsquo;s</a> &ndash; Scoglitti (Rg)<br />
[[ima6]]Il monumentale progetto di <a href="https://www.mangias.com/it" rel="nofollow">Mangia&rsquo;s</a> per il rilancio dell&#39;ex <em>Club Med Kamarina</em> si concretizza in due strutture distinte che apriranno nell&#39;estate 2026. Il <em>Costa Ragusa Borgo</em> (apertura annunciata per il luglio 2026) sar&agrave; un borgo diffuso con 434 residenze e una forte vocazione sportiva (tennis e padel), offrendo una formula all-inclusive di lusso. Il <em>Costa Ragusa Resort</em> (apertura 1 agosto 2026) rappresenter&agrave; invece l&#39;anima cinque stelle lusso del complesso, con 105 camere e suite caratterizzate da un design materico che utilizza pietra, legno e ceramiche. Entrambe le strutture punteranno sulla biodiversit&agrave; dei 67 ettari di parco, sulla ristorazione <em>dine around</em> di alto livello e su una SPA olistica, con l&rsquo;obiettivo di diventare una delle destinazioni pi&ugrave; complete e innovative del sud-est siciliano.</p>

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<p><a href="https://www.falkensteiner.com/it/family-resort-sicily" rel="nofollow">Falkensteiner Family Resort Sicily</a> &ndash; Licata (Ag)<br />
[[ima7]]Annunciato per l&#39;autunno 2026 sulla costa meridionale dell&rsquo;isola, questo resort a 5 stelle introdurr&agrave;&nbsp;una nuova visione di lusso per famiglie. La struttura offrir&agrave; 125 alloggi, tra cui ville con giardino privato e vista mare, progettati per combinare privacy e comfort. Da segnalare il <em>Falkyland</em>, un&#39;area per bambini di ben 800 mq dedicata esclusivamente alla creativit&agrave; e alla scoperta. Parallelamente, l&rsquo;<em>Acquapura</em> SPA si presenter&agrave; come uno spazio di rigenerazione anche per gli adulti, con piscine panoramiche e rituali benessere ispirati alla natura vulcanica della Sicilia. La cucina mixer&agrave; i classici della tradizione italiana (come pizza e pasta fatte a mano) con le eccellenze del territorio di Licata, creando un ambiente <em>active</em> dove sport, benessere e gastronomia convergeranno in un&#39;unica proposta di alto livello.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/le-calette.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/205/42671/hotellerie/isola-dei-desideri-i-big-dellaccoglienza-trasformano-cosi-il-volto-della-sicilia.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/205/hotellerie.html">205</category>			</item>			<item>				<title>Da Ca' Bianca, dove il vitello non è tonnato ma &quot;missoltinato&quot;</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/42689/dallitalia/da-ca-bianca-dove-il-vitello-non-e-tonnato-ma-missoltinato.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Ci sono passaggi televisivi che restano semplici parentesi, e altri che, a distanza di anni, continuano a raccontare storie pi&ugrave; profonde. Quando <strong>Alessandro Borghese</strong> port&ograve; &ldquo;4 Ristoranti&rdquo; sul lago di Como nel 2018, fu un momento isolato ma significativo. Una sola puntata, quattro insegne in gara, un vincitore destinato a emergere davvero nel tempo, lontano dalle telecamere. A trionfare fu il <a href="https://www.crottodelsergente.it/" rel="nofollow">Crotto del Sergente</a> e in cucina c&rsquo;era <strong>Bruno Camera</strong>.<br />
<br />
La storia di Bruno &egrave; una traiettoria di determinazione e necessit&agrave;. Nato a Bovalino, in Calabria, cresce tra i profumi di una cucina domestica intensa: il nonno panificatore, la madre presenza forte ai fornelli. La passione arriva presto, inevitabile. A 16 anni &egrave; gi&agrave; in cucina, in un camping. Ma il contesto calabrese, per chi cerca crescita e prospettiva, pu&ograve; essere limitante. Cos&igrave; nel 1999 arriva la svolta: Como.&nbsp;<br />
L&rsquo;inizio &egrave; in una tavola calda a Lora. Ma &egrave; una parentesi breve. Bruno cerca un contesto in cui crescere. Dopo varie esperienze, nel 2005 entra al <em>Crotto del Sergente</em>. Dieci anni da sous chef, altri 10 da executive. &Egrave; in questi anni che la sua cucina prende una direzione precisa: Bruno incontra il territorio. Non solo come concetto, ma come rete viva di produttori, stagioni, materie prime. &Egrave; qui che la sua cucina cambia direzione, diventando identitaria.<br />
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<strong>Arianna Grimoldi</strong> arriva da un percorso apparentemente lontano. Legnano, madre norvegese, liceo artistico, laurea in scienze politiche. Nel mezzo, la moda, collaborazioni con fotografi come <strong>Maurizio Galimberti</strong>. Eppure, il richiamo della cucina &egrave; costante. Inizia con il catering, poi l&rsquo;incontro con Bruno. &Egrave; lui a portarla al Crotto, dove qualcosa si accende. Arianna capisce che quella non &egrave; solo una passione: &egrave; la sua strada. Si forma, studia, sperimenta. E soprattutto, costruisce insieme a Bruno una visione comune.<br />
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[[ima2]][[ima3]]Nel 2025, quella visione prende forma concreta: <a href="https://ca-bianca.com/" rel="nofollow">Ca&rsquo; Bianca</a>. Uno spazio raccolto, quasi domestico, dove la relazione con il cliente torna centrale. Qui l&rsquo;esperienza non si consuma soltanto nel piatto, ma nel dialogo, nell&rsquo;attenzione, nella continuit&agrave;. Dopo un primo anno da dipendenti, Bruno e Arianna rilevano il locale. &Egrave; un passaggio cruciale: da interpreti a autori. La scelta della cucina territoriale non &egrave; strategia, ma conseguenza naturale. Il Lago di Como offre materia, identit&agrave;, profondit&agrave;. E soprattutto una rete di piccoli produttori con cui costruire un dialogo continuo. Non a caso, fanno parte di Slow Food. Qui la dimensione contenuta diventa un valore: permette sostenibilit&agrave; reale, relazioni autentiche, coerenza.<br />
<br />
In cucina non esistono ruoli rigidi. Niente schemi classici tra executive e sous chef. Esiste il confronto, il dialogo, la costruzione condivisa. Bruno porta esperienza, tecnica e una solida conoscenza del territorio. Arianna aggiunge sensibilit&agrave;, visione e una sorprendente capacit&agrave; sulla pasticceria. I dolci sono il suo campo. E non &egrave; un dettaglio: in soli 5 anni di cucina, riesce a costruire dessert complessi, spesso sorprendendo lo stesso Bruno, che ammette con ironia come la pasticceria non sia il suo terreno naturale. Il loro segreto? Una sintonia autentica. I problemi si affrontano, si risolvono &ndash; a volte basta uno sguardo &ndash; ma restano fuori dalla vita privata. Il ristorante &egrave; il loro spazio professionale, non il loro peso.<br />
<br />
La cucina ha una base chiara: qualit&agrave; e territorio. Ma non &egrave; mai chiusa. Amano le contaminazioni, purch&eacute; rispettose. E costruiscono piatti che parlano il linguaggio del Lago di Como con accenti contemporanei. Il manifesto di Bruno &egrave; il Vitello<em> missoltinato</em>: una rilettura del vitello tonnato in cui il tonno lascia spazio al missoltino, ingrediente simbolo del lago. La salsa &egrave; il risultato di un lavoro lungo, preciso, per trovare equilibrio e intensit&agrave;. Accanto a questo, la crepinette di pecora brianzola, ispirata anche a un confronto con <strong>Antonino Cannavacciuolo</strong>, e l&rsquo;Arancino<em> pizzoccherato</em>, frutto di una lavorazione paziente che parte dalla ricetta tradizionale. Arianna si racconta invece attraverso il gyoza, dove la salsiccia monzese incontra una tecnica orientale, e nel macaron con caprino di Caslino e composta di fichi, sintesi di precisione e sensibilit&agrave;.<br />
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[[ima4]][[ima5]]La qualit&agrave; non &egrave; solo nei piatti, ma nei gesti. Pane e burro diventano dichiarazione d&rsquo;intenti: pagnotta artigianale firmata da <strong>Emanuele Castoldi</strong> di <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/209/42548/mondo-pizza/baked-dal-forno-al-palco-e-ritorno-la-rivoluzione-creativa-di-emanuele-castoldi.html">Baked!</a>, burro Occelli, biscottini fatti in casa serviti con il caff&egrave;. &laquo;Partire con i piedi per terra, ma in modo elegante&raquo;: &egrave; questa la loro idea di accoglienza.&nbsp;Interessante la proposta aperitivo, dalle 18 alle 20: un tris di assaggi a 9 euro, a cui abbinare un calice. Una formula intelligente, che spesso diventa anticamera della cena: &egrave; un modo per avvicinare, incuriosire, creare continuit&agrave;.<br />
<br />
Se la vittoria a 4 Ristoranti &egrave; stata una scintilla, la vera affermazione di Bruno arriva dopo. Per anni, nonostante due decenni al Crotto del Sergente, il suo nome &egrave; rimasto in secondo piano. Oggi, invece, trova finalmente una dimensione propria. Anche grazie a un&rsquo;idea che gli ha aperto la mente: la cucina di montagna di <strong>Norbert Niederkofler</strong>. Da l&igrave;, una riflessione semplice ma potente: perch&eacute; non fare lo stesso con il Lago di Como? Ca&rsquo; Bianca &egrave; un luogo in cui il territorio smette di essere una dichiarazione e diventa pratica quotidiana. Dove la cucina non cerca effetti, ma equilibrio. E in cui, tra un piatto e un gesto, si costruisce qualcosa di pi&ugrave; raro: un&rsquo;identit&agrave; che resta.</p>

<p><a href="https://ca-bianca.com/" rel="nofollow">Ca&#39; Bianca enoteca e bistrot</a><br />
via Noseda 4<br />
San Fermo della Battaglia (Como)<br />
+390318255331<br />
Prezzi medi: antipasti 15, primi 18, secondi 22, dessert 7 euro<br />
chiuso marted&igrave; e mercoled&igrave;</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/1-img-5542.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/42689/dallitalia/da-ca-bianca-dove-il-vitello-non-e-tonnato-ma-missoltinato.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/dallitalia.html">44</category>			</item>			<item>				<title>Trionfa una barlady al Reverso Martini, il contest che rilegge un grande classico </title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/212/42657/shake-shock/trionfa-una-barlady-al-reverso-martini-il-contest-che-rilegge-un-grande-classico-.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Nel panorama sempre pi&ugrave; dinamico della mixology italiana, la <a href="https://www.florencecocktailweek.it/" rel="nofollow">Florence Cocktail Week 2026</a>, arrivata al suo decimo anniversario, si &egrave; confermata una piattaforma privilegiata per sperimentazione e confronto. Tra gli appuntamenti pi&ugrave; attesi, la terza edizione di <em>Reverso Martini</em> ha ribadito&nbsp;il ruolo centrale del grande classico nella contemporaneit&agrave;, trasformandolo in terreno fertile per nuove interpretazioni.</p>

<p data-end="1064" data-start="675">A distinguersi &egrave; stata <strong>Carlotta Grassi</strong>, bartender di <em>Elementi Cocktail &amp;Pizza&nbsp;</em>(a <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/462/35013/locali/elementi-cocktail-pizza-mugello.html">Barberino del Mugello</a> e a <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/462/34990/locali/elementi-cocktailpizza-prato.html">Prato</a>), che ha conquistato la giuria con il suo <em>Riviera Dirty</em>, una rilettura elegante e strutturata del celebre <em>Dirty Martini</em>. Il drink ha colpito per precisione tecnica, equilibrio gustativo e una visione attuale capace di rispettare l&rsquo;identit&agrave; del cocktail originale, portandolo verso una dimensione mediterranea.</p>

<p data-end="1064" data-start="675">[[ima2]]La competizione, ideata da <a href="https://gintastico.it/" rel="nofollow">Gintastico</a> insieme al <a href="https://www.frantoiosantagata.com/it/benvenuti.html" rel="nofollow">Frantoio di Sant&rsquo;Agata d&rsquo;Oneglia</a>, ha riunito alcuni tra i professionisti pi&ugrave; interessanti della scena toscana. L&rsquo;obiettivo era reinterpretare il <em>Martini</em> valorizzando ingredienti simbolo della produzione ligure. Un esercizio che ha richiesto competenze tecniche solide e sensibilit&agrave; nel costruire un dialogo coerente tra prodotto e creativit&agrave;.</p>

<p data-end="1929" data-start="1459">La finale, ospitata negli spazi di <em>Sina Villa Medici</em>, ha evidenziato un livello qualitativo elevato. I bartender si sono confrontati su equilibri complessi, lavorando con olive taggiasche, oli extravergini e conserve, fino a includere elementi pi&ugrave; inusuali come acciughe del Cantabrico e cipolline borettane. Questa apertura riflette una tendenza sempre pi&ugrave; evidente, ovvero l&rsquo;ampliamento del linguaggio della miscelazione attraverso ingredienti gastronomici identitari.&nbsp;Il cocktail vincitore nasce proprio da questo approccio.</p>

<p data-end="1929" data-start="1459">[[ima5]]<strong>Grassi</strong> ha sviluppato una variante della salamoia tradizionale, creando una lemon brine a partire dallo sciroppo dei Limoni di Riviera. Il risultato &egrave; un twist coerente e raffinato, in cui acidit&agrave;, sapidit&agrave; e profondit&agrave; aromatica si integrano con precisione, restituendo una nuova lettura del Martini. La giuria, composta da professionisti tra marketing, cucina e giornalismo, ha valutato le creazioni sulla base di criteri come bilanciamento, tecnica e capacit&agrave; espressiva. Accanto alla vittoria di <strong>Grassi</strong>, &egrave; stata assegnata una menzione speciale a <strong>Lorenzo Ghironi</strong> per un cocktail che ha saputo valorizzare in modo armonico una selezione pi&ugrave; ampia di prodotti del frantoio.</p>

<p data-end="2288" data-start="1931">[[ima4]]L&rsquo;iniziativa si inserisce in un contesto pi&ugrave; ampio che vede la mixology dialogare sempre pi&ugrave; strettamente con la cultura gastronomica. Il coinvolgimento di realt&agrave; diverse, dai grandi hotel ai caff&egrave; storici fino ai format contemporanei, dimostra come il cocktail sia oggi uno spazio di ricerca trasversale, capace di mettere in relazione tradizione e innovazione. A chiudere la giornata, una guest shift aperta al pubblico ha esteso l&rsquo;esperienza oltre la competizione, offrendo agli appassionati un&rsquo;occasione concreta per avvicinarsi a queste nuove interpretazioni. Il Martini continua cos&igrave; a evolversi, mantenendo il suo status iconico ma aprendosi a linguaggi e sensibilit&agrave; sempre pi&ugrave; attuali.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/reverso-martini.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/212/42657/shake-shock/trionfa-una-barlady-al-reverso-martini-il-contest-che-rilegge-un-grande-classico-.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/212/shake-shock.html">212</category>			</item>			<item>				<title>Stefano Liberti, cronista del Mediterraneo che cambia: «Il mare che conoscevamo non esiste più»</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/476/42684/ig2026-identita-future/stefano-liberti-cronista-del-mediterraneo-che-cambia-il-mare-che-conoscevamo-non-esiste-piu.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Domenica 7 giugno, nella mattinata d&rsquo;apertura del <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/406/congresso-identita-milano.html">Congresso di Identit&agrave; Milano 2026</a>, si terranno due lezioni importanti su un grande tema: il Mediterraneo che cambia. Sul palco salir&agrave; alle 12.05 il pasticciere siciliano <b>Corrado Assenza</b> con una dissertazione&nbsp;sui significati&nbsp;del grano e i suoi scambi secolari. Alle 12.40, un confronto&nbsp;a doppia voce: <b>Chiara Pavan</b>, cuoca del ristorante <a href="https://www.venissa.it/" rel="nofollow">Venissa</a> di Venezia e <b>Stefano Liberti</b>, giornalista e scrittore romano.<br />
<br />
Se dell&rsquo;impegno gastro-ecologico di Pavan e del compagno <b>Francesco Brutto</b> abbiamo scritto su queste pagine (nel <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/98/33854/zanattamente-buono/non-solo-granchi-blu-il-menu-di-venissa-tra-meduse-voraci-pesci-alieni-e-molluschi-predatori.html">2023</a> e nel <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/98/28052/zanattamente-buono/venissa-delizie-e-temi-urgenti.html">2021</a>) e se la stessa Chiara ha appena pubblicato &ldquo;Cucina Ambientale&rdquo; (Mondadori), poco sappiamo invece di Liberti, fonte ispirazionale dei ragazzi di Venissa. Stefano &egrave; autore di diversi saggi, scritti sempre con testimonianza diretta e grande piglio investigativo. &nbsp;<br />
<br />
Nel 2024 ha scritto &ldquo;Tropico Mediterraneo&rdquo; (Laterza), il diario di un viaggio di 6 mesi tra onde e battigie del mare nostrum. Un&rsquo;odissea appassionante che documenta gli effetti del cambiamento climatico sui nostri ecosistemi, criticit&agrave; che hanno un grande impatto sulla natura di quello che mangiamo e mangeremo. L&rsquo;abbiamo intervistato.<br />
<br />
<b>Nella tua carriera ti sei sempre occupato di temi diversi: le rotte dei migranti, il land grabbing... Perch&eacute; proprio il</b> <b>Mediterraneo?</b><br />
Mi sono sempre occupato di questioni di terra e cibo finch&eacute; non mi sono chiesto: quanto conosciamo il nostro mare? Molto poco. Cos&igrave; ho iniziato questo viaggio in autunno da Linosa a Cipro, da Tunisi alle Isole Kerkennah, da Mazara a Samo, al fianco di biologi marini, attivisti e pescatori generosissimi. Abbiamo documentato la pesca scriteriata e l&rsquo;inquinamento, le plastiche e lo spopolamento dei litorali. Crisi economiche e sociali che hanno ricadute su quello che mangiamo: la riconversione delle industrie ittiche, gli effetti del surriscaldamento sull&rsquo;identit&agrave; della fauna ittica, la proliferazione di specie tropicali per effetti degli aumenti di temperatura delle nostre acque&hellip; Tutte criticit&agrave; di cui non si parla quanto dovremmo.<br />
<br />
<b>Criticit&agrave; non solo del Mediterraneo. </b><br />
Sono problemi globali. Ma il Mediterraneo &egrave; un oceano in miniatura e presenta caratteristiche morfologiche uniche: &egrave; semichiuso e in perenne deficit idrico, non fosse per l&rsquo;acqua che passa da quello stretto di appena 13 chilometri, a Gibilterra. &Egrave; un ecosistema piuttosto stabile ed&nbsp;esercita un grande influsso sui territori che bagna. E oggi ci lancia un messaggio preciso: si sta trasformando e per questo chiede aiuto.<br />
<br />
[[ima2]]<b>In che modo si trasforma?</b><br />
Il Mediterraneo come l&rsquo;abbiamo conosciuto da bambini non c&rsquo;&egrave; e non ci sar&agrave; pi&ugrave;. Niente pi&ugrave; choc termici d&rsquo;estate. Niente pi&ugrave; cavallucci marini, telline o madreperle. Oggi proliferano specie aliene come granchi blu e&nbsp;pesci scorpione, pesci palla e pesci coniglio... Sono esemplari che arrivano qui dalle acque di zavorra delle navi da crociera o attraverso il canale di Suez. &Egrave; un processo in corso gi&agrave; da un po&rsquo; e quando l&rsquo;uomo se ne accorge vuol dire che &egrave; gi&agrave; successo. Mi colp&igrave; molto quel pescatore di Cipro, travolto dall&rsquo;invasione dei pesci palla da sud. Mi disse: &lsquo;L&rsquo;Italia non &egrave; in Scandinavia, ci siamo dentro tutti&rsquo;.<br />
<br />
<b>I pesci palla non sono velenosi?</b><br />
S&igrave; molto velenosi e molto aggressivi: contengono tetradotossina, una sostanza che causa arresti cardiocircolatori e crisi respiratorie fatali. Dilaga gi&agrave; nelle nostre acque: a Cipro il governo paga i pescatori per raccoglierli. Ne tengono quantit&agrave; enormi nei frigoriferi e poi li bruciano nelle discariche. Consideriamo anche che in Giappone il <i>fugu</i> &egrave; una prelibatezza gastronomica: i cuochi sanno come estrarne la tossina e ne fanno preparazioni deliziose.<br />
<br />
<b>Francesco Brutto e Chiara Pavan hanno composto menu interi di specie aliene come granchi blu, molluschi aggressivi, meduse giganti&hellip;</b><br />
Dimostrano che &egrave; possibile costruire interi menu attorno a specie aliene e invasive. &Egrave; un messaggio importante perch&eacute; tanti pescatori alzano le mani di fronte a specie mai viste prima: molte volte non sanno che farsene perch&eacute; non esiste un monitoraggio costante e le notizie spesso si perdono. Ma le informazioni sulle nuove specie devono circolare, dai pescherecci alle nostre tavole.<br />
<br />
<b>Ci sono altre specie in aumento nelle nostre acque?</b><br />
Il pesce leone, <i>pterois volitans</i>, che gli inglesi chiamano <i>lion fish</i>. &Egrave; una sorta di scorfano, buonissimo e bellissimo. Ha spine velenose sul dorso, che si tolgono con le forbici. L&rsquo;ho mangiato a Cipro. Non ha mercato. Lo pescano e se lo mangiano loro. In Grecia si &egrave; gi&agrave; riprodotto in modo molto rapido ed evidente. Occorre fare un&rsquo;azione di consapevolezza.<br />
<br />
[[ima3]]<b>C&rsquo;&egrave; un problema di fondo: gli effetti del cambiamento climatico non sono esattamente un tema in cima alle agende della politica di oggi. </b><br />
S&igrave; per negazionismo ma soprattutto perch&eacute; le guerre modificano sempre le priorit&agrave; delle persone. Se bombardano il tuo vicino, l&rsquo;immediata preoccupazione diventa la stabilit&agrave; di casa tua, non la temperatura delle acque che sale. Il climate change era gi&agrave; scomparso dai titoli nei mesi del covid; oggi le adunate&nbsp;da centinaia di migliaia di persone nel nome dell&#39;ambiente sarebbero impensabili, ma dobbiamo tenere duro. Con messaggi sempre ottimisti.<br />
<br />
<b>Cio&egrave;? </b><br />
Come si dice, ogni crisi porta in s&eacute; opportunit&agrave; interessanti, possibilit&agrave; di riscossa, modelli nuovi. Se costruisci narrazioni apocalittiche, il messaggio &egrave; sempre respingente. Se invece semini speranza e proponi soluzioni, le persone ti ascoltano.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/1-palco.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/476/42684/ig2026-identita-future/stefano-liberti-cronista-del-mediterraneo-che-cambia-il-mare-che-conoscevamo-non-esiste-piu.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/476/ig2026-identita-future.html">476</category>			</item>			<item>				<title>Le leggende più affascinanti sul riso: miti, storie e simboli di un chicco millenario</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/41329/dallitalia/le-leggende-piu-affascinanti-sul-riso-miti-storie-e-simboli-di-un-chicco-millenario.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Piccolo, essenziale, quotidiano. Eppure il riso &egrave; uno degli alimenti pi&ugrave; carichi di significato simbolico nella storia dell&rsquo;umanit&agrave;. Da millenni accompagna rituali, cerimonie e tradizioni popolari in tutto il mondo, soprattutto in Asia, dove questo cereale rappresenta molto pi&ugrave; di un semplice nutrimento: &egrave; un emblema di vita, prosperit&agrave; e fertilit&agrave;. Non sorprende quindi che proprio il riso sia stato scelto come ingrediente simbolo della quarta edizione della <a href="https://www.giornatadellaristorazione.it/" rel="nofollow">Giornata della Ristorazione </a>in programma il 16 maggio, organizzata dalla <em>Federazione Italiana Pubblici Esercizi </em>in collaborazione con <em>MAGENTAbureau</em>. Tra racconti tramandati nei secoli e credenze ancora vive, ecco alcune delle leggende pi&ugrave; affascinanti legate a questo chicco millenario.</p>

<h2>&nbsp;</h2>

<h2>Dalla strega Giubiana ai canti delle mondine: i racconti popolari legati al riso in Italia</h2>

<p>[[ima6]]Prima di arrivare sulle tavole europee &ndash; tra l&#39;VIII e l&#39;XI secolo, quando il riso inizi&ograve; a diffondersi nel Mediterraneo grazie agli scambi con il mondo arabo &ndash; questo cereale era gi&agrave; circondato da storie e simboli, anche in Italia, dove non mancano piccoli racconti popolari legati al riso. In Lombardia e Piemonte, ad esempio, una leggenda narra che la terribile strega <strong>Giubiana</strong>, che secondo il folklore locale terrorizzava i villaggi durante l&rsquo;inverno, andando a caccia di bambini da mangiare. La strega venne ingannata da una mamma, che le lasci&ograve; pronto un grande pentolone di risotto fumante con zafferano e l&uuml;g&agrave;nega. Attratta dal profumo irresistibile, la strega si mise a mangiare di gusto, senza accorgersi che la notte stava finendo. All&rsquo;alba, quando le streghe perdono i loro poteri, gli abitanti riuscirono finalmente a liberarsi di lei. Da questa storia nasce la festa popolare che ancora oggi, alla fine di gennaio, si celebra in molti paesi del Nord con fal&ograve; e piatti di risotto. Sempre nelle regioni delle risaie, le mondine accompagnavano il lavoro nei campi con canti diventati nel tempo parte del folklore delle campagne. Anche la nascita del risotto alla milanese &egrave; avvolta da una piccola leggenda popolare. Si racconta che nel XVI secolo, durante la costruzione delle vetrate del Duomo di Milano, un apprendista soprannominato <strong>Zafferano</strong> usasse lo zafferano per colorare i vetri. Il maestro, scherzando, gli disse che prima o poi avrebbe messo la spezia perfino nel riso. Il giorno di un matrimonio l&rsquo;apprendista decise di farlo davvero: aggiunse zafferano al riso del banchetto. Il risultato fu un piatto dorato e profumato che conquist&ograve; tutti gli invitati. Da quel momento sarebbe nato il celebre risotto milanese.</p>

<h2>&nbsp;</h2>

<h2>Il riso nato da un sacrificio: la leggenda cinese</h2>

<p>[[ima3]]Una delle storie pi&ugrave; suggestive arriva dalla Cina. Secondo un&rsquo;antica leggenda, durante una terribile carestia un genio benevolo osserv&ograve; i contadini soffrire la fame e decise di intervenire. Per salvarli comp&igrave; un gesto estremo: si strapp&ograve; i denti e li gett&ograve; in una palude. Da quel sacrificio nacquero le prime piante di riso, i cui chicchi bianchi ricordavano proprio il candore dei denti della divinit&agrave;. Il racconto trasforma cos&igrave; il cereale in simbolo di generosit&agrave; e abbondanza, un dono capace di nutrire e salvare intere comunit&agrave;.</p>

<h2>&nbsp;</h2>

<h2>Le divinit&agrave; del riso che proteggono i raccolti</h2>

<p>In molte culture asiatiche il riso &egrave; cos&igrave; importante da avere vere e proprie divinit&agrave; protettrici. In Indonesia e in diverse regioni del Sud-Est asiatico la fertilit&agrave; delle risaie &egrave; affidata a <strong>Dewi Sri</strong>, dea dell&rsquo;agricoltura e della prosperit&agrave;. Nei campi balinesi non &egrave; raro trovare piccoli templi dedicati a lei, dove i contadini portano offerte per chiedere raccolti generosi. In Thailandia la figura venerata &egrave; <strong>Mae Posop</strong>, la dea madre del riso. Durante tutto il ciclo agricolo &ndash; dalla semina alla raccolta &ndash; vengono celebrati rituali per invocarne la protezione e ringraziarla per il nutrimento garantito ai villaggi. In Giappone, invece, il riso &egrave; legato al dio shintoista <strong>Inari</strong>, divinit&agrave; dell&rsquo;abbondanza e della fertilit&agrave;. Nei suoi santuari compaiono spesso statue di volpi, considerate i messaggeri della divinit&agrave; e simbolo della protezione delle risaie. Nel folklore vietnamita, infine, esiste la figura della <em>Madre del Riso</em>, una divinit&agrave; benevola che avrebbe insegnato agli uomini a coltivare questo cereale. Ancora oggi viene celebrata durante il Tet, il capodanno vietnamita, come simbolo di prosperit&agrave; e buon auspicio.</p>

<h2>&nbsp;</h2>

<h2>La leggenda vietnamita del Banh Chung</h2>

<p>[[ima4]]Tra le storie pi&ugrave; curiose legate al riso c&rsquo;&egrave; anche quella del <em>Banh Chung</em>, uno dei piatti tradizionali pi&ugrave; importanti del Vietnam. La leggenda racconta che un giovane principe dovesse dimostrare il proprio valore per ereditare il trono. Per farlo ide&ograve; un alimento simbolico: una torta quadrata di riso glutinoso che rappresentava la terra, accompagnata da una forma rotonda che evocava il cielo. Con questo piatto il principe celebrava il riso come l&rsquo;alimento pi&ugrave; prezioso per il suo popolo, e proprio grazie a questa intuizione ottenne la successione al trono.</p>

<h2>&nbsp;</h2>

<h2>I giganti delle terrazze di riso delle Filippine</h2>

<p>[[ima2]]Anche nelle Filippine il riso &egrave; protagonista di un racconto affascinante. Le celebri terrazze di riso degli Ifugao, spesso definite l&rsquo;&ldquo;ottava meraviglia del mondo&rdquo; e oggi patrimonio Unesco, secondo la tradizione non sarebbero state create dagli uomini. La leggenda narra che furono dei giganti a scolpire le montagne a mani nude, modellando i pendii per coltivare il riso e costruendo gli spettacolari terrazzamenti che ancora oggi caratterizzano il paesaggio dell&rsquo;isola di Luzon. Queste terrazze, soprannominate anche &ldquo;scala per il cielo&rdquo;, non sono soltanto un capolavoro di ingegneria agricola: rappresentano il legame profondo tra la cultura filippina e la risicoltura. Per il popolo Ifugao, infatti, il riso &egrave; molto pi&ugrave; di una coltivazione: &egrave; parte integrante della vita quotidiana, delle tradizioni e dell&rsquo;identit&agrave; collettiva.</p>

<h2>&nbsp;</h2>

<h2>Il riso che porta fortuna agli sposi</h2>

<p>[[ima5]]Anche in Occidente il riso conserva un forte valore simbolico. Lo dimostra una delle tradizioni pi&ugrave; diffuse nei matrimoni: il lancio dei chicchi sugli sposi. Il gesto ha origini antichissime, quando cereali e semi erano considerati simboli di fertilit&agrave; e abbondanza. Con il tempo ad esempio, anche per gli antichi romani, il riso ha preso il posto di altri chicchi diventando protagonista di questo rituale augurale, che rappresenta prosperit&agrave;, felicit&agrave; e una nuova vita che cresce, proprio come una pianta che germoglia dalla terra. In alcune leggende i chicchi venivano lanciati per distrarre gli spiriti maligni e proteggere la coppia. In altre tradizioni, come in Indonesia, il gesto avrebbe invece lo scopo simbolico di trattenere l&rsquo;anima dello sposo affinch&eacute; non si allontani. In India, infine, il riso &egrave; considerato un alimento sacro: compare nelle offerte agli dei e in molte cerimonie matrimoniali i chicchi vengono posti sulla fronte degli sposi come augurio di prosperit&agrave;.</p>

<h2>&nbsp;</h2>

<h2>Il chicco che racconta la vita</h2>

<p>Se c&rsquo;&egrave; un filo che unisce tutte queste storie &egrave; il valore simbolico attribuito al riso. Fin dall&rsquo;antichit&agrave; questo cereale &egrave; stato associato alla fertilit&agrave; e alla ricchezza. Non sorprende quindi che molte culture gli abbiano attribuito un&rsquo;origine divina o un significato sacro. In fondo, ogni chicco racchiude un piccolo miracolo: &egrave; allo stesso tempo seme e nutrimento, promessa di raccolto e simbolo di prosperit&agrave;. Forse &egrave; proprio per questo che, ancora oggi, il riso continua a essere molto pi&ugrave; di un semplice ingrediente in cucina.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/terrazze-di-riso-in-cina-foto-di-chien-ba-pexels.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/41329/dallitalia/le-leggende-piu-affascinanti-sul-riso-miti-storie-e-simboli-di-un-chicco-millenario.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/dallitalia.html">44</category>			</item>			<item>				<title>Tutte le novità di Identità Milano 2026: così il congresso guarda al futuro</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/476/42683/ig2026-identita-future/tutte-le-novita-di-identita-milano-2026-cosi-il-congresso-guarda-al-futuro.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Se l&rsquo;ultima edizione, quella che ha festeggiato i vent&rsquo;anni, era stata una kermesse che apriva al futuro celebrando la nostra storia (e la storia della cucina italiana), sar&agrave; tutta rivolta alle prospettive, ossia a ci&ograve; che attender&agrave; il mondo della ristorazione, la ventunesima edizione di <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/406/congresso-identita-milano.html">Identit&agrave; Milano</a>, ricchissima di novit&agrave; perch&eacute; proiettata in avanti, &ldquo;<a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/476/41350/ig2026-identita-future/identita-future-la-liberta-di-pensare-paolo-marchi-spiega-il-congresso-2026.html">Identit&agrave; Future &ndash; La libert&agrave; di pensare</a>&rdquo;, appunto, come recita il tema che far&agrave; da fil rouge alla kermesse, in programma dal 7 al 9 giugno 2026, a&ograve; MiCo North Wing di Milano. Il cambio di passo sar&agrave; evidente: non solo grandi chef e alta cucina, ma un vero e proprio laboratorio sul futuro del mangiare, del bere e dell&rsquo;ospitalit&agrave;.</p>

<p>&nbsp;</p>

<p><strong>Il contesto: un&rsquo;edizione &ldquo;spostata&rdquo; e pi&ugrave; internazionale</strong><br />
Nuove son gi&agrave; la sede e la data. Seminuova la prima, per la verit&agrave;, perch&eacute; i grandissimi spazi del MiCo North Wing han fatto il loro esordio nella scorsa edizione, ma &egrave; in questa che potranno esprimere appieno il loro potenziale. Anche la scelta delle date a giugno invece di quelle &ldquo;classiche&rdquo; a febbraio/marzo, incidentalmente indotta dalla necessit&agrave; di evitare la concomitanza con i Giochi olimpici invernali, si &egrave; rivelata strategica: il congresso si colloca in una Milano resa ancora pi&ugrave; internazionale, in un anno segnato dall&rsquo;eco dei grandi eventi globali. Questo ha favorito una programmazione ancora pi&ugrave; aperta, contaminata e ambiziosa, con ospiti da tutto il mondo e una forte attenzione ai nuovi modelli culturali e imprenditoriali.</p>

<p>&nbsp;</p>

<p>[[ima2]]<strong>Il tema e i sottotemi: il futuro della ristorazione, senza retorica</strong><br />
Il filo conduttore dell&rsquo;edizione 2026, <em>Identit&agrave; Future &ndash; La libert&agrave; di pensare</em>, ruota attorno a una domanda semplice e complessa insieme: come si evolvono la cucina e la ristorazione oggi? Non una risposta unica, ma una serie di traiettorie: sostenibilit&agrave; reale, ambientale e sociale; nuovi modelli economici per la ristorazione; il rapporto tra avanguardia e accessibilit&agrave;; l&rsquo;evoluzione delle tecniche e dei linguaggi culinari; il dialogo tra culture gastronomiche diverse.</p>

<p>&nbsp;</p>

<p><strong>Contenuti e protagonisti: pi&ugrave; dialogo, pi&ugrave; approfondimento</strong><br />
Una delle novit&agrave; pi&ugrave; interessanti riguarda il formato: pi&ugrave; conversazioni e confronti che coinvolgeranno non solo chef, ma anche esponenti della scienza, dell&rsquo;arte e della cultura, a dimostrazione di come la gastronomia sia oggi un linguaggio universale e che attorno a essa gravitino tematiche che abbracciano l&rsquo;intero pianeta; saranno sessioni costruite come casi studio, con maggiore spazio a progetti concreti e non solo storytelling. L&rsquo;idea &egrave; uscire dalla logica della lezione magistrale per entrare in quella del pensiero condiviso, spesso anche critico. Accanto ai grandi nomi della gastronomia internazionale, appunto, il congresso amplia ulteriormente lo spettro: ci saranno i professionisti pi&ugrave; prestigiosi della pizza contemporanea e della pasticceria, i bartender protagonisti della nuova cultura del bere, i rappresentati della migliore h&ocirc;tellerie nazionale e internazionale e del mondo del vino, poi produttori, ricercatori, imprenditori. Una visione coerente con &ldquo;<em>l&rsquo;identit&agrave; di Identit&agrave; Golose</em>&rdquo;, che da anni lavora su una narrazione ampia del cibo, partendo dall&rsquo;alta cucina ma andando oltre. Tra gli argomenti pi&ugrave; attesi: il futuro del fine dining tra sostenibilit&agrave; e redditivit&agrave;; il ruolo della cucina nella crisi climatica; nuove forme di ristorazione ibrida; la crescente centralit&agrave; di territorio e biodiversit&agrave;; il dialogo tra cucina e scienza.</p>

<p>&nbsp;</p>

<p>[[ima4]]<strong>Il Cluster Hospitality e la Bar Experience</strong><br />
Una delle novit&agrave; pi&ugrave; attese di <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/406/congresso-identita-milano.html">Identit&agrave; Milano 2026</a> &egrave; lo sviluppo del <em>Cluster Hospitality</em>, che gi&agrave; aveva fatto capolino nella scorsa edizione ma oggi diventa uno dei capisaldi della kermesse: sar&agrave; un&#39;area tematica dedicata all&#39;eccellenza dell&#39;h&ocirc;tellerie, che riunisce brand alberghieri, destinazioni e fornitori. Situato nel cuore del congresso, offrir&agrave; un &quot;Grand Tour&quot; esperienziale attraverso l&#39;Italia &mdash; dal Nord al Sud, isole e aree urbane &mdash; per presentare nuove forme di accoglienza, lusso e servizi integrati. Il cluster avr&agrave; una propria cucina, grazie alla quale gli chef che sempre di pi&ugrave; propongono la loro tavola d&rsquo;autore all&rsquo;interno degli alberghi pi&ugrave; importanti &ndash; una convergenza che &egrave; tra i maggiori trend del settore &ndash; potranno dare dimostrazione della loro proposta gastronomica, in cooking show d&rsquo;alto livello. Il <em>Cluster Hospitality</em> dialogher&agrave; strettamente con la <em>Bar Experience</em>, area dedicata alla grande mixology: un allestimento studiato ad hoc per immergersi nell&rsquo;atmosfera, nell&rsquo;ospitalit&agrave; e nella creativit&agrave; di alcuni tra i bar che stanno segnando le prossime tendenze. Avremo bartender e cocktail bar italiani e internazionali, momenti di dimostrazione e confronto, interventi legati a ospitalit&agrave;, servizio e cultura del bar: non si parler&agrave; pi&ugrave; solo di drink, ma di esperienza complessiva del bar, di relazione tra cocktail e cucina, di progettazione dello spazio e del servizio, di nuove tendenze (low/no alcol, sostenibilit&agrave;). Uno spazio immersivo con i migliori bartender, tra masterclass e momenti pratici.</p>

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<p>[[ima3]]<strong>Identit&agrave; Young e Next Gen Lab</strong><br />
lo abbiamo <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/476/42555/ig2026-identita-future/ce-aria-di-novita-a-identita-milano-2026-identita-young-e-next-gen-lab.html">gi&agrave; scritto qui</a>: <em>Identit&agrave; Milano 2026</em> sar&agrave; pi&ugrave; young che mai. Torner&agrave; infatti in versione ben pi&ugrave; rafforzata <a href="https://shop.identitagolose.it/negozio/?_gl=1*1lgr3hq*_up*MQ..*_ga*MTU1NTIwNTUxNy4xNzc2MzM3OTgy*_ga_ETRESG9H8Y*czE3NzYzMzc5ODIkbzEkZzAkdDE3NzYzMzc5ODIkajYwJGwwJGgw#iscrizione" rel="nofollow" target="_blank">Identit&agrave; Young</a>, iniziativa gi&agrave; avviata lo scorso anno e che conferma l&rsquo;impegno concreto di <em>Identit&agrave; </em>nel rendere il congresso un&#39;esperienza accessibile e inclusiva per le nuove generazioni. Queste intanto saranno protagoniste, in svariati momenti, sui palcoscenici di <em>Identit&agrave; Future</em>. Poi, affolleranno anche la platea, facilitate dalla corsia preferenziale creata per le iscrizioni, che consentir&agrave; agli under 35 di accedere a <em>Identit&agrave; Milano</em> a prezzi scontatissimi - <a href="http://shop.identitagolose.it/negozio/#iscrizione" rel="nofollow">PER ISCRIVERSI A IDENTIT&Agrave; YOUNG, CLICCA QUI</a>). &Egrave; poi prevista la realizzazione di diverse esperienze immersive e progetti mirati, concepiti per analizzare e vivere in prima persona i nuovi trend che caratterizzano la ristorazione contemporanea. L&rsquo;iniziativa non si limita, quindi, alla trasmissione di saperi, ma punta a coinvolgere attivamente giovani professionisti e studenti, offrendo loro una chiave di lettura privilegiata sulle innovazioni del settore. E a tal proposito, le novit&agrave; non finiscono qui: la prossima edizione di Identit&agrave; Milano si preannuncia golosissima e &ldquo;giovanissima&rdquo; anche grazie a <em>Next Gen Lab</em>, nuovo format pensato per ospitare realt&agrave; emergenti dello street food autoriale, tra le categorie pi&ugrave; dinamiche della ristorazione contemporanea. Si tratter&agrave; di uno spazio che non si limiter&agrave; a servire cibo, ma agir&agrave; come osservatorio sulla cultura gastronomica urbana; un laboratorio fluido e in continua evoluzione pensato per dare casa a chi oggi sta riscrivendo le regole dello street food. Il cuore pulsante di questo ecosistema sar&agrave; l&rsquo;<em>All day station</em>: non un semplice punto di ristoro, ma un hub dedicato alle eccellenze, capace di accogliere e trasformarsi dalla mattina alla sera. Attorno a questo nucleo si svilupper&agrave; una costellazione di format tematici e progetti emergenti, selezionati in collaborazione con <a href="https://www.sidewalkitchens.com/en" rel="nofollow">Sidewalk Kitchens</a>, pensati per offrire uno sguardo contemporaneo e internazionale sui sapori del mondo.</p>

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<p>[[ima5]]<strong>La verde e golosa Umbria</strong><br />
La presenza della Umbria come &ldquo;Regione ospite&rdquo; a <em>Identit&agrave; Milano 2026</em> non &egrave; simbolica, ma strutturata come un vero palinsesto nel palinsesto. Marted&igrave; 9 giugno <em>Identit&agrave; Umbria</em> riunisce per tutta la giornata, in una sala dedicata, una sequenza di interventi che raccontano la regione attraverso i suoi cuochi, tra fine dining e nuove espressioni contemporanee, con protagonisti come <strong>Emanuele Mazzella, Andrea Impero, Serena Sebastiani, Giulio Gigli, Vittorio Ottavi, Anna Rita Simoncini </strong>e <strong>Ronald Bukri</strong>. Non una vetrina, ma un racconto corale che restituisce complessit&agrave;: una terra interna, lontana dai riflettori, che oggi diventa laboratorio gastronomico. Al centro, il rapporto con agricoltura e paesaggio, la valorizzazione del vegetale, il recupero di prodotti e tradizioni reinterpretati. In linea con il tema del congresso, l&rsquo;Umbria rappresenta una direzione: meno spettacolo e pi&ugrave; sostanza, meno icone e pi&ugrave; ecosistema. Un modo concreto per mostrare come il futuro della cucina italiana passi anche da territori meno scontati, ma sempre pi&ugrave; centrali.</p>

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<p><strong>Milano come hub gastronomico</strong><br />
Il congresso si inserisce in una citt&agrave; che continua a rafforzare il proprio ruolo di capitale gastronomica contemporanea, tra ristorazione, eventi e cultura. Non &egrave; solo una sede: &egrave; un ecosistema che dialoga con la kermesse e ne amplifica i contenuti. In questo contesto, <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/406/congresso-identita-milano.html">Identit&agrave; Milano 2026</a> non sar&agrave; semplicemente una nuova edizione, ma un passaggio di fase: meno celebrazione, pi&ugrave; riflessione, pi&ugrave; connessioni tra mondi diversi. Un evento che prova a rispondere a una domanda inevitabile: che forma avr&agrave; la cucina nei prossimi anni?</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/identita-future-novita.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/476/42683/ig2026-identita-future/tutte-le-novita-di-identita-milano-2026-cosi-il-congresso-guarda-al-futuro.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/476/ig2026-identita-future.html">476</category>			</item>			<item>				<title>Antico Arco, identità in movimento: Roma come integrazione fra culture
</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/41395/dallitalia/antico-arco-identita-in-movimento-roma-come-integrazione-fra-culture.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p><a href="https://www.anticoarco.it/" rel="nofollow">Antico Arco</a> domina Piazzale Aurelio da quasi trent&rsquo;anni, sulla sommit&agrave; del Gianicolo, proprio di fronte al Museo Garibaldino. Una posizione che non &egrave; solo geografica: &egrave; una soglia. Una piattaforma naturale affacciata su Roma che, appena varcata, restituisce un senso di solidit&agrave; raro, quasi fuori dal tempo.</p>

<p>La storia comincia nel 1996, ma &egrave; diciassette anni fa che prende una direzione pi&ugrave; definita, con l&rsquo;arrivo di <strong>Fundim Gjepali</strong>. Dal 2008 la trasformazione &egrave; lenta, continua, mai ostentata: <em>Antico Arco</em> diventa progressivamente un ristorante di cucina contemporanea nei mezzi, ma profondamente ancorato a sapori autentici, riconoscibili.&nbsp;<strong>Gjepali </strong>&egrave; reduce da esperienze in cucine internazionali importanti. Le sue origini albanesi, unite a uno studio rigoroso e a uno sguardo curioso, lo portano a non irrigidirsi sulle ricette locali. Non le replica, non le forza: le osserva, le attraversa, le lascia sedimentare. I fuochi diventano uno spazio aperto, un mezzo per esprimere una visione senza la necessit&agrave; di appartenere a un&rsquo;etichetta. Si pu&ograve; essere ottimi cuochi senza mai nemmeno alzare la voce, ma al tempo stesso ci vuole una certa dose di ossessione per arrivare a conoscere gli ingredienti e i fuochi come amici di una vita. Nessuno ti obbliga, nessuno ti deve obbligare, &egrave; qualcosa che senti e decidi da solo. Questa ossessione si riflette nella gestione della materia prima,&nbsp;sempre altissima,&nbsp;e in una consapevolezza che si muove con naturalezza tra carne, pesce e verdure. A queste ultime, in particolare, lo chef dedica un&rsquo;attenzione lucida, fino a costruire un percorso degustazione interamente dedicato.</p>

<p>[[ima3]][[ima4]][[ima2]]E poi c&rsquo;&egrave; la carbonara. Un piatto iconico, forse il pi&ugrave; identitario della citt&agrave;, che qui diventa terreno di conquista silenziosa. Gli spaghetti Mancini, la cremosit&agrave; misurata, il guanciale che accompagna senza mai sovrastare: tutto &egrave; calibrato, essenziale. Non c&rsquo;&egrave; volont&agrave; di reinterpretare a tutti i costi, ma di comprendere fino in fondo. Ed &egrave; proprio questa distanza dall&rsquo;ego a renderla credibile.</p>

<p>L&rsquo;umilt&agrave; profonda gli si legge tanto negli occhi quanto nei piatti: inni al prodotto senza nemmeno un grammo di ego. Attorno, il menu si muove come un racconto aperto. Il <em>Crudo di ricciola con lime, zenzero e puntarelle</em> lavora su tensioni fresche e nette; il <em>Salmone Loch Fyne con salsa tzatziki e croccante di pappa al pomodoro</em> costruisce un dialogo tra geografie diverse senza mai risultare forzato.&nbsp;Il <em>Polpo rosolato con crema di ceci, olive e carciofi</em> restituisce una profondit&agrave; mediterranea piena, mentre le <em>Seppioline di Porto Santo Spirito con cremoso di patate e carciofi sott&rsquo;olio</em> scelgono la via della sottrazione, lasciando emergere solo ci&ograve; che serve. La <em>Tartare di carne piemontese, battuta al coltello, con foie gras affumicato e polvere di capperi</em>, chiude con una nota pi&ugrave; intensa, sempre controllata.</p>

<p>I piatti sembrano dire &ldquo;tutto &egrave; semplice&rdquo;, ma sotto c&rsquo;&egrave; una costruzione solida, una tecnica che non chiede applausi e proprio per questo funziona. Il menu, in fondo, &egrave; un gesto di ascolto verso la citt&agrave; e i romani, un modo per farsi incontro senza abbassare il pensiero. E questo dialogo continua anche fuori, soprattutto nei mesi pi&ugrave; caldi. Arrivare poco prima del tramonto, sedersi ai tavoli esterni e osservare la luce che cambia su Roma,&nbsp;prima pastello, poi pi&ugrave; densa,&nbsp;fino a lasciare spazio a un&rsquo;imbrunire quasi silenzioso, interrotto solo dal suono degli uccelli, &egrave; parte dell&rsquo;esperienza.</p>

<p>[[ima5]][[ima6]][[ima7]][[ima8]]All&rsquo;interno, il ristorante si sviluppa in cinque sale su due piani, con 120 coperti interni e altri 85 all&rsquo;esterno. E poi la cantina, scavata nelle catacombe di San Pancrazio: oltre 20.000 bottiglie da pi&ugrave; di 1.000 aziende tra Italia, Francia e resto del mondo. Vale la pena scendere. Lo chef cucina con una libert&agrave; rara: istinto rock, testa ben accesa, zero voglia di impressionare. In un momento in cui la ristorazione tende spesso a raccontarsi attraverso le sue criticit&agrave;, forse vale la pena soffermarsi su storie come questa. Il mondo della ristorazione ha mille problemi e zone d&rsquo;ombra, per&ograve; forse sarebbe meglio dedicare le energie per rendere merito alle storie belle e costruire esempi positivi. Perch&eacute; qui il punto non &egrave; solo tecnico, n&eacute; geografico.</p>

<p>Le etichette sono utili per inquadrare mondi nuovi, ma solo a patto di riuscire poi a rinunciarci per abbracciare la bellezza delle diversit&agrave; e delle sfumature. Un cuoco di origini albanesi che trova una sua voce dentro la cucina romana, persino in un piatto come la carbonara, non &egrave; un&rsquo;eccezione. &Egrave;, forse, una delle forme pi&ugrave; autentiche di appartenenza contemporanea.&nbsp;<a href="https://www.anticoarco.it/" rel="nofollow">Antico Arco</a> &egrave; comfort food che non consola soltanto ma diverte, spinge e resta. Nessuna nostalgia, nessuna posa: solo un ristorante che parla il presente con seriet&agrave; e leggerezza insieme.</p>

<p>&nbsp;</p>

<p><a href="https://www.anticoarco.it/" rel="nofollow">Antico Arco</a><br />
Piazzale Aurelio&nbsp;7 &ndash; Roma<br />
Tel. +39 06 5815274<br />
<a href="http://anticoarco.it" rel="nofollow">anticoarco.it</a><br />
Aperto a pranzo e cena, chiuso il marted&igrave;</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/whatsapp-image-2026-03-18-at-183931.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/41395/dallitalia/antico-arco-identita-in-movimento-roma-come-integrazione-fra-culture.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/dallitalia.html">44</category>			</item>			<item>				<title>La Giornata della ristorazione è alle porte: tutti gli appuntamenti del 6 maggio</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/42682/dallitalia/la-giornata-della-ristorazione-e-alle-porte-tutti-gli-appuntamenti-del-6-maggio.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>&nbsp;</p>

<p>Ormai, ci siamo. Manca pochissimo alla <em>Giornata della ristorazione 2026</em> che si celebrer&agrave; in tutta Italia il prossimo <strong>16 maggio</strong> (ve ne abbiamo parlato <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/41324/dallitalia/il-16-maggio-la-giornata-della-ristorazione-2026-il-settore-si-unisce-sotto-il-simbolo-del-riso.html#:~:text=simbolo%20del%20riso-,Il%2016%20maggio%20la%20Giornata%20della%20Ristorazione%202026%3A%20il%20settore,sotto%20il%20simbolo%20del%20riso">qui</a>).</p>

<p>L&rsquo;iniziativa, insignita nel 2023 della&nbsp;<em>Medaglia del Presidente della Repubblica</em>&nbsp;per il suo alto valore simbolico e patrocinata dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy, dal Ministero del Turismo, dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, dal Ministero dell&rsquo;Agricoltura, della Sovranit&agrave; alimentare e delle Foreste e dal Ministero della Cultura, si conferma come un evento popolare, inclusivo, solidale e profondamente etico, volto a celebrare un rinnovato sentimento di comunit&agrave; attraverso la valorizzazione della cultura dell&rsquo;ospitalit&agrave; italiana.</p>

<p>Lungo l&rsquo;intero Stivale sono tanti, tantissimi gli eventi in calendario per promuovere e valorizzare la cultura dell&rsquo;ospitalit&agrave;, quella che ogni giorno perpetuano uomini e donne nei loro ristoranti, pizzerie, trattorie, e tutti i luoghi dello stare insieme, del <em>convivio</em>.</p>

<p>Non solo, quest&rsquo;anno FIPE, promotore dell&rsquo;iniziativa con la direzione artistica in collaborazione con <em>MAGENTAbureau</em>, ha voluto evidenziare il legame tra educazione e alimentazione, incoraggiando gli istituti scolastici di tutta Italia a sviluppare una serie di attivit&agrave; rivolte alle nuove generazioni, sensibilizzandole alla centralit&agrave; di questo settore in forte espansione.</p>

<p>Si terr&agrave; il 6 maggio, la conferenza stampa di presentazione della <em>Giornata della ristorazione 2026</em> presso la sede di FIPE-Confcommercio; nel corso dell&rsquo;incontro verranno descritte le iniziative previste per la quarta edizione della manifestazione e i dati inediti dell&rsquo;indagine &ldquo;<strong><em>The Italian Table Abroad - Monitoring sulla presenza e il posizionamento dei ristoranti italiani all&rsquo;estero</em></strong>&rdquo;, voluta da FIPE e curata da Antonio Preiti.</p>

<p>Interverranno:</p>

<p>&bull; <strong>Lino Enrico Stoppani</strong>, Presidente <em>FIPE-Confcommercio</em>;<br />
&bull; <strong>Maddalena Fossati</strong>, Direttrice <em>La Cucina Italiana</em>;<br />
&bull; <strong>Roberto Costa</strong>, Presidente <em>Ristoranti Italiani Autentici all&rsquo;Estero</em> (RIAE);<br />
&bull; <strong>Francesco Panella</strong>, Imprenditore e conduttore TV;<br />
&bull; <strong>Ludovico Gay</strong>, Responsabile Ufficio Stampa <em>Consorzio Grana Padano DOP</em>;<br />
&bull; <strong>David Martinez Fontano</strong>, Amministratore Delegato <em>Metro Italia</em>;<br />
&bull; <strong>Ilenia Ruggeri</strong>, Direttore Generale <em>Gruppo Sanpellegrino</em>;<br />
&bull; <strong>Stefano Fambri</strong>, Presidente <em>Istituto Trento Doc</em>;<br />
&bull; <strong>Carlo Broglia</strong>, Business Integration Manager di <em>Zucchetti Hospitality</em>.</p>

<p>Il programma prosegue con una serata di gala, che si aprir&agrave; con la consegna da parte del presidente di FIPE-Confcommercio, <strong>Lino Stoppani</strong>, dei premi per &ldquo;FIPE- Giornata della ristorazione 2026&rdquo;. La serata proseguir&agrave; con uno spettacolo a cura di <strong>Paolo Cevoli</strong> e, naturalmente a tavola, con una cena firmata dagli chef <strong>Alessandro Negrini</strong> e <strong>Fabio Pisani</strong> del ristorante <em>Aimo e Nadia</em> a Milano, e <strong>Caterina Ceraudo</strong>, chef del ristorante <em>Dattilo</em> a Strongoli, Crotone.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/grafiche-giornata-mondiale-ristorazione-16-9-16-maggio-2026-rev-30-proposta-b-1-copia-23-1.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/42682/dallitalia/la-giornata-della-ristorazione-e-alle-porte-tutti-gli-appuntamenti-del-6-maggio.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/dallitalia.html">44</category>			</item>			<item>				<title>La cucina senza confini di Tohru Nakamura, 3 stelle a Monaco di Baviera</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/95/42679/dal-mondo/la-cucina-senza-confini-di-tohru-nakamura-3-stelle-a-monaco-di-baviera.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>A 42 anni, <strong>Tohru Nakamura</strong> &egrave; una voce di primo piano&nbsp;del panorama gastronomico europeo. Nato e cresciuto a Monaco di Baviera da padre giapponese e madre tedesca, ha cominciato a misurarsi con la cucina di alto livello a quattordici anni, durante uno stage estivo nel ristorante di <strong>Lea Linster</strong> in Lussemburgo. Da l&igrave; un percorso che lo ha portato in alcune delle cucine di riferimento d&#39;Europa, fra cui il <em>Vend&ocirc;me</em> di <strong>Joachim Wissler</strong> e l&#39;<em>Oud Sluis</em> di <strong>Sergio Herman</strong>, in cui &egrave; stato sous chef, prima di un periodo formativo in Giappone segnato in particolare dall&#39;esperienza al tristellato <em>Kagurazaka Ishikawa</em> di Tokyo.</p>

<p>Tornato a Monaco, <strong>Nakamura</strong> &egrave; alla guida della cucina del <em>Werneckhof</em>, dove conquista la prima stella Michelin nel 2014 e la seconda nel 2016, confermata fino alla chiusura dell&#39;insegna nel 2020, anno in cui <em>Gault&amp;Millau</em> lo nomina chef dell&#39;anno per la Germania. Nel 2021 inaugura il <a href="https://schreiberei-muc.de/tohru" rel="nofollow">Tohru in der Schreiberei</a>, dove riassembla buona parte della brigata e della sala del <em>Werneckhof</em>: il riconoscimento &egrave; rapido, due stelle Michelin a pochi mesi dall&#39;apertura, e nel 2025 le tre stelle, con cui diventa il secondo tre stelle di Monaco di Baviera dopo il <em>JAN</em> di <strong>Jan Hartwig</strong>.&nbsp;</p>

<p>[[ima3]]L&#39;edificio in cui ha sede il ristorante &egrave; il pi&ugrave; antico <em>B&uuml;rgerhaus</em> di Monaco, datato 1525: in origine la <em>Stadtschreiberei</em>, ovvero l&#39;ufficio dello scrivano cittadino, da cui il nome dell&#39;insegna. Le porzioni storiche dialogano oggi con il restyling firmato dallo studio <em>hildmannwilke</em>. La cucina di <strong>Nakamura</strong> mette in relazione la tradizione tecnica francese ed europea con la filosofia <em>kaiseki</em>, lavorando con un ristretto network di produttori di Monaco e dintorni e con un nucleo selezionato di ingredienti che continuano ad arrivare dal Giappone, in primo luogo il <em>Wagyu</em>.</p>

<p>L&#39;occasione dell&#39;incontro con Identit&agrave; Golose&nbsp;&egrave; la <em>Milano Design Week 2026</em>: <strong>Nakamura</strong> era a Milano in qualit&agrave; di chef chiamato a curare la componente gastronomica di <em>Presence</em>, l&#39;installazione che <a href="https://www.gaggenau.com/it/" rel="nofollow">Gaggenau</a>, di cui &egrave; ambassador da quasi un decennio, ha portato a Villa Necchi Campiglio dal 21 al 26 aprile, terzo capitolo di una collaborazione con la villa progettata da <strong>Piero Portaluppi</strong> avviata nel 2022 con <em>A Statement of Form</em> e proseguita nel 2024 con <em>The Elevation of Gravity</em>. Per l&#39;occasione <strong>Nakamura</strong> ha chiuso il ristorante per una settimana e ha trasferito a Villa Necchi l&#39;intera squadra. Lo abbiamo incontrato nel giardino della villa, per parlare con lui della sua idea di cucina: una visione in cui le radici tedesche e giapponesi non sono un incontro tra mondi diversi, ma una condizione di partenza che non ha mai conosciuto confini.<br />
<br />
[[ima2]]</p>

<p><strong>Partiamo dalle origini. Quando ha capito che la cucina sarebbe stata il suo mestiere, e quando si &egrave; formata la visione gastronomica che la caratterizza oggi?</strong></p>

<p>&laquo;Inizialmente la mia visione del mestiere riguardava soprattutto il gesto del cucinare. Ho cominciato presto: c&#39;&egrave; una fotografia di me a sei o sette anni in piedi su una sedia per arrivare al piano cottura, intento a guardare dentro le pentole. Da bambino ero affascinato soprattutto dal mangiare, ma anche cucinare &egrave; arrivato naturalmente. In casa la cultura del cibo era importante: i miei genitori, pur non essendo del settore, avevano un&#39;attenzione costante per la buona tavola e per i ristoranti. Il primo passaggio in una cucina di alto livello &egrave; stato uno stage estivo, a quattordici o quindici anni, nel ristorante di <strong>Lea Linster</strong> in Lussemburgo: in quegli anni era ancora lei stessa ai fornelli, oggi l&#39;attivit&agrave; &egrave; in mano al figlio. &Egrave; stato l&igrave; che mi sono lasciato risucchiare da questo&nbsp;mondo: le giacche dei cuochi, i coltelli, gli ingredienti migliori. &Egrave; una passione che non mi ha mai abbandonato. L&#39;idea di diventare un giorno un cuoco di alto livello &egrave; arrivata dopo, con la formazione professionale: certo, &egrave; normale aspirare al massimo. Ma una carriera non si pu&ograve; progettare al millimetro, arriva passo dopo passo, e se la si forza si crea una tensione che si percepisce in cucina e in sala. Alla fine si lavora per ospitare delle persone: in un ristorante non si vuole respirare l&#39;ansia da prestazione. Bisogna sentire un flusso naturale&raquo;.</p>

<p>[[ima4]]<strong>Tornando alla famiglia: come ha vissuto, da ragazzo, prima ancora di diventare chef, la coesistenza dell&#39;influenza tedesca e di quella giapponese?</strong></p>

<p>&laquo;La differenza pi&ugrave; grande, sia nella mia formazione gastronomica sia nel modo in cui sono cresciuto, &egrave; che non ho mai percepito una separazione tra paesi e confini. Sono cresciuto in un ambiente in cui la cultura tedesca e quella giapponese erano fluide: tra le due non c&#39;era una linea tracciata. L&#39;immagine pi&ugrave; semplice &egrave; quella di un frigorifero in cui pasta di miso e senape bavarese stanno una accanto all&#39;altra, e dove condire un comune brodo di pollo tedesco con un goccio di salsa di soia era una cosa naturale. Non ho mai sentito l&#39;esigenza di stabilire se qualcosa fosse giapponese o tedesca. Da bambino, da adolescente, da studente mi sono state fatte molte volte domande di questo tipo: in che lingua sogni? Preferisci il cibo tedesco o quello giapponese? Ti senti pi&ugrave; giapponese o pi&ugrave; tedesco? In quegli anni in Germania erano ancora poche le persone con un&#39;origine cos&igrave;, e questa duplicit&agrave; suscitava curiosit&agrave;. Ma sono domande che io non mi sono mai posto.</p>

<p>Anche oggi non ho un atteggiamento rigido nel separare le cucine. Quando mi avvicino, ad esempio, alla cucina italiana, non parto dall&#39;idea di doverne rispettare la tradizione a tutti i costi. Conoscerla &egrave; indispensabile, certo. Ma poi mi piace mescolare le cose, perch&eacute; credo che il criterio comune di ogni cucina debba essere la sua bont&agrave;. Se &egrave; buono, perch&eacute; no? Niente vieta di mettere del miso in una lasagna o in un rag&ugrave; alla bolognese, se il risultato &egrave; gradevole. Bisogna sapere come un ingrediente viene utilizzato nel suo contesto originale, questo serve a essere consapevoli di quando e come si sta infrangendo una regola, ma non si deve avere paura di farlo. &Egrave; un atteggiamento che ho assorbito molto presto: non ragionare per compartimenti, non pensare in confini nazionali, non immaginare frontiere, ma considerare semplicemente come funziona la vita&raquo;.</p>

<p>[[ima5]]<strong>Anche per quello che ci ha appena raccontato, immagino che quando ha cominciato a immaginare il progetto del ristorante&nbsp;non ragionasse in termini di percentuali,&nbsp;tanto di Giappone, tanto di Germania, ma piuttosto pensasse a come esprimere se stesso. Come racconterebbe la genesi di questa identit&agrave;, oggi arrivata alle tre stelle?</strong></p>

<p>&laquo;Il primo punto, oggi fondamentale, &egrave; quello di essere una destinazione, un ristorante che vale un viaggio. &Egrave; del resto la definizione stessa con cui la guida Michelin distingue i suoi tre livelli di stella, sulla base del fatto che valga la pena fare una sosta, un detour o un viaggio. Oggi non sono soltanto i cuochi a non ragionare per confini e categorie: anche i clienti hanno smesso di farlo. Una delle domande che ci siamo posti dopo la terza stella &egrave; proprio questa: come si va avanti? Da quando le persone arrivano da tutto il mondo apposta per il nostro ristorante, dall&#39;Asia, dall&#39;Australia, dalle Americhe, cosa vogliamo cucinare per loro? &Egrave; pi&ugrave; giusto puntare sul legame con il luogo e con il momento, dunque su una cucina pi&ugrave; decisamente bavarese, monacense, non solo nella materia prima ma anche nello stile, proprio perch&eacute; stanno facendo tanta strada per assaggiare qualcosa di diverso da casa loro? Oppure si tratta soprattutto di parlare del nostro ristorante e di noi stessi?</p>

<p>La risposta che ci siamo dati &egrave; che lo spazio che stiamo costruendo &egrave; certo profondamente radicato nel luogo. La cornice &egrave; un edificio molto antico: la villa che ci ospita qui a Milano &egrave; degli anni Trenta, il nostro edificio invece risale al 1525. Non &egrave; un nostro merito, &egrave; una circostanza, ma &egrave; una circostanza di cui siamo consapevoli ogni giorno: siamo un battito di ciglia all&#39;interno della sua storia, e questo &egrave; anche una responsabilit&agrave;. Quando si lavora in un edificio cos&igrave;, si pu&ograve; scegliere di assecondarne l&#39;atmosfera o di lavorarci contro, sia con l&#39;architettura sia con il cibo. Insieme agli architetti abbiamo provato a tenere insieme la dimensione storica con un registro contemporaneo. Da l&igrave; in avanti, il piatto deve essere buono e lo spazio deve essere accogliente: chi viene da noi resta diverse ore, e deve potersi sentire a proprio agio. Il cibo, poi, &egrave; connesso alla mia storia personale: quello che facciamo &egrave; qualcosa di profondamente nostro.</p>

<p>Ci teniamo molto al fatto di essere ospiti che accolgono. Sono presente in cucina quando il ristorante &egrave; aperto, perch&eacute; chi viene da noi senta che esiste un padrone di casa. Ma non &egrave; un fatto solo mio: &egrave; importante che tutta la squadra entri in dialogo con la sala. &Egrave; cos&igrave; che si visita un luogo che ha un&#39;anima, ed &egrave; qualcosa che non si esaurisce nel piatto e nel bicchiere. La guida Michelin, in teoria, valuta la cucina, ma a fare la differenza &egrave; l&#39;esperienza complessiva. Cerchiamo di trasferire nella cena un&#39;atmosfera privata, personale, quasi domestica.</p>

<p>&Egrave; anche la ragione principale per cui le persone tornano. Cambiamo il menu degustazione circa quattro volte all&#39;anno: chi torna dopo qualche mese ha quindi pochissime probabilit&agrave; di ritrovare i piatti che aveva mangiato. Ma quello che ci auguriamo &egrave; che tornino per rivivere una sensazione, un&#39;emozione. Mi va benissimo che, dopo qualche giorno o qualche settimana, un nostro ospite non ricordi esattamente che cosa abbia mangiato. Sarei molto pi&ugrave; dispiaciuto se dimenticasse il ricordo emotivo della serata. &Egrave; esattamente la stessa logica di quello che abbiamo costruito qui nel padiglione insieme a <em>Gaggenau</em>: si tratta di un&#39;emozione, di una sensazione, non di un&#39;esibizione. &Egrave; anche il motivo per cui certi ristoranti vanno raggiunti fisicamente: si pu&ograve; portare un piatto in giro per il mondo per un festival, ma non sar&agrave; mai equivalente a viverlo nel luogo per cui &egrave; stato pensato, percependo l&#39;atmosfera completa&raquo;.</p>

<p>[[ima6]]<strong>Trovo molto interessante l&#39;idea che lei dichiari di non avere piatti simbolo, perch&eacute; &egrave; qualcosa che la maggior parte degli chef invece ricerca. Le sta pi&ugrave; a cuore il lavoro continuo di rinnovamento, l&#39;attenzione all&#39;esperienza e all&#39;atmosfera, rispetto al fatto che il ristorante venga identificato con alcuni piatti famosi?</strong></p>

<p>&laquo;Mi piacerebbe sentire qualcuno dire &quot;devi andare al <em>Tohru</em> per rivivere quel tipo di emozione&quot;. Il motivo per cui non sentiamo l&#39;esigenza di costruire un signature dish &egrave; che abbiamo invece dei prodotti signature&nbsp;e una struttura del menu che &egrave; anch&#39;essa, in qualche modo, una nostra firma. Sono due cose che, salvo eccezioni, non cambiano. Per il resto, &egrave; un processo dinamico continuo: ogni giorno ci chiediamo se c&#39;&egrave; un modo per migliorare quello che ieri abbiamo gi&agrave; fatto bene. Le circostanze cambiano, e mi piace l&#39;idea che anche dopo anni una soluzione migliore possa esistere.</p>

<p>Quando lavoriamo ai quattro menu degustazione che si avvicendano nel corso dell&#39;anno, ragioniamo su cosa servire e in che ordine. La struttura, in questo, &egrave; la nostra costante: prenda la portata di pesce crudo, il <em>sashimi</em>&nbsp;nella tradizione giapponese. Nella cultura <em>kaiseki</em> la portata di crudo non viene mai per prima: si servono prima portate fritte, al vapore, cotte, in modo da preparare il corpo. Nella cucina europea tendiamo a fare il contrario, partiamo dal piatto leggero, dal crudo marinato. In realt&agrave; non &egrave; cos&igrave; facile da digerire come sembra. Per noi &egrave; importante che alla fine del percorso, dopo molte portate, l&#39;ospite si alzi da tavola con la sensazione di leggerezza. Per questo la struttura del menu non cambia.</p>

<p>Lo stesso vale per i prodotti. Tra i pochi ingredienti che ci facciamo arrivare dall&#39;estero, dal sud del Giappone, c&#39;&egrave; la carne di <em>Wagyu</em>. Per il resto restiamo in Europa, e una parte considerevole del nostro approvvigionamento &egrave; in mano a produttori di Monaco e dintorni. Ma il <em>Wagyu</em> &egrave; in ogni nostro menu, perch&eacute; la mia logica &egrave; semplice: se una persona venisse al ristorante una sola volta nella vita, cosa vorrei che avesse assaggiato? Ci sono prodotti stagionali, gli asparagi bianchi che servirei in primavera e che non servirei in autunno, e poi ci sono ingredienti che ho deciso non possano mai mancare. Saprei di aver fatto perdere qualcosa a chi &egrave; venuto da noi una sola volta se non avesse provato quell&#39;ingrediente. Per fortuna non &egrave; un prodotto stagionale, possiamo averlo tutto l&#39;anno. Un altro prodotto che ci rappresenta &egrave; il pesce d&#39;acqua dolce, di un allevamento vicino a Monaco&nbsp;con cui collaboriamo da oltre un decennio: in carta il nostro ospite trova sempre qualcosa che viene da l&igrave;, pu&ograve; essere una trota, una trota salmonata, uno storione, ma quel produttore &egrave; una presenza costante.</p>

<p>Anche la collocazione di questi prodotti nel percorso fa parte della struttura. Dieci anni fa servivamo il <em>Wagyu</em>&nbsp;nella seconda parte del menu, era una scelta naturale: pensi alla carne di manzo e immagini una porzione generosa, alla griglia. Ci siamo accorti, per&ograve;, che servirlo in un punto&nbsp;in cui il commensale comincia ad avvertire un senso di saziet&agrave; non era forse il modo migliore di valorizzarlo. Perch&eacute; non spostarlo all&#39;inizio, quando l&#39;appetito &egrave; ancora intatto? Lo abbiamo fatto: &egrave; uscito dal ruolo di portata principale e si serve oggi addirittura prima di un piatto di pesce. Nella struttura europea tradizionale, dopo la carne il pesce non si serve. Nella cultura giapponese i prodotti sono prodotti: dopo una carne&nbsp;si pu&ograve; tranquillamente servire un pesce alla griglia, perch&eacute; magari il carattere del pesce &egrave; pi&ugrave; intenso. Pensi a un&#39;anguilla alla brace, che sul palato pu&ograve; risultare ben pi&ugrave; decisa di un <em>Wagyu</em> cotto in&nbsp;<em>shabu shabu</em>. Cambiare quella collocazione ci ha permesso di valorizzare la carne pi&ugrave; di prima.</p>

<p>Lo stesso ragionamento vale per i fornitori. Abbiamo costruito una rete di collaborazioni di lungo corso, quasi rapporti di amicizia: due aziende agricole intorno a Monaco con cui c&#39;&egrave; un dialogo continuo, e che hanno la flessibilit&agrave; di darci prodotti che non si ottengono per email o telefono. Possiamo chiedere una certa misura, una certa tempistica, e loro raccolgono al momento giusto per noi. &Egrave; un network ricorrente, che ogni nostro ospite ritrova in carta.</p>

<p>A tutto questo si aggiunge una motivazione personale: passo ogni giorno in cucina, e so che servire lo stesso piatto a vita pu&ograve;, a un certo punto, diventare un peso. Si sentono cuochi raccontare che i clienti adorano un certo piatto e che non lo possono togliere dalla carta, ma a volte nella loro voce si avverte il desiderio di un sollievo. Lo stesso vale per i giovani che lavorano con noi: ogni stagione, ogni menu degustazione ha la sua magia, &egrave; il suo momento. C&#39;&egrave; molta pi&ugrave; energia se i piatti vengono serviti per un periodo definito, e poi escono di scena&raquo;.</p>

<p>[[ima8]][[ima9]]<strong>Concludiamo con la collaborazione con <em>Gaggenau</em>. Cosa significa per lei, e cosa pensa di poter contribuire al loro lavoro?</strong></p>

<p>&laquo;La collaborazione con <em>Gaggenau</em>, di cui sono ambassador, dura da quasi un decennio: &egrave; un legame solido. &Egrave; una delle aziende iconiche tedesche, radicata nella Foresta Nera, con una tradizione lunga: l&#39;azienda nasce nel 1683, dunque non cos&igrave; lontano dalla data di costruzione dell&#39;edificio che ci ospita. Mi piace pensare che chi ha vissuto nei nostri muri nei secoli abbia, in un modo o nell&#39;altro, gi&agrave; incrociato la storia di <em>Gaggenau</em>. Ma alla fine si tratta sempre di un rapporto fra persone: noi cerchiamo di fare cibo buono, <em>Gaggenau</em> costruisce strumenti di altissimo livello, ma quello che conta &egrave; la relazione, lo scambio di idee, l&#39;ispirazione reciproca. In questi anni abbiamo organizzato numerosi eventi insieme, nello showroom di Monaco e altrove, e portato avanti progetti creativi e di racconto. Per me &egrave; un rapporto di rispetto e di fiducia che va avanti da molto tempo.</p>

<p>Per essere qui a Villa Necchi abbiamo chiuso il ristorante per una settimana intera e ci siamo trasferiti a Milano con tutta la squadra e una parte dell&#39;attrezzatura: era uno di quei progetti che si fanno fino in fondo o non si fanno. La preparazione &egrave; cominciata mesi fa: abbiamo discusso a lungo del contesto, costruito un menu pensato per questa occasione e una proposta dedicata agli ospiti che cenano qui in questi giorni. Anche solo passando dal padiglione si pu&ograve; assaggiare un nostro <em>dashi</em>.</p>

<p><em>Presence</em> &egrave; la parola scelta come tema, ed &egrave; una parola che riguarda da vicino il nostro lavoro quotidiano. Un ristorante &egrave; in un certo senso una dimostrazione perfetta del concetto di presenza: le persone si trovano fisicamente nello stesso luogo, e se non c&#39;&egrave; presenza non ci sono ristoranti. &Egrave; una cosa che abbiamo sperimentato qualche anno fa, in un momento in cui la presenza era stata limitata. Adesso possiamo riconoscere di nuovo cos&#39;&egrave; stato e cosa sar&agrave;, ma quello che conta &egrave; il momento. Quando portiamo gli ingredienti insieme su un piatto, qualcosa accade gi&agrave; l&igrave;. Ma soprattutto qualcosa accade tra le persone che si ritrovano nello stesso luogo a condividere quel tempo, ed &egrave; una forma di magia&raquo;.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/chef-tohru-nakamura-05.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/95/42679/dal-mondo/la-cucina-senza-confini-di-tohru-nakamura-3-stelle-a-monaco-di-baviera.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/95/dal-mondo.html">95</category>			</item>			<item>				<title>L'Amarone Farina Wines in una verticale: storia, arte e ricerca enologica</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/136/42680/in-cantina/lamarone-farina-wines-in-una-verticale-storia-arte-e-ricerca-enologica.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Cos&igrave; storici, cos&igrave; contemporanei. &laquo;Vogliamo farci vedere per quello che siamo. Ci piace quello che facciamo. E lo comunichiamo&raquo;: con queste parole racchiude un&#39;identit&agrave; e la strada verso il futuro <strong>Elena Farina</strong>, che accanto al cugino <strong>Claudio</strong>, appartiene alla quarta generazione dell&#39;azienda <a href="https://farinawines.com/" rel="nofollow">Farina Wines</a>. Due anime, in un viaggio in cui la bussola &egrave; il termine famiglia, un tutt&#39;uno con il re Amarone presentato nella cornice napoletana-milanese di <em>Sine by Di Pinto</em>: una scelta non casuale, perch&eacute; anche qui si gusta l&#39;incontro tra radici e innovazione (spettacolo la <em>Parmigiana espressionista</em> fuori stagione). A ricordarlo visivamente, &egrave; la capostipite. Una bottiglia del 1968 ha guidato verso una versione moderna di questo vino, dal 2015: &egrave; &quot;lei&quot; a osservare la verticale della <em>Famiglia Farina Amarone della Valpolicella Docg Classico</em>.</p>

<p>Accanto a <strong>Elena</strong> (CEO e direttore amministrativo) e <strong>Claudio</strong> (cotitolare e direttore commerciale, in azienda c&#39;&egrave; anche pap&agrave; <strong>Sandro</strong>), l&#39;enologo <strong>Andrea Zerman</strong> e il giornalista <strong>Fabio Piccoli</strong>.</p>

<p>[[ima2]]Se la storia generale affiora dal tufo della storica casa del Cinquecento, quella del vino sboccia nel Novecento. Uno specchio in cui si pu&ograve; osservare il cammino di questo Amarone &egrave; quello dell&#39;arte: la famiglia vi sta dando molta importanza con il progetto <em>Art Ferment</em>, con costanti aggiornamenti. &laquo;Cercheremo di ospitare gli artisti per semestri e poi andremo a creare una collezione Farina permanente in cantina&raquo;, precisa <strong>Elena</strong>. Vengono da esperienze differenti sia lei sia <strong>Claudio</strong> &ndash; che colpisce con il suo entusiasmo nutrito di fiducia, quella alimentata dalla consapevolezza di un lavoro attento e rispettoso &ndash; e anche ci&ograve; rappresenta un vantaggio per il passaggio generazionale: &laquo;Ci siamo espressi nell&#39;esprimerci al meglio nel portare avanti la nostra idea di azienda. Le due anime sono la parte tradizionale fondata sugli insegnamenti recepiti, quella pi&ugrave; moderna e innovativa per imprimere la nostra visione del vino e della produzione e l&#39;interpretazione della Valpolicella. Le trovate nella struttura, per&ograve; a fianco abbiamo sale degustazione dal design ricercato per dare il massimo dell&#39;accoglienza&raquo;. Si &egrave; inoltre investito nei macchinari; l&#39;atto pi&ugrave; recente riguarda la nuova catena di imbottigliamento (che raggiunge 5mila bottiglie all&#39;ora), oltre che nel segno della sostenibilit&agrave;, dal vigneto alla produzione con bottiglie sempre pi&ugrave; leggere fino alle chiusure dei vini.</p>

<p>Contemporaneit&agrave; significa una grande bevibilit&agrave;, sapidit&agrave; e freschezza che parlano ai nostri tempi. In armonia proprio con l&#39;impegno artistico.</p>

<p>[[ima3]]Da notare anche la collaborazione con l&#39;Universit&agrave; di Verona, per riadattare i metodi di vinificazione di fronte ai cambiamenti climatici: in particolare, si &egrave; lanciato uno studio sul ruolo dell&#39;ossigeno e il suo impatto. L&#39;apporto di ossigeno in fase di macerazione fermentativa &ndash; si rimarca - permette di ridurre il contenuto di SO2 sul vino finito di circa il 20%. <em>Farina Wines</em> ha affiancato alle vasche in acciaio e alle botti in legno l&#39;installazione di contenitori di maturazione a differente permeabilit&agrave; all&#39;ossigeno. In cantina si &egrave; fatto ricorso poi a 9 tini in cemento grezzo da 75 hl &ndash; i <em>Tulip</em> &ndash; e 30 vasi in gres ceramico.</p>

<p>Oggi <em>Farina Wines</em> &ndash; a Pedemonte, in provincia di Verona - produce 1.350.000 bottiglie all&#39;anno, destinate per il 60% all&#39;estero (a partire da Europa, Svizzera, Canada e Usa, Australia). Per l&#39;80% si tratta di vini rossi.</p>

<p>[[ima4]]Ma lasciamo la parola a questo percorso del <em>Famiglia Farina Amarone della Valpolicella Docg Classico</em>. Prima di tutto i vitigni: 70% di Corvina, il resto si divide in ugual misura tra Corvinone, Rondinella e Molinara. Parliamo di vigne di circa quarant&#39;anni, a San Pietro in Cariano, Marano, Mazzano, San Peretto di Negrar: la media di altitudine &egrave; 350 metri e si abbracciano differenti esposizioni. Come nel segno della variet&agrave; sono i suoli, con una maggiore presenza calcarea. La forma d&#39;allevamento &egrave; la <em>Pergola Veronese</em>. Amarone significa ovviamente anche appassimento e questo avviene in modo naturale per i grappoli, che vengono posizionati in cassette di piccole dimensioni, con debito spazio, per un centinaio di giorni in fruttaio. Il monitoraggio &egrave; costante sui fronti di temperatura e umidit&agrave;. I grappoli vengono quindi diraspati, gli acini pigiati e lasciati in macerazione a freddo per cinque giorni. Il processo va avanti con il mese di fermentazione, attraverso l&#39;inoculo di lieviti selezionati in tini d&#39;acciaio inox e con una temperatura di 28 gradi, comprendendo rimontaggi ripetuti e uno, due <em>d&eacute;lestage</em>. Sfiorato l&#39;esaurimento dello zucchero, il mosto viene affidato a una rapida macerazione. Le ultime tappe comprendono la fermentazione in vasche di cemento, seguita da quella malolattica spontanea, e la maturazione in botti di rovere di Slavonia per 24 mesi; l&#39;affinamento conclusivo in bottiglia richiede almeno sei mesi e nessuna filtrazione.</p>

<p>L&#39;austerit&agrave; di questo Amarone &egrave; in realt&agrave; eleganza e non tiene lontano; al contrario &egrave; invitante e i 16 gradi non sono percepiti come tali. I sentori di frutta rossa, di spezie, di cacao e a tratti note balsamiche accolgono dopo che lo sguardo &egrave; accarezzato da un rosso rubino.</p>

<p>[[ima5]]Nella verticale, si &egrave; partiti dalle annate pi&ugrave; vecchie per non essere &quot;travolti&quot; dalle note pi&ugrave; robuste delle pi&ugrave; giovani. Da quella 2015 che &egrave; stata favorita da una buona dose di acqua nel terreno garantita dalla neve, un&#39;armonia che si &egrave; registrata anche nelle stagioni successive. Ben diversa dalla seguente, in cui l&#39;inverno &egrave; stato s&igrave; freddo, ma secco, rispetto a una primavera fresca e un&#39;estate abbastanza gentile e capace di &quot;contagiare&quot; l&#39;autunno nei momenti chiave. Se l&#39;annata 2017 ha poi vissuto rare precipitazioni e temperature basse, con gelate in aprile, &egrave; riuscita a vedere una maturazione perfetta delle uve grazie all&#39;andamento successivo. Ago della bilancia, in pi&ugrave; di un senso, la 2018 dove la variabilit&agrave; del meteo ha spinto a un&#39;ulteriore attenzione nel vigneto. Un&#39;alleanza, che si avverte in un equilibrio ricco di sfumature: un ottimo omaggio alla capostipite, 50 anni dopo. La 2020 &egrave; stata pi&ugrave; combattuta, in confronto a una 2021 in stato di grazia: la complessit&agrave; di quest&#39;ultima cammina a fianco di quella bevibilit&agrave; che vuole appunto essere un cardine di questo Amarone.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/famiglia-farina.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/136/42680/in-cantina/lamarone-farina-wines-in-una-verticale-storia-arte-e-ricerca-enologica.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/136/in-cantina.html">136</category>			</item>			<item>				<title>Ciliegiolo, l’asso rosso nella manica della Maremma. «Semplice ma non banale»</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/136/42664/in-cantina/ciliegiolo-lasso-rosso-nella-manica-della-maremma-semplice-ma-non-banale.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Parlare in generale di vini rossi toscani non &egrave; facile. Il pensiero comune va veloce verso i grandi classici, dal <em>Brunello di Montalcino</em>, al <em>Chianti Classico</em>, al <em>Nobile di Montepulciano</em>, oppure si rivolge ai grandi vini che hanno trasformato la storia dell&rsquo;enologia italiana, i <em>Super Tuscan</em>, con uno sguardo fiero verso Bolgheri.</p>

<p>La Maremma, da questo punto di vista, si &egrave; un po&rsquo; sempre trovata &ldquo;tra l&rsquo;incudine e il martello&rdquo;, con paragoni spesso ingombranti nonostante la qualit&agrave; del vino fosse sempre elevata. Ma allora, cosa fare? Puntare sul <em>Sangiovese</em>, anima autoctona, oppure sui tagli internazionali, con una proiezione verso il mondo? In realt&agrave; la Maremma ha un asso nella manica, che si chiama <em>Ciliegiolo</em>. Premessa: non stiamo parlando per forza di un vino toscano importante, strutturato, corposo, come se si trattasse della bottiglia delle grandi occasioni. Ma l&rsquo;idea di questi prodotti &egrave; maggiormente rivolta alla freschezza, all&rsquo;immediatezza e all&rsquo;eleganza.</p>

<p>[[ima2]]Il <em>Ciliegiolo</em> &egrave; il futuro o gi&agrave; il presente della Maremma per il mondo dei vini rossi?&nbsp; &laquo;Dire che sia il futuro unico della Maremma &ldquo;in rosso&rdquo;, mi sembra difficile &ndash; premette il presidente del <a href="https://www.consorziovinimaremma.it/" rel="nofollow">Consorzio Tutela Vini della Maremma Toscana</a> <strong>Francesco Mazzei</strong> &ndash; anche perch&eacute; la nostra zona ha una serie di tipologie di vini importanti. Penso che sia una delle direttrici di sviluppo, perch&eacute; &egrave; autoctono e contemporaneo. &Egrave; un vitigno molto interessante per intercettare i giovani, perch&eacute; &egrave; molto moderno e identitario: semplice ma non banale. Quindi vedo nel <em>Ciliegiolo</em> una grossa opportunit&agrave;&raquo;.</p>

<p>Un <em>Ciliegiolo</em> che deve mantenere l&#39;identit&agrave; e non andare a &ldquo;scimmiottare&rdquo; altri vini, anche con una struttura importante. &laquo;Senza dubbio c&rsquo;&egrave; una questione interpretativa, abbiamo un po&#39; tutto &ndash;sottolinea ancora <strong>Mazzei</strong> &ndash; Noi, come azienda <em>Belguardo</em>, abbiamo scelto la strada di un ciliegiolo identitario ma molto approcciabile, non troppo complicato&raquo;.</p>

<p>[[ima3]]E i produttori ci credono, tanto che come vitigno in Maremma &egrave; attualmente coltivato su circa 350 ettari, mentre pochi anni fa erano meno di 200. &laquo;&Egrave; sempre una quota piccola, ma &egrave; quasi raddoppiata. Bisogna considerare che il <em>Ciliegiolo</em> era abbastanza presente in Toscana un po&rsquo; dappertutto, ma veniva utilizzato sempre come vitigno complementare. E anche in piccole dosi&raquo;.</p>

<p>Attualmente nella provincia di Grosseto sono presenti circa 9mila ettari, considerando le differenti denominazioni (tra cui <em>Montecucco</em>, <em>Morellino</em>, <em>Pitigliano</em>, per fare alcuni esempi). Come <em>Maremma Toscana Doc</em> sono rivendicati circa 2.400 ettari, a cui si devono aggiungere quelli legati all&rsquo;<em>Igt</em>.</p>

<p>[[ima4]]Bisogna considerare sempre che c&rsquo;&egrave; sempre l&rsquo;altra anima della Maremma, quella in bianco, in particolare al <em>Vermentino</em>, che negli ultimi anni sta avendo uno sviluppo molto importante, sempre pi&ugrave; rivolto alla qualit&agrave;.</p>

<p>In una recente degustazione avvenuta a Firenze, &egrave; stato possibile assaggiare 15 diverse espressioni di <em>Ciliegiolo Doc della Maremma</em>, passando da prodotti pi&ugrave; freschi e immediati, a vini eleganti fino a bottiglie di maggiore struttura. Per l&rsquo;esattezza sono stati degustazioni <a href="https://www.gagiablu.it/" rel="nofollow">GagiaBlu</a> 2024, <em>Maestrale </em>2024 di <a href="http://www.fattoriamantellassi.it/" rel="nofollow">Mantellassi</a>, <em>Canapone</em> 2024 di <a href="https://www.azsantalucia.com/" rel="nofollow">Santa Lucia</a>, <em>Aquilaia</em> 2024 di <a href="https://tenutaaquilaia.it/" rel="nofollow">Tenuta Aquilaia</a>, <em>Neltufo</em> 2024 di <a href="https://cantinadipitigliano.it/" rel="nofollow">Cantina di Pitigliano</a>, <a href="https://sequerciani.it/" rel="nofollow">Sequerciani</a> 2023, <a href="https://www.aziendalevigne.com/" rel="nofollow">Le Vigne</a> 2023, <a href="https://mazzei.it/pages/tenuta-belguardo?srsltid=AfmBOopk3_CwbnTRKfq3SDO_z1lB2K9ta8ho0yxcPcNBs12J7wUYh3AC" rel="nofollow">Belguardo</a> 2023, <em>Silio</em> 2023 di <a href="https://tenutamontauto.com/" rel="nofollow">Tenuta Montauto</a><em>, Poggio ai Quadri</em> 2022 di <a href="https://www.facebook.com/poggioaiquadriaziendaagricola/" rel="nofollow">Podere Poggio ai Quadri</a>, <a href="https://icavallini.it/it/" rel="nofollow">I Cavallini</a> 2022, <em>Albarese</em> 2022 di <a href="https://www.ivinidimaremma.it/" rel="nofollow">Cantina I Vini di Maremma</a>, <em>Il Ciliegiolo</em> 2021 di <a href="https://www.valdellerose.it/" rel="nofollow">Val delle Rose</a>, <em>San Lorenzo</em> 2021 di <a href="https://www.sassotondo.it/" rel="nofollow">Sassotondo</a> e <em>Capoccia Riserva</em> 2021 di <a href="https://www.vignaiolidiscansano.it/" rel="nofollow">Vignaioli di Scansano</a>.</p>

<p>[[ima5]]Personalmente abbiamo trovato pi&ugrave; interessanti i vini pi&ugrave; identitari, quelli che maggiormente davano valore al vitigno stesso, senza sovrastrutture determinate da eccessive estrazioni o da affinamenti in legno, certe volte invasivi. Tra questi ci piace citare <em>Canapone</em> 2024, con note di frutta fresca, <em>Poggio ai Quadri</em> 2022, per la sua finezza, <em>Silio</em> 2023, per le note di macchia mediterranea, e <em>Belguardo</em> 2023, per la sua naturale complessit&agrave;.</p>

<p>Tutti vini, comunque, allineati sulla scelta di puntare a una buona facilit&agrave; di beva, una certa spensieratezza, senza mai dimenticare l&rsquo;identit&agrave; territoriale.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/uivxqxww.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/136/42664/in-cantina/ciliegiolo-lasso-rosso-nella-manica-della-maremma-semplice-ma-non-banale.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/136/in-cantina.html">136</category>			</item>			<item>				<title>Cave del Predil, la miniera in cui si affinano formaggi buonissimi</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/42678/dallitalia/cave-del-predil-la-miniera-in-cui-si-affinano-formaggi-buonissimi.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Nel cuore delle Alpi Giulie, in un ambiente in cui la storia mineraria si intreccia con la tenacia delle comunit&agrave; montane, sta prendendo forma una delle pi&ugrave; affascinanti esperienze casearie contemporanee. In un luogo in cui per secoli si estraevano piombo e zinco, oggi si affinano sapori nuovi: sono i formaggi <em>Raibl</em> e <em>Galena</em>, frutto dell&rsquo;intuizione di <strong>Michele Gortani</strong> della <a href="https://www.instagram.com/fattoriagortani/" rel="nofollow">Fattoria Gortani</a>, assieme all&rsquo;affinatore di formaggi <strong>Alex Pupin</strong>. Insieme hanno trasformato gli antichi cunicoli della Miniera di Cave del Predil in caveau naturali per l&rsquo;arte della stagionatura. E tutto questo grazie anche alla disponibilit&agrave; del gestore del parco geominerario <strong>Giuseppe Di Vora</strong>, il quale trasmette la sua passione a tutti i visitatori.</p>

<p><br />
Attiva fin dal Medioevo e per secoli motore economico delle vallate intorno a Cave del Predil, la miniera rappresenta un patrimonio culturale e antropologico di grande valore. I suoi tunnel, scavati nella roccia viva, scendono fino a 520 metri sotto le pendici del Monte Re e custodiscono ancora l&rsquo;atmosfera sospesa del lavoro dei minatori: silenzio denso, umidit&agrave; costante, temperature che oscillano tra i 7 e i 10 gradi. Un ambiente che un tempo serviva per lavorare i metalli, e che oggi rivela qualit&agrave; eccezionali anche per un altro &ldquo;minerale&rdquo; prezioso: il formaggio.<br />
<br />
Proprio queste condizioni naturali - impossibili da replicare artificialmente senza grandi investimenti energetici - sono state individuate da Gortani e dal suo gruppo come l&rsquo;habitat ideale per affinare prodotti caseari ad alta identit&agrave; territoriale. L&rsquo;idea nasce dall&rsquo;osservazione di tradizioni europee simili, in particolare quella svizzera, ma si concretizza in Friuli in una forma unica, integrando cultura, memoria e innovazione alimentare.<br />
<br />
[[ima2]][[ima3]]I due formaggi prendono il nome da elementi profondamente legati al luogo: <em>Raibl</em> &egrave; l&rsquo;antico toponimo germanico di Cave del Predil, <em>Galena</em> &egrave; il minerale di piombo che per secoli ha attraversato la vita della valle. Sono prodotti che non vogliono semplicemente arricchire il panorama lattiero-caseario del Friuli Venezia Giulia ma mirano a incarnare una narrazione: la possibilit&agrave; di dare nuova vita a un territorio segnato dalla fine dell&rsquo;attivit&agrave; mineraria, trasformandolo in laboratorio gastronomico.<br />
<br />
Il <em>Galena</em> &egrave; un formaggio a pasta semicotta, ottenuto da latte crudo vaccino raccolto localmente. La sua struttura &egrave; compatta ma elastica, con occhiatura fine e un profilo aromatico che evolve in modo netto durante l&rsquo;affinamento sotterraneo: alle note lattiche iniziali si aggiungono gradualmente sentori minerali, un&rsquo;eco diretta dell&rsquo;ambiente che lo ospita.<br />
<br />
Il <em>Raibl</em>, pi&ugrave; strutturato e complesso, si distingue invece per una pasta pi&ugrave; asciutta e una maturazione prolungata. La permanenza nei tunnel gli conferisce una crosta naturale ricca di flora microbica, responsabile di aromi che spaziano dalla frutta secca al sottobosco, con una persistenza gustativa particolarmente lunga. &Egrave; un formaggio che richiede tempo e pazienza, qualit&agrave; che ben si accordano con la lentezza della vita mineraria di un tempo.<br />
<br />
La scelta dei tunnel minerari non &egrave; un semplice vezzo scenografico. Le loro caratteristiche microclimatiche rappresentano un valore aggiunto determinante: la temperatura &egrave; costante tutto l&rsquo;anno, e non c&rsquo;&egrave; necessit&agrave; di climatizzazione artificiale; l&rsquo;umidit&agrave; elevata e costante, ideale quindi per una crescita controllata delle muffe nobili sulla crosta. L&rsquo;assenza di luce rallenta il processo ossidativo e preserva gli aromi pi&ugrave; delicati. &Egrave; un ecosistema che lavora in armonia con il prodotto e che consente agli affinatori di intervenire con delicatezza, limitando al minimo le manipolazioni. Non &egrave; un caso che le gallerie vengono utilizzate anche per la cura degli asmatici.<br />
<br />
[[ima4]][[ima5]]Il progetto non &egrave; solo gastronomia, ma anche rigenerazione culturale ed economica. Dalla miniera alle malghe, il lavoro coinvolge allevatori della valle, tecnici del settore lattiero-caseario, guide della miniera e operatori turistici che stanno contribuendo a creare un nuovo racconto del territorio. La rinascita dei tunnel come culla di eccellenze gastronomiche ha infatti attirato visitatori, curiosi e appassionati di formaggi, offrendo un motivo in pi&ugrave; per esplorare Cave del Predil e la sua storia.</p>

<p>I due formaggi Raibl e Galena non sono semplicemente due prodotti caseari, ma il simbolo di una trasformazione: la capacit&agrave; di una comunit&agrave; di reinterpretare il proprio passato e trasformarlo in valore. Grazie all&rsquo;intuizione di Michele Gortani e dei suoi amici/soci, gli antichi cunicoli della miniera risuonano oggi di nuovi profumi, dimostrando che anche nei luoghi dove tutto sembrava fermarsi &egrave; possibile far maturare qualcosa di straordinario.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/1-f709c7ae-e823-4350-a975-9951bd5c6620.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/42678/dallitalia/cave-del-predil-la-miniera-in-cui-si-affinano-formaggi-buonissimi.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/dallitalia.html">44</category>			</item>			<item>				<title>Giornata della Ristorazione: tutti gli eventi che promuovono la cultura gastronomica a scuola</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/42676/dallitalia/giornata-della-ristorazione-tutti-gli-eventi-che-promuovono-la-cultura-gastronomica-a-scuola.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>La <em>Giornata della Ristorazione</em>&nbsp;-&nbsp;che quest&rsquo;anno si celebrer&agrave; il prossimo 16 maggio - si afferma come un&rsquo;importante iniziativa culturale, che supera i confini di un&rsquo;occasione unica di celebrazione collettiva, e il cui senso, infatti, si rinnova e si diffonde mediante una serie di iniziative che accompagnano ciascuna edizione.</p>

<p>In particolare, quest&rsquo;anno, viene sottolineato con forza maggiore il profondo <em>legame tra educazione e ristorazione</em>, con un intento ben chiaro, vale a dire quello di sensibilizzare i giovani sul valore della ristorazione italiana.</p>

<p>Ragion per cui, sono numerosi gli eventi e le attivit&agrave; previste nelle prossime settimane nelle scuole di tutta Italia per sostenere la crescita di una generazione consapevole, in grado di promuovere la cultura dell&rsquo;ospitalit&agrave;.</p>

<p>Assieme agli alunni, nelle aule scolastiche, si ritroveranno chef e imprenditori del mondo della ristorazione. Di appuntamento in appuntamento, si parler&agrave; di memoria, tradizione, di ingredienti in grado di tracciare un&rsquo;identit&agrave;, ma anche di emozionare quando divengono gusto. In classe naturalmente si parler&agrave; tanto anche di <em>riso</em>, simbolo della Giornata della Ristorazione 2026.</p>

<p>Un palinsesto ricchissimo:&nbsp;qui di seguito, tutti gli appuntamenti in programma (per maggiori info, consulta il sito della <a href="https://www.giornatadellaristorazione.it/archivio-eventi/" rel="nofollow" target="_blank">Giornata della ristorazione</a>).</p>

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<p><strong>4 Maggio | Piccoli chef della salute</strong><br />
<em>Padova, Scuola primaria di Vanzo di Padova</em><br />
Un progetto di educazione alimentare e promozione di uno stile di vita attivo organizzato da Associazione Provinciale Pubblici Esercizi di Padova, Azienda ULSS 6 Euganea &ndash; Servizio Igiene Alimenti e Nutrizione e Scuola Primaria Vanzo nell&rsquo;ambito della Giornata della Ristorazione FIPE-Confcommercio. Insieme a un pizzaiolo ogni bambino realizzer&agrave; una pizza che poi sar&agrave; cotta e mangiata al momento.</p>

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<p><strong>4 Maggio | Chicchi di futuro</strong><br />
<em>Venezia, Istituto Berna ENDO-FAP Mestre</em><br />
&ldquo;Innovazione e Sostenibilit&agrave;&rdquo;, un evento a cura del Maestro della panificazione <strong>Stefano Mazzucco</strong>. Il laboratorio, rivolto ai ragazzi delle classi di panificazione e pasticceria del biennio della scuola alberghiera Istituto Berna di Mestre (VE), si concentrer&agrave; sull&rsquo;utilizzo del riso in chiave moderna, con dimostrazioni pratiche sull&rsquo;uso del riso e della sua farina nel settore della panificazione e della pasticceria.</p>

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<p><strong>4 Maggio | A scuola con gli chef</strong><br />
<em>Bologna, Scuola Primaria Saliceto</em><br />
Gli Chef associati Confcommercio Ascom Bologna incontreranno gli alunni di tre classi della Scuola Primaria Saliceto &ndash; IC 15 per parlare di buona e sana alimentazione.</p>

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<p><strong>5 Maggio | Un chicco di riso pu&ograve; nascondere un grande insegnamento</strong><br />
<em>Pordenone, Scuola Primaria Ordorico da Pordenone</em><br />
Insegnare ai bambini il valore del cibo significa educarli al rispetto per la terra e per il lavoro dell&rsquo;uomo. Attraverso percorsi sensoriali e momenti conviviali, i piccoli alunni scopriranno come la semplicit&agrave; di un chicco possa farsi portavoce di concetti profondi.</p>

<p><br />
<strong>6 Maggio | Riso e Sorrisi: un allegro viaggio nella cucina italiana con lo chef Fabio Gallo!</strong><br />
<em>Cesena, Scuola Primaria Dante Alighieri Cesena</em><br />
Con l&rsquo;aiuto dello Chef Fabio Gallo i bambini di una scuola primaria percorreranno la storia del riso e prepareranno una ciotolina con riso e verdure. L&rsquo;evento si concluder&agrave; con un pranzo.</p>

<h3>&nbsp;</h3>

<p><strong>8 Maggio | Il viaggio del riso</strong><br />
<em>Vicenza - Esac Formazione - Universit&agrave; del gusto, Via Piazzon 40 Creazzo</em><br />
Nel corso della mattinata, i bambini parteciperanno a un&rsquo;esperienza coinvolgente, pensata per far scoprire il riso non solo come alimento, ma anche come elemento culturale ricco di significati. Sono previsti giochi sensoriali, cucina ed attivit&agrave; creative</p>

<p><br />
<strong>8 Maggio | Il Magico Mondo del Riso</strong><br />
<em>Mantova - Scuola primaria delle vergiuni a Castiglione delle Stiviere (MN)</em><br />
Un evento ludico, nel quale vengono presentati i vari tipi di riso, le caratteristiche di ognuno e le sue propriet&agrave;. I ragazzi, poi, potranno assaggiare un piatto tipico della tradizione a base di riso.</p>

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<strong>8 Maggio | Giornata della Ristorazione &ndash; Piccoli chef per 1 giorno: laboratori, tradizione, ospitalit&agrave; e sana alimentazione</strong><br />
<em>Matera - Scuola Primaria &quot;E. Fermi&quot; &ndash; Matera</em><br />
Nella Giornata dell&rsquo;8 maggio la Fipe-Confcommercio di Matera ha ideato una giornata dedicata ai bambini. Alcune classi della scuola Primaria &ldquo;E. Fermi&rdquo; di Matera diventeranno piccoli chef per un giorno. L&rsquo;evento prevedr&agrave; un momento dedicato all&rsquo;educazione alimentari e alla tradizione culinaria del territorio, ponendo l&rsquo;accento sull&rsquo;importanza di una corretta alimentazione, stimolando la curiosit&agrave; verso cibi sani e tradizionali, coinvolgendo anche le famiglie con contributi e racconti della tradizione e delle ricette tipiche. Un racconto sensoriale di piatti della memoria, che hanno l&rsquo;obiettivo di trasmettere l&rsquo;importanza del legame tra memoria, emozioni e cibo per promuovere la crescita di una generazione consapevole, capace di valorizzare la cultura dell&rsquo;ospitalit&agrave;.</p>

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<p><strong>9 Maggio | A tavola con gli chef</strong><br />
<em>Bologna - Scuola primaria Antoniano di Bologna</em><br />
Gli chef dell&rsquo;Associazione Cuochi di Bologna e Provincia, insieme alle Sfogline e a FIPE Bologna, insegneranno ai bambini delle scuole primarie l&rsquo;importanza della sana alimentazione, preparando insieme i tortellini, simbolo della tradizione gastronomica bolognese.</p>

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<p><strong>11 Maggio | Riso Sorriso</strong><br />
<em>Milano - Confcommercio Milano</em><br />
In occasione della Giornata della Ristorazione 2026, EPAM FIPE Milano promuove un momento educativo e divulgativo rivolto a circa 80 bambini della scuola primaria, con l&rsquo;obiettivo di avvicinarli in modo semplice, concreto e coinvolgente al mondo del riso, alimento centrale della nostra tradizione gastronomica e parte importante della cultura alimentare del territorio. Il laboratorio sar&agrave; condotto dallo chef Alessandro Negrini, che accompagner&agrave; i bambini in un percorso esperienziale pensato per raccontare, con linguaggio accessibile e attivit&agrave; pratiche, la storia del riso, la sua origine, le modalit&agrave; di coltivazione, le fasi della raccolta e il processo di sgranatura.</p>

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<p><strong>11 Maggio | Giornata della Ristorazione 2026, Alba</strong><br />
<em>Alba - Scuola primaria Gianni Rodari di Alba</em><br />
Lo chef stellato Massimo Camia, Presidente dell&rsquo;Associazione Ristoratori e Albergatori Albesi, guider&agrave; i bambini delle classi prime in un viaggio sensoriale alla scoperta del riso, ingrediente iconico della cucina italiana, e con loro cuciner&agrave; un piatto che sar&agrave; sicuramente un&rsquo;esperienza unica per tutti i partecipanti.</p>

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<p><strong>11 Maggio | </strong><strong>A scuola con gli chef</strong><br />
<em>Bologna - Scuola primaria Carducci</em><br />
Gli chef associati Confcommercio Ascom Bologna terranno una lezione coinvolgendo le classi della Scuola Primaria Carducci di Bologna per parlare di buona e sana alimentazione</p>

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<p><strong>12 Maggio | Piccoli chef, grandi scoperte 2.0</strong><br />
<em>La Spezia - Istituto Comprensivo ISA 4 La Spezia</em><br />
Contestualmente all&rsquo;adesione dei ristoranti della provincia della Spezia alla Giornata della Ristorazione 2026, Fipe Confcommercio La Spezia propone un evento formativo dedicato agli alunni della scuola primaria ISA 4 di Piazza Verdi. Il progetto mira a integrare l&rsquo;educazione alimentare nel percorso formativo degli studenti, utilizzando la cornice della &ldquo;Giornata della Ristorazione&rdquo; per trasmettere i valori della qualit&agrave;, della stagionalit&agrave; e della cultura gastronomica italiana. Attraverso laboratori esperienziali mirati, i bambini verranno guidati nel percorso per diventare consumatori critici e consapevoli.</p>

<p>[[ima3]]<strong>12 Maggio | In Romagna il riso diventa sottiso</strong><br />
<em>Rimini, Scuola Primaria Boschetti Alberti</em><br />
Un&rsquo;iniziativa dedicata all&rsquo;educazione alimentare presso la scuola primaria Boschetti Alberti di Rimini.</p>

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<p><strong>12 Maggio | Da Checco Er Carrettiere il chicco diventa suppl&igrave;</strong><br />
<em>Roma - Ristorante Checco Er Carettiere | Via Benedetta 10</em><br />
In occasione della Giornata della Ristorazione, il ristorante Da&nbsp;Checco&nbsp;Er Carettiere accoglie due classi di scuola primaria per un laboratorio di cucina molto speciale! Protagonista sar&agrave; il riso, ingrediente simbolo dell&rsquo;iniziativa, raccontato attraverso una delle sue espressioni pi&ugrave; iconiche della tradizione capitolina: il suppl&igrave;. Guidati dalla chef&nbsp;<strong>Stefania&nbsp;Porcelli</strong>, i bambini si trasformeranno in piccoli cuochi e, tra racconto, sperimentazione e assaggio finale, scopriranno con le mani in pasta i segreti e il valore culturale&nbsp;di questo piatto simbolo della cucina romana.</p>

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<p><strong>12 Maggio | Chicchi di futuro: &ldquo;Riso, risate e bont&agrave;&rdquo;</strong><br />
<em>Brindisi - Istituto Comprensivo Statale &ldquo;Casale&rdquo;</em><br />
Marted&igrave; 12 maggio 2026, dalle ore 9:00 alle ore 12:00, si terr&agrave; presso l&rsquo;Istituto Comprensivo Statale &ldquo;Casale&rdquo; &ndash; Plesso Cal&ograve; di Brindisi l&rsquo;evento &ldquo;Chicchi di Futuro: Riso, risate e bont&agrave;&rdquo;, organizzato in occasione della IV Giornata della Ristorazione e rivolto a due classi terze della scuola primaria.</p>

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<p><strong>12 Maggio | A scuola con gli chef</strong><br />
<em>Bologna - Scuola Primaria E. e K. Mader</em><br />
Gli chef della Fipe Confcommercio Ascom Bologna e dell&rsquo;Associazione Cuochi di Bologna e Provincia incontreranno gli alunni della scuola primaria E. e K. Mader di Bologna per parlare di buona e sana alimentazione</p>

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<p><strong>13 Maggio | Un chicco alla volta &ndash; One Grain at a Time</strong><br />
<em>Grosseto - English Primary School di Grosseto - Scuole Elementari Bilingue</em><br />
Lo chef patron Emilio Signori guider&agrave; attivit&agrave; ludico-didattiche dedicate al riso, affrontando temi come alimentazione consapevole, valore del cibo e lotta allo spreco. L&rsquo;evento integrer&agrave; inoltre l&rsquo;esperienza gastronomica con l&rsquo;apprendimento linguistico, in linea con il percorso bilingue della scuola ospitante.</p>

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<p><strong>13 Maggio | Ristorazione e marketing territoriale &ndash; Il prodotto tipico come vantaggio competitivo</strong><br />
<em>Albenga (SV) - ISTITUTO ALBERGHIERO DI FINALE LIGURE</em><br />
Convegno sulla ristorazione, a seguire attivit&agrave; di incontro con produttori locali, presentazione dei prodotti, visita al Museo dell&rsquo;olio e premiazione dei ristoratori.</p>

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<p><strong>13 Maggio | Riso germoglio di vita</strong><br />
<em>Varese - Fipe Confcommercio Varese laboratorio di Cucina</em><br />
Varese il 13 e 14 maggio 2026 Laboratorio di Cucina Fipe provincia di Varese. Un incontro con i pi&ugrave; piccoli per insegnare il valore del cibo e comprendere l&rsquo;importanza delle scelte alimentari fin da piccoli.</p>

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<strong>13 Maggio | A scuola con gli schef</strong><br />
<em>Borgo San Lorenzo (FI) - scuola di Cucina Proforma di Borgo San Lorenzo</em><br />
Per l&rsquo;occasione &egrave; prevista la preparazione di due ricette a base di riso, e una raccolta di ricette del cuore dei bambini delle classi della scuola primaria coinvolta nel progetto. Le ricette raccolte saranno rilegate e consegnate alla scuola e alle istituzioni del territorio.</p>

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<p><strong>14 Maggio | Quanta forza un chicco</strong><br />
<em>Siracusa - XIII Istituto Comprensivo Archimede</em><br />
Gioved&igrave; 14 maggio 2026, in occasione della Giornata della Ristorazione, Confcommercio Siracusa e FIPE rinnovano il loro impegno nella promozione della cultura gastronomica coinvolgendo le nuove generazioni in un&rsquo;esperienza educativa e coinvolgente. Circa 60 bambini della scuola primaria XIII I.C. Archimede di Siracusa saranno protagonisti di un laboratorio esperienziale dedicato al riso, ingrediente simbolo dell&rsquo;edizione 2026 della Giornata della Ristorazione, dal titolo&nbsp;<em>Quanta forza in un chicco!</em></p>

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<p><strong>14 Maggio | Il riso &egrave; vita e fa nascere sinergie!</strong><br />
<strong><em>Bolzano - Scuola professionale provinciale alberghiera &ldquo;Cesare Ritz&rdquo; di Merano</em></strong><br />
Il 14 maggio 2026, dalle 10.00 alle 14.00 presso la scuola alberghiera, &egrave; previsto un pranzo durante il quale gli allievi di cucina proporranno due piatti a base di riso: un vero e proprio momento di condivisione e valorizzazione del lavoro svolto! Inoltre, il 16 maggio 2026, per celebrare la Giornata della Ristorazione, verr&agrave; pubblicato un&nbsp;reel&nbsp;realizzato dai ragazzi, con una ricetta a base di riso dal tocco deciso: la piccantezza del sud sar&agrave; protagonista. Seguite i nostri canali per scoprirne di pi&ugrave;!</p>

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<strong>14 Maggio | Il cibo &egrave; la chiave del domani</strong><br />
<strong><em>Courmayeur - Istituzione Scolastica Valdigne Mont-Blanc</em></strong><br />
Le classi I e II dell&rsquo;Istituzione Scolastica Valdigne Mont-Blanc saranno protagoniste di un momento formativo importante, per scoprire il valore dell&rsquo;alimentazione e della cultura del cibo. Relatrice la Dott.ssa Caterina Ciancamerla e con la partecipazione speciale di Sophie Mathiou atleta nazionale sci alpino.</p>

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<p><strong>14 Maggio | Educazione alimentare a scuola</strong><br />
<strong><em>Lecce, IV Circolo &quot;Sigismondo Castromendiano&quot; Via Cantobelli</em></strong><br />
Un incontro all&rsquo;interno dell&rsquo;istituto tra chef-patron salentini e studenti. Gli ospiti racconteranno il proprio percorso e il significato del cibo nella loro esperienza; gli studenti verranno guidati in un&rsquo;attivit&agrave; che stimoler&agrave; la loro creativit&agrave;, la conoscenza degli ingredienti e il valore della condivisione. Ci saranno workshop pratici, in cui gli studenti metteranno le &ldquo;mani in pasta&rdquo;. I bambini avranno l&rsquo;opportunit&agrave; di stimolare i sensi, l&rsquo;idea &egrave; di far ripetere dei gesti tipici legati alla manualit&agrave; italiana.</p>

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<strong>14 Maggio | Dal chicco all&rsquo;idea</strong><br />
<em>Cagliari</em><br />
Un evento educativo a Cagliari con il coinvolgimento delle scuole attraverso uno showcooking sul riso, raccontando la filiera enogastronomica dall&rsquo;origine al piatto finale, unendo cultura, territorio e sostenibilit&agrave;.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/eventi-scuole-fipe.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/42676/dallitalia/giornata-della-ristorazione-tutti-gli-eventi-che-promuovono-la-cultura-gastronomica-a-scuola.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/dallitalia.html">44</category>			</item>			<item>				<title>Vincenzo Palermo torna a Matera: la nuova visione di Più Sud</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/209/42675/mondo-pizza/vincenzo-palermo-torna-a-matera-la-nuova-visione-di-piu-sud.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Nel cuore dei Sassi di Matera, dove la pietra racconta millenni di storia e il turismo internazionale incontra la cultura gastronomica italiana, la pizzeria <em>Pi&ugrave; Sud</em> sta vivendo una nuova fase della propria evoluzione. Il progetto, nato nel 2023, si fonda su un&#39;idea semplice ma potente: raccontare il Sud Italia attraverso la pizza, valorizzando ingredienti identitari e produttori di nicchia. A segnare questo nuovo capitolo &egrave; il ritorno di <strong>Vincenzo Palermo</strong>, pizzaiolo e socio del progetto con <strong>Biagio Spagnuolo</strong>, rientrato a fine gennaio 2026 dopo due anni trascorsi a Dubai nella pizzeria <em>Tot&oacute;</em>, il locale firmato da <strong>Cristiano Ronaldo</strong> e <strong>Rafael Nadal</strong>. Un&#39;esperienza internazionale intensa che oggi si traduce in nuove prospettive per il brand lucano.</p>

<p>[[ima6]][[ima3]]Classe 1992, originario di Gravina in Puglia, <strong>Vincenzo</strong> racconta che il suo primo contatto con l&#39;impasto risale a quando aveva appena due o tre anni. Come spesso accade nelle famiglie del Sud, tutto nasce in cucina, accanto alla madre e alla nonna, tra pasta fresca, focacce e tradizioni domestiche. Il percorso professionale per&ograve; non &egrave; stato immediato. Dopo il diploma all&#39;ITC e un breve passaggio all&#39;universit&agrave; di informatica di Bari, la vocazione gastronomica prende definitivamente il sopravvento. <strong>Vincenzo</strong> decide di formarsi come pizzaiolo e poco dopo arriva la prima grande occasione internazionale a Mosca. Qui entra nel circuito di <em>Eataly</em>, il progetto fondato da <strong>Oscar Farinetti</strong>, partecipando all&#39;apertura di uno dei pi&ugrave; grandi punti vendita del brand nel mondo. L&#39;esperienza russa durer&agrave; circa sei anni e diventer&agrave; il vero trampolino di lancio della sua carriera. Durante questo periodo <strong>Vincenzo</strong> prende parte anche ad aperture internazionali tra Stati Uniti e Europa, contribuendo a progetti gastronomici a Las Vegas e Parigi. Ma il momento di svolta arriva nel 2018.</p>

<p>[[ima2]]Convinto da un amico a mettersi alla prova, partecipa per la prima volta a un campionato internazionale della pizza a Parma. Il risultato sorprende tutti: a soli 26 anni conquista il titolo di &laquo;Campione Mondiale di Pizza napoletana STG&raquo;, con un punteggio superiore agli 840 punti. Una vittoria che segna definitivamente la sua reputazione professionale e lo proietta verso nuove opportunit&agrave; all&#39;estero. Nel 2021 <strong>Palermo</strong> si trasferisce a Dubai per seguire il progetto <em>Belcanto</em>, ristorante <em>fine dining</em> ospitato nella Dubai Opera. Qui lavora al fianco dello chef <strong>Fabrizio Lusenti</strong>, un&#39;esperienza che amplia radicalmente il suo approccio gastronomico. Non pi&ugrave; solo pizza: salse, tecniche di cucina, pasta fresca e gestione della brigata diventano parte integrante della sua formazione.</p>

<p>[[ima4]][[ima5]]Queste competenze si rivelano decisive quando, nel 2024, arriva la chiamata per il progetto <em>Tot&oacute;</em>, ristorante di cucina mediterranea e pizzeria ideati dal gruppo <em>Mabel Capital</em>, legato alle attivit&agrave; imprenditoriali di <strong>Ronaldo</strong> e <strong>Nadal</strong>. A Dubai, <strong>Vincenzo</strong> assume un ruolo chiave, supervisiona l&#39;intera area bakery, dalla produzione di pizza e pane fino alla realizzazione della pasta fresca; ravioli, tagliatelle e gnocchi (piatto preferito di <strong>Cristiano Ronaldo</strong>) diventano uno dei punti di forza del locale. Nonostante la carriera internazionale, il legame con il Sud rimane centrale. Ed &egrave; proprio durante una vacanza a Matera che nasce l&#39;idea di <em>Pi&ugrave; Sud</em>, grazie all&#39;incontro con gli imprenditori <strong>Nicola Ruscigno</strong> e <strong>Biagio Spagnuolo</strong>, socio del progetto.</p>

<p>Il concept &egrave; chiaro fin dall&#39;inizio: trasformare la pizza in una mappa gastronomica del Sud Italia. Ogni pizza del menu valorizza ingredienti simbolo delle diverse regioni meridionali, dal peperone crusco lucano al capocollo di Martina Franca, fino ai datterini gialli di piccoli produttori locali. Un elemento distintivo del locale &egrave; la dispensa a vista, uno spazio che espone gli stessi prodotti utilizzati sulle pizze. I clienti possono acquistarli e portarli a casa, replicando l&#39;esperienza gastronomica anche fuori dal ristorante. L&#39;idea nasce anche da una necessit&agrave; architettonica. Nei Sassi, di fatto, gli spazi sono limitati, e la dispensa diventa allo stesso tempo magazzino, vetrina e racconto del territorio.</p>

<p>Dal punto di vista tecnico, la pizza di <em>Pi&ugrave; Sud</em> segue una linea precisa e rigorosa: farine italiane <em>Petra</em>, una miscela di tipo 0 e tipo 1 ricca di fibre, impasto diretto con 48 ore di maturazione e cottura in forno a gas di ultima generazione. Una scelta dettata anche dalle normative dei Sassi di Matera, dove l&#39;utilizzo della legna &egrave; limitato, ma che grazie alle tecnologie pi&ugrave; recenti permette di ottenere una cottura molto simile a quella tradizionale. Il risultato &egrave; una pizza dalla struttura leggera e dal gusto pi&ugrave; caratteristico, capace di sostenere topping complessi e preparazioni ispirate alla cucina contemporanea. Ma l&#39;elemento che davvero attraversa tutto il menu come un <em>fil rouge</em> &egrave; un altro: il colore. Per <strong>Vincenzo Palermo</strong>, infatti, il colore rappresenta il vero protagonista del piatto. I colori che la natura offre diventano salse, creme e topping dai toni brillanti che trasformano la pizza in una composizione visiva oltre che gastronomica. Il maestro pizzaiolo parte spesso da una visione estetica, immaginando prima l&#39;impatto cromatico del piatto e costruendo poi attorno ad esso l&#39;equilibrio dei sapori. Una filosofia che non mette mai in secondo piano il gusto e la perfetta combinazione degli ingredienti, ma che attribuisce grande importanza all&#39;estetica e alla prima impressione visiva. Le pizze di <em>Pi&ugrave; Sud</em> sono pensate per essere &laquo;mangiate prima con gli occhi&raquo;, senza mai perdere la profondit&agrave; aromatica che deriva dalla qualit&agrave; delle materie prime.</p>

<p>[[ima10]]Un esempio concreto di questa visione &egrave; la pizza <em>Puglia</em>, realizzata con fior di latte di Agerola da latte nobile, quattro variet&agrave; di pomodoro, burrata e crema al basilico. Il risultato &egrave; un gioco di rossi e verdi intensi che racconta la ricchezza agricola della regione.</p>

<p>[[ima9]]Altro esempio &egrave; la <em>Molise</em>, che combina fior di latte di Agerola da latte nobile, chips di patate viola, crema di peperoni gialli, salsiccia, caciocavallo di Agnone, polvere di olive nere e basilico. Una pizza che lavora sulle tonalit&agrave; contrastanti di viola, giallo e nero, creando una composizione cromatica sorprendente.</p>

<p>[[ima8]]Ancora pi&ugrave; audace &egrave; la <em>Calabria</em>, con fior di latte di Agerola da latte nobile, pomodoro San Marzano stracotto, oltre due ore di cottura fino a raggiungere una consistenza quasi simile a un ketchup naturale, cipolla di Tropea, &#39;nduja dell&#39;azienda <em>Suriano</em>, gel di liquirizia e chips di formaggio. Qui il rosso intenso della &#39;nduja incontra le sfumature scure della liquirizia, dando vita a una pizza dal carattere deciso sia visivamente sia nel gusto. Ingredienti unici, lavorazioni artigianali e preparazioni interamente <em>home made</em> si combinano cos&igrave; in un equilibrio preciso, frutto anche della formazione da chef di <strong>Vincenzo</strong>. Ogni sera viene preparata una vera e propria linea di cucina, con salse e creme, pronte per essere assemblate sulle pizze con la stessa precisione di un ristorante gastronomico. Accanto a <strong>Vincenzo</strong> lavora anche suo cugino <strong>Vittorio Lorusso</strong>, pizzaiolo da circa quattordici anni e figura fondamentale nel percorso del socio-fondatore di <em>Pi&ugrave; Sud</em>. &Egrave; stato proprio <strong>Vittorio</strong>, di qualche mese pi&ugrave; grande di <strong>Vincenzo</strong>, a introdurlo e ispirarlo al mondo della pizza.</p>

<p>[[ima7]]Oggi i due condividono il&nbsp;banco di lavoro nel locale materano, dove <strong>Vittorio</strong> &egrave; entrato stabilmente circa un anno e mezzo fa. La collaborazione tra i due si traduce in una produzione quotidiana attenta e meticolosa: un lavoro di squadra che permette di mantenere costante la qualit&agrave; e di trasformare ogni pizza in una composizione dove tecnica, estetica e sapore trovano un equilibrio perfetto. Dopo anni di esperienze internazionali, <strong>Vincenzo</strong> ha scelto di rientrare stabilmente in Italia. La decisione nasce dalla volont&agrave; di portare nel progetto <em>Pi&ugrave; Sud</em> tutto il <em>know-how</em> acquisito all&#39;estero: organizzazione, standardizzazione del lavoro e visione imprenditoriale. Matera, con il suo turismo globale, rappresenta il contesto ideale per sviluppare questa idea. Nel locale, infatti, non &egrave; raro vedere <strong>Vincenzo</strong> stesso dialogare con i clienti stranieri, raccontando la storia del luogo e degli ingredienti. Il suo rientro coincide anche con una fase di espansione. Accanto alla pizzeria aprir&agrave; prossimamente un nuovo ambiente dedicato ad antipasti, taglieri e una nuova linea di pizze. Il progetto nasce dalla volont&agrave; di ampliare l&#39;esperienza gastronomica senza snaturare la filosofia originale fatta da pochi piatti, mirati e di qualit&agrave;, con un menu essenziale ma curato. Dopo anni trascorsi tra Mosca, Las Vegas, Parigi e Dubai, <strong>Vincenzo Palermo</strong> oggi guarda soprattutto al futuro nel Sud Italia. La sua scelta &egrave; quella di restare, per investire e costruire. Non solo per far crescere <em>Pi&ugrave; Sud</em>, ma anche per dimostrare ai giovani professionisti che &egrave; possibile sviluppare progetti ambiziosi senza lasciare definitivamente il proprio territorio.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/14-25.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/209/42675/mondo-pizza/vincenzo-palermo-torna-a-matera-la-nuova-visione-di-piu-sud.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/209/mondo-pizza.html">209</category>			</item>			<item>				<title>Nonne d'Italia, vi porto nella mia cucina: così si preserva la memoria del gusto</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/42674/dallitalia/nonne-ditalia-vi-porto-nella-mia-cucina-cosi-si-preserva-la-memoria-del-gusto.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>A Cerignola, se entri nella bottega prima ancora che nel ristorante, capisci subito da dove parte tutto.</p>

<p>Un banco, il profumo dei salumi. E poi lei, una figura che non ha bisogno di presentazioni: mamma <strong>Giuseppina</strong>. Sta l&igrave;, come ha sempre fatto. Sul suo tavoliere di legno impasta, sistema, rifinisce. Prepara gli immancabili taralli, la pasta fresca, le lavorazioni per la gastronomia. Ricette che non hanno mai avuto bisogno di essere scritte, perch&eacute; sono passate di mano in mano.</p>

<p><a href="https://ambasciatoridelgusto.it/portfolio/rosario-didonna/" rel="nofollow">Rosario Di Donna</a> &egrave; cresciuto dentro questo mondo. Prima ancora del ristorante, prima ancora del personaggio che molti conoscono, nella sua storia c&rsquo;&egrave; quella di una famiglia, fatta di gesti ripetuti e di una frase che &egrave; rimasta pi&ugrave; di tutte: &ldquo;Se &egrave; buono lo mangi, se &egrave; meglio lo offri&rdquo;. Gliel&rsquo;ha lasciata suo padre <strong>Nicola</strong> ed &egrave; diventata una linea guida sempre presente, nei racconti e nel suo modo di essere oste.</p>

<p>In quell&rsquo;osteria che gi&agrave; nel nome, <em>U&#39; Vul&egrave;sce</em>, dice tutto &mdash; la voglia &mdash; <strong>Rosario</strong> tiene insieme accoglienza e carattere, battuta pronta e capacit&agrave; di mettere le persone a proprio agio. Ogni ospite &egrave; un amico, spesso accolto con un abbraccio. Un oste nel senso pi&ugrave; pieno del termine, con un piede nella tradizione e l&rsquo;altro nel presente. Un vero <a href="http://ambasciatoridelgusto.it/portfolio/rosario-didonna/" rel="nofollow">Ambasciatore del Gusto</a>, anche nel senso pi&ugrave; concreto del termine.</p>

<p>Ma il punto, oggi, &egrave; un altro.</p>

<p>[[ima2]][[ima4]][[ima3]]A un certo momento quella storia di famiglia, quei piatti e quelle mani che lavorano smettono di restare chiusi dentro una casa e diventano condivisione. Diventano cultura. &Egrave; da qui che nasce <em>Nonne in cucina</em>. Un&rsquo;estensione naturale di quello che &egrave; sempre stato.</p>

<p>Se una parte importante di quella cucina arriva da una madre, da una nonna, allora perch&eacute; fermarsi l&igrave;? Perch&eacute; non aprire quella porta e far entrare altre storie, altre mani, altri modi di fare? E cos&igrave;, da <em>U&rsquo; Vul&egrave;sce</em>, le nonne iniziano ad arrivare davvero. Per raccontare e per cucinare. Entrano in cucina, lavorano accanto alla brigata, dettano tempi e passaggi. Gli chef osservano, si affiancano, imparano. Il sapere passa attraverso quelle mani, con parole diverse, dialetti diversi, che parlano di piatti capaci di sfamare generazioni e che oggi rischiano di essere dimenticati.</p>

<p>Le prime sono arrivate dalla Basilicata e dalla Campania. Donne non abituate a spostarsi, ma che hanno fatto chilometri per raggiungere Cerignola, portando con s&eacute; qualcosa che va oltre la ricetta. Le nonne vengono invitate, accompagnate, ospitate. <strong>Rosario</strong> manda un transfer a prenderle, le accoglie e poi le riporta a casa. In cambio, loro lasciano qualcosa che non ha prezzo: gesti, accortezze, piccoli segreti che altrimenti resterebbero chiusi nelle cucine di casa. L&rsquo;idea &egrave; quella di costruire, nel tempo, una vera raccolta della cucina regionale italiana, partendo dal Sud ma con uno sguardo che va oltre. Perch&eacute; se da un lato il progetto si muove inizialmente tra le regioni meridionali, anche per una questione pratica, dall&rsquo;altro l&rsquo;invito &egrave; gi&agrave; aperto a tutta Italia. L&rsquo;obiettivo &egrave; mettere insieme differenze, varianti, identit&agrave; locali, per raccontare una cucina che cambia da territorio a territorio, spesso anche a pochi chilometri di distanza.</p>

<p>[[ima5]]Un rag&ugrave; con finocchi e fagioli, ad esempio. Un accostamento che pu&ograve; sorprendere, ma che per chi lo ha sempre fatto &egrave; semplicemente naturale. Oppure il pane raffermo recuperato come si &egrave; fatto per generazioni: acqua, aglio, prezzemolo, pomodoro, olio buono e una spolverata di formaggio. Cucina di recupero, povera solo all&rsquo;apparenza, che invece racconta una capacit&agrave; incredibile di trasformare pochi elementi in qualcosa di completo.</p>

<p>Poi ci sono i dettagli, quelli che fanno la differenza. Una pasta fatta solo con acqua e farina, i <em>frizzulli</em>. Il nome viene proprio dal suono che si sente quando lo strumento scorre sulla spianatoia, quel &ldquo;frizz&rdquo; che accompagna il gesto. Uno strumento semplice, a volte ricavato dal ferretto di un ombrello, che nelle mani giuste diventa precisione pura. Sono cose che non trovi nei libri. Non perch&eacute; non siano importanti, ma perch&eacute; non si possono spiegare fino in fondo con pesi e misure. Hanno bisogno di essere viste, imitate, corrette sul momento. Hanno bisogno di qualcuno che le faccia davanti a te.</p>

<p>Ed &egrave; proprio qui che il progetto prende una direzione ancora pi&ugrave; chiara. Non si tratta solo di recuperare ricette, ma di capire da dove arrivano. Di raccontare l&rsquo;antropologia del cibo: perch&eacute; si &egrave; arrivati a quel piatto, come si &egrave; conservato un ingrediente, come lo si &egrave; trasformato nel tempo. Tutto quello che sta dietro e che spesso resta invisibile. Per questo il progetto non &egrave; solo un pranzo, n&eacute; un contenuto da raccontare. &Egrave; un lavoro.</p>

<p>[[ima6]][[ima7]]L&rsquo;idea &egrave; costruire una memoria che resti. Un archivio vivo, fatto di persone prima ancora che di ricette. E a quel punto Cerignola, la Puglia, non bastano pi&ugrave;. L&rsquo;invito si allarga a tutta Italia, anche ai paesi lontani da questa terra. Perch&eacute; la cucina italiana non &egrave; una cosa sola e, se davvero si vuole conservarla, bisogna metterla insieme.</p>

<p><strong>Rosario</strong> lo dice senza girarci intorno: cerca nonne tra i 70 e i 90 anni, in buona salute, con spirito allegro, legate alla cucina tradizionale e disponibili a trascorrere qualche giorno l&igrave;, in cucina. E quando arrivano, succedono cose che difficilmente si possono raccontare con numeri o parole: c&rsquo;&egrave; chi, anche a pi&ugrave; di ottant&rsquo;anni, resta in piedi per ore a cucinare, con un&rsquo;energia che sorprende tutti.</p>

<p>[[ima8]]&Egrave; una richiesta semplice, ma dentro ha un&rsquo;idea precisa. Tenere vive le tradizioni &egrave; una responsabilit&agrave;. E allora succede che un ristorante diventa altro. Diventa un punto di incontro. Un luogo dove le storie entrano, si mescolano, restano. E forse il senso &egrave; proprio questo.</p>

<p>Non salvare qualcosa che sta scomparendo per metterlo sotto una teca, ma fare in modo che continui a vivere, nello stesso modo in cui &egrave; sempre stato: passando da una mano all&rsquo;altra.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/rosario-di-donna-nonne-1.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/42674/dallitalia/nonne-ditalia-vi-porto-nella-mia-cucina-cosi-si-preserva-la-memoria-del-gusto.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/dallitalia.html">44</category>			</item>			<item>				<title>Arte, musica, e tanto tanto Giappone nel nuovo locale di Christian Mandura</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/42666/dallitalia/arte-musica-e-tanto-tanto-giappone-nel-nuovo-locale-di-christian-mandura.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p><strong>Christian Mandura</strong> &egrave; uno chef con uno stile ben definito. Il piatto e la cucina fanno parte di una teatralit&agrave; che avvolge il commensale, trasportandolo in una rappresentazione pi&ugrave; complessa.</p>

<p>Ci sono suoni, non solo di piatti e posate, ma della colonna sonora diffusa da <a href="https://spaziomusa.net/akoya/" rel="nofollow" target="_blank">Akoya Lounge &amp; Omakase</a>, l&#39;ultima creazione dello chef (prima all&#39;<em>Unforgettable</em>, lasciato qualche anno fa) a Torino. Una playlist non casuale, che arriva forte e decisa in sala con un bpm mai sotto i 100, quasi il preparty di un festival di musica elettronica.</p>

<p>C&rsquo;&egrave; lo sguardo che si posa sul piatto -&nbsp;dal forte senso estetico -, ma anche sui movimenti degli chef e sulle loro preparazioni. Proprio l&igrave;, allo chef&rsquo;s table, unico spazio in cui accomodarsi insieme ad altri 10 commensali in questo&nbsp;nuovo ristorante in Via della Consolata, a Torino.</p>

<p>[[ima7]]Un omakase, ma anche un ristorante tradizionale giapponese di pesce, dove lo <strong>chef Mandura</strong>, accompagnato da <strong>Alessandro Daedda</strong>, prepara il piatto, taglia, unisce ingredienti, tutti di altissima qualit&agrave; e tutti presentati nella loro semplicit&agrave;, riso e pesce crudo in primis. Si chiama <em>Akoya</em>&nbsp;e&nbsp;trova casa all&rsquo;interno di <em>Spazio Musa</em>, una galleria d&rsquo;arte&nbsp;con soffitti in legno decorati, e alle pareti opere contemporanee.</p>

<p>[[ima3]]C&rsquo;&egrave; un filo unico che unisce questo locale con il precedente: la musicalit&agrave; dei movimenti,&nbsp;la sua teatralit&agrave;.</p>

<p>[[ima5]]Ci&ograve; che li contraddistingue, invece, &egrave; sicuramente il menu, quello di<em> Akoya</em> totalmente ispirato al Giappone, come svelano i nostri assaggi.</p>

<p>[[ima2]]Si parte dal <em>Chawanmushi con gamberi, brodo dashi, tartare di astice e caviale Karaburun</em>, per proseguire con il <em>Calamaro servito con uova di aringa, yuzukosho, tonno in salsa ponzu e tsukemono</em>. Poi entra in scena <strong>Alessandro Daedda</strong>, protagonista al bancone.</p>

<p>[[ima4]]Con uso sapiente di mani e coltello d&agrave; forma ai <em>Nigiri</em>, unendo riso (il <em>Koshihikari Minami-Uonuma</em>) a calamari, anguilla, branzino e tonno.</p>

<p>Seguono il<em> Ramen</em> e un <em>Petto d&rsquo;anatra cotto sullo yakitori con ponzu, kumquat e cetrioli.</em></p>

<p>[[ima6]]Sul pairing si spazia, come giusto che sia, immettendo tanto della tradizione vitivinicola europea -&nbsp;francese e nostrana in particolare -,&nbsp;lasciando possibilit&agrave; di abbinamenti a base di cocktail e sake, tutti curati da <strong>Simone Tasini</strong>.</p>

<p>Onorando la tradizione dell&rsquo;ospitalit&agrave; giapponese, l&rsquo;<em>omotenashi</em>, il cliente viene&nbsp;accompagnato nel percorso, che prevede tre momenti: uno di benvenuto nelle sale del cocktail bar, quindi l&#39;approdo al bancone e, infine, il momento dessert e cocktail di chiusura, di nuovo nelle stanze di ingresso dello <em>Spazio Musa</em>.</p>

<p>Un vero spazio culturale, che sposa arte, cucina e musica.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/calamaro-akoya.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/42666/dallitalia/arte-musica-e-tanto-tanto-giappone-nel-nuovo-locale-di-christian-mandura.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/dallitalia.html">44</category>			</item>			<item>				<title>Tre grandi chef alle prese con il riso: Andrea Berton, Moreno Cedroni, Ciccio Sultano</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/42667/dallitalia/tre-grandi-chef-alle-prese-con-il-riso-andrea-berton-moreno-cedroni-ciccio-sultano.html</link>				<description>					<![CDATA[						<h3>&nbsp;</h3>

<h3><strong>ANDREA BERTON: il riso (e il risotto) nella mia cucina</strong></h3>

<p>[[ima2]][[ima5]]Tra i pi&ugrave; talentuosi dei <em>Marchesi Boys</em>, <strong>Andrea Berton</strong> &egrave; un cuoco entrato nella nostra storia gastronomica per aver centrato un importante obiettivo: le due stelle al <em>Trussardi alla Scala</em>, a Milano, arrivarono un anno dietro l&rsquo;altro (2008 e 2009), evento che prima di lui sigl&ograve; il cammino proprio di  <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/protagonisti.php?id_cat=6&amp;id_art=544">Gualtiero Marchesi</a>, tra il 1977 e il 1978 in Bonvesin della Riva. Dal suo maestro, dopotutto, di lezioni <strong>Berton</strong> ne ha assimilate tante! Senza per&ograve; lasciare che le stesse limitassero l&rsquo;ambizione di solcare un cammino proprio, autentico, irradiandole poi di contemporaneit&agrave; con intuizioni brillanti e con quella sensibilit&agrave; tale da renderlo abile a superare gli schemi. E proponendo oggi, all&rsquo;interno del <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/12973/ristoranti/berton.html">ristorante che porta il suo cognome</a>, freschezza di pensiero, naturalezza di servizio, pochi elementi abbinati con destrezza. Tra i quali, ovviamente, anche il riso.</p>

<p>Torna di nuovo alla memoria <strong>Marchesi</strong>, perch&eacute; <strong>Berton</strong> si appassion&ograve; a questo ingrediente proprio al suo cospetto, carpendone le pi&ugrave; sfaccettate possibilit&agrave; di utilizzo. Non ci fu dunque un ricordo d&rsquo;infanzia, n&eacute; una predilezione originaria per questo prodotto: ci fu la scoperta dell&rsquo;uso di un ingrediente ora diventato insostituibile.</p>

<p>&laquo;Per noi &ndash; chiosa <strong>Berton</strong> &ndash; il riso &egrave; tra gli ingredienti principali, anche perch&eacute; lo utilizziamo non solo nei risotti: la sua versatilit&agrave;, a seconda delle variet&agrave;, ci porta a creare creme di riso e persino un pane, attualmente disponibile, a base di farina di riso rosso presente con una percentuale del 40%&raquo;. Poi avanza il ricordo di quel primo risotto realizzato con cura e pensiero: &laquo;Parliamo di un piatto molto semplice, caratterizzato da profumi mediterranei, con erbe fresche, olive in polvere, la salinit&agrave; del cappero; semplicit&agrave;, ma anche una grande identit&agrave;, il cui tocco ancora fa eco in tante preparazioni pi&ugrave; recenti&raquo;.</p>

<p>Il segreto per renderlo perfetto? &laquo;Avere la sensibilit&agrave; di comprendere come mescolarlo, impiegando molta delicatezza durante la cottura e, naturalmente, durante la mantecatura, il che implica la scelta di ingredienti giusti, aggiunti al momento giusto, rispettando i tempi, compreso quello del riposo, cruciale per far s&igrave; che il chicco esprima gli amidi. Personalmente, prediligo i risotti in cui gli elementi vengono aggiunti alla fine, e non durante la cottura, fatta eccezione per il risotto alla milanese dove i pistilli devono avere tempo di scegliersi; tutti gli altri tendiamo a tenerli bianchi fino al raggiungimento della cottura&raquo;.</p>

<p>Quell&rsquo;impronta di freschezza iniziale, poi, non &egrave; andata sciupandosi, perch&eacute; ancora adesso persiste, e con essa, un&rsquo;espressione intensa di italianit&agrave;, impressa in una delle ultime creazioni: il <em>Risotto alla pizzaiola</em>. Il riso, in questo caso, viene cotto con acqua di governo del fiordilatte, arricchito con pomodori disidratati, origano, polvere di olive e fiordilatte in crema. La chiusura &egrave; sigillata da una polvere di porro bruciato che evoca, legandosi agli altri ingredienti, il profumo di una pizza appena sfornata. Incantevole.<br />
(<strong>Marialuisa Iannuzzi</strong>)</p>

<p>&nbsp;</p>

<h3><strong>MORENO CEDRONI: ecco il &quot;susci&quot;&nbsp;all&#39;italiana</strong></h3>

<p>[[ima3]][[ima6]]Quando <strong>Moreno Cedroni</strong> e <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/6/21677/chef-e-protagonisti/mariella.html">Mariella Organi</a> aprirono <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/12769/ristoranti/la-madonnina-del-pescatore.html">La Madonnina del Pescatore</a>, nel 1984, era una semplice trattoria a Marzocca, una frazione sul lungomare di Senigallia. &laquo;Ho aperto <em>La Madonnina</em> proponendo i piatti del lungomare: spaghetti, tagliatelle e riso. Nei miei primi menu il <em>Riso con i frutti di mare</em> c&rsquo;era sempre&raquo;, ricorda <strong>Cedroni</strong>, che negli anni ha trasformato <em>La Madonnina</em> in un ristorante d&rsquo;avanguardia. Il riso nei menu c&rsquo;&egrave; ancora, ma non qui: &egrave; tra i protagonisti della carta de <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/12084/ristoranti/il-clandestino.html">Il Clandestino</a>, locale aperto nel 2000 in cui il <em>susci</em> <em>all&rsquo;italiana</em> &egrave; al centro della proposta.</p>

<p>&laquo;Il riso &egrave; un elemento essenziale per il mio <em>susci</em>, che &egrave; pi&ugrave; vicino al gusto italiano del sushi originale&raquo;, racconta lo chef. Per prepararlo aggiunge agli ingredienti classici della tradizione nipponica elementi italiani, tra cui colatura di alici, olio extravergine, aceto balsamico. &laquo;Non faccio nigiri o uramaki. Uso il riso come fanno in Giappone senza per&ograve; utilizzare il cuociriso: c&rsquo;&egrave; una prima cottura con l&rsquo;acqua, poi si copre e si mette in forno, quindi una cottura diretta, poi una indiretta a vapore per far rimanere il morso morbido, quasi elastico&raquo;. Che sia susci all&rsquo;italiana a <em>Il Clandestino</em> o risotto a <em>La Madonnina</em>, per <strong>Cedroni</strong> il riso deve essere di &laquo;massima qualit&agrave;. Mi piace il chicco un po&rsquo; pi&ugrave; grande, quindi uso soprattutto il Carnaroli. La porzione &egrave; di 70-90 grammi, quindi vale la pena investire su un riso di altissima qualit&agrave;&raquo;. Quando &egrave; necessario per la ricetta, per&ograve;, lo chef cambia la variet&agrave;: &laquo;Per una paella ho usato un Vialone Nano, perch&eacute; mi serviva un chicco pi&ugrave; piccolo&raquo;.</p>

<p>Negli anni la cottura del riso &egrave; cambiata. &laquo;Mia madre cuoceva il riso nel brodo di pesce, con pesci ragno e paganelli. Mangiavo questo brodo intenso con il riso dentro ed era abitudine, non solo per me, che fosse ben cotto&raquo;. Oggi la consistenza &egrave; diversa. &laquo;Adesso piace pi&ugrave; croccante, tostato. Io continuo a gradirlo non troppo al dente, gli eccessi non mi piacciono (ride, <em>ndr</em>). Amo che il chicco opponga una leggera resistenza e poi ceda&raquo;. Questa differenza si riflette anche nel modo di cucinarlo. &laquo;C&rsquo;&egrave; il risotto all&rsquo;onda, mantecato. Ma ci sono anche risi che non devono essere all&rsquo;onda&raquo;. E infatti, all&rsquo;inizio, il riso non era risotto. &laquo;Facevo un riso con il sugo di pesce, non era necessario che fosse risottato&raquo;.</p>

<p>Conclusione: &laquo;In Italia c&rsquo;&egrave; ancora molta possibilit&agrave; di sperimentare sul riso. In uno dei miei passati menu ho ideato un <em>Riso all&rsquo;ostrica</em>, con l&rsquo;ultima mantecatura di ostriche fresche frullate: un piatto in cui si sentiva il mare, la sapidit&agrave;, il salmastro&raquo;, ricorda lo chef. Ma aggiunge: &laquo;Un risotto ai frutti di mare fatto bene &egrave; difficile da superare per un&rsquo;ottima ragione: il riso si impregna!&raquo;.<br />
(<strong>Mariella Caruso</strong>)</p>

<p>&nbsp;</p>

<h3><strong>CICCIO SULTANO: l&rsquo;identit&agrave; della Sicilia in un chicco</strong></h3>

<p>[[ima4]][[ima7]]Nessuno pu&ograve; raccontare la storia della cucina siciliana meglio di <strong>Ciccio Sultano</strong>, chef, patron, anima del ristorante <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/26724/ristoranti/duomo.html">Duomo</a>, che da oltre vent&rsquo;anni brilla a Ragusa Ibla con due stelle affisse all&rsquo;uscio dorato. Ogni piatto del cuoco ibleo non &egrave; solo cibo, ma archivio di ricordi, visioni e profumi di una Trinacria che fu centro del mondo. In questa conversazione, vero e proprio manifesto antropologico, emerge il ritratto di una Sicilia che non subisce la storia, ma la &ldquo;mangia&rdquo; e la rielabora in altre forme. <strong>Sultano</strong> ci racconta cos&igrave; cosa rappresenti il riso per l&rsquo;isola: un cereale che oggi trova il suo culmine nello street food, ma che nasconde radici profonde e nobili.</p>

<p>Tanto per cominciare, lo chef cassa ogni dubbio accademico: &laquo;L&rsquo;arancia &egrave; femminile, la Sicilia &egrave; femminile: quindi l&rsquo;arancina &egrave; arancinA&raquo;. &Egrave; un atto di devozione alla &ldquo;matrice&rdquo; siciliana, che vede nell&rsquo;isola una madre generatrice. Se un tempo questa terra era celebre per il suo grano, sotto la dominazione araba era stata anche luogo di risaie. Eppure, dopo l&rsquo;interruzione della coltura in epoca fascista, il riso non &egrave; pi&ugrave; tornato a popolare i campi siciliani. Il problema non &egrave; la natura, ma l&rsquo;uomo: &laquo;Quello che manca &egrave; la cultura agricola &ndash; spiega &ndash; Mentre il grano non &egrave; mai sparito, la coltura del riso si &egrave; persa. Non &egrave; questione di carenza d&rsquo;acqua, ma di organizzazione regionale. Palazzo dei Normanni, sede dell&rsquo;Assemblea Siciliana, &egrave; un colabrodo: l&rsquo;acqua si disperde nei meandri della burocrazia e degli uffici, prima ancora che nei campi&raquo;.</p>

<p>Nella cucina di <strong>Ciccio Sultano</strong>, la storia &egrave; sempre un ingrediente. Il passaggio dal riso speziato introdotto dagli Arabi ai sontuosi timballi dell&rsquo;epoca barocca e spagnola rappresenta l&rsquo;essenza della stratificazione siciliana: &laquo;Nella nostra cultura, il timballo &egrave; un&rsquo;architettura: si pu&ograve; fare con una crosta di riso che racchiude la pasta e i suoi intingoli. Ogni famiglia ha la sua ricetta e ognuna di questa racconta un pezzo diverso di Sicilia. La mia cucina &egrave; esattamente questo: storia, antropologia e una sovrapposizione sociale di ingredienti&raquo;.</p>

<p>Mentre il Nord Italia insegue la mantecatura perfetta e &ldquo;l&rsquo;onda&rdquo;, il palato siciliano si muove su binari differenti. Qual &egrave; la consistenza ideale del riso nell&rsquo;ecosistema isolano? La risposta &egrave; secca: &laquo;L&rsquo;arancina in tutte le sue declinazioni. &Egrave; lei a dettare le regole di una texture in cui ogni chicco deve unirsi agli altri e mantenere la sua identit&agrave; gastronomica&raquo;. <strong>Sultano</strong> rivendica cos&igrave; la verticalit&agrave; e la compattezza siciliana. Il chicco deve unirsi agli altri ma mantenere la propria identit&agrave;, esattamente come il popolo siciliano: unito dalla stessa terra, ma formato da individui con storie millenarie diverse.</p>

<p><strong>Sultano</strong> non pone limiti al potenziale di questo cereale, nonostante oggi sia relegato principalmente al cibo di strada: &laquo;&Egrave; una questione di cultura gastronomica. Il riso, come tutti gli ingredienti, pu&ograve; essere alta cucina, l&rsquo;importante &egrave; saperlo interpretare. Magari un giorno diventer&agrave; protagonista di un piatto iconico che possa rappresentare la Sicilia. Magari potrei crearlo io: non ho una filosofia statica o fissa, mi sento un pensatore della cucina&raquo;. Condensare l&rsquo;intera isola in un piatto di riso? La storia aiuta tanto: &laquo;Il formaggio per ricordare il passaggio dei Greci, la sfera e lo zafferano per citare gli Arabi, il rag&ugrave; introdotto dai francesi, che diventa rosso con gli spagnoli. Noi siciliani siamo profondamente rinascimentali perch&eacute; siamo capaci di prendere il caos delle invasioni passate e trasformarlo in un ordine perfetto e armonioso, abbiamo declinato tutto questo in una sintesi perfetta, compendio di storia universale racchiuso in una panatura croccante: sua maest&agrave;, l&rsquo;arancina&raquo;.<br />
(<strong>Davide Visiello</strong>)</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/giornata-della-ristorazione-1.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/42667/dallitalia/tre-grandi-chef-alle-prese-con-il-riso-andrea-berton-moreno-cedroni-ciccio-sultano.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/dallitalia.html">44</category>			</item>			<item>				<title>Leonardo D’Ingeo e Niccolò Amadori, sempre più in Alto</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/42661/dallitalia/leonardo-dingeo-e-niccolo-amadori-sempre-piu-in-alto.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Ad <a href="https://www.altorooftop.com/it/" rel="nofollow">Alto</a> non &egrave; questione di cambiare, ma di andare avanti. L&rsquo;arrivo di <strong>Leonardo D&rsquo;Ingeo</strong> segna un passaggio che si inserisce in una traiettoria gi&agrave; definita. Nessuna rottura, piuttosto un&rsquo;evoluzione: si legge nei piatti e nel modo in cui il progetto continua a prendere forma. Qui la cucina non &egrave; mai stata un elemento autonomo.<br />
<br />
Al settimo piano del <a href="https://www.villadelmaresparesort.com/it/" rel="nofollow">Villa del Mare Spa Resort</a> di Cervia, Alto &egrave; uno spazio ibrido in cui ristorante, bar e intrattenimento convivono senza gerarchie rigide. &Egrave; un luogo che cambia durante la giornata e intercetta un pubblico interessato pi&ugrave; all&rsquo;esperienza complessiva che ai codici del fine dining. In questo contesto, la cucina lavora per relazione, il confronto con il bar, guidato da <strong>Niccol&ograve; Amadori</strong>, &egrave; strutturale. Non sono due percorsi paralleli, ma un sistema che si costruisce con il confronto, ed &egrave; su questo equilibrio che interviene D&rsquo;Ingeo.<br />
<br />
La sua &egrave; una cucina riconoscibile, di sapori pieni e stratificati, con un uso marcato di acidit&agrave;, fermentazioni e concentrazioni. Dentro c&rsquo;&egrave; il Sud, ma anche un percorso che guarda oltre e che nell&rsquo;Adriatico trova un nuovo campo di gioco. Non &egrave; cucina di territorio, &egrave; cucina che dal territorio parte per costruire altro.<br />
<br />
[[ima2]][[ima3]]Quest&rsquo;impostazione trova una sintesi nel menu &ldquo;Estrapola&rdquo;, un percorso costruito su una sequenza di snack scelti dalla cucina, seguiti da due portate salate e una dolce, lasciate alla scelta dell&rsquo;ospite all&rsquo;interno della carta. Una struttura aperta, che evita la rigidit&agrave; del degustazione classico. A completarlo, tre drink in abbinamento, pensati come parte integrante del percorso, qui la cocktail experience non accompagna, ma costruisce il percorso insieme alla cucina.<br />
<br />
Gli snack sono la giusta &ldquo;apertura dello stomaco&rdquo;, un passatello fritto e delle olive marinate accompagnati da un drink analcolico fresco e dissetante realizzato con gin 0%, olive di Cerignola, bergamotto, soda e acqua tonica che non fa rimpiangere l&rsquo;assenza dell&rsquo;alcol.&nbsp;Passiamo ai veri assaggi dalla mano di Leonardo: un taco&nbsp;con ceviche di mazzancolla condito con olivello spinoso, limone al carbone ed erbe, un boccone diretto, acido e profondo che trova il giusto accompagnamento nel drink &ldquo;Mela&rdquo;, fresco e secco, un highball a base Toki Whisky, soda alla mela verde, <em>milky oolong tea</em> e un tocco di mirin.<br />
<br />
Si continua con un pane fatto in casa con licoli, sarda affumicata, una crema al mascarpone e uova di diversi pesci, a seguire uno yakitori di sedano rapa, rafano e acetose: qui le note affumicate, piccanti e acide trovano un gran equilibrio. In abbinamento un twist del Margarita con mezcal, un liquore ai fiori di sambuco fatto in casa e un cordiale alla barbabietola, un matrimonio che funziona. I drink di Niccol&ograve; lavorano sul gusto, si muovono sui piatti, li anticipano o li spostano.<br />
<br />
[[ima4]]Veniamo al piatto forte: Ruote pazze Cavalieri con alla base un burro nocciola alle acciughe, che viene trattato come una salsa centenaria (ispirato al brodo centenario) che viene alimentato giornalmente con gli &ldquo;scarti&rdquo; della cucina e del bar, difficile immaginare qualcosa di pi&ugrave; circolare, a chiudere una polvere di cipolla affumicata, abbinato al drink &ldquo;Pera&rdquo;, un gimlet con gin, cordiale alle pere Williams, pear eau-de-vie, e cardamomo, drink fruttato, secco e speziato che contrasta bene la grassezza del piatto.&nbsp;Per gola, perch&eacute; ormai giunti, optiamo per uno spiedo di seppia e salsiccia, incuriositi dal connubio mare e terra, con colatura di gambero e fondo di manzo, e direi che ci abbiamo visto lungo, davvero interessante.<br />
<br />
Ultimo ma non per importanza, il dessert, una torta sfogliata con arachidi, gelato alla vaniglia e mandarino, opulenza allo stato puro, accompagnato dal drink &ldquo;Banana Split&rdquo; con una tequila alle fave di cacao, pandan, banana, gelato alla vaniglia e albume, bello da vedere e buono da gustare.&nbsp;Da Alto si &egrave; sempre bevuto bene, ma questo nuovo incastro D&rsquo;Ingeo&ndash;Amadori funziona molto bene, in poco tempo hanno trovato una direzione comune e ora si ha un motivo in pi&ugrave; per fermarsi non solo per bere un drink.&nbsp;Ora che il ristorante &egrave; aperto, la curiosit&agrave; &egrave; capire fin dove pu&ograve; arrivare l&rsquo;intesa.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/1-dingeo.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/42661/dallitalia/leonardo-dingeo-e-niccolo-amadori-sempre-piu-in-alto.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/dallitalia.html">44</category>			</item>			<item>				<title>Pandolfini e Yquem: un viaggio tra assaggi inediti e aste stellari
</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/136/42660/in-cantina/pandolfini-e-yquem-un-viaggio-tra-assaggi-inediti-e-aste-stellari.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Il 1924 &egrave; l&rsquo;anno di fondazione della <a href="https://www.pandolfini.it/it/index.asp" rel="nofollow" target="_blank">Casa d&rsquo;aste Pandolfini</a> a Firenze, la pi&ugrave; antica in Italia, con sedi anche a Milano e Roma. Innovativa, ma al contempo lungimirante, <em>Pandolfini </em>ha ampliato negli anni i suoi dipartimenti, spaziando dall&rsquo;antiquariato ai gioielli, dai quadri ai mobili, fino ai vini pregiati.</p>

<p>Proprio il 9 aprile, a Firenze, con il CEO di <a href="https://www.yquem.fr/" rel="nofollow" target="_blank">Ch&acirc;teau d&rsquo;Yquem</a>, <b>Lorenzo Pasquini</b>, accompagnato dal primo <em>Master of Wine</em> italiano, <b>Gabriele Gorelli</b>, si &egrave; tenuta una masterclass del vino leggendario di Sauternes a Palazzo Ramirez Montalvo, edificio storico nel cuore della citt&agrave; fiorentina.</p>

<p>[[ima2]]Una verticale dell&rsquo;unico <i>Premier Cru Sup&eacute;rieur</i> nelle annate 2023, 2016, 2006, 1996, 1986 e un assaggio inedito dell&rsquo;unico vino secco prodotto a Yquem, <em>Y 2023</em>. Un&rsquo;occasione unica per i clienti <i>Pandolfini </i>e i privilegiati invitati a questa masterclass, dove proprio il dialogo tra <b>Pasquini</b> e <b>Gorelli</b> ha condotto tutti i partecipanti in un viaggio nel tempo, nella storia e nei vini di questa leggenda che vanta il 1593 come anno di fondazione.</p>

<p>[[ima3]]L&rsquo;anteprima nazionale del millesimo 2023 ha sedotto l&rsquo;intera platea e confermato la maestosit&agrave; dell&rsquo;annata, ma anche la straordinaria trilogia degli ultimi <i>Yquem</i>, la 2021 e la 2022. Siamo di fronte a un capolavoro enologico di rara emozione, per noi di <em>Identit&agrave;</em> gi&agrave; descritto nel nostro articolo (puoi leggerlo <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/136/41326/in-cantina/chateau-dyquem-2023-lapoteosi-di-un-millesimo-destinato-alla-storia.html" target="_blank">qui</a>).&nbsp;&nbsp;</p>

<p><i>Yquem 2016</i> si fonda su precisione e armonia, grande equilibrio e persistenza, pilastri dello Ch&acirc;teau;<br />
<i>Yquem 2006</i> cattura per il colore ambrato e un naso generoso di aromi speziati, dalla cannella alla noce moscata, con una sfumatura di zenzero e molti agrumi canditi. Fresco, con un finale amaro che colpisce per finezza assoluta;<br />
<i>Yquem 1996</i> ci permette di comprendere un millesimo didattico, con evoluzione in note di zafferano e arancia matura, ben integrate con cenni di miele. Finale lungo e salino, per un&rsquo;eleganza perpetua;<br />
[[ima4]]<i>Yquem 1986</i> &egrave; una vera esplosione al naso e al palato di agrumi canditi, mandarino, marmellata d&rsquo;arancia, con una bella evoluzione verso un ricordo di <em>tarte Tatin</em> e accenni di zafferano. Sorso ampio, equilibrio disarmante;<br />
<i>Y 2023</i> &egrave; un altro paradigma che conferma un vino bianco secco con timbro &ldquo;sauternese&rdquo;, anzi con un chiaro stile Yquem: Sauvignon Blanc e S&eacute;millon in parti uguali. Le note di limone e frutta gialla al naso si ritrovano al palato, con un sentore floreale elegante.</p>

<p>Un percorso scandito dagli interventi di <b>Pasquini, Gorelli</b> e un contributo dei <i>n&eacute;gociant</i> dello Ch&acirc;teau, <i>Mestrezat</i> <i>e Sarzi Amad&egrave;</i>, con un pranzo finale a cura dell&rsquo;<a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/11092/ristoranti/enoteca-pinchiorri.html" target="_blank">Enoteca Pinchiorri</a>, arricchito&nbsp;dalle creazioni dello chef <b>Riccardo Monco</b> abbinate al millesimo 2023.</p>

<p>Interessante sottolineare che le giornate d&rsquo;asta hanno portato a un risultato di 1,1 milioni per la prima asta 2026 dedicata al vino da collezione di <em>Pandolfini</em>, pari al 170% delle stime iniziali.</p>

<p>Alcuni lotti unici, sia per rarit&agrave; sia per conservazione, hanno inaugurato la prima sessione di vendita, tra cui Yquem del 1937, battuto a &euro; 16.790, e Yquem del 1920, venduto per &euro; 12.848. Gli esiti dell&rsquo;asta sono da evidenziare con i top lot: una bottiglia di <i>Montrachet Domaine Leflaive 2005</i>, venduta per &euro; 16.120; una bottiglia di <i>Ermitage Cuv&eacute;e Cathelin Domaine Jean-Louis Chave 2009</i>, venduta per &euro; 7.440; una di <i>Corton-Charlemagne Domaine J.-F. Coche-Dury 2010</i>, battuta per &euro; 6.200; e il <i>Groupe Duclot Bordeaux Prestige Collection 2020</i>, aggiudicato per &euro; 7.688. Molto bene anche il secondo giorno, aperto dalla vendita dedicata alla Francia. In questa sessione, costellata da importanti aggiudicazioni per quasi &euro; 400.000, e la sessione dedicata all&rsquo;Italia, con un totale di &euro; 228.036. Tra i risultati degni di nota, una magnum di <i>Barolo Monfortino Riserva Giacomo Conterno 2010</i>, battuta per &euro; 3.224; 12 bottiglie di Sassicaia Tenuta San Guido 2016, vendute per &euro; 3.720; e una bottiglia da 6 litri di <i>Masseto 2017</i>, aggiudicata a &euro; 7.688.</p>

<p>Come sottolinea <b>Lorenzo Pasquini</b>, CEO di <i>Ch&acirc;teau d&rsquo;Yquem</i>:<br />
&laquo;Sono impressionato dalla preziosa organizzazione della squadra Pandolfini, davvero impeccabile, per la creazione e realizzazione di questo evento. La sede fiorentina &egrave; un luogo meraviglioso e siamo onorati di essere stati accolti per questa occasione. Il pranzo e gli abbinamenti, a cura <i>dell&rsquo;Enoteca Pinchiorri</i>, con <b>Alessandro Tomberli</b> e <b>Riccardo Monco</b>, ci hanno offerto un&rsquo;esperienza culinaria di rara emozione, perfettamente in sintonia con la magia di <i>Yquem</i>. Bere una vecchia annata di <i>Yquem </i>&egrave; il modo pi&ugrave; elegante di viaggiare nel tempo&raquo;.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/screenshot-2026-04-27-alle-172728.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/136/42660/in-cantina/pandolfini-e-yquem-un-viaggio-tra-assaggi-inediti-e-aste-stellari.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/136/in-cantina.html">136</category>			</item>			<item>				<title>Non la solita colazione al Mandarin Oriental, con le creazioni di Marco Pinna </title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/205/42656/hotellerie/non-la-solita-colazione-al-mandarin-oriental-con-le-creazioni-di-marco-pinna-.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>La colazione &egrave; una cosa seria, e al <a href="https://www.mandarinoriental.com/en/milan/la-scala/offers/the-essence-of-milan?src=ps.branden.momln.ggl&amp;content_id=cg20393239380_ag152511262318_kwkwd-47248900971_cr799787301521_ex_mandarin%20oriental%20milan_&amp;gclsrc=aw.ds&amp;gad_source=1&amp;gad_campaignid=20393239380&amp;gbraid=0AAAAApftVKmPnOJXNs-ybnHYJJEQEvSEM&amp;gclid=Cj0KCQjwkrzPBhCqARIsAJN460mVzVRtSDEAmuql7729guqc64uVG8xqTDTjoZtrqMJWVrzZo6yv6f8aArQtEALw_wcB" rel="nofollow" target="_blank">Mandarin Oriental Milano</a> questo momento si riveste di particolare bellezza, cura, sorpresa perch&eacute; a orchestrare un meticoloso lavoro di ricerca di ingredienti e, soprattutto, di gusto, c&rsquo;&egrave; l&rsquo;executive pastry chef <strong>Marco Pinna</strong>.</p>

<p>[[ima6]]Un risveglio pensato innanzitutto per gli ospiti dell&rsquo;hotel, prolungando i piaceri riservati a una cena sontuosa&nbsp;al <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/17677/ristoranti/seta-by-antonio-guida-al-mandarin-oriental.html" target="_blank">Seta</a>&nbsp;con il tocco unico di <strong>Antonio Guida</strong> e <strong>Federico Dell&#39;Omarino</strong>, o a morsi e sorsi spensierati nella corte del <em>Mandarin Garden</em>. Eppure, sin dal giorno uno, questo luogo ha sempre spalancato le sue porte alla citt&agrave; con l&rsquo;intento di divenire una grande casa dei milanesi e di tutto il&nbsp;mondo che attraversa la citt&agrave;. Dopotutto, &egrave; la stessa architettura a suggerirlo, perch&eacute;, secondo l&rsquo;idea originaria dello studio <em>ACPV Architects</em> &ndash; oltre all&rsquo;ingresso principale destinato perlopi&ugrave; agli ospiti dell&rsquo;hotel, esistono due entrate laterali che consentono di accedere direttamente alla spa e agli outlet ristorativi.</p>

<p>Ora, va anche detto che, quando il <em>Mandarin</em> &egrave; stato inaugurato 10 anni fa, non era ancora cos&igrave; radicata la tendenza di frequentare un hotel da esterni. Al contrario, oggi, vive un <em>appeal</em> totalmente differente: le persone scelgono l&rsquo;hotel - a prescindere dalla loro permanenza o meno -&nbsp;per la qualit&agrave; dei servizi offerti, per gli ambienti seducenti; ragion per cui cresce lo stimolo di delineare un&rsquo;identit&agrave; forte, misurando accuratamente il peso del dettaglio, cosicch&eacute; quel medesimo luogo sia a tutti gli effetti meta prediletta per chiunque voglia concedersi un attimo di bellezza. La colazione al <em>Mandarin Oriental</em>, quindi, risulta ideale per un rendez-vous tra amici, un meeting di lavoro, ma anche solo un momento di piacere da ritagliarsi prima di dare inizio alla giornata.</p>

<p>[[ima5]]Il colpo d&rsquo;occhio &egrave; magnifico, con un generoso buffet di caldi e freddi: i salumi, i formaggi, l&rsquo;angolo del pane &ndash; c&rsquo;&egrave; quello all&rsquo;uvetta, strepitoso, e una soffice focaccia barese -, yogurt e frutta fresca, i cereali, e poi i caldi, da una <em>Traditional English Breakfast,</em> all&rsquo;angolo asiatico con diverse proposte vegane, tra cui <em>falafel, babaganoush, noodles saltati</em>&hellip; Ma questa &egrave; solo una prima parte del viaggio.</p>

<p>Perch&eacute; un capitolo a s&eacute; meritano la <em>viennoiserie e la pasticceria</em>. Preziose, variegate, irresistibili e sebbene l&rsquo;istinto in un primo momento &egrave; teso a concedersi qualunque cosa, &egrave; l&igrave;, al banco firmato <strong>Pinna</strong>, che ogni forma di resistenza cede per davvero, travolti dall&rsquo;incanto delle sue creazioni.</p>

<p>[[ima4]]Una proposta che varia di continuo, senza prescindere da alcuni punti stabili, ormai icone: il <em>Pain suisse</em> e quello strato sottile di crema che si abbina al cioccolato, ammorbidendo la sua intensit&agrave;; la struttura eterea, ariosa del <em>Pain au chocolat</em>, quest&rsquo;ultimo generoso, un <em>Venezuela</em> <a href="https://www.marcocolzani.it/" rel="nofollow" target="_blank">Marco Colzani</a>, amaro, con un punto di acidit&agrave; necessario per dedicarsi dall&rsquo;inizio alla fine a questa geometria laminata. Poi nuvole: la <em>Veneziana</em> e il suo ripieno setoso, carico di vaniglia e la <em>Brioche</em> da staccare petalo dopo petalo &ndash; impasto al cacao, rivestito da un pralinato alla mandorla, e nel cuore, una voluttuosa crema al cioccolato, leggera. Gratifica senza stufare il palato. Non persiste il burro di un <em>Croissant</em> nudo, ma quel profumo intatto&nbsp;di forno, pulito.</p>

<p>C&rsquo;&egrave; poi un&rsquo;altra dimensione, che si plasma a seconda del gusto e della curiosit&agrave; dell&rsquo;ospite: la carta.<br />
[[ima7]]Un crescendo che parte dalla classica selezione di uova, raggiunte all&rsquo;occorrenza da un pizzico di stravaganza, e cos&igrave; l&rsquo;<em>Uovo alla benedettina </em>pu&ograve; rivestirsi di opulenza con astice blu bretone e bernese al caff&egrave;.</p>

<p>Inevitabile, per&ograve; tornare ancora una volta all&rsquo;universo dolce, perch&egrave; immediatezza di gusto e proposte regali, si alternano festose. La<em> Gaufre</em>, essenziale, appena croccante fuori, o meglio &quot;tostata&quot;, non richiede ulteriori aggiunte per completezza di gusto, eppure un tocco di <em>Chantilly alla vaniglia</em> amplifica il piacere, variegata con crema alle nocciole. Quindi, <em>Pain perdu</em>.</p>

<p>[[ima3]]&laquo;Di questi, ne abbiamo provati mille prima di arrivare al risultato che ci appagava&raquo;, esordisce cos&igrave; <strong>Pinna </strong>mentre presenta questo primo capolavoro, tra le creazioni pi&ugrave; apprezzate dagli ospiti a colazione. Apparentemente semplice, al primo morso &egrave; facile rendersi conto di quanto lavoro ci sia effettivamente dietro quella fetta di <em>Pan Brioche</em>. &laquo;Tutto parte da qui: un bassissimo uso di zucchero, pochissimo uovo &ndash; piuttosto scegliamo uova dal tuorlo pi&ugrave; carico per abbassarne la dose - perch&eacute; l&rsquo;assaggio risulti leggero e la fetta per niente appesantita. La sola dose di zucchero impiegata &egrave; quella che usiamo per glassare in cottura, fino a cristallizzare il pan brioche creando una sottile membrana di zucchero, croccante&raquo;. Poi gelato alla vaniglia e la sorpresa di una leggerezza incalcolabile!</p>

<p>[[ima2]]Fino a quella regalit&agrave; a cui accennavamo, con l&rsquo;ingresso trionfale di un <em>Riso all&rsquo;Imperatrice</em>: il Carnaroli viene bollito e non lavorato immediatamente come un risotto; quindi, una volta cotto, viene sciacquato cos&igrave; da perdere buona parte dell&rsquo;amido. Solo poi viene unito al latte e alle spezie &ndash; la cannella, soprattutto -&nbsp;arricchito con crema pasticciera e chantilly e terminato con un giro di caramello in superficie! Il chicco &egrave; integro, e quasi rievoca il grano di una pastiera; la temperatura tende al tiepido per esprimere al meglio tutti gli aromi, mentre la cremosit&agrave; ispessisce la gioia&nbsp;che approda sul palato. Un&rsquo;idea brillante che origina dal raffinato dolce al cucchiaio dedicato all&rsquo;imperatrice Eugenia de Montijo, moglie di Napoleone III; una rielaborazione del <em>riso e latte</em>, ricetta cara allo chef <strong>Pinna</strong>.</p>

<p>Non &egrave; solo una colazione: &egrave; l&rsquo;inizio perfetto che ciascuno di noi pu&ograve; concedersi, e merita, ogni mattino.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/foto-colazione-mandarin-2.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/205/42656/hotellerie/non-la-solita-colazione-al-mandarin-oriental-con-le-creazioni-di-marco-pinna-.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/205/hotellerie.html">205</category>			</item>			<item>				<title>Santo Ginepro, dove un mulino di famiglia diventa cucina di territorio</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/42658/dallitalia/santo-ginepro-dove-un-mulino-di-famiglia-diventa-cucina-di-territorio.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Nella zona industriale di San Nicola a Pietragalla (Potenza), dove il paesaggio &egrave; scandito da capannoni, strade larghe e silenzi sospesi, l&#39;idea di imbattersi in un ristorante capace di parlare di pane, fermentazioni e gin tonic pu&ograve; sembrare inizialmente quasi una dissonanza. Eppure <a href="https://www.santoginepro.com/" rel="nofollow">Santo Ginepro</a> nasce proprio qui, lontano dalle scenografie pi&ugrave; prevedibili della ristorazione.</p>

<p>Prima del ristorante, per&ograve;, c&#39;erano farine.</p>

<p>La storia dei fratelli <strong>Possidente</strong> affonda le radici in un mulino di famiglia, costruito attorno alla figura del nonno. Per anni quel luogo ha rappresentato molto pi&ugrave; di un&#39;attivit&agrave; produttiva: era odore costante di cereale, farina nell&#39;aria, grani acquistati tra Basilicata e aree limitrofe e trasformati in farine destinate a una parte significativa dei fornai della provincia di Potenza.</p>

<p>[[ima2]]Da quella stessa traiettoria nasce uno dei passaggi pi&ugrave; inattesi della storia familiare. La passione del nonno per la caccia conduce all&#39;acquisto di una coppia di cinghiali di razza maremmana. Un gesto dettato inizialmente da una dimensione personale, quasi marginale, che nel tempo genera invece una dinamica completamente nuova.</p>

<p>Negli anni l&#39;allevamento cresce fino a diventare una presenza concreta e strutturata. Alla scomparsa prematura del nonno, i genitori di <strong>Michelangelo</strong> e <strong>Salvatore</strong> si ritrovano a dover ridefinire un equilibrio produttivo ed economico che non pu&ograve; pi&ugrave; essere gestito <em>a margine</em>. Nasce cos&igrave; <em>Timpa del Cinghiale</em>, il salumificio di famiglia.</p>

<p>Un progetto costruito senza una formazione esterna specifica, ma guidato da intuizione, apprendimenti progressivi e una qualit&agrave; di partenza rarissima: cinghiali selezionati e alimentati con i derivati della lavorazione delle farine di altissimo livello. Nel tempo quella produzione artigianale si afferma, entra in relazioni importanti e diventa parte integrante dell&#39;identit&agrave; familiare.</p>

<p>[[ima3]]<strong>Michelangelo</strong> e <strong>Salvatore</strong> crescono dentro questo microcosmo, tra laboratorio, lavorazioni e ritmi della trasformazione alimentare. Un&#39;educazione implicita alla materia prima e al valore del lavoro artigianale che, anni dopo, riaffiorer&agrave; naturalmente nel progetto <em>Santo Ginepro</em>, nato proprio in una parte degli spazi dell&#39;attivit&agrave; di famiglia, in un dialogo materiale tra origine produttiva e visione gastronomica.</p>

<p>Il percorso di <strong>Michelangelo Possidente</strong> si sviluppa inizialmente lontano dalla cucina. La formazione economica e l&#39;esperienza nel mondo della consulenza costruiscono uno sguardo strutturato su processi, marginalit&agrave; e dinamiche aziendali nel settore alimentare. &Egrave; proprio all&#39;interno di questa dimensione che Bologna entra per la prima volta nel suo racconto.</p>

<p>Non come cuoco, ma come consulente.</p>

<p>[[ima4]]Qui <strong>Michelangelo</strong> lavora a stretto contatto con il <em>Pastificio La Lanterna</em>, confrontandosi con dinamiche produttive e organizzative. &Egrave; in questo contesto che emerge un incontro destinato a lasciare un&#39;impronta profonda: l&#39;osservazione quotidiana della produzione della pasta fresca.</p>

<p>La manualit&agrave; delle lavorazioni, la precisione quasi rituale del gesto artigianale, la sfoglia tirata tanto a macchina quanto a mano diventano elementi di fascinazione crescente. <strong>Michelangelo</strong> racconta di aver appreso sensibilit&agrave; e tecniche attraverso il confronto diretto con la titolare e con figure emblematiche della tradizione emiliana come <strong>Rina Poletti</strong>, una delle ambasciatrici storiche della sfoglia bolognese.</p>

<p>La pasta fresca, inizialmente osservata da una prospettiva manageriale, si trasforma progressivamente in linguaggio culturale e tecnico. Cos&igrave; inizia a fare dei corsi direttamente con le famose <em>Sfogline</em>: vederle ogni mattina tirare la pasta a mano, lavorare impasti sottilissimi, osservare la precisione e la cura del gesto fu qualcosa di straordinario.</p>

<p>Solo successivamente, in una fase diversa del percorso, Bologna riemerge come luogo di pratica. Durante ulteriori passaggi lavorativi e trasferte, <strong>Michelangelo</strong> inizia a entrare direttamente nelle cucine, lavorando a giornata in trattorie e ristoranti. Non si tratta ancora di una scelta definitiva, ma di un&#39;esigenza di comprensione concreta: ritmi, pressioni, dinamiche operative.</p>

<p>[[ima6]]Parallelamente, un&#39;esperienza di consulenza legata alla carne Wagyu Kobe lo conduce a varcare le soglie di numerose cucine tra Roma e Milano. &Egrave; l&igrave; che avviene l&#39;urto decisivo. Non la cucina come idea, ma come luogo vivo, fatto di energia, precisione e passione tangibile.</p>

<p>Il ritorno in Basilicata introduce un nuovo snodo. <strong>Michelangelo</strong> rientra nell&#39;attivit&agrave; di famiglia, riordina bilanci e conti, ma nel frattempo entra sempre pi&ugrave; a fondo nel laboratorio, studia processi, tecniche, chimica degli alimenti. &Egrave; in quel periodo che la domanda personale diventa inevitabile: trasformare quella fascinazione per la cucina in scelta concreta.</p>

<p>Decide per&ograve; di non improvvisare. Studia, frequenta corsi serali dell&#39;alberghiero, integra teoria e pratica. Il passaggio determinante arriva con una stagione intensa da <em>Bramea</em>, a Palazzo San Gervasio, con <strong>Francesco Lorusso</strong>, che si dimostr&ograve; generoso nel trasferire conoscenze e visione, esperienza che <strong>Michelangelo</strong> riconosce ancora oggi come fondamentale per la comprensione della gestione reale di una cucina.</p>

<p>Un recente passaggio londinese presso lo stellato <em>Casa Fof&ograve;</em> ha ulteriormente consolidato la traiettoria tecnica dello chef.</p>

<p>Nel 2022 nasce <em>Santo Ginepro</em>.</p>

<p>[[ima5]]Parte come bistrot serale, quasi prudente nella proposta. Ma la direzione evolve rapidamente. I clienti chiedono sostanza, i primi piatti diventano identit&agrave;, il pranzo domenicale apre nuove dinamiche e <strong>Michelangelo</strong> inizia a costruire una cucina pi&ugrave; personale, pi&ugrave; profonda, guidata da un principio chiaro: stagionalit&agrave; come vincolo operativo e materia prima come fondamento.</p>

<p>Il simbolo di questa evoluzione &egrave; il pane. Lavorato attraverso tecniche miste, diventa ricerca di un odore preciso: quello del grano appena macinato che <strong>Michelangelo</strong> ricorda dal mulino del nonno. Guardando indietro, <strong>Michelangelo</strong> ricorda un dettaglio che forse aiuta a spiegare il suo rapporto con la cucina. In famiglia si racconta ancora di un <strong>Michelangelo</strong> bambino capace di mostrare una sensibilit&agrave; gustativa sorprendentemente critica. Con la nonna paterna, cuoca abilissima, ingaggiava confronti su dettagli minimi: la densit&agrave; della besciamella, la crosticina della lasagna, la capacit&agrave; di distinguere tra una sfoglia fatta a mano e una acquistata.</p>

<p>Non erano capricci, ma una ricerca istintiva del buono. Una rigidit&agrave; che oggi appare come forma precoce di attenzione sensoriale, elemento che aiuta a leggere la tensione verso precisione e coerenza che caratterizza la sua cucina.&nbsp;La cucina prende forma attraverso piatti che riflettono questa traiettoria. Preparazioni apparentemente leggibili, ma costruite su una stratificazione tecnica e culturale.</p>

<p>[[ima9]]Tra i piatti che meglio raccontano questa evoluzione emerge la <em>Podolica tonnata</em>. Una preparazione che condensa memoria familiare e tecnica contemporanea. Il girello di razza podolica viene sottoposto a una fase preliminare di marinatura che richiama direttamente le lavorazioni del salumificio: sale, spezie e tempi controllati consentono alla carne di maturare, perdere liquidi in eccesso e acquisire maggiore compattezza.</p>

<p>La cottura a bassa temperatura completa il processo, mentre la salsa tonnata &ndash; costruita su selezioni di tonno provenienti dall&#39;area di Mazara del Vallo &ndash; introduce un dialogo tra terra e mare. L&#39;aggiunta di tonno crudo ed elementi vegetali come misticanza e peperoni fermentati amplifica ulteriormente la dimensione gustativa del piatto.</p>

<p>[[ima7]]Lo <em>Spaghettone De Sortis</em> (a metro zero, perch&eacute; il pastificio &egrave; di fronte a loro) diventa invece terreno di sperimentazione su equilibrio e struttura. La scelta del formato, volutamente complesso nella gestione delle cotture, si accompagna a una costruzione che intreccia <em>Pecorino di Forenza</em> e <em>Canestrato di Moliterno</em>.</p>

<p>Due formaggi che lavorano in sinergia, bilanciando intensit&agrave; e dolcezza. L&#39;inserimento di crostacei crudi introduce freschezza, mentre il mix di sette pepi &ndash; con prevalenza di Sichuan &ndash; e il lime spostano il baricentro aromatico del piatto verso dinamiche pi&ugrave; ampie.</p>

<p>[[ima8]]Nel men&ugrave; riemerge naturalmente anche Bologna attraverso i tortellini. Qui la memoria osservativa e tecnica maturata negli anni si traduce in grammatica operativa: brodo ristretto di pollo, olio al peperone crusco e sedano costruiscono un equilibrio che unisce tradizione e territorio.</p>

<p>Il <em>Brasato di manzo</em> rappresenta infine uno dei piatti pi&ugrave; riconoscibili della cucina di <em>Santo Ginepro</em>. Una preparazione classica, fondata su cotture lente e gestione rigorosa dei tempi. La guancia viene lavorata attraverso processi prolungati che ne garantiscono morbidezza e profondit&agrave; gustativa.&nbsp;Il fondo bruno, prodotto internamente, completa il piatto insieme a contorni che variano secondo stagionalit&agrave;.</p>

<p>Anche la parte dessert viene trattata con la stessa logica di coerenza e controllo. <strong>Michelangelo</strong> sceglie di produrre internamente tutto ci&ograve; che esce dalla cucina, consapevole per&ograve; di quanto la pasticceria contemporanea sia un mondo complesso e, spesso, poco sostenibile: sciroppi, zuccheri tecnici, gelatine e una quantit&agrave; di materiali e imballaggi che difficilmente possono essere <em>chiusi</em> dentro un laboratorio di ristorazione senza ricadere nell&#39;uso di semilavorati.</p>

<p>[[ima10]]Da qui nasce una direzione precisa: ridurre gli ingredienti, lavorare per essenza, far parlare la materia prima.&nbsp;Il manifesto di questa impostazione &egrave; il dessert <em>Pistacchio, pistacchio, pistacchio</em>: una costruzione che spinge l&#39;ingrediente all&#39;ennesima potenza e, allo stesso tempo, limita al minimo il superfluo.</p>

<p>Croccante e cialda ottenuti dalla lavorazione del pistacchio, semifreddo costruito su pasta di pistacchio ricavata da macinature successive, crema di pistacchio senza zuccheri aggiunti, alleggerita da una piccola quota di olio extravergine, pistacchi tostati a completare.&nbsp;Pochi elementi, chiarissimi, e una sostenibilit&agrave; cercata anche attraverso la sottrazione.</p>

<p>Accanto a questo, la linea dei dolci si muove su un equilibrio volutamente leggibile. In quest&#39;ottica si inseriscono preparazioni come la <em>Millefoglie con crema al mascarpone e peperone crusco, cioccolato fondente</em>, e il dessert che lavora sul territorio in modo pi&ugrave; <em>spiazzante</em>, come il <em>Gelato allo zabaione con crumble di fondente e origano</em>, dove un&#39;aromatica non convenzionale diventa chiave identitaria.</p>

<p>[[ima11]]In parallelo, la sala e la proposta beverage assumono un ruolo altrettanto identitario attraverso il percorso di <strong>Salvatore Possidente</strong>. Anche lui proveniente da una formazione economica e da una lunga esperienza manageriale, grazie all&#39;esperienza come direttore amministrativo all&#39;interno di <em>Virgin Active</em>, multinazionale internazionale del fitness.&nbsp;Il percorso si sviluppa attraverso diversi ruoli di responsabilit&agrave;, tra Napoli, Firenze e Milano. Un&#39;esperienza che si rivela determinante nella costruzione di competenze trasversali legate alla gestione, alla logistica e all&#39;organizzazione delle risorse.</p>

<p><strong>Salvatore</strong> attraversa un progressivo avvicinamento al ritmo reale della sala e della miscelazione, intraprende un percorso di formazione specialistica nel settore beverage, frequentando corsi da barman e da sommelier.&nbsp;L&#39;incontro con il mondo del gin nasce durante l&#39;esperienza milanese, inizialmente attraverso contesti ibridi come <em>Vetra Navigli x Recicli</em>, birreria, negozio di biciclette e ciclofficina insieme, dove emerge una prima consapevolezza operativa: il gin tonic, per struttura e tempi di preparazione, si presta a un&#39;integrazione naturale nel servizio.&nbsp;L&#39;esperienza decisiva avviene a Policoro, presso <em>Il Caveau</em> di <strong>Rocco Carrera</strong>, dove <strong>Salvatore</strong> sviluppa una lettura sensoriale e aromatica del distillato, comprendendo il ruolo centrale dell&#39;olfatto nella costruzione dell&#39;esperienza.</p>

<p>Quando <em>Santo Ginepro</em> apre, <strong>Salvatore</strong> crea una carta vini che ora conta 300 referenze con uno spazio anche per i vini naturali. La vasta selezione di gin (oltre 200 etichette) nasce inizialmente come proposta di flessibilit&agrave;, ma evolve rapidamente in linguaggio di pairing. Il gin tonic viene progressivamente sottratto alla dimensione esclusivamente conviviale per entrare nel racconto gastronomico.</p>

<p>Le botaniche, la struttura aromatica e la dimensione olfattiva diventano strumenti di dialogo con la cucina. L&#39;abbinamento nasce insieme all&#39;ospite, attraverso degustazioni olfattive e scelte partecipate che trasformano il cocktail in esperienza gastronomica.&nbsp;<em>Santo Ginepro</em> si configura cos&igrave; come un progetto che supera le definizioni rigide. Cucina, sala e beverage convivono in un equilibrio che riflette la traiettoria dei fratelli Possidente: radici profonde, ma assenza di confini netti.</p>

<p>Perch&eacute;, come ricordano loro stessi, &egrave; sempre l&#39;ospite a completare il senso dell&#39;esperienza.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/santoginepro138.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/42658/dallitalia/santo-ginepro-dove-un-mulino-di-famiglia-diventa-cucina-di-territorio.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/dallitalia.html">44</category>			</item>			<item>				<title>Verso The Europe’s 50 Best Bars: ecco perché l'Italia ha tutto per primeggiare</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/212/42651/shake-shock/verso-the-europes-50-best-bars-ecco-perche-litalia-ha-tutto-per-primeggiare.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Se l&rsquo;attuale geopolitica dell&#39;Europa sta attraversando una fase di profonda difficolt&agrave;, diversa &egrave; la posizione che il nostro continente &egrave; stato in grado di&nbsp;esprimere nelle classifiche della <a href="https://www.theworlds50best.com/bars/" rel="nofollow">The World&rsquo;s 50 Best Bars</a>: numerose nazioni del Vecchio Continente e i rispettivi bar hanno saputo infatti primeggiare secondo parametri quali eccellenza, ospitalit&agrave; e creativit&agrave;, guadagnandosi cos&igrave; le prime posizioni. Cos&igrave;, oggi la bar industry europea attende il 30 giugno prossimo, ad Amsterdam, per vedersi celebrata dalla prima edizione di <a href="https://www.theworlds50best.com/stories/News/europes-50-best-bars-launch-2026.html" rel="nofollow">The Europe&rsquo;s 50 Best Bars</a>, che preveder&agrave; 10 categorie di premi speciali e 11 academy chairs delle sottozone europee coinvolte.</p>

<p>A promuovere il sistema Italia nella veste di academy chair &egrave;, dal 2022, la giornalista livornese <strong>Penelope Vaglini</strong>, anche collaboratrice della <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/460/guida-pizza-e-cocktail.html">Guida di Identit&agrave; Golose alle Pizzerie e Cocktail Bar d&rsquo;autore</a>: una carriera brillante, la sua, che ha preso una svolta decisiva nel 2019, mentre scriveva per <a href="https://www.lofficielitalia.com/" rel="nofollow">L&rsquo;Officiel</a>, grazie all&rsquo;incontro con la futura socia, <strong>Chiara Degl&rsquo;Innocenti</strong>, con lei poi founder di <a href="https://www.coqtail.com/" rel="nofollow">Coqtail</a>, prima magazine e community on line e oggi anche rivista cartacea trimestrale. Il&nbsp;segreto del lavoro di <strong>Vaglini</strong>&nbsp;(e quello del suo successo) &egrave; l&rsquo;aver saputo dialogare con i pi&ugrave; grandi professionisti del settore, dai proprietari di locali ai bar manager, che hanno cominciato a leggere il magazine e a&nbsp;esserne protagonisti, arrivando poi a raggiungere anche i consumatori interessati a questo mondo.</p>

<p>[[ima2]]Il fatto di essere diventata&nbsp;academy chair regala alla giornalista italiana l&#39;occasione di esplorare in modo pi&ugrave; ampio le potenzialit&agrave; dell&rsquo;industry tricolore, in primis lavorando alla creazione di un panel omogeneo di votanti, nel rispetto dei criteri di imparzialit&agrave; e inclusivit&agrave; tipici di <em>50Best</em>. Non solo: l&rsquo;attenzione continua dedicata ai professionisti del settore, figlia del suo ruolo nel progetto di <em>Coqtail</em>, le garantisce una sensibilit&agrave; spiccata su quanto sta accadendo nei bar italiani, che &laquo;stanno diventando sempre pi&ugrave; importanti, non solo perch&eacute; ci si sta rendendo conto che i nostri connazionali,&nbsp;qui e all&rsquo;estero,&nbsp;sono molto bravi. Ci sono grandi citt&agrave;, come Milano, che offrono un panorama assai vario e interessante, con una qualit&agrave; della mixology e dell&rsquo;ospitalit&agrave; con standard molto alti. Anche a Roma, ad esempio, stanno aprendo hotel di lusso con la voglia di farsi notare dell&#39;ambito mixology,&nbsp;come <a href="https://www.drinkkong.com/" rel="nofollow">Drink Kong Campo Marzio</a>&nbsp;od&nbsp;<a href="https://www.orient-express.com/it/hotel/europa/italia/roma/la-minerva?wiz_medium=cpc&amp;wiz_source=google&amp;wiz_campaign=22336235750&amp;gad_source=1&amp;gad_campaignid=22336235750&amp;gbraid=0AAAAA-vWJaJP_eXoYlNZLLmt9Oyl_3snu&amp;gclid=Cj0KCQjw77bPBhC_ARIsAGAjjV902BZnDoTDtnFlcjyYJU72J5i5KWO3l2rZyDDnk8xf3hJFqIc0-MIaAubiEALw_wcB" rel="nofollow">Orient Express La Minerva</a>. Per allargare lo sguardo, anche Firenze &egrave; sempre pi&ugrave; vibrante e Napoli si sta facendo conoscere. Ma, in generale, ci sono tante altre citt&agrave; dove la community &egrave; molto forte, come Bologna&raquo;, sottolinea l&rsquo;academy chair italiana.</p>

<p>Insomma: il futuro dei bar italiani appare roseo, se si imparer&agrave; a fare sistema e a integrare una comunicazione efficace, senza contare l&#39;apporto dei tanti bartender connazionali che lavorano all&rsquo;estero, capaci di portare alta la nostra bandiera dell&rsquo;ospitalit&agrave;. Perch&eacute; abbiamo nel nostro dna un&rsquo;abilit&agrave; di accogliere, di far sentire le persone a proprio agio che tutto il mondo ci riconosce.</p>

<p>Cos&igrave;, saranno tante le opportunit&agrave; per l&rsquo;Italia e i nostri professionisti di farsi notare in questa prima edizione di <em>The Europe&rsquo;s 50 Best Bars</em>. Sar&agrave;, questa, una classifica a s&eacute; stante, totalmente separata da quella mondiale, come sottolinea <strong>Emma Sleight</strong>, head of content di tutte le <em>50 Best Bars</em>: &laquo;Il voto per ciascuna lista &egrave; indipendente e agli academy chairs &egrave; stato dato l&rsquo;obiettivo di trattarlo proprio come dei nuovi panel indipendenti, accogliendo nuovi votanti che potessero esprimere il loro voto per le migliori esperienze nei bar visitati negli ultimi 18 mesi in quel continente&raquo;. I votanti vengono selezionati dai rispettivi academy chairs, perch&eacute; hanno tra le loro competenze la possibilit&agrave; di viaggiare e&nbsp;conoscere il panorama dell&rsquo;attuale sistema bar, oltre che un&#39;alta credibilit&agrave; personale. Tra loro vi sono oltre 300 esperti, proprietari di bar, giornalisti del settore e appassionati di questo mondo, che girano tutta l&rsquo;Europa.</p>

<p>Appuntamento, dunque, a fine giugno ad Amsterdam, per scoprire i 50 migliori bar d&rsquo;Europa... e tifare Italia!</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/the-europes-50-best-bars.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/212/42651/shake-shock/verso-the-europes-50-best-bars-ecco-perche-litalia-ha-tutto-per-primeggiare.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/212/shake-shock.html">212</category>			</item>			<item>				<title>Perché Redzepi ha perso un'occasione e perché occorre una cucina del sorriso</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/95/42649/dal-mondo/perche-redzepi-ha-perso-unoccasione-e-perche-occorre-una-cucina-del-sorriso.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Dimettendosi dal <a href="https://noma.dk/" rel="nofollow">Noma</a>, <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/6/579/chef-e-protagonisti/rene.html">Ren&eacute; Redzepi</a>&nbsp;ha dimostrato a tutti gli effetti di essersi aggiudicato la fascia internazionale di <em>Mr Malefico</em> nell&rsquo;indifferenza di tanti suoi colleghi che hanno scelto di non aiutarlo, o perlomeno di non contestualizzare l&rsquo;accaduto - magari sottolineando quanto sia alta la pressione mediatica (a volte inutile) che aveva attorno a s&eacute;; o come molti clienti siano sempre pi&ugrave; esigenti e frequentino celebri ristoranti pi&ugrave; per riscontrare se ci&ograve; che han&nbsp;letto su un determinato chef sia vero, che per il piacere di mangiare; o, ancora, quanto sia complicato &ldquo;stare al passo coi tempi&rdquo; in una comunicazione che corre sempre pi&ugrave; veloce, tanto da bruciare in un amen chi &egrave; stato acclamato fino a ieri, e oggi risulta gi&agrave; superato. Ecco: ogni grande chef, invece di essere in cucina, in realt&agrave; si ritrova all&rsquo;interno di un&rsquo;enorme centrifuga che a ogni giro moltiplica ansia, depressione, stati di rabbia e a volte persino dipendenza da farmaci e altre sostanze, utilizzate per andare avanti. Entrando cos&igrave; in quel girone dell&rsquo;inferno che spesso porta pi&ugrave; alla distruzione che alla costruzione di un futuro (motivo per il quale oggi molti giovani scappano da questo settore, <a href="http://www.identitagolose.it/sito/it/148/23279/in-sala/piero-pompili-la-vita-vale-molto-piu-di-un-piatto-che-passera-alla-storia.html">ne abbiamo gi&agrave; scritto qui, proprio su Identit&agrave; Golose, era il 2019</a>).</p>

<p>Per modificare questo andazzo, occorre coraggio. Il&nbsp;coraggio per&ograve; mancato allo stesso <strong>Redzepi</strong>, che ha preferito dimettersi non tanto come conseguenza dell&rsquo;accaduto e dei suoi errori (sono di vecchia data ed erano in gran parte gi&agrave; noti e persino ammessi), quanto per la preoccupazione sulla fuga degli sponsor dal progetto &ldquo;<em>Noma</em> a Las Vegas&rdquo;. Io penso che se <strong>Redzepi</strong> avesse preso pienamente coscienza della portata dei suoi gesti, della loro tossicit&agrave;, delle possibili conseguenze sul luogo in cui lavorava e soprattutto su come lavorava, non si sarebbe dimesso cercando di nascondere velocemente la polvere sotto il tappeto pur di far tornare tutto in una apparente normalit&agrave;, di far apparire tutto perfetto come sempre. Perch&eacute; di perfetto in alcuni ristoranti non c&rsquo;&egrave; proprio niente. E lo sappiamo tutti noi addetti al settore. E pure i giornalisti (almeno quei pochi che contano).</p>

<p>[[ima2]]Quello che avrebbe fatto la differenza per la ristorazione e per <strong>Redzepi</strong> stesso sarebbe stata per me una decisione diversa: non abbandonare il timone del suo ristorante, ma piuttosto dichiarare di volersi assentare temporaneamente per un periodo di completa &quot;disintossicazione&quot;, per entrare in qualche clinica che potesse aiutarlo a gestire la rabbia e lo stress cos&igrave; da poter tornare appena possibile al comando del <em>Noma</em> e, da l&igrave;, davvero poter proporre qualcosa di nuovo e utile per evitare in futuro queste derive, per poter agire da &ldquo;chef rinato&rdquo;, reduce da un percorso di riabilitazione, finalmente consapevole delle storture del sistema, ma ormai in grado di individuarle,&nbsp;gestirle e sostituirle con&nbsp;modelli pi&ugrave; virtuosi. Avrei insomma voluto un <strong>Redzepi</strong> redento in grado di far capire ai suoi colleghi cosa fosse veramente importante nella vita, come poter proporre una cucina perfetta per il cliente ma non tossica per chi ci lavora, aiutando in tal modo altri cuochi chi si trovano nelle sue medesime condizioni (e ce ne sono parecchi). Se fosse avvenuto questo, il suo esempio sarebbe stato credibile, oltre che importante: sarebbe diventata la storia&nbsp;del&nbsp;complice di un sistema sbagliato in grado per&ograve; ora di indicare una strada diversa, una volta presa coscienza dei suoi errori. Perch&eacute; il problema, oggi, &egrave; che i ristoranti di un certo tipo sono sempre pi&ugrave; visti dalle nuove generazioni come luoghi malsani. Persino la cucina che propongono non sembra particolarmente interessante per i giovani.</p>

<p>Invece, come in tutte le situazioni che sollevano polveroni enormi, si &egrave; preferito trovare&nbsp;il capro espiatorio e farlo sparire&nbsp;sperando che l&rsquo;attenzione poco a poco venga meno, che torni il silenzio. Cos&igrave;, rischia di trionfare ancora una volta la ristorazione dell&rsquo;irresponsabilit&agrave;, quella del &ldquo;se non si vede, va bene a tutti&rdquo;. La verit&agrave; &egrave; che nel caso <strong>Redzepi</strong> non esistono mostri e angeli; siamo tutti complici di un sistema che semplicemente non poteva reggere. E non poteva reggere innanzitutto per i ristoranti stessi, che - per dirne una -&nbsp;oggi si fanno paladini della sostenibilit&agrave; e rincorrono la loro stella verde quando, in realt&agrave;, sono i primi a non essere aziende sostenibili sotto il profilo umano (anche questo &egrave; un tema che ho gi&agrave; affrontato su queste colonne, era il 2021, leggi <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/423/28894/ig2021-il-lavoro/piero-pompili-il-ristorante-del-futuro-e-quello-che-garantisce-dignita-morale-ed-economica-ai-suoi-dipendenti.html">Il ristorante del futuro &egrave; quello che garantisce dignit&agrave; morale ed economica ai suoi dipendenti</a>).</p>

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<p><strong>&quot;Come in tutte le situazioni che sollevano polveroni enormi, si &egrave; preferito trovare&nbsp;il capro espiatorio e farlo sparire&nbsp;sperando che l&rsquo;attenzione poco a poco venga meno, che torni il silenzio. Cos&igrave;, rischia di trionfare ancora una volta la ristorazione dell&rsquo;irresponsabilit&agrave;, quella del &ldquo;se non si vede, va bene a tutti&rdquo;. La verit&agrave; &egrave; che nel caso Redzepi non esistono mostri e angeli; siamo tutti complici di un sistema che semplicemente non poteva reggere&quot;</strong></p>
</blockquote>

<p>&nbsp;</p>

<p>Dopo tutto quello che &egrave; emerso, risulta evidentemente pi&ugrave; facile far finta di nulla e semplicemente consigliare ai giovani di scappare da quelle cucine dove spesso urla, umiliazioni o nepotismo fanno ancora parte della quotidianit&agrave;, figli di un modo di lavorare &ldquo;alla vecchia maniera&rdquo;. Ma tutti sanno - o dovrebbero sapere - che gestire cucine con decine e decine di ragazzi non &egrave; affatto semplice, soprattutto quando in quelle stesse affluiscono persone da tutto il mondo con in mente l&rsquo;idea di restarvi solo per pochi mesi, dunque progettano tale esperienza pi&ugrave; per poter arricchire il proprio curriculum ed essere credibili agli occhi della Michelin, che per una reale loro crescita. Vi garantisco&nbsp;che su 30 ragazzi che passano in un tre stelle, non pi&ugrave; dell&rsquo;8-10% sar&agrave; poi capace di emergere nel settore; tutti gli altri finiranno solo col barcamenarsi e patire la pressione continua che affligge un grande ristorante, dove lo chef rockstar &egrave; in una sorta di tourn&eacute;e ininterrotta, con due concerti al giorno per 5 giorni alla settimana. Chi mai pu&ograve; reggere certi ritmi? Da qui l&rsquo;uso di sostanze, la depressione, la scelta di chi mollare e di cambiare rotta.</p>

<p>Dico infine basta al falso moralismo che oggi condanna chi urla in cucina. Ma non &egrave; proprio di questo, ossia di urla, di piatti spaccati, di umiliazioni pubbliche, che si son nutriti quasi tutti i programmi che hanno raccontato in questi anni la cucina in tv? Non sono piene, queste trasmissioni, di sfide e &ldquo;pressure test&rdquo; (gi&agrave; dal nome si capisce quanto sia poco salutare)? Il mondo della cucina &egrave; stato narrato come pi&ugrave; ansiogeno di un conflitto nucleare in Medio Oriente, e praticamente non c&rsquo;&egrave; cuoco che non abbia partecipato (o avrebbe voluto partecipare) a tale narrazione, a sua volta tossica, cos&igrave; da alimentare un mondo finto, di cui oggi siamo tutti vittime: chef stellati, aspiranti chef stellati, e clienti di ristoranti stellati.</p>

<p>In definitiva: se vi chiedete perch&eacute; vi sia un ritorno diffuso alla &ldquo;cucina della mamma o della nonna&rdquo;, forse il motivo &egrave; anche questo, l&rsquo;aver raccontato il fine dining come il regno dell&rsquo;ansia invece che come quello del piacere e della convivialit&agrave;. Occorre tornare a capire cos&rsquo;abbia di ancestrale il termine &ldquo;cucinare&rdquo; e comprendere poi, una volta per tutte, che &quot;a volte occorre fare un passo indietro per capire il futuro&rdquo;. Io non credo che il futuro passer&agrave; dal modello-<em>Noma</em>.</p>

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<strong>SU QUESTO TEMA:<br />
<a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/95/41345/dal-mondo/un-altro-modello-e-possibile-josep-roca-il-noma-e-un-sistema-da-cambiare.html">&laquo;Un altro modello &egrave; possibile&raquo;: Josep Roca, il Noma e un sistema da cambiare</a></strong>, di <strong>Licia Granello</strong><br />
<a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/95/41390/dal-mondo/ana-ros-redzepi-ha-sbagliato-ma-non-esiste-fine-dining-senza-disciplina.html"><strong>Ana Ro&scaron;: &laquo;Redzepi ha sbagliato, ma non esiste fine dining senza disciplina&raquo;</strong></a>, di <strong>Carlo Passera</strong><br />
<strong><a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/41370/dallitalia/come-si-costruisce-una-brigata-felice-la-lezione-silenziosa-di-gaetano-trovato.html">Come si costruisce una brigata felice: la lezione silenziosa di Gaetano Trovato</a></strong>, di <strong>Norma Judith Pagiotti</strong><br />
<strong><a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/42401/dallitalia/la-gerarchia-e-importante-il-rispetto-di-piu-chicco-cerea-e-i-suoi-1400-dipendenti.html">La gerarchia &egrave; importante, il rispetto di pi&ugrave;: Chicco Cerea e i suoi 1.400 dipendenti</a></strong>, di <strong>Licia Granello<br />
<a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/95/41382/dal-mondo/aurora-storari-aleccellenza-non-si-costruisce-calpestando-chi-lavora-per-tea.html?nv_view=1&amp;cachecfgs=1">Aurora Storari: &laquo;L&#39;eccellenza non si costruisce calpestando chi lavora per te&raquo;</a></strong>, di <strong>Niccol&ograve; Vecchia<br />
<a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/41367/dallitalia/aprendersi-cura-di-chi-lavora-con-noia-il-caso-noma-e-il-modello-aimo-e-nadia.html?nv_view=1&amp;cachecfgs=1">&laquo;Prendersi cura di chi lavora con noi&raquo;: il caso Noma e il modello Aimo e Nadia</a></strong>, di<strong>&nbsp;Stefania Moroni, Alessandro Negrini </strong>e <strong>Fabio Pisani</strong><br />
<a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/41338/dallitalia/facundo-castellani-ale-polemiche-sono-unoccasione-per-migliorare-lindustria-non-sprechiamolaa.html?nv_view=1&amp;cachecfgs=1"><strong>&laquo;Le polemiche sono un&#39;occasione per migliorare l&#39;industria. Non sprechiamola&raquo;</strong></a>, di <strong>Facundo Castellani<br />
<a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/41202/dallitalia/il-mito-delleroismo-in-cucina-appunti-per-una-rilettura-necessaria.html">Il mito dell&rsquo;eroismo in cucina: appunti per una rilettura necessaria</a></strong>, di <strong>Matilde Sirch</strong><br />
<a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/95/41311/dal-mondo/inchiesta-del-new-york-times-sugli-abusi-al-noma-accuse-a-redzepi-che-si-scusa.html"><strong>Inchiesta del New York Times sugli abusi al Noma. Accuse a Redzepi, che si scusa</strong></a>, di <strong>Carlo Passera</strong><br />
<strong><a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/95/41334/dal-mondo/rene-redzepi-si-dimette-dal-noma-mi-scuso-e-mi-faccio-da-parte-ma-il-nostro-team-ora-e-piu-forte-che-mai.html">Ren&eacute; Redzepi si dimette dal Noma: &laquo;Mi scuso e mi faccio da parte ma il nostro team ora &egrave; pi&ugrave; forte che mai&raquo;</a></strong>, di <strong>Identit&agrave; Golose</strong></p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/rene-redzepi-ritiro.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/95/42649/dal-mondo/perche-redzepi-ha-perso-unoccasione-e-perche-occorre-una-cucina-del-sorriso.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/95/dal-mondo.html">95</category>			</item>			<item>				<title>Gustare Oltrecucina a Borgomanero, concretezza e sensibilità contemporanea</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/42647/dallitalia/gustare-oltrecucina-a-borgomanero-concretezza-e-sensibilita-contemporanea.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Aperto nel 2019 dalla chef <strong>Valentina Maioni</strong> insieme al ma&icirc;tre e sommelier <strong>Manuel Ettoumi</strong>, il ristorante&nbsp;<a href="https://www.gustareoltrecucina.it/" rel="nofollow">Gustare Oltrecucina</a> si trova nel centro cittadino di Borgomanero e rappresenta una tappa ideale per chi desidera esplorare i suggestivi laghi della zona, entrambi a pochi chilometri di distanza.&nbsp;L&#39;ambiente si distingue per la sua luminosit&agrave; e per uno stile che fonde con equilibrio elementi moderni e richiami vintage, creando un&#39;atmosfera accogliente e rilassata. I tavoli, ben distanziati, contribuiscono a garantire un&#39;esperienza intima e piacevole.</p>

<p>Classe 1989, <strong>Valentina Maioni</strong> &egrave; originaria proprio di Borgomanero. Dopo la formazione presso la <em>Food Genius Academy</em> di Milano, ha intrapreso un percorso professionale fatto di esperienze significative sul territorio: dagli stage presso <em>Il Pinocchio</em> di Borgomanero e presso la <em>Locanda di Orta</em> a Orta San Giulio, fino alle collaborazioni con realt&agrave; come il <em>Leon d&#39;Oro</em>, il <em>Giardinetto</em> di Pettenasco e il <em>Venus</em>, dove ha ricoperto il ruolo di chef.</p>

<p>La sua &egrave; una cucina di sostanza, capace di valorizzare la tradizione piemontese alleggerendola e reinterpretandola in chiave contemporanea. L&#39;ispirazione nasce dalle materie prime: dai colori vivi degli ortaggi dell&#39;orto, dalla consistenza della frutta di stagione, dalla qualit&agrave; degli ingredienti locali. La libert&agrave; creativa &egrave; il fulcro del suo lavoro: senza schemi rigidi, ogni giornata pu&ograve; trasformarsi in un&#39;occasione per sperimentare nuovi abbinamenti, giochi di consistenze e contrasti cromatici. Nei suoi piatti convivono armoniosamente tradizione e modernit&agrave;: dalla cremosit&agrave; di un risotto al Gorgonzola alla profondit&agrave; di una riduzione di crostacei, dalla rusticit&agrave; della pasta fresca alla croccantezza di un crumble.</p>

<p>In sala, <strong>Manuel Ettoumi</strong> guida con competenza e passione l&#39;esperienza degli ospiti. La carta dei vini privilegia etichette piemontesi, con un&#39;attenzione particolare a piccole e medie realt&agrave; produttive, affiancate da interessanti selezioni nazionali e internazionali. La sua filosofia non &egrave; quella di imporre una scelta, ma di offrire una proposta ampia e ragionata, capace di accompagnare ogni cliente verso il vino pi&ugrave; adatto ai propri gusti.</p>

<p>La cucina si avvale del supporto del sous chef <strong>Filippo Preti</strong>, mentre in sala affianca <strong>Manuel Ettoumi</strong> la giovane e preparata <strong>Giulia Morandi</strong> nel ruolo di chef de rang, contribuendo a un servizio attento e armonioso.&nbsp;Il ristorante propone un percorso degustazione, <em>Il gusto che Vale</em>, composto da cinque portate a mano libera, al prezzo di 70 euro. In alternativa, &egrave; disponibile una carta essenziale ma ben calibrata: quattro antipasti (19&ndash;24 euro), quattro primi (22&ndash;24 euro), quattro secondi (29&ndash;32 euro) e quattro dessert (13 euro).</p>

<p>In definitiva, l&#39;esperienza da <em>Gustare Oltrecucina</em> si distingue per coerenza, personalit&agrave; e cura del dettaglio. La cucina di <strong>Valentina Maioni</strong> esprime con chiarezza una visione contemporanea che affonda le radici nella tradizione piemontese, valorizzando materie prime di qualit&agrave; attraverso tecnica, sensibilit&agrave; e creativit&agrave;. Il percorso degustazione si rivela equilibrato e appagante, capace di alternare piatti pi&ugrave; immediati ad altri di maggiore complessit&agrave;, senza mai perdere in armonia. Ottimo anche il lavoro in sala, dove <strong>Manuel Ettoumi</strong> guida con competenza e discrezione, arricchendo l&#39;esperienza con abbinamenti mirati e mai scontati. Un indirizzo che merita la sosta, ideale sia per chi desidera scoprire una cucina autentica e contemporanea, sia per chi &egrave; alla ricerca di un&#39;esperienza gastronomica curata in ogni aspetto.</p>

<p>La selezione dei piatti &egrave; stata affidata alla chef, quella degli abbinamenti enologici al sommelier.<br />
&nbsp;</p>

<p>Benvenuto dalla cucina:&nbsp;<br />
<em>Raviolo di barbabietola ed emulsione al latte di soia -&nbsp;<em>Cannolo di pasta fillo, ganache al foie gras e gel di cipolla e aceto&nbsp;-&nbsp;<em>Vitello al rosa e maionese alla nocciola</em></em></em></p>

<p>[[ima5]]Il pranzo si apre con tre sfiziosi <em>amuse-bouche</em>. Il <em>raviolo di barbabietola</em> conquista per freschezza ed equilibrio, mentre il cannolo ripieno di foie gras regala una nota pi&ugrave; golosa e avvolgente. Ottimo anche il vitello tonnato reinterpretato dalla chef, valorizzato da una carne cotta al rosa, tenerissima, e da una setosa maionese alla nocciola che ne esalta il gusto con grande armonia.&nbsp;In abbinamento ai primi tre piatti, <strong>Manuel Ettoumi</strong> propone un calice di <em>Alta Langa DOCG</em> 2021 di <strong>Ettore Germano</strong>: una bollicina fresca e sapida.</p>

<p><br />
<em>Tartare di barbabietola, hummus di ceci, puntarelle, grano saraceno soffiato e olio al porro</em></p>

<p>[[ima6]]Un piatto vegetariano ben costruito, dove la dolcezza della barbabietola incontra la cremosit&agrave; e il carattere dell&#39;hummus di ceci. Le puntarelle e l&#39;olio al porro introducono una piacevole nota vegetale e amaricante, mentre il grano saraceno soffiato aggiunge una componente croccante che completa il gioco di consistenze.</p>

<p><br />
<em>Terrina di coniglio, albicocche e pistacchi, verdure in giardiniera e maionese alla senape</em></p>

<p>[[ima7]]Interessante l&#39;equilibrio di questa terrina, delicata e leggermente dolce grazie alla presenza di albicocche e pistacchi. Le verdure in giardiniera, insieme alla maionese alla senape, apportano vivacit&agrave;, acidit&agrave; e una piacevole spinta aromatica, bilanciando con precisione la morbidezza del piatto.</p>

<p><br />
<em>Raviolo di vitello, salsa di Parmigiano di montagna e fondo di vitello</em></p>

<p>[[ima9]]La pasta fresca, fatta in casa, &egrave; uno dei punti di forza della chef: volutamente pi&ugrave; spessa e cotta al dente, offre un morso deciso e appagante. Il ripieno di vitello, cotto a lungo, &egrave; intenso e ricco di sapore, mentre la salsa al Parmigiano di montagna e il fondo di vitello donano cremosit&agrave; e profondit&agrave; gustativa.&nbsp;In abbinamento, <strong>Manuel Ettoumi</strong> propone un calice di <em>Langhe Nebbiolo Rivata</em> 2024 di <em>Borgogno</em>: un nebbiolo giovane ed elegante.</p>

<p><br />
<em>Risotto Riserva San Massimo mantecato al Castelmagno, salsiccia di Bra Az. agricola Besimauda, mosto cotto e pepe di Timut</em></p>

<p>[[ima8]]In Piemonte il risotto &egrave; un passaggio imprescindibile, e qui viene interpretato con grande equilibrio. Il Carnaroli <em>Riserva San Massimo</em> &egrave; lavorato con precisione, risultando cremoso ma perfettamente al dente. La mantecatura al Castelmagno dona intensit&agrave; e carattere, mentre il mosto cotto introduce una delicata nota dolce che bilancia la sapidit&agrave; del formaggio. La salsiccia di Bra aggiunge una componente gustosa e avvolgente, mentre il pepe di Timut, con i suoi profumi agrumati e speziati, regala al piatto una sfumatura sorprendente e originale.</p>

<p><br />
<em>Scamone d&#39;agnello, sedano rapa, agretti ripassati e fondo al Gattinara</em></p>

<p>[[ima10]]Lo scamone d&#39;agnello si distingue per qualit&agrave; e precisione di cottura, risultando tenero e succoso. &Egrave; accompagnato da una crema di sedano rapa, dagli agretti ripassati e da un fondo al Gattinara, che aggiunge profondit&agrave; e richiami territoriali al piatto.&nbsp;In abbinamento, un calice di <em>Boca DOC</em> 2021 di <strong>Davide Carlone</strong>: un vino dal bouquet complesso.</p>

<p><br />
<em>Spuma di bonet, gelato al fior di latte, gel al rum e cialda di caramello</em></p>

<p>[[ima11]]Il dessert reinterpreta in chiave moderna il tradizionale <em>bonet</em> piemontese, presentato sotto forma di spuma leggera e ariosa. Il gelato al fior di latte apporta delicatezza, mentre il gel al rum e la cialda di caramello completano il piatto con note aromatiche e una piacevole croccantezza.</p>

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Piccola pasticceria:<br />
<em>Tartelletta al cacao, cheesecake e lampone -&nbsp;<em>Tartelletta di bris&eacute;e, crema pasticcera agli agrumi e amarena -&nbsp;<em>Arachide di cioccolato bianco e caramello salato ripiena di pasta di arachidi</em></em></em></p>

<p>[[ima12]]Una chiusura golosa e ben eseguita, con una menzione speciale per l&#39;arachide di cioccolato bianco e caramello salato, irresistibile per intensit&agrave; ed equilibrio.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/img-2958.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/42647/dallitalia/gustare-oltrecucina-a-borgomanero-concretezza-e-sensibilita-contemporanea.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/dallitalia.html">44</category>			</item>			<item>				<title>Il riso nei piatti identitari degli italiani: una panoramica da Nord a Sud</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/42643/dallitalia/il-riso-nei-piatti-identitari-degli-italiani-una-panoramica-da-nord-a-sud.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Sulla grande tavola italiana che attraversa da Nord a Sud il Buon Paese, i piatti della tradizione a base di riso abbondano e rappresentano sempre un&rsquo;occasione di piacere e condivisione: molti di questi, infatti, sono pensati per far festa, ciascuno con una sua gestualit&agrave;, una sequenza di passaggi che trasferisce la cura di chi prepara in cottura, fondamentale per preservare l&rsquo;integrit&agrave; del chicco e per centrare a pieno la ricetta.</p>

<p>Si spazia da ricette opulente che originano da famiglie nobili napoletane, a piatti contadini, di sostanza, in grado di fornire energia dopo una dura giornata di lavoro, fino a raffinati risotti che si trasformano in piatti di recupero l&rsquo;indomani, al contempo eleganti e pop, come pop lo sono d&rsquo;altronde due specialit&agrave; della stessa famiglia -&nbsp;suppl&igrave; e arancine -, cos&igrave; simili, cos&igrave; diversi.</p>

<p>Buon viaggio nel riso con i piatti pi&ugrave; iconici degli italiani!</p>

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<p><strong>IL RISOTTO ALLA MILANESE</strong><br />
[[ima2]]Un grande classico della cucina italiana, &egrave; il piatto che vive nel cuore e nella memoria dei milanesi, ma anche in quanti transitano nella citt&agrave; ambrosiana e giungono con un solo quesito: &ldquo;Dove posso mangiare il miglior risotto?&rdquo;</p>

<p>Una magia di<em> Carnaroli, zafferano, burro o midollo di bue e brodo di carne</em> per una cucchiaiata di sostanza. Ma quali sono le sue origini? Si narra che Valerio di Fiandra, mastro vetraio del Duomo, avesse un assistente che tingeva i vetri con lo zafferano. Per nozze, questo aiutante aggiunse la spezia al riso bianco, creando il &quot;risotto giallo&quot;. Per le prime ricette scritte, per&ograve; ci tocca aspettare all&#39;inizio del XIX secolo, inizialmente citato come &quot;riso giallo in padella&quot; (1809) e poi come &quot;risotto alla milanese&quot; (1829). E se avanza? Niente paura: il giorno dopo si compatta ben bene il riso di frigo in padella, ripassandolo con del burro chiarificato fino alla formazione di una crosticina, mentre all&rsquo;interno il riso resta morbido.</p>

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<p><strong>RISI E BISI VENETI</strong><br />
A met&agrave; tra una minestra e un risotto, <em>Risi e bisi</em> &egrave; un annuncio di primavera, ma anche il piatto simbolo del 25 aprile veneziano quando, con la festa di San Marco, santo patrono, si &egrave; soliti regalare un bocciolo di rosa e preparare questa delizia semplice, che esalta le primizie di stagione. <em>Risi e bisi</em>, d&rsquo;altronde, &egrave; il cibo per eccellenza dei Dogi, quando l&rsquo;autorit&agrave; massima soleva raccogliere intorno a s&eacute; gli uomini illustri della citt&agrave; in un convivio a Palazzo Ducale. La ricetta: si cuociono i piselli, mentre con i baccelli e gli scarti se ne ricava un brodo; quindi, si parte da un soffritto leggero a base di cipolla e pancetta, nel quale viene tostato il <em>Vialone Nano</em>, irrorato un po&rsquo; per volta da mestoli di brodo. Raggiunta la cottura, si manteca tutto con burro e parmigiano.</p>

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<p><strong>LA PANISSA VERCELLESE </strong><br />
Arriva dalla tradizione contadina piemontese questo piatto povero e di sostanza, tipico delle aree risicole tra Vercelli e Novara. Ed &egrave; proprio ai lavoratori delle risaie che la <em>panissa</em> offriva tutta la sua energia per sfamarsi nei campi. Ma di cosa si tratta? Riso locale, quindi <em>Carnaroli</em> o <em>Arborio, fagioli di Saluggia, salame della duja</em> che d&agrave; forza al piatto con lardo e vino rosso. Robusto, comfort, &egrave; anche piatto del d&igrave; della festa, la domenica. Impossibile resistere!</p>

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<p><strong>RIS E COI</strong><br />
<em>Riso e cavoli</em> (verza) non &egrave; un piatto a s&eacute;, o meglio pu&ograve; anche esserlo, ma l&rsquo;impiego meglio riuscito di questa ricetta &egrave; <em>il raviolo del plin di magro</em>. In questo scrigno di pasta fresca &egrave; racchiusa la storia delle colline di Langa, di quei tempi in cui potersi permettere di mangiare carne non era cos&igrave; scontato. Ragion per cui, nei giorni di festa, al classico ripieno di arrosto, subentra una farcia di riso, verza, parmigiano, spezie miste. Il risultato non &egrave; meno appagante, specie se saltati con abbondante burro e salvia, per rispettare la delicatezza del ripieno.</p>

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<p><strong>RISOTTO AL RADICCHIO</strong><br />
Se dici Treviso, dici radicchio, di cui la citt&agrave; &egrave; la patria con una denominazione IGP. La particolarit&agrave; di questo risotto sta nell&rsquo;equilibrio che viene a crearsi in mantecatura, come da copione a base di burro e formaggio &ndash; Parmigiano o Grana &ndash; che smorzano il tono amarognolo del radicchio, ammorbidito, fino a creare un piatto coccola, di grande eleganza.</p>

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<p><strong>TORTA DI RISO EMILIANA</strong><br />
[[ima4]]Quando le mondine emiliane raccoglievano il riso nelle campagne vercellesi, portavano con s&egrave; questo ingrediente per trasformarlo nelle loro cucine, non solo per arricchire pasti quotidiani, ma anche per sfornare dolci domestici, confortevoli e mai stucchevoli. Uno su tutti, la <em>torta di riso</em>. Per realizzarla, basta cuocere il riso con del latte aromatizzato con limone e vaniglia, a cui si uniscono, poi, albumi e uova sbattute con lo zucchero. Il risultato? Fette profumatissime che vivono nella memoria di tante case emiliane.</p>

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<p><strong>SUPPL&Iacute;</strong><br />
Il nome completo, in realt&agrave;, &egrave; <em>suppl&igrave; al telefono</em>, perch&eacute; la mozzarella al suo interno deve filare senza spezzarsi, un po&rsquo; come il filo di un telefono. Che poi &egrave; la <em>surprise</em> - come l&rsquo;etimologia del nome francese nasconde (<em>surprise, surpr&igrave;</em> e poi <em>suppl&igrave;</em>) &ndash; di questa bombetta di riso al pomodoro, dalla forma allungata, divenuto uno degli <em>street food</em> pi&ugrave; amati della tradizione romana. Il riso, quasi sempre un <em>Carnaroli</em> o un <em>Arborio</em>, viene cotto con rag&ugrave; di carne o solo pomodoro, farcito con mozzarella, passato in pangrattato e uova, e poi fritto in abbondante olio bollente.</p>

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<p><strong>ARANCINE</strong><br />
[[ima3]]Non molto diverse dai suppl&igrave;, sebbene ci siano delle caratteristiche ben precise che differenziano queste specialit&agrave; di strada, ecco le arancine siciliane, proposte in forma tonda (che tanto ricordano l&rsquo;agrume, una volta fritte e raggiunta la doratura esterna) o conica. Il riso, anche in questo caso un Carnaroli o un Arborio, non viene cotto nel sugo, ma nel brodo di carne aromatizzato allo zafferano e poi arricchito da un cuore di rag&ugrave;, oppure formaggi filanti, burro, prosciutto. Deliziosa la versione &ldquo;al latte&rdquo;.</p>

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<p><strong>IL SART&Ugrave;</strong><br />
Le famiglie nobili napoletane amavano circondarsi di cuochi francesi, rinomati per le loro doti culinarie, e cos&igrave; i <em>mons&ugrave;</em> ( da <em>monsieur</em>) arricchiscono il repertorio quotidiano con preparazioni opulente che ancora persistono nel patrimonio gastronomico partenopeo. Tra queste, il <em>sart&ugrave;</em>: la ricetta &egrave; stata ideata come una sorta di &ldquo;camuffamento&rdquo;, per rendere pi&ugrave; gustoso il riso che i napoletani non gradivano a causa della mancanza di sapore; lo chiamavano, infatti, &ldquo;sciacquapanza&rdquo;. Il nome sart&ugrave;, non a caso, sembrerebbe derivare dal francese <em>sor tour</em>, &ldquo;copri tutto&rdquo;, un soprabito per &ldquo;nascondere&rdquo; la semplicit&agrave; del riso. Ed ecco che diventa un sontuoso timballo di riso cotto al forno, caratterizzato da una crosta dorata di pangrattato che racchiude riso condito con polpettine, piselli, fegatini e formaggio come provola o fiordilatte.</p>

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<p><strong>TIELLA BARESE DI RISO PATATE E COZZE</strong><br />
Diversamente da quanto pensiamo, questa ricetta tipica pugliese ha origini contadine e non marittime, almeno in una prima fase. La creazione originaria prevede, infatti, verdure (soprattutto zucchine, ma anche carciofi, pomodori), riso e patate, tutti ingredienti poveri, di facile reperibilit&agrave; per le cuoche di casa che attendevano i mariti stanchi dalla giornata di lavoro. E quanto appagava quella teglia di riso, sublimata da una golosa crosticina, il tutto infornato a crudo con del brodo e portato a cottura lentamente. L&rsquo;aggiunta delle cozze arriva solo dopo, quando la ricetta si diffonde in zone di mare. Un piatto povero, ma ricco di gusto che regala sempre un&rsquo;immensa soddisfazione.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/risotto-identita-golose-1.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/42643/dallitalia/il-riso-nei-piatti-identitari-degli-italiani-una-panoramica-da-nord-a-sud.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/dallitalia.html">44</category>			</item>			<item>				<title>Cinque pizzerie (e un cocktail bar) da non perdere in Valle d'Aosta</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/41218/dallitalia/cinque-pizzerie-e-un-cocktail-bar-da-non-perdere-in-valle-daosta.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p><strong><a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/462/38546/locali/luppolo-e-grano-pizza-daltura.html">Luppolo e Grano - Pizza d&rsquo;Altura</a>, Champoluc, Aosta</strong><br />
Proprio nel centro storico di Champoluc, in Val d&rsquo;Ayas, si trova <em>Luppolo e Grano</em>, una vera e propria oasi della pizza all&rsquo;interno di un locale che era un tempo la discoteca del paese, ora trasformata per&ograve; in un ambiente luminoso e moderno con dettagli in legno che richiamano la tradizione del posto. Inaugurata nel luglio del 2022, la pizzeria colpisce per un soffitto originale oltre che una nicchia dedicata al birrificio locale, poi la cucina a vista e il forno in bella mostra. Propone ottime pizze gourmet arricchite da ingredienti a chilometro zero, ossia privilegiando il ricco paniere di ingredienti valdostani. Si presenta come un disco di pasta sottile con la giusta croccantezza e una leggerezza che non passa inosservata: <strong>Arianna Follis</strong> sa davvero gestire gli impasti con competenza e passione. <em>Margherita</em>, <em>Marinara</em> e la <em>Bosses</em>, ovviamente un omaggio al prosciutto crudo di Bosses, suggellano un trittico di classici con un tocco local. Imperdibile poi la <em>Renque Fleur </em>preparata con formaggio d&rsquo;alpeggio del vicino <strong>Crest</strong> e guanciale croccante. Carta dei dolci limitata ma convincente per equilibrio nei sapori. Consigliata la degustazione delle birre d&rsquo;Ayas. In sala la gentilezza di <strong>Cinzia</strong> coordina un servizio puntuale e accogliente.<br />
<strong>Cinzia Benzi </strong></p>

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<p><strong><a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/462/34869/locali/isaulle.html">iSaulle</a>, Quart, Aosta</strong><br />
[[ima3]]La pizzeria <em>ISaulle</em> &egrave; una realt&agrave; consolidata, la meta giusta in Valle d&#39;Aosta per gustare la pizza della tradizione napoletana realizzata in piena regola, cotta in forno a legna e con ingredienti di ottima qualit&agrave; utilizzati per le farciture. La proposta varia dalle classiche come <em>Margherita</em>, <em>Marinara</em>, <em>Cosacca</em>, a topping pi&ugrave; contemporanei come nella <em>Campionessa, con crema di pomodorini gialli, crudo di Parma, provolone del monaco, mandorle tostate, marmellata di fichi, bufala</em>. Inoltre non mancano interessanti alternative tra impasti e cotture: oltre alla pizza classica si pu&ograve; scegliere la versione &quot;a ruota di carro&quot; con impasto da 320 grammi (deliziosa la <em>Norma</em>) e la pizza in doppia cottura, prima fritta poi ripassata al forno, con un impasto piacevole al morso, asciutto e leggero. Spesso vi sono new entry e pizze speciali in carta. In menu anche un&#39;ampia proposta di piatti di cucina e dessert, principalmente legati alla tradizione campana.<br />
<strong>Luca Cuffari </strong></p>

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<p><strong><a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/462/37869/locali/pizzeggiando.html">Pizzeggiando</a>, Aosta</strong><br />
[[ima4]]Nel cuore del centro storico di Aosta, <em>Pizzeggiando</em> &egrave; dal 2010 il punto di riferimento per gli amanti della pizza romana in teglia. Al timone c&#39;&egrave; il giovane <strong>Armando Gratteri</strong> che, ispirato da una passione di famiglia, ha deciso di mettere in gioco la sua creativit&agrave; nel mondo degli impasti. Il locale &egrave; semplice e accogliente e il profumo della pizza avvolge ogni angolo. Appena entrati, lo sguardo viene subito catturato dal ricco bancone. Il segreto di <em>Pizzeggiando</em>? Un impasto dal perfetto equilibrio tra croccantezza e scioglievolezza, grazie a un mix di farine, tra cui quella integrale ai cereali, e una lunga lievitazione di almeno 48 ore. Il risultato &egrave; una base dal sapore unico, generosamente farcita con ingredienti freschi e stagionali. Le proposte spaziano dai classici ai gusti pi&ugrave; innovativi, con basi bianche e rosse, e non mancano mai le pizze romane pi&ugrave; note, come la deliziosa <em>Amatriciana</em> e la <em>Gricia</em>. Ampia variet&agrave; di opzioni vegetariane che soddisfano davvero ogni palato. Che si voglia gustare un&#39;ottima pizza al taglio comodamente seduti o passeggiando per le vie del centro, da <em>Pizzeggiando</em> ce n&#39;&egrave; per tutti gusti! Altra sede, sempre ad Aosta, nell&rsquo;autoporto.<br />
<strong>Luca Cuffari</strong></p>

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<p><strong><a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/462/37871/locali/dal-fornaro-del-castello.html">Dal Fornaro del Castello</a>, Saint-Pierre, Aosta</strong><br />
[[ima5]]Sulla strada S.S.26 in direzione Courmayeur, ai piedi del castello di Saint Pierre sorge da pochi anni <em>Dal Fornaro del Castello</em>, pizzeria che offre un&#39;interpretazione contemporanea della pizza napoletana in un ambiente accogliente, con un tocco di montagna grazie al legno che predomina nell&rsquo;arredo. La particolare attenzione viene data in primis agli impasti realizzati con 4 tipologie di farine e metodo biga, un&#39;idratazione al 75% e lievitazione di minimo 48 ore. Le cotture sono in forno a legna e risultato &egrave; un disco piacevolmente friabile, profumato e scioglievole. Completano il tutto una buona scelta di topping, oltre ai gusti pi&ugrave; classici anche una proposta di pizze gourmet che delineano una buona attenzione agli ingredienti valdostani ma celebrano anche un po&#39; di tradizione laziale, ovvero ci&ograve; che il titolare <strong>Alessandro Fargnoli </strong>ha portato delle sue origini. Alcuni esempi sono la deliziosa <em>Valdostana 2.0 con fiordilatte, bleu d&#39;Aoste, crudo al g&eacute;n&eacute;py, composta di fichi in agrodolce</em>; e la <em>Core de Roma, con fior di latte, guanciale croccante, crema di uovo al pecorino e pepe nero</em>. Dal <em>Fornaro del Castello</em> &egrave; anche cucina e offre una buona proposta di piatti di carne e pesce, con pasta fresca, pane e dolci fatti in casa. Un&#39;ottima opzione in alternativa alla pizza!<br />
<strong>Luca Cuffari </strong></p>

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<p><strong><a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/462/37870/locali/lo-tata.html">Lo Tat&agrave;</a>, La Thuile, Aosta</strong><br />
[[ima6]]Difficilmente si penserebbe a una gran pizza napoletana in una localit&agrave; sciistica nel cuore delle Alpi, ma la sorpresa parte proprio da qui. <em>Lo Tat&agrave;</em> a La Thuile ed &egrave; grazioso ristorante-pizzeria dove si respira montagna in ogni angolo di arredo e si avvertono sin da subito professionalit&agrave; e qualit&agrave; del lavoro, a partire dalla calorosa accoglienza. L&#39;offerta pizza abbraccia lo stile della napoletana contemporanea: gli impasti realizzati con la tecnica dell&rsquo;autolisi, l&rsquo;uso di un mix di farine e una lievitazione di 24 ore donano buona fragranza, leggerezza e friabilit&agrave; ad ogni morso. L&#39;attenta scelta delle materie prime poi fa la differenza, i topping trovano equilibrio in un mix tra ingredienti campani e quelli peculiari di queste zone, lo conferma l&#39;assaggio della <em>Mocetta con fiordilatte 100% latte campano, misticanza di campo, mocetta, scaglie di parmigiano reggiano Dop, zeste di limone, olio evo 100% italiano</em>. Delicata e squisita! Proposti anche diversi tipi di cotture, di quasi ogni pizza in carta infatti si pu&ograve; richiedere la versione al padellino. Un&#39;altra chicca &egrave; la pizza signature in due cotture <em>Lo Tat&agrave;</em>, fritta e ripassata al forno e condita in uscita con stracciatella di bufala campana, tartare di fassona al coltello, polvere di rosmarino, perlage di tartufo, misticanza, olio evo 100% italiano. Alla proposta pizza &egrave; affiancata anche un&#39;ampia scelta di piatti di cucina fra tipicit&agrave; valdostane e classici italiani, con focus sulle carni e interessanti proposte alla griglia.<br />
<strong>Luca Cuffari</strong></p>

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<p><strong><a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/462/37994/locali/the-doping-bar-allaethos-champoluc.html">The Doping Bar all&rsquo;Aethos</a>, Champoluc, Aosta</strong><br />
[[ima2]]Da Milano a Champoluc, l&#39;offerta si sposta in Val d&#39;Ayas all&#39;interno di una delle strutture ricettive pi&ugrave; belle della Valle d&#39;Aosta: Aethos Monterosa, un&#39;architettura calda che richiama la montagna, moderna e innovativa nel suo stile. Un ambiente ricercato, come la proposta per il pre e after dinner, dove scoprire il meglio della regione, a partire dalle selezioni al bicchiere di distillati accompagnati da una ricchissima variet&agrave; di whiskey, rum e gin provenienti da tutto il mondo. Solo cocktail signature, ispirati alla montagna, con ingredienti home made, tra cordiali, succhi e sciroppi. Sapori amari e alpini, con erbe e aromi che si bilanciano con la forza e la durezza di vodka e gin, o con le astringenti note di spezie, lime e cacao. A ogni drink vengono serviti tre finger food, sebbene sia davvero difficile resistere alla <em>Focaccia alpina con blue d&#39;Aosta, prosciutto alla brace, rucola e noci</em>, accompagnata da patatine fritte.<br />
<strong>Erika Mantovan</strong></p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/luppolo-e-grano-pizzeria-daltura-valle-daosta.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/41218/dallitalia/cinque-pizzerie-e-un-cocktail-bar-da-non-perdere-in-valle-daosta.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/dallitalia.html">44</category>			</item>			<item>				<title>Nell’Agro Pontino una trattoria giovane racconta benissimo il meglio del territorio</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/42641/dallitalia/nellagro-pontino-una-trattoria-giovane-racconta-benissimo-il-meglio-del-territorio.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Alcuni territori esistono con forza, ma senza voce. Producono, nutrono, resistono, eppure rimangono ai margini del racconto gastronomico contemporaneo. L&rsquo;Agro Pontino &egrave; uno di questi luoghi: una terra concreta, agricola, diretta, dove il lavoro ha sempre avuto pi&ugrave; spazio della narrazione. Eppure, a volte, qualcosa cambia. Non per rivoluzione, ma per scelta. Perch&eacute; qualcuno decide di fermarsi, di non cercare altrove e, soprattutto, di ascoltare.</p>

<p>&Egrave; da qui che nasce <a href="https://www.instagram.com/originitrattoriacontemporanea/" rel="nofollow">Origini - Trattoria contemporanea</a>, nel cuore medievale di Priverno, nei sotterranei di una chiesa del XIII secolo. Un luogo che non si limita ad accogliere un ristorante, ma ne determina ritmo, tono e identit&agrave;. Scendere da <em>Origini</em> significa entrare in una dimensione diversa. Le volte in pietra viva, i segni del tempo lasciati intatti, la luce che accompagna senza invadere. Il restauro non ha corretto lo spazio, lo ha rispettato, lasciando che fossero le superfici a raccontare. Gli elementi contemporanei &ndash; corten, linee pulite, tonalit&agrave; calde &ndash; si inseriscono con discrezione, senza interrompere il dialogo con la storia. L&rsquo;ambiente &egrave; raccolto, misurato. Quindici tavoli, non uno in pi&ugrave;. Una scelta chiara: ridurre per aumentare l&rsquo;intensit&agrave;, rendere ogni esperienza diretta, senza dispersioni.</p>

<p>[[ima2]][[ima3]]A dare forma al progetto sono due fratelli, <strong>Lorenzo</strong> e <strong>Simone Palladini</strong>. Il primo in cucina, il secondo in sala. Una divisione netta, sostenuta da una visione condivisa, costruita su un equilibrio raro tra energia e consapevolezza. In sala, l&rsquo;accoglienza &egrave; composta, rispettosa, mai rigida. Nonostante la giovane et&agrave;, si percepisce attenzione per il gesto e per il tempo dell&rsquo;ospite. In cucina, la direzione &egrave; altrettanto chiara: non imporsi, ma lasciare emergere il territorio. Ed &egrave; questo che colpisce fin dall&rsquo;inizio.</p>

<p>Il percorso si apre con pane e grissini prodotti internamente, accompagnati da un olio locale, quello di <a href="https://www.facebook.com/p/Azienda-Agricola-e-Frantoio-ORSINI-100062944044957/" rel="nofollow">Orsini</a>. Un gesto semplice solo in apparenza, che diventa subito dichiarazione d&rsquo;intenti: materia prima, identit&agrave;, riconoscibilit&agrave;. Il benvenuto introduce ai sapori dell&rsquo;Agro Pontino senza bisogno di spiegazioni. La campagna si sente, in modo diretto. La cucina segue questa linea con coerenza. Non cerca effetti, non rincorre costruzioni inutili. &Egrave; leggibile, ma mai banale.</p>

<p>[[ima4]]Il <em>Maiale con le more</em> lavora su un equilibrio naturale, mai forzato. Il <em>Pulled alle erbe spontanee</em> restituisce una dimensione selvatica, quasi istintiva. E ancora,&nbsp;<em>Salsiccia e broccoletti, funghi, genovese di bufalo con blu di bufala</em>. Sono piatti che partono da riferimenti chiari e vengono alleggeriti, resi contemporanei senza perdere identit&agrave;. Non c&rsquo;&egrave; nostalgia, ma continuit&agrave;.</p>

<p>Entrando nel dettaglio, emerge con chiarezza il lavoro sulla materia. Il <em>Gambero di Terracina con visciole e limone</em> costruisce un equilibrio preciso tra dolcezza e acidit&agrave;, mantenendo una linea pulita. Il carciofo diventa un esercizio di memoria: fritto e alla brace, accompagnato da una spuma che richiama la pizza capricciosa. Una &ldquo;pizza liquida&rdquo; che conserva i suoi riferimenti, cambiando forma. I <em>Plin al cinghiale</em>, con la nota della mela, riportano a un paesaggio pi&ugrave; interno, fatto di bosco e stagionalit&agrave;. Il <em>Risotto alla carota acida e agrumi</em> rinuncia al burro e costruisce la cremosit&agrave; in modo essenziale, diretto. Anche qui, nulla &egrave; superfluo. Il piccione, sostenuto dall&rsquo;acciuga, dialoga con la tradizione romana senza irrigidirsi, mantenendo leggerezza.</p>

<p>[[ima5]][[ima6]][[ima7]]C&rsquo;&egrave; un aspetto che attraversa tutta la cucina, senza mai essere dichiarato: un&rsquo;attenzione costante alla purezza, all&rsquo;equilibrio, alla costruzione tecnica. Non come esercizio di stile, ma come necessit&agrave;. &Egrave; questo a rendere la proposta accessibile nel senso pi&ugrave; alto: comprensibile, mai autoreferenziale. Anche la sala segue questo ritmo. Il servizio accompagna con naturalezza, senza invadere. La cantina &egrave; costruita con intelligenza, alternando etichette del territorio &ndash; come alcune espressioni locali di Nebbiolo &ndash; a nomi nazionali e internazionali, senza perdere coerenza.</p>

<p>Il finale riporta tutto all&rsquo;origine. Il dessert, <em>Ricotta di bufala, kiwi e kefir di bufala</em>, &egrave; un&rsquo;estensione naturale del percorso: materia locale, lavorata con sensibilit&agrave; contemporanea. I saluti, costruiti sui ricordi d&rsquo;infanzia, chiudono il cerchio con un gesto che non &egrave; nostalgia, ma continuit&agrave;. <em>Origini</em>, in fondo, non &egrave; un ristorante che cerca di imporsi. &Egrave; un luogo che sceglie di ascoltare e tradurre.</p>

<p>[[ima8]]Ed &egrave; proprio qui la sua forza. Perch&eacute; l&rsquo;Agro Pontino non aveva bisogno di essere reinventato. Aveva bisogno di essere raccontato con lucidit&agrave;, senza sovrastrutture. Oggi, quel racconto passa attraverso le mani e lo sguardo di due fratelli che hanno scelto di restare &mdash; e di costruire, partendo esattamente da dove tutto ha origine.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/origini-priverno-lorenzo-e-simone-palladini.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/42641/dallitalia/nellagro-pontino-una-trattoria-giovane-racconta-benissimo-il-meglio-del-territorio.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/dallitalia.html">44</category>			</item>			<item>				<title>La semplicità è coerenza da Pico, il bistrot dei fratelli D'Errico, a Guarene (Cuneo)</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/42640/dallitalia/la-semplicita-e-coerenza-da-pico-il-bistrot-dei-fratelli-derrico-a-guarene-cuneo.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Di <strong>Giuseppe D&rsquo;Errico</strong> e di suo fratello <strong>Francesco</strong> abbiamo scritto a pi&ugrave; riprese su queste pagine (per esempio nel nostro articolo <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/39533/dallitalia/che-mangiata-di-tartufo-anche-destate-nel-nuovo-locale-tra-langhe-e-roero.html" target="_blank">Che mangiata di tartufo, anche d&#39;estate, nel nuovo locale tra Langhe e Roero!</a>): cuochi tutti d&rsquo;un pezzo, appassionati del proprio lavoro che mai hanno osato fermarsi, e che hanno saputo reinventarsi, in attesa di dare fiato a un progetto intimo, costruito su misura delle loro ambizioni, e soprattutto del loro talento, senza svalutare le opportunit&agrave; del presente. Che stanno riscrivendo brillantemente, ancora una volta all&rsquo;interno degli spazi de <em>La Madernassa </em>a Guarene (Cuneo) con <a href="https://www.lamadernassa.it/it/pico-bistrot" rel="nofollow" target="_blank">Pico Bistrot</a>.</p>

<p>[[ima7]]Parte come un progetto contenuto <em>Pico</em>, di appena 30 coperti nelle sale al piano inferiore della struttura, ma i numeri in costante crescita e il riscontro positivo da parte del pubblico hanno richiesto una spinta, centralizzando quella sacrosanta missione di far star bene gli ospiti.</p>

<p>[[ima9]]Esclusi i formalismi e piatti iper-strutturati, il focus si sposta dunque sull&rsquo;esigenza di garantire immediatezza di gusto, qualit&agrave;, contornati da una sala leggera, precisa nei gesti, essenziale nel racconto. La risultante di idee chiare, cristalline, unica via per tracciare con una linea netta questa nuova identit&agrave;. La cucina di<em> Pico</em> pu&ograve; definirsi quale sintesi della tradizione campana e piemontese, riscritte attraverso la sensibilit&agrave; di due grandi cuochi, come ci spiega <strong>Giuseppe</strong>, executive chef del progetto: &laquo;Avevamo ragionato sulla possibilit&agrave; di introdurre piatti che lasciassero emergere il nostro passato, ma il pubblico ci sta dando ragione e ci sta facendo capire ci&ograve; che realmente desidera a tavola: semplicit&agrave;, un luogo in cui sentirsi a proprio agio, in cui tornare e sentirsi di casa&raquo;. Senza deviare, senza &ldquo;lasciarsi prendere la mano&rdquo; in preparazioni ambiziose, sebbene la precisione tecnica e alcuni tocchi d&rsquo;autore&nbsp;non sopprimono, ma anzi riportano a galla quella sensibilit&agrave; materica di cui siamo stati pi&ugrave; volte felicemente testimoni.</p>

<p>[[ima10]]Lo percepiamo in un <em>Cosciotto di coniglio all&rsquo;ischitana</em>: c&rsquo;&egrave; anatomia, un taglio ben visibile, polpa umida, ma carnosa, tenace, come coniglio comanda. C&rsquo;&egrave; tutta la tradizione dell&rsquo;isola campana, che si concentra nell&rsquo;uso delle erbe &ndash; origano, timo e maggiorana &ndash; senza le quali non potremmo parlare di una vera ischitana; poi c&rsquo;&egrave; chi aggiunge capperi, olive, che <strong>Giuseppe</strong> limita, preferendo un po&rsquo; d&rsquo;aglio, peperoncino e un tocco non dichiarato, ma presente, qualche goccia di Pedro Xim&eacute;nez invecchiato 20 anni, per dare profondit&agrave;, struttura e un taglio acido alla salsa. In questo caso una demi-glace, da lavorare con cura visto il poco collagene degli ossi di coniglio. Si procede tostandoli, portandoli in riduzione con acqua ed erbe, imponenti, poi pomodorini confit. Esplode la nota vegetale, e il coniglio si riveste di un&rsquo;eleganza inaudita, eppure cos&igrave; generoso, da spolpare fino alla fine.</p>

<p>[[ima3]]Partenze eteree con <em>Montanare</em> come nuvole e un pomodoro intenso, robusto, parmigiano,&nbsp;un fritto impercettibile.<br />
[[ima5]]Il <em>Carciofo alla brace</em> &egrave; casa per i <strong>D&#39;Errico</strong>, eco di quelle strade della primavera campana dove quantit&agrave; immani&nbsp;vengono arrostite&nbsp;invadendo con i loro fumi interi quartieri: qui, da <em>Pico</em>, <strong>D&rsquo;Errico</strong> si serve di un vecchio braciere in cui ne cuoce fino a 70/80 alla volta, eliminando la parte pi&ugrave; coriacea, senza privare l&rsquo;ospite di quel piacere sottile dello spolpare le foglie pi&ugrave; esterne; poi un tripudio di prezzemolo e una fonduta al pecorino, leggera, dalla sapidit&agrave; controllata.</p>

<p>[[ima6]]Generoso lo &egrave; anche anche il Piemonte in un <em>Pan brioche</em> lievemente tostato servito con burro d&rsquo;acciuga, delicatissima albese e tartufo nero estivo.</p>

<p>[[ima4]]Con i primi piatti c&rsquo;&egrave; da perdere la testa: dominano la cucina nella sua dimensione pi&ugrave; intima, le cotture lente, supreme, maestose di un <em>Rag&ugrave; napoletano</em> o di una <em>Genovese</em> - il primo fa a meno della salsiccia, perch&eacute; qui la spezia &egrave; pi&ugrave; decisa rispetto al Sud e guasterebbe completamente quell&rsquo;armonia di tempo, polpette, muscolo e biancostato.</p>

<p>[[ima8]]Il risultato puoi goderlo in assoluto come secondo piatto o ritrovarlo nella sfoglia delicata di un <em>Plin</em>, appena macchiato dal pomodoro perch&eacute; il piemontese non apprezza intingoli eccessivi, arricchito da una setosa fonduta al parmigiano. &Egrave; avvolgente il <em>Tajarin al burro e tartufo</em>, mentre <em>Cacio, pepe e cozze</em> &egrave; la sublimazione dell&rsquo;incontro tra le due tradizioni.</p>

<p>&laquo;Quando sei imprenditore e non solo cuoco, fai molta pi&ugrave; attenzione a ci&ograve; che l&rsquo;ospite cerca e senti l&rsquo;esigenza di capire, di studiarti cosa si si aspetta da un&rsquo;esperienza &ndash; commenta <strong>D&rsquo;Errico</strong> -: spesso anche a costo di rimetterci nei costi della materia prima, diamo di pi&ugrave;, ma siamo felici di farlo perch&eacute; la soddisfazione ripaga i nostri sforzi; non vogliamo che questo sia percepito come un posto esclusivo, ma come un luogo in grado di far star bene chiunque&raquo;.</p>

<p>E lo notiamo immediatamente dalla clientela cos&igrave; ben assortita: giovani, famiglie, coppie pi&ugrave; mature e il piacere condiviso della buona tavola.</p>

<p>L&rsquo;occasione ci serve anche una preziosa occasione di confronto per chiedere a questo giovane cuoco - che di cucine ed esperienze ne ha attraversate a testa alta -, quale sia il suo pensiero sugli ultimi scandali relativi ai maltrattamenti in cucina, e come abbia vissuto in quest&rsquo;ottica il suo percorso.</p>

<p>[[ima2]]&laquo;In alcune cucine, essere marchiati col cannello era una sorta di benvenuto e la mentalit&agrave; di brigata inevitabilmente ti portava a confrontarti con comportamenti che oggi reputo insensati, pur essendo diffusamente accettati. Eppure non mi sono mai lasciato demoralizzare: ero spavaldo, e non parlo di arroganza, ma sapevo esattamente quello che volevo una volta intrapreso questo percorso. Capii da subito che non sarebbe stato facile, ma al contempo ho ricevuto stimoli e mi &egrave; stata conferita una fiducia immensa, tale da consentirmi di tenere sempre alta la barra di concentrazione e gli occhi fissi sull&rsquo;obiettivo: avevo 23 anni quando <strong>Michel Troigros</strong> mi ha chiamato ai <em>pesci in cottura</em>, e non quindi come semplice commis di cucina, come concordato inizialmente: chi cucinava davvero, infatti, erano due figure in brigata, il <em>capopartita al pesce</em>, e il <em>saucier</em>. Tutti gli altri rifinivano, tagliavano, ma di cucina vera e propria, poco e nulla. Ne fui onorato e volevo ripagare quella fiducia, promettendo a Michel&nbsp;non fargli rimpiangere la sua scelta. Mi disse: &ldquo;Dopotutto sei abbastanza maturo per assumerti le tue responsabilit&agrave;&rdquo;. Non era semplice, ma reggevo e la mia determinazione lo colp&igrave;: c&rsquo;erano tanti cuochi pi&ugrave; bravi di me &ndash; molti di loro oggi hanno ristoranti con 2/3 stelle Michelin -, ne sono consapevole, ma avevo una fame immensa. E credo che questo lo abbia convinto a promuovermi&nbsp;a sous-chef: a quel punto toccava a me tenere insieme la brigata. Non sono stato spietato; i ragazzi ancora mi ringraziano per gli insegnamenti forniti, ma esigevo tanta disciplina, non ammettevo errori ed &egrave; questo il punto di tutto: se vogliamo lavorare a un certo livello, bisogna accettare il livello di pressione, altrimenti meglio fare altro. Occorre mentalit&agrave;, fare un grande lavoro su se&nbsp;stessi. Col tempo, poi, ho compreso di dover smussare dei comportamenti che quel percorso aveva lasciato sulla mia pelle. Non &egrave; semplice, ma riflettendo ci si riesce, ed &egrave; un peccato sentire ancora oggi storie di maltrattamenti, anche perch&eacute;, ci&ograve; che viene fuori, &egrave; solo una goccia di quel che accade davvero nelle cucine&raquo;.</p>

<p><strong>Ma cosa manca, invece, in chi intraprende questo percorso? </strong>(Perch&eacute;, non dimentichiamolo, l&rsquo;errore non &egrave; solo dalla parte di chi governa una brigata, ma anche di chi ne fa parte).<br />
&laquo;La correttezza: ricordo che quando decisi di andare via dalla <em>Maison Troigros</em>, lo annunciai con un un anno di anticipo. <strong>Michel</strong> non mi parl&ograve; per tre mesi, non voleva sentire le mie ragioni. Poi un giorno mi invita a fare colazione con lui, ne parlammo, comprese le mie ragioni&nbsp;e fu felice di ascoltarmi. Oggi se gli scrivo &egrave; il primo a rispondere quando ho bisogno di un consiglio, un aiuto e questo &egrave; il dono pi&ugrave; grande che mi porto dalle mie esperienze, la <em>relazione</em>, ed &egrave; ci&ograve; che di cui dovremmo aver cura nel nostro quotidiano in una brigata&raquo;, conclude <strong>Giuseppe</strong>.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/foto-pico-2.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/42640/dallitalia/la-semplicita-e-coerenza-da-pico-il-bistrot-dei-fratelli-derrico-a-guarene-cuneo.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/dallitalia.html">44</category>			</item>			<item>				<title>Erbe selvatiche, pane, cucina e comunità: sul Trasimeno con Alessandro Di Tizio</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/42644/dallitalia/erbe-selvatiche-pane-cucina-e-comunita-sul-trasimeno-con-alessandro-di-tizio.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Su queste pagine, qualche giorno fa, <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/473/42537/assaggi/il-tempo-delle-erbe-selvatiche-sul-trasimeno-tre-giorni-di-etnobotanica-con-alessandro-di-tizio.html">avevamo preannunciato</a> l&#39;iniziativa chiamata <em>Il tempo delle erbe selvatiche</em>, che si &egrave; tenuta dal 17 al 19 aprile al centro <em>Panta Rei</em> di Passignano sul Trasimeno (Perugia). A organizzarla &egrave; stato <strong>Alessandro Di Tizio</strong>, etnobotanico abruzzese, classe 1986, di cui <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/37473/dallitalia/alessandro-di-tizio-forager-del-mirazur-oggi-raccogliere-erbe-selvatiche-e-un-atto-rivoluzionario.html">abbiamo raccontato nel 2024</a> ai lettori il percorso: dagli studi di <em>Etnobotanica</em> all&#39;Universit&agrave; di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, sotto la guida del professor <strong>Andrea Pieroni</strong>, agli anni come forager e componente del <em>Centro Ricerca e Sviluppo</em> del <em>Mirazur</em> di <strong>Mauro Colagreco</strong> a Mentone. Oggi <strong>Di Tizio</strong> si occupa di divulgazione e ricerca, e <em>Il tempo delle erbe selvatiche</em> &egrave; stato il primo evento residenziale che ha voluto costruire, insieme a una rete di amici e compagni di strada.</p>

<p>[[ima2]][[ima3]]Il centro <em>Panta Rei</em> sorge all&#39;interno di un parco di cinquanta ettari, in una struttura in terra cruda affacciata sul lago: un luogo che restituisce da solo molto del senso dell&#39;iniziativa. Per tre giorni, una comunit&agrave; di diverse decine di&nbsp;persone tra ospiti, partecipanti e organizzatori, ha vissuto un tempo sospeso, fatto di ritmi rallentati e non per questo meno intensi. Una dimensione che &egrave; parsa coincidere con naturalezza con l&#39;ispirazione che porta tutti i protagonisti coinvolti a lavorare, ciascuno nel proprio ambito, in un certo modo: ascoltando il territorio, costruendo filiere brevi, restituendo significato a pratiche e ingredienti che la modernit&agrave; ha troppo spesso messo ai margini.</p>

<p>[[ima4]]Attorno a <strong>Di Tizio</strong>, sul Trasimeno, si &egrave; riunita una rete che vale la pena enumerare: <strong>Carlo Catani</strong> e <strong>Laura Demerciari</strong> di <em>Tempi di Recupero</em>, associazione da anni attiva sulla cucina circolare e la valorizzazione degli scarti; <strong>Marco Ambrosino</strong> e <strong>Simona Castagliuolo</strong> del <em>Collettivo Mediterraneo</em>, fondato dallo stesso <strong>Ambrosino</strong> nell&#39;ottobre 2019 per riunire cuochi, artisti, architetti, giornalisti e antropologi attorno alla costruzione di una memoria viva del Mediterraneo; e poi tre voci della nuova panificazione italiana, tutte legate al circuito dei <em>Panificatori Agricoli Urbani</em>, il movimento fondato nel 2018 da <strong>Davide Longoni</strong>, <strong>Pasquale Polito</strong> e <strong>Matteo Piffer</strong>: lo stesso <strong>Longoni</strong>, <strong>Luigi Morsella</strong> del <em>Mercato del Pane</em>, e i prodotti del <em>Forno Brisa</em> di Bologna, presenti in loco anche se <strong>Polito</strong> non ha potuto partecipare per un impegno sopraggiunto.</p>

<p>[[ima5]]Il cuore della tre giorni sono state le passeggiate etnobotaniche condotte da <strong>Di Tizio</strong>. &laquo;Una passeggiata &egrave; una delle cose pi&ugrave; semplici del mondo - ci ha spiegato con un sorriso - non si fa nulla di speciale, e allo stesso tempo si fa qualcosa di unico&raquo;. L&#39;unicit&agrave; sta nello sguardo: passo dopo passo, ci si accorge che la foglia vista mille volte, e mille volte ignorata, ha una storia, un nome, un uso, un legame costruito nei millenni con l&#39;alimentazione e la salute degli esseri umani. &Egrave; un esercizio che restituisce evidenza a una verit&agrave; tanto concreta quanto rimossa, e cio&egrave; che il rapporto tra l&#39;uomo&nbsp;e le piante &egrave; di vera coevoluzione: noi ci siamo nutriti di loro e loro, come ricorda <strong>Di Tizio</strong> rifacendosi a <strong>Stefano Mancuso</strong>, ci hanno usate come vettori per arrivare in tutti i continenti:&nbsp;&laquo;Sono loro che hanno scelto noi, almeno altrettanto quanto noi abbiamo scelto loro&raquo;, riassume.</p>

<p>[[ima6]]In parallelo si &egrave; mosso il laboratorio del sabato pomeriggio, dedicato alla panificazione spontanea, condotto da <strong>Davide Longoni</strong> con la partecipazione di <strong>Luigi Morsella</strong>. Mentre mostrava la lavorazione di uno dei suoi pani, <strong>Longoni</strong> ha proposto un ragionamento che vale la pena trattenere: il legame profondo tra pane ed etnobotanica passa dal grano stesso, che &egrave; stata la prima pianta a portare l&#39;essere umano a comprendere l&#39;importanza e la necessit&agrave; della coltivazione, e dunque ad avviarlo verso&nbsp;l&#39;agricoltura, favorendo cos&igrave; a sua volta l&#39;evoluzione del grano. Un nodo storico che &egrave; anche un nodo concettuale, e che spiega perch&eacute; la presenza al Trasimeno dei panificatori legati al manifesto PAU non sia stata laterale rispetto al tema delle erbe selvatiche, ma profondamente coerente: il pane &egrave; prodotto agricolo prima ancora che artigianale, frutto di una filiera che parte dai campi, dai grani autoctoni, dalla coltivazione diretta.&nbsp;</p>

<p>[[ima7]][[ima8]][[ima9]]Tutte le proposte gastronomiche della tre giorni sono state interamente vegetariane. La cena del sabato &egrave; stata firmata da <strong>Marco Ambrosino</strong>, oggi al lavoro su nuovi progetti dopo gli anni del <em>28 Posti</em> a Milano e quelli pi&ugrave; recenti di <em>Sust&agrave;nza</em> a Napoli: la sua cucina, costruita come esplorazione antropologica del Mediterraneo, mappa gustativa di scambi, migrazioni, fermentazioni, stratificazioni culturali, ha incontrato con naturalezza le erbe e i vegetali raccolti dai partecipanti durante le passeggiate, in un dialogo tra le ricette di Procida, le tavole della festa del bacino del Mediterraneo&nbsp;e la terra umbra.</p>

<p>[[ima10]][[ima11]][[ima12]]Il pranzo di chiusura, domenica, &egrave; stato affidato a <strong>Cesare Battisti</strong> del <em>Ratan&agrave;</em> di Milano. Punto di riferimento della cucina milanese contemporanea, profondo conoscitore della tradizione lombarda e della sua evoluzione, <strong>Battisti</strong> si &egrave; confrontato con un territorio diverso da quello su cui costruisce abitualmente i propri racconti gastronomici, e lo ha fatto con la naturalezza divertita che lo contraddistingue: un menu di vegetali locali ed erbe spontanee, in cui la sua cucina istintiva e al tempo stesso sorretta da una lunga esperienza ha mostrato di sapersi adattare senza snaturarsi. Negli altri momenti conviviali si erano alternati la cena di benvenuto del venerd&igrave; firmata dallo stesso <strong>Di Tizio</strong>, con i vini di <em>Emidio Pepe</em>, di <em>Noelia Ricci</em>, di <em>Terra di Ea&nbsp;</em>e le ottime&nbsp;kombucha di <em>Orti Geometrici</em>, progetto agricolo tra Pescara e Loreto Aprutino; la focaccia di grani antichi e misticanza preparata a pranzo da <strong>Longoni</strong>; e le colazioni curate dai panificatori coinvolti.</p>

<p>[[ima13]]Molto di quanto <strong>Di Tizio</strong> ha raccontato durante le passeggiate, e pi&ugrave; in generale il quadro culturale di queste tre giornate, trova forma compiuta nel libro che lo stesso autore pubblica in questi giorni per <em>Slow Food Editore</em>: <em>Il mondo delle erbe selvatiche. Tornare a riconoscerle, raccoglierle e usarle in cucina</em>. &Egrave; il suo primo volume, e arriva in un momento in cui la sua attivit&agrave; di divulgazione si sta concentrando in modo sempre pi&ugrave; esplicito sui bambini e sui pi&ugrave; giovani: &laquo;vedo che tra loro c&#39;&egrave; una capacit&agrave; di apprendere, ma soprattutto di fare propri questi argomenti in maniera istintiva, naturale&raquo;,&nbsp; ci ha detto. Una direzione di lavoro coerente con il senso complessivo del progetto: se la tre giorni sul Trasimeno &egrave; stata, come <strong>Di Tizio</strong> stesso ha pi&ugrave; volte ribadito, un primo passo per costruire una comunit&agrave; attorno al tema delle erbe selvatiche e del ritorno in natura, il libro &egrave; il documento che mette quella comunit&agrave; in condizione di allargarsi e di conoscere sempre meglio questi argomenti.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/sabato-foraging-il-tempo-delle-erbe-selvatiche-alessandro-di-tizio-leonardo-peruzzi-1.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/42644/dallitalia/erbe-selvatiche-pane-cucina-e-comunita-sul-trasimeno-con-alessandro-di-tizio.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/dallitalia.html">44</category>			</item>			<item>				<title>Franco Pepe tra pizza e alta cucina: una lezione al congresso (e torna Authentica)</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/209/42631/mondo-pizza/franco-pepe-tra-pizza-e-alta-cucina-una-lezione-al-congresso-e-torna-authentica.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>&Egrave; tornata qualche settimana fa&nbsp;<em>Authentica</em>, il ciclo di incontri al&nbsp;<a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/462/35246/locali/pepe-in-grani.html">Pepe in Grani</a>&nbsp;- la pizzeria-laboratorio di <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/6/2511/chef-e-protagonisti/franco.html">Franco Pepe</a> -&nbsp;dove la pizza &egrave; sempre stata prima di tutto un racconto. Otto ospiti, una sala dedicata, un dialogo tra impasto e cucina d&rsquo;autore, in un&rsquo;atmosfera accogliente e a basso sforzo. Una performance gastronomica ideata al telefono e senza prove generali. Davanti al suo forno ardente, <strong>Pepe</strong> ha accolto <strong>Domenico Marotta</strong>, chef e patron del ristorante <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/32043/ristoranti/marotta.html">Marotta</a>&nbsp;a Squille, nel cuore dell&rsquo;Alto Casertano, neanche 15 minuti da Caiazzo. Un territorio che costituisce il perno narrativo della sua cucina: orti, erbe spontanee e botaniche studiate con rigore quasi scientifico, ingredienti osservati e interpretati nella loro dimensione pi&ugrave; minuta e che definiscono i suoi menu.</p>

<p>La ripresa di <em>Authentica</em> testimonia la volont&agrave; di <strong>Pepe</strong> di proseguire in quel fruttifero dialogo tra grande pizza e alta cucina che lo vede protagonista da tempo; e che lo vedr&agrave; anche sul palco di <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/406/congresso-identita-milano.html">Identit&agrave; Milano 2026</a>, proprio ad affrontare questo tema insieme a un grande chef che per ora non vi vogliamo ancora svelare, ma sar&agrave; davvero una bella sorpresa... internazionale.</p>

<p>[[ima2]]Torniamo intanto a Caiazzo. A introdurre la cena&nbsp;&egrave; lo stesso <strong>Franco Pepe</strong>: &laquo;Questa serata &egrave; dedicata a mio padre e al suo insegnamento pi&ugrave; profondo: non sottovalutare mai il fattore umano, coltivando una costante interazione con l&rsquo;ospite in sala. <em>Authentica</em> &egrave; nata proprio per questo. Amo questo dialogo, cos&igrave; come mi sento a mio agio tra i tavoli della pizzeria, pronto a salutare e raccogliere umori e domande dei clienti&raquo;.&nbsp;Con <em>Authentica</em>, il celebre pizzaiolo ha sottratto la pizza alla dimensione della degustazione veloce, restituendole un tempo pi&ugrave; lungo, didattico e alla mano: sembrava di essere a cena a casa loro. L&rsquo;incontro tra professionisti, difficile da etichettare con il comune &ldquo;quattro mani&rdquo;, &egrave; stato molto di pi&ugrave;: una costruzione gastronomica condivisa, in cui il linguaggio della pizza diventa un supporto dinamico, capace di accogliere la cucina dello chef ospite. In questo caso, quella di <strong>Marotta</strong>, segnata da un lavoro meticoloso sulla materia vegetale e sulle erbe aromatiche del territorio. Trasportare questo lavoro sul formato pizza ha significato ridefinire equilibri e proporzioni, confermando quanto la pizza di <strong>Pepe</strong>, nel progetto nato nel 2012, rappresenti una piattaforma gastronomica aperta, un impasto capace di generare suggestioni. Nel caso specifico, Caiazzo e Squille, due geografie ravvicinate, che hanno trovato attraverso <em>Authentica</em> un punto di convergenza naturale e ricco di contenuti.</p>

<p>&nbsp;</p>

<p><strong>I nostri assaggi</strong><br />
[[ima3]][[ima4]][[ima5]][[ima6]]Si comincia in maniera soft, eppure incisiva. La&nbsp;<em>Pizza da bere</em>&nbsp;proposta da <strong>Marotta</strong>, in un sorso, restituisce l&rsquo;essenza del <em>Calzone con la scarola</em> di <strong>Pepe</strong>, posizionando subito l&rsquo;asticella nel posto giusto: parecchio in alto. Letteralmente, un consomm&eacute; che abbiamo sorseggiato, idealmente condotti verso sapori gi&agrave; noti, ma esperiti nella loro classica consistenza solida. Subito dopo arriva la&nbsp;<em>Scarpetta fritta</em>, pizza signature di <strong>Pepe</strong>, realizzata con tre tipologie di pomodoro e una fonduta di grana padano stagionato 12 mesi. Si gioca con le temperature, caldo-freddo, creando un contrasto piacevolissimo. Il terzo assaggio &egrave; lo&nbsp;<em>Spiedino di lumaca</em>&nbsp;di chef <strong>Marotta</strong>, omaggio al simbolo gastronomico di Squille, arricchito dalla salsa a&iuml;oli, preparazione tipica della tradizione mediterranea a base di aglio e olio extravergine d&rsquo;oliva, e da&nbsp;aglio nero maturato, pi&ugrave; dolce e aromatico. Segue&nbsp;il&nbsp;<em>Cono primavera</em>, vibrante miscellanea di premiers temps che ha anticipato la Pasqua, con caprino lattico fermentato e la sua nota acida, asparagi, piselli, borragine e una&nbsp;citronette&nbsp;a base di olio extravergine d&rsquo;oliva, lime, erba cipollina e curry.</p>

<p>[[ima7]][[ima8]]Il quinto passaggio &egrave; la <em>Pizza nera</em>, come il cattivo della storia che poi si rivela incredibilmente piacevole. <strong>Franco Pepe</strong> propone il suo impasto arricchito con il 30% di farina di grano arso, mentre <strong>Marotta</strong> completa con gambero poch&eacute;, nasturzio fresco e piccante, limone sotto sale e succo fresco, sesamo nero e anacardi. Accanto allo spicchio di pizza, lattuga al naturale da sgranocchiare tra un morso e l&rsquo;altro per rinfrescare il palato. Arriviamo al re della primavera, il carciofo, protagonista di una pizza che ne celebra il sapore alla brace, con prezzemolo in crema, aglio addolcito dalla tripla cottura in acqua, mozzarella di bufala strappata a mano, alici di Cetara e, a firma di chef <strong>Marotta</strong>, un bagnet verd (la salsa verde tipica della tradizione piemontese, a base di erbe fresche, tradizionalmente servita con carni bollite) congelato e grattugiato direttamente sulla pizza.</p>

<p>[[ima9]][[ima10]]Proseguiamo con un trancio di&nbsp;<em>Marinara in teglia</em>, preparata con datterino giallo di Battipaglia, pomodoro piennolo del Vesuvio, san marzano essiccato con sale di Trapani, aglio orsino e origano del Matese. Procediamo verso il gran finale, con un assaggio che rappresenta l&rsquo;elegante compendio di due professionisti bravi a tirare fuori gli assi dalla manica:&nbsp;<em>Agnello e brassicacee</em>. L&#39;impasto di <strong>Franco Pepe</strong> &egrave; steso sottilissimo, cotto come un croccante tacos; all&rsquo;interno, <strong>Marotta</strong> inserisce agnello laticauda&nbsp;marinato in salamoia al curry e cotto dolcemente come uno stufato. Viene poi sfilacciato e completato dalle brassicacee scelte dallo chef: cime di rapa, rucola, ravanello, senape bruna e gialla, crescione acquatico. Bellissimo da vedere, ma fondamentale percepirne il senso compiuto in ogni fiore, germoglio e radice.</p>

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<p><strong>Dulcis in fundo</strong><br />
[[ima11]][[ima12]]<em>Zuppa inglese alla napoletana con meringa, cioccolato di Modica, ricotta di bufala e alchermes</em>: gli elementi restano distinti nel piatto, accompagnati dall&rsquo;impasto di <strong>Pepe</strong> in versione fritta e al vapore, quasi a richiamare la forma di un bao. Subito dopo, la <em>Pastiera alla Franco Pepe</em>, con impasto fritto, crema pasticciera, fiordilatte, frutti canditi, nocciole tostate, zucchero, cannella e scorza di arancia: talmente golosa da risultare quasi sadico servirla al termine di un percorso che aveva gi&agrave; messo a dura prova il nostro appetito.</p>

<p>&nbsp;</p>

<p><strong>Note per niente a margine</strong><br />
Mai una forchetta o un coltello sono stati sacrificati durante il pasto: si mangia con le mani, con gli occhi, con il naso, con tutti i sensi in piena attivit&agrave;, come a voler intridere s&eacute; stessi del grande contributo di ogni ingrediente. Durante la degustazione, i calici si sono riempiti delle scelte territoriali di <strong>Anna Coppola</strong> e <strong>Davide Guarino</strong>, sommelier rispettivamente derl ristorante&nbsp;<em>Marotta</em> e del <em>Pepe in Grani</em>. Tra tutti gli assaggi, spicca un grande omaggio al Pallagrello, vitigno autoctono casertano: il&nbsp;<em>Pallagrello Bianco Le S&egrave;role Terre del Principe 2011</em>, un sorso di storia che, come la jam session ideata da <strong>Franco Pepe</strong>, rester&agrave; un unicum. Dal 2022, infatti, l&rsquo;azienda vitivinicola ha dichiarato la chiusura, lasciando chicche preziose nelle cantine dei sommelier pi&ugrave; attenti.</p>

<p>&nbsp;</p>

<p><strong>Il prossimo appuntamento: Paco Mendez</strong><br />
Authentica torna presto, il 6 maggio. Quel giorno a confrontarsi con <strong>Pepe</strong> sar&agrave; lo chef messicano <strong>Paco Mendez</strong>: formatosi con <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/6/157/chef-e-protagonisti/ferran.html">Ferran Adri&agrave;</a>, unisce i sapori intensi dell&#39;America Latina alla precisione dell&#39;alta cucina, trasformando i tacos in piccole opere d&#39;arte e i moles in interpretazioni contemporanee. Nel suo ristorante <a href="https://come.com.es/" rel="nofollow">Come</a>, a Barcellona, tradizione e innovazione si incontrano in ogni piatto. Per prenotare <a href="https://www.pepeingrani.it/authentica" rel="nofollow">clicca qui</a>.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/vignetta-franco-pepe-authentica.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/209/42631/mondo-pizza/franco-pepe-tra-pizza-e-alta-cucina-una-lezione-al-congresso-e-torna-authentica.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/209/mondo-pizza.html">209</category>			</item>			<item>				<title>Il nostro Vinitaly in 10 assaggi: tra curiosità, futuro, progetti ed entusiasmo</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/136/42602/in-cantina/il-nostro-vinitaly-in-10-assaggi-tra-curiosita-futuro-progetti-ed-entusiasmo.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>[[ima2]]<strong>Lagrein, Peter 1893 alle radici di Andriano</strong><br />
Novit&agrave; in casa <a href="https://www.kellerei-andrian.com/home/" rel="nofollow">Andriano</a>, con un vino che in realt&agrave; va alle radici della cantina cooperativa. Si chiama <em>Peter 1893</em>: &egrave; un <em>Lagrein Riserva</em> dedicato a <strong>Peter Pircher</strong>, uno dei fondatori e anche primo presidente della cooperativa nata proprio nel 1893. &laquo;Andriano ha fatto un la storia del <em>Lagrein</em> &ndash; spiega <strong>Alexandra Erlacher</strong> &ndash; ma in passato era visto come il vino da tavola, da tutti i giorni. Negli anni Ottanta si &egrave; puntato maggiormente alla qualit&agrave;, con rese pi&ugrave; basse e uno stile pi&ugrave; importante. <em>Peter 1893</em> nasce da vigne vecchie, attorno ai 250 metri di altitudine, con affinamento di botte grande e barriques&raquo;. Seguendo la filosofia dell&rsquo;enologo <strong>Rudi Kofler</strong>, il vino &egrave; nel contempo elegante e complesso. Da scoprire.<br />
<strong>Raffaele Foglia</strong></p>

<p>[[ima3]]</p>

<p><strong>La luminosit&agrave; del Kerner di Cembra</strong><br />
Tra i banchi d&rsquo;assaggio affollati del&nbsp;Vinitaly, il <em>Kerner</em> di <a href="https://www.cembracantinadimontagna.it/" rel="nofollow">Cembra</a> si distingue per una discrezione luminosa, quasi fosse un riflesso alpino catturato nel calice. Alla vista si offre con una tonalit&agrave; paglierina viva, attraversata da bagliori verdi che anticipano un profilo olfattivo preciso: fiori di campo, accenni di frutta a polpa bianca, una traccia aromatica che resta sottile. L&rsquo;assaggio rivela invece la sua vera natura: una freschezza tesa e continua, sostenuta da una struttura misurata e da una tessitura elegante che accompagna il sorso senza appesantirlo. Un equilibrio nitido, in cui la componente aromatica si integra con una sensazione gustativa pi&ugrave; profonda. Ne emerge un vino verticale, in cui la sapidit&agrave;, cifra distintiva dei suoli di montagna, allunga la persistenza e invita al sorso successivo. Di grande identit&agrave;, non cerca effetti immediati, ma costruisce una relazione lenta con chi lo assaggia. &Egrave; in questa misura, tra precisione tecnica e delicatezza espressiva, che il <em>Kerner</em> di <em>Cembra</em> trova la propria voce pi&ugrave; autentica.<br />
<strong>Stefania Oggioni</strong></p>

<p>[[ima4]]</p>

<p><strong>La Valpolicella Secondo Marco: non si sbaglia</strong><br />
Non &egrave; facile scegliere un solo vino tra i tanti assaggiati durante la kermesse veronese ma il <em>Ripasso della Valpolicella</em> di <a href="https://www.secondomarco.it/" rel="nofollow">Secondo Marco</a> &egrave; un vino che unisce eleganza, profondit&agrave; e tradizione per eccellenza, nato dalla rifermentazione sulle vinacce dell&rsquo;<em>Amarone</em>. Profumi di ciliegia matura, spezie e leggere note balsamiche. In bocca &egrave; armonico, con tannini morbidi e una freschezza che bilancia la struttura. &Egrave; un rosso incredibilmente versatile, capace di accompagnare piatti ricchi ma anche di sorprendere nella sua bevibilit&agrave;.<br />
<strong>Salvo Ognibene</strong></p>

<p>[[ima5]]</p>

<p><strong>Ca&rsquo; Fiui, biglietto da visita di Marinella Camerani</strong><br />
C&#39;&egrave; un nome speciale dietro questa bottiglia: <em>Ca&#39; Fiui</em> &egrave; l&#39;insediamento collinare noto fin dall&#39;antichit&agrave;, dove negli anni &rsquo;80, tra viti e ulivi, <strong>Marinella Camerani</strong> costruisce la sua cantina, <a href="https://camerani.wine/" rel="nofollow">Corte Sant&rsquo;Alda</a> e inizia a coltivare i 4 ettari di vigneto di famiglia a Mezzane di Sotto, tra le prime in zona a praticare la viticoltura biodinamica. <em>Ca&rsquo; Fiui</em> - uvaggio classico del Valpolicella - fermenta spontaneamente in tini di rovere con d&eacute;lestages e follature a mano. Regala un bellissimo naso di ciliegia, pepe nero, sottobosco appena accennato e un tannino piacevolissimo in bocca. Uno degli assaggi pi&ugrave; sorprendenti del Vinitaly 2026.<br />
<strong>Amelia De Francesco</strong></p>

<p>[[ima6]]</p>

<p><strong>Non bisogna avere paura del Lupo Nero</strong><br />
<a href="https://www.tinazzi.it/hospitality/agriturismo-sul-lago-di-garda/" rel="nofollow">Cascina Montelupo</a> &egrave; uno dei volti agricoli del progetto Tenute Agricole di <em>Tinazzi</em> a Sona, nel cuore del Custoza, dove vigneto, paesaggio e accoglienza diventano espressione di una visione contemporanea del territorio. Tra i vini si distingue il <em>Rosso Verona IGP 2023 Lupo Nero</em>, da uve <em>Spigamonti</em>, variet&agrave; poco nota e solo di recente ricondotta a un antico incrocio francese, apprezzata per l&rsquo;intensit&agrave; cromatica e la naturale resistenza alle malattie della vite, qualit&agrave; oggi preziose per una viticoltura sostenibile. Reinterpretata con sensibilit&agrave; attuale, d&agrave; vita a un rosso dinamico, succoso e immediato.<br />
<strong>Fosca Tortorelli</strong></p>

<p>[[ima7]]</p>

<p><strong>San Francesco d&rsquo;Assisi e il miracolo di Speco</strong><br />
Il vino richiama l&rsquo;attenzione gi&agrave; vedendo l&rsquo;etichetta e subito coinvolge la sfera emotiva, a prescindere dallo spirito religioso di ognuno di noi. Perch&eacute; &egrave; un vino dedicato ad un miracolo: quello di <strong>San Francesco d&rsquo;Assisi</strong>. Che nel 1213 trasform&ograve; dell&rsquo;acqua in vino, momento di sollievo alla sua malattia. Miracolo di Speco, dal nome della grotta vicino Narni dove Francesco si ritirava in preghiera. In onore del Santo alcuni vignaioli umbri hanno deciso di onorare il <em>Miracolo di Speco</em> con un vino simbolico, per certi versi spirituale.<br />
L&rsquo;anteprima al <em>Vinitaly</em>, nello stand di <strong>Marco Caprai</strong>. Dove <strong>Leonardo Bussoletti</strong> ha presentato <em>Speco</em>, etichetta d&rsquo;autore, l&rsquo;immagine di San Francesco stilizzata con aureola d&rsquo;oro e doverosa semplicit&agrave; grafica, stilistica essenziale. Il vino &egrave; un <em>Ciliegiolo</em> in purezza, vinificato secondo rigorosi canoni umbri, per avere un rosso possente ma non opulento, rigoroso nella trama dei tannini, ritmato sulla gentilezza e altrettanta identit&agrave;.<br />
<strong>Nereo Pederzolli</strong></p>

<p>[[ima8]]</p>

<p><strong>Malcompare nel ricordo di Michel Rolland</strong><br />
Assaggiato al Vinitaly, nel ricordo di <strong>Michel Rolland</strong>, questo <em>Pinot Nero</em> esprime eleganza e profondit&agrave;. Sfuggente e dinamico, si trasforma a ogni sorso rivelando nuove sfumature. <em>Malcompare Pinot Nero Umbria IGT 2021</em> di <a href="https://www.arnaldocaprai.it/" rel="nofollow">Arnaldo Caprai</a> nasce nel 2015 dalla collaborazione con il celebre enologo francese. Profumi floreali e fruttati si fondono a note speziate e richiami al legno dolce, mentre al palato &egrave; setoso, armonico e capace di evolvere nel tempo.<br />
<strong>Leonardo Romanelli</strong></p>

<p>[[ima9]]</p>

<p><strong>Martignana, capolavoro di Salvatore Murana a Pantelleria</strong><br />
In un&rsquo;isola soprannominata <em>&ldquo;Figlia del Vento&rdquo;</em> coltivare uva &egrave; un&#39;impresa ciclopica. Poca la terra buona, strappata dall&rsquo;uomo e regalata all&rsquo;agricoltura. Rovente il calore del sole. Solo chi ama fino in fondo Pantelleria pu&ograve; produrre qui grandi vini in un luogo senza compromessi. <a href="https://vinimurana.it/" rel="nofollow">Salvatore Murana</a> mette nel suo <em>Passito &ldquo;Martignana&rdquo; </em>tutta la cultura pantesca. L&rsquo;annata 2008 &egrave; un sorprendente mix di balsamicit&agrave;, macchia mediterranea e sapidit&agrave;. Un capolavoro che lo eleva fra le eccellenze mondiali. Da degustare possibilmente in solitudine o fuori dai classici abbinamenti dolci per poterlo pienamente apprezzare nella sua straordinaria unicit&agrave;.<br />
<strong>Maurizio Trezzi</strong></p>

<p>[[ima10]]</p>

<p><strong>Su&rsquo;Luna, il Bovale che lascia ammaliati</strong><br />
La <a href="https://www.cantinesuentu.com/" rel="nofollow">cantina Su&rsquo;Entu</a> negli ultimi anni sta facendo sicuramente grandi passi in avanti, riuscendo a trasformare l&rsquo;energia della Sardegna in eleganza e profondit&agrave;. L&rsquo;azienda si trova in Marmilla, nella zona centro meridionale dell&rsquo;isola: l&rsquo;azienda di famiglia &egrave; guidata da <strong>Valeria</strong> e <strong>Roberta</strong> <strong>Pilloni</strong>. L&rsquo;ultima novit&agrave; si chiama <em>Su&rsquo;Luna</em>: un progetto particolare, studiato insieme all&rsquo;enologo <strong>Antonio Puddu</strong>, che ha voluto valorizzare il <em>Bovale</em>, trasformandolo in un passito dalla grande complessit&agrave; aromatica, che passa dalla frutta matura, i fiori, le erbe aromatiche, le spezie dolci, mantenendo una spiccata freschezza e bevibilit&agrave;. Nasce da terreni sabbiosi, a circa 300 metri di altitudine, con appassimento in pianta. Dopo la raccolta, le uve vengono lasciate macerare in tonneaux da 500 ettolitri e pigiate dopo circa 15 giorni. Poi resta 8 mesi in acciaio per completare il suo prezioso viaggio in bottiglia.<br />
<strong>RF</strong></p>

<p>[[ima11]]</p>

<p><strong>L&rsquo;Insolent alsaziano che conquista anche Verona</strong><br />
Il mondo a <em>Vinitaly</em>, che si scambia esperienze, passione, voglia di conoscersi pi&ugrave; forte dei confini: un incontro fiammante quello con l&rsquo;alsaziana <a href="https://www.domainereyser.com/" rel="nofollow">Hubert Reyser</a> nello stand internazionale di <a href="https://www.cadirajo.it/it/" rel="nofollow">Ca&rsquo; di Rajo Group</a>.&nbsp; Accanto ai <em>Cr&eacute;mant</em>, si fa strada un <em>Pinot Noir</em> ribattezzato &ldquo;<em>L&rsquo;Insole</em>nt&rdquo;, che accoglie con note di frutti di bosco e di quercia, unendo poi potenza ed eleganza. Col suo vino <strong>Lionel Reyser</strong> &ndash; studi biologici e ambientali alle spalle - ci trasmette l&rsquo;amore per la natura impresso nel lavoro quotidiano: &laquo;Ho due figli, voglio lasciar loro qualcosa che sia vivo per il loro futuro!&raquo;.<br />
<strong>Marilena Lualdi</strong></p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/italian-wine-photos-2.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/136/42602/in-cantina/il-nostro-vinitaly-in-10-assaggi-tra-curiosita-futuro-progetti-ed-entusiasmo.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/136/in-cantina.html">136</category>			</item>			<item>				<title>E' Relazioni - Gioco al Cioccolato di Massimiliano Alajmo il piatto simbolo di Identità Milano 2026</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/476/42558/ig2026-identita-future/e-relazioni-gioco-al-cioccolato-di-massimiliano-alajmo-il-piatto-simbolo-di-identita-milano-2026.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Torna il piatto del simbolo di Identit&agrave; Golose, la ventunesima edizione del congresso di cucina internazionale che avr&agrave; luogo a Milano&nbsp;<a data-mce-href="https://www.identitagolose.it/sito/it/406/congresso-identita-milano.html" href="https://www.identitagolose.it/sito/it/406/congresso-identita-milano.html">dal 7 al 9 giugno 2026</a>.<br />
<br />
La scelta quest&#39;anno &egrave; caduta su&nbsp;<em>Relazioni&nbsp;</em>di&nbsp;<strong>Massimiliano Alajmo</strong>, l&rsquo;ultimo capitolo di&nbsp;<em>Gioco al Ciccolato</em>, un lavoro che lo chef del ristorante&nbsp;<a data-mce-href="https://alajmo.it/pages/homepage-le-calandre" href="https://alajmo.it/pages/homepage-le-calandre" rel="nofollow">Le Calandre</a>&nbsp;di Rubano (Padova) porta avanti da 24 anni per esprimere affascinanti esplorazioni sensoriali, sociali, antropologiche, un&rsquo;antologia che ha avuto inizio nel 2002 e che abbiamo&nbsp;<a data-mce-href="https://www.identitagolose.it/sito/it/98/41272/zanattamente-buono/antologia-di-gioco-al-cioccolato-alajmo-e-24-anni-di-affascinanti-esplorazioni-sensoriali-sociali-antropologiche.html" href="https://www.identitagolose.it/sito/it/98/41272/zanattamente-buono/antologia-di-gioco-al-cioccolato-alajmo-e-24-anni-di-affascinanti-esplorazioni-sensoriali-sociali-antropologiche.html">riepilogato di recente in tutte le sue espressioni</a>.<br />
<br />
La famiglia&nbsp;<strong>Alajmo</strong>&nbsp;aveva gi&agrave; firmato il piatto simbolo dell&rsquo;edizione del 2013 (<a data-mce-href="https://www.identitagolose.it/sito/it/407/3571/presentazione/identita-milano-2013-il-rispetto.html" href="https://www.identitagolose.it/sito/it/407/3571/presentazione/identita-milano-2013-il-rispetto.html">Pier-Angelini</a>, un tributo al cuoco toscano) e dopo 13 anni torna con questo puzzle di 14 deliziosi assaggi, che sottostanno a un pensiero preciso e urgente. &laquo;&Egrave; un dessert composto&raquo;, per utilizzare le parole del cuoco padovano, &laquo;che rende visibile come la relazione si compia appieno solo nel riconoscimento e nella cura del prossimo. Una rottura che interrompe il tuo dialogo con te stesso, in un mondo sempre pi&ugrave; incline alla chiusura,&nbsp;sordo alla comprensione dell&rsquo;altro&raquo;.<br />
<br />
Un&rsquo;apertura necessaria per pensare a modelli nuovi, a quella &ldquo;libert&agrave; di pensare&rdquo; che &egrave; il&nbsp;<a data-mce-href="leitmotif" href="leitmotif" rel="nofollow">leitmotiv</a>&nbsp;del congresso che si apre tra poche settimane, &laquo;Un invito&raquo;, per usare le parole di&nbsp;<strong>Paolo Marchi</strong>, &laquo;A essere responsabili verso chi c&#39;era prima di noi, verso chi c&#39;&egrave; ora, verso chi ci sar&agrave; dopo&raquo;.<br />
<br />
<em>Relazioni &ndash; Gioco al cioccolato</em>&nbsp;inizia con la&nbsp;<em>Sberla</em>, un ceffone gustativo che sveglia l&#39;ospite dal torpore. Procede col secondo assaggio,&nbsp;<em>Intro.verso</em>, un medaglione di puntinismi deliziosi che rappresentano l&rsquo;ultimo sguardo rivolto a se stessi prima di aprirsi alla simbiosi con l&rsquo;altro. Appena dopo, arrivano altre posate pi&ugrave; piccole, legate tra loro da fili di lana che si dipartono dalla guarnizione di un vaso da cucina. I fili&nbsp;connettono le mani dei due commensali nell&rsquo;esercizio di gustare altri 12 favolosi assaggi. Un garbuglio di fili che scoraggia iniziative isolate e favorisce il concerto, la reciprocit&agrave; della condivisione. Un messaggio importante e da ribadire con forza in un mondo che tende sempre di pi&ugrave; alla chiusura e al conflitto.<br />
<br />
<strong>TUTTI I PIATTI SIMBOLO DI IDENTIT&Agrave; MILANO</strong></p>

<p>[[ima20]][[ima19]][[ima18]][[ima17]][[ima16]][[ima15]][[ima14]][[ima13]][[ima12]][[ima11]][[ima10]]][[ima9]][[ima8]][[ima7]][[ima6]][[ima5]][[ima4]][[ima3]][[ima2]]</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/1-relazioni.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/476/42558/ig2026-identita-future/e-relazioni-gioco-al-cioccolato-di-massimiliano-alajmo-il-piatto-simbolo-di-identita-milano-2026.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/476/ig2026-identita-future.html">476</category>			</item>			<item>				<title>Così la Carta dei valori della ristorazione italiana celebra l'arte dell'ospitalità</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/42581/dallitalia/cosi-la-carta-dei-valori-della-ristorazione-italiana-celebra-larte-dellospitalita.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Nella storia dell&rsquo;uomo, la mietitura, la vendemmia, la pesca, ma anche la raccolta dei frutti, la nascita delle greggi e degli armenti, hanno sempre rappresentato momenti in cui sacro e profano si incontrano, riunendo comunit&agrave; chiamate a festeggiare e a condividere cibo, vino, musica, danza, allegria, felicit&agrave;, per riconoscersi come <em>insieme</em>. Ogni festa conferma una comunit&agrave;, la sua coesione, stimolata da un valore condiviso: la cultura. Una parola abusata, spesso senza comprenderne a fondo il senso: ragion per cui, torna utile la definizione formulata da <strong>Antonio Gramsci</strong> nei suoi &ldquo;Quaderni dal carcere&rdquo;, risalenti al 1935:</p>

<p>&nbsp;&ldquo;Cultura non &egrave; possedere un magazzino ben fornito di notizie, ma la capacit&agrave; che la nostra mente ha di comprendere la vita, il posto che vi teniamo, i nostri rapporti con gli altri uomini. Ha cultura chi ha coscienza di s&eacute; e del tutto, chi sente la relazione con gli altri esseri.&rdquo;</p>

<p>Non si pu&ograve;, dunque, parlare di <em>cultura</em> senza porci in relazione con l&rsquo;altro, con quell&rsquo;esigenza di &ldquo;coltivare&rdquo; la vita, pienamente consapevoli di quanto ci circonda. E ci&ograve; accade quando, ignorando qualsiasi forma di &ldquo;resistenza&rdquo; verso l&rsquo;altro, sviluppiamo empatia, curiosit&agrave; verso ci&ograve; che ci attraversa e ci sfiora, il che implica inevitabilmente un senso di &ldquo;cura&rdquo;: per le arti, per la scienza, cura per la natura e, soprattutto, <em>cura per l&rsquo;essere umano</em>.</p>

<p>Ebbene, tra i contesti che maggiormente si prestano a questa missione, la cura appunto, rientrano <em>taverne, osterie, locande, trattorie, pizzerie, caff&egrave;, ristoranti</em>, luoghi diversi per storie, arredo e offerta di vivande, ma animati tutti dallo stesso sentimento, dalla stessa arte: <em>l&rsquo;ospitalit&agrave;</em>. Un aspetto che, d&rsquo;altronde, ha accompagnato la nostra Storia: pensiamo al Rinascimento, quando il principe, occupato nelle politiche di conquista, nei progetti commerciali e di valorizzazione delle arti e mestieri della sua signoria, mirava a &ldquo;ornare&rdquo; il proprio potere con &ldquo;decoro&rdquo;, circondandosi di personalit&agrave; illustri. La corte si popolava cos&igrave; di letterati, astronomi, astrologi, alchimisti, matematici, poeti, parti attive per la rappresentazione della sua grandezza. Eppure nulla avrebbe avuto senso, senza la cura affidata a veri e proprio maestri dell&rsquo;ospitalit&agrave;, quali <strong>Bartolomeo Scappi, Cristoforo Messisbugo, Gianbattista Rossetti, Antonio Latini</strong> che mettevano in scena la gloria e fama del signore attraverso banchetti memorabili, codificando inoltre i saperi del tempo.</p>

<p>Oggi non viviamo pi&ugrave; di corti, eppure i luoghi dell&rsquo;ospitalit&agrave; continuano a essere vere e proprie &ldquo;ecclesie laiche&rdquo;, indispensabili per compiere e rinnovare il rito del convivio, del vivere insieme, e apportare cos&igrave;, nutrimenti al corpo e allo spirito.</p>

<p>Alla luce di queste considerazioni, risulta quindi cruciale dare sempre pi&ugrave; valore all&rsquo;arte della cucina e della tavola, e soprattutto al lavoro quotidiano di uomini e donne che rinnovano i saperi di famiglia, di una tradizione, di mani che ricercano nella qualit&agrave; estrema il sapore assoluto. Gli imprenditori della ristorazione, ora pi&ugrave; che mai, devono essere consapevoli che si debba scegliere un percorso unitario e condiviso, e saranno proprio i valori raccolti in una carta dedicata a consentire loro di muoversi coesi verso il futuro.</p>

<p>Qui di seguito i punti cruciali della <em>Carta dei valori della ristorazione italiana</em>:</p>

<p><strong><em>Economia</em></strong> - &egrave; evidenza comune l&rsquo;importanza economica fondamentale che le imprese della ristorazione hanno nella vita del paese. Ma sta nella consapevolezza di ogni imprenditore la volont&agrave;, la cultura, la cura di essere con la propria impresa qualcosa di pi&ugrave;, una vera e propria &ldquo;agenzia&rdquo; che sostiene l&rsquo;economia del territorio e ne promuove i saperi;</p>

<p><strong><em>Comunit&agrave;</em></strong> - sempre maggiore dovr&agrave; essere la consapevolezza che i luoghi del ristoro, dell&rsquo;ospitalit&agrave;, hanno una fondamentale funzione sociale, contribuendo alla vigilanza e al rammendo del tessuto collettivo;</p>

<p><strong><em>Cura</em></strong> - prendersi cura di, cura di noi, per una miglior cura dell&rsquo;altro. Tutti insieme per una comunit&agrave; della cura che perfezioni ed esalti la civilt&agrave; dell&rsquo;ospitalit&agrave; e della ristorazione Italiana;</p>

<p><strong><em>Cultura</em></strong> - sentimento che deve guidare le nostre scelte. Declinazione di &ldquo;colere&rdquo;, &ldquo;coltivare&rdquo;, metafora che da millenni &egrave; fondamento del genius loci, dei talenti dell&rsquo;operosit&agrave;, del senso profondo del bello, del vero, del buono, del giusto, la cui sintesi &egrave;: Bellezza;</p>

<p><strong><em>Memoria</em></strong> - recupero e valorizzazione delle culture agrarie, delle archeologie vegetali, degli usi e costumi, delle feste, dei riti, delle fiere, delle comunit&agrave; della montagna, della pianura, dei borghi, del mare, delle acque dolci e delle lagune. Recupero e valorizzazione della trattatistica e archivistica che documentano l&rsquo;enorme importanza che le arti e scienze gastronomiche e la loro rappresentazione hanno avuto per la cultura italiana e occidentale in genere. Memoria &egrave; madre delle muse. &Egrave; evidente che senza memoria non si generano n&eacute; scienza n&eacute; arte. La contemporaneit&agrave; si vive e crea nella consapevolezza della memoria;</p>

<p><strong><em>Ambiente</em></strong> - l&rsquo;ambiente si difende anche a tavola, con la qualit&agrave; del cibo. Cibo prodotto nel rispetto e cura della terra e degli uomini e delle donne che la lavorano, la coltivano, mantenendola fertile e generosa.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/grafiche-giornata-mondiale-ristorazione-16-9-16-maggio-2026-rev-30-proposta-b-1-copia-15.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/42581/dallitalia/cosi-la-carta-dei-valori-della-ristorazione-italiana-celebra-larte-dellospitalita.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/dallitalia.html">44</category>			</item>			<item>				<title>Enigma, un'esperienza senza spiegazioni</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/95/42583/dal-mondo/enigma-unesperienza-senza-spiegazioni.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p data-path-to-node="4">Durante la mia recente visita al ristorante <i data-index-in-node="44" data-path-to-node="4">Enigma</i> (Barcellona) ho goduto in modo diverso del suo men&ugrave; degustazione. Quando il direttore di sala <b data-index-in-node="145" data-path-to-node="4">Xavi Alba</b> ci ha chiesto quando e come desideravamo ricevere le spiegazioni dei piatti, mi sono rivolto ai miei commensali prima di rispondergli: &laquo;Preferiamo i dettagli dopo averli finiti e, per favore, solo storie brevi, senza annunci, come suggeriva a <i data-index-in-node="398" data-path-to-node="4">El Bulli</i> il compianto <b data-index-in-node="420" data-path-to-node="4">Juli Soler</b>. Se avremo dei dubbi, glieli chiederemo in seguito&raquo;.<br />
&nbsp;</p>

<h3 data-path-to-node="5">Un&#39;esperienza senza spiegazioni</h3>

<p data-path-to-node="6">Nel corso delle due ore e mezza in cui si &egrave; protratta la cena, ci siamo sottoposti alla sfida di indovinare alla cieca gli ingredienti e le tecniche di cui si era avvalso <b data-index-in-node="171" data-path-to-node="6">Albert Adri&agrave;</b>, i profili sottili di una cucina creativa difficilmente incasellabile. Quattordici parole riassumevano il men&ugrave; scritto che ci &egrave; stato consegnato al momento dei saluti. Enunciati succinti, specchio delle sue proposte, alcune risolte con un minimalismo radicale. &laquo;Il men&ugrave; viene modificato di settimana in settimana o di ora in ora in base agli ingredienti di ogni stagione. L&#39;anno scorso lo abbiamo chiuso con 183 versioni&raquo;, ci ha sottolineato nuovamente <b data-index-in-node="637" data-path-to-node="6">Alba</b>. Nel complesso, un viaggio attraverso sapori lontani dalla Penisola Iberica, senza altro ordine se non le inquietudini creative del suo artefice.<br />
<br />
[[ima2]]</p>

<h3 data-path-to-node="7">Un men&ugrave; in costante trasformazione</h3>

<p data-path-to-node="8">La sorpresa ha fatto capolino sin dall&#39;inizio. Cacciagione come primo piatto? Quattro mini bocconi derivati dal binomio lepre/tartufo nero davano forma all&#39;apertura: <i data-index-in-node="166" data-path-to-node="8">Consomm&eacute; di cacciagione con spuma di lepre e lamponi</i>; <i data-index-in-node="220" data-path-to-node="8">Lepre &agrave; la royale</i>; il <i data-index-in-node="242" data-path-to-node="8">Biscotto Bulli di lepre con mela e tartufo</i>, e una <i data-index-in-node="292" data-path-to-node="8">Royale di lepre tornita a cilindro</i>. Un men&ugrave; al contrario?</p>

<p data-path-to-node="9">[[ima3]]Un colpo a effetto che ha consolidato il secondo dei servizi, la serpentiforme <i data-index-in-node="79" data-path-to-node="9">Lampreda</i> che, una volta disposta intera sul tavolo, sembrava appena uscita dall&#39;ambiente marino o fluviale. Gesto provocatorio o un modo didattico di mostrarci la dispensa? La sua carne, intensa e mielosa, accompagnata da <i data-index-in-node="301" data-path-to-node="9">Salsa bordolese</i> e scaglie di <i data-index-in-node="330" data-path-to-node="9">Tartufo nero crude e temperate a 80&deg;C</i>, richiedeva da parte nostra una concentrazione estrema.</p>

<p data-path-to-node="10">[[ima4]]Un inizio scintillante che si &egrave; attenuato con due passaggi rilassanti. Ai delicati <i data-index-in-node="83" data-path-to-node="10">Gamberetti crudi dalle code dolci</i>, contornati da sfumature di soia bianca, &egrave; seguito il <i data-index-in-node="171" data-path-to-node="10">Foie gras d&#39;anatra stagionato sotto sale d&#39;acciuga</i> direttamente in sala. Salino e delicatamente iodato, un classico di <b data-index-in-node="290" data-path-to-node="10">Adri&agrave;</b>. Diversi dettagli unificano le proposte di <b data-index-in-node="339" data-path-to-node="10">Adri&agrave;</b>: rispetto a oltranza per i prodotti, impiego di tecniche avanzate e quasi sempre celate, e un sottile senso di trasgressione.<br />
&nbsp;</p>

<h3 data-path-to-node="11">Percorso di contrasti prima del tratto finale</h3>

<p data-path-to-node="12">[[ima5]]Ai <i data-index-in-node="3" data-path-to-node="12">Ricci di mare su gelatina di melanzana e salsa di sobrasada</i>, dalla consistenza morbida, &egrave; seguita la <i data-index-in-node="104" data-path-to-node="12">Terrina di anguilla affumicata</i>, e pi&ugrave; tardi i <i data-index-in-node="150" data-path-to-node="12">Piselli a lacrima del Maresme racchiusi in baccelli di fagiolini verdi</i>, un&#39;esplosione vegetale. E nell&#39;intermezzo, un boccone etereo dello scomparso ristorante <i data-index-in-node="310" data-path-to-node="12">Tickets</i>: un <i data-index-in-node="322" data-path-to-node="12">Airwaffle al parmigiano con rotolo di yuba</i> (pelle del latte). O, che dir si voglia, l&#39;impronta di <i data-index-in-node="420" data-path-to-node="12">El Bulli</i> in pura effervescenza. &laquo;Questo snack costituisce un punto di svolta, passiamo dal mondo agrumato all&#39;ambiente <i data-index-in-node="539" data-path-to-node="12">umami</i> con sapori pi&ugrave; potenti e nuove consistenze&raquo;, ci ha avvertito nuovamente <b data-index-in-node="617" data-path-to-node="12">Vidal</b>.</p>

<p data-path-to-node="13">[[ima6]]Due met&agrave; di <i data-index-in-node="12" data-path-to-node="13">Carciofo bianco e nero</i>, uno bollito e alla brace, e l&#39;altro trattato nella pentola coreana dell&#39;azienda <i data-index-in-node="116" data-path-to-node="13">Oco</i>, annerito per ossidazione enzimatica, ci mostravano due morsi e sapori antagonistici partendo da uno stesso prodotto. Tanto suggestivo quanto le <i data-index-in-node="265" data-path-to-node="13">Spugnole in salsa di vitello thai con scaglie di cocco verde</i>, che rimandavano in modo equivoco alla consistenza di un calamaro a mezza cottura. Il men&ugrave; proseguiva alternando i consueti picchi e valli che caratterizzano i percorsi degustazione progettati con sottigliezza.</p>

<p data-path-to-node="14">[[ima7]]Dopo la pausa arrivata per mano di bocconi acidi e fruttati &mdash; <i data-index-in-node="62" data-path-to-node="14">Raviolo acidulato con salsa di fricand&oacute;</i>; <i data-index-in-node="103" data-path-to-node="14">Pastiglia ghiacciata di sake e yuzu</i>, e <i data-index-in-node="142" data-path-to-node="14">Tartelletta di arancia liofilizzata</i> &mdash;, si sono affacciate le tre sfide del gran finale.<br />
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<h3 data-path-to-node="15">Tecnica, prodotto e giochi di percezione</h3>

<p data-path-to-node="16">Con l&#39;audace <i data-index-in-node="13" data-path-to-node="16">Escabeche di cervella di coniglio e di gamberi</i>, un <i data-index-in-node="64" data-path-to-node="16">mare e monti</i> insolito, confluenza di due masse melliflue e visivamente impattanti estratte col bisturi da un mammifero e da un crostaceo, <b data-index-in-node="202" data-path-to-node="16">Adri&agrave;</b> ci obbligava a superare qualsiasi pregiudizio. E con la <i data-index-in-node="264" data-path-to-node="16">Gelatina di midollo di vitello con caviale affumicato</i>, arricchita da una salsa di <i data-index-in-node="346" data-path-to-node="16">Lenticchie-caviale stufate</i>, trasformava in un dubbio (e non in un <i data-index-in-node="412" data-path-to-node="16">trompe-l&#39;&oelig;il</i>) la nota armonia di suo fratello <b data-index-in-node="458" data-path-to-node="16">Ferran</b>. Un gioco sapido e visivo che si &egrave; moltiplicato con i <i data-index-in-node="519" data-path-to-node="16">Mochi al lampone</i> che, dopo una sottile cottura, assumono la forma di strisce di peperoni del <i data-index-in-node="612" data-path-to-node="16">piquillo</i> e hanno un sapore quasi identico per effetto della salsa di peperoni con cui vengono ricoperti. Ancora una volta, consistenze e sapori alle porte del gioco, con dettagli di sconcerto e un raffinato senso della provocazione.</p>

<p data-path-to-node="17">[[ima8]]Il punto finale &egrave; stato messo dall&#39;<i data-index-in-node="35" data-path-to-node="17">Astice blu galiziano alla brace frollato in grasso di costata maturata</i>, succoso e dal retrogusto carnivoro: anticamera del momento dolce e sintesi di una cucina che maneggia prodotti di enorme qualit&agrave;. Un commiato arrivato accompagnato da bocconi rinfrescanti &ndash; <i data-index-in-node="297" data-path-to-node="17">Arancia rossa declinata in diverse tecniche</i>; <i data-index-in-node="342" data-path-to-node="17">Gelatina di arancia rossa</i>; <i data-index-in-node="369" data-path-to-node="17">Fagottino di kiwi e fragola</i>; <i data-index-in-node="398" data-path-to-node="17">Cioccolato balsamico</i> &ndash; in cui facevano capolino gelatine, spume e disidratati con l&#39;eleganza che caratterizza <b data-index-in-node="508" data-path-to-node="17">Adri&agrave;</b>, uno dei migliori pasticceri del mondo.</p>

<p data-path-to-node="18">[[ima9]]Da <i data-index-in-node="3" data-path-to-node="18">Enigma</i>, la cantina e il servizio di sala, trasformatosi in un&#39;estensione della cucina stessa, soddisfano le aspettative. Tuttavia, le sue sale da pranzo, troppo rumorose, non contribuiscono alla concentrazione necessaria per godersi i piatti. Nemmeno l&#39;illuminazione, esageratamente fioca, &egrave; d&#39;aiuto. Il suo men&ugrave;, che inizia e si conclude in un tempo breve, si rifugia nella memoria dei commensali per molto tempo a seguire. Un filo di sequenze che scuotono il pensiero tanto quanto il palato. Dettagli e giochi di una delle cucine creative pi&ugrave; avanzate e brillanti d&#39;Europa.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/587651260-18488478937079049-4323256589886761569-n.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/95/42583/dal-mondo/enigma-unesperienza-senza-spiegazioni.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/95/dal-mondo.html">95</category>			</item>			<item>				<title>Geografia della pizza: Italia alla riscoperta delle tradizioni regionali in pizzeria</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/209/42582/mondo-pizza/geografia-della-pizza-italia-alla-riscoperta-delle-tradizioni-regionali-in-pizzeria.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>La cosiddetta <em>pizza di territorio</em> trova una delle sue espressioni pi&ugrave; interessanti nelle varianti regionali, che segnano un ritorno consapevole alle origini. Ogni area geografica custodisce tradizioni antiche legate alla panificazione e al mondo dei lievitati che, in questi ultimi anni, sono entrate a pieno titolo nei menu delle pizzerie, sia al taglio che al piatto, trasformandosi in strumenti di racconto e valorizzazione. Un approccio che intercetta una delle tendenze pi&ugrave; attuali e interessanti del settore (delle altre, nel mondo pizza, <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/209/41299/mondo-pizza/come-sara-la-pizzeria-del-futuro-tutti-i-trend-di-un-settore-in-continua-crescita.html">abbiamo parlato qui</a>) e che, se inserito in modo coerente all&rsquo;interno dell&rsquo;offerta, diventa elemento distintivo e concreto valore aggiunto, tenendo insieme pi&ugrave; livelli: la tutela della storia e delle tradizioni locali da un lato, l&rsquo;evoluzione dell&rsquo;offerta gastronomica dall&rsquo;altro.</p>

<p>Ogni territorio ha sviluppato una propria grammatica della pizza, ogni citt&agrave; &egrave; legata a una specifica preparazione o a uno stile, che nel tempo si sono affermati come veri marcatori identitari. Pizze e focacce regionali, anche in chiave contemporanea, rappresentano un&rsquo;occasione preziosa per riportare alla luce tradizioni e territori.</p>

<p>Pensiamole come starter o parte di un percorso degustazione, come sezione speciale di una carta: veri e propri strumenti narrativi, capaci di fare cultura e riportare in vita storie che sembravano dimenticate. Storie che abbiamo raccolto, attraversando l&rsquo;Italia, e che vi raccontiamo sperando che possano essere fonte di ispirazione e replicabilit&agrave;.</p>

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<p><strong>La pizza fritta e la &quot;parigina&quot;</strong><br />
[[ima2]][[ima3]]Capostipite inconsapevole di questo movimento &egrave; stata la <u>pizza fritta</u>, un classico dello street food nel dopoguerra, nata dall&rsquo;ingegno femminile e preparata davanti ai &ldquo;bassi&rdquo; di Napoli. Rimane una dei formati di pizza tradizionalmente riconosciuto e intoccabile. Sempre presente nelle pizzerie classiche napoletane, la pizza fritta non solo resiste, ma conquista format dedicati &ndash; come nel caso di <em>Isabella De Cham Pizza Fritta</em> e di realt&agrave; come <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/462/35566/locali/la-masardona-dal-1945.html">La Masardona</a> o <em>Antica Pizza Fritta da Zia Esterina Sorbillo</em>. E valica i confini locali, conquistando la Penisola nella sua versione pi&ugrave; smart, la montanarina: piccola, fritta e condita all&rsquo;esterno in vario modo, per diventare l&rsquo;antipasto perfetto. Tra le pizze figlie di Napoli c&rsquo;&egrave; anche la <u>parigina</u><strong>,</strong> un rustico a base di pasta sfoglia con prosciutto cotto, formaggio e pomodoro, che di solito si trova nei panifici, nelle gastronomie e nei bar, ma che qualche pizzaiolo - come <strong>Marco Quintili</strong>, de <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/462/35043/locali/i-quintili.html">I Quintili</a> e <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/462/37773/locali/fina-fina.html">Fina Fina</a> a Roma - ha voluto trasformare in una pizza a tutti gli effetti, proprio per ricordare la storia di questa particolare golosit&agrave;. <strong>Quintili</strong> la propone con pomodoro, provola di Agerola e panna e poi, in uscita, prosciutto cotto, crema di parmigiano, battuto di basilico, pepe e olio.</p>

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<p><strong>Il padellino a Torino </strong><br />
[[ima4]]La regale Torino si riconosce nel suo <u>padellino</u>: alto e soffice, privo di cornicione, dalla forma rotonda e cotto rigorosamente in tegamino, farcito nel mezzo oppure condito in superficie e servito a spicchi. Da semplice proposta &egrave; diventato un must, conquistando spazio nei percorsi degustazione di molte pizzerie, soprattutto quelle pi&ugrave; moderne e sperimentatrici. E diventando una presenza costante tra gli starter. Un vero e proprio esercizio di stile di impasti e topping creativi, con giochi di doppie o triple cotture, che ha letteralmente fatto furore.</p>

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<p><strong>Roma e le sue pizze</strong><br />
[[ima5]][[ima6]]Altra specialit&agrave; che ha conquistato le pizzerie a livello nazionale &egrave; la pizza romana, sia tonda che al taglio. Sottile, senza bordo e scrocchiarella la prima; alta, alveolata, croccante e scioglievole la seconda. Entrambe hanno cambiato le regole del gioco; ci&ograve; che poteva essere percepito come una moda si &egrave; tradotto nel giro di poco tempo in una rivoluzione stilistica. Tutti abbiamo sentito parlare del &ldquo;Rinascimento della pizza romana&rdquo; (<a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/469/39008/ig2025-identita-future/e-ormai-roma-la-capitale-della-pizza-pezzetta-e-seu-non-lo-mandano-a-dire.html">leggi anche qui</a>), il cui merito va a <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/6/32580/chef-e-protagonisti/jacopo.html">Jacopo Mercuro</a>, quando ha riportato in auge la &ldquo;bassa e scrocchiarella&quot;, e con lui anche a <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/6/24859/chef-e-protagonisti/luca.html">Luca Pezzetta</a> di <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/462/35032/locali/clementina.html">Clementina</a>, a <strong>Sami El Sabawi</strong> di <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/462/35044/locali/a-rota.html">A Rota</a>, a <strong>Mirko Rizzo</strong> de <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/462/35050/locali/lelementare-trastevere.html">L&rsquo;elementare</a>... Un elenco che di anno in anno diventa pi&ugrave; numeroso e che registra nomi da tutta Italia. &Egrave; un ritorno invadente della pizza romana a Roma ma non solo, con numerose nuove aperture dedicate a questa tipologia, prima nelle province laziali, poi anche fuori regione: pensiamo a <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/462/37699/locali/edri.html">Edr&igrave;</a><em> </em>a Rende, in Calabria, o a <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/462/38568/locali/loop.html">Loop</a><em> </em>a Lecce, in Puglia. Accanto a queste proposte monotematiche, prende forma in parallelo anche la tendenza a inserire la <u>tonda romana</u> nei percorsi degustazione: una scelta che diventa cifra stilistica e banco di prova del virtuosismo del pizzaiolo. Un esempio? <strong>Roberto Davanzo</strong> da <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/462/35306/locali/bob-alchimia-a-spicchi.html">Bob Alchimia a Spicchi</a>, di nuovo in Calabria, che propone la sua <em>The News Side of Bob</em>, un impasto di pizza in pala romana ma stesa tonda e sottile. Non &egrave; da meno la <u>pizza in teglia romana</u>, che prima della tonda, aveva gi&agrave; conquistato i pizzaioli italiani grazie a <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/6/446/chef-e-protagonisti/gabriele.html">Gabriele Bonci</a>, ma che oggi dalla classica pizzeria al taglio si sta spostando nel piatto, anche in versione tonda e gourmet da degustazione. Sempre pi&ugrave; creativa, eclettica e di qualit&agrave;, si candida a essere la pizza del futuro e le proposte alternative e visionarie spuntano qua e l&agrave;, proprio come fa <strong>Daniele Campana</strong> nella sua pizzeria <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/462/37700/locali/campana-12.html">Campana 12</a> a Corigliano (Cosenza) o quelli di <em>Jamboree</em> a Magliano de&rsquo;Marsi (L&#39;Aquila), in Abruzzo, che intorno al concetto della pizza in teglia servita al piatto hanno costruito un intero e originale format. Una tipologia, insomma, che sta conoscendo una nuova stagione di successo e ci dice molto di come un prodotto locale riesce a innalzarsi e a essere riconosciuto come globale.</p>

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<p><strong>La falia a Priverno </strong><br />
[[ima7]]Rimaniamo nel Lazio e spostiamoci a Priverno, in provincia di Latina, dove troviamo la<strong> </strong><u>falia</u>, focaccia tipica della tradizione contadina, un incrocio tra un pane e una focaccia, preparata con farina, acqua e lievito madre. Era la colazione nei campi e tradizione vuole che il ripieno storico fosse a base di broccoletti. Molti dei pizzaioli di Priverno, nomi noti del panorama nazionale, come <strong>Luca Mastracci</strong>, hanno regalato un posto d&rsquo;onore alla falia, che acquista a tavola una struttura pi&ugrave; raffinata nel gusto e diventa oggetto di una vera e propria degustazione. Per esempio <strong>Mastracci</strong> nel suo menu (al <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/462/35034/locali/luca.html">Luca!</a> di Priverno e Frosinone) la propone con ricotta e parmigiano, oppure con puntarelle e alici, oppure nel grande classico con broccoletti ripassati. Tra le varie interpretazioni anche la versione dolce pensata da <strong>Antonio Visentin </strong>e <strong>Giammarco Ambrifi</strong> alla <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/462/39808/locali/pizzeria-della-passeggiata.html">Pizzeria della Passeggiata</a>,di nuovo a Priverno, con ricotta vaccina, cannella e cioccolato artigianale fondente (al 70%).</p>

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<p><strong>La focaccia genovese </strong><br />
[[ima8]]Altro esempio di identit&agrave; gastronomica &egrave; la <u>focaccia genovese</u><strong> </strong>che - insieme a quella di Recco &mdash; &egrave; ormai presenza abituale sui banchi di molte pizzerie al taglio. Eppure, questo impasto soffice ha margini espressivi ben pi&ugrave; ampi anche in pizzeria. Lo dimostra bene <strong>Giovanni Giglio</strong> di <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/462/35054/locali/extremis.html">Extremis</a> a Roma, che ne ha colto il potenziale scegliendo di sostituire il padellino con una serie di interpretazioni, sia salate che dolci: dalla <em>Genovese toast</em> alla <em>Genovese sacher</em>, caratterizzate da un morso insieme croccante e soffice e da farciture golose, decisamente comfort (<a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/209/39570/mondo-pizza/meno-padellini-piu-focaccia-alla-genovese-il-nuovo-corso-di-extremis-a-roma.html">ne abbiamo parlato qui</a>).</p>

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<p><strong>Pizzetta cagliaritana </strong><br />
[[ima9]]Forse pochi conoscono versioni pi&ugrave; local di pizze al taglio come la <u>pizzetta cagliaritana</u>, vera istituzione nel capoluogo sardo. Nella sua forma pi&ugrave; tradizionale &egrave; rettangolare e chiusa, ovvero due strati di impasto soffice, con bordi croccanti, che custodiscono un ripieno essenziale e gustoso, a base di pomodoro e fiordilatte. &Egrave; la tipica pizzetta da passeggio su cui <em>Sa Pizzedda</em> ha creato un marchio e un franchising conquistando anche i milanesi. Accanto a questa versione classica, oggi si affacciano anche interpretazioni tonde, aperte e condite in modi diversi. Non a caso, alcune pizzerie la propongono all&rsquo;interno del menu, tra gli antipasti, o la inseriscono con disinvoltura nel momento dell&rsquo;aperitivo, vedi <em>Etom&agrave;</em><strong>.</strong></p>

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<p><strong>Sfincione &amp; Co</strong><br />
[[ima10]][[ima11]]Da un&rsquo;isola approdiamo all&rsquo;altra. In Sicilia sopravvive &mdash; e si tramanda con orgoglio &mdash; un ricchissimo patrimonio di pizze locali, oggi reinterpretato con sensibilit&agrave; contemporanea. Primo fra tutti lo <u>sfincione</u>, tra i rustici pi&ugrave; iconici della tradizione siciliana: una preparazione sospesa tra pizza e focaccia, condita con pomodoro, cipolle, origano, caciocavallo e acciughe, presenza immancabile nei banchi di panetterie e rosticcerie a Palermo, che oggi trova spazio anche nelle pizzerie contemporanee. Tra i pizzaioli che si sono presi carico di far conoscere questi antichi sapori c&rsquo;&egrave; <strong>Gioacchino Gargano</strong> di <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/462/35308/locali/saccharum.html">Saccharum</a><em>,</em> vicino a Palermo, che ha costruito un percorso degustazione come un vero viaggio nella Sicilia pi&ugrave; autentica: dallo sfincione palermitano a quello bagherese (versione bianca con tuma e ricotta), passando per la pizza trapanese rianata, la <u>tabbisca</u> e la <u>focaccia messinese</u>.<em> </em>Un racconto articolato, che attraversa le diverse anime dell&rsquo;isola con un approccio che intreccia ricerca, memoria e valorizzazione dei sapori mediterranei (la <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/460/guida-pizza-e-cocktail.html">Guida di Identit&agrave; Golose alle Pizzerie d&#39;autore</a> lo ha anche premiato, nel 2024, proprio per questa ragione, col premio &quot;Pizza e Mediterraneo&quot;).</p>

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<p><strong>La pizza trapanese </strong><br />
[[ima12]]La &ldquo;pizza con metodo siciliano&rdquo; nasce a Trapani alla fine del secondo dopoguerra, era molto popolare nei quartieri del centro storico e nella zona del porto. La pi&ugrave; tradizionale e la <u>rianata</u>, ovvero l&rsquo;origanata: un nome che identifica l&#39;abbondanza di origano. Gli altri ingredienti che la caratterizzano sono il pomodoro fresco di pennula, l&rsquo;aglio di Nubia, il prezzemolo, le alici di Sciacca e il pecorino siciliano. C&#39;&egrave; anche la variante con il fiordilatte, la <u>rianella</u>. &Egrave;, la rianata, una pizza diversa da quella classica in quanto prevede l&rsquo;utilizzo del grano siciliano e farina di grano duro e una lievitazione differente rispetto alla napoletana. Viene proposta in numerosi locali di Trapani e provincia, fino a Palermo. Per esempio nella pizzeria <em>Assud</em> &egrave; uno dei must voluti proprio per raccontare le tradizioni siciliane.<br />
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<p><strong>La pizzetta catanese </strong><br />
[[ima13]]Spostandosi sul versante nord-orientale siculo, a Catania domina invece la <u>pizzetta catanese</u>, un classico della rosticceria locale: soffice, alta e leggermente dolce, realizzata con farina di semola e solitamente condita con pomodoro, fiordilatte, origano e un&#39;immancabile oliva nera al centro. Oggi ha trovato nuova vita nelle pizzerie al taglio e nelle bakery, come accade nel multi-format <em>Al Vicolo</em>, a Catania. La versione canonica rimane quella pi&ugrave; richiesta, ma non mancano varianti che ne ampliano il repertorio. Menzione speciale va a <strong>Lele Scandurra </strong>di <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/462/35312/locali/levoluzione.html">L&#39;evoluzione</a>, sempre a Catania,<strong> </strong>che ha promosso con orgoglio questo caposaldo del cibo di strada catanese con un&rsquo;adeguata rivisitazione: un bel lavoro tecnico sugli impasti, ingredienti da Presidi Slow Food e triplice cottura (vapore, fritta e forno), cos&igrave; da ottenere una versione sublimata e moderna, senza dimenticarne l&rsquo;anima popolare.</p>

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<p><strong>Il ritorno della pizza nel ruoto </strong><br />
[[ima14]][[ima15]][[ima16]]E poi non dimentichiamoci le <u>pizze nel ruoto</u>: quante ne esistono nella nostra bella Italia costellata di forni contadini? Con il termine &quot;pizza nel ruoto&quot; si intendono le pizze fatte in casa, cotte nella teglia rotonda e che servivano per testare la temperatura del forno a legna prima di cuocere il pane. Nella maggior parte dei casi viene condita con del pomodoro, origano e olio, al massimo qualche alice. Ancora oggi la troviamo cos&igrave; in molte pizzerie, celebrazione delle nonne e della loro cucina. Vi facciamo qualche esempio. In Calabria c&rsquo;&egrave; la <u>schicculiata</u>, antica focaccia tipica della zona del Pollino, diffusa tra le famiglie ma poco conosciuta fuori confine. Si tratta di una pizza rustica condita solo con gli ingredienti semplici come pomodoro, basilico, aglio, olio extravergine d&rsquo;oliva, peperoni e origano, la troviamo - oltre che in diversi forni - anche nella pizzeria <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/462/35302/locali/da-filomena.html">Da Filomena</a> di <strong>Filomena Palmieri</strong> a Castrovillari<strong> </strong>(Cosenza) - da sempre dedita alla valorizzazione dei prodotti locali &ndash; che studia un impasto a lunga maturazione e due versioni a seconda della stagione. Nel Cilento, <strong>Michele Croccia</strong> prepara la sua <u>franceschina</u> (che porta il nome della nonna) e propone anche la <u>mbosta</u>, pagnotta farcita che i contadini usavano mangiare per la loro merenda nei campi. <u>Mpustarelle</u> e <u>o rutiell</u> sono preparati anche da <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/6/2618/chef-e-protagonisti/enzo.html">Enzo Coccia</a> a <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/462/35254/locali/la-notizia-94.html">La Notizia 94</a> (ma a Napoli non &egrave; l&rsquo;unico a rendere omaggio alla tradizione contadina, con versioni rivisitate). In Basilicata c&rsquo;&egrave; il <u>ruccolo</u>, l&rsquo;antica pizza potentina ottenuta dagli avanzi dell&rsquo;impasto del pane e cotta nel ruoto, sempre con l&rsquo;intento di testare la temperatura del forno. Uno dei suoi attuali interpreti &egrave; <strong>Giovanni Spera </strong>che fa rivivere la ricetta nella sua pizzeria di Potenza, <em>Casarsa</em>.</p>

<p>&nbsp;</p>

<p>Insomma: la pizza tipica evolve da piatto iconico a vero e proprio racconto territoriale, in grado di generare valore e cultura, oltre che rafforzare il legame con la comunit&agrave;. Mentre per l&rsquo;ospite diventa occasione di scoperta, memoria e senso di appartenenza, che si traduce in gusto.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/pizza-geografia.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/209/42582/mondo-pizza/geografia-della-pizza-italia-alla-riscoperta-delle-tradizioni-regionali-in-pizzeria.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/209/mondo-pizza.html">209</category>			</item>			<item>				<title>Amina e l'eredità del gusto: finalmente una bella cucina marocchina a Milano</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/42580/dallitalia/amina-e-leredita-del-gusto-finalmente-una-bella-cucina-marocchina-a-milano.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>In una citt&agrave; dove tutto tende a definirsi in fretta, <a href="https://aminaristorante.it/" rel="nofollow">Amina</a> sceglie di partire da qualcosa che richiede tempo: una storia. Il progetto prende forma nel 2023, quasi per gioco, da una conversazione tra <strong>Monir Eddardary</strong>&nbsp;- gi&agrave; nato per la sua partecipazione a <em>Masterchef </em>-&nbsp;e <strong>Alessia Liotta</strong>, oggi socia e anima organizzativa del ristorante. L&rsquo;idea di aprire un locale proprio arriva senza costruzioni strategiche, ma trova rapidamente una direzione concreta: un luogo raccolto, identitario, capace di raccontare una cucina personale prima ancora che etnica.</p>

<p><strong>Monir</strong> &egrave; figlio&nbsp;di un percorso stratificato. Anni nella ristorazione internazionale, tra Australia, Nuova Zelanda, Londra e Parigi, costruendo un&rsquo;idea precisa di ospitalit&agrave;. Poi il ritorno in Italia, il passaggio in cucina, la formazione e l&rsquo;esperienza come chef a domicilio, focalizzata soprattutto sulla cucina marocchina, quella che caratterizza le sue origini. Un percorso che non cerca scorciatoie e che, nel tempo, affina una cifra stilistica chiara. <strong>Alessia</strong>, con un background imprenditoriale e nell&rsquo;organizzazione di eventi, rappresenta l&rsquo;altro asse del progetto: gestione, visione, struttura. L&rsquo;equilibrio tra i due &egrave; uno degli elementi che rendono <em>Amina</em> un&rsquo;apertura consapevole, non improvvisata.</p>

<p>Il nome, per&ograve;, &egrave; il primo vero punto di accesso al ristorante. <strong>Amina</strong> &egrave; la zia di <strong>Monir</strong>&nbsp;nonch&eacute;&nbsp;figura centrale nella sua formazione gastronomica. &Egrave; con lei che la cucina marocchina entra nella sua quotidianit&agrave;, non come repertorio di ricette ma come gesto domestico, memoria, abitudine. La sua presenza nel ristorante &mdash; anche operativa, come prima assunzione &mdash; non &egrave; un dettaglio narrativo, ma un elemento fondativo. E infatti la cucina di <a href="https://aminaristorante.it/" rel="nofollow">Amina</a>&nbsp;- il ristorante - si costruisce esattamente su questa tensione,&nbsp;tra tradizione familiare e rilettura contemporanea.</p>

<p>Non c&rsquo;&egrave; volont&agrave; di replicare fedelmente la cucina marocchina, n&eacute; di occidentalizzarla in modo forzato. Il lavoro &egrave; pi&ugrave; sottile: mantenere l&rsquo;identit&agrave; dei piatti alleggerendone l&rsquo;impatto, lavorando sull&rsquo;equilibrio delle spezie e sulla leggibilit&agrave; del gusto. &Egrave; una tavola che nasce da una doppia appartenenza culturale e che prova a renderla un valore gastronomico, non un compromesso.</p>

<p>[[ima4]][[ima8]][[ima5]][[ima2]][[ima3]]Il menu si muove su riferimenti riconoscibili &mdash; <em>Bastila di pollo, Tajine di manzo con prugne</em>, vari tipi di cous cous &mdash; ma ogni piatto &egrave; filtrato attraverso questo approccio. Il cous cous chiamato <em>Fatima&nbsp;</em>(cotto lentamente al vapore, con carne di manzo e&nbsp;mix di verdure), dedicato alla nonna, &egrave; forse il punto pi&ugrave; esplicito di questo racconto: un piatto che tiene insieme tradizione, memoria e costruzione contemporanea.</p>

<p>Anche lo spazio contribuisce a definire l&rsquo;identit&agrave; del ristorante. Materiali come la terracotta, archi e <em>zellige&nbsp;</em>(l&#39;assemblaggio di piastrelle tagliate, in terracotta smaltata, che riproduce un disegno geometrico grazie alla tecnica della tassellatura. &Egrave; tipico del Maghreb e dell&#39;Andalusia araba) costruiscono un ambiente che richiama il Marocco senza cadere nella scenografia. L&rsquo;obiettivo non &egrave; ricreare un altrove in modo didascalico, ma suggerirlo, creando una distanza percettiva dalla citt&agrave;.</p>

<p>[[ima6]][[ima7]]Ma &egrave; nel servizio che emerge uno degli elementi pi&ugrave; interessanti del progetto. <a href="https://aminaristorante.it/" rel="nofollow">Amina</a> rifiuta deliberatamente il linguaggio del fine dining, scegliendo invece una dimensione pi&ugrave; informale. La convivialit&agrave;, centrale nella cultura marocchina, diventa qui un principio operativo: presenza in sala, dialogo con il cliente, racconto diretto dei piatti. Non &egrave; solo un&rsquo;atmosfera, &egrave; una presa di posizione. <em>Amina</em> &egrave; una soglia: non tra due luoghi, ma tra due tempi. Da una parte ci&ograve; che &egrave; stato tramandato senza essere scritto, dall&rsquo;altra ci&ograve; che trova una forma nuova senza tradirlo. E in quel punto preciso, dove passato e presente smettono di essere opposti e iniziano a parlarsi, succede qualcosa di raro: una cucina che non cerca di spiegarsi, ma semplicemente di restare.</p>

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<a href="https://aminaristorante.it/" rel="nofollow">Amina</a><br />
Via Giulio Romano 15 - Milano<br />
Tel. +39 333 3662858<br />
aminaristorante.it<br />
​Aperto solo a cena, chiuso la domenica</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/amina-monir-eddardary.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/42580/dallitalia/amina-e-leredita-del-gusto-finalmente-una-bella-cucina-marocchina-a-milano.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/dallitalia.html">44</category>			</item>			<item>				<title>Bollicine che sanno raccontare: undici consigli dai nostri esperti</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/136/42578/in-cantina/bollicine-che-sanno-raccontare-undici-consigli-dai-nostri-esperti.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>[[ima2]]<strong>Champagne &ldquo;Terranum&rdquo; Ros&eacute; de Saign&eacute;e Premier Cru Extra Brut - Louis Massing Champagne, Champagne | Francia</strong><br />
Dal 1936&nbsp;il fondatore&nbsp;<strong>Louis Massing</strong>&nbsp;crea questo gioiello enologico ad Avize. Oggi, gli 11 ettari sono composti da vigneti distesi anche tra Oger e Cramant. Il mantra aziendale si identifica con<em>&nbsp;il terroir come ingrediente</em>. Dal 1993 la terza generazione raccoglie il testimone.&nbsp;<strong>Estelle, Jean-Bernard&nbsp;</strong>e il loro figlio&nbsp;<strong>Julien</strong>&nbsp;vogliono creare Champagne dove la purezza colpisce e fa riflettere sulla vocazione del terroir. Lo Chardonnay rappresenta la maggior parte degli ettari vitati; tuttavia noi parleremo di&nbsp;<em>Terranum</em>.&nbsp;<em>Champagne Ros&eacute; de Saign&eacute;e Premier Cru Extra Brut</em>&nbsp; composto al 100% da Pinot Nero. Complessit&agrave; e stratificazione affascinante,&nbsp;&egrave; un vino non facile da comprendere anche se accompagna il degustatore in un viaggio esperienziale, palatale e olfattivo, su cui riflettere. Affinamento e fermentazione per il 70% in acciaio e il restante 30% in botti grandi, per poi sostare almeno altri 6/9 mesi in bottiglia prima di essere commercializzato. Questo&nbsp;<em>Ros&eacute; de Saignee Premier Cru Facon Extra Brut&nbsp;</em>&egrave; esuberante, frutti rossi come ciliegia in primis, che lo rendono piacevole soprattutto se servito ad una temperatura di 10&deg;-12&deg;C, non troppo freddo per godere di un bouquet in evoluzione. Must have nella propria cantina!<br />
<strong>Cinzia Benzi</strong></p>

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[[ima3]]<strong>Champagne Grand Cru Brut Nature Les Cray&egrave;res - Vauversin, Champagne | Francia</strong><br />
Agli appassionati di Champagne Blanc de Blancs viene la pelle d&rsquo;oca al solo scorgere la dicitura&nbsp;<em>Oger</em>&nbsp;stampigliata sulle etichette.&nbsp;<strong>Laurent Vauversin</strong>&nbsp;affianca il padre&nbsp;<strong>Bruno</strong>&nbsp;nella conduzione dei vigneti di Chardonnay del prestigioso comune della C&ocirc;te&nbsp;des Blancs. Le parcelle dei Vauversin sono state le prime a ottenere la certificazione biologica a Oger nel 2014: quelle che scoprirete, una volta che capiterete in visita, sono come delle vigne-giardino fittamente inerbite in cui a stento si intravede il suolo bianco abbagliante di gessi e marna calcarea. Lo&nbsp;<em>Champagne Grand Cru Brut Nature</em>&nbsp;(0 g/l di dosaggio) riflette nel nome&nbsp;la caratteristica dei terreni di provenienza,&nbsp;<em>Les Cray&egrave;res</em>, e si trascina dietro simbolicamente il biancore delle cave di gesso. Discrezione e garbo, ma anche incisivit&agrave; e profondit&agrave; sono le suggestioni che arrivano da questo splendido Blanc de Blancs, purtroppo prodotto in quantit&agrave; ancora confidenziali. Si scopre con l&rsquo;assaggio che lo Chardonnay di Oger dei Vauversin ha la giusta tempra per affrontare una fermentazione spontanea in barrique, un anno di maturazione del vino base sempre in barrique e almeno tre anni in bottiglia&nbsp;<em>sur lie</em>, per poi rivelarsi nel calice con uno scintillio di frutto dirompente e una stratificazione minerale, quasi materica ma briosa.<br />
<strong>Monica Coluccia</strong></p>

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[[ima4]]<strong>Spumante Metodo Classico &ldquo;Dady&rdquo; Dosaggio Zero - Divella, Lombardia</strong><br />
Nel territorio della&nbsp;Franciacorta, a&nbsp;Gussago,&nbsp;<strong>Alessandra Divella</strong>&nbsp;porta avanti un&rsquo;idea di Metodo Classico essenziale e rigorosa.&nbsp;<em>Dady</em>&nbsp;&egrave; l&rsquo;espressione di questo approccio: uno Chardonnay in purezza che nasce da una lavorazione attenta, dove ogni scelta &egrave; orientata alla precisione del risultato. La pressatura manuale nel torchio consente un&rsquo;estrazione delicata, preservando integrit&agrave; e qualit&agrave; del mosto, mentre la breve macerazione sulle bucce aggiunge una leggera struttura e contribuisce a definire il profilo del vino. L&rsquo;affinamento sui lieviti per 42 mesi favorisce poi lo sviluppo di complessit&agrave; aromatica e una tessitura pi&ugrave; articolata, mentre il dosaggio zero mantiene il profilo diretto. Nel bicchiere si distingue per un<em>&nbsp;perlage</em>&nbsp;fine e continuo; il profilo olfattivo richiama note tostate, ben integrate, accompagnate da una componente agrumata netta. Al palato &egrave; energico e teso, con una progressione lineare sostenuta da una freschezza marcata e da una chiara impronta minerale. La struttura &egrave; presente ma non invade, e lascia spazio a una chiusura pulita, precisa e persistente.&nbsp;<em>Dady</em>&nbsp;&egrave; un metodo classico che punta su equilibrio e definizione, unendo carattere e controllo espressivo senza eccessi.<br />
<strong>Stefania Oggioni</strong></p>

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[[ima5]]<strong>Champagne L&rsquo;Égar&eacute;e 2019 - Brocard Pierre, Champagne | Francia</strong><br />
La Maison vinifica in legno le cuv&eacute;e provenienti dagli 8 ettari di vigneti, lavorati con composti organici per conservare al meglio gli equilibri naturali e la biodiversit&agrave;. Situati a Hermonville, sul fianco di una collina esposta a sud, sud-est, e i terreni sabbiosi-argillosi, drenanti e minerali, costringono le radici ad affondarvisi per alimentare la vigna di elementi oligo-minerali. La&nbsp;<em>Cuv&eacute;e Influence</em>, che rappresenta lo stile della Maison ed &egrave; l&rsquo;eco del terroir, &egrave; un assemblaggio del 35% di Pinot Noir dalla parcella Les Fosselles, il 32% di Meunier da Les Couturelles e il 33% di Chardonnay&nbsp;da Les Fontenelles, con il 73% della vendemmia 2015 e il 27% di vini di riserva del 2014. La vinificazione avviene con lieviti indigeni, in barrique, senza lo svolgimento della malolattica e senza filtrazione. Dopo un affinamento di 4 anni sui lieviti, il&nbsp;<em>d&eacute;gorgement&nbsp;</em>&egrave; stato effettuato a novembre 2020 con un dosaggio di 4 g/l. All&rsquo;olfatto rivela profumi di fiori bianchi, sentori agrumati di limone candito, frutta bianca, note di cioccolato sino alle erbe aromatiche e&nbsp;speziature. L&rsquo;ingresso al palato &egrave; fresco, perfetto connubio tra l&rsquo;eleganza, la struttura decisa e la sapida freschezza della bollicina, con un finale che conferma le sensazioni olfattive.<br />
<strong>Manlio Giustiniani</strong></p>

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[[ima6]]<strong>Champagne Blanc de Noirs Extra Brut - Robert Barbichon, Champagne | Francia</strong><br />
La C&ocirc;te des Bar ha un legame speciale con il Pinot Nero, questo &egrave; indubbio: lo suggerisce la base ampelografica che caratterizza l&rsquo;area, ma anche&nbsp;la qualit&agrave; media dei Pinot Nero, che&nbsp;nella zona raggiungono maturit&agrave; e complessit&agrave; ottimali, tanto da permettere di modulare dosaggi sempre pi&ugrave; bassi, in linea con i gusti del mercato attuale (e dei cambiamenti climatici).&nbsp;<strong>Robert Barbichon</strong>&nbsp;fond&ograve; negli anni &lsquo;80 a Gy&eacute;-sur-Seine quello che &egrave; stato il coronamento di una storia di famiglia passata tra le vigne, piccoli fazzoletti di terra circostanti a quella che oggi &egrave; l&rsquo;azienda. Ad affiancarlo ci sono&nbsp;<strong>Thomas</strong>&nbsp;e&nbsp;<strong>Maxime</strong>&nbsp;che hanno contribuito a raggiungere un livello di consapevolezza ancora pi&ugrave; alto, continuando nel solco dell&rsquo;agricoltura biologica e biodinamica. Ovviamente il Pinot Nero &egrave; il protagonista, e non potrebbe essere altrimenti occupando quasi il 75% dei 9 ettari a disposizione. Lo &egrave; anche nel&nbsp;<em>Blanc de Noirs Extra Brut</em>, a maggioranza dalla vendemmia 2019.&nbsp;Dal grande impatto fruttato di mela rossa, l&rsquo;agrume dal pompelmo vira con decisione all&rsquo;arancia sanguinella, mentre subentra la florealit&agrave; della rosa e un tocco di cannella. Il sorso &egrave; di grande piacevolezza e precisione;&nbsp;tornano le note fruttate che sono sorrette da una vibrante acidit&agrave; che dona slancio. Giunonico.<br />
<strong>Alessio Pietrobattista</strong></p>

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[[ima7]]<strong>Spumante Brut Parej 2021 - Matteo Fenoglio, Piemonte</strong><br />
A Serravalle Langhe, a 762 metri di altitudine,&nbsp;<strong>Matteo Fenoglio</strong>&nbsp;ha costruito un progetto di forte radicalit&agrave; agricola e stilistica, dentro un paesaggio severo, di boschi, pendenze e vigne estreme.&nbsp;<em>Brut Parej 2021</em>&nbsp;&egrave; un Alta Langa da sole uve Pinot Nero che nasce da questo contesto e ne interpreta con coerenza il lato pi&ugrave; identitario. &Egrave; un Metodo Classico vinificato artigianalmente, con rifermentazione in bottiglia per 36 mesi sui lieviti non selezionati, sviluppati da&nbsp;<em>pied de cuve</em>,<em>&nbsp;remuage&nbsp;</em>manuale su&nbsp;<em>pupitre</em>, sboccatura &agrave; la vol&eacute;e e nessun solfito aggiunto. Tutto, qui, punta a non correggere il vino ma ad accompagnarlo, lasciandogli addosso la verit&agrave; del luogo. Nel calice si esprime con un profilo dinamico e stratificato: piccoli frutti rossi, agrumi come arancia sanguinella, fiori di campo, crosta di pane, nocciola e spezie leggere si intrecciano in un disegno dinamico. Il sorso &egrave; teso, vibrante, asciutto, sostenuto da una freschezza incisiva e da una chiusura sapida di encomiabile precisione. Uno spumante di altitudine, un Metodo Classico di carattere e territoriale, capace di tenere insieme slancio ed essenzialit&agrave;.<br />
<strong>Bruno Petronilli</strong></p>

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[[ima8]]<strong>Trentodoc &ldquo;Masnen -Vignal&rdquo; Extra Brut 2021 - Klinger Winery, Trentino</strong><br />
Correva il 1500 quando sulle assolate colline di Pressano, nel cuore delle Dolomiti, venne fondato un maso in prossimit&agrave; delle miniere d&rsquo;argento, l&igrave; dove il fragore dei picconi contro la roccia riecheggiava forte tra le valli, quel &ldquo;klingen&rdquo; (<em>risuonare</em>&nbsp;in tedesco), che forse ha ispirato il nome del maso stesso. Parliamo del&nbsp;<em>Maso Clinga</em>, quello che in questa rinomata zona vitivinicola&nbsp;<strong>Luigi Pilati</strong>&nbsp;acquist&ograve; nel 1921, scrivendo l&rsquo;incipit della storia che avrebbe visto i suoi i tre giovani bisnipoti,&nbsp;<strong>Enzo, Lorena</strong>&nbsp;e&nbsp;<strong>Umberto</strong>, dare vita all&rsquo;azienda vitivinicola&nbsp;<em>Klinger Winery</em>, un progetto ambizioso, inaugurato nel 2018, che seleziona e vinifica solo le particelle pi&ugrave; vocate, giovando di suoli diversificati, ottima esposizione e ventilazione costante. La collezione include etichette di spiccata complessit&agrave; aromatica, come il<em>&nbsp;Trentodoc &ldquo;Masnen &ndash; Vignal&rdquo;&nbsp;</em>che prende il nome da Masnani e Vignali, le due parcelle con suoli distinti, calcareo e argilloso, su cui crescono le viti di Chardonnay di 50 anni da cui origina; un Extra Brut la cui vinificazione avviene in acciaio e per una minor quota (15%) in botti di legno; la sosta sui lieviti &egrave; di 36 mesi. Colore dorato carico e bolla di spessore anticipano un naso fruttato e una spalla ricca per un sorso generoso e voluttuoso.&nbsp;<br />
<strong>Andrea Grignaffini</strong></p>

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[[ima9]]<strong>Etna Spumante Extra Brut 48 Mesi Bollenere - Antichi Vinai 1877, Sicilia</strong><br />
La data 1877 &egrave; impressa anche nel nome dell&rsquo;azienda: in quell&rsquo;anno&nbsp;<strong>Giacomo Gangemi&nbsp;</strong>eredita dagli avi alcuni terreni in contrada Altarello per dedicarsi alla produzione del vino. Con la moglie, poi, apre un&rsquo;osteria vicino a Mascali. Oltre al vino rosso, propone anche una bevanda ottenuta con lo stesso vino e la champagnetta (che in realt&agrave; era gazzosa), il risultato &ldquo;effervescente&rdquo; &egrave; un successo. All&rsquo;inizio del &lsquo;900 acquistano altri terreni nel versante est dell&rsquo;Etna, tra Giarre e Sant&rsquo;Alfio, nel versante nord, in contrada a Randazzo e a Passopisciaro. Nel 1990, poi, la quarta generazione della&nbsp;<strong>famiglia Gangemi&nbsp;</strong>punta tutto sul vino, con il nuovo marchio&nbsp;<em>&ldquo;Antichi Vinai 1877&rdquo;.</em>&nbsp;L&rsquo;azienda ha creduto molto nelle potenzialit&agrave; del Nerello Mascalese spumantizzato, con la linea<em>&nbsp;Bollenere</em>, nome che richiama proprio il vulcano e il Nerello. In particolare, &egrave; piaciuto per equilibrio l&rsquo;<em>Extra Brut 48 mesi</em>: le uve provengono dal versante nord dell&rsquo;Etna, tra Castiglione di Sicilia e Randazzo, su terreni sabbiosi di origine lavica, con grandi escursioni termiche tra il giorno e la notte. Questo consente di avere un vino dall&rsquo;ottima espressivit&agrave; aromatica, che sposa la sapidit&agrave; data dai terreni, per una bollicina di struttura e profondit&agrave;.<br />
<strong>Raffaele Foglia</strong></p>

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[[ima10]]<strong>Valdobbiadene Prosecco Superiore Docg Brut &quot;Nani Dei Berti&quot;- Follador, Veneto</strong><br />
Sono trascorsi oltre due secoli e mezzo da quando degli ultimi reggenti di Venezia, il Doge Alvise IV della casata dei Mocenigo, riconobbe e attest&ograve; l&rsquo;eccellenza dei vini prodotti da&nbsp;<strong>Giovanni Follador</strong>, che in quell&rsquo;epoca lontana destin&ograve; a vigneto tutte le proprie terre, dando origine a una storia che si &egrave; tramandata fino a oggi. La vinificazione &egrave; svolta seguendo il &quot;metodo Gianfranco Follador&quot;, depositato a tutela della sua esclusivit&agrave;, che prevede specifici passaggi nella fase iniziale della vinificazione.<strong>&nbsp;Follador,</strong>&nbsp;inoltre, &egrave; stata la prima azienda nel Valdobbiadene a sperimentare il&nbsp;<em>sistema Krios</em>&nbsp;per la criomacerazione. Il Valdobbiadene Prosecco Superiore Docg Brut &quot;Nani Dei Berti&quot; &egrave; un omaggio all&#39;energia e all&#39;intraprendenza di&nbsp;<strong>Giovanni Follador,</strong>&nbsp;padre di&nbsp;<strong>Gianfranco</strong>, cos&igrave; soprannominato. Frutto di una rifermentazione con Charmat lungo (6 mesi) delle uve Glera provenienti dall&#39;area di Col San Martino, &egrave; un vino dai profumi di fiori di biancospino, agrumi e pera, con sottili note di mandorla di sottofondo e un sorso brioso e accattivante, con piacevoli ritorni agrumati nel finale.<br />
<strong>Adele Granieri</strong></p>

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[[ima11]]<strong>Champagne Grand Cru Blanc de Blancs Infini - Champagne Mallol, Champagne | Francia</strong><br />
La storia di questa Maison champanoise risale agli albori del XX secolo e ha origine da due famiglie che risiedevano a pochi chilometri di distanza, i&nbsp;<strong>Mallol</strong>&nbsp;e i&nbsp;<strong>Gantois</strong>. Di generazione in genazione, il domain si &egrave; tramandato fino a&nbsp;<strong>Gr&eacute;gory Mallon</strong>&nbsp;che, dal 2015, gestisce l&rsquo;azienda di famiglia, con spirito costruttivo e rigoroso, assieme alla moglie&nbsp;<strong>Estelle</strong>, dotata di estro e sensibilit&agrave; artistica. Dalla sinergia dei loro temperamenti nasce la nuova era di&nbsp;<em>Champagne Mallon</em>&nbsp;(nuova tinaia e rinnovamento del centro pressatura; ampliamento della cantina; rinnovo di marchio e&nbsp;packaging) che ambisce a diventare un attore di primo piano della C&ocirc;te des Blancs dove possiede otto ettari, distribuiti in una trentina di parcelle, tra i villaggi Grand Cru di Cramant - qui anche la sede - Chouilly, Oger, Avize, Le Mesnil-sur-Oger, Oiry. Per i coniugi Mallon, rispettare il terroir significa rispettare l&rsquo;ecosistema sviluppando una viticoltura sostenibile, limitando il pi&ugrave; possibile i trattamenti fitosanitari, il consumo di energia e acqua. Nella bella gamma degustata, segnaliamo il&nbsp;<em>Blanc de Blancs Infini&nbsp;</em>(trentasei mesi sui lieviti, sboccatura gennaio 2024, 6 g/l). Giallo dorato brillante; profumi di agrumi, burro e crosta di pane; assaggio fresco, sapido, fine; equilibrato, persistente, armonico.<br />
<strong>Luca Torretta</strong></p>

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[[ima12]]<strong>Neobeunae Spumante Bianco Brut - Chateau Nadri, Corea del Sud</strong><br />
La Corea del Sud sta percorrendo le strade per giungere a&nbsp;un panorama vitivinicolo riconosciuto a livello internazionale.&nbsp;Crescita lenta ma dinamica, sviluppatasi dagli anni &#39;90 in regioni fresche come Gangwon-do, con circa 2.500 ettari vitati principalmente a ibridi resistenti. L&#39;influenza francese &egrave; marcata: enologi da Champagne e Bordeaux hanno formato enologi e cantinieri locali, trasferendo&nbsp;<em>know-how</em>&nbsp;anche sulla spumantizzazione, come il metodo Charmat.&nbsp;<em>Chateau Nadri</em>&nbsp;si trova a Hongcheon, Gangwon-do, a circa 120 km a est di Seoul (1,5-2 ore di&nbsp;auto via autostrada Yeongdong), su colline ventilate a 300-500m s.l.m., con microclima fresco ideale per bianchi aromatici. Cheonghyang &egrave; un vitigno bianco coreano, brevettato dall&#39;<em>Istituto Agrario Gangwon</em>: acini piccoli, buccia spessa, maturazione precoce;&nbsp;<em>muscat-like&nbsp;</em>per aromi intensi di mela verde, pera, pesca bianca, agrumi e fiori rossi, con acidit&agrave; viva adatta a spumanti.&nbsp;<em>Neobeunae Spumante Bianco Brut</em>&nbsp;&egrave; il primo spumante coreano metodo Charmat&nbsp;100% a base di Cheonghyang: dorato brillante con &nbsp;bolle fini e cremose, fresco, fruttato, equilibrato, mediamente persistente. Lo si abbina con piacere ad aperitivi estivi, sushi/sashimi, dim sum, e a&nbsp;un buon BBQ coreano (samgyeopsal).<br />
<strong>Luca Turner</strong></p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/fotojet-502.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/136/42578/in-cantina/bollicine-che-sanno-raccontare-undici-consigli-dai-nostri-esperti.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/136/in-cantina.html">136</category>			</item>			<item>				<title>Il segno del viaggio di Marco Feltrin, nel suo ristorante Feria</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/42573/dallitalia/il-segno-del-viaggio-di-marco-feltrin-nel-suo-ristorante-feria.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Il mondo quando lo attraversi te lo porti dentro. E mentre questo si sedimenta mediante i sapori, inevitabilmente muta la percezione del gusto e dell&rsquo;assemblarsi degli ingredienti tra le mani del cuoco. E poi?</p>

<p><strong>Marco Feltrin</strong>, trevigiano, l&rsquo;Italia la lascia oltre 10 anni fa: era ancora un ragazzino, ma gi&agrave; sapeva che il mondo lo avrebbe messo in tasca faticando, e al contempo soddisfacendo quella voglia di viaggio, vivendo a pieni polmoni il luogo di approdo, di volta in volta, anche attraverso le cucine nelle quali avrebbe lavorato.</p>

<p>Inizia da un ambiente &quot;classicheggiante&quot;, a Londra, nelle cucine dell&#39;<em>Harry&#39;s Bar</em>, quindi al bistellato <em>Hibiscus </em>di <strong>Claude Bosi </strong>e poi all&#39;<em>Apsley</em>,&nbsp;alla corte di <strong>Heinz Beck</strong>, dove assimila tecnica, rigore, precisione; tutto utile, tutto prezioso, ma quel che gli serviva era una sferzata decisa, un cambio netto di approccio al gusto, meno pulito, pi&ugrave; contaminato e lo ritrova nelle cucine del <em>Nobu</em>, ancora nella capitale del Regno Unito: quel contatto immediato con acidit&agrave; molto pi&ugrave; marcate, l&rsquo;uso delle spezie e di ingredienti che si allontanano dalla tradizionale dispensa occidentale, la stratificazione di sapori, divengono uno stimolo, e l&rsquo;invito a non fermarsi, ma a intraprendere da l&igrave; un percorso di scoperta, ogni oltre confine. E spicca il volo: quanto gli ha insegnato l&rsquo;Australia, quanta apertura mentale in cucina, ma soprattutto tra gli ospiti, tra coloro i quali, a differenza di noi italiani -&nbsp;confessiamolo -, non subiscono il peso di una tradizione che in molti casi rende diffidenti, o comunque meno stimolati a esplorare. Senza radici, senza una vera cultura gastronomica - che diviene a tutti gli effetti identit&agrave; -, il palato vive il gusto con maggiore &ldquo;flessibilit&agrave;&rdquo;, e lo investiga senza lasciarsi intimorire.</p>

<p>C&rsquo;&egrave; un tempo a Singapore assieme a tanta, tanta Asia tra i viaggi di <strong>Marco</strong>, ma c&rsquo;&egrave; anche una famiglia che viene formandosi, e se da singoli avventurarsi senza troppi programmi non implica complicazioni, quando nella vita si affaccia qualcun altro, occorre trovare una nuova stabilit&agrave;. Il covid, in questo senso, accelera il processo e <strong>Marco</strong> decide di rientrare in Italia, a casa sua, dove nel 2022, alle porte di Treviso inaugura il suo ristorante <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/36098/ristoranti/feria.html" target="_blank">Feria</a>.</p>

<p>[[ima2]]Non siamo pi&ugrave; in un angolo remoto nel mondo, ma nella periferia di questa citt&agrave;-bomboniera del Veneto, dove <strong>Marco</strong>&nbsp;in cucina, parte con estrema morbidezza perch&eacute; sa di non poter premere a fondo sull&rsquo;acceleratore. Occorre farsi conoscere, capire in che direzione andare, e come vincere quella diffidenza che, per certi versi, persiste ancora, almeno fino a quando non ci si accomoda. Sono in tanti, infatti, ad avere ancora un&rsquo;idea confusa sulla sostanza di questa insegna: cucina indonesiana, indiana, cinese o giapponese? Spinte piccanti incontrollabili? Ingredienti rari e quindi impossibili da comprendere? Insomma, muri invalicabili?</p>

<p>[[ima5]]Vi rassicuriamo immediatamente: la cucina di <em>Feria</em>, una<em> festa</em> per il palato, non &egrave; niente di tutto questo, o meglio lo &egrave; nelle dosi in cui, l&rsquo;intelligenza palatale di<strong>&nbsp;Feltrin</strong> lo guida nel plasmare ogni piatto con lucidit&agrave;, focalizzandosi pi&ugrave; sull&rsquo;armonia che deve crearsi alla fine dell&rsquo;assaggio, meno&nbsp;sulla necessit&agrave; di orientarsi necessariamente verso&nbsp;timbri aromatici esasperati.</p>

<p>Si distacca raramente dai fuochi<strong> Feltrin</strong> - brace soprattutto -, mentre intorno ci si lascia inebriare dal profumo di mais tostato, note dolci e un po&rsquo; erbacee insieme, e un servizio cordiale, ben ritmato.</p>

<p>[[ima3]]&Egrave; un ambiente che proietta altrove, e di colpo pare di ritrovarsi in una lontana foresta tropicale.</p>

<p>[[ima4]]Motivo centrale dell&#39;esperienza&nbsp;perseguita da&nbsp;<strong>Marco </strong>&egrave; l&#39;intensit&agrave;, e lo dichiara sin dai primissimi assaggi: un&nbsp;<em>Tacos</em>&nbsp;con farina di tapioca, emulsione di lime, cavolo cappuccio e vinaigrette al peperoncino, o il tipico street food orientale, a base di frutta acerba ripassata al bbq, in questo caso del <em>mango</em>, condito con polvere di gambero - sapidit&agrave; iodata, quasi salmastra - e sommacco, ma soprattutto la <em>Cozza affumicata</em> farcita con stracotto di riso di cozze e ketchup di soia piccante: ecco che le sfumature accese non sono mai elemento dominante; il piccante &egrave; piuttosto un equilibratore quando la citricit&agrave; non riesce ad assolvere il compito di apportare freschezza, e occorre sollevare, animare il transito del boccone sul palato, prima di passare al successivo.</p>

<p>[[ima9]]Come accade, per esempio, nel <em>riso jasmine</em> che accompagna l&rsquo;ultimo degli assaggi sapidi, semplice, pulito, perch&eacute; viene presto raggiunto da un kebab di testa e coda di rana pescatrice condito con un mix di curcuma e lime, e in cima, una salsa al pomodoro, peperoncino e coriandolo: ebbene, questo calore &ndash; ma anche la persistenza aromatica del coriandolo - spezza la ripetizione del riso, assorbendo e mitigando, inoltre, la robustezza del curry nero e il fondo bruno di shiitake e pesce che condisce la rana pescatrice, proteina intensa, frollata due settimane, cos&igrave; da asciugare le carni e rimuovere i liquidi in eccesso.</p>

<p>[[ima7]]Poi, non &egrave; sempre calore ci&ograve; che le spezie producono incontrandosi, perch&eacute; il brodo con pepe lungo di Java che attraversa un <em>dumpling cinese ripieno di maiale al curry</em>, in realt&agrave; converge pi&ugrave; verso note agrumate, dolci, dalla piccantezza calda e leggera, fino ad abbracciare la liquirizia, l&rsquo;anice.</p>

<p>Come un viaggio, la bellezza si rivela nell&rsquo;inatteso e nell&rsquo;armonia che ci si porta dietro sul finale. Come inattese sono le sensazioni che ritroviamo in una fase precisa del percorso, i primi piatti: abbandonati i confini sicuri della tradizione, alla pasta fresca nostrana,&nbsp;subentrano succosi ravioli cinesi; al tajarin, noodles tirati a mano, sottili sottili.</p>

<p>[[ima8]]&Egrave; quasi immediato qui, il contatto con la memoria di uno spaghetto alle vongole, protagoniste nell&rsquo;emulsione al limone nero che condisce gli spaghettini orientali, bagnati da un brodo di limone nero, impreziositi da cicale di mare, polvere di aglio nero e maggiorana. Il citrico argina&nbsp;il mare, senza intaccare la profondit&agrave; della polpa di cicale mentre la maggiorana inietta una vibrazione vegetale che ripulisce il palato.</p>

<p>[[ima6]]Una coerenza narrativa rispettata fino alla fine, dessert compreso: a ispirarlo &egrave; una <em>kretek</em>, una sigaretta indonesiana aromatizzata ai&nbsp;chiodi&nbsp;di garofano la cui forza affumicata viene riprodotta mediante un sorbetto al<em> laspagn souchong</em>, un t&egrave; nero cinese, ingolosito da ganache di cacao e chiodo di garofano, crumble al cacao salato e prugna, tocco succoso. Il fumo, la spezia, in questo caso pungenti, decisi, intervallano l&rsquo;avvolgenza del cioccolato e danno ritmo a questo fine pasto intrigante, che lascia la bocca fumosa, quasi &quot;impastata&quot; di un fumatore.</p>

<p>Quello di <em>Feria</em> &egrave;&nbsp;un viaggio&nbsp;di cui ricorderemo pochi dettagli, eppure ogni traccia di novit&agrave; sensibilizzer&agrave; il nostro palato, fino all&#39;intero essere, invitandolo a non vivere di confini sicuri; verr&agrave; voglia di viaggiare e sperimentare ancora, cosa che ora anche <strong>Marco </strong>fa con maggiore audacia e sicurezza, senza risparmiarsi. Da Treviso, ai&nbsp;confini del mondo.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/feria-foto-1.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/42573/dallitalia/il-segno-del-viaggio-di-marco-feltrin-nel-suo-ristorante-feria.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/dallitalia.html">44</category>			</item>			<item>				<title>Due fratelli, due mondi e una sola missione: resistere a Montescaglioso</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/42567/dallitalia/due-fratelli-due-mondi-e-una-sola-missione-resistere-a-montescaglioso.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Montescaglioso &egrave; un piccolo borgo della Basilicata.</p>

<p>Per chi &egrave; cresciuto nella provincia di Foggia, questo &egrave; sempre stato un luogo immaginario. Non a caso, quando i vecchi del paese volevano indicare qualcosa di talmente lontano da risultare quasi irraggiungibile, la frase utilizzata era sempre quella: &laquo;Mo&rsquo; dobbiamo andare fino a MonteScaglioso?!&raquo;</p>

<p>Un po&rsquo; come se fosse l&rsquo;ultimo lembo del mondo conosciuto, un punto indefinito sulla mappa, pi&ugrave; un modo di dire che un posto reale.</p>

<p>Poi un giorno, nel corso di un evento dedicato alla valorizzazione enogastronomica territoriale, ecco un giovane chef proprio di Montescaglioso. Propone un piatto di lenticchie. Non il solito, perch&eacute; al suo interno tratteneva <em>pepe di Sichuan, funghi e limoni fermentati</em>, salse e acidit&agrave; calibrate, un equilibrio sorprendente di tecniche e sensibilit&agrave;. Ci&ograve; che bastava per programmare una visita e prendere consapevolezza del fatto che non solo Montescaglioso esistesse per davvero, ma che l&igrave; c&rsquo;era molto pi&ugrave; di quanto potessimo immaginare.</p>

<p>Il paesino accoglie poco pi&ugrave; di novemila abitanti, adagiato su un crinale che guarda la Murgia materana. Una comunit&agrave; piccola, segnata come tante dal calo demografico e dallo spopolamento giovanile, ma con una storia enorme sulle spalle. Nel 2004 il Presidente della Repubblica le ha conferito il titolo di Citt&agrave;, riconoscendone il valore storico e monumentale: l&rsquo;Abbazia benedettina di San Michele &egrave; uno dei complessi monastici pi&ugrave; importanti del Sud Italia, e l&rsquo;intero centro storico custodisce tracce che vanno dall&rsquo;et&agrave; magnogreca al Medioevo normanno. Eppure questo non basta a trattenere le persone, i giovani in particolare.</p>

<p>E proprio a motivo di ci&ograve;, l&rsquo;idea di aprire un ristorante contemporaneo qui assume il sapore di una scelta radicale, a met&agrave; tra il coraggio e la follia, fatta da due fratelli, <strong>Francesco</strong> e <strong>Raffaele Leone</strong>, che qui hanno deciso di tornare e costruire un progetto unico nel suo genere: <a href="https://birrificioresist.com/locale/" rel="nofollow" target="_blank">Res Lab Food &amp; Beer.</a></p>

<p>[[ima3]]<strong>Raffaele</strong> &egrave; il mastro birraio. Liceo scientifico, laurea triennale e specialistica in Biotecnologie con indirizzo Sicurezza degli Alimenti, un passaggio in Emilia-Romagna in una clinica veterinaria, poi il rientro a casa e la ripresa dell&rsquo;azienda agricola di famiglia. Da l&igrave; nasce <em>R-Esist</em>, il birrificio, e da <em>R-Esist</em> il format che oggi unisce laboratorio brassicolo e cucina contemporanea.</p>

<p>La produzione avviene in un&rsquo;antica cantina monastica del 1200, con un impianto semi-manuale a due tini da 10 ettolitri in doppia cotta: <em>Exodus </em>(British Golden Ale), <em>Montezuma</em> (Belgian Pale Ale), <em>Horses</em> (IPA) e le stagionali, come la <em>Demetra</em>, una <em>Fruit Weiss alla</em> <em>fragola Candonga di Policoro</em>. &Egrave; una birra realizzata seguendone ogni fase, modellandola come un prodotto agricolo, prima ancora che gastronomico.</p>

<p>[[ima2]]<strong>Francesco</strong>, invece, arriva alla cucina per un percorso tortuoso. Dopo gli studi in Scienze Politiche, parte da Roma come lavapiatti e cresce nella ristorazione tradizionale della citt&agrave;. Il cambio di passo arriva con <strong>Adriano Baldassarre</strong> al <em>Ristorante Tordomatto</em> (Roma), per poi seguire una sua consulenza in Lussemburgo. Tornato in Italia, lavora in un bistrot italo-francese ancora una volta nella Capitale, prima della svolta determinante: l&rsquo;approdo a Copenaghen al <em>Ristorante Rel&aelig; </em>di <strong>Christian Puglisi</strong>, una delle esperienze pi&ugrave; formative della sua carriera, dove scopre fermentazioni, koji e il minimalismo nordico.</p>

<p>[[ima6]]E il viaggio - ma soprattutto lo studio - avanza a partire da <em>R&AElig;ST &ndash; Fermented Restaurant</em> (T&oacute;rshavn, Isole Faroe), tempio della fermentazione nordica; c&#39;&egrave; ancora Copenaghen, quindi il <em>Xokol</em> a Guadalajara, Messico, con <strong>Oscar Segundo</strong>, e due mesi di immersione nella cultura delle fermentazioni latine, fino a un&rsquo;ultima tappa recentissima al <em>Kadeau </em>(Copenaghen), due stelle Michelin, per continuare il suo percorso di ricerca. Ogni anno, infatti, dedica settimane allo studio, perch&eacute; lavorando da solo sente il bisogno di restare aggiornato.</p>

<p>[[ima9]]<br />
<em>Res Lab</em>, dunque, &egrave; il punto di incontro tra questi due mondi: da una parte la birra, dall&rsquo;altra una cucina fortemente personale, che vive di fermentazioni, maturazioni, letture asiatiche e sensibilit&agrave; nord-europea applicate agli ingredienti lucani.</p>

<p>[[ima8]]Si parte con il <em>Tonno rosso kombujime akami</em>, maturato per qualche giorno tra due fogli di alga kombu, poi tagliato e condito con un estratto di gazpacho fermentato e chiarificato. A chiudere, gocce di acidificato di umeboshi, il liquido delle prugne acerbe in fermentazione. Un piatto essenziale, &ldquo;tridimensionale&rdquo; in termini di gusto, giapponese nei gesti, mediterraneo nel respiro.</p>

<p>[[ima7]]La <em>Battuta di podolica</em>, invece, viene condita con un <em>kosho di limone</em> &ndash; una pasta fermentata di agrumi e peperoncino &ndash; poi un&rsquo;emulsione di foglie di fico e una polvere di fiori di elicrisio, pianta spontanea dei loro terreni. &Egrave; un esempio perfetto della cucina di <em>Res Lab</em>: locale, ma senza provincialismi; contaminata, ma senza vezzi.</p>

<p>[[ima4]]La <em>Verza maturata</em>, viene cotta al vapore, poi fatta riposare dieci giorni a temperatura e umidit&agrave; controllata, quindi passata alla brace con una glassa di miso di pomodoro. Chiude un&rsquo;emulsione di anacardi e umeboshi di fichi acerbi (ovvero una fermentazione di fichi e foglie di shiso). Un piatto che racconta la sua passione per la maturazione vegetale, per la profondit&agrave; dei sapori e per un&rsquo;idea &ldquo;nordica&rdquo; applicata al territorio lucano.</p>

<p>[[ima5]]Lo <em>Spaghettino</em> &egrave; un viaggio: viene mantecato con burro e <em>laogangma</em> (una preparazione cinese con peperoncino, arachidi, pepe di Sichuan), poi raggiunto da un brodo &ldquo;centenario&rdquo; di pesce azzurro, trattato come un lievito madre e rinfrescato ogni settimana. A finire, la <em>Truffle seaweed</em>, un&rsquo;alga raccolta alle isole Faroe e messa a fermentare per poter avere una lunga conservazione e mantenere l&rsquo;aroma tartufato.</p>

<p>Sorge spontanea una domanda, allora: <strong>quanto &egrave; difficile fare quello che fanno i fratelli Leone nel loro territorio?</strong><br />
A rispondere &egrave; <strong>Francesco</strong>: &laquo;Fare cucina contemporanea qui &egrave; complicato, spesso logorante. In un luogo dove il pubblico locale &egrave; ancora legato ai canoni tradizionali, chi propone una cucina libera e contaminata finisce spesso per essere percepito come &ldquo;strano&rdquo;. La difficolt&agrave; non &egrave; solo confrontarsi con la tradizione, ma con un certo bigottismo gastronomico radicato. Ci si sente, a tratti, come dei Don Chisciotte contro i mulini a vento&raquo;.</p>

<p>Eppure &egrave; proprio in quella resistenza, in quella ostinazione necessaria, che si misura il senso del progetto: andare avanti comunque, perch&eacute; qualcuno deve pur farlo.</p>

<p>Da <em>Res Lab</em>, al tavolo, osserviamo <strong>Raffaele</strong> lavorare nel laboratorio brassicolo a vista e, intanto, sentiamo <strong>Francesco </strong>raccontare un menu che muta con le stagioni. Vediamo una cantina del 1200 recuperata, segnata dalla storia e allo stesso tempo assaporiamo fermentazioni, alghe, birre lucane, verdure maturate, piatti che non ci si aspetta in un borgo come questo. E allora comprendiamo che la loro non &egrave; una semplice apertura, ma un atto di resistenza. Un modo diverso di appartenere alla propria terra.</p>

<p>Oggi Montescaglioso &egrave; una realt&agrave; concreta, e proprio l&igrave; i due fratelli hanno deciso di tornare, nel punto pi&ugrave; improbabile della mappa, per costruire un progetto che parla di futuro. Con coraggio. E un pizzico di sana follia.</p>

<p>&nbsp;</p>

<p><a href="http:// https://birrificioresist.com/" rel="nofollow" target="_blank">Res Lab Food &amp; Beer - Birrificio Resist</a><br />
Via S. Giovanni Lovento, 1, 75024 Montescaglioso MT</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/fratelli-leone-apertura.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/42567/dallitalia/due-fratelli-due-mondi-e-una-sola-missione-resistere-a-montescaglioso.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/dallitalia.html">44</category>			</item>			<item>				<title>Barolo Vajra 2022, il piacere dell’immediatezza</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/136/42568/in-cantina/barolo-vajra-2022-il-piacere-dellimmediatezza.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Il tempo sa riannodare i fili, ma &egrave; con la complicit&agrave; della natura e dell&rsquo;uomo che tutto torna. Questo pensiero affiora, mentre <strong>Francesca Vaira</strong> ci fa incontrare l&rsquo;annata 2022 attraverso il webinar dedicato al <em>Barolo </em>di <a href="http://www.gdvajra.it/it/homepage" rel="nofollow">Gd Vajra</a> e ribattezzato &ldquo;Il piacere dell&rsquo;immediatezza&rdquo;: i suoi occhi brillano, probabilmente come accadeva a nonno <strong>Carlin</strong>.&nbsp;Lei narra di pap&agrave; <strong>Aldo</strong> (che proprio guardando l&rsquo;avo lavorare ha voluto seguirne le orme) e mamma <strong>Milena</strong>, dei fratelli <strong>Isidoro </strong>e <strong>Giuseppe</strong>, e porge un altro filo che si stacca e poi si inserisce in armonia, cinquant&rsquo;anni dopo. Dietro quell&rsquo;armonia, si respira quella che chiama la &laquo;fiducia del contadino&raquo;, la formula di vita che ti fa sentire minuscolo sotto un immenso cielo con le sue benedizioni e i suoi pericoli, eppure aiuta a cogliere la grandezza del cammino a cui hanno partecipato e parteciperanno tanti. Che ti spinge anche ad affidare ai semi nel periodo apparentemente pi&ugrave; duro, quale l&rsquo;inverno.</p>

<p>C&rsquo;&egrave; l&rsquo;attualit&agrave;, corre l&rsquo;immediatezza. Un&rsquo;annata che viene scoperta insieme e comunica gi&agrave; messaggi importanti, ma promette anche di raccontare altre pagine, altre sensazioni con l&rsquo;attesa. &laquo;Abbiamo gi&agrave; iniziato a mettere sotto i riflettori la 2022 gi&agrave; dallo scorso anno &ndash; racconta Francesca<strong> </strong>- Quando parliamo di <em>Nebbiolo</em>, i primi mesi sono quelli in cui si vede un&rsquo;evoluzione incredibile. Per noi &egrave; stata la cinquantesima vinificazione di nostro pap&agrave; ed &egrave; stata un&rsquo;annata importante, &egrave; sempre da brivido quando arrivi a questi traguardi&raquo;.&nbsp;<br />
<br />
Torniamo allora indietro di mezzo secolo: che annata terribile la 1972. &laquo;Tantissima pioggia &ndash; rammenta Francesca &ndash; L&rsquo;uva faceva fatica a maturare, i commercianti quell&rsquo;anno non si dicevano interessati a comprarla da nessuno in zona. Sapevano che la qualit&agrave; era scarsa, ma soprattutto iniziava la guerra dei prezzi&raquo;.</p>

<p>Tornando, gli stessi commercianti offrivano infatti cifre irrisorie. Aldo<strong> </strong>si rende conto che il costo della manodopera &egrave; superiore a quanto gli viene proposto: compie una scelta coraggiosa, quella di fermarsi. Se pensi di poter far meglio, ti do i soldi, si sente rispondere dal padre. E lui non esita: con quel denaro compra la prima botte, la prima diraspatrice, e ancora la pompa, il torchio. &Egrave; quello che Francesca<strong> </strong>definisce un &laquo;kit di sopravvivenza della vinificazione base&raquo;. &nbsp;Come spesso accade, un ostacolo si tramuta in un&rsquo;opportunit&agrave;: in questo caso, la chance di lavorare in un certo modo, come si era maturato anche dalle esperienze oltre la terra, ovvero all&rsquo;universit&agrave;. Silenziose regole di costruzione del futuro: &laquo;Non devi raccogliere basandoti sul tuo vicino. Poi, attenzione a pulizia e controllo delle temperature, mentre qui la gente era talmente povera che se la botte non avesse perso, non la avrebbe cambiata&hellip; E qualit&agrave; ottima dell&rsquo;uva&raquo;.</p>

<p>[[ima2]]Mezzo secolo dopo, un meteo capovolto. All&rsquo;annata 2021, cos&igrave; siccitosa, segue una 2022 non da meno e si impone un interrogativo: come aiutare le viti? &laquo;Un fattore chiave &egrave; lavorare con vecchie piante, quindi con un apparato radicale in grado di farlo nel lungo periodo &ndash; spiega Francesca Vaira &ndash; Siamo poi tornati a una vecchia tecnica, quella dell&rsquo;arcapl&eacute;. Quando la pianta raggiunge il massimo sviluppo, la parte apicale della pianta viene arrotolata su quella pi&ugrave; alta del vigneto. L&rsquo;energia va cos&igrave; concentrata nel frutto, non dispersa nella crescita&raquo;. Anche la gestione della chioma ha consentito di preservare i grappoli dall&rsquo;invadenza solare e di contenere l&rsquo;evaporazione.</p>

<p>Il primo carico arrivato era lampante: la resa era molto bassa.&nbsp;In cantina si avverte cos&igrave; la necessit&agrave; di accrescere una selezione che gi&agrave; d&rsquo;abitudine &egrave; meticolosa. Di solito, vengono effettuate tre cernite, ma per l&rsquo;annata 2022 non bastano pi&ugrave;. &laquo;Abbiamo aggiunto un tavolo di cernita vibrante &ndash; sottolinea Francesca Vaira &ndash; gi&agrave; in quella fase si possono togliere eventuali acini leggermente bruciati o appassiti grazie alle vibrazioni. Poi la diraspatrice che si chiama Dream ed &egrave; veramente un sogno. Come si &egrave; raddoppiato un tavolo di cernita, dal 2022, dove a mano si sono tolti gli ultimi acini che non si adattavano a ci&ograve; che volevamo&raquo;. La freschezza &egrave; un tema chiave, ma c&rsquo;&egrave; di pi&ugrave;, ancora: &laquo;Preservare il senso del luogo, per questo fare tante macerazioni veloci non porta a ci&ograve;&raquo;.</p>

<p>I vini si uniscono al racconto di chi li produce. Partendo da <em>G.D. Vajra, Barolo Docg&nbsp;Albe&nbsp;2022</em>. L&rsquo;etichetta, realizzata da padre <strong>Costantino Ruggeri</strong>, &laquo;che ci ha sempre pungolati a stare lontano dalla mediocrit&agrave;&raquo;, &egrave; carica di colori, ma soprattutto di un desiderio: &laquo;Tornare a un <em>Barolo</em> della tradizione, di grandissima qualit&agrave;. Viene dalle tre albe sul Bricco delle Viole, il cru storico pi&ugrave; alto e occidentale&raquo;.&nbsp;</p>

<p>Vecchie viti, sbalzo termico, dialogo tra vigna e cantina, affinamenti pi&ugrave; corti in annate simili: le note si posano sullo spartito di questo cammino familiare, un tutt&rsquo;uno con la sua squadra. &laquo;Siamo contadini, &egrave; la nostra fortuna, non devi far vincere il tuo ego e devi saper cambiare le tue convinzioni&raquo; sorride la viticoltrice.&nbsp;<br />
<br />
Ci spostiamo su <em>G.D. Vajra, Barolo Docg Coste di Rose&nbsp;2022</em>. &laquo;In questo appezzamento arriviamo a oltre il 90% di sabbia - dice Francesca mostrando un campione &ndash; Quest&rsquo;anno abbiamo terminato lavori di consolidamento, scendendo in profondit&agrave; per raggiungere le marne, dove le radici &ldquo;strappano&rdquo; l&rsquo;acqua&raquo;. Esposizione Sud Est, la sabbia fa temere per il calore, anche se il sole arriva nella prima parte del giorno. Note di ciliegia e prugna accolgono, ma si declinano anche in una freschezza e in un&rsquo;eleganza speciali.</p>

<p>Con <em>Ravera</em>, a Novello, prendono spazio le argille con la loro pienezza, in una conca aperta alle alpi liguri: il frutto si fa notare con la sua succosit&agrave; e l&rsquo;immediatezza &egrave; avvincente.</p>

<p>Ancora, <em>Bricco delle Viole&nbsp;</em>2022, dove il fiore &egrave; protagonista con garbo accanto ai frutti di bosco e il tannino ha un suo incedere rispettoso.</p>

<p>[[ima3]]Quindi ci si sposta su un altro affascinante capitolo di storia, quello di <em>Luigi Baudana</em>, dove il restyling delle etichette svela un impegno pi&ugrave; solido che mai. &laquo;Nel 2008 ci buss&ograve; per prendere in mano la sua azienda &ndash; osserva Francesca &ndash; Un regalo enorme, un segno di fiducia. La connessione tra una famiglia e una terra andava preservata&raquo;. <em>Vajra</em> scivola sotto e dietro due piccole linee, si compongono due ali per portare avanti il sogno di Baudana.</p>

<p>Prima, assaggiamo il <em>Barolo Docg Baudana</em>, quindi il <em>Cerretta</em>: due altitudini simili, raccolta nello stesso giorno (5 ottobre) e 55 giorni macerazione con cappello sommerso, imbottigliati dopo 22 mesi. Una differenza c&rsquo;&egrave; nell&rsquo;esposizione, ma non &egrave; solo questa. &Egrave; il terreno che parla, con le sue sfumature che dipingono la personalit&agrave;. Cos&igrave; in Baudana, oltre ai frutti rossi, si percepisce pi&ugrave; il pepe nero, in Cerretta maggiore ruolo a pepe bianco e freschezza.</p>

<p>Come nel caso di Albe, non si tratta di romanticismo. &Egrave; sentimento, s&igrave;, ma che rende omaggio alla scienza. Ed &egrave; rispetto: di quella storia che un&rsquo;altra famiglia per prima ha tracciato nel caso di Baudana, ma poi, allargando lo sguardo a tutto il mondo Vajra, di ciascun collaboratore, della sua passione, della sua capacit&agrave; di seguire, anticipare, sacrificare. Ogni anno ha le proprie sfide e nessuno &egrave; solo ad affrontarle qui.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/1-la-famiglia-vaira-creditmatthewmolchen.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/136/42568/in-cantina/barolo-vajra-2022-il-piacere-dellimmediatezza.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/136/in-cantina.html">136</category>			</item>			<item>				<title>Mercato del Porto, a Marina di Ragusa un ecosistema tra cucina, cocktail e musica underground</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/42570/dallitalia/mercato-del-porto-a-marina-di-ragusa-un-ecosistema-tra-cucina-cocktail-e-musica-underground.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Una finestra sul porto, un luogo di partenza che, invece, diventa destinazione finale. Si chiama <a href="https://mercatodelporto.it/" rel="nofollow">Mercato del Porto</a> e vive di rutilante vita propria al porto di Marina di Ragusa, bench&eacute; sorga sul confine tra terra e mare, nell&#39;estremo sud est della Sicilia. Non un locale ma un ecosistema: cos&igrave; si definisce questo ristorante-bistrot-cocktail-<em>listening bar</em>, che racchiude in s&eacute; tante anime compiute. Cucina a vista, cantina, cocktail garden bar, <em>DJ set</em> e terrazza panoramica, convivono in un sistema organico e connesso, dove ogni elemento dialoga con l&#39;altro. Gli spazi si trasformano durante la giornata, accompagnando il pubblico dalle prime luci del mattino fino a notte fonda, con una proposta gastronomica legata al territorio, drink e una cantina con oltre 300 etichette tra Sicilia, Italia e selezioni internazionali. Anche la musica &egrave; parte integrante del progetto, con una programmazione ispirata alla scena <em>underground</em> europea.</p>

<p>[[ima2]][[ima3]]Fondatore di <em>Mercato del Porto</em> &egrave; <strong>Gabriele Cannata</strong>, professionista con oltre dieci anni di esperienza nel settore vendite: &egrave; dal suo amore per la ristorazione e per la buona musica che questa creatura ha preso forma. Un progetto nato nel 2021, portavoce di un nuovo modo di intendere l&#39;ospitalit&agrave; in Sicilia: non pi&ugrave; solo luogo di consumo, ma spazio di relazione ed esperienza. A fare gli onori di casa &egrave; <strong>Angelo Di Stefano</strong>, navigato manager e responsabile accoglienza e sala, ex socio di <strong>Ciccio Sultano</strong> e fondatore con lo chef del ristorante <em>Duomo</em> a Ragusa Ibla.</p>

<p>[[ima4]]La cucina &egrave; affidata allo chef <strong>Giovanni Cortese</strong>, classe 1993, amante della letteratura e della filosofia al pari della gastronomia, interprete di una visione essenziale, a volte introspettiva, sempre rivolta al benessere dei suoi ospiti. Originario della provincia di Agrigento, &egrave; cresciuto legato alla terra e al pane &ndash; la sua famiglia gestisce un panificio a Lucca Sicula, nella provincia di origine &ndash; sviluppando un rapporto autentico con tempo, memoria e materia prima. Il suo percorso include esperienze in ristoranti stellati e contesti internazionali tra Italia, Londra, Saint Moritz, Kuala Lumpur e Los Angeles.</p>

<p>[[ima10]]La cucina per lui &egrave; innanzitutto un modo per guardarsi dentro, rievocare memorie e ricordi: &laquo;Il motivo per cui ho iniziato a cucinare &egrave; stato il lutto di mia nonna. Avevo 11 anni e con lei ho trascorso molto tempo quando i miei lavoravano &ndash; racconta <strong>Cortese</strong> &ndash;. In un certo senso ho sentito la necessit&agrave; di rievocarla e allora ho pensato di preparare cose che lei mi faceva sempre come ad esempio <em>pane fritto e miele caldo</em>. Cucinare &egrave; stata un&#39;esigenza, da l&igrave; &egrave; nato tutto e poi ho iniziato a ricollegare profumi, odori e tecniche alle persone&raquo;. La cucina di <strong>Cortese</strong> non cerca l&#39;effetto, ma il senso: elimina il superfluo per lasciare spazio all&#39;essenziale. Cos&igrave; una salsa preparata con un <em>blend</em> di pomodorini e servita con varie polveri - origano, pomodoro, olive nere, finocchietto e capperi - diventa un piatto imperdibile. Lui lo chiama <em>intingolo</em> ma in realt&agrave; &egrave; una <em>scarpetta</em> perfetta che miscela dolcezza e acidit&agrave; del pomodoro siciliano con le note decise delle varie polveri. Lo <em>sfincione palermitano</em> unito a <em>rag&ugrave; di polpo</em> e <em>formaggio ragusano</em> assume ancora pi&ugrave; personalit&agrave; e la <em>minestra di fregola all&#39;astice</em> diventa quasi un <em>comfort food</em> da condividere con zuppiera e mestolo, come in una cucina domestica.</p>

<p>&laquo;Nei miei piatti parto sempre da un ricordo di casa, da un ricordo contadino, da un gesto al quale attribuisco emozioni. Una cucina antica, se vogliamo, al servizio della quale metto la tecnica e un&#39;importante selezione di materie prime. Non ostentazione ma essenza perch&eacute; negli anni ho capito che l&#39;essenza della cucina &egrave; mostrarsi come si &egrave; realmente&raquo;, spiega <strong>Cortese</strong>.</p>

<p>[[ima6]][[ima7]][[ima8]]Immancabile, nei suoi piatti, anche il richiamo all&#39;olfatto, come quando arriva in tavola la classica <em>brioche col tuppo</em> siciliana servita su un braciere nel quale ardono carruba, cannella e buccia di arancia essiccata, con l&#39;intento di trasferire i loro aromi alla brioche che accompagna una magistrale <em>granita di fragola</em>.</p>

<p>[[ima5]][[ima9]]Non meno incisive anche le altre anime di <em>Mercato del Porto</em>, da quella mattutina con colazione e brunch con un&#39;interessante variet&agrave; di proposte dolci e salate a quella del cocktail bar, con drink serviti in una sorta di garden bar accogliente e confortevole chiamato, per l&#39;appunto, <em>Giardino Botanico</em>, con una convincente <em>drink list</em> che ruota col variare delle stagioni.</p>

<p>E poi c&#39;&egrave; la musica che completa il racconto, con una programmazione artistica ispirata alla scena <em>underground</em> europea, DJ e <em>live set</em> che trasformano <em>Mercato del Porto</em> in un <em>hub</em> culturale contemporaneo. Quel posto in cui recarsi &laquo;di fronte alla libert&agrave; del mare&raquo;.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/linterno-di-mercato-del-porto.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/42570/dallitalia/mercato-del-porto-a-marina-di-ragusa-un-ecosistema-tra-cucina-cocktail-e-musica-underground.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/dallitalia.html">44</category>			</item>			<item>				<title>Non solo cozze e panini col polpo: dove trovare la cucina veg tra Bari e Polignano</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/42416/dallitalia/non-solo-cozze-e-panini-col-polpo-dove-trovare-la-cucina-veg-tra-bari-e-polignano.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Bari &egrave;, prima di tutto, una citt&agrave; di mare. Qui si viene per le cozze, per i panini col polpo, per le orecchiette alle cime di rapa&nbsp;preparate rigorosamente con le acciughe. La cucina totalmente vegetale, almeno in apparenza, resta ai margini. Eppure, cercando bene (e assaggiando ancora meglio), emergono luoghi in cui il vegetale trova spazio in modo autentico, senza proclami, senza rigidit&agrave; e senza etichette. Non si tratta di ristoranti vegani o vegetariani, ma di tavole dove la materia prima - ortaggi, legumi, erbe, verdure - diventa protagonista con naturalezza. Questa non &egrave; certo una lista completa ed esaustiva, sono solo gli indirizzi che abbiamo provato personalmente a Bari e a Polignano a Mare, tra tradizione che sorprende, creativit&agrave; e sperimentazione.<br />
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<h2>Osteria dell&rsquo;Orto, Bari</h2>

<p>[[ima7]]A Bari, <a href="https://www.osteriadellorto.it/" rel="nofollow">Osteria dell&rsquo;Orto</a> nasce come naturale estensione di una storia di famiglia gi&agrave; radicata nella ristorazione.&nbsp;Aperta nel 2024 da <strong>Rocco Catalano</strong> insieme a <strong>Giuseppe Monno</strong>, <strong>Lorenzo Degrassi</strong> e al padre <strong>Giovanni Degrassi </strong>- figura di riferimento del progetto - l&rsquo;osteria prende forma a pochi passi dalla storica attivit&agrave; di mare, <em>Osteria del Porto</em>, ma con un&rsquo;identit&agrave; completamente diversa: qui il focus si sposta sulla terra, sulle stagioni e su una cucina che mette al centro l&rsquo;orto e i suoi ritmi. L&rsquo;idea iniziale era chiara: costruire un menu prevalentemente vegetale, affiancato solo da una selezione essenziale di salumi e formaggi. Con il tempo, l&rsquo;offerta si &egrave; ampliata per rispondere alle richieste della clientela, ma l&rsquo;anima del progetto resta fortemente legata al mondo vegetale, che continua a guidare gran parte della proposta. Verdure di stagione, legumi e preparazioni tradizionali pugliesi diventano cos&igrave; il cuore della carta, con piatti che oscillano tra memoria e semplicit&agrave; esecutiva: <em>Orecchiette alle cime di rapa</em> - servite anche senza acciughe per una versione completamente veg - <em>Caponate, Cicorie, fave e friggitelli</em>, fino a combinazioni pi&ugrave; contemporanee come <em>Ceci e funghi cardoncelli</em>.&nbsp;In cucina, il lavoro dello chef <strong>Giuseppe Monno</strong> si muove lungo questa linea, con un approccio concreto e quotidiano, fatto di selezione accurata delle materie prime e tecniche che puntano a valorizzarle senza eccessi. Emblematica &egrave; la scelta della cottura a bassa temperatura, applicata anche agli ortaggi - come nel caso dei carciofi - per preservarne struttura, sapore e propriet&agrave; nutritive. &Egrave; una cucina che non cerca effetti speciali, ma costruisce il gusto attraverso equilibrio e qualit&agrave; dell&rsquo;ingrediente. Fondamentale, in questo senso, &egrave; il rapporto con i fornitori: gran parte di frutta e verdura arriva da Polignano a Mare, da piccoli ingrossi selezionati per la loro attenzione al prodotto.&nbsp;La stagionalit&agrave; non &egrave; un concetto astratto, ma una pratica quotidiana: ci&ograve; che non convince semplicemente non entra in cucina, e il menu si adatta di conseguenza, cambiando con naturalezza tra inverno ed estate. A rafforzare questa filosofia contribuisce anche la presenza della vetrina all&rsquo;ingresso, che espone ortaggi, conserve e prodotti disponibili anche per l&rsquo;acquisto diretto, rendendo visibile il legame tra cucina e materia prima. Un dettaglio che racconta bene l&rsquo;identit&agrave; del luogo: un&rsquo;osteria contemporanea che guarda alla tradizione barese, ma la rilegge in chiave accessibile e inclusiva, dove il vegetale non &egrave; un&rsquo;alternativa, bens&igrave; una delle espressioni pi&ugrave; autentiche del territorio.<br />
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<h2>Urban Assassineria Urbana, Bari</h2>

<p>[[ima8]][[ima2]]Da<em> </em><a href="https://www.urban.bio/" rel="nofollow">Urban Assassineria Urbana</a>, nel cuore di Bari, uno dei piatti pi&ugrave; iconici della tradizione locale si rivela, quasi senza volerlo, perfettamente in linea con la cucina veg. Gli <em>Spaghetti all&rsquo;assassina</em> - a base di pomodoro, olio e peperoncino - nascono infatti come ricetta povera e vegetale, molto prima che diventasse una tendenza. La loro storia &egrave; quella delle intuizioni semplici: fine anni &rsquo;60, un piccolo ristorante vicino al Teatro Petruzzelli, pochi ingredienti in dispensa e due clienti in cerca di qualcosa di diverso. Il risultato? Spaghetti risottati direttamente nel sugo piccante, fino a creare quella crosticina bruciacchiata oggi diventata firma del piatto. &laquo;All&rsquo;inizio li chiamavano spaghetti disgraziati -&nbsp;racconta <strong>Celso Laforgia</strong>&nbsp;- Poi i clienti dissero al titolare: buonissimi, ma sei un assassino&raquo;. Per anni rimasti una specialit&agrave; quasi solo locale, servita come assaggio prima del dolce, gli <em>Spaghetti all&rsquo;assassina</em> hanno poi conosciuto una seconda vita grazie alla cultura pop: dalla fiction <em>Le indagini di Lolita Lobosco</em>&nbsp;con <strong>Luisa Ranieri</strong>, ispirata ai romanzi di <strong>Gabriella Genisi</strong>, fino alla consacrazione internazionale con <strong>Stanley Tucci</strong> in <em>Stanley Tucci: Searching for Italy</em>, che ha acceso i riflettori globali su questo piatto barese, trasformandolo in un vero cult raccontato anche dalla stampa internazionale. &Egrave; proprio su questa eredit&agrave; che si innesta il progetto di <strong>Laforgia</strong>, cuoco per formazione - cresciuto tra influenze diverse, anche grazie alle origini brasiliane della madre - e con esperienze tra Londra, Roma e Torino, prima del ritorno in Puglia. Non a caso, il primo format del locale, aperto nel 2016 insieme al socio <strong>Michele Salvati</strong>, era ispirato proprio alla <em>comida por quilo</em> brasiliana: una cucina conviviale a peso, con buffet e grandi tavolate social dove le persone condividono lo spazio e spesso diventano amiche.&nbsp;Poi il Covid azzera tutto e costringe a ripensare il progetto: &laquo;Dovevamo scegliere se chiudere o cambiare&raquo;. Ma i&nbsp;numeri parlavano chiaro, il giorno dell&rsquo;assassina era&nbsp;il pi&ugrave; affollato. Nasce cos&igrave; l&rsquo;assassineria, un format che prende uno dei piatti pi&ugrave; identitari e lo trasforma in terreno di sperimentazione. La base resta quella classica, ma si affiancano varianti che giocano con ingredienti e suggestioni: dalle versioni vegetali con cime di rapa o datterino giallo, fino a combinazioni pi&ugrave; creative con stracciatella, fondute e topping che cambiano stagione dopo stagione. L&rsquo;idea &egrave; semplice ma efficace, &quot;lo spaghetto come base su cui costruire ricette&rdquo;, per un menu dinamico e contemporaneo. E mentre Bari continua a celebrarlo, <em>Urban Assassineria Urbana</em>&nbsp;guarda avanti: &egrave; in arrivo anche una nuova apertura a Milano, con lo stesso format ma un twist locale, pensato per raccontare la citt&agrave; attraverso un piatto tipico.<br />
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<h2>Frulez, Bari</h2>

<p>[[ima3]][[ima4]]A Bari, <a href="https://www.frulez.it/" rel="nofollow">Frulez</a> rappresenta una delle realt&agrave; pi&ugrave; longeve e identitarie. Aperto nel 2011 da <strong>Lorenzo Diomede</strong>, il locale nasce con un&rsquo;intuizione precisa: restituire centralit&agrave; a frutta e verdura, sottraendole al ruolo di semplice contorno o fine pasto e trasformandole nel cuore del piatto. Un&rsquo;idea che, all&rsquo;epoca, aveva qualcosa di radicale. <em>Frulez</em> si presenta come uno spazio ibrido - green bar, bistrot, laboratorio - in cui la materia prima vegetale diventa protagonista assoluta. Non solo nel menu, ma anche nell&rsquo;estetica: ogni giorno grandi quantit&agrave; di frutta fresca vengono esposte e utilizzate, rendendo visibile e tangibile la filosofia del progetto. Il principio guida &egrave; quello di una cucina &ldquo;democratica&rdquo;: un luogo in cui sedersi a tavola senza etichette, dove chi segue un&rsquo;alimentazione vegetale, vegetariana o onnivora pu&ograve; scegliere liberamente, senza necessit&agrave; di dichiararsi. I piatti sono costruiti attorno a verdure, frutta fresca e secca, germogli e fiori, con abbinamenti pensati per essere completi, bilanciati e soprattutto memorabili. Non semplici insalate, ma composizioni con dressing studiati ad hoc - dall&rsquo;agave allo sciroppo d&rsquo;acero - che negli anni hanno contribuito a costruire un vero e proprio archivio di sapori, con oltre 500 ricette sviluppate. A dare continuit&agrave; e profondit&agrave; a questa visione &egrave; l&rsquo;executive chef <strong>Antonio Derosa</strong>, presente fin dall&rsquo;inizio del progetto. Il suo percorso attraversa esperienze internazionali tra Giappone, Londra e Monte Carlo, fino al ritorno in Puglia, dove da anni affianca all&rsquo;attivit&agrave; in cucina anche quella di docente dell&rsquo;istituto alberghiero. L&rsquo;incontro con <strong>Diomede</strong> avviene proprio alle origini di <em>Frulez</em>, in un momento in cui a Bari mancavano completamente proposte simili. Racconta: &laquo;Era una visione, non un locale nato per moda, ma un progetto costruito per durare&raquo;. Tra l&#39;altro <em>Frulez</em>, come nome, &egrave; stato preso in prestito dallo slang americano e rivisitato per restituire un ruolo cool alla frutta: <em>Fr</em> (frutta) <em>Rulez</em> (domina).&nbsp;In cucina, alle ricette ideate da <strong>Derosa</strong> lavorano gli chef <strong>Francesco Gravina</strong> e <strong>Olga Pertoso</strong>, che contribuiscono a tradurre quotidianamente questa filosofia in piatti concreti. Ai tavoli arrivano piatti dai sapori incredibili, con ingredienti come il <em>labneh</em>, un formaggio fresco libanese ottenuto dalla colatura dello yogurt, l&rsquo;olio aromatizzato alle foglie di fico o come il sale Kala Namak,&nbsp;che ricorda l&rsquo;uovo sodo sia nell&rsquo;odore che nel sapore. A completare l&rsquo;esperienza, il ruolo di <strong>Carmen Farella</strong>, responsabile del fruit bar, dove centrifughe, estratti e bevande vegetali diventano un&rsquo;estensione naturale della cucina. Ed &egrave; proprio questa progettualit&agrave; condivisa a distinguere <em>Frulez</em> nel tempo. La cucina di <strong>Derosa</strong> si muove tra territorio e contaminazioni. Le basi sono locali e stagionali, ma si aprono a influenze che spaziano dal Medio Oriente al Sud America, fino al Nord Europa. Anche ingredienti oggi diffusi, come cereali alternativi o spezie, sono stati introdotti anticipando le tendenze. &Egrave; forse questo uno degli aspetti pi&ugrave; interessanti di <em>Frulez</em>: aver contribuito, nel tempo, a ridefinire l&rsquo;idea stessa di cucina veg a Bari, spostandola da una dimensione di nicchia a un&rsquo;esperienza accessibile, quotidiana e, soprattutto, &ldquo;felice di gusto&rdquo;.<br />
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<h2>Origini Evento in Purezza, Bari</h2>

<p>[[ima5]][[ima6]]A Bari, nel quartiere San Pasquale, <a href="https://www.instagram.com/origini_eventoinpurezza/" rel="nofollow">Origini Evento in Purezza</a> &egrave; uno di quei luoghi in cui la cucina vegetale non nasce come dichiarazione, ma come conseguenza naturale di una storia personale. Aperto quindici anni fa da <strong>Giuseppe De Vito</strong> insieme alla moglie <strong>Tina Manicone</strong>, il ristorante prende forma proprio a partire dal vissuto di lei: un&rsquo;infanzia in campagna, il rapporto diretto con la terra, l&rsquo;abitudine a lavorare e rispettare la materia prima senza trasformarla eccessivamente. Non a caso, il nome stesso racconta questa visione: un ritorno all&rsquo;essenziale, a una cucina &ldquo;in purezza&rdquo; che lascia parlare gli ingredienti. Lontano da percorsi canonici - lui proveniente da tutt&rsquo;altro settore, lei con una formazione artistica legata alla terracotta - <em>Origini</em> si costruisce nel tempo come uno spazio libero, quasi istintivo, dove creativit&agrave; e stagionalit&agrave; si incontrano ogni giorno. Il menu non &egrave; mai uguale a s&eacute; stesso: cambia continuamente, anche due volte al giorno, seguendo ci&ograve; che arriva dall&rsquo;azienda agricola di famiglia ad Altamura. Verdure, pane e latticini diventano cos&igrave; il punto di partenza di una tavola che si rinnova senza schemi, affidandosi a una memoria fatta pi&ugrave; di gesti che di ricette scritte. In questo equilibrio dinamico si inserisce il lavoro dello chef <strong>Manuel Ponce</strong>, arrivato circa un anno e mezzo fa dal Messico. Il suo percorso incrocia quello di <em>Origini</em> quasi per caso, ma trova subito una sintonia profonda: nella sua regione d&rsquo;origine, racconta, esiste una cultura del cibo sorprendentemente affine a quella del Sud Italia, fatta di semplicit&agrave;, territorio e rispetto dell&rsquo;ingrediente. Un&rsquo;affinit&agrave; che si traduce in cucina in piatti essenziali ma stratificati, dove tecniche e suggestioni si fondono senza forzature. Il risultato &egrave; una proposta che sfugge alle etichette.&nbsp;<em>Origini</em> non &egrave; un ristorante vegano in senso stretto, ma lo diventa facilmente: molti piatti nascono gi&agrave; vegetali o possono essere adattati in versione veg senza perdere identit&agrave;. In carta convivono piatti unici &ldquo;caldi&rdquo; che raccontano la stagionalit&agrave; - come un <em>Ossobuco di zucca e tartufo</em>, con un fungo al centro che imita proprio l&rsquo;osso - e preparazioni che giocano con le consistenze e i rimandi, come alternative vegane al baccal&agrave; o agli stracotti, realizzate con tecniche che valorizzano legumi, ortaggi e proteine vegetali. Anche la ricerca sui formaggi vegetali segue questa direzione, affiancando alle eccellenze pugliesi una selezione sempre pi&ugrave; attenta di produzioni alternative. Il tiramis&ugrave; che propongono, con la ricotta e il caff&egrave; da versare al momento sul savoiardo vegano, &egrave; godurioso.&nbsp;<br />
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<h2>Zia L&egrave;, Polignano a Mare</h2>

<p>[[ima9]][[ima10]]Nel cuore di Polignano a Mare, ma defilato rispetto ai flussi pi&ugrave; battuti, <a href="https://www.instagram.com/ziale.polignano/" rel="nofollow">Zia L&egrave;</a> nasce da un cambio di passo pi&ugrave; che da una rottura. Il locale si trova infatti in una zona leggermente appartata, lontana dal percorso pi&ugrave; diretto tra stazione, centro storico e mare: una scelta che lo rende quasi &ldquo;da scoprire&rdquo;, premiando chi si allontana dalle&nbsp;aree&nbsp;turistiche. &Egrave; qui che <strong>Antonella Mezzapesa</strong>, dopo anni come manager per <em>Pescaria</em> - dove ha contribuito alla crescita del progetto e all&rsquo;apertura di numerosi punti vendita, fino a gestire una struttura complessa e articolata - decide di rimettersi in gioco in prima persona. Accanto a lei, il compagno <strong>Gabriele Tangorra</strong>, pasticcere con un passato nella pasticceria contemporanea a Matera. Il progetto prende forma attorno a un&rsquo;idea tanto semplice quanto identitaria: riportare al centro la focaccia barese &ldquo;da merenda&rdquo;, soffice e farcita al momento, profondamente legata alla memoria locale. Un&rsquo;intuizione quasi controcorrente in una Polignano sempre pi&ugrave; orientata a un&rsquo;offerta standardizzata. La ricetta, sviluppata in esclusiva con un laboratorio del territorio, diventa il punto di partenza per un lavoro pi&ugrave; ampio sulla materia prima: verdure stagionali, conserve artigianali, prodotti locali e ingredienti provenienti anche dall&rsquo;orto di famiglia. In questo contesto, la proposta vegetale si inserisce in modo naturale e senza rigidit&agrave;. Le varianti vegetariane e vegane - tra le pi&ugrave; richieste - puntano su combinazioni fresche e immediate, dove la qualit&agrave; dell&rsquo;ingrediente &egrave; protagonista: melanzane fritte in pastella senza uova, ortaggi di stagione, erbe spontanee. Non esiste una distinzione netta in menu, ma una costruzione su misura: ogni focaccia viene preparata al momento, lasciando libert&agrave; di scelta e riducendo gli sprechi. Pi&ugrave; che un semplice indirizzo take-away, <em>Zia L&egrave; </em>&egrave; un progetto che riflette una precisa idea di ristorazione: pochi coperti, gestione diretta, un ritmo sostenibile e un&rsquo;attenzione costante all&rsquo;esperienza. Una dimensione pi&ugrave; raccolta, coerente anche con la sua posizione appartata, che non rinnega il percorso precedente ma lo traduce in una forma nuova, dove il rapporto con il cliente, il territorio e il prodotto torna al centro, e dove il vegetale - senza bisogno di etichette - trova spazio in modo spontaneo e contemporaneo.<br />
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<h2>Sporcamuss, Polignano a Mare</h2>

<p>[[ima12]][[ima11]]Da dolce simbolo della tradizione barese a formato da reinterpretare: &egrave; da qui che prende forma l&rsquo;idea di <a href="https://sporcamuss.it/" rel="nofollow">Sporcamuss</a>, il progetto di <strong>Rosanna Fiume</strong> e <strong>Silvio Perrone</strong>. Il nome richiama lo &ldquo;sporcamuss&rdquo;, iconica pasta sfoglia ripiena di crema pasticcera e zucchero a velo, ma qui diventa terreno di sperimentazione, soprattutto in chiave salata. L&rsquo;intuizione nasce gi&agrave; nel 2022, nel precedente locale della<strong>&nbsp;Fiume</strong>, dove la chef aveva iniziato a giocare con la contaminazione tra dolce e salato, spinta da una curiosit&agrave; creativa che oggi trova piena espressione in questo format aperto nel 2023. Il risultato &egrave; una proposta che mantiene la struttura originale del dolce, ma la trasforma in un contenitore versatile per ingredienti della tradizione pugliese: capocollo, conserve, ortaggi e preparazioni stagionali, accanto a versioni pi&ugrave; classiche da fine pasto. &Egrave; proprio nella stagionalit&agrave; e nella materia prima che si inserisce, quasi naturalmente, anche la componente vegetale. Le farciture seguono il ritmo dell&rsquo;orto - melanzane, zucchine, peperoni d&rsquo;estate; cavolfiori, verze e finocchi nei mesi pi&ugrave; freddi - con un&rsquo;attenzione particolare a prodotti locali come la carota di San Vito, presidio agricolo del territorio di Polignano. In questo contesto, l&#39;offerta&nbsp;veg e vegetariana&nbsp;non nasce&nbsp;come categoria a parte, ma come esito spontaneo della disponibilit&agrave; stagionale e della costruzione del gusto. A fare da contrappunto, e a raccontare meglio il percorso dei due amici e soci, c&rsquo;&egrave; anche l&rsquo;esperienza parallela di <em>Casa Orecchietta</em>, sempre a Polignano a Mare, dove la cucina si sviluppa in forma pi&ugrave; tradizionale. &Egrave; l&igrave;, ad esempio, che compaiono piatti come i <em>Troccoli con pomodorini freschi e fagiolini</em> - ricetta di famiglia legata alla memoria domestica - che dialogano con la stessa attenzione alla stagionalit&agrave;, ma in un contesto diverso, pi&ugrave; vicino alla trattoria contemporanea.&nbsp;<em>Sporcamuss</em> si muove cos&igrave; su una linea sottile ma interessante: da un lato la provocazione - trasformare un dolce tradizionale in qualcosa di completamente diverso - dall&rsquo;altro un forte radicamento nel territorio e nelle sue stagioni. Anche la reazione del pubblico segue questo doppio binario: iniziale scetticismo seguito da una sorpresa che attrae.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/img-3536.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/42416/dallitalia/non-solo-cozze-e-panini-col-polpo-dove-trovare-la-cucina-veg-tra-bari-e-polignano.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/dallitalia.html">44</category>			</item>			<item>				<title>Quattro Gatti alla Biennale: è umbro il gin ufficiale della kermesse veneziana</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/212/42557/shake-shock/quattro-gatti-alla-biennale-e-umbro-il-gin-ufficiale-della-kermesse-veneziana.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>C&rsquo;&egrave; un filo sempre pi&ugrave; evidente che unisce il mondo dell&rsquo;arte contemporanea e quello della mixology: non &egrave; solo una questione di estetica, ma di linguaggio. La <a href="https://www.labiennale.org/it/arte/2026" rel="nofollow">61&ordf; Esposizione Internazionale d&rsquo;Arte della Biennale di Venezia</a>&nbsp;(in programma da sabato 9 maggio)&nbsp;lo dimostra in modo concreto, scegliendo un gin come partner ufficiale. Protagonista &egrave; <a href="https://quattrogattigin.com/" rel="nofollow">Quattro Gatti</a><em>,</em> distillato nato tra le colline umbre e costruito attorno a un immaginario preciso: quello di un&rsquo;Italia fatta di lentezza e cultura diffusa. Non un semplice prodotto, quindi, ma un&rsquo;estensione di uno stile di vita che trova naturale affinit&agrave; con il contesto della Biennale, da sempre piattaforma internazionale di sperimentazione e dialogo.</p>

<p>[[ima2]]Durante i mesi della manifestazione, che terminer&agrave; a novembre, <em>Quattro Gatti </em>sar&agrave; l&rsquo;unico gin presente negli spazi ufficiali tra Giardini e Arsenale, diventando parte integrante dell&rsquo;esperienza dei visitatori. Una presenza che non si limita alla sponsorizzazione, ma si inserisce in un progetto pi&ugrave; ampio, coerente con il background della famiglia<strong> Mordant </strong>(proprietaria del brand), da anni attiva nel sostegno alle arti e profondamente legata all&rsquo;Italia. <em>Quattro Gatti</em>, nato in Umbria, &egrave; un tributo alla famiglia, alla tradizione e alla terra che ha ispirato generazioni. Realizzato con botaniche selezionate con cura in tutta Italia, incluso il ginepro autoctono, incarna la purezza e la profondit&agrave; di sapore che caratterizzano questa regione straordinaria. La scelta non appare casuale nel farlo diventare partner ufficiale della<strong> </strong><em>Biennale di Venezia</em>; il brand, come detto, nasce proprio da un rapporto duraturo con il territorio italiano; e&nbsp;la citt&agrave; lacustre pi&ugrave; di altre incarna quella stratificazione culturale e sensoriale che il gin cerca di evocare. Il risultato &egrave; un prodotto che, pur contemporaneo, mantiene un forte radicamento artigianale.</p>

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[[ima3]]<strong>&ldquo;The Reflection&rdquo;: il cocktail ufficiale</strong><br />
Se il gin rappresenta la base narrativa, &egrave; con il cocktail ufficiale che il progetto prende forma compiuta. <em>The Reflection</em>&nbsp;non &egrave; stato pensato come un semplice signature drink, ma come una traduzione liquida dell&rsquo;identit&agrave; veneziana. Ideato dal brand ambassador <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/6/30739/chef-e-protagonisti/mattia.html">Mattia Cilia</a> e sviluppato insieme al team del&nbsp;<a href="https://www.marriott.com/it/hotels/vcexr-the-st-regis-venice/overview/" rel="nofollow">The St. Regis Venice</a><em>,</em> il cocktail gioca su un equilibrio dinamico tra freschezza e profondit&agrave;. La scelta dell&rsquo;<a href="https://quattrogattigin.com/products/olive-grove-gin?variant=43423353536591" rel="nofollow">Olive Grove Gin</a>&nbsp;di <em>Quattro Gatti</em> introduce una nota salina e mediterranea, su cui si innestano agrumi, ibisco e pompelmo, creando una progressione gustativa che evolve nel tempo. L&rsquo;idea alla base &egrave; quella del riflesso:&nbsp;proprio come Venezia cambia volto a seconda della luce e dell&rsquo;acqua, anche il cocktail si trasforma sorso dopo sorso, passando da aperture brillanti a tonalit&agrave; pi&ugrave; morbide e stratificate.</p>

<p>[[ima4]]Presentato inizialmente a Roma presso il <a href="https://www.marriott.com/it/hotels/romxr-the-st-regis-rome/overview/" rel="nofollow">The St. Regis Rome</a>, <em>The Reflection</em>&nbsp;&egrave; parte di un percorso itinerante che accompagna il brand verso l&rsquo;apertura ufficiale della Biennale. Dopo Milano e New York, il progetto culminer&agrave; a Venezia durante i giorni di preview, per poi stabilirsi stabilmente nei luoghi chiave della manifestazione. All&rsquo;interno del&nbsp;<em>The St. Regis Venice</em>, il cocktail entrer&agrave; a far parte della carta per tutta la durata dell&rsquo;evento, diventando uno dei simboli dell&rsquo;atmosfera cittadina nei mesi pi&ugrave; intensi dell&rsquo;anno.</p>

<p>Questa collaborazione segna un passaggio interessante: la mixology non &egrave; pi&ugrave; solo intrattenimento, ma linguaggio culturale capace di dialogare con l&rsquo;arte contemporanea. In questo senso, <em>The Reflection</em>&nbsp;funziona come un&rsquo;opera effimera, costruita su materia liquida ma pensata con la stessa attenzione concettuale di un&rsquo;installazione. La <em>Biennale</em>, ancora una volta, si conferma terreno fertile per contaminazioni inattese. E il gin, con la sua complessit&agrave; aromatica e la sua capacit&agrave; narrativa, sembra avere tutte le carte in regola per diventare uno dei nuovi protagonisti di questo racconto.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/quattro-gatti-2.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/212/42557/shake-shock/quattro-gatti-alla-biennale-e-umbro-il-gin-ufficiale-della-kermesse-veneziana.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/212/shake-shock.html">212</category>			</item>			<item>				<title>Irresistibile Cristiano Tomei, al cuore dell’identità italiana in cucina</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/132/42566/carlo-mangio/irresistibile-cristiano-tomei-al-cuore-dellidentita-italiana-in-cucina.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Il punto &egrave; che <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/6/18888/chef-e-protagonisti/cristiano.html">Cristiano Tomei</a> ha sempre avuto parecchia ragione, ma pochi se ne sono accorti. Ha avuto ragione quando - erano ancora gli inizi degli anni Dieci, di tempo ne &egrave; passato - prendeva di mira quella tendenza dei cuochi (e della critica) a compiacersi eccessivamente della tecnica fine a se stessa, dimenticando il cliente, aveva coniato perci&ograve; un termine gustoso, &ldquo;gastronanismo&rdquo;. Predicava, <strong>Tomei</strong>, che la cucina non dovesse essere un esercizio di stile del cuoco per altri cuochi, ma un atto di generosit&agrave; verso chi mangia; sottolineava come molti suoi colleghi fossero &laquo;troppo impegnati a guardarsi allo specchio&raquo; invece di cucinare per far star bene la gente. Poi, riportava anche alla centralit&agrave; dell&rsquo;ingrediente e della cucina stessa, intesa come eredit&agrave; gastronomica e culturale, perch&eacute; il compito del cuoco doveva essere quello d&rsquo;interpretare la natura e la storia, per&ograve; senza riempirsi la bocca di &ldquo;tradizione&rdquo;, ch&eacute; quest&rsquo;ultima deve essere una lingua viva, non un museo; un continuo scambio di contaminazioni, non un dogma intoccabile. E poi, diceva <strong>Tomei</strong>, il cuoco non si deve inventare nulla.</p>

<p>Lui cos&igrave; riportava all&rsquo;onor del mondo metodi di cottura ancestrali allora perlopi&ugrave; considerati desueti, erano quelli istintivi, quasi selvaggi, oscurati in momenti in cui l&rsquo;influenza della <em>vanguardia</em> spagnola aveva arricchito semmai i ristoranti di strumenti tecnologici; cos&igrave;, preparava una carne &ldquo;nuda&rdquo; (la <em>Bistecca primitiva</em>, 2011), quasi cruda, accompagnata da elementi essenziali (grasso, bucce di patate, era servita su una corteccia di pino marittimo alla brace) per ricondurre il palato a sapori della memoria (2016: &laquo;La cucina &egrave; immediatezza&raquo;, il gusto deve essere il vero protagonista, e il cuoco deve avere il coraggio di essere s&eacute; stesso perch&eacute; &laquo;le tendenze svaniscono&raquo;). Quindici anni or sono, quando il suo <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/12838/ristoranti/limbuto.html">L&rsquo;Imbuto</a> era ancora in Via Fratti, nel centro di Viareggio, spiegava: &laquo;Io credo che in cucina occorra dare quello che si ha dentro; ci si pu&ograve; inventare l&rsquo;accostamento strano, ma alla fine si lavora sui ricordi e non s&rsquo;inventa nulla, semmai si rielabora la nonna, il viaggio, il grande ristorante in cui hai mangiato... La mia cucina vuol far divertire&raquo;. Per discutibili che possano essere, questi sono concetti&nbsp;oggi ripresi nell&rsquo;evoluzione contemporanea della ristorazione.</p>

<p>[[ima23]]Il problema &egrave; che <strong>Tomei</strong> ha sempre detto queste cose senza filosofeggiare troppo e con quei modi un po&rsquo; istrionici, con quella indole picara, a causa dei quali la personalit&agrave; del comunicatore finiva col travolgere la brillantezza del comunicato, insomma l&rsquo;attenzione veniva tutta attirata sulla persona pi&ugrave; che su quanto dicesse. Poi, lui era (ed &egrave;) cos&igrave; ironico da non prendersi sul serio (&laquo;&Egrave; molto pi&ugrave; difficile prendersi poco sul serio che prendersi sempre molto sul serio&raquo;, 2017), cos&igrave; smargiasso da non essere preso davvero sul serio. Non &egrave; mai diventato davvero &ldquo;di tendenza&rdquo;: troppo controcorrente con le intuizioni eretiche prima, e adesso troppo giovane per venir considerato un venerabile maestro, e insieme troppo maturo per far parte di una qualche new wave. Sempre fuori tempo.</p>

<p>In fondo, fuori tempo &egrave; anche la sua tavola (fuori tempo senza connotazione negativa: fuori tempo ossia &ldquo;senza tempo&rdquo;). Fuori tempo &egrave; anche il luogo in cui la propone, il nuovo <em>L&rsquo;Imbuto</em>, terza sede lucchese dopo le due viareggine, questa volta non &egrave; pi&ugrave; nel centro storico n&eacute; nella scenografica limonaia di Palazzo Pfanner, ma fuori citt&agrave;, nella prima campagna di Lucca, sulla strada che porta verso Pieve Santo Stefano. Il luogo si chiama Vigna Ilaria, &egrave; un antico casolare immerso in un paesaggio di oliveti e vigneti: un edificio rurale con un rapporto molto pi&ugrave; diretto con la terra intorno, nonch&eacute; luogo di memoria collettiva, era legato a momenti conviviali locali, gi&agrave; dagli anni Sessanta, tra merende e cerimonie.</p>

<p>[[ima24]][[ima25]]Ci sono ristoranti, magari eccezionali, che non sono &ldquo;ben raccontati&rdquo; dalla loro sede, dall&rsquo;ambiente che li circonda fuori e dentro le mura dell&rsquo;edificio, penso a <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/11137/ristoranti/le-calandre.html">Le Calandre</a>; altri, invece, in cui la simbiosi &egrave; totale, mi vengono in mente gli indirizzi di <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/6/478/chef-e-protagonisti/carlo.html">Carlo Cracco</a>, di <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/6/4824/chef-e-protagonisti/angel.html">&Aacute;ngel Le&oacute;n</a>, di <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/6/36252/chef-e-protagonisti/jacopo.html">Jacopo Ticchi</a>, di <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/6/583/chef-e-protagonisti/niko.html">Niko Romito</a>. <strong>Tomei</strong> ha trovato un luogo di perfetta armonia, Vigna Ilaria &egrave; la raffigurazione emblematica della sua cucina, per contro la sua cucina prende afflato e trae energia dal posto in cui si trova. Diventa cos&igrave; ancor pi&ugrave; nitida, marcata, nello stesso tempo godibile e pulita (la pulizia che deriva dalla chiarezza d&rsquo;idee e ne ottiene in cambio eleganza). Pi&ugrave; terra, pi&ugrave; libert&agrave;, pi&ugrave; possibilit&agrave; di sporcare poeticamente il piatto con il luogo. &laquo;<em>L&#39;Imbuto</em> &egrave; specializzato in un certo tipo anche di approccio al gusto e un altro ristorante fa un&#39;altra cosa. In questo momento problematico, difficile, &egrave; importantissimo costruirsi un&#39;identit&agrave;. Ancora pi&ugrave; importante di prima &egrave; crederci fino a un fondo, crederci anche quasi da incoscienti; &egrave; fondamentale perch&eacute; devi fidelizzare delle persone che credono in quello che fai, nel tuo stile. &Egrave; il momento non di dire la verit&agrave; ma di essere profondamente s&eacute; stessi&raquo;.</p>

<p>[[ima26]]Cos&igrave;, la nostra ultima &egrave; stata una cena straordinaria. Non elenchiamo qui tutti i piatti, ma alcuni s&igrave;. Il primo, in ordine di degustazione: <em>La cicala che torna nella sabbia</em>, ossia cicala cruda, vellutata di brodo di cicale con farina di ceci tostata e whisky torbato. Potentissima, clamorosa, piatto dell&rsquo;anima tra iodio e salmastro, dolce e terroso, vegetale e persino una punta di ferro. Ricorda concettualmente <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/6/573/chef-e-protagonisti/fulvio.html">Fulvio Pierangelini</a> e la sua <em>Passatina di ceci&nbsp;e gamberi</em>, che gi&agrave; aveva ispirato in <strong>Tomei</strong> un piatto del 2014, ovvero <em>Cecina, scampi e parmigiano</em>.</p>

<p>Goduria pura e spensierata, senza mezze misure, suscita poi il <em>Gran fritto toscano</em> (collo di gallina ripieno di pollo e coniglio in pastella alle patate arrosto, fritto, servito con la salsa del coniglio con olive amare e pollo alla cacciatora e bouquet di erbe spontanee, sfoglia di pomodoro concentrato e senape di Digione): golosit&agrave; priva di freni inibitori, il puro piacere della forchetta e della mandibola.</p>

<p>[[ima27]]In generale, lo si diceva prima, la nuova sede de <em>L&rsquo;Imbuto</em> sembra ispirare a <strong>Tomei</strong> un&rsquo;aderenza ancor pi&ugrave; stretta con quel mondo del ricordo territoriale - l&rsquo;aia, il bosco, ma anche la barca dei pescatori, per lui &egrave; d&rsquo;origine viareggina - che stilisticamente lo porta a delineare chiaramente un&rsquo;alta cucina neo-rurale di meravigliosa fattura, forse la dimensione perfetta per lo chef, il suo approdo d&rsquo;elezione. Ci sono bocconi di felicit&agrave; (<em>Crocchettina di animelle e gamberi rosa, salsa americana ed estratto di abete</em>) e grandi piatti complessi venduti come appetizer (<em>Finocchio in pastella al chinotto con burro di pinolo, caviale di aringa e nepitella</em>); cotture clamorose, dall&rsquo;esito croccante (la gallinella cotta in brodo di gallinella e servita con fondo di gallinella, pimpinella e pesto di lardo) e giochi riusciti (<em>Ravioli burro e salvia</em>). Persino un dolce come <em>Buccellato che diventa un frate</em> riporta alla dimensione paesana ma poi la eleva fino all&rsquo;Olimpo.</p>

<p>Leggiamo sul nostro taccuino quanto&nbsp;scritto al termine della cena: &ldquo;<strong>Tomei</strong> ha trovato la misura di uno stile che &egrave; sempre stato fertile e che prima sembrava per&ograve; vivere perlopi&ugrave; di intuizioni estemporanee e mano; ora invece si &egrave; sedimentato, dando vita a un pensiero profondo. Rimane il gesto, l&rsquo;istinto, ma ci si rif&agrave; direttamente al patrimonio gastronomico della civilt&agrave; rurale, con la sua autenticit&agrave; trasposta per&ograve; in alta cucina. Siamo al cuore dell&rsquo;identit&agrave; italiana a tavola&raquo;. Ecco: siamo d&rsquo;accordo con noi stessi.</p>

<p>[[ima2]][[ima3]][[ima4]][[ima5]][[ima6]][[ima7]][[ima8]][[ima9]][[ima10]][[ima11]][[ima12]][[ima13]][[ima14]][[ima15]][[ima16]][[ima17]][[ima18]][[ima19]][[ima20]][[ima21]][[ima22]]</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/cristiano-tomei-1-1.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/132/42566/carlo-mangio/irresistibile-cristiano-tomei-al-cuore-dellidentita-italiana-in-cucina.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/132/carlo-mangio.html">132</category>			</item>			<item>				<title>Non solo pane ad Altamura, dove l'Osteria Tre Torri lancia un nuovo linguaggio gastronomico</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/42559/dallitalia/non-solo-pane-ad-altamura-dove-losteria-tre-torri-lancia-un-nuovo-linguaggio-gastronomico.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Arrivando ad Altamura (Bari) dalla statale, la citt&agrave; non si offre subito nella sua dimensione pi&ugrave; iconica. Prima di intravedere le pietre chiare del centro storico, si attraversa la zona <em>30 Capilli</em>, cresciuta attorno a diverse attivit&agrave; lavorative e quale zona di scambio. &Egrave; un ingresso pragmatico, lontano da ogni estetica da cartolina. Qui, a ridosso dell&rsquo;uscita, si trova l&rsquo;<a href="https://www.osteriatretorri.it/gallery/" rel="nofollow" target="_blank">Osteria Tre Torri</a>.</p>

<p>La collocazione gi&agrave; suggerisce qualcosa: sottrarsi alla retorica del borgo per affermare un&rsquo;idea di ristorazione contemporanea. L&rsquo;esterno &egrave; sobrio ed elegante. Nessuna scenografia identitaria ostentata, che introduce a un interno dove l&rsquo;attenzione al dettaglio &egrave; cifra stilistica. Il progetto architettonico, cantina inclusa, porta la firma di <strong>Alessandro Fontana</strong>, il quale d&agrave; vita a&nbsp;uno spazio capace di dialogare con un&rsquo;estetica metropolitana, senza perdere coerenza territoriale.</p>

<p>[[ima2]]L&rsquo;impressione &egrave; quasi quella di un ambiente in &ldquo;stile newyorkese&rdquo;, per pulizia delle linee e gestione dei volumi. La sala &egrave; attraversata da una grande cantina in vetro che organizza lo spazio senza invaderlo, diventandone parte integrante. Circa 400 etichette raccontano una visione enologica coerente: la bottiglia diventa discorso gastronomico, non ornamento.</p>

<p>Su una parete, una frase di <strong>Julia Child </strong>- chef e scrittrice statunitense - riassume lo spirito del luogo: &laquo;Le persone che amano mangiare sono sempre le persone migliori&raquo;. Non &egrave; decorazione: &egrave; un programma, perch&egrave;&nbsp;amare il cibo significa rispettarlo, comprenderlo, riconoscerne il valore culturale,&nbsp;prima ancora che sensoriale.</p>

<p>[[ima4]]Il servizio &egrave; pensato come esperienza, non come gesto automatico. <strong>Michele Dipalma</strong>, patron, originario di Gravina (Bari), accompagna il cliente tra i tavoli, racconta i piatti, suggerisce abbinamenti con competenza. Accanto a lui, lo chef&nbsp;<strong>Michele D&rsquo;Ambrosio</strong> guida la brigata con rigore. Trent&rsquo;anni di sodalizio ed&nbsp;esperienze condivise a Matera: insomma, il loro &egrave; un metodo consolidato.</p>

<p>La cucina &egrave; visibile, invita l&#39;ospite ad attraversarla e qui ogni postazione, ogni cottura, ogni gesto&nbsp;racconta&nbsp;padronanza&nbsp;tecnica e disciplina. La linea gastronomica, quindi, &egrave; coerente con il progetto nella sua&nbsp;complessit&agrave;: fortemente&nbsp;incentrata sull&rsquo;ingrediente, priva di sovrastrutture inutili, come dimostrano alcuni dei nostri assaggi.</p>

<p>A partire dallo <em>Spaghettone vongole, asparago di mare e bottarga di muggine</em>, un piatto che&nbsp;lavora su una progressione di sapidit&agrave; calibrata, in cui la dolcezza iodata del mollusco viene asciugata dalla verticalit&agrave; salmastra dell&rsquo;asparago di mare e amplificata dalla profondit&agrave; aromatica della bottarga.</p>

<p>Si procede con il <em>Tagliolino al burro e tartufo su battuto di gamberi viola</em>&nbsp;che introduce una dialettica pi&ugrave; complessa. Il burro d&agrave; grassezza, amplificando il timbro aromatico del tartufo; il battuto di gamberi viola crudo, dolce, aggiunge una dimensione marina che alleggerisce la grassezza e crea un contrasto termico e gustativo. &Egrave; un gioco di temperature e consistenze che dimostra padronanza tecnica e controllo delle intensit&agrave;. Ancora un primo piatto nel nostro percorso, e questa volta la scelta ricade su <em>Quadrotti ripieni di burrata, cardoncelli, datterino e basilico</em>, che&nbsp;riporta l&rsquo;asse sull&rsquo;entroterra. La burrata conferisce rotondit&agrave; lattica, i cardoncelli conservano una tessitura carnosa e un profilo aromatico terroso ben definito;&nbsp;il datterino introduce un&#39;acidit&agrave; funzionale all&rsquo;equilibrio, mentre il basilico agisce come nota di alleggerimento. Il piatto &egrave; costruito su un bilanciamento tra grassezza e freschezza, tra comfort e verticalit&agrave;.</p>

<p>[[ima3]]Si prosegue con il&nbsp;<em>Rombo al forno con patate, </em>un&nbsp;esercizio di precisione apparentemente semplice, ma tecnicamente esigente. La cottura del pesce, infatti, richiede un controllo millimetrico della temperatura per preservarne succosit&agrave; e compattezza; le patate diventano elemento di struttura, assorbendo i succhi e amplificando la sapidit&agrave; naturale del pesce.</p>

<p>[[ima5]]Anche i dolci confermano la coerenza del percorso. Dagli&nbsp;<em>Sporcamusi con crema pasticcera, </em>che&nbsp;recuperano la memoria locale con maestria - sfoglia friabile, crema setosa, dolcezza dosata alla perfezione - a un classico&nbsp;<em>Souffl&eacute; al cioccolato, </em>che gioca sull&rsquo;equilibrio tra struttura esterna stabile e cuore fondente.</p>

<p>Altamura &egrave; universalmente associata al pane. Eppure, ridurre la citt&agrave; a questo solo emblema significherebbe ignorarne la complessit&agrave; gastronomica. L&rsquo;<em>Osteria Tre Torri</em> dimostra che l&rsquo;Alta Murgia possiede un orgoglio pi&ugrave; articolato, capace di coniugare rigore tecnico, visione metropolitana e radicamento territoriale.</p>

<p>Altamura oggi non &egrave; solo pane: &egrave; una posa culturale che si traduce in una proposta gastronomica&nbsp;matura. Nella sinergia trentennale tra <strong>Michele Dipalma</strong> e <strong>Michele D&rsquo;Ambrosio</strong>, sostenuta da uno spazio pensato da <strong>Alessandro Fontana</strong> come architettura del gusto, quest&rsquo;idea diventa progetto compiuto, trasformando l&rsquo;ingresso di una citt&agrave; in un luogo di pensiero contemporaneo.</p>

<p>&nbsp;</p>

<p><a href="https://www.osteriatretorri.it/gallery/" rel="nofollow" target="_blank">Osteria Tre Torri</a><br />
Via Ostuni 44, Altamura (Bari)<br />
Tel. 080 3144024</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/foto-osteria-tre-torri-rosito-5.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/42559/dallitalia/non-solo-pane-ad-altamura-dove-losteria-tre-torri-lancia-un-nuovo-linguaggio-gastronomico.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/dallitalia.html">44</category>			</item>			<item>				<title>Cannonau, Vermentino e Moscato Passito: la visione di Iolei tra altitudine, identità e territorio</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/136/42565/in-cantina/cannonau-vermentino-e-moscato-passito-la-visione-di-iolei-tra-altitudine-identita-e-territorio.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Sincero e desideroso di mettersi alla prova, sempre: nella nascita e nel racconto. Cos&igrave; ci appare il vino di <a href="https://www.iolei.com/" rel="nofollow">Iolei</a> e anche colui che ci mette faccia e cuore al <em>Ceresio 7</em>: <strong>Antonio Puddu</strong> riesce a far sentire l&#39;anima della Sardegna al cospetto dello skyline milanese.</p>

<p>Lo stesso nome dell&#39;azienda di Oliena, in provincia di Nuoro, &egrave; un incontro: quello tra una famiglia e una terra, tra le generazioni, tra le persone e i tempi (richiamando gli Iliensi, primi abitanti ai piedi del Monte Corrasi, nell&#39;altopiano del Supramonte). Come mormora anche <em>Nepente</em>, la sottozona del Cannonau cos&igrave; ribattezzata da <strong>Gabriele D&#39;Annunzio</strong>: senza tristezza, senza pensieri e ancor meno pentimenti.</p>

<p>[[ima2]]Un incontro tra luoghi, scolpito anche nella storia personale di <strong>Antonio</strong>, enologo che si &egrave; formato in Trentino Alto Adige e porta avanti la sua missione nelle <em>Dolomiti Sarde</em>.</p>

<p>I dieci anni dalla fondazione di <em>Iolei</em> sono stati segnati dal raddoppio degli spazi della sede, giunta ora a 800 metri quadrati: una scelta non solo maturata per l&#39;aumento della produzione (da 60mila a 80mila bottiglie), che ha visto pure l&#39;acquisizione di un nuovo vigneto. Oltre ad aree come quelle di affinamento con i serbatoi di acciaio e le botti o la sala di lavorazione, ce n&#39;&egrave; una riservata alle degustazioni. Accanto ad <strong>Antonio</strong>, la moglie <strong>Simona</strong> e le sorelle <strong>Chiara</strong> e <strong>Sara</strong>, mamma <strong>Luisella</strong> e pap&agrave; <strong>Salvatore</strong>.</p>

<p>[[ima3]]Basalto, granito, scisto e calcare sono i substrati dei terreni. &laquo;I nostri vigneti vanno dai 200 metri sopra il livello del mare ai 700, sembra banale ma non lo &egrave; &ndash; spiega <strong>Antonio Puddu</strong> &ndash; pu&ograve; capitare durante determinate annate che trascorra anche un mese e mezzo dalla vendemmia di un vigneto rispetto a un altro&raquo;. Certo, a livello logistico pu&ograve; complicare la vita, ma ne deriva &laquo;un patrimonio bellissimo per le differenze organolettiche &ndash; fa notare il produttore &ndash; nei vigneti pi&ugrave; alti sfruttiamo meglio le escursioni termiche&raquo;. Il fatto di aver studiato lontano ha permesso ad <strong>Antonio</strong> di non dare mai nulla per scontato e di alimentare la voglia di ricerca in s&eacute;, sperimentando nel suo laboratorio: &laquo;Sul Cannonau, ad esempio, abbiamo una visione diversa. Siamo stati dei pionieri, soprattutto dal punto di vista commerciale, ma abbiamo cercato di lavorare sulla pianta, sulla parete fogliare, ritardando il pi&ugrave; possibile le potature&raquo;. Si spostano cos&igrave; i tempi di germogliamento e invaiatura: &laquo;Di solito vendemmiamo da met&agrave; settembre, mentre a Oliena lo si fa anche il 10 agosto. Per le potature, iniziamo appena finita la <em>Settimana Santa</em>. Utilizziamo l&#39;alberello con il doppio cordone&raquo;. L&#39;impostazione in un contesto caratterizzato da luce e caldo permette di offrire pi&ugrave; ombra e acqua al grappolo. E finch&eacute; non arriva la prima pioggia &ndash; dice ancora <strong>Antonio</strong> &ndash; &laquo;difficilmente andiamo a raccogliere&hellip; la pianta magicamente recupera quello che le &egrave; mancato&raquo;. In quest&#39;approccio un altro risultato: il mantenimento di un grado alcolico contenuto, oggi sui 14 gradi, mai oltre i 15.</p>

<p>Un altro aspetto &egrave; quello dell&#39;assenza di solfiti aggiunti (solo quelli naturali che si sviluppano nella fermentazione naturale, usando un lievito capace di produrre poca anidride solforosa), indicato nelle etichette. Ecco, le etichette meritano un discorso a s&eacute;, perch&eacute; anch&#39;esse costituiscono un incontro: l&#39;arte, la tradizione, la ricerca si ritrovano tutte qui, in questo tripudio di forme e colori.</p>

<p>Al <em>Ceresio 7</em>, partiamo dalla freschezza del benvenuto di <em>Majga Vermentino di Sardegna DOC 2025</em>, per passare al <em>Majga Vermentino di Sardegna DOC &ndash; Senza solfiti aggiunti non filtrato 2024</em>. Cento per cento Vermentino entrambi, nel secondo caso &ndash; dopo la lavorazione delle uve a grappolo intero con pressatura soffice &ndash; la fermentazione &egrave; con lieviti selezionati bassi produttori di anidride solforosa e acetaldeide, quindi avviene quella malolattica spontanea. Tappa successiva, l&#39;affinamento sulle fecce fini in serbatoi di acciaio con costanti <em>b&acirc;tonnage</em> giornalieri.</p>

<p>[[ima4]]Si trova cos&igrave; nel bicchiere un vino che unisce una struttura degna di nota all&#39;acidit&agrave;, accompagnato da note agrumate, di frutta sciroppata e disidratata.</p>

<p>Tocca quindi al rosato <em>Juntos Nepente di Oliena Cannonau di Sardegna</em>, con l&#39;annata 2025, delicato ed elegante. Ma questo vitigno torna a esprimersi con crescente potenza: <em>Iolei Cannonau di Sardegna DOC 2022</em> &egrave; il primo vino della cantina, ne incarna il volto e il progetto, il che viene anche narrato con l&#39;etichetta, una donna con il costume tradizionale di Oliena.</p>

<p>Cannonau in purezza, il suo cammino inizia con la raccolta delle uve in cassette piccole, quindi pigiadiraspatura, macerazione di una dozzina di giorni, fermentazione a temperatura controllata in serbatoi di acciaio. I profumi sono un&#39;altra carta di identit&agrave; della Sardegna, tra ciliegia, mirto, alloro. Un carattere che si accentua con <em>Vost&egrave; Nepente di Oliena Cannonau di Sardegna DOC 2024</em>: qui non a caso &egrave; il Vate che si mostra sulla bottiglia, con tutta la riverenza che rivela il nome. Ecco il tannino che intreccia forza ed eleganza, i profumi che parlano di frutti di bosco e mirto, tutta l&#39;esuberanza della macchia mediterranea. C&#39;&egrave; per&ograve; il &laquo;match&raquo; in agguato: quello con <em>Liju Nepente di Oliena Cannonau di Sardegna DOC &ndash; Senza solfiti aggiunti 2024</em>. In questo caso l&#39;80% della massa viene pigiadiraspata, per il resto c&#39;&egrave; la lavorazione a grappolo intero. Dopo una macerazione pre-fermentativa a freddo per 48 ore, ecco la fermentazione in serbatoi di acciaio a temperatura controllata. Alla fermentazione malolattica segue l&#39;affinamento su fecce fini per otto mesi. Il rosso rubino intenso &egrave; preludio a un canto di fiori e frutta (anche qui i tesori del bosco, con il loro tocco selvaggio, ma anche prugna sotto spirito).</p>

<p>[[ima5]]<em>Hospes Nepente di Oliena Riserva DOC 2023</em> &egrave; ospitalit&agrave; pura, come suggerisce il nome. Quando un luogo, i suoi tesori, si offrono senza remore o gelosie: sono le migliori uve delle annate ritenute all&#39;altezza della riserva. Fermentazione a temperatura controllata in acciaio nei primi mesi, seguita dall&#39;affinamento in <em>tonneaux</em> di rovere francese a grana fine da 700 litri per 18 mesi. Ai tipici sentori di frutta rossa matura, si uniscono liquirizia e vaniglia; dall&#39;olfatto le emozioni si trasferiscono al palato con un crescente equilibrio. La conclusione non pu&ograve; che avvenire con <em>Pititeri Moscato Passito IGT</em>. Il nome, ancora un indizio: cos&igrave; si chiamano i bimbi golosi in sardo e la vista conferma con i dolci della tradizione dipinti da <strong>Francesca Ballarini</strong> sull&#39;etichetta.</p>

<p>Per un degno finale, uguale dev&#39;essere l&#39;inizio. Le uve vengono lasciate appassire sulla pianta e una volta giunta la maturazione perfetta, si colgono e seguono le diverse fasi: raffreddamento in cantina, pigiadiraspatura, pressatura soffice e decantazione con l&#39;utilizzo del freddo, un&#39;operazione da portare avanti lentamente, considerando il contenuto zuccherino e la densit&agrave; del mosto. La fermentazione alcolica richiede tra i 15 e i 20 giorni. La dolcezza non &egrave; invadente e la persistenza &egrave; un invito a essere sempre pi&ugrave; <em>pititeri</em>.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/antonio-puddu-2.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/136/42565/in-cantina/cannonau-vermentino-e-moscato-passito-la-visione-di-iolei-tra-altitudine-identita-e-territorio.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/136/in-cantina.html">136</category>			</item>			<item>				<title>Bu:r, due punti in equilibrio tra cucina e sala</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/42524/dallitalia/bur-due-punti-in-equilibrio-tra-cucina-e-sala.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>&laquo;Io sono un cuoco e lei una cameriera&raquo;. <strong>Eugenio Boer</strong> lo dice con naturalezza. Non &egrave; svilimento o semplificazione dei ruoli, ma il modo pi&ugrave; diretto per spiegare l&rsquo;equilibrio su cui si regge un ristorante.<br />
<br />
Lei &egrave; <strong>Carlotta Perilli</strong>, moglie di Eugenio, responsabile di sala di <a href="https://www.restaurantboer.com/" rel="nofollow">Bu:r</a> di Milano. &laquo;La sala &egrave; imprescindibile per la cucina e viceversa&raquo;, spiega. Ma il primo contatto di un cliente con un ristorante non &egrave; il piatto ma l&rsquo;accoglienza. &Egrave; l&igrave; che comincia l&rsquo;esperienza; &egrave; l&igrave; che il lavoro della cucina trova una voce. La sala non accompagna soltanto il servizio, ma costruisce la relazione con chi siede al tavolo: negli ultimi anni &egrave; una verit&agrave; sempre pi&ugrave; evidente e riconosciuta.<br />
<br />
Boer e Perilli sono una coppia che funziona per contrappesi. Boer si muove nel territorio dell&rsquo;invenzione; Perilli mantiene uno sguardo pragmatico. &Egrave; una complementarit&agrave; che tiene insieme il progetto. Quando uno dei due entra nel campo dell&rsquo;altro, per&ograve;, la frizione emerge. Per questo nei giorni liberi cercano momenti lontani dal ristorante, come i corsi di ceramica, piccoli territori neutri in cui tornare semplicemente una coppia.<br />
<br />
Prima di arrivare alla forma attuale, il percorso di Boer conosce diverse tappe: nel 2011 d&agrave; il via a Milano al progetto <em>Enocratia</em>, un ristorante cult in cui &egrave; l&rsquo;ordine del vino del cliente a orientare il cibo che avrebbe scelto il cuoco, e non viceversa. Chiusa quella parentesi, il cuoco con sangue olandese incontra l&rsquo;imprenditore Stefano Saturnino, con cui apre, in zona Brera, Fishbar de Milan e poi Meatbar de Milan. Nel 2014 prende il comando di Essenza, insegna che nel 2017 ottiene la stella Michelin. L&rsquo;anno successivo nasce Bu:r, in via Mercalli, ristorante che porta il nome della fonetica del cuoco.</p>

<p>Ma quei due punti non riprendono solo la pronuncia del cognome dello chef: Boer li associa a s&eacute; e a Carlotta, all&rsquo;apertura della cucina verso la sala. Che poi &egrave; anche il motivo per cui il ristorante resta volutamente raccolto: una ventina di coperti, a specificare che il rapporto diretto con chi siede al tavolo &egrave; la cosa pi&ugrave; importante.<br />
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[[ima2]]Nella nostra cena, apparecchiata da <a href="https://foodgeniusacademy.com/" rel="nofollow">Food Genius Academy</a>, i piatti erano tracce di un pensiero pi&ugrave; ampio. Il percorso si costruiva intorno a una famiglia botanica precisa, le <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Artemisia" rel="nofollow">artemisie</a>. Ogni portata ne interpretava una variet&agrave; diversa, con un filo conduttore vegetale che attraversava l&rsquo;intero menu.<br />
<br />
L&rsquo;<em>Artemisia vulgaris </em>accompagnava scorzonera, pannarone, noci e panna; il dragoncello ritornava accanto all&rsquo;orata con carciofi e un beurre blanc ossidato; l&rsquo;assenzio attraversava il piatto di eliche con banana e caviale di aringa; l&rsquo;abrotano chiudeva il percorso con cioccolato fondente e tamarindo. Pi&ugrave; che una successione di portate, emergeva un gioco di rimandi vegetali, con l&rsquo;amaro come presenza costante. Anche la struttura del menu seguiva una logica precisa: la pasta arrivava come terza portata, togliendo la proteina dal centro della saziet&agrave;.<br />
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Alla fine della serata restava l&rsquo;immagine di un pensiero forte, costruito in due direzioni: dalla cucina verso la sala, e dalla sala verso la cucina. Nel mezzo, una coppia che tiene salde inventiva e concretezza. E che continua a considerare la ristorazione, prima di tutto, un gesto di accoglienza.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/1-cope-19.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/42524/dallitalia/bur-due-punti-in-equilibrio-tra-cucina-e-sala.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/dallitalia.html">44</category>			</item>			<item>				<title>Il Cerreto: salto di qualità del nuovo menu di Maria Probst e Assunta Pandolfi</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/42425/dallitalia/il-cerreto-salto-di-qualita-del-nuovo-menu-di-maria-probst-e-assunta-pandolfi.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Con l&rsquo;arrivo della primavera, il ristorante&nbsp;<a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/38039/ristoranti/il-cerreto.html">Il Cerreto</a>&nbsp;- nell&#39;omonimo agriturismo bio - ha<em>&nbsp;</em>riaperto le porte e alzato l&rsquo;asticella della propria proposta gastronomica. Nella quiete della campagna toscana di Pomarance, a due passi da Volterra, ha cos&igrave; preso vita un nuovo menu firmato da <strong>Maria Probst </strong>e <strong>Assunta Pandolfi</strong>, ormai al terzo anno alla guida della cucina. Non si tratta di un semplice aggiornamento stagionale, ma di un vero e proprio cambio di passo, che &egrave; la dimostrazione di&nbsp;crescita e studio&nbsp;in un&#39;ottica&nbsp;bio&nbsp;che anno dopo anno ha bisogno di una comprensione specifica. La cucina evolve, si affina e dialoga sempre pi&ugrave; profondamente con l&rsquo;identit&agrave; agricola del luogo. La primavera &egrave;&nbsp;il momento in cui l&rsquo;azienda esprime la sua massima vitalit&agrave;, e i prodotti biodinamici tornano al centro della scena, raccontati con precisione, sensibilit&agrave; e uno sguardo contemporaneo.</p>

<p>[[ima2]]Il nuovo percorso nasce proprio da qui: dalla ripartenza dei cicli naturali. Le erbe, gli ortaggi giovani, le fermentazioni e le lavorazioni interne diventano la base di una cucina ancora pi&ugrave; essenziale, che cerca di ridurre al minimo gli elementi esterni, o comunque di porre al centro la materia prima aziendale. Il vegetale resta al centro, ma con un approccio pi&ugrave; diretto e leggibile, in cui ogni ingrediente &egrave; valorizzato nella sua fase migliore.&nbsp;<strong>Probst </strong>e<strong> Pandolfi</strong> accompagnano questa transizione con una maggiore precisione tecnica: acidit&agrave; nitide, contrasti marcati, consistenze studiate per dare ritmo al menu. Il risultato &egrave; un percorso che segue il risveglio della campagna, alternando piatti immediati ad altri pi&ugrave; riflessivi, senza mai perdere coerenza con l&rsquo;identit&agrave; agricola del progetto. La riapertura primaverile &egrave; diventato cos&igrave; il momento chiave per ridefinire il dialogo tra cucina e territorio: non una semplice rotazione stagionale, ma una vera messa a fuoco del lavoro fatto durante l&rsquo;inverno e di ci&ograve; che l&rsquo;azienda &egrave; pronta a esprimere nel nuovo ciclo. A <em>Il Cerreto</em>, pi&ugrave; che altrove, il menu&nbsp;evolve insieme alla terra. Dal campo alla tavola, i prodotti biologici&nbsp;diventano piatti vegani e piatti vegetariani.</p>

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<p><strong>Cosa si mangia nel nuovo menu</strong><br />
Il nuovo percorso si distingue per un filo conduttore preciso: eleganza nell&rsquo;impiattamento, gioco di contrasti e una creativit&agrave; mai fine a s&eacute; stessa. In una cucina bio, dove la filiera impone limiti tanto quanto opportunit&agrave;, l&rsquo;inventiva diventa uno strumento essenziale. &Egrave; proprio qui che entra in gioco la visione delle&nbsp;chef, capaci&nbsp;di trasformare ogni vincolo in possibilit&agrave; espressiva. Un approccio che a <em>Il Cerreto</em>&nbsp;si traduce in piatti dinamici, con sostituzioni a volte sorprendenti. Tra gli antipasti spicca il&nbsp;<em>Tacos di mais, yogurt greco, asparagi e giardiniera.</em> Fresco, con prodotti di stagione e una<em> </em>tortilla rigorosamente&nbsp;anch&#39;essa autoprodotta.</p>

<p>[[ima3]]Perch&eacute; la filosofia &egrave; sempre la stessa, cercare il pi&ugrave; possibile di servire pietanze che seguano una filiera precisa e controllata. Passando ai primi, due piatti in particolare&nbsp;valgono una citazione di merito. Spicca intanto un <em>Plin di ricotta e funghi con fondo bruno alla liquirizia</em>, capace da solo di giustificare il viaggio: &egrave; un assaggio che mette d&rsquo;accordo anche i pi&ugrave; irriducibili amanti della carne, grazie a una profondit&agrave; di gusto non scontata per un piatto vegetariano. Qui la tecnica e la ricerca fanno la differenza; la<em> </em>liquirizia, dosata con precisione, non invade ma amplifica, aggiungendo un livello di complessit&agrave; che completa un equilibrio gi&agrave; impeccabile.</p>

<p>[[ima4]]Merita pi&ugrave; di un assaggio anche<em>&nbsp;</em>il <em>Risotto allo zafferano del Casentino, con carciofi, maggiorana e mela</em>; una rilettura luminosa e primaverile di un grande classico, alleggerita e resa pi&ugrave; dinamica dalle note vegetali e dalla freschezza della mela, che ne ridefiniscono completamente il profilo aromatico. Tra i secondi, gli <em>Asparagi alla brace con salsa olandese al mais e insalata di cavolo viola e sedano </em>colpiscono prima per l&rsquo;impatto visivo e poi per la costruzione gustativa. In questo piatto, <strong>Maria Probst</strong> riporta al centro una preparazione iconica come la salsa olandese: emulsione di tuorlo e burro chiarificato, tra le grandi salse madri secondo la cucina francese.&nbsp;La chef la reinterpreta restituendole una contemporaneit&agrave; rara nei menu odierni, spesso troppo prevedibili e fotocopia.</p>

<p>[[ima7]]Si chiude con un dessert&nbsp;intelligente&nbsp;e coerente:&nbsp;<em>Zuccotto alla fiorentina</em> rivisitato, in cui la tradizionale bagna all&rsquo;alkermes lascia spazio a una versione a base di barbabietola, cardamomo e vodka. Una scelta non solo necessaria per rispettare l&rsquo;approccio bio, ma anche capace di aggiungere profondit&agrave; e una firma aromatica precisa, perfettamente calibrata dalle chef.</p>

<p>[[ima6]]Non &egrave; una novit&agrave; la presenza anche della pizza in carta, disponibile ogni marted&igrave; e venerd&igrave;, ma anche qui il progetto va letto in profondit&agrave;. Perch&eacute; il lavoro non inizia con l&rsquo;impasto, ma molto prima, nei campi del bio agriturismo da cui provengono le farine. Una scelta che implica complessit&agrave;: ogni raccolto cambia, ogni macinazione richiede adattamento, nessuna standardizzazione possibile. &Egrave; proprio in questa variabilit&agrave; che si costruisce l&rsquo;identit&agrave; del prodotto.</p>

<p>[[ima5]]Le farine, profumate e naturalmente ricche di fibre, presentano un contenuto di glutine pi&ugrave; basso e un profilo nutrizionale distante da quello dei grani moderni. Il risultato &egrave; una pizza essenziale e riconoscibile. Una proposta coerente con l&rsquo;intero progetto gastronomico. L&rsquo;obbiettivo &egrave; riportare al centro una materia prima viva, non addomesticata, e trasformarla in un&rsquo;esperienza che unisce gusto, digeribilit&agrave; e consapevolezza.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/dsc09464.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/42425/dallitalia/il-cerreto-salto-di-qualita-del-nuovo-menu-di-maria-probst-e-assunta-pandolfi.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/dallitalia.html">44</category>			</item>			<item>				<title>A Ostuni, un nuovo relais punta tutto sull'esperienza sartoriale dell'ospite</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/205/42552/hotellerie/a-ostuni-un-nuovo-relais-punta-tutto-sullesperienza-sartoriale-dellospite.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Il gruppo guidato dalla <b>famiglia Ruscigno</b> e dal general manager <b>Biagio Spagnuolo</b>, continua ad ampliare il proprio progetto di ospitalit&agrave; di alto livello. Dopo l&rsquo;esperienza consolidata del <a href="https://www.santangelomatera.it/" rel="nofollow" target="_blank">Sant&#39;Angelo Luxury Resort</a><b> </b>tra i Sassi di Matera, il brand si prepara a debuttare anche in Puglia con <a href="https://www.instagram.com/santangelo_ostuni" rel="nofollow" target="_blank">Sant<b>&rsquo;</b>Angelo -&nbsp;Il Palazzo</a>&nbsp;nel cuore di Ostuni (Brindisi).</p>

<p>L&rsquo;apertura ufficiale &egrave; prevista il primo giugno 2026, con la possibilit&agrave; di anticipare di qualche settimana l&rsquo;avvio delle attivit&agrave; appena&nbsp;conclusi i lavori.</p>

<p>[[ima6]]Il progetto rappresenta una naturale evoluzione della filosofia del gruppo, che da anni coniuga ospitalit&agrave; di lusso, identit&agrave; territoriale e attenzione sartoriale all&rsquo;esperienza dell&rsquo;ospite.</p>

<p>Il relais sorger&agrave; in pieno centro storico, a pochi passi da Piazza della Libert&agrave;, all&rsquo;interno di un palazzo storico costruito nella seconda met&agrave; del Settecento. L&rsquo;edificio, restaurato con grande rigore conservativo, mantiene il fascino architettonico delle sue origini, valorizzando materiali storici e spazi nobiliari con sensibilit&agrave; contemporanea.</p>

<p>[[ima4]]A differenza della struttura di Matera, nota per il modello di ospitalit&agrave; diffusa nei Sassi, <i>Sant</i><b>&rsquo;</b><i>Angelo </i><i>&ndash; </i><i>Il Palazzo</i><b> </b>adotta una formula pi&ugrave; raccolta, volta all&#39;intimit&agrave;. L&rsquo;intera esperienza, infatti, si concentra all&rsquo;interno dell&rsquo;edificio storico, trasformato in una dimora dove il lusso si esprime attraverso dettagli, silenzio e personalizzazione del servizio.</p>

<p>[[ima3]]Cinque camere, tutte concepite come rifugi dall&rsquo;atmosfera elegante e curata; splendida&nbsp;la suite al secondo piano, dotata di terrazza panoramica e solarium, con vista sulla citt&agrave; bianca fino a raggiungere con lo sguardo, all&#39;orizzonte, il mare.</p>

<p>[[ima2]]Nella spa privata, una piscina, la sauna e un&rsquo;area dedicata ai trattamenti e ai massaggi, pensata come un&rsquo;oasi destinata esclusivamente agli ospiti dell&#39;hotel, mentre un&rsquo;area relax con servizio bar offrir&agrave; momenti di quiete e privacy.</p>

<p>[[ima5]]&laquo;In questo scenario&raquo;, ci spiega <b>Biagio Spagnuolo</b>, &laquo;<em>Sant&rsquo;Angelo</em><i> </i><i>&ndash; </i><i>Il Palazzo</i><b> </b>diventa un ponte narrativo ideale tra Basilicata e Puglia, due territori sempre pi&ugrave; collegati nei percorsi turistici internazionali. L&rsquo;idea &egrave; quella di rendere il brand&nbsp;un filo conduttore per raccontare Matera in Puglia e allo stesso tempo, portare la Puglia nel racconto di Matera&raquo;.</p>

<p>L&rsquo;obiettivo del gruppo, quindi, &egrave; creare una rete di ospitalit&agrave; capace di unire esperienze diverse sotto lo stesso brand, mantenendo costanti i valori che lo contraddistinguono: eleganza, accoglienza e grande empatia con l&rsquo;ospite.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/foto-ostuni-santangelo-5.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/205/42552/hotellerie/a-ostuni-un-nuovo-relais-punta-tutto-sullesperienza-sartoriale-dellospite.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/205/hotellerie.html">205</category>			</item>			<item>				<title>Osteria da Alberto, nella pianura emiliana la bella tavola dove cucina è passione

</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/41178/dallitalia/osteria-da-alberto-nella-pianura-emiliana-la-bella-tavola-dove-cucina-e-passione.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>[[ima1]]Sulla strada provinciale 25, conosciuta nella zona come Via Imperiale, in provincia di Bologna ma a un passo dal confine ferrarese, si trova l&rsquo;<a href="https://www.facebook.com/osteriaalberto/" rel="nofollow">Osteria da Alberto</a>. &Egrave; un lungo rettilineo che corre tra campi aperti, dove da una parte e dall&rsquo;altra tutto parla di agricoltura e di lavoro contadino. Sono terre di bonifica, modellate nel tempo da un lungo lavoro collettivo che ha ridisegnato il territorio, strappando spazio all&rsquo;acqua e trasformandolo in una risorsa economica. Questa &egrave; la cornice in cui <i>Osteria da Alberto</i> apre le porte trentatr&eacute; anni fa. L&rsquo;attivit&agrave; nasce inizialmente come bar per poi ampliarsi progressivamente: prima osteria, poi una scelta netta verso la ristorazione vera e propria. Un&rsquo;evoluzione costruita nel tempo e in modo coerente, che ha visto la proposta gastronomica trasformarsi negli anni, affinando linguaggio e tecnica ma mantenendo una continuit&agrave; ben riconoscibile.&nbsp;</p>

<p>[[ima2]]A firmare il menu, fin dagli albori, &egrave; <strong><b>Alberto Zoccadelli</b></strong>, chef e patron. La sua &egrave; una cucina che cambia ma che resta saldamente ancorata a una visione personale. <b>Zoccadelli</b> non proviene da una famiglia di ristoratori ma cresce in un ambiente domestico in cui il cibo ha sempre avuto un ruolo centrale. La scelta di diventare cuoco matura presto. Dopo il diploma all&rsquo;Istituto Alberghiero, completa la propria formazione con esperienze significative, tra cui quelle al mitico&nbsp;<a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/40483/dallitalia/racconto-di-una-cena-a-il-trigabolo-per-chi-non-ce-stato-ma-avrebbe-tanto-voluto.html">Trigabolo</a> e accanto a <strong><b>Silverio Cineri</b></strong>, a Bologna. Alla domanda su come sia nata la sua vocazione la risposta &egrave; diretta: &laquo;Come cuoco nasco da una grande passione&raquo; Una dichiarazione semplice che sintetizza un percorso professionale costruito con coerenza. Il menu dell&rsquo;<i>Osteria</i> <i>da Alberto&nbsp;</i>spazia dai piatti della cucina locale a creazioni rivisitate come la <em>Scaloppa di foie gras su riduzione al porto con biscotto sbriciolato di mandorle</em><strong><i> </i></strong>o come il suo piatto firma<i>:<strong><i> </i></strong>Tagliolini, aglio nero, olio e peperoncino in crema di parmigiano</i>, semplice nella forma ma raffinato sotto il profilo gustativo. La scelta dell&rsquo;uso dell&rsquo;aglio nero &egrave; vincente perch&eacute; dona note balsamiche e un delicato sentore di liquirizia che rende il piatto unico. &laquo;Mi piacciono le cose buone &mdash; spiega <b>Alberto Zoccadelli</b> &mdash; Non seguo sempre un filo conduttore preciso, gioco molto con i fuori menu, a seconda di quello che trovo. Il focus resta sempre sulla materia prima&raquo;.&nbsp;</p>

<p>[[ima3]]La <em>Tartare di cervo, olio di pino e polvere di porcini</em> &egrave; un esempio perfetto di questa filosofia: l&rsquo;olio di pino, unito a una leggera riduzione di balsamico, smussa le note ematiche della carne, mentre la polvere di porcino completa il piatto, trasformando ogni boccone in un&rsquo;esperienza che ricorda il bosco. Con <em>Tortellini di selvaggina di piuma</em>, chef <strong>Zoccadelli </strong>esplicita una profonda conoscenza dell&rsquo;arte venatoria maturata nel tempo e trasmessa in ambito familiare, dal padre cacciatore. Il piatto si fonda sulla struttura canonica del tortellino bolognese, reinterpretata attraverso l&rsquo;impiego di selvaggina di piuma, in questo caso la pernice. Il piatto che segue &egrave; una conferma ulteriore della passione dello chef per la caccia: con <em>Trionfo </em>&egrave; il germano ad essere il protagonista, celebrato in sei cotture e preparazioni differenti che fanno apprezzare al commensale la materia prima in tutta la sua interezza. &laquo;Ogni parte dell&rsquo;animale viene valorizzata attraverso lavorazioni differenti, cos&igrave; da ottenere sapori diversi. Le cosce e le ali, lasciate con la pelle, vengono cotte lentamente in tegame fino a raggiungere una consistenza morbida e ricca di succhi; il liquido di cottura viene quindi utilizzato per realizzare una pastella destinata alla tempura. Il fondo residuo viene ulteriormente ridotto e impiegato per la successiva frittura delle cosce, concentrandone il sapore, con quello che rimane, si prepara un rag&ugrave; battuto al coltello, cotto per circa tre ore, che viene accompagnato da una polentina morbida. Il petto &egrave; trattato separatamente, scottato rapidamente per preservarne succosit&agrave; e delicatezza, mentre dalle ossa si ricava un jus ristretto utilizzato per la nappatura finale del piatto&raquo;, racconta lo chef.&nbsp;</p>

<p>[[ima4]]<em>Come una Rossini </em>&egrave; la rivisitazione del&nbsp;<em>Tournedos alla Rossini</em>, storico e blasonato piatto della tradizione d&rsquo;Oltralpe: qui&nbsp;il filetto di manzo &egrave; sostituito con maestria dal capriolo, dando a questa degustazione a base di cacciagione, un profilo diverso e ricercato. A chiudere il percorso &egrave; il dessert <em>Mousse di ricotta mista, pera, carmello salato e una grattugiata di cioccolato fondente</em>,&nbsp;volutamente misurato, con una struttura semplice pensata per valorizzare la qualit&agrave; della materia prima che emerge con chiarezza.&nbsp;</p>

<p>[[ima5]][[ima6]]&laquo;Sono riuscito a fare tutto ci&ograve; che desideravo e che davvero mi piaceva&raquo;, racconta <strong>Alberto Zoccadelli</strong>. Quando gli chiediamo cosa rappresenti per lui&nbsp;la cucina, risponde: &laquo;Forse tutto, anche&nbsp;al di fuori del mio lavoro. &Egrave; una passione che inevitabilmente si &egrave; trasformata in professione. Probabilmente ne vale la pena se puoi coltivare tutti i giorni questo entusiasmo. La cucina non si riduce al ristorante, questa &egrave; una bottega artigiana, dove cucinare ti prende il cuore e la bocca dello stomaco, un concetto intimo e di condivisione. E la cosa pi&ugrave; bella &egrave; vedere le persone chiudere gli occhi e gustare quello che hai preparato&raquo;.</p>

<p><br />
<a href="https://www.facebook.com/osteriaalberto/" rel="nofollow">Osteria da Alberto</a><br />
Via Imperiale 32 -&nbsp;Baricella (Bologna)<br />
Tel +39&nbsp;0532 857113<br />
<a href="http://www.facebook.com/osteriaalberto/" rel="nofollow">Facebook</a><br />
Aperto a pranzo e cena, la domenica solo a pranzo. Chiuso il luned&igrave;</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/personale.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/41178/dallitalia/osteria-da-alberto-nella-pianura-emiliana-la-bella-tavola-dove-cucina-e-passione.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/dallitalia.html">44</category>			</item>			<item>				<title>Premio Aimo e Nadia per i Giovani, ecco le nuove generazioni della ristorazione</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/42563/dallitalia/premio-aimo-e-nadia-per-i-giovani-ecco-le-nuove-generazioni-della-ristorazione.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Si &egrave; tenuta presso la Sala Belvedere di Palazzo Lombardia, al 39&deg; piano della sede della Regione Lombardia, la terza edizione del <a href="https://www.aimoenadia.com/chi-siamo/premio-aimo-e-nadia-per-i-giovani/" rel="nofollow">Premio Aimo e Nadia per i Giovani</a>, progetto educativo e culturale promosso dal <em>Gruppo Aimo e Nadia</em> in collaborazione con Regione Lombardia. Un appuntamento che, anno dopo anno, si consolida come uno dei momenti pi&ugrave; significativo nel panorama della formazione enogastronomica italiana, capace di mettere in relazione scuola, impresa e istituzioni, offrendo ai giovani una concreta prospettiva professionale e culturale.</p>

<p>Dopo le prime edizioni sviluppate in Puglia, il premio approda nel 2026 a Milano, citt&agrave; simbolo della storia del gruppo, dove oltre sessant<span dir="RTL">&rsquo;</span>anni fa <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/6/2640/chef-e-protagonisti/aimo-e-nadia.html">Aimo e Nadia Moroni</a> hanno dato vita a un modello di ristorazione fondato su cultura, etica e profondo legame con il territorio.</p>

<p>&nbsp;</p>

<p><strong>UN PROGETTO CHE GUARDA AL FUTURO</strong><br />
Il <em>Premio Aimo e Nadia per i Giovani</em> nasce con l<span dir="RTL">&rsquo;</span>obiettivo di creare un ponte reale tra formazione e mondo del lavoro, offrendo agli studenti degli istituti alberghieri e dei centri di formazione professionale un<span dir="RTL">&rsquo;</span>esperienza concreta di crescita, confronto e inserimento nel settore dell<span dir="RTL">&rsquo;</span>ospitalit&agrave;. L<span dir="RTL">&rsquo;</span>edizione 2026 ha coinvolto nove realt&agrave; formative rappresentative dell<span dir="RTL">&rsquo;</span>intero territorio lombardo: il CFP Zanardelli di Clusane d<span dir="RTL">&rsquo;</span>Iseo (Brescia), il CFP Cr.Forma di Crema e Cremona, la Fondazione ISB di Bergamo, la Fondazione Clerici di Lodi, APF Valtellina di Sondrio, il CFPA di Casargo (Lecco), il CFP Como, AFOL Metropolitana tra Milano e Monza e l<span dir="RTL">&rsquo;</span>Istituto De Filippi di Varese, dando vita a un sistema diffuso di competenze, esperienze e visioni .</p>

<p>Il tema scelto per questa edizione, <em>Nutrire il futuro: cultura, consapevolezza, creativit&agrave;</em>, invita i giovani a riflettere sul ruolo del cibo come elemento culturale, educativo e identitario, oltre che nutrizionale. Un approccio che integra sostenibilit&agrave;, filiera, biodiversit&agrave; e capacit&agrave; di racconto, elementi centrali nella costruzione della professionalit&agrave; contemporanea. Nel contesto del 2026, anno delle Olimpiadi Milano-Cortina, il premio assume un significato ancora pi&ugrave; profondo, facendo propri i valori universali dello sport &mdash; impegno, rispetto, collaborazione &mdash; e traducendoli nel linguaggio della cucina e dell<span dir="RTL">&rsquo;</span>ospitalit&agrave;.&nbsp;[[ima2]][[ima3]]</p>

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<p><strong>IL LEGAME CON TERRITORI</strong><br />
Il premio rappresenta l<span dir="RTL">&rsquo;</span>espressione pi&ugrave; concreta del progetto <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/42385/dallitalia/nasce-territori-dallesempio-di-aimo-e-nadia-una-piattaforma-e-unassociazione.html">Territori Aimo e Nadia</a>, un percorso di ricerca, formazione e diffusione della cultura gastronomica che mette in relazione ristorazione, agricoltura, artigianato e nuove generazioni. Attraverso questa iniziativa, il gruppo promuove una visione contemporanea della cucina, in cui il piatto diventa strumento di conoscenza, relazione e responsabilit&agrave;, capace di raccontare la filiera e il valore delle materie prime. Gli studenti sono chiamati a interpretare l<span dir="RTL">&rsquo;</span>identit&agrave; lombarda attraverso le proprie creazioni, valorizzando ingredienti regionali e costruendo un racconto consapevole del territorio, in linea con i principi di sostenibilit&agrave; e cultura materiale che definiscono il progetto <em>Territori</em>.</p>

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<p><strong>LA GIORNATA E LA GIURIA</strong><br />
La giornata finale ha visto alternarsi i candidati nei tre ambiti fondamentali della ristorazione &mdash; cucina, sala e pasticceria &mdash; dando vita a una competizione intensa e altamente formativa, in cui tecnica, sensibilit&agrave; e capacit&agrave; narrativa sono emerse come elementi distintivi. A valutare i partecipanti una giuria composta da figure autorevoli del mondo della ristorazione, della comunicazione e delle istituzioni: <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/6/1354/chef-e-protagonisti/alessandro.html">Alessandro Negrini</a>, chef patron de <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/12813/ristoranti/il-luogo-di-aimo-e-nadia.html">Il Luogo Aimo e Nadia</a>, insieme a <strong>Stefania Moroni</strong>, ceo del gruppo, affiancati dal giornalista <strong>Paolo Marchi</strong>, da&nbsp;<strong>Alberto Piras </strong>(sommelier de <em>Il Luogo Aimo e Nadia</em>),&nbsp;<strong>Marta Corubolo</strong>&nbsp;(docente del Dipartimento di Design del Politecnico di Milano) e <strong>Francesca</strong> <strong>De Lucchi </strong>(consigliere <em>Epam Fipe</em>). Una composizione che riflette la volont&agrave; di osservare il talento dei giovani da prospettive diverse, integrando competenza tecnica, sensibilit&agrave; culturale e visione sistemica del settore.&nbsp;[[ima4]]</p>

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<p><strong>LA CLASSIFICA<br />
1&deg;&nbsp;Classificato&nbsp;(sala e cucina</strong><strong>):&nbsp;</strong><a href="https://www.afolmet.it/sedi-formative/pieve-emanuele/" rel="nofollow">AFOL Metropolitana Pieve Emanuele</a> &nbsp;&ndash; Titolo: <em>Gnocco di patate ripieno di monterone&nbsp;in infusione di fieno alpino e polvere di alloro bruciato</em>. Cucina: <strong>Elisa Richiedei</strong>; sala: <strong>Adelina Moskaliuk</strong><br />
<strong>2&deg;&nbsp;Classificato:&nbsp;</strong><a href="https://www.crforma.it" rel="nofollow">Cr Forma</a> &ndash; Titolo: <em>Risotto primavera del Po</em>. Cucina: <strong>Giordano Rodella</strong>; sala: <strong>Cristina Feodorov</strong><br />
<strong>3&deg; Classificato:&nbsp;</strong><a href="https://www.cfpacasargo.net" rel="nofollow">CFPA Casargo</a> &ndash; Titolo: <em>Bao alla cassoeula spuma di polenta, maialino croccante.&nbsp;</em>Pasticceria:&nbsp;<strong>Tobia Riganti</strong>; sala: <strong>Federico Armando Redondi</strong><br />
<strong>1&deg;&nbsp;Classificato&nbsp;(pasticceria):&nbsp;</strong><a href="https://www.afolmet.it/sedi-formative/pieve-emanuele/" rel="nofollow">AFOL Metropolitana Pieve Emanuele</a><strong> </strong>&ndash; Titolo: <em>Ris-otto.&nbsp;</em>Pasticceria: <strong>Steven D&rsquo;Ascenzi</strong></p>

<p>&nbsp;</p>

<p><strong>FORMAZIONE E OPPORTUNIT</strong><strong>&Agrave; </strong><strong>CONCRETE</strong><br />
Il valore distintivo del premio risiede nelle opportunit&agrave; offerte ai vincitori: percorsi di formazione retribuiti all<span dir="RTL">&rsquo;</span>interno delle realt&agrave; del <em>Gruppo Aimo e Nadia</em> &mdash; <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/12813/ristoranti/il-luogo-di-aimo-e-nadia.html">Il Luogo</a>, <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/32335/ristoranti/voce-aimo-e-nadia.html">Voce</a> e <a href="https://www.aimoenadia.com/bistro-aimo-e-nadia/" rel="nofollow">bistRo</a> &mdash; seguiti da un possibile inserimento professionale. Un modello che trasforma la competizione in un reale percorso di crescita, contribuendo alla costruzione di una nuova generazione di professionisti consapevoli, preparati e capaci di interpretare il futuro della ristorazione.&nbsp;[[ima5]][[ima6]]</p>

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<p><strong>LE DICHIARAZIONI<br />
Stefania Moroni </strong>&ndash; <em>ceo Gruppo Aimo e Nadia Milano</em><br />
&laquo;Questo premio rappresenta per noi un impegno concreto verso le nuove generazioni. Vogliamo offrire ai ragazzi non solo un<span dir="RTL">&rsquo;</span>opportunit&agrave;, ma una visione: quella di una ristorazione fatta di persone, di cultura e di responsabilit&agrave;. Territori &egrave; il nostro modo di restituire valore a ci&ograve; che abbiamo ricevuto, mettendo al centro la formazione e la crescita umana prima ancora che professionale&raquo;.</p>

<p><strong>Alessandro Negrini </strong><em>&ndash; chef patron Il Luogo Aimo e Nadia</em><br />
&laquo;Le scuole alberghiere spesso mortificate dai luoghi comuni sono in realt&agrave; una soluzione che porta a scelte di lavoro impegnative ma molto gratificanti. Di fatto, sono un presidio territoriale importante che trasmette cultura, saperi e tradizione dei luoghi in cui svolgono la loro attivit&agrave;, elemento sempre pi&ugrave; apprezzato da chi va al ristorante e cerca una esperienza nel gusto&raquo;.</p>

<p><strong>Fabio Pisani </strong><em>&ndash; chef patron Il Luogo Aimo e Nadia</em><br />
&laquo;Il premio &egrave; un<span dir="RTL">&rsquo;</span>occasione unica per accompagnare i ragazzi in un percorso reale, fatto di esperienza e consapevolezza. Rivediamo in loro la stessa passione che ha guidato il nostro percorso. Il nostro compito &egrave; aiutarli a trasformarla in competenza, offrendo strumenti concreti per costruire il loro futuro&raquo;.</p>

<p><strong>Attilio Fontana </strong><em>- presidente Regione Lombardia</em><strong> </strong><br />
&laquo;Una iniziativa che esalta la valorizzazione della formazione professionale come la strada giusta per trovare uno sbocco lavorativo importante e, soprattutto, ha spinto i ragazzi a impegnarsi, collaborare, trovare in se stessi la forza per superare le difficolt&agrave;: caratteristiche tipiche dei cittadini che continuano fare grande la nostra Lombardia, che ha saputo crescere e conquistarsi un ruolo di primo piano a livello nazionale ed europeo&raquo;.&nbsp;[[ima7]]</p>

<p>&nbsp;</p>

<p><strong>UN MODELLO DI COLLABORAZIONE</strong><br />
La collaborazione con Regione Lombardia rafforza il valore istituzionale del progetto, rendendolo un esempio virtuoso di integrazione tra pubblico e privato. Il premio si configura cos&igrave; come una piattaforma di dialogo tra scuola, imprese e territorio, capace di valorizzare il talento dei giovani e di contribuire allo sviluppo di una filiera enogastronomica pi&ugrave; consapevole, sostenibile e orientata al futuro.</p>

<p>&nbsp;</p>

<p><strong>CONTINUIT</strong><strong>&Agrave; </strong><strong>E VISIONE</strong><br />
Con questa terza edizione, il <a href="https://www.aimoenadia.com/chi-siamo/premio-aimo-e-nadia-per-i-giovani/" rel="nofollow">Premio Aimo e Nadia per i Giovani</a> consolida un percorso avviato nel 2024 e destinato a crescere nel tempo, ampliando il coinvolgimento delle istituzioni, delle scuole e dei partner della filiera. Un progetto che non si esaurisce nella competizione, ma prosegue durante l<span dir="RTL">&rsquo;</span>anno attraverso attivit&agrave; formative, seminari e momenti di confronto, contribuendo alla diffusione della cultura gastronomica italiana e alla formazione dei professionisti di domani.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/premio-aimo-e-nadia-milano-17-aprile-2026-020.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/42563/dallitalia/premio-aimo-e-nadia-per-i-giovani-ecco-le-nuove-generazioni-della-ristorazione.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/dallitalia.html">44</category>			</item>			<item>				<title>Don Antonio 1970, a Salerno: accoglienza, ricerca, tecnica e ricordi di famiglia</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/209/42562/mondo-pizza/don-antonio-1970-a-salerno-accoglienza-ricerca-tecnica-e-ricordi-di-famiglia.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p><a href="https://donantonio1970.com/" rel="nofollow">Don Antonio 1970</a> &egrave; il progetto con cui <strong>Fabio Di Giovanni</strong> sviluppa la sua idea di pizza contemporanea, combinando tecnica, studio degli impasti e lunga esperienza familiare nella ristorazione salernitana. Il nome del locale &egrave; un omaggio al nonno <strong>Antonio</strong>, che nel 1970 si trasfer&igrave; da Napoli a Salerno per aprire il ristorante <em>Il Cigno</em>, a lungo punto di riferimento per una cucina napoletana con richiami alla tradizione della Costiera Amalfitana, terra d&#39;origine della nonna <strong>Anna</strong>.</p>

<p>In un settore dove la memoria familiare viene spesso trasformata in racconto, ci sono realt&agrave; in cui il riferimento resta concreto. Lo si nota nel lavoro quotidiano, nella sua continuit&agrave; e nell&#39;assenza di effetti speciali. &Egrave; su questa linea che si muove il progetto di <strong>Fabio Di Giovanni</strong>: la memoria familiare come base operativa e metodo.</p>

<p>[[ima3]]Cresciuto nell&#39;attivit&agrave; di famiglia, <strong>Fabio</strong> ha seguito ogni aspetto della gestione del ristorante, sviluppando una forte passione per impasti e panificazione. La formazione in Italia e all&#39;estero ne ha ampliato le competenze, consolidando l&#39;idea di tornare a Salerno per avviare il suo progetto autonomo. Classe &#39;85, <strong>Fabio Di Giovanni</strong> apre <em>Don Antonio 1970</em> nel luglio 2020, a pochi passi da Piazza della Libert&agrave; e dalla Stazione Marittima. Il locale, fresco e accogliente, con posti anche all&#39;esterno, mescola dettagli urbani e marini, con maioliche che definiscono l&#39;atmosfera e conferiscono personalit&agrave; agli ambienti. Un locale molto personale, che si distingue nettamente dalla massa: l&#39;involucro giusto per un&#39;offerta gastronomica in continua evoluzione.</p>

<p>La proposta, tra menu degustazione e alla carta, ruota attorno a una concezione plurale della pizza. Gli impasti combinano farine di tipo 0 e 1 con germe di grano e cambiano in base alla preparazione: dalla pizza a ruota di carro a quella contemporanea, dal padellino alle ciabattine multicereali, fino a formati ispirati a tradizioni extraeuropee come i <em>bao</em>. Ogni impasto &egrave; calibrato per sostenere specifici condimenti e metodi di cottura, garantendo equilibrio strutturale e leggibilit&agrave; del prodotto.<br />
&nbsp;</p>

<h3><strong>I nostri assaggi</strong></h3>

<p><em>Pioggia d&#39;autunno</em>, tra le pizze vegetariane del menu, unisce la zucca &ndash; lavorata in pi&ugrave; consistenze &ndash; al fior di latte, funghi cardoncelli, chips di patate, fonduta di blu di bufala e olio extravergine d&#39;oliva a crudo. Servono tempo e cura per raggiungere l&#39;equilibrio di sapori: una stratificazione gustativa che conquista con l&#39;inequivocabile <em>fattore X</em>: soddisfazione a ogni morso.</p>

<p>[[ima5]][[ima7]]Tra le pizze <em>signature</em>, segnaliamo <em>Ricordo di un forno</em>, pizza al padellino condita con un intenso concentrato di tre pomodori, origano di montagna e olio extravergine di oliva. Proseguendo, la <em>Capricciosa secondo Fabio</em> merita attenzione: un grande classico che non va riscritto, ma valorizzato con ingredienti scelti con cura.</p>

<p>[[ima4]]<strong>Di Giovanni</strong> utilizza fior di latte, funghi cardoncelli saltati, prosciutto cotto affumicato e, dopo la cottura in forno, salsiccia secca rossa cilentana, carciofo bianco di Paestum sott&#39;olio e olive essiccate e ridotte in polvere. Infine, la <em>Marinara Astrale</em>, una delle nostre preferite per l&#39;ottimo lavoro di ricerca che va oltre ci&ograve; che, sull&#39;argomento, &egrave; gi&agrave; stato scritto e codificato. Arriva a tavola nel suo impasto fritto e ripassato al forno, con rag&ugrave; di pomodoro corbarino e, dopo la cottura, alici di Cetara, pomodori secchi, olive taggiasche, pesto di aglio orsino e origano selvatico.</p>

<p>[[ima2]]Accanto alle pizze classiche trovano spazio proposte pi&ugrave; espressive come la <em>Ciabattina multicereali</em> ripiena di polpettine di manzo e la <em>Cenere</em>, pizza simbolo del periodo invernale, con patate cotte sotto la cenere, pancia di maialino, polvere di porro, fior di latte e una nota acida affidata all&#39;aceto di riso.</p>

<p>[[ima6]]Si chiude in dolcezza con la pizza al padellino realizzata con un impasto a base di farina di nocciole e servita con ricotta e pere: atto di devozione a uno dei simboli dolciari della Costiera Amalfitana.</p>

<p>Per chi ama sbicchierare con gusto, <em>Don Antonio 1970</em> propone vini campani e nazionali, birre artigianali e cocktail pensati per accompagnare con attenzione il menu. Nel complesso, il locale conferma un progetto coerente, fondato su ricerca, memoria familiare e un approccio misurato al lavoro quotidiano. Grazie a questi dettagli, ogni sosta da <em>Don Antonio 1970</em> diventa un&#39;esperienza piacevole e appagante. Quella che sembra semplicit&agrave; &egrave; in realt&agrave; il frutto di cura, tecnica calibrata e attenzione a ogni dettaglio: due soli ingredienti, ma essenziali, il gusto e la dedizione.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/fabio-di-giovanni-in-servizio.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/209/42562/mondo-pizza/don-antonio-1970-a-salerno-accoglienza-ricerca-tecnica-e-ricordi-di-famiglia.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/209/mondo-pizza.html">209</category>			</item>			<item>				<title>Vinitaly guarda al domani, contro le incertezze mondiali. Gli strumenti? «Coraggio, umiltà e resilienza»</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/136/42561/in-cantina/vinitaly-guarda-al-domani-contro-le-incertezze-mondiali-gli-strumenti-coraggio-umilta-e-resilienza.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Coraggio, umilt&agrave; e resilienza. Sono questi tre aspetti chiave per affrontare un futuro pieno di incertezze, non solo nel mondo del vino.</p>

<p>Il <a href="https://www.vinitaly.com/" rel="nofollow">Vinitaly</a>, la pi&ugrave; importante fiera enologica italiana giunta alla 58esima edizione, &egrave; prima di tutto un luogo di confronto, per guardarsi attorno e capire dove va il mondo. Durante i quattro giorni di manifestazione, i sentimenti si sono un po&rsquo; alternati, tra preoccupazione e speranza. La sensazione &egrave; che ci siano stati meno operatori tra i padiglioni di Veronafiere, soprattutto internazionali, mentre tra le aziende l&rsquo;idea &egrave; di cercare nuovi sbocchi, anche sul mercato interno italiano.</p>

<p>Resta il fattore incertezza. Perch&eacute; purtroppo in questo momento storico non &egrave; possibile prevedere nel futuro, anche a breve termine.</p>

<p>[[ima2]]Ma quali sono gli strumenti a disposizione dei produttori di vino italiani per affrontare questo periodo estremamente ricco di incognite? &laquo;Coraggio e umilt&agrave; &ndash; esordisce <strong>Ettore Nicoletto</strong>, per anni alla guida di gruppi come <em>Santa Margherita</em> e <em>Angelini Wines</em>, e ora <em>Ceo</em> del nuovo progetto <a href="https://cdgh.it/" rel="nofollow">Compagnia del Gusto holding</a> &ndash; Coraggio di fare qualcosa di diverso, l&rsquo;umilt&agrave; di analizzare quello che &egrave; stato fatto fino ad adesso e capire che &egrave; il momento del grande reset,&nbsp; che strumenti che abbiamo adottato fino ad oggi funzionano meno bene in alcuni casi e non funzionano pi&ugrave; in altri. E quindi occorre veramente una grande presa di coscienza, &egrave; il primo tema.&nbsp; L&#39;altro grande tema secondo me &egrave; questa industria, e parlo del vino italiano ma potrei anche rivolgermi un po&rsquo; al panorama generale, deve trovare una formula per mettere a sistema alcune fasi dell&#39;attivit&agrave; d&#39;impresa. Se non creiamo delle reti forti, se non mettiamo a frutto una modalit&agrave; per lavorare insieme in alcune fasi dell&#39;attivit&agrave; di impresa siamo tutti molto piccoli e fatichiamo a trovare una posizione forte soprattutto sui mercati internazionali&raquo;.</p>

<p>Sostanzialmente da soli non va pi&ugrave; da nessuna parte? &laquo;Non dico che non si va pi&ugrave; da nessuna parte &ndash; sottolinea <strong>Nicoletto</strong> &ndash; ma che ci sono degli esempi anche virtuosi di chi da solo riesce a funzionare o comunque a galleggiare bene, ma il grande passo in avanti &egrave; quello di mettere in comune alcune fasi e questo richiede, un lato, umilt&agrave;. Quindi devi cedere un po&#39; di sovranit&agrave; per il bene comune e, dall&rsquo;altro lato, serve il coraggio di cambiare&raquo;.</p>

<p>E <strong>Nicoletto</strong> chiude con un&rsquo;ultima considerazione. &laquo;Se poi vogliamo parlare di prodotti e di prezzi, il vino &egrave; diventato troppo caro rispetto al resto dell&#39;offerta di bevande alcoliche, quindi anche qui dobbiamo fare una grande riflessione. Da affrontare, quindi, ci sono un sacco di fattori endogeni, perch&eacute; sugli esogeni non abbiamo controllo, sui quali &egrave; necessaria una grande riflessione&raquo;.</p>

<p>[[ima3]]Non si nasconde di certo nemmeno <strong>Chiara Lungarotti</strong>, alla guida della <a href="https://lungarotti.it/ita/" rel="nofollow">Lungarotti</a> e presidente del <a href="http://test.grandicruditalia.com/" rel="nofollow">Comitato Grandi Cru d&rsquo;Italia</a>. &laquo;Indipendentemente da quello che &egrave; la difficolt&agrave; in generale per il prodotto vino, un momento di difficolt&agrave; per tutto il mondo, vista la crisi Mediorientale. L&#39;unica cosa che noi in questo momento possiamo fare &egrave; tirare fuori quella capacit&agrave; di resilienza che &egrave; tipica del mondo agricolo. Noi siamo produttori di vino.&nbsp; Tutti gli anni la vita produce, nel bene o nel male. Quindi noi dobbiamo fare in modo di fare le scelte giuste, in questo anno, l&#39;anno che viene, e cercare di essere presenti sul mercato, al supporto della nostra rete distributiva, perch&eacute; &egrave; quello che fa la differenza&raquo;.</p>

<p>[[ima4]]Resistere anche grazie a quanto fatto in precedenza, come sostiene <strong>Francesco Drusian</strong>, produttore di Valdobbiadene con la cantina <a href="https://www.google.com/aclk?sa=L&amp;pf=1&amp;ai=DChsSEwjqpLec7PKTAxVYsIMHHdAtLVYYACICCAEQABoCZWY&amp;co=1&amp;ase=2&amp;gclid=Cj0KCQjwkYLPBhC3ARIsAIyHi3Su6u4V4ChaFbA9HVr-sNJ-lV2xXBZPa_SgwLCBsTlTMAgUUL78ySEaAjc2EALw_wcB&amp;cce=2&amp;category=acrcp_v1_32&amp;sig=AOD64_2VmRM9cYyyOIX4wvuWJBJUNKP32A&amp;q&amp;nis=4&amp;adurl=https://drusian.it/?lang%3Den%26gad_source%3D1%26gad_campaignid%3D21507343165%26gbraid%3D0AAAAApDrTsmH6ladSojKHzJxeYiv3OR_r%26gclid%3DCj0KCQjwkYLPBhC3ARIsAIyHi3Su6u4V4ChaFbA9HVr-sNJ-lV2xXBZPa_SgwLCBsTlTMAgUUL78ySEaAjc2EALw_wcB&amp;ved=2ahUKEwiT3K-c7PKTAxU_5AIHHWptNXAQ0Qx6BAgKEAE" rel="nofollow">Drusian</a>: &laquo;Io parlo per la mia azienda,&nbsp; ringraziando il cielo in questi anni abbiamo seminato molto bene. Qualche difficolt&agrave; c&#39;&egrave;, non lo nego, per&ograve; magari facendo un po&#39; di pi&ugrave; comunicazione, seguendo meglio i nostri importatori, i nostri agenti, riusciamo ancora a fare un lavoro decoroso&raquo;.</p>

<p>La soluzione non &egrave; comunque &ldquo;svendere&rdquo; il proprio prodotto. &laquo;Anche perch&eacute; purtroppo in questo periodo ci sono aziende, che non capisco come riescano a sopravvivere, uscendo con bottiglie a prezzi irrisori. Per&ograve; sull&#39;etichetta c&#39;&egrave; scritto sempre Prosecco. Non basta pi&ugrave; fare il vino buono, bisogna anche saperlo proporre, al giusto prezzo&raquo;.</p>

<p>[[ima5]]<strong>Thomas Scarizuola</strong> &egrave; il <em>Kellermeister</em> di <a href="https://www.kellereikaltern.com/it/" rel="nofollow">Cantina Kaltern</a>, la pi&ugrave; grande realt&agrave; cooperativa dell&rsquo;Alto Adige. E gli strumenti per affrontare questo momento di incertezza sono sempre quelli della qualit&agrave;. &laquo;Sono sicuro che noi dobbiamo andare avanti sulla nostra via, con la nostra filosofia di migliorare sempre i nostri vini, e di farli parlare sempre di pi&ugrave; del nostro territorio. Nell&rsquo;immediato non si pu&ograve; fare molto pi&ugrave;, non &egrave; il caso, per esempio di fare scontistiche esagerate solo perch&eacute; abbiamo paura di non vendere una bottiglia. Certo, sicuramente non &egrave; un periodo facile, ma rimaniamo ottimisti. Speriamo per esempio che l&rsquo;estate vada bene&raquo;.</p>

<p>&laquo;Ma non dobbiamo scendere a compromessi, dobbiamo parlare dei nostri vini e fra capire chi siamo. Tanto che come Cantina Kaltern usciremo anche con altri prodotti l&rsquo;anno prossimo, che parleranno tutti del nostro territorio&raquo;.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/vinitaly-5.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/136/42561/in-cantina/vinitaly-guarda-al-domani-contro-le-incertezze-mondiali-gli-strumenti-coraggio-umilta-e-resilienza.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/136/in-cantina.html">136</category>			</item>			<item>				<title>C’è aria di novità a Identità Milano 2026: Identità Young e Next Gen Lab</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/476/42555/ig2026-identita-future/ce-aria-di-novita-a-identita-milano-2026-identita-young-e-next-gen-lab.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Tra le parole chiave di <em>Identit&agrave; Milano 2026</em> ce n&rsquo;&egrave; una che contraddistingue questa edizione particolarmente ed &egrave; <em>novit&agrave;</em>. Perch&eacute; nonostante il Congresso sia giunto ormai alla sua ventunesima edizione &ndash; l&rsquo;appuntamento, lo ricordiamo, &egrave; dal <strong>7 al 9 giugno </strong>negli spazi dell&rsquo;Allianz MICo North Wing di Milano - l&rsquo;intento dei due fondatori, <strong>Paolo Marchi</strong> e <strong>Claudio Ceroni</strong>, &egrave; e sempre sar&agrave; quello di innovarsi, come pure di introdurre infaticabilmente visioni inedite per non deludere il pubblico di affezionati, gli operatori del settore, ma anche le giovani leve di appassionati al mondo della ristorazione.</p>

<p>Ecco perch&eacute; con <em>Identit&agrave; Future: la libert&agrave; di pensare</em> torna <a href="https://shop.identitagolose.it/negozio/?_gl=1*1lgr3hq*_up*MQ..*_ga*MTU1NTIwNTUxNy4xNzc2MzM3OTgy*_ga_ETRESG9H8Y*czE3NzYzMzc5ODIkbzEkZzAkdDE3NzYzMzc5ODIkajYwJGwwJGgw#iscrizione" rel="nofollow" target="_blank">Identit&agrave; Young</a>, un&rsquo;iniziativa gi&agrave; avviata lo scorso anno e che conferma l&rsquo;impegno concreto di&nbsp;<em>Identit&agrave; Milano</em>&nbsp;nel rendere il Congresso un&#39;esperienza accessibile e inclusiva per le nuove generazioni, rappresentando l&#39;evoluzione verso un modello pi&ugrave; aperto e dinamico, volto a integrare i giovani attraverso un approccio esperienziale e concreto, come ci spiega <strong>Claudio Ceroni</strong>, Presidente di <em>MAGENTAbureau</em>: &laquo;Quest&rsquo;anno il congresso di Identit&agrave; Milano &egrave; pi&ugrave; che mai improntato su una serie di novit&agrave; che ne caratterizzano sia i contenuti che la struttura. Sicuramente una delle pi&ugrave; importanti &egrave; quella di portare a maturazione un progetto gi&agrave; avviato lo scorso anno, <em>Identit&agrave; Young</em>: parlare di futuro e non voler avere i pi&ugrave; giovani come protagonsiti sarebbe il pi&ugrave; grande degli errori. E protagonisti lo saranno in svariati momenti sui palcoscenici di <em>Identit&agrave; Future</em>. Non solo: vogliamo anche che siano la pi&ugrave; ampia platea possibile a cui il Congresso si rivolger&agrave; (questo anche attraverso la corsia preferenziale creata per le iscrizioni che consentir&agrave; <strong>agli under 35</strong> di accedere a <em>Identit&agrave; Milano</em> a prezzi scontatissimi&nbsp;- <a href="http://shop.identitagolose.it/negozio/#iscrizione" rel="nofollow">PER ISCRIVERSI A IDENTIT&Agrave; YOUNG, CLICCA QUI</a>). Oggi i &ldquo;giovani&rdquo; non sono pi&ugrave; quelli delle scuole o nuove leve di chef talentuosi: sono soprattutto il grande popolo della sala e delle cucine che negli anni post-pandemia hanno ringiovanito in maniera formidabile l&rsquo;ambiente della ristorazione&raquo;.</p>

<p>Il percorso prevede la realizzazione di diverse esperienze immersive e progetti mirati, concepiti per analizzare e vivere in prima persona i nuovi trend che caratterizzano la ristorazione contemporanea. L&rsquo;iniziativa non si limita, quindi, alla trasmissione di saperi, ma punta a coinvolgere attivamente giovani professionisti e studenti, offrendo loro una chiave di lettura privilegiata sulle innovazioni del settore. Attraverso questo dialogo diretto con le realt&agrave; pi&ugrave; all&rsquo;avanguardia, il progetto trasforma il Congresso in un laboratorio di crescita professionale e di confronto strategico sulle tendenze emergenti.&nbsp;</p>

<p>[[ima2]]E a tal proposito, le novit&agrave; non finiscono qui: questa prossima edizione si preannuncia golosissima e &ldquo;giovanissima&rdquo; anche grazie a <em>Next Gen Lab</em>, pensato per ospitare format e realt&agrave; mergenti dello <em>street food</em> <em>autoriale</em>, tra le categorie pi&ugrave; dinamiche della ristorazione contemporanea con progetti diffusi a livello nazionale e internazionale e sempre pi&ugrave; anche in Italia.</p>

<p>E aggiunge <b>Ceroni</b>: &laquo;<i>Next Gen Lab</i> &egrave; un progetto nel progetto, destinato anch&rsquo;esso a svilupparsi negli anni a venire, che vuole cogliere tempestivamente la <i>new wave</i> dei nuovi format di street food d&rsquo;autore che si stanno esprimendo con freschezza e grande qualit&agrave; e che trovano proprio nei giovani il target di consumatori pi&ugrave; vasto e ricettivo&raquo;.</p>

<p>Ma come si svilupper&agrave; concretamente <i>Next Gen Lab</i>? Innanzitutto, si tratta di uno spazio che non si limita a servire cibo, ma che agisce come un vero e proprio osservatorio sulla cultura gastronomica urbana; un laboratorio fluido e in continua evoluzione pensato per dare casa a chi oggi sta riscrivendo le regole dello street food con un approccio autoriale dove la qualit&agrave; e la firma dello chef contano quanto la rapidit&agrave; del servizio.&nbsp;Il cuore pulsante di questo ecosistema &egrave; l&rsquo;<em>All day station</em>: non un semplice punto di ristoro, ma un hub dedicato a eccellenze verticali, capace di accogliere e trasformarsi dalla mattina alla sera. Attorno a questo nucleo si sviluppa una costellazione di format tematici e progetti emergenti, selezionati in collaborazione con <a href="https://www.sidewalkitchens.com/en" rel="nofollow" target="_blank">Sidewalk Kitchens</a>, pensati per offrire uno sguardo contemporaneo e internazionale sui sapori del mondo.</p>

<p>Per tutte le ultime novit&agrave; su Identit&agrave; Milano 2026, <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/406/congresso-identita-milano.html" target="_blank">clicca qui</a>.<br />
Per iscriverti al Congresso, <a href="https://shop.identitagolose.it/negozio/?_gl=1*1z0zkcv*_up*MQ..*_ga*MTUzMTQxMjc0Ni4xNzc2MzM4MTgw*_ga_ETRESG9H8Y*czE3NzYzMzgxNzkkbzEkZzAkdDE3NzYzMzgxNzkkajYwJGwwJGgw#iscrizione" rel="nofollow" target="_blank">clicca qui.</a></p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/identita-ypoung.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/476/42555/ig2026-identita-future/ce-aria-di-novita-a-identita-milano-2026-identita-young-e-next-gen-lab.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/476/ig2026-identita-future.html">476</category>			</item>			<item>				<title>Una collezione di vasi da toccare: Corsi Design con Fish Design by Gaetano Pesce nell'hub di via Romagnosi</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/413/42556/identita-golose-milano/una-collezione-di-vasi-da-toccare-corsi-design-con-fish-design-by-gaetano-pesce-nellhub-di-via-romagnosi.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Prosegue la collaborazione tra <em>Fuorisalone</em>, <em>Brera Design District</em> e <a href="https://www.identitagolosemilano.it/" rel="nofollow">Identit&agrave; Golose Milano</a>: in occasione della <em>Milano Design Week 2026</em>, dal 20 al 26 aprile, l&#39;hub di via Romagnosi 3 ospiter&agrave; <em>At the end of the Rainbow</em>, un&#39;installazione realizzata insieme a <a href="https://www.corsidesign.it/" rel="nofollow">Corsi Design</a>, che produce e custodisce dal 2003 la collezione <em>Fish Design by Gaetano Pesce</em>.</p>

<p>Nel cuore dell&#39;hub, all&#39;interno della suggestiva Sala Ovale, una selezione esclusiva di vasi della collezione sar&agrave; disposta su parallelepipedi di diverse altezze, con struttura in legno rivestita di lino bianco e piano d&#39;appoggio retroilluminato. Sette modelli &ndash; <em>Big Collina</em>, <em>Nugget</em>, <em>Indian Summer</em>, <em>Clear Special</em>, <em>TwinsC</em>, <em>Clear</em> e <em>Medusa</em> &ndash; declinati ciascuno in uno dei sette colori dell&#39;arcobaleno, dal rosso al viola, ai quali si aggiunge <em>Amazonia</em>, un vaso XL appositamente realizzato per l&#39;occasione, che racchiude in s&eacute; l&#39;intero spettro cromatico, generando fusioni inaspettate e cangianti a seconda della prospettiva da cui lo si osserva. A completare l&#39;allestimento, sullo schermo dell&#39;hub scorrer&agrave; la proiezione del video <em>The Freedom of Being a Fish</em>.</p>

<p>[[ima2]]Il colore&nbsp;qui&nbsp;&egrave; raccontato come uno spazio di libert&agrave;, di scoperta e di identit&agrave;: scegliere di abbracciare l&#39;intero spettro cromatico dell&#39;arcobaleno significa anche affermare un principio di pluralit&agrave; che, semanticamente, dialoga con il nome stesso dell&#39;hub gastronomico che ospita l&#39;installazione. E proprio sul concept del titolo si gioca una parte importante della suggestione: secondo la leggenda, <em>at the end of the rainbow</em> si trova un tesoro, qualcosa di magico, di prezioso, che vale la pena raggiungere. Nel caso dell&#39;installazione di via Romagnosi, quel qualcosa &egrave; il dialogo tra le opere e l&#39;esperienza gastronomica dell&#39;hub, in un gioco di luce e di atmosfera che le resine sanno restituire con sorprendente intensit&agrave;.</p>

<p>[[ima3]]L&#39;invito che la Sala Ovale rivolge al pubblico, infatti, &egrave; doppio: prima sperimentare con la vista, poi con il tatto. Contrariamente a quanto la loro trasparenza vetrosa potrebbe suggerire, i vasi <em>Fish Design</em> sono realizzati in resina morbida, e i visitatori sono invitati a toccarli, a scoprirne la consistenza inaspettata. Una scoperta sensoriale che segue lo stesso percorso dell&#39;esperienza culinaria e gustativa, quando immaginazione e scoperta generano effetti emotivi sorprendenti, personali, unici. Anche per questo motivo l&#39;installazione dialoga con naturalezza con la cucina dell&#39;Executive Chef <strong>Edoardo Traverso</strong>, i cui piatti sono da sempre ispirati dall&#39;estetica, dalle forme e dal design.</p>

<p>D&#39;altra parte, la presenza di <em>Corsi Design</em> in via Romagnosi 3 non &egrave; una novit&agrave;: da circa un anno e mezzo i suoi vasi abitano alcuni spazi dell&#39;hub, e gli ultimi pezzi acquisiti sono stati scelti in dialogo diretto con i piatti dello chef. Una collaborazione, quindi, gi&agrave; consolidata, che con l&#39;installazione della Design Week trova una nuova dimensione espositiva.</p>

<p>[[ima4]]Per comprendere appieno il valore di <em>At the end of the Rainbow</em> &egrave; utile ripercorrere brevemente la storia di <em>Fish Design</em> e di <em>Corsi Design</em>. La collezione nasce nel 1996 a New York, dove <strong>Gaetano Pesce</strong> (1939-2024) aveva il suo studio: comprendeva vasi, specchi, orologi, bijoux, tutti caratterizzati da toni vivaci e forme morbide, frutto della sperimentazione dell&#39;artista con i materiali plastici. Nel 2003 prende avvio la collaborazione con <strong>Andrea Corsi</strong>, imprenditore e artigiano milanese, con l&#39;obiettivo di lanciare <em>Fish Design</em> sul mercato internazionale, dando piena visibilit&agrave; a un progetto che parla di singolarit&agrave; e unicit&agrave;, anche umana, in opposizione all&#39;omologazione e alla standardizzazione. Dal 2004 la produzione si sposta a Milano, nel laboratorio di <strong>Corsi</strong>, che lavorando fianco a fianco con <strong>Pesce</strong> diventa il custode delle sue visioni.</p>

<p>[[ima5]]Il salto di qualit&agrave; nel lavoro sul colore, elemento decisivo per un&#39;installazione che proprio sul colore costruisce la sua intera grammatica, arriva nel 2016-17, con l&#39;ingresso in azienda di <strong>Emanuela Ferrero</strong>, oggi art director. Come racconta lo stesso <strong>Corsi</strong>, &egrave; grazie a lei se l&#39;azienda e la collezione hanno acquisito la fisionomia che oggi tutti conoscono, distribuita ormai in tutto il mondo, dai negozi di design e dalle gallerie ai grandi department store.</p>

<p>[[ima6]]C&#39;&egrave; un&#39;ultima suggestione che <strong>Corsi</strong> ama raccontare e che, in questo contesto, merita di essere richiamata. Le lavorazioni di <em>Fish Design</em> assomigliano in modo sorprendente a quelle della pasticceria: si impasta, si lavora con le mani, si miscelano pochi colori di base per ottenere decine di sfumature, secondo formule che sono a tutti gli effetti delle ricette. Un parallelo che <strong>Pesce</strong> stesso aveva colto, e che oggi&nbsp;nella Sala Ovale dell&#39;hub&nbsp;assume un significato ulteriore, ricollegando l&#39;artigianato del colore a quello della cucina.</p>

<p>Gli spazi dell&#39;allestimento saranno aperti al pubblico dal luned&igrave; al venerd&igrave;, dalle 9.30 alle 12.30. Gli ospiti del ristorante potranno invece pranzare e cenare immersi tra le opere, in un percorso sensoriale che dalla vista passa al tatto e infine al gusto. Per informazioni e prenotazioni, <a href="https://www.identitagolosemilano.it/prenotazioni/" rel="nofollow">visitate il sito ufficiale dell&#39;hub</a>.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/fotojet-47-2.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/413/42556/identita-golose-milano/una-collezione-di-vasi-da-toccare-corsi-design-con-fish-design-by-gaetano-pesce-nellhub-di-via-romagnosi.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/413/identita-golose-milano.html">413</category>			</item>			<item>				<title>Baked! Dal forno al palco (e ritorno), la rivoluzione creativa di Emanuele Castoldi</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/209/42548/mondo-pizza/baked-dal-forno-al-palco-e-ritorno-la-rivoluzione-creativa-di-emanuele-castoldi.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Provate a immaginare un universo parallelo in cui <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/James_Hetfield" rel="nofollow">James Hetfield</a>, voce e anima dei <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Metallica" rel="nofollow">Metallica</a>, abbia lasciato la band prima del successo globale per diventare pizzaiolo. In questo improbabile multiverso qualcuno non sarebbe affatto contento. Molti altri, invece, probabilmente s&igrave;. Gli amanti della pizza su tutti.</p>

<p><strong>Emanuele Castoldi</strong> &mdash; comasco Doc, anzi &ldquo;comaschissimo&rdquo; come ama definirsi &mdash; la sua strada la sceglie presto. Alla base c&rsquo;&egrave; prima di tutto un legame familiare: quello con il nonno pasticcere, figura che accende in lui la curiosit&agrave; per il lavoro artigianale. La scuola professionale gli sta stretta e, a sedici anni, entra subito in pizzeria: lavora gratis pur di imparare il mestiere. L&rsquo;apprendistato &egrave; rapido. A ventun anni rileva l&rsquo;attivit&agrave; in cui &egrave; cresciuto professionalmente e muove i primi passi da gestore. &Egrave; una tappa importante, ma anche un passaggio che gli fa capire quanto ci sia ancora da imparare. Decide cos&igrave; di chiudere quell&rsquo;esperienza e tornare a far gavetta&nbsp;tra ristoranti e panifici, concentrandosi soprattutto sugli impasti.</p>

<p>[[ima5]][[ima3]]Nel frattempo la musica viene sempre pi&ugrave; a occupare uno spazio centrale nella sua vita. Con la band industrial metal della quale fa parte gira il mondo, assorbendo l&rsquo;energia dei palchi e raccogliendo risultati importanti. Poi qualcosa si rompe. <strong>Castoldi</strong> prende cos&igrave; una decisione radicale: appendere il microfono al chiodo e tornare a Como. Riparte da dove tutto era iniziato: forno e impasti. Ed &egrave; proprio osservando il lavoro degli chef in cucina che arriva l&rsquo;intuizione destinata a segnare la sua pizza. Se la ceramica pu&ograve; diventare una tela su cui dipingere, perch&eacute; non fare lo stesso su un disco di pasta?</p>

<p>Da quel momento le sue pizze iniziano a trasformarsi in veri e propri piatti. Un esempio emblematico &egrave; la <em>Taac!</em>, ispirata al risotto alla monzese: crema allo zafferano, fiordilatte, salsiccia luganega, grana padano, fondo bruno e rucola.</p>

<p>[[ima2]]Il suo progetto prende forma in <a href="https://bakedsanfermo.com/" rel="nofollow">Baked!</a>, una piccola pizzeria aperta da poco pi&ugrave; di un anno. Lo spazio &egrave; raccolto &mdash; appena 16-18 posti a sedere a pieno carico &mdash; e il locale lavora anche con asporto e delivery, ma non &egrave; quello il cuore del progetto: <strong>Castoldi</strong> preferisce che la pizza venga mangiata sul posto. Non a caso la richiesta di tavoli &egrave; in costante aumento, trainata non dai social ma dal pi&ugrave; antico degli strumenti di promozione: il passaparola. Il menu racconta davvero lo spirito di <strong>Castoldi</strong>: solidamente radicato nella tradizione, ma sempre pronto a sperimentare, come un artista che usa il piatto come tela. Non mancano i classiconi e i calzoni, ma sono soprattutto le signature a catturare l&rsquo;attenzione. I prezzi restano volutamente accessibili &mdash; <em>Marinara</em> a 5 euro e <em>Margherita</em> a 6 &mdash; mentre tra le proposte pi&ugrave; articolate spicca la <em>Raw!</em>, focaccia con bufala campana, rucola, scaglie di grana padano, tartare di scottona (100 grammi), maionese al tartufo e tuorlo d&rsquo;uovo marinato, a 16 euro.</p>

<p>[[ima4]]Anche sugli impasti <strong>Castoldi</strong> lavora come un artigiano curioso. Le basi principali sono due: una con farina 0 e integrale, equilibrata e versatile, e un multicereali ottenuto da una miscela di orzo, farro, segale, avena e grano tenero, arricchito con semi di lino e di girasole. Accanto a queste non mancano gli esperimenti, spesso affidati alle pizze fuori menu. Ed &egrave; proprio in queste ultime&nbsp;che emerge la parte pi&ugrave; giocosa e creativa del progetto. Sono pizze disponibili fino a esaurimento scorte, nate dalla ricerca costante di materie prime e abbinamenti. Come la <em>Spring break</em>: fiordilatte, rucola, culatta mantovana, stracciatella di bufala, polvere di polline d&rsquo;api, miele di tabacco selvatico e scaglie di mandorla. Oppure la <em>John lard</em>: fiordilatte, patate al rosmarino, casera, crudit&egrave; di champignon e crema di lardo di conca al miele.</p>

<p>Piccoli esercizi di libert&agrave; gastronomica che raccontano bene la filosofia di <a href="https://bakedsanfermo.com/" rel="nofollow">Baked!</a>: una pizza che parte dalla tradizione ma non ha paura di dialogare con la cucina contemporanea. Un modo diretto e personale di stare dietro al forno, dove il confine tra pizzaiolo e cuoco si assottiglia sempre di pi&ugrave; e ogni pizza diventa una tela viva su cui esprimere tecnica, identit&agrave; e gusto. Il palco, in fondo, non &egrave; mai scomparso: oggi &egrave; un forno acceso, e il pubblico &egrave; seduto a tavola.</p>

<p><br />
<a href="https://bakedsanfermo.com/" rel="nofollow">Baked!</a><br />
Via per Montano&nbsp;42 -&nbsp;Frazione Cavallasca - San Fermo della Battaglia (Como)<br />
<a href="https://bakedsanfermo.com/" rel="nofollow">bakedsanfermo.com</a><br />
Tel. +39&nbsp;392 4092668<br />
Aperto solo a cena, chiuso il marted&igrave;</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/emanuele-castoldi-baked-com0-2.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/209/42548/mondo-pizza/baked-dal-forno-al-palco-e-ritorno-la-rivoluzione-creativa-di-emanuele-castoldi.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/209/mondo-pizza.html">209</category>			</item>			<item>				<title>Paola Mencarelli ci racconta dieci anni di Florence Cocktail Week </title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/212/42554/shake-shock/paola-mencarelli-ci-racconta-dieci-anni-di-florence-cocktail-week-.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p data-path-to-node="0">Dieci anni e non sentirli, anzi sentirsi ancora pi&ugrave; spronati da un successo che nel tempo si &egrave; consolidato e ha trovato un sostegno di istituzioni, esercizi commerciali, professionisti, partner e stampa. Dieci edizioni di <a href="https://www.florencecocktailweek.it/" rel="nofollow">Florence Cocktail Week</a>&nbsp;che domani, 16 aprile, saranno celebrate fino al 22 da una citt&agrave; intera, culla dell&rsquo;arte e della letteratura, come Firenze e da una madrina d&rsquo;eccezione <b data-index-in-node="371" data-path-to-node="1">Paola Mencarelli</b> che dal 2016 ne segue il <i data-index-in-node="413" data-path-to-node="1">concept</i> e l&rsquo;organizzazione.</p>

<p data-path-to-node="2">La nuova edizione si caratterizzer&agrave; per essere ancora di pi&ugrave; un evento diffuso con un programma eccezionale di <i data-index-in-node="111" data-path-to-node="2">guest shift</i>, <i data-index-in-node="124" data-path-to-node="2">cocktail list</i> dedicate, <i data-index-in-node="148" data-path-to-node="2">masterclass</i>, <i data-index-in-node="161" data-path-to-node="2">brunch</i>, aperitivi e <i data-index-in-node="181" data-path-to-node="2">pop-up bar</i> in cui verranno celebrati il talento italiano e il bere consapevole e responsabile.</p>

<p data-path-to-node="3">[[ima2]]&laquo;Questi dieci anni sono stati un lungo viaggio&raquo;, ci racconta la fondatrice <b data-index-in-node="75" data-path-to-node="3">Paola Mencarelli</b>, &laquo;non solo all&rsquo;interno del mondo del bar fiorentino ma proprio attraverso il mondo dell&rsquo;ospitalit&agrave;. La citt&agrave; ha cambiato realmente faccia e il bar &egrave; stato il motore di questo cambiamento&raquo;.</p>

<p data-path-to-node="4">Se i bar aderenti erano solo tredici, oggi arriviamo a 70 insegne tra <i data-index-in-node="70" data-path-to-node="4">selected bar</i> ed <i data-index-in-node="86" data-path-to-node="4">event partner</i>, con un numero di <i data-index-in-node="118" data-path-to-node="4">bartender</i> cresciuto in modo esponenziale.</p>

<p data-path-to-node="5">Ascoltare <b data-index-in-node="10" data-path-to-node="5">Paola</b> e la sua esperienza offre una finestra privilegiata su un mondo che, anni fa, era restio a comunicarsi e a sentirsi <i data-index-in-node="132" data-path-to-node="5">community</i>. Ogni professionista, ogni insegna rappresentava un mondo a s&eacute; con potenzialit&agrave; inespresse ma, allo stesso tempo, nessuna occasione per essere protagonista o avere una voce che andasse oltre i confini dell&rsquo;Arno.</p>

<p data-path-to-node="6">[[ima3]]&laquo;Il primo anno non &egrave; stato facile trovare bar e, soprattutto, bar d&rsquo;hotel&raquo;, ci confida <b data-index-in-node="87" data-path-to-node="6">Paola</b>, &laquo;disponibili ad aprirsi a una manifestazione come la <i data-index-in-node="147" data-path-to-node="6">Florence Cocktail Week</i>. A distanza per&ograve; di dieci anni sono nati moltissimi locali nuovi, cos&igrave; tanti da creare ora difficolt&agrave; nel coinvolgerli tutti perch&eacute; l&rsquo;evento &egrave; cresciuto e si &egrave; auto-implementato&raquo;.</p>

<p data-path-to-node="7"><a href="https://www.florencecocktailweek.it/calendario-eventi/" rel="nofollow">Il calendario eventi</a> &egrave; la manifestazione concreta di quanto l&rsquo;evento sia cresciuto, di quanto si sia costituita una comunit&agrave; che &egrave; stata in grado di portare alla ribalta insegne come <i data-index-in-node="183" data-path-to-node="7">Il Locale</i> e <i data-index-in-node="195" data-path-to-node="7">Gucci Giardino</i>, oramai entrate in classifiche blasonate come la <i data-index-in-node="259" data-path-to-node="7">World&rsquo;s 50 Best Bars</i>.</p>

<p data-path-to-node="8">Firenze, in questo, e la Toscana in generale hanno saputo rispondere in modo effervescente alle novit&agrave; che sono arrivate dall&rsquo;estero e che la <i data-index-in-node="142" data-path-to-node="8">Florence Cocktail Week</i> ha avvicinato: &laquo;Il cambiamento si &egrave; avvertito per i <i data-index-in-node="217" data-path-to-node="8">bartender</i> che hanno preso sempre maggior consapevolezza della loro professionalit&agrave;&raquo;. Sicuramente il processo &egrave; stato possibile grazie alla presenza gi&agrave; nel 2016 di una piccola comunit&agrave;, ma ha saputo crescere anche grazie alle edizioni fatte della <i data-index-in-node="464" data-path-to-node="8">Tuscany Cocktail Week</i>.</p>

<p data-path-to-node="9">Il 2026 ne raccoglie i frutti, per&ograve; rilancia con delle novit&agrave;, aggiunge la fondatrice: &laquo;Grazie a una percezione del pubblico e un&rsquo;attenzione nelle scelte pi&ugrave; matura, non solo valutando l&rsquo;importanza del <i data-index-in-node="202" data-path-to-node="9">low alcol</i> ma anche della qualit&agrave; del bere&raquo;.</p>

<p data-path-to-node="10">[[ima4]]In questo decennale inoltre si &egrave; voluto mettere l&rsquo;accento sul talento italiano, quindi il focus non solo sugli italiani che lavorano all&rsquo;estero, ma anche sui talenti <i data-index-in-node="166" data-path-to-node="10">resident</i> che animano i banconi dei locali fiorentini grazie all&rsquo;iniziativa <i data-index-in-node="241" data-path-to-node="10">barkeeper</i>.</p>

<p data-path-to-node="11">Facendo un bilancio di quanto fatto: &laquo;La sorpresa pi&ugrave; grande &egrave; il risultato del lavoro sui bar d&rsquo;hotel&raquo;, conferma <b data-index-in-node="114" data-path-to-node="11">Paola</b>, &laquo;dieci anni fa i bar d&rsquo;hotel erano rari casi come l&rsquo;<i data-index-in-node="173" data-path-to-node="11">Atrium Bar</i> del <i data-index-in-node="188" data-path-to-node="11">Four Seasons</i> e non sempre aperti agli esterni. Il lavoro per&ograve; fatto con la <i data-index-in-node="263" data-path-to-node="11">Florence Cocktail Week</i> ha portato allo sdoganamento e all&rsquo;apertura delle porte a una percezione diversa da parte del cliente finale. &Egrave; stata una battaglia quasi personale contro chi sosteneva che questi non erano bar, ma l&rsquo;intuizione era giusta e Firenze era rimasta un po&rsquo; indietro rispetto ad altre citt&agrave; italiane come Milano e Roma e all&rsquo;estero in generale&raquo;.</p>

<p data-path-to-node="12">[[ima5]]Non solo, ma l&rsquo;esperienza del 2026 ha reso possibile la nascita di un movimento ancora pi&ugrave; ampio di <i data-index-in-node="100" data-path-to-node="12">Italian Cocktail Week</i> e la costruzione di una vera e propria rete di eventi diffusi grazie all&rsquo;adesione di Venezia, Cortina e della Costiera Amalfitana a creare un circuito virtuoso di locali e professionisti.</p>

<p data-path-to-node="13">Appuntamento da domani fino al 22 aprile per scoprire quali e quante iniziative celebreranno un compleanno, una citt&agrave; e i suoi protagonisti.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/paola-mencarelli-dsf4954-copia.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/212/42554/shake-shock/paola-mencarelli-ci-racconta-dieci-anni-di-florence-cocktail-week-.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/212/shake-shock.html">212</category>			</item>			<item>				<title>Trattoria Da Panciroli, Michele De Liguoro apre un &quot;Rovellino&quot; a Milano (e non è finita qui)</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/42545/dallitalia/trattoria-da-panciroli-michele-de-liguoro-apre-un-rovellino-a-milano-e-non-e-finita-qui.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>&laquo;Benvenuti al <em>Rovellino</em>&raquo;. <strong>Michele De Liguoro</strong> &egrave; cuoco superbo e riservato. Il tono sull&rsquo;uscio tradisce l&rsquo;emozione per il fresco varo della sua seconda avventura, <a href="https://www.trattoriadapanciroli.it/" rel="nofollow">Trattoria da Panciroli</a>. Ha aperto da qualche giorno, in sordina, a 3 minuti a piedi dal <a href="https://ristorante-rovello.it/" rel="nofollow">Rovello</a>, la casa madre che nei decenni ha cambiato indirizzo tre volte &ndash; l&rsquo;ultima, traslocando nel novembre 2024 da corso Garibaldi a via Ariberto, Porta Genova.<br />
<br />
La nuova insegna porta il nome di <strong>Gualtiero Panciroli</strong>, patrigno di Michele scomparso da poco, sommelier cui dovemmo i fasti del Rovello 18 ai tempi di Foro Bonaparte, costruiti al fianco di <strong>Cinzia Rossi</strong>, mamma di Michele, il quale non poteva che avere il destino segnato. &laquo;Pensavamo da tempo di accontentare quella fetta di pubblico che non ama stare al bancone, dominante ora al Rovello&raquo;, spiega il cuoco, &laquo;e cos&igrave; 6 mesi fa abbiamo rilevato questo locale con 3 vetrine, costruendolo da zero. Manca ancora l&rsquo;insegna, che faremo dipingere a mano come abbiamo fatto con le boiserie&hellip;&raquo;. Da Panciroli le sedute al banco sono solo 4 e il resto lo compongono tavoli piccoli e medi in tovaglia bianca, spalmati in 3 salette comfort con specchi e vini esposti, per un massimo di 56 coperti: &laquo;&Egrave; un po&rsquo; un ritorno allo stile originario del Rovello e un po&rsquo; una trattoria di campagna in citt&agrave;, come quelle in cui ci piace andare: <em>La Crepa</em>, l&rsquo;<em>Ostreria dei Pavesi</em>&hellip;&raquo;.<br />
<br />
Accanto a Michele,&nbsp;c&rsquo;&egrave; l&rsquo;amico di una vita <strong>Francesco Tancredi</strong>, anche lui al bis imprenditoriale: gestisce da tempo il bistrot-cocktail bar <a href="https://www.ugobar.it/" rel="nofollow">Ugo</a>, sui Navigli, un amore per il bartending che presto trasferir&agrave; anche qui, con pochi cocktail pre-batch come aperitivo: Campari soda, Mito, Martini&hellip;<br />
<br />
[[ima2]][[ima3]]A prima vista, la cucina non &egrave; poi cos&igrave; diversa dal Rovello: i leggendari Peperoni tonnati sono sempre l&igrave;, i mondeghili e la polenta fritta pure ma a stare attenti troviamo un po&rsquo; di differenze con via Ariberto. Ci sono i super-salumi&nbsp;pronti via (culatello oro Spigaroli, prosciutto Bettella, salame di culatello) e, per la prima volta, specialit&agrave; cittadine: Insalata di <em>nervitt</em>, Cervella di vitello, Risotto alla milanese&hellip; Ma, come sempre De Liguoro e il suo sodale di cucina<strong> Raffaele Mongelli</strong> non assecondano dogmi geografici: basti ordinare quella favolosa trippa in umido (rossa d&rsquo;inverno, bianca ora), la Ribollita toscana o le Tagliatelle al rag&ugrave; di Bra.<br />
<br />
Qui non ci sono i plin di via Ariberto ma i Tortelli del giorno,&nbsp;autoprodotti: erano&nbsp;buonissimi quelli ripieni al brasato, con uno spessore di pasta leggero e voluttuoso. Anche gli arrosti cambiano a cadenza quasi quotidiana - un succulento&nbsp;manzo alla California con patate al rosmarino. Ma il pezzo forte, da accaparrarsi prima che arrivi la caldazza, lo trasporta un sontuoso carrello dei bolliti, che in Ariberto non avrebbe lo spazio per deambulare. I tagli includono&nbsp;cotechino, biancostato, testina, muscolo, lingua, cappello del prete e in accompagnamento c&#39;&egrave; bagnetto verde,&nbsp;rosso e mostarda di frutta.<br />
<br />
In carta dei vini c&rsquo;&egrave; tanta Italia - come da tradizione Rovello -&nbsp;e i ragazzi in sala sono tutti sorridenti e competenti.&nbsp;Buona la seconda, in attesa della terza avventura di <strong>De Liguoro</strong>, pronta a partire entro la fine di aprile: il Rovello team ha preso in gestione il Caf&egrave;&nbsp;dello showroom di <em>Poliform</em>, in piazza della Scala, dove un tempo c&rsquo;era il Caf&eacute; Trussardi. Hanno riscritto tutto il progetto da zero.&nbsp;Ne assaggeremo ancora delle buone.<br />
[[ima4]][[ima8]][[ima5]][[ima6]][[ima7]]<br />
<a href="https://www.trattoriadapanciroli.it/" rel="nofollow">Trattoria Da Panciroli</a><br />
via Gaudenzio Ferrari, 1<br />
+390238260809<br />
chiuso domenica, aperto a pranzo e cena<br />
Prezzi medi: salumi 12, antipasti 18, primi piatti e minestre 18, secondi al carrello 20/28 euro, contorni 8, dessert 8</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/1-img-3289.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/42545/dallitalia/trattoria-da-panciroli-michele-de-liguoro-apre-un-rovellino-a-milano-e-non-e-finita-qui.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/dallitalia.html">44</category>			</item>			<item>				<title>Capece e Ventura: il metodo Confine raccontato a Identità Golose Milano, tra pizza e alta ristorazione</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/413/42549/identita-golose-milano/capece-e-ventura-il-metodo-confine-raccontato-a-identita-golose-milano-tra-pizza-e-alta-ristorazione.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>L&#39;hub di via Romagnosi 3 ha ospitato luned&igrave; 13 aprile una serata che ha segnato un anniversario e un nuovo inizio. Da un lato, i tre anni esatti di <em>Confine</em>, la pizzeria che ad aprile 2023 <strong>Francesco Capece</strong> e <strong>Mario Ventura</strong> hanno aperto a Milano e che nel giro di poco tempo si &egrave; imposta come uno degli indirizzi pi&ugrave; riconoscibili della scena cittadina, capace di costruire un linguaggio proprio tra alta ristorazione e pizzeria contemporanea. Dall&#39;altro, l&#39;avvio della seconda stagione di <em>Visioni d&#39;autore</em>, il ciclo di cene firmato da <a href="https://www.identitagolosemilano.it/home" rel="nofollow">Identit&agrave; Golose Milano</a> in collaborazione con&nbsp;<a href="https://www.molinocasillo.com/" rel="nofollow">Molino Casillo</a>&nbsp;e il suo innovativo sfarinato&nbsp;<a href="https://altograno.co/" rel="nofollow">Altograno</a>&reg;, che accompagner&agrave; l&#39;hub per i prossimi mesi.</p>

<p>Alla serata si &egrave; aggiunta una bella sorpresa: un cambio di programma dell&#39;ultimo momento ha permesso a <strong>Francesco Capece</strong> di essere presente in sala accanto a <strong>Mario Ventura</strong>, per un racconto a due voci che ha restituito tutta la densit&agrave; del progetto <em>Confine</em>. E c&#39;&egrave; di pi&ugrave;: essendo il luned&igrave; sera il giorno di chiusura della pizzeria, dalla sede di via Romagnosi 3 sono arrivati praticamente tutti i componenti della squadra, sala e cucina quasi al completo. L&#39;hub si &egrave; cos&igrave; riempito dell&#39;energia che attraversa quotidianamente <em>Confine</em>, rappresentata non solo dai due fondatori ma anche dalle ragazze e dai ragazzi che lavorano con loro con evidente entusiasmo.</p>

<p>[[ima2]]Ad aprire la cena, il <em>Padellino con asparagi stufati, crema di robiola, cialda di pecorino e lime </em>firmato da <strong>Gianluca Strafile</strong> della pizzeria <a href="https://www.instagram.com/strafile.pizzeria/" rel="nofollow">Strafile</a> di Gaggiano (Milano), presente in veste di ambassador <em>Molino Casillo &ndash; Altograno&reg;</em>. Un&#39;entr&eacute;e elegante e primaverile, perfetta per introdurre la filosofia <em>Altograno</em>. Il prodotto rappresenta una sorta di &quot;terzo luogo&quot; tra farina bianca e integrale: nasce da un processo brevettato chiamato<em> Lavorazione Circolare</em>, che permette di recuperare le frazioni pi&ugrave; nobili del chicco di grano, il germe e l&#39;aleurone, stabilizzandole e reintegrandole nello sfarinato. Il risultato &egrave; un prodotto con il 50% di proteine in pi&ugrave; rispetto a un&#39;integrale di alta qualit&agrave; e un profilo di fibre solubili che lo rende pi&ugrave; digeribile e privo di quegli off-taste spesso associati ai prodotti integrali.</p>

<p>[[ima3]][[ima4]]Il cuore della serata ha poi visto i cinque piatti scelti da <em>Confine</em> per raccontarsi a <em>Identit&agrave; Golose Milano</em>, un percorso che ha messo in luce proprio quell&#39;eclettismo che &egrave; forse la cifra pi&ugrave; autentica dell&#39;insegna, anche grazie al lavoro esperto e meticoloso di <strong>Daniele Capece</strong>, fratello di <strong>Francesco</strong> e responsabile della cucina.</p>

<p>[[ima5]][[ima6]]Si &egrave; partiti con il <em>Riso al salto</em> allo zafferano, rag&ugrave; di funghi shiitake e cardoncelli, fondo di funghi, spuma di parmigiano, servito con consomm&eacute; di funghi: un piatto che dichiara subito l&#39;ambizione di muoversi con disinvoltura oltre la pizza, in un dialogo raffinato con la tradizione milanese. &Egrave; seguito il <em>Kebab</em> farcito con shawarma di pancia di agnello, cipolla di Tropea e cetrioli marinati, coleslaw di cavolo cappuccio e carote di Polignano: un morso morbido e goloso, che porta in scena la capacit&agrave; di <em>Confine</em> di leggere i codici della cucina di strada internazionale e ricondurli a una propria grammatica. Con <em>Salerno Milano</em> - signature a base di spuma di patate allo zafferano e midollo, crocchetta ripiena di ossobuco cucinata come un rag&ugrave; napoletano - &egrave; arrivata invece la dichiarazione d&#39;identit&agrave; pi&ugrave; esplicita: la sintesi geografica e affettiva che tiene insieme le radici campane dei due soci e la citt&agrave; che li ha adottati.</p>

<p>[[ima7]][[ima8]]Poi &egrave; arrivato il piatto attorno a cui ruotano tante delle riflessioni di <strong>Capece</strong>: l&#39;<em>Umaminara</em>, pizza al padellino con pomodoro San Marzano affumicato, crema d&#39;aglio rosso di Nubia, gel di basilico, crema di datterino, pasta e colatura di alici di Cetara, polvere d&#39;aglio nero, capperi, origano, polvere di olive nere. Un&#39;evoluzione sofisticata della marinara, con un nome che racconta la ricerca sulle stratificazioni dei sapori, ed &egrave; proprio di questa pizza (o meglio, della sua versione di tre anni fa messa a confronto con quella di oggi) che <strong>Capece</strong> si &egrave; servito&nbsp;per raccontare il metodo di miglioramento continuo che attraversa tutto il lavoro di <em>Confine</em>. Ha chiuso il percorso la <em>Pizza Souzette</em>: brioche salata, salsa al Grand Marnier, gelato al fiordilatte e zest d&#39;arancia. Un gioco di parole e di consistenze che ha lasciato la sala con il sorriso.</p>

<p>[[ima9]]&Egrave; stata, insomma, una cena che ha dimostrato con grande chiarezza perch&eacute; <em>Confine</em> sia oggi una delle insegne pi&ugrave; significative di Milano: per la raffinatezza e l&#39;abilit&agrave; con cui <strong>Capece</strong> e <strong>Ventura</strong> sanno esprimersi anche al di fuori del &quot;confine&quot;, ci si passi il gioco di parole, della pizza, e per il modo in cui tutto questo si traduce in un&#39;esperienza coerente, riconoscibile, felice. Poter chiacchierare a fine servizio con&nbsp;<strong>Francesco Capece</strong> e <strong>Mario Ventura</strong>&nbsp;ci ha permesso di fare un piccolo bilancio con loro di questi tre anni vissuti cos&igrave; intensamente.<br />
&nbsp;</p>

<p>[[ima10]]<strong>Tre anni di</strong> <em><strong>Confine</strong></em>. <strong>Un traguardo che &egrave; anche l&#39;occasione per un primo bilancio di un progetto nato con grande coraggio. Vi aspettavate di raggiungere quello che siete riusciti a ottenere?</strong></p>

<p><strong>Francesco Capece</strong>: &laquo;Partire cos&igrave; forti non ce lo aspettavamo affatto. Sicuramente quello che volevamo conquistare era quello che stiamo facendo: l&#39;idea, l&#39;obiettivo era questo, e quando non fai nemmeno un passo indietro rispetto alla tua idea, riesci a portarla avanti fino alla fine. Quando la piazza ti d&agrave; ragione, quando il locale &egrave; pieno, vuol dire che la tua filosofia &egrave; arrivata. Siamo entrati a gamba tesa in un mercato come quello di Milano, in una fase molto particolare, ma forse la nostra era un&#39;offerta che mancava e che la citt&agrave; voleva: il giusto equilibrio tra alta ristorazione e ristorazione di media fascia. Molti colleghi ci hanno classificati come l&#39;esperienza gastronomica meno costosa della citt&agrave;. <em>Confine</em> ha creato quell&#39;equilibrio ristorativo di cui in molti&nbsp;avevano bisogno&raquo;.</p>

<p><strong>Mario Ventura</strong>: &laquo;Poi c&#39;&egrave; la tenacia di rimettersi in gioco ogni giorno. Abbiamo lavorato sempre con un unico spirito: lavorare sull&#39;errore, con costanza. Il primo anno di attivo &egrave; stato il terzo e adesso che ci siamo, abbiamo deciso di investire ancora: stiamo facendo il restyling del locale in due fasi, &egrave; partita quella delle sale e delle cantine, ad agosto toccher&agrave; alle cucine e al nuovo bar che metteremo all&#39;ingresso. Quando vuoi misurarti a grandi livelli devi dare qualcosa in pi&ugrave;, fisicamente, mentalmente ed economicamente&raquo;.</p>

<p><strong>Francesco, colpisce la quantit&agrave; di soluzioni tecniche nuove che hai introdotto in questi tre anni. &Egrave; un patrimonio che avevi gi&agrave;, o &egrave; questo contesto ad averti stimolato?</strong></p>

<p><strong>Francesco Capece</strong>: &laquo;&Egrave; lo stimolo che percepisco da&nbsp;questa citt&agrave; ad attivare il processo creativo in maniera incredibile, soprattutto lo stimolo dei commensali. All&#39;inizio di errori ne abbiamo fatti,&nbsp;come attitudine abbiamo quella di migliorarci giorno dopo giorno. L&#39;<em>Umaminara</em> di tre anni fa non &egrave; l&#39;<em>Umaminara</em> di oggi, tanto per fare un esempio. I nostri clienti ci chiedono tanto, e se vuoi che un cliente torni dieci, quindici, venti volte in un anno, perch&eacute; l&#39;economia deve reggere su questo, devi mettere il piede sull&#39;acceleratore e creare sempre cose nuove. Oggi abbiamo una squadra di 43 persone, di cui venti solo in cucina, tutti ragazzi di et&agrave; media 23-24 anni, con un processo creativo ancora pi&ugrave; attivo del mio: il mio ruolo &egrave; mettere insieme le idee di tutti&raquo;.</p>

<p><strong>Mario, arrivando in sala colpiva la sincera serenit&agrave; dei vostri ragazzi,. In un momento in cui molti colleghi lamentano difficolt&agrave; nel trovare personale, qual &egrave; il vostro segreto?</strong></p>

<p><strong>Mario Ventura</strong>: &laquo;Ho chiesto a chi faceva piacere venire questa sera, nel giorno di chiusura, e sono venuti quasi tutti. Siamo felici e orgogliosi di avere questa squadra. Abbiamo provato a salvaguardare il nostro staff da personaggi che potevano essere negativi, tutti i ragazzi fanno cinque giorni settimanali con due day off, tutti hanno con noi una relazione vera. Spesso li trattiamo come se fossero dei clienti, perch&eacute; per noi non sono dipendenti: sono asset aziendali. Facciamo due turni da 60, quindi 120 coperti al giorno tutti i giorni:&nbsp;senza la qualit&agrave; dei nostri collaboratori non lo potresti fare. In sala ci sono tutti ragazzi laureati che parlano mediamente due lingue a testa; qualcuno come <strong>Stefano</strong> ne parla quattro, perfettamente. Ci stimoliamo a vicenda, costruiamo assieme il nostro metodo, che &egrave; quello che ci fa fare la differenza, perch&eacute; ha la nostra personalit&agrave;. Quando si respira una bella aria, le persone che si avvicinano a <em>Confine</em> si alzano da tavola contente&nbsp;e iniziano ad arrivare i curriculum. Facciamo una selezione prima umana e poi professionale: cerchiamo di capire se quella persona star&agrave; bene con i nostri ragazzi, perch&eacute; una mela marcia creerebbe problemi soprattutto a loro&raquo;.</p>

<p><strong>Francesco Capece</strong>: &laquo;Bisogna creare il contesto. Abbiamo avuto difficolt&agrave; nei primi sei o sette mesi, ma non perch&eacute; mancassero le persone: &egrave; che il contesto lo costruisci giorno dopo giorno. La credibilit&agrave; professionale ti porta dentro altri professionisti. Oggi, diciamocelo, fa figo lavorare da <em>Confine</em>, e un ragazzo di 23 anni che lavora da noi si sente orgoglioso: questo &egrave; il nostro ruolo. Posso fare il miglior fatturato del mese, ma se i miei ragazzi tornano a casa infelici ho perso tutto&raquo;.</p>

<p><strong>Mario Ventura</strong>: &laquo;Milano, in un momento in cui molti ne raccontano le difficolt&agrave;, a noi ha dato tanto. Ci ha fatto crescere professionalmente, e la sensibilit&agrave; che oggi abbiamo verso i nostri collaboratori non era cos&igrave;: &egrave; stata questa citt&agrave; a farci capire certe cose. Perch&eacute; tutelarli significa tutelare l&#39;azienda e cos&igrave; creiamo altro valore&raquo;.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/11-36.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/413/42549/identita-golose-milano/capece-e-ventura-il-metodo-confine-raccontato-a-identita-golose-milano-tra-pizza-e-alta-ristorazione.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/413/identita-golose-milano.html">413</category>			</item>			<item>				<title>Identità Future: la libertà di pensare. Il programma del congresso che guarda al futuro</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/476/42542/ig2026-identita-future/identita-future-la-liberta-di-pensare-il-programma-del-congresso-che-guarda-al-futuro.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Il 21 &egrave; il numero della maturit&agrave; che non si accomoda: un traguardo che diventa slancio, dice la numerologia. Cos&igrave;, la 21esima edizione segna l&rsquo;ingresso in una nuova et&agrave; di <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/406/congresso-identita-milano.html">Identit&agrave; Milano</a>: sempre pi&ugrave; consapevole, pi&ugrave; autorevole, ma capace di rimettersi in discussione. E di puntare sulle novit&agrave; &ndash; sono tantissime, ancor pi&ugrave; del solito &ndash; e sui giovani, di guardare al futuro a partire dal suo tema <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/476/41350/ig2026-identita-future/identita-future-la-liberta-di-pensare-paolo-marchi-spiega-il-congresso-2026.html">Identit&agrave; Future: la libert&agrave; di pensare</a>, attorno al quale si dipaneranno i lavori della kermesse internazionale dedicata alla cucina d&rsquo;autore, alla pasticceria, al mondo della pizza, al servizio di sala, alla mixology e all&rsquo;h&ocirc;tellerie, di gran lunga la pi&ugrave; prestigiosa del comparto in Italia, che si terr&agrave; tra domenica 7 e marted&igrave; 9 giugno 2026, come la scorsa volta nei nuovi grandi spazi dell&rsquo;Allianz MICo North Wing di Milano (Viale Scarampo - Gate 7).</p>

<p>Saranno tre giorni intensi, dove grandi ospiti internazionali affiancheranno i migliori nomi italiani intrecciandosi con incursioni dal mondo della scienza, dell&rsquo;arte e della cultura, a dimostrazione di come la gastronomia sia oggi un linguaggio universale. Tra le novit&agrave; pi&ugrave; attese spiccano la presentazione della quinta edizione di <em>Bollicine del Mondo</em>, le aree tematiche con nuovi approfondimenti&nbsp;e un progetto inedito dedicato alle giovani generazioni, perch&eacute; sar&agrave; anche&hellip; <em>Identit&agrave; Young</em>!</p>

<p>Oggi intanto possiamo per&ograve; fornirvi una prima carrellata sintetica sul programma gi&agrave; definito, <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/147/identita-milano-2026.html">qui il quadro completo</a>, con l&rsquo;avvertenza che ancora alcuni grandi ospiti e relatori sono in procinto di confermare la loro presenza.&nbsp;[[ima2]]</p>

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<p><strong>DOMENICA 7 GIUGNO</strong><br />
I lavori dell&rsquo;edizione numero 21 di <em>Identit&agrave; Milano</em> partiranno subito forte in Main Stage. Dopo il saluto dei suoi fondatori <strong>Paolo Marchi</strong> e <strong>Claudio Ceroni</strong>, l&rsquo;ormai classica introduzione di <strong>Davide Rampello</strong> sul tema della kermesse, <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/476/41350/ig2026-identita-future/identita-future-la-liberta-di-pensare-paolo-marchi-spiega-il-congresso-2026.html">Identit&agrave; Future: la libert&agrave; di pensare</a>, e il doveroso omaggio al grande <strong>Aimo Moroni</strong>, inizieranno ad alternarsi relatori italiani e internazionali. Subito di forte richiamo la lezione a due voci che vedr&agrave; come protagonisti <strong>Davide Oldani</strong> e il saggista <strong>Massimo Recalcati</strong>. Si affronter&agrave; in seguito la questione del cambiamento climatico e il suo impatto sull&rsquo;ecosistema e, di conseguenza, anche sulla gastronomia, con <strong>Corrado Assenza, Chiara Pavan</strong> e lo scrittore <strong>Stefano Liberti</strong>. Il pomeriggio sar&agrave; spumeggiante, con la presentazione della guida <em>Bollicine del mondo 2026</em> preceduta da <em>5 secondi, Il vino nel cinema</em>, dialogo con <strong>Augusta Bargilli</strong> e la partecipazione straordinaria del regista <strong>Paolo Virz&igrave;</strong>; dal talk <em>Low-alcol e no alcol: solo una tendenza o il futuro? </em>(ci sar&agrave; anche l&rsquo;attore <strong>Luca Argentero</strong>, che ha lanciato sul mercato un proprio vino dealcolato); e dagli omaggi a <strong>Cristina Mercuri</strong>, prima donna italiana a diventare Master of Wine, e allo scomparso <strong>Frederic Pana&iuml;otis</strong>. Nelle altre sale in programma <em>Identit&agrave; di Pasta</em> (sala Emerald 1, in collaborazione con <em>Pastificio Felicetti</em>) nove relatori per sette imperdibili lezioni; <em>Identit&agrave; di Formaggio</em> (sala Emerald 2, in collaborazione col <em>Consorzio del Parmigiano Reggiano</em>), con quattro speaker d&rsquo;eccezione &ndash; tra i quali anche &nbsp;<strong>Mitsuharu Tsumura</strong>, chef numero 1 al mondo per la <em>50Best</em> con il suo <em>Maido</em> a Lima &ndash; e due originali momenti di degustazione; <em>Golosi di Identit&agrave;</em> (sala Arena, in collaborazione con <em>Fondazione Cotarella</em>); e la <em>Bar Experience</em>, che poi proseguir&agrave; per le giornate seguenti.<br />
<strong><a href="https://shop.identitagolose.it/negozio/#iscrizione" rel="nofollow">CLICCA QUI PER ISCRIVERTI A&nbsp;IDENTIT&Agrave; MILANO 2026</a></strong></p>

<p>&nbsp;</p>

<p><strong>LUNED&Igrave; 8 GIUGNO 2026</strong><br />
La seconda giornata di <em>Identit&agrave; Milano 2026</em> svilupper&agrave; il tema <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/476/41350/ig2026-identita-future/identita-future-la-liberta-di-pensare-paolo-marchi-spiega-il-congresso-2026.html">Identit&agrave; Future: la libert&agrave; di pensare</a>, in Main Stage, con alcuni pezzi da novanta della cucina e della pasticceria mondiale. Tra gli ospiti internazionali avremo infatti <strong>Alain Ducasse</strong>, <strong>Alexandre Gauthier</strong>, <strong>Antonio Bachour</strong> e<strong> Mitsuharu Tsumura</strong>, mentre l&rsquo;Italia &ldquo;risponder&agrave;&rdquo; con <strong>Niko </strong><strong>Romito</strong>,<strong> Antonia Klugmann</strong>, <strong>Carlo Cracco</strong>,&nbsp;<strong>Davide Di Fabio</strong>, <strong>Richard Abou Zaki</strong> e<strong> Cesare Murzilli</strong>. In contemporanea, si lavorer&agrave; sodo nelle altre sale nelle quali si svilupper&agrave; il congresso. Ad esempio, nella sala Emerald 1 sar&agrave; di scena <em>Identit&agrave; di Territorio</em> (in collaborazione con <em>Berlucchi</em>), 6 lezioni dalla mattina alla sera tra grandi maestri e giovani talenti, si partir&agrave; con <strong>Riccardo Forapani </strong>e<strong> Virginia Cattaneo</strong>, si terminer&agrave; con <strong>Andrea Aprea </strong>e<strong> Jessica Rocchi</strong>. In sala Emerald 2 torner&agrave; il sempre acclamato appuntamento con <em>Identit&agrave; di Pizza</em> (in collaborazione con <em>Latteria Sorrentina</em>), 8 relatori per 7 masterclass da <strong>Diego Vitagliano </strong>alla coppia formata da <strong>Gianluca Colucci </strong>e<strong> Davide Guidara</strong>. Lo Spazio Arena sar&agrave; invece la sede dello speciale <em>Panel Hospitality</em>, ossia il racconto di <em>Identit&agrave; Milano</em> nel settore dell&rsquo;h&ocirc;tellerie internazionale, con otto talk (due in collaborazione con <em>Food&amp;Wine Italia</em> e <em>Travel &amp; Leisure</em>, uno con <em>Benesse</em>) e relatori di gran prestigio. Continuer&agrave;, infine, la <em>Bar Experience</em>.<br />
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<p><strong>MARTED&Igrave; 9 GIUGNO 2026</strong><br />
La giornata conclusiva dell&rsquo;edizione numero 21 di <em>Identit&agrave; Milano</em> presenter&agrave; in Main Stage l&rsquo;alternarsi di grandi ospiti stranieri e maestri italiani, a raccontarci le loro <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/476/41350/ig2026-identita-future/identita-future-la-liberta-di-pensare-paolo-marchi-spiega-il-congresso-2026.html">Identit&agrave; Future</a> saranno tra gli altri&nbsp;<strong>Massimiliano Alajmo </strong>(che dialogher&agrave; con <strong>Massimiliano Zampini</strong>, professore di Scienze Cognitive al CIMeC &ndash; Universit&agrave; di Trento), <strong>Darren Teoh</strong> dalla Malesia e il messicano <strong>Santiago Lastra </strong>da Londra. Stesso volo dalla capitale inglese per <strong>Charles Spence</strong>, psicologo sperimentale e professore all&rsquo;Oxford University, che duetter&agrave; con <strong>Federico Rottigni</strong>. Attesa chiusura con <strong>Gennaro Esposito</strong>, tra talk e cooking show, in un ideale passaggio di testimone con l&rsquo;imminente <em>Festa a Vico</em>. Tanti appuntamenti nelle altre sale. La Emerald 1 vedr&agrave; come protagonista la Regione ospite dell&rsquo;anno, ecco quindi <em>Identit&agrave; Umbria</em> in collaborazione con la <em>Regione Umbria</em>; la Emerald 2 si sdoppier&agrave;, al mattino in programma quattro lezioni di <em>Identit&agrave; di Lievitati</em> (in collaborazione con <em>Acqua Panna &ndash; S.Pellegrino</em>), con altrettanti grandi pizzaioli; nel pomeriggio ecco il poker di masterclass di <em>Identit&agrave; di Bufala</em> (in collaborazione con <em>Sor&igrave;</em>). In sala Arena si alterneranno invece lezioni che faranno focus sui temi pi&ugrave; importanti della ristorazione contemporanea, con un format nuovo che andremo a presentarvi presto. Terza e ultima giornata, infine, anche per la <em>Bar Experience</em>.<br />
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<p>[[ima3]]<strong>IDENTIT&Agrave; YOUNG</strong><br />
Dopo il &ldquo;numero zero&rdquo; della scorsa edizione, <em>Identit&agrave; Milano</em> sar&agrave; ufficialmente anche <em>Identit&agrave; Young</em>. Rappresenta l&#39;impegno concreto di <em>Identit&agrave;</em> nel rendere il congresso un&#39;esperienza accessibile e inclusiva per le nuove generazioni rappresentando l&#39;evoluzione verso un modello pi&ugrave; aperto e dinamico, volto a integrare i giovani attraverso un approccio esperienziale e concreto. Il percorso prevede la realizzazione di diverse esperienze immersive e progetti mirati, concepiti per analizzare e vivere in prima persona i nuovi trend che caratterizzano la ristorazione contemporanea. L&rsquo;iniziativa non si limita alla trasmissione di saperi, ma punta a coinvolgere attivamente giovani professionisti e studenti, offrendo loro una chiave di lettura privilegiata sulle innovazioni del settore. Attraverso questo dialogo diretto con le realt&agrave; pi&ugrave; all&rsquo;avanguardia, il progetto trasforma il congresso in un laboratorio di crescita professionale e di confronto strategico sulle tendenze emergenti. <em>Identit&agrave; Young</em> significher&agrave; anche l&#39;inedito <em>Next Gen Lab</em>, ulteriore novit&agrave; assoluta: sulla grande balconata che domina il congresso, uno spazio che diventa osservatorio sulla cultura gastronomica urbana e che ospiter&agrave; format e realt&agrave; emergenti dello street food d&#39;autore: i sapori del mondo con uno sguardo fresco e contemporaneo. Sono previste, infine, tariffe agevolatissime per consentire agli under 35 di per vivere da vicino tre giorni di talk e lezioni, incontri dal vivo, networking e riflessioni sul tema del congresso.<br />
<a href="http://shop.identitagolose.it/negozio/#iscrizione" rel="nofollow"><strong>PER ISCRIVERSI A IDENTIT&Agrave; YOUNG, CLICCA QUI</strong></a></p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/identita-future-2026-5.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/476/42542/ig2026-identita-future/identita-future-la-liberta-di-pensare-il-programma-del-congresso-che-guarda-al-futuro.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/476/ig2026-identita-future.html">476</category>			</item>			<item>				<title>Le spine come linguaggio: la visione di Moreno Cedroni tra tecnica e pensiero</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/42531/dallitalia/le-spine-come-linguaggio-la-visione-di-moreno-cedroni-tra-tecnica-e-pensiero.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Ci sono intuizioni che nascono quasi per caso e che finiscono per ridefinire un&rsquo;intera visione gastronomica. Nel percorso di <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/6/465/chef-e-protagonisti/moreno.html">Moreno Cedroni</a> e <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/6/26763/chef-e-protagonisti/luca.html">Luca Abbadir</a>, il nuovo menu <em>Le spine -&nbsp;viaggio attraverso l&rsquo;anima del pesce</em>, a <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/12769/ristoranti/la-madonnina-del-pescatore.html">La Madonnina del Pescatore</a> di Senigallia (Ancona), rappresenta esattamente questo: un punto di svolta. Un progetto che parte da una scoperta tecnica, ma che si sviluppa come riflessione profonda sul valore della materia prima, sulla memoria del pescato&nbsp;e sul ruolo della cucina contemporanea.</p>

<p>&laquo;Lo scorso anno fu casuale la scoperta che le spine di pesci seri, non parlo di alici o sgombri, si potessero cuocere. La scoperta fu all&rsquo;interno dell&rsquo;ocoo, una pentola coreana con combinazioni di avanzate tecnologie&nbsp;moderne ispirata da antiche tradizioni. Lavora insieme con calore, pressione e infrarossi, proprio questi ultimi hanno &ldquo;sciolto&rdquo; la parte calcarea della spina, composta internamente per un 60% da calcio e per un 30% da collagene. Avevamo fatto gli stessi tentativi, per anni, con gusci di vongole, di cozze, di ostriche o carapaci di crostacei, ma senza esito&raquo;.</p>

<p>Qui nasce tutto. Non da un&rsquo;idea astratta, ma da un risultato concreto: rendere commestibile e interessante ci&ograve; che normalmente non lo &egrave;.</p>

<p>[[ima15]][[ima14]]Ma cosa significa davvero lavorare sulle spine? &Egrave; solo tecnica o &egrave; gi&agrave; pensiero? &laquo;&Egrave; un tema che va oltre la semplice esplorazione culinaria, trasformando un elemento spesso trascurato in un simbolo di essenza, struttura e memoria. Le spine non sono solo l&rsquo;architettura del pesce, ma ne custodiscono l&rsquo;anima pi&ugrave; profonda, quella che resta anche dopo la trasformazione. Sono il segno della sua esistenza, il filo conduttore della sua storia nel mare. Ho scelto di interpretarle non come un ostacolo, ma come un punto di partenza per una cucina che va oltre il visibile, esplorando la materia prima nella sua totalit&agrave;&raquo;.</p>

<p>&Egrave; qui che la ricerca tecnica si trasforma in linguaggio. La spina non &egrave; pi&ugrave; supporto, ma contenuto. Non pi&ugrave; scarto, ma identit&agrave; attraverso&nbsp;carattere, memoria, sapore Se ogni piatto racconta una storia, la spina &egrave; il cuore narrativo di ogni preparazione a base di pesce. La sua forma, la sua consistenza, il suo profilo gustativo determinano il carattere della pietanza. &laquo;Ogni spina plasma il piatto con un sapore unico. Cos&igrave; come la struttura ossea di un pesce ne definisce il movimento, allo stesso modo influenza le sue qualit&agrave; organolettiche. La spina &egrave; il punto di origine di un gusto che cambia a seconda di come viene interpretato&raquo;.</p>

<p>A questo punto la domanda &egrave;: come si traduce tutto questo nel piatto? La risposta &egrave; nel menu. &laquo;Abbiamo incentrato il lavoro su tre tipi di spine, quella di rombo, un pesce bianco, quelle di ricciola, un pesce azzurro, e quelle di moro oceanico, un pesce di acque fredde e profonde. Tre spine, tre identit&agrave;, tre comportamenti diversi in cucina. Ed &egrave; proprio questa diversit&agrave; a costruire il percorso&raquo;.</p>

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<p><strong>IL MENU DE LA MADONNINA DEL PESCATORE</strong><br />
<em>Cracker di rose e ostriche con cocktail al rosolio e litchi</em><br />
[[ima2]]Un inizio apparentemente delicato, ma gi&agrave; costruito su contrasti netti: floreale, iodato, dolce e alcolico. Non c&rsquo;&egrave; ancora la spina, ma c&rsquo;&egrave; l&rsquo;idea di stratificazione gustativa che preparer&agrave; il palato.</p>

<p>&nbsp;</p>

<p><em>Cubo di ricciola, salsa di rabarbaro, zucchina spinosa, oxalis e cialda di lisca lyo</em><br />
[[ima3]]Qui entra subito il tema. La lisca liofilizzata diventa elemento croccante e concettuale. L&rsquo;acidit&agrave; del rabarbaro e dell&rsquo;oxalis bilancia la grassezza della ricciola, mentre la spina introduce una dimensione nuova: non solo texture, ma gusto.</p>

<p>&nbsp;</p>

<p><em>Pat&eacute; en cro&ucirc;te marino con coda di rospo testa e trippa, salame di orata, uova di seppia, gelatina di yuzu</em><br />
[[ima4]]Un piatto di grande complessit&agrave; tecnica. La struttura classica del pat&eacute; en cro&ucirc;te viene ribaltata in chiave marina, valorizzando parti normalmente secondarie. La spina qui &egrave; implicita: &egrave; nel concetto di recupero totale della materia.</p>

<p>&nbsp;</p>

<p><em>Erbe bruciate, spine di rombo maturate 2 mesi, cotte nell&rsquo;oco ed essiccate, miso di lievito e mais acidulato</em><br />
[[ima5]]Uno dei piatti pi&ugrave; radicali. La spina di rombo, maturata e poi lavorata, diventa protagonista assoluta. Le note tostate e fermentate creano profondit&agrave;, mentre l&rsquo;acidit&agrave; del mais tiene il piatto in equilibrio.</p>

<p>&nbsp;</p>

<p><em>Moro oceanico, il mantecato delle sue spine frollate 3 mesi, cotte e frullate, salsa di zucca amara, cetriolo agrodolce</em><br />
[[ima6]]Qui emerge la differenza tra le spine: quella del moro, pi&ugrave; grassa, permette una lavorazione cremosa. Il risultato &egrave; sorprendente, quasi burroso, con contrasti tra dolce, amaro e acido.</p>

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<p><em>Maccheroncini al fum&egrave;, ventresca di tonno, olivello spinoso, grattata di spina di rombo lyo affumicata e pecorino</em><br />
[[ima7]]Un piatto pi&ugrave; accessibile, ma non meno concettuale. La spina grattugiata funziona come un formaggio stagionato marino, amplificando umami e profondit&agrave;.</p>

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<p>Dice <strong>Cedroni</strong>: <em>&laquo;</em>Verso maggio del 2025 mi viene l&rsquo;intuizione di mettere le spine a maturare nella cella dei pesci, aspetto cinque mesi e verso i primi di ottobre proviamo a cuocerle. Avevano perso tutti i liquidi, erano rimasti gli oli caratteristici dell&rsquo;odore di ossidazione. Nella cottura si ammorbidiscono e poi frullate capisco di essere sulla strada giusta, il risultato non era pi&ugrave; cremoso per rombo e ricciola ma era polveroso e croccante, mentre la spina di moro, molto ricca di grasso, aveva la consistenza di un mantecato&raquo;.&nbsp;Ed &egrave; esattamente ci&ograve; che si ritrova nei piatti: polveri, croccantezze, mantecati. La tecnica diventa coerenza.&nbsp;&laquo;Le spine ci insegnano che ogni elemento ha un valore, anche quello che siamo abituati a ignorare. In natura, la spina &egrave; ci&ograve; che d&agrave; forma e sostegno al pesce. In cucina, diventa il ponte tra passato e futuro, il segreto di un gusto pi&ugrave; profondo, il segno tangibile di un approccio sostenibile e consapevole&raquo;.</p>

<p>&nbsp;</p>

<p><em>Ossobuco di tonno come un bollito, salsa verde, cavolfiore in giardiniera, mascarpone e mostarda di mela</em><br />
[[ima8]]Un gioco sulla memoria gastronomica italiana. Il mare prende il posto della terra, ma la struttura resta familiare. La spina &egrave; meno evidente, ma il pensiero di fondo rimane: reinterpretare.</p>

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<p><em>Agnello maturato un mese in cera d&rsquo;api, fettine di grasso di ventresca, cacciatora e fricassea, sedano rapa con il suo fondo</em><br />
[[ima9]]Un&rsquo;apparente deviazione che in realt&agrave; rafforza il concetto. Il grasso di pesce entra nella carne, creando un dialogo tra mondi diversi ma coerenti nella logica di utilizzo totale della materia.</p>

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<p><em>Tisana aromatica, orecchio di giuda e grattata di zucca affumicata</em><br />
[[ima10]]Un passaggio di rottura, quasi meditativo. Serve a resettare il palato, ma mantiene un legame con il tema attraverso consistenze e aromi.</p>

<p>&nbsp;</p>

<p><em>Desert&hellip; Sabbia di meringa e spezie, cremoso al dattero al cioccolato Tulakalum, gelato al latte di capra, sorbetto al gin e haworthia</em><br />
[[ima11]]Un dessert complesso, che lavora su stratificazione e contrasti. Non c&rsquo;&egrave; la spina, ma c&rsquo;&egrave; la stessa idea di profondit&agrave; gustativa.</p>

<p>&nbsp;</p>

<p><em>Cr&egrave;me caramel cotto nell&rsquo;ocoo, gelato di patata dolce e polvere di caff&egrave;, koji e aglio nero, gelatina torbata</em><br />
[[ima12]]Qui la pasticceria si avvicina al mondo umami. Fermentazioni e note tostate entrano nel dolce, in continuit&agrave; con il percorso.</p>

<p>&nbsp;</p>

<p><em>Pesciolino: cioccolato, arancia candita e spina di ricciola maturata</em><br />
[[ima13]]Chiusura coerente e provocatoria. La spina torna, anche nel dolce, come simbolo definitivo del menu.</p>

<p>&nbsp;</p>

<p>Questo menu&nbsp;&egrave; un manifesto che invita a guardare oltre l&rsquo;apparenza, a riscoprire il valore di ogni dettaglio e a considerare la cucina non solo come un atto di creazione, ma anche come un gesto di rispetto.&nbsp;&laquo;Siamo partiti da poco pi&ugrave; di un mese con questo nuovo percorso. Quello precedente, che gi&agrave; introduceva la lavorazione delle spine, lo abbiamo presentato&nbsp;a <em>Identit&agrave; Milano</em> e devo dire che la cosa ci ha portato fortuna&raquo;. Pi&ugrave; che un menu, <em>Le spine</em>&nbsp;&egrave; un cambio di prospettiva. Un invito, per chi cucina e per chi mangia, a guardare oltre, a riconoscere valore dove prima c&rsquo;era solo scarto. E forse &egrave; proprio qui che la cucina contemporanea trova la sua forza pi&ugrave; autentica.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/spine-la-madonnina-del-pescatore-moreno-cedroni.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/42531/dallitalia/le-spine-come-linguaggio-la-visione-di-moreno-cedroni-tra-tecnica-e-pensiero.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/dallitalia.html">44</category>			</item>			<item>				<title>La grammatica contemporanea dell'impasto di Francesco Arnesano</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/209/42525/mondo-pizza/la-grammatica-contemporanea-dellimpasto-di-francesco-arnesano.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p><strong>Francesco Arnesano</strong>, poco pi&ugrave; di 30 anni, carattere schivo e riservato, &egrave; uno di quelli che odia le tendenze, ma da sempre ha una visione &quot;futuristica&quot; della pizza. Di lui parlano molto di pi&ugrave; i suoi prodotti, metro di giudizio dei clienti.</p>

<p>Cresciuto nel ristorante di famiglia, uno di quei posti dalle &ldquo;cose buone e fatte bene&rdquo;, muove l&igrave; i primi passi tra lievito madre, pane e pizza ed &egrave; sempre l&igrave; che nasce quel senso di appartenenza al mondo dei lievitati, che lo allontana dalla classica ristorazione per metterlo su una strada molto personale. Quella che continua a percorrere con successo, ricerca costante e tanta voglia di esprimersi: mai uguale a nessuno, la pizza firmata <strong>Arnesano</strong> ha il pregio, infatti, di essere riconoscibile agli occhi e al morso, la parte concreta ed effettiva di un progetto che unisce impasti, lievitazioni e sapori.</p>

<p>Oggi <strong>Francesco Arnesano</strong> fa parte di quella <em>nouvelle vague</em> della <em>pizza in teglia</em>, di quella generazione Zeta dove la &ldquo;Z&rdquo; sta per &ldquo;zero compromessi&rdquo; e che su questa tipologia di pizza ha puntato tutto il suo futuro, perch&eacute; come lui stesso dice,&nbsp;&laquo;secondo quella che &egrave; la mia idea di pizza, ho sempre pensato che la teglia ne sia la massima espressione, sebbene sia ancora molto sottovalutata&raquo;.</p>

<p>Corretto, cos&igrave; come &egrave; vero che la teglia inizia a presentarsi come un&nbsp;nuovo capitolo gourmet della pizza. Lo avevamo intuito con l&rsquo;insegnamento di <strong>Gabriele Bonci</strong>, maestro e modello per molti artigiani a Roma e non solo, che ha tracciato una nuova strada fatta di alveoli, alte idratazioni, lievitazioni pi&ugrave; lunghe e poi tanta cucina e materie prime di qualit&agrave; che per la prima volta sposano quella &ldquo;base povera e popolare&rdquo;. Su questa strada in tanti si sono incamminati, ma in questo campo vince non chi arriva prima, ma chi giunge pi&ugrave; lontano, chi trova la sua personalit&agrave; &ndash; &laquo;perch&eacute; la vera sfida &egrave; consolidare le proprie idee e restare saldi nelle radici&raquo; &ndash; sottolinea il titolare di <em>Lievito</em> che lavora e studia da pi&ugrave; di dieci anni senza sosta, ogni giorno nel suo laboratorio dalle cinque&nbsp;del mattino fino a tarda sera, alimentato da un entusiasmo e da un amore incondizionato per il suo mestiere.</p>

<p>&nbsp;</p>

<p><strong>LA SCELTA DELLA PIZZA IN TEGLIA<br />
&laquo;</strong>Quando a soli vent&rsquo;anni ho lasciato l&rsquo;attivit&agrave; di famiglia per avviare quello che sarebbe stato il mio primo <em>Lievito Pizza Pane</em> all&rsquo;Eur, ho abbandonato l&rsquo;idea della tonda e mi son detto: far&ograve; pizza in teglia. L&rsquo;unica cosa che sapevo, forse con meno consapevolezza di oggi, &egrave; che desideravo mettere la mia firma sulla pizza, creare qualcosa che fosse solo mio e che parlasse di me&raquo;. E questo racconto <strong>Arnesano</strong> non lo porta avanti solo con la teglia, ma con tutto ci&ograve; che impasta: pane,&nbsp;sfogliati per la colazione, fino ai grandi lievitati per le feste. In ogni sua creazione il giovane pizzaiolo porta con s&eacute; gli insegnamenti del padre:&nbsp;l&rsquo;attenzione alle materie prime partendo dalle miscele di farine di diverso tipo, fino agli impasti studiati per ottenere un risultato finale che si riassume in un ritmo alternato tra croccantezza del morso e quella leggerezza che al palato diventa impalpabile, ma presente per profumi e sapore. E poi ci sono le sue &ldquo;ricette&rdquo;, quelle combinazioni di ingredienti di qualit&agrave; che trovano sulla pizza un&rsquo;espressione gastronomica,&nbsp;da un timbro pi&ugrave; originale a un taglio pi&ugrave;&nbsp;classico. Basta guardare il banco nel suo tripudio di colori e forme: tanto vegetale, stagionalit&agrave;, territorio laziale ma anche elementi - come salumi e formaggi - che sconfinano per raccontarci il bello e il buono della nostra Italia, e poi le consistenze. Il tutto si esprime in pochi elementi, puntando sulla legge della sottrazione,&nbsp;evitando stratificazioni eccessive: &egrave;&nbsp;questa la regola di <strong>Arnesano</strong>.<br />
[[ima6]]Alla domanda perch&eacute; la pizza in teglia, la sua risposta &egrave; ferma: &laquo;Nonostante una certa complessit&agrave; di gestione e di tecnica - che richiedono&nbsp;un lavoro enorme -, ti d&agrave; libert&agrave; di manovra e di espressione pi&ugrave; di ogni altro tipo di pizza. Oggi la pizza in teglia &egrave; un prodotto che ha una sua risonanza in questo mondo e per me &egrave; il futuro del settore. Nella sua completezza pu&ograve; arrivare persino a essere un piatto principale. Ma bisogna stare attenti a non farsi prendere la mano dall&rsquo;eccessiva tecnica o costruire prodotti troppo complessi, con bighe e sovrastrutture che poi diventano poco sostenibili economicamente per la stessa azienda&raquo;.</p>

<p>&nbsp;</p>

<p><strong>IL PROGETTO DI LIEVITO A ROMA</strong><br />
L&rsquo;idea di <a href="https://lievitopizzapane.it/" rel="nofollow" target="_blank">Lievito</a> parte da una pura e sana follia. Fino al 2023 c&rsquo;era solo il negozio in Viale Europa, poi nel 2024 si &egrave; aggiunto il secondo locale, in via Simone Martini, non troppo distante dalla prima sede, che prende, per&ograve; una conformazione diversa, ampliando il format originario e offrendo ci&ograve; che mancava, ovvero una dimensione pi&ugrave; rilassata di consumo, un&rsquo;immagine di accoglienza, di cura e creativit&agrave;. Tutti i prodotti sono a vista, dal pane alla pizza, dai vini ai biscotti, fino al bancone bar con la caffetteria, i lievitati, sfogliati e i dolci sia da credenza, sia da pasticceria (spoiler a breve pare ci sar&agrave; anche il gelato). <strong>&laquo;</strong>Chi entra qui, rimane stupito per quante cose facciamo -&nbsp;racconta <strong>Francesco </strong>- ma la verit&agrave; &egrave; che molte di queste, le facevamo gi&agrave; prima. In 30 mq arrivavamo a produrre, oltre alla pizza, fino a due quintali di pane al giorno per otto referenze diverse, crostate, biscotti. Molto probabilmente siamo stati anche i primi a proporre panettoni in una pizzeria a taglio, proprio come in pasticceria. Insomma, facevamo cose bellissime e continuiamo a farle&raquo;.<br />
[[ima3]]Fin da subito <strong>Francesco Arnesano</strong> con <em>Lievito</em> ha avviato - per molti versi anticipandolo - un processo di decontestualizzazione di prodotti che appartenevano alla pasticceria portandoli in pizzeria, con coerenza, delineando un&rsquo;identit&agrave; ben precisa e declinabile in una proposta gastronomica che dal mattino fino alle 21 di ogni giorno scandisce con gusto i vari momenti della giornata&nbsp;di chi vive e lavora in zona, ma anche di chi viene da altri punti della citt&agrave; per provare, scoprire o per fedelt&agrave; al prodotto.&nbsp;&laquo;Creare un&rsquo;identit&agrave; riconoscibile per me &egrave; fondamentale, &egrave; sempre stato il mio mantra&raquo; &ndash; sottolinea il pizzaiolo e continua - &laquo;Non mi sono mai sentito un anticipatore; sono solo <strong>Francesco</strong> e ho sempre fatto quello che mi piace fare, nell&rsquo;unico posto dove potevo farlo. &Egrave; anche vero che trovare un biscotto fatto in casa in una pizzeria al taglio &egrave; una cosa rara, cos&igrave; come panettoni o colombe a lievitazione naturale&raquo;.</p>

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<p><strong>LIVIETO, PIZZA, PANE: i tre universi di Arnesano</strong><br />
Entrando da<em> Lievito</em> in via Simone Martini sembra di essere un po&rsquo; nel paese dei balocchi dei lievitati e la voglia di assaggiare tutto assale immediatamente.</p>

<p>[[ima2]]Partiamo dal pane, prodotto sul quale <strong>Arnesano</strong> sta sviluppando un lavoro molto interessante: ben 15 le referenze quotidiane a scaffale, ogni pane con il suo lievito dedicato, che viene gestito e curato con l&rsquo;obiettivo di ottenere un preciso risultato. &laquo;Non sono ossessionato dall&rsquo;alveolatura - ci dice il nostro lievitista - sia sul pane sia per la pizza non sono un fan dell&rsquo;alveolo fine a s&eacute; stesso. Per me contano molto di pi&ugrave; l&rsquo;aroma, il sapore, la consistenza, frutto della gestione del lievito e dell&rsquo;impasto&raquo;. Il pane profuma e porta con s&eacute; il sapore dei cereali; la nota acida del lievito madre si percepisce ma non &egrave; invadente, ogni pezzatura, non meno di un chilo, ha una sua precisa suddivisione tra crosta croccante, mollica cremosa o fondente&raquo;.</p>

<p><em>E questa famosa pizza</em>? L&rsquo;impasto &egrave; semplicissimo: un diretto all&rsquo;80% d&rsquo;idratazione, con autolisi breve, idratata al 70%. <strong>Francesco </strong>lavora con un blend di farine che ha messo a punto negli anni, dove troviamo un 70% di grano tenero tipo 2, grano duro siciliano, farro integrale, segale e un po&rsquo; di grano tenero integrale. Un impasto che ti permette di fare una pizza che si adatta a diversi usi e consumi, da quelle classiche che non mancano mai, a quelle montate fino alle cucinate. Al banco c&rsquo;&egrave; la rossa semplice che conquista per la croccantezza persistente e la dolcezza del pomodoro, cos&igrave; come quella con le patate che vengono cotte al burro prima di andare in forno, creando consistenza e cremosit&agrave; diverse dalle versioni pi&ugrave; comuni. Tante anche le pizze creative, dove la cucina &egrave; protagonista insieme alla creativit&agrave; di <strong>Francesco</strong>, che racconta ridendo: &laquo;A volte forse siamo fin troppo creativi e poco codificabili, ma se ci togli l&rsquo;inventiva e la fantasia viene meno quella parte fondamentale del nostro lavoro.<br />
[[ima5]]Con la cucina ci divertiamo molto: se ci pensiamo bene, la pizza in teglia non si cuoce soltanto, si cucina. Grazie alla sua cottura, infatti, - che va oltre i dieci minuti - anche gli ingredienti crudi cuociono insieme alla pasta divenendo un tutt&rsquo;uno, con una nuova consistenza. Questo &egrave; il bello della pizza in teglia&raquo;. Tra gli assaggi che abbiamo avuto modo di provare, spinti dalla curiosit&agrave;, ci sono <em>Radicchio al barolo, gorgonzola al cucchiaio e carpaccio di pere al limone</em>, un crescendo di sapore e acidit&agrave;; quella con <em>Asparagi di mare, riduzione di passion fruit, mazzancolle e lardo alle erbe,</em> che gioca con diversi toni di freschezza; o la classica e confortevole pizza con <em>Porchetta, indivia condita alla romana e burro salato</em>. Tra le storiche c&rsquo;&egrave; la <em>Suprema di carciofi</em>: base di crema di carciofi, carciofo romano fritto e carciofo spadellato, che punta a valorizzare l&#39;ingrediente a 360 gradi e poi quella con <em>Schiena di maiale</em>, semplice, con pochi ingredienti, ma memorabile. Queste si alternano ai prodotti antichi da forno, come le <em>pizzette romane croccanti</em>, condite e dal bordo bruciato, &laquo;perch&eacute; con tutta questa corsa alla tecnica rischiamo di perdere l&rsquo;essenza delle cose e dei prodotti che hanno fatto la storia della panificazione italiana&raquo;, motiva <strong>Arnesano</strong>.</p>

<p>Sono tutte pizze che si fanno notare anche per il loro cromatismo, dove ogni colore e sfumatura, corrisponde a un sapore e a una consistenza, e sulla teglia, c&rsquo;&egrave; molto studio e dedizione anche sotto questo aspetto: la pizza viene disegnata, condita in modo equo per ogni porzione ed esposta quasi come un&rsquo;opera d&rsquo;arte.</p>

<p>&nbsp;</p>

<p><b>IL LATO DOLCE DI FRANCESCO ARNESANO</b><br />
La parte dolce &egrave; la grande novit&agrave; di questo luogo: pasticceria fresca, secca e sfogliati per la colazione. A questi si aggiungono elementi di pasticceria classica e moderna, dolci da credenza e qualche torta. E per accompagnare poi caff&egrave;, cappuccino e specialty coffee che ruotano mensilmente.<br />
[[ima4]]Fiore all&rsquo;occhiello &egrave; la<em> viennoiserie:</em>&nbsp;<em>pain au chocolat, pain suisse, croissant francesi </em>profumati di burro, sfoglia friabile e laminata;&nbsp;a questi si aggiungono il <em>cornetto all&rsquo;italiana, le girelle, le veneziane </em>e diversi impasti farciti con una soffice crema pasticcera. Capitolo a parte sono i grandi lievitati: &laquo;L&rsquo;amore per il panettone nasce prima come sfida per poi diventare sentimento profondo. Ho avuto da sempre la voglia di raggiungere e superare certe complessit&agrave; tecniche e all&rsquo;inizio era veramente complicato considerando che non avevo un laboratorio attrezzato come oggi&raquo;.&nbsp;E aggiunge: &laquo;A me piace tutto ci&ograve; che lievita e cresce nel forno. Entrare in simbiosi con il lievito naturale &egrave; una delle cose pi&ugrave; belle e affascinanti&raquo;. Passato il tempo della scommessa, <strong>Francesco Arnesano </strong>&egrave; tra i giovani lievitisti talentuosi romani che stanno riscrivendo la grammatica degli impasti.</p>

<p>&nbsp;</p>

<p><a href="https://lievitopizzapane.it/" rel="nofollow" target="_blank">Lievito Francesco Arnesano</a><br />
Roma &ndash; via Simone Martini 6/8<br />
06. 86291312<br />
orario 7.30/21.00 (chiuso domenica pomeriggio)</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/foto-blasetti-arnesano-1.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/209/42525/mondo-pizza/la-grammatica-contemporanea-dellimpasto-di-francesco-arnesano.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/209/mondo-pizza.html">209</category>			</item>			<item>				<title>Il riso: proprietà nutrizionali, varietà e benefici. La parola al nutrizionista</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/42409/dallitalia/il-riso-proprieta-nutrizionali-varieta-e-benefici-la-parola-al-nutrizionista.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Versatile, digeribile e naturalmente privo di glutine: il riso - materia prima simbolo della prossima <a href="https://www.giornatadellaristorazione.it/" rel="nofollow">Giornata della Ristorazione</a> - &egrave; uno degli alimenti pi&ugrave; diffusi e apprezzati al mondo. Non solo per la sua capacit&agrave; di adattarsi a cucine e tradizioni diverse, ma anche per le sue interessanti propriet&agrave; nutrizionali. Ne parliamo con il dottor <strong>Nicola Calandrella</strong>, biologo nutrizionista e specialista in Patologia Clinica, responsabile del reparto di Ematologia, Microscopia e di Biologia Molecolare presso il <a href="https://www.luisa.it/" rel="nofollow">poliambulatorio Luisa</a>&nbsp;a Roma, hub di una rete di laboratori di analisi cliniche. Dal 2010 coordina e gestisce l&rsquo;omonimo <a href="https://www.bionutrizionista.eu/" rel="nofollow">Centro nutrizione dott. Calandrella</a>, da lui stesso creato. L&rsquo;esperto ci guida alla scoperta di uno dei cereali pi&ugrave; antichi e consumati della storia.</p>

<p>&nbsp;</p>

<h3>Un alimento globale: il riso sulla tavola di oltre met&agrave; del pianeta </h3>

<p>[[ima4]]&nbsp;Il riso &egrave; molto pi&ugrave; di un semplice ingrediente. &laquo;Costituisce la principale fonte di carboidrati per circa met&agrave; della popolazione mondiale -&nbsp;spiega il dottor <strong>Calandrella</strong>&nbsp;- Parliamo di oltre quattro miliardi di persone che lo consumano regolarmente ogni giorno. Lavorando a Roma con pazienti di molte nazionalit&agrave;, il riso &egrave; spesso l&rsquo;alimento che riesco a proporre pi&ugrave; facilmente a tutti&raquo;. La sua diffusione non &egrave; casuale: si tratta infatti di una delle coltivazioni pi&ugrave; antiche della storia dell&rsquo;uomo. Ma ci&ograve; che lo rende davvero universale &egrave; soprattutto la sua versatilit&agrave;. &laquo;&Egrave; un alimento incredibilmente adattabile&raquo;, osserva il nutrizionista. &laquo;Pu&ograve; essere cucinato in moltissimi modi e si abbina facilmente a ingredienti e tradizioni gastronomiche molto diverse tra loro&raquo;. Dal punto di vista nutrizionale, inoltre, &egrave; un alimento altamente digeribile e naturalmente privo di glutine, caratteristica che lo rende adatto anche alle persone che soffrono di celiachia. &laquo;Proprio per questa sua digeribilit&agrave; e neutralit&agrave; -&nbsp;aggiunge <strong>Calandrella</strong>&nbsp;-&nbsp;il riso &egrave; spesso uno degli alimenti pi&ugrave; semplici da inserire in un piano alimentare equilibrato&raquo;.</p>

<p>&nbsp;</p>

<h3>Le propriet&agrave; nutrizionali del riso </h3>

<p>Dal punto di vista energetico, il riso apporta circa 330&ndash;350 calorie per 100 grammi di prodotto secco, con una composizione dominata dai carboidrati, che rappresentano circa l&rsquo;80% del peso. Non contenendo glutine, il chicco ha una composizione dominata dall&rsquo;amido, che occupa una quota relativamente maggiore rispetto a quella presente nei cereali che contengono glutine. Ma non si tratta solo di energia. &laquo;Soprattutto nelle versioni integrali, il riso &egrave; ricco di micronutrienti importanti -&nbsp;spiega<strong> Calandrella</strong>&nbsp;- Troviamo minerali come calcio, fosforo, magnesio e zinco, oltre a rame e selenio, che non sono cos&igrave; comuni in molti alimenti di uso quotidiano&raquo;. Il riso fornisce anche vitamine del gruppo B, fondamentali per il metabolismo energetico e per il corretto funzionamento del sistema nervoso. &laquo;Naturalmente - precisa il nutrizionista - il contenuto nutrizionale cambia molto a seconda della lavorazione del chicco&raquo;.</p>

<p>&nbsp;</p>

<h3>Riso bianco, parboiled o integrale: le differenze </h3>

<p>[[ima3]]&nbsp;Non tutte le variet&agrave; di riso sono uguali. Tra i pi&ugrave; diffusi c&rsquo;&egrave; il riso bianco brillato, cio&egrave; raffinato. Durante la lavorazione il chicco viene privato della crusca e lucidato: questo lo rende esteticamente pi&ugrave; brillante e anche pi&ugrave; rapido da cuocere, ma comporta una perdita significativa di fibre e micronutrienti. &laquo;Il riso bianco &egrave; sicuramente pi&ugrave; digeribile -&nbsp;spiega <strong>Calandrella</strong>&nbsp;- e pu&ograve; essere utile in alcune condizioni cliniche&raquo;. Per esempio, aggiunge, &laquo;in caso di diarrea, gastrite acuta o nelle riacutizzazioni di alcune patologie intestinali, proprio perch&eacute; povero di fibre&raquo;. Una via di mezzo &egrave; rappresentata dal riso parboiled, che non &egrave; una variet&agrave; ma un tipo di trattamento tecnologico. I chicchi vengono immersi in acqua calda e sottoposti a vapore prima della raffinazione. Questo processo fa migrare parte dei nutrienti dalla crusca all&rsquo;interno del chicco, rendendolo pi&ugrave; ricco di minerali e vitamina B1 rispetto al riso bianco. &laquo;&Egrave; un metodo interessante -&nbsp;osserva il nutrizionista - perch&eacute; consente di conservare una parte dei micronutrienti anche dopo la lavorazione&raquo;. Il parboiled ha anche un vantaggio pratico: i chicchi restano separati e difficilmente scuoce, i chicchi per&ograve; assorbono anche meno condimenti. Per questo &egrave; spesso utilizzato per piatti asciutti o insalate di riso, mentre &egrave; meno adatto ai risotti perch&eacute; rilascia meno amido. La scelta nutrizionalmente migliore, per&ograve;, resta il riso integrale, che mantiene crusca e germe del chicco. &laquo;Il riso integrale &egrave; molto pi&ugrave; ricco di fibre - sottolinea <strong>Calandrella</strong> - comprese quelle solubili che contribuiscono al benessere del microbiota intestinale. Il riso integrale &egrave; pi&ugrave; sano, ma i cuochi spesso preferiscono il bianco per gusto e resa&raquo;.</p>

<p>&nbsp;</p>

<h3>Dal basmati al riso nero: le variet&agrave; pi&ugrave; interessanti </h3>

<p>Le variet&agrave; di riso sono centinaia e molte sono ormai facilmente reperibili anche nei supermercati. Tra le pi&ugrave; diffuse troviamo il riso basmati integrale, dai chicchi lunghi e profumati, il riso nero, il riso rosso integrale e le versioni integrali del riso italiano tradizionale come Carnaroli o Arborio. Alcune di queste variet&agrave; sono particolarmente interessanti dal punto di vista nutrizionale. &laquo;Variet&agrave; di riso come quello nero o rosso contengono antocianine -&nbsp;spiega <strong>Calandrella</strong>&nbsp;- Sono antiossidanti naturali che contribuiscono a contrastare lo stress ossidativo e i radicali liberi&raquo;. &Egrave; importante per&ograve; non confondere il riso rosso integrale con il riso rosso fermentato. Quest&rsquo;ultimo &egrave; un prodotto completamente diverso: si tratta di riso bianco fermentato con un particolare lievito che produce una sostanza chiamata monacolina K, che funziona come una statina naturale per ridurre il colesterolo. &laquo;In questo caso -&nbsp;precisa il nutrizionista - non parliamo pi&ugrave; di un semplice alimento ma di un integratore alimentare con degli effetti fitoterapeutici&raquo;.</p>

<p>&nbsp;</p>

<h3>Amilosio e amilopectina: perch&eacute; alcune variet&agrave; di riso sono pi&ugrave; salutari </h3>

<p>Una delle differenze pi&ugrave; importanti tra le variet&agrave; di riso riguarda la composizione dell&rsquo;amido, formato da due molecole principali: amilosio e amilopectina. L&rsquo;amilosio ha una struttura lineare e viene digerito pi&ugrave; lentamente, per cui il glucosio entra nel sangue in modo graduale, evitando picchi glicemici. L&rsquo;amilopectina, invece, ha una struttura ramificata e viene digerita pi&ugrave; rapidamente, provocando un aumento pi&ugrave; veloce della glicemia. &laquo;Dal punto di vista salutistico preferisco variet&agrave; di riso con una quota maggiore di amilosio -&nbsp;spiega <strong>Calandrella</strong>&nbsp;- perch&eacute; tendono ad avere un indice glicemico pi&ugrave; basso&raquo;. Un esempio &egrave; il riso basmati, che rimane sgranato e ha una risposta glicemica pi&ugrave; moderata. Al contrario, le variet&agrave; di riso molto ricche di amilopectina, come il riso glutinoso o alcune variet&agrave; comuni, risultano pi&ugrave; morbidi e appiccicosi. &laquo;Naturalmente - precisa il nutrizionista - la scelta dipende anche dal risultato culinario che si vuole ottenere: alcuni piatti richiedono chicchi separati, altri una consistenza pi&ugrave; cremosa&raquo;.</p>

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<h3>Riso o pasta? Il confronto nutrizionale </h3>

<p>[[ima5]]&nbsp;Nel contesto della dieta mediterranea il confronto pi&ugrave; immediato &egrave; quello con la pasta. Dal punto di vista calorico, riso e pasta sono simili: entrambi forniscono circa 330&ndash;350 calorie per 100 grammi di prodotto secco. La differenza principale riguarda la composizione. Il riso non contiene glutine e presenta una quota molto elevata di amido. Durante la cottura, inoltre, assorbe molta acqua, fino a circa il 250% del suo peso iniziale, arrivando quasi a triplicare di volume. &laquo;Questo significa - spiega <strong>Calandrella</strong>&nbsp;- che a parit&agrave; di porzione cotta spesso utilizziamo meno riso secco rispetto alla pasta&raquo;.</p>

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<h3>Perch&eacute; inserirlo nella dieta </h3>

<p>Una delle regole fondamentali dell&rsquo;alimentazione &egrave; la variet&agrave;. &laquo;Mangiare sempre gli stessi alimenti -&nbsp;spiega <strong>Calandrella</strong>&nbsp;- significa assumere sempre gli stessi nutrienti&raquo;. Alternare diverse fonti di carboidrati &egrave; quindi una strategia importante per rendere la dieta pi&ugrave; equilibrata. Il riso rappresenta un&rsquo;ottima alternativa ai cereali pi&ugrave; comuni come frumento, orzo o segale. Inoltre &egrave; particolarmente utile in alcune situazioni digestive. Per esempio nelle diete utilizzate per la sindrome dell&rsquo;intestino irritabile, dove si riducono alcuni zuccheri fermentabili presenti soprattutto nel frumento. &laquo;In questi casi -&nbsp;osserva il nutrizionista&nbsp;- il riso diventa una soluzione pratica perch&eacute; &egrave; naturalmente povero di questi fruttani, cos&igrave; come lo sono avena, quinoa, miglio, mais e tapioca&raquo;.</p>

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<h3>Chi dovrebbe limitarlo</h3>

<p>Non esistono reali categorie che debbano escludere il riso dalla dieta. Tuttavia &egrave; bene fare qualche distinzione. Il riso bianco raffinato, avendo un indice glicemico pi&ugrave; alto, non &egrave; la scelta migliore per chi soffre di diabete, insulino-resistenza o sovrappeso. In questi casi &egrave; preferibile orientarsi sul riso integrale o su variet&agrave; con pi&ugrave; amilosio, che determinano un aumento pi&ugrave; graduale della glicemia. &laquo;&Egrave; sempre importante considerare il piatto nel suo insieme -&nbsp;sottolinea <strong>Calandrella</strong>&nbsp;- Abbinare il riso a verdure, proteine e grassi buoni aiuta a ridurre l&rsquo;impatto glicemico del pasto&raquo;.</p>

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<h3>Come cucinarlo nel modo pi&ugrave; salutare</h3>

<p>[[ima2]]&nbsp;Il metodo di cottura dipende molto dalla ricetta e dalla tradizione culinaria. Uno dei sistemi pi&ugrave; diffusi nel mondo &egrave; la cottura per assorbimento, in cui il riso cuoce con una quantit&agrave; d&rsquo;acqua che viene completamente assorbita dai chicchi. Un altro metodo molto comune, soprattutto in Italia, &egrave; la bollitura in abbondante acqua, simile alla cottura della pasta. Prima della cottura alcuni passaggi possono migliorare la qualit&agrave; del piatto. Sciacquare il riso fino a quando l&rsquo;acqua diventa limpida aiuta a eliminare parte dell&rsquo;amido superficiale e alcune impurit&agrave;, mentre lasciarlo molte ore in ammollo pu&ograve; migliorare la digeribilit&agrave; e ridurre gli antinutricenti. &laquo;Queste operazioni -&nbsp;spiega <strong>Calandrella</strong>&nbsp;- possono contribuire anche a ridurre la presenza di arsenico, un contaminante che il riso tende ad accumulare perch&eacute; cresce in campi allagati&raquo;. Alcune ricerche suggeriscono che un ammollo prolungato seguito dalla bollitura in abbondante acqua possa ridurre significativamente la presenza di arsenico, in alcuni casi fino all&rsquo;80%.</p>

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<h3>Un alleato per celiaci, sportivi e intolleranti al lattosio </h3>

<p>Essendo naturalmente privo di glutine, il riso rappresenta uno degli alimenti pi&ugrave; semplici da introdurre nella dieta delle persone celiache, soprattutto nelle prime fasi dopo la diagnosi. &Egrave; inoltre una buona alternativa per chi segue un&rsquo;alimentazione vegana e senza lattosio attraverso la farina di riso e la bevanda di riso. Questa bevanda &egrave; ricca di carboidrati e ha un indice glicemico piuttosto elevato. &laquo;Per questo -&nbsp;spiega il nutrizionista&nbsp;- non &egrave; sempre la scelta ideale per chi deve controllare la glicemia&raquo;. Pu&ograve; per&ograve; risultare utile per gli sportivi: &egrave; utile prima dell&rsquo;attivit&agrave; perch&eacute; d&agrave; energia rapida ed &egrave; utile subito dopo perch&eacute; aiuta il recupero insieme alle proteine.</p>

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<h3>Un ingrediente semplice, ma sorprendentemente completo</h3>

<p>Che si tratti di un risotto cremoso, di un piatto di riso basmati profumato o di una bowl ricca di verdure, il riso resta uno degli alimenti pi&ugrave; versatili della nostra tavola. La chiave, come sottolinea il nutrizionista <strong>Nicola</strong> <strong>Calandrella</strong>, &egrave; imparare a conoscerne le variet&agrave; e a inserirlo in modo equilibrato nella dieta, privilegiando quando possibile le versioni integrali. Forse &egrave; proprio nella sua semplicit&agrave; che si nasconde il segreto di un alimento capace, da millenni, di nutrire il mondo.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/rice-1441603639bqw.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/42409/dallitalia/il-riso-proprieta-nutrizionali-varieta-e-benefici-la-parola-al-nutrizionista.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/dallitalia.html">44</category>			</item>			<item>				<title>Messico e Londra: chi è Santiago Lastra, astro nascente della cucina mondiale</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/132/42523/carlo-mangio/messico-e-londra-chi-e-santiago-lastra-astro-nascente-della-cucina-mondiale.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>&Egrave; di tendenza da tempo e in tutto il mondo una sorta di sincretismo gastronomico: cucinare giapponese con prodotti italiani, francese con prodotti spagnoli, italiano con prodotti norvegesi, tedesco con prodotti thailandesi e via dicendo. &Egrave;, a ben vedere, un intelligente escamotage per regalarsi un&rsquo;identit&agrave; distintiva, per dotarsi di un tema stilistico di fondo con tanti possibili sviluppi, in definitiva per essere creativi ma sulla base di una traccia di lavoro ben delineata, cos&igrave; da non perdere il bandolo della matassa. <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/95/24446/dal-mondo/santiago-lastra-il-nomade-ha-trovato-casa.html">Santiago Lastra</a> &egrave; chef in forte ascesa intanto perch&eacute; si &egrave; collocato al centro di questa tendenza per tempo (ha aperto il suo <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/32311/ristoranti/kol.html">Kol</a> gi&agrave; nel 2020), con la cucina giusta (quella messicana, ossia la sua) e nella citt&agrave; giusta (Londra). Poi &egrave; anche giovane (classe 1990), di bell&rsquo;aspetto, di modi cortesi e umili, ed &egrave; di facile favella. Ha costruito un ottimo storytelling della sua impresa, che infatti cresce in notoriet&agrave; internazionale e miete giusti successi, &egrave; al numero 49 della <em>50Best 2025</em>, era al 17&nbsp;l&rsquo;anno precedente, torner&agrave; a salire perch&eacute; si sa come vanno queste cose. Ma parliamo qui di <strong>Santiago Lastra</strong>, al di l&agrave; delle sue felici intuizioni e della capacit&agrave; di alimentarle con le corrette strategie, per un motivo persino banale: &egrave; davvero bravo e convincente (piccolo spoiler: &egrave; talmente bravo che sar&agrave; tra i relatori di <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/406/congresso-identita-milano.html">Identit&agrave; Milano 2026</a>, appuntamento dal 7 al 9 giugno. Ma ne riparleremo).</p>

<p>Uno come <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/6/556/chef-e-protagonisti/norbert.html">Norbert Niederkofler</a> ha trovato la sua strada nel momento in cui, dopo aver inseguito per anni tecniche e prodotti in tutto il globo, ha capito come la sua dispensa perfetta fosse nei boschi dietro casa (<em>Cook the mountain</em>). <strong>Santiago</strong> &egrave; capitato in cucina un po&rsquo; per caso (si narra che da ragazzino, in Messico, con due genitori che lavoravano molto e cucinavano poco, si mise a preparare una crema di granchio seguendo la ricetta stampata sul retro di una scatola di crackers <em>Ritz</em>. Piacque in famiglia, acquist&ograve; un libretto di ricette italiane e inizi&ograve; a rifarle una dopo l&rsquo;altra. Poco dopo, a quindici anni, trov&ograve; un lavoro del weekend in un ristorante tricolore: gli bast&ograve; quello per capire che la cucina gli piaceva non solo per il cibo, ma per il senso di squadra, di ritmo, di appartenenza); e ha trascorso i primi anni della sua carriera a inseguire l&rsquo;onda, come fosse un protagonista di <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Un_mercoled%C3%AC_da_leoni" rel="nofollow">Un mercoled&igrave; da leoni</a>: prima Parigi, perch&eacute; pensava che il futuro fosse l&igrave;; poi la Spagna, quando cap&igrave; che le cose pi&ugrave; interessanti stavano succedendo da quelle parti; quindi Copenaghen, attirato dalla rivoluzione nordica. A posteriori, lui stesso ha raccontato come stesse sempre rincorrendo &laquo;la prossima grande novit&agrave;&raquo;, finch&eacute; non comprese una cosa decisiva: quando ti accorgi di avere trovato la nuova frontiera, probabilmente &egrave; gi&agrave; passata.</p>

<p>[[ima2]]La sua vera frontiera l&rsquo;ha individuata una prima volta quando, da chef nomade quale era, in giro a cercare l&rsquo;onda perfetta, &egrave; tornato finalmente a casa. Anche questa &egrave; una storia bella da raccontare: accadde che si trovasse in Danimarca, peraltro nel giro giusto, quello del <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/145/3984/nordic-food-lab/tutto-sul-nordic-food-lab.html">Nordic Food Lab</a>, laboratorio di ricerca sul cibo del <em>Department of Food Science</em> della Universit&agrave; di Copenhagen, ma in sostanza &ldquo;brain child&rdquo; di <strong>Claus Meyer</strong> e <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/6/579/chef-e-protagonisti/rene.html">Ren&eacute; Redzepi</a> (l&igrave; si mise a studiare un metodo per preparare tortillas con grani del Nord Europa. Narr&ograve; questa sua sperimentazione in eventi itineranti in 27 Paesi diversi, dalla Francia all&rsquo;Italia, dal Portogallo alla Turchia, da Hong Kong a Taiwan, dal Giappone alla Svezia e alla Russia). Proprio quest&rsquo;ultimo, <strong>Ren&eacute;</strong> &ndash; modi come minimo rudi come si &egrave; scoperto, ma indubbiamente talento da vendere, anche nell&rsquo;individuare ulteriori talenti &ndash; gli offr&igrave; nel 2016 di fare da project manager al pop-up che aveva in mente, <em>Noma Mexico</em> a Tulum, sette settimane intensissime l&rsquo;anno successivo. La prima reazione di <strong>Santiago</strong> non fu da eroe sicuro di s&eacute;. Disse, in sostanza, di non essere la persona giusta: aveva lasciato il Messico molto giovane, non conosceva abbastanza bene i produttori, non aveva mai davvero parlato con i fornitori, e ammise di sapere poco del suo stesso Paese dal punto di vista gastronomico. Poi, per&ograve;, si ricord&ograve; di un parere datogli da un collega, quando lavorava al <em>Relae</em> di <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/6/2586/chef-e-protagonisti/christian.html">Christian Puglisi</a>. <strong>Lastra</strong>: &laquo;Gli dissi che stavo cercando la prossima grande tendenza in cucina, lui mi rispose che era la cucina latinoamericana, in particolare quella messicana!&raquo;. L&rsquo;insistenza di <strong>Redzepi</strong> fug&ograve; ogni residuo dubbio.</p>

<p>Fu proprio con <em>Noma Mexico</em> che <strong>Lastra</strong>, oltre a farsi conoscere quale fulgido talento, comprese le potenzialit&agrave; della sua cucina d&rsquo;origine, ancora sottaciute. L&igrave;, a Tulum, elabor&ograve; poi l&rsquo;ulteriore step, decisivo: puntare sulla cucina messicana ma a Londra, citt&agrave; che in quegli anni ancor pi&ugrave; d&rsquo;oggi brillava di una dinamicit&agrave; senza pari, la Brexit sarebbe arrivata solo nel 2020, all&rsquo;epoca &ldquo;il cibo messicano nel Regno Unito si limitava a nachos, burritos e kit per le fajitas di <em>Old El Paso</em>: avocado frullato, cumuli di cumino, jalape&ntilde;os sottaceto e barattoli di salsa stucchevole che si imponevano sulle nostre papille gustative come una sorta di strana distillazione della cucina tex-mex&rdquo;, <a href="https://www.greatbritishchefs.com/chefs/santiago-lastra" rel="nofollow">racconta qui Great British Chefs</a>.</p>

<p>[[ima3]][[ima4]]<a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/32311/ristoranti/kol.html">Kol</a> nasce proprio nel fatidico 2020. Ed elabora fin dall&rsquo;inizio la sua strategia: cucina messicana ma innervata di ingredienti inglesi, con solo poche eccezioni, ossia peperoncino, mais e (a volte) cacao. Ora: noi, in Italia, non consideriamo gli &ldquo;ingredienti inglesi&rdquo;, genericamente, come particolarmente meritevoli di attenzione. <strong>Lastra</strong> ci ha fatto ricredere, conducendoci in un tour tra i suoi fornitori, in primis <strong>Miles Irving</strong>, mitico forager britannico, cio&egrave; un esperto di raccolta, studio e fornitura di ingredienti selvatici commestibili (&egrave; l&rsquo;autore di <a href="https://www.amazon.com/Forager-Handbook-Edible-Plants-Britain/dp/0091913632" rel="nofollow">The Forager Handbook</a>, uscito nel 2009, una delle bibbie per il settore), gi&agrave; collaboratore di <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/6/445/chef-e-protagonisti/heston.html">Heston Blumenthal</a>. <strong>Miles</strong> ci ha condotto a Canterbury, tra il locale farmers market (si chiama <a href="https://thegoodsshed.co.uk/" rel="nofollow">The Good Shed</a> ed &egrave; una meraviglia, solo la logistica ci ha trattenuto dall&rsquo;acquistare qualche formaggio, o qualche pie) e la natura tutt&rsquo;attorno, a distanza di passeggiata, dove rifornirsi di erbe aromatiche, fiori, foglie. E dunque se <strong>Santiago Lastra</strong> &egrave; il cuoco che ha immaginato una cucina messicana profondamente radicata nel paesaggio britannico, <strong>Miles Irving</strong> &egrave; una delle figure che rendono possibile questa traduzione: porta a <em>Kol</em> un repertorio di erbe, foglie, bacche e ingredienti selvatici che permette allo chef di ricreare tensioni, freschezze e profondit&agrave; tipiche del Messico, ma con materie prime locali.</p>

<p>[[ima5]][[ima6]]&Egrave; l&igrave; che nasce la sintesi felice, che ha tre addendi: la materia prima eccellente fornita da allevatori e casari, foragers e contadini, cacciatori e pescatori inglesi; l&rsquo;eredit&agrave; culturale della cucina messicana, ossia quella summa di saperi e ricette che ne costituisce il patrimonio; la creativit&agrave; e la tecnica di <strong>Santiago Lastra</strong>, che filtra i primi due elementi fondendoli e mixandoli in una diversa prospettiva, creando ci&ograve; un&rsquo;identit&agrave; gastronomica nuova, personale, d&rsquo;autore.</p>

<p>&Egrave; un fluire di raspadas, bu&ntilde;uelos, ceviche, tortillas, quesadillas, huarache, mole, pozole, tacos e pastel che incontrano alghe del Galles, granchi della Cornovaglia, rape dal colletto viola, uva spina fermentata, peperoncino Scotch Bonnet, fiori di ribes rosso o di aglio triquetro o di melograno, foglie o semi di alexander (lo <em>Smyrnium olusatrum</em>), semi di camelina e di canapa, succo di damaschina o di rabarbaro o di olivello spinoso, tartufo del Somerset, wagyū inglese, capesante del Mare del Nord, crema alla ginestra, scampi di Skye, anatra del Devon, mela Bramley e persino di grilli di Cambridge, per una salsa &laquo;che aggiunge un po&rsquo; di proteine&raquo;</p>

<p>[[ima7]]Nel nostro percorso di degustazione siamo partiti dalle tipiche quesadillas di Citt&agrave; del Messico, in questo caso senza formaggio ma con costine sfilacciate mescolate con peperoncini e succo di damaschina, mais viola croccante, crema di porcini, lamelle di tartufo del Somerset e scalogni con senape britannica, &egrave; la <em>Short rib quesadilla</em>, assaggio spicy ma comunque equilibrato.</p>

<p>[[ima8]][[ima9]]Poi <em>Caviar and ceviche</em>, ossia capasanta pescata in immersione, leggermente marinata nel succo di rabarbaro, accompagnata da cavolo rapa e condita con crema di nocciole e ginestra (&laquo;La ginestra d&agrave; questo sapore dolce molto interessante, mescolato alle nocciole. Stiamo cercando di ricreare gli aromi del cocco&raquo;, dice <strong>Lastra</strong>), caviale e fiori di ribes rosso, l&rsquo;esito &egrave; di buona eleganza. &Egrave; seguito il <em>Langoustine taco</em>, con scampi scozzesi di Skye arrostiti con aglio e peperoncini affumicati e crauti, da mangiare con tortillas di pane a lievitazione naturale (&laquo;&Egrave; una specie di piadina, una focaccia piatta, un flatbread alla messicana con un po&rsquo; di grasso d&rsquo;anatra&raquo;) e succo di olivello spinoso, a lato teste di scampo grigliate al bbq, da spremere sui tacos stessi, &laquo;ci ispiriamo ai tacos di aragosta della Baja California&raquo;, l&rsquo;assaggio rivela un piatto di bellissima complessit&agrave;, fine e gustoso insieme.</p>

<p>[[ima10]][[ima11]]Notevole anche la proposta successiva, <em>Wagyū huarache</em> (le huaraches sono calzature di origini pre-colombiana, simili ai nostri sandali. <strong>Lastra</strong> realizza una tortilla che ne richiama la forma e farcisce con wagyū del Nord dell&rsquo;Inghilterra glassato con una salsa di vitello e midollo, crema di cardo e di sottaceti e fiori di ginestra piccanti). Ma il piatto che vale da solo il viaggio &egrave; il successivo <em>Mushroom pozole</em>: il pozole &egrave; una zuppa molto tradizionale in Messico, normalmente preparata con pollo o maiale, &laquo;questa invece &egrave; con funghi selvatici, semi di canapa e peperoncini, quindi succo di cozze, gnocchetti di segale per ottenere la consistenza del mais che normalmente si trova nel pozole, tartufo, cozze grigliate e una salsa di grilli allevati a Cambridge, li mescoliamo coi peperoncini per aggiungere pi&ugrave; proteine al piatto&raquo;, che &egrave; stupefacente, intenso, di forte potenza umami, con gioco di texture e complessit&agrave;&nbsp;al palato tra tostato, dolce, piccante.</p>

<p>[[ima12]][[ima13]][[ima14]]Arriva quindi <em>Lobster al pastor</em>, spettacolare ma gustativamente un po&rsquo; inutile&nbsp;(un astice marinato con peperoncini e uva spina fermentata e poi grigliato al barbecue, le chele sono mescolate con una salsa macha - condimento piccante messicano, a base di olio vegetale, peperoncini secchi, aglio e sale -, il tutto da gustare su tortillas di patata da condire con le salse, una verde con semi di canapa e l&rsquo;altra rossa, coi succhi dell&rsquo;astice, pi&ugrave; un condimento piccante). Si chiude con la carne: <em>Duck mole</em> si ispira al mole poblano di Oaxaca, una salsa molto ricca e complessa &laquo;ma che noi realizziamo in modo diverso: togliamo il solito cioccolato, la frutta secca e molti altri ingredienti, e partiamo invece dalla segale, che fermentiamo e tostiamo cos&igrave; da ottenere un koji cui aggiungiamo peperoncini molatto, ancho e morita. Quindi: abbiamo sottratto elementi ricostruendo per&ograve; quella stessa dolcezza originale e profonda&raquo;. Viene servita con anatra arrosto del Devon, con crosta di peperoncini bruciacchiati. Il commiato salato &egrave; dato da <em>Taco</em>, ossia la coscia d&rsquo;anatra del piatto precedente cotta lentamente e unita a salsiccia di maiale e peperoncino guajillo, &laquo;poi completiamo con una salsa di mela Bramley, erbe e chile de &aacute;rbol&raquo;, il tutto su tortilla di mais.</p>

<p>Il dolce &egrave; un chocoflan, &ldquo;la torta impossibile&rdquo;, &laquo;prepariamo insieme, nello stesso stampo, un pan di Spagna e un flan. All&rsquo;inizio il pan di Spagna sta sotto e il flan sopra, ma quando cuoci, il pan di Spagna risale attraverso il centro fino a finire sopra, mentre il flan scivola gi&ugrave; lungo i lati e si solidifica sul fondo. Da qui il nome <em>Impossible Cake</em>, perch&eacute; gli strati si scambiano di posto&raquo;. Il pan di Spagna sembra al cioccolato, ma in realt&agrave; &egrave; di farina di farro e miele nero d&rsquo;api. Sopra, viene decorato con rabarbaro preservato, a lato una crema calda al rabarbaro, amaretto e semi di alexander.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/santiago-lastra-kol.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/132/42523/carlo-mangio/messico-e-londra-chi-e-santiago-lastra-astro-nascente-della-cucina-mondiale.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/132/carlo-mangio.html">132</category>			</item>			<item>				<title>Intesa, passione e tanta anima al Soul restaurant di Legnano, Milano</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/42490/dallitalia/intesa-passione-e-tanta-anima-al-soul-restaurant-di-legnano-milano.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Aperto nel dicembre 2018 nel centro di Legnano, <a href="https://www.soulrestaurant.it" rel="nofollow" target="_blank">Soul</a> &egrave; il ristorante di <strong>Fabio Mecchina</strong>, chef, e della sua compagna di vita e progetti, <strong>Gloria Marchesoni</strong>, ma&icirc;tre e sommelier. Il locale si sviluppa in due salette intime e luminose, arredate con gusto contemporaneo, dove il bianco dialoga con il blu ottanio creando un&rsquo;atmosfera elegante e rilassante. Sebbene lo spazio consenta di spingersi con i coperti, la scelta &egrave; stata sin da subito quella di fermarsi a un totale di 18 per garantire un servizio curato in ogni dettaglio, lui in cucina, lei in sala.</p>

<p>[[ima2]]<strong>Fabio</strong>, classe 1988, dopo studi scientifici e un primo percorso universitario al Politecnico di Milano, sceglie di seguire la sua vera vocazione. Dalla formazione alla <em>Bosco &Eacute;toile Academy&nbsp;</em>alle esperienze stellate tra Italia e Londra, il suo curriculum racconta una crescita solida, di taglio internazionale: dallo stage nella brigata di <strong>Pierino Penati</strong>&nbsp;a Vigan&ograve; alle cucine londinesi di <em>Rhodes 24, The Fat Duck</em> di <strong>Heston Blumemthal</strong>, <em>P&eacute;trus by Gordon Ramsay</em>, <em>H&eacute;l&egrave;ne Darroze at The Connaught</em> e <em>The Greenhouse</em>, dove incontra&nbsp;<strong>Gloria</strong>. Nasce tra i due un sodalizio personale e professionale che li riporter&agrave; in Lombardia con un obiettivo preciso: dare vita a un ristorante capace di raccontare la loro visione.</p>

<p>&laquo;<em>Soul</em> non &egrave; un semplice ristorante, ma un progetto: qui il piacere del cibo si trasforma in emozione&raquo;. Una cucina che si fonda su ingredienti freschissimi e stagionali, lavorati con tecnica e creativit&agrave;, tenendo in equilibrio radici italiane e sensibilit&agrave; contemporanea. In sala, <strong>Gloria</strong> accompagna ogni ospite con garbo e competenza, costruendo abbinamenti mirati grazie a&nbsp;una carta vini interessante, ricca di piccoli produttori e referenze meno convenzionali.</p>

<p>La proposta gastronomica ruota attorno al menu degustazione <em>Soul Essence</em> - sei portate a 90 euro - con possibilit&agrave; di wine pairing (50 euro). In alternativa, la carta offre una selezione di antipasti (24&ndash;25 euro), primi (23&ndash;25 euro), e secondi (32&ndash;35 euro), ma anche una selezione di formaggi (3 a 18 euro, 5 a 25 euro) e dessert (12 euro).</p>

<p>Noi abbiamo scelto il percorso <em>Soul Essence</em>, lasciando carta bianca a <strong>Gloria</strong> per gli abbinamenti al calice. Ecco i nostri assaggi.</p>

<p>&nbsp;</p>

<p>Il<em> Benvenuto dalla cucina:</em>&nbsp;il pranzo si apre con&nbsp;una <em>Tartelletta di alga nori con tonno marinato in salsa ponzu, avocado, gin, miele e coriandolo</em>: freschezza, iodio e una lieve nota agrumata; segue una <em>Frolla salata alle nocciole con purea di cavolfiore</em>, pi&ugrave; rotonda e sapida. Chiude il trittico una <em>Cialda croccante di quinoa con parfait di foie gras glassato al lampone</em>, dove grassezza e acidit&agrave; trovano un equilibrio convincente. In abbinamento Gloria propone un calice di<em> Trento DOC Extra brut Ros&eacute; Cantina Cenci Non Vintage (Pinot Nero).</em></p>

<p>[[ima4]][[ima3]]Inaugura il momento dei primi&nbsp;un&nbsp;<em>Risotto con triglia, salicornia e polvere di peperone crusco</em>&nbsp;realizzato con Carnaroli Riserva Margherita:&nbsp;&egrave; al dente e viene&nbsp;mantecato con una crema di salicornia. In superficie, vengono aggiunte salicornia fresca e triglia marinata che amplificano la spinta marina, mentre la polvere di peperone crusco introduce una dolcezza che arrotonda e riequilibra la sapidit&agrave;. Il risotto viene abbinato a un <em>Vermentino &quot;Argille Grigie&quot; Colli di Luni DOC Azienda Il Monticello 2022</em>.<br />
[[ima5]][[ima6]][[ima7]]</p>

<p>E arriviamo al dessert <em>Lamponi con cioccolato, patate dolci e rosmarino</em>, che<em>&nbsp;</em>gioca con la patata dolce declinata in pi&ugrave; texture: gelato, chips fritte e patata glassata al cioccolato bianco e rosmarino. A completare, sorbetto e lamponi glassati, oltre a un crumble di frolla sabbiata alle mandorle e olio al rosmarino. Un finale fresco e dinamico, dove dolcezza, acidit&agrave; e la componente aromatica trovano una sintesi piacevole.&nbsp;L&rsquo;ultimo vino che ci propone Gloria &egrave; un <em>Al&igrave; Al&eacute;Toscana IGT Passito Fattoria Mantellassi 2025 (Alicante e Aleatico).</em></p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/soul-restaurant.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/42490/dallitalia/intesa-passione-e-tanta-anima-al-soul-restaurant-di-legnano-milano.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/dallitalia.html">44</category>			</item>			<item>				<title>Raaro a Firenze, la nuova drink list a pochi giorni dalla Florence Cocktail Week </title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/212/42461/shake-shock/raaro-a-firenze-la-nuova-drink-list-a-pochi-giorni-dalla-florence-cocktail-week-.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Nel panorama fiorentino ormai maturo della miscelazione contemporanea, c&rsquo;&egrave; un indirizzo che da diversi mesi ha scelto di sottrarsi alle rotte pi&ugrave; battute per costruire una propria traiettoria precisa. Stiamo parlando di <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/462/40189/locali/raaro-sips-and-bites.html">Raaro Sips &amp; Bites</a>, dove a fare la differenza, prima ancora del bicchiere, &egrave; il contesto. Siamo a Firenze, ma lontani dal centro storico pi&ugrave; prevedibile. Una scelta strategica, quella di spostare il baricentro dell&rsquo;eccellenza e dimostrare che la destinazione pu&ograve; diventare essa stessa motivo di viaggio. In questi giorni, il locale novit&agrave; dello scorso anno, ha presentato una nuova drink list per la primavera/estate 2026 che non si limita a rinnovare l&rsquo;offerta, ma chiarisce ulteriormente identit&agrave; e direzione.</p>

<p>[[ima2]]Il progetto nasce da un&rsquo;idea di <strong>Claudio Mariottini</strong> e prende forma anche attraverso lo spazio, disegnato da <strong>Francesco Barthel</strong>. Il risultato &egrave; un ambiente in cui artigianato e ricerca convivono senza forzature, costruendo un&rsquo;esperienza piacevole sin dal primo impatto. Alla guida del bancone, la bar manager&nbsp;<strong>Ginevra Gabbrielli</strong> insieme all&rsquo;head bartender&nbsp;<strong>Mattia Vercelli </strong>firma una carta compatta, con otto signature che lavorano su equilibri netti e riconoscibili.</p>

<p>[[ima3]]Ogni drink sembra svilupparsi attorno a un&rsquo;idea chiara di gusto: <em>The Way</em> spinge su una freschezza balsamica controllata, giocando tra tequila, tamarindo e shiso. <em>Soul &amp; Butter</em> &egrave; probabilmente il pi&ugrave; identitario: un esercizio di equilibrio tra sapidit&agrave; e rotondit&agrave; che coinvolge burro salato, pecorino e una base alcolica complessa. <em>Capperoni </em>e <em>Three Sips</em> mostrano invece il lato pi&ugrave; provocatorio, tra salinit&agrave;, grassezza e contrasti spinti. Ma la sorpresa vera arriva con <em>Hot Fum&eacute;</em>: piccante al punto giusto, vegetale e intenso, con mezcal infuso al pomodoro secco, cordiale al jalapeno e aneto. Il filo conduttore &egrave; una gestione molto consapevole della materia prima, che si traduce in una tecnica determinante.</p>

<p>[[ima4]]Uno degli aspetti pi&ugrave; solidi del progetto &egrave; la cosiddetta &ldquo;closed-loop philosophy&rdquo;: qui la sostenibilit&agrave; non &egrave; decorativa, ma entra nella costruzione del drink. Gli scarti diventano garnish edibili, gli ingredienti vengono lavorati in pi&ugrave; fasi e nulla sembra lasciato al caso. &Egrave; un approccio che non appesantisce l&rsquo;esperienza, ma la arricchisce; il gesto tecnico non &egrave; mai esibito, bens&igrave; finalizzato al risultato nel bicchiere. A completare l&rsquo;offerta, la cucina firmata da <strong>Arturo Dori </strong>lavora per affinit&agrave; e contrasti con la parte liquida. Non semplici accompagnamenti, ma piatti pensati per entrare in relazione con i cocktail. Dalle Duchesse, piccoli bocconi costruiti con precisione, fino ai toast gourmet e a un club sandwich curato nei dettagli, il menu segue la stessa logica del lato mixology riconoscibilit&agrave; immediata e tecnica al servizio del gusto.</p>

<p>[[ima5]]<b>Uno sguardo alla scena: verso la prossima Florence Cocktail Week </b><br />
Non &egrave; un caso che <em>Raaro&nbsp;</em>sia entrato rapidamente nel radar degli addetti ai lavori, arrivando anche a farsi notare durante la <a href="https://www.florencecocktailweek.it/" rel="nofollow">Florence Cocktail Week</a> dello scorso anno, dove ha rappresentato una delle novit&agrave; pi&ugrave; interessanti. Oggi, mentre la nuova edizione &egrave; ormai alle porte, il locale si presenta con una proposta pi&ugrave; matura e definita. L&rsquo;attesa &egrave; quella di vedere come questo percorso evolver&agrave; proprio nei giorni della manifestazione, che si conferma ancora una volta un termometro fondamentale per la scena cocktail fiorentina. L&rsquo;appuntamento &egrave; quindi dal 16 al 22 aprile con la nona edizione della <a href="https://www.florencecocktailweek.it/" rel="nofollow">Florence Cocktail Week</a>,&nbsp;con un programma richissimo di eventi in giro per la citt&agrave;.&nbsp;</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/raaro-01.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/212/42461/shake-shock/raaro-a-firenze-la-nuova-drink-list-a-pochi-giorni-dalla-florence-cocktail-week-.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/212/shake-shock.html">212</category>			</item>			<item>				<title>Gabrini, la gastronomia che di sera si trasforma in ristorante </title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/42516/dallitalia/gabrini-la-gastronomia-che-di-sera-si-trasforma-in-ristorante-.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Alle 19 i prodotti del&nbsp;banco caldo della gastronomia d&rsquo;angolo cominciano a migrare verso il corner pizzeria. Contemporaneamente, i ragazzi smontano le sedute diurne e dai cassetti del banco si aprono lenti, attivati da un meccanismo a motore, una serie di tavoli in legno. I ragazzi li apparecchiano di tutto punto, senza tovaglie, le luci si abbassano e cos&igrave;, dalle 21, una delle pi&ugrave; movimentate gastronomie della capitale si trasforma in un&rsquo;osteria intima, per una trentina di persone.<br />
<br />
Succede da <a href="https://www.gabrini.it/" rel="nofollow">Gabrini</a>, &ldquo;Antica Nuova Gastronomia&rdquo; che, due anni e mezzo fa, ha riscritto i destini della storica <em>Franchi</em> di via Cola di Rienzo, quartiere<em> </em>Prati, a Roma.<em> </em>Un format ibrido che nella Citt&agrave; Eterna ha un popolare pioniere: &laquo;<a href="https://salumeriaroscioli.com/?srsltid=AfmBOooZT0omKuXxhj7qGaC-ZhBratFfu4voeReWdb9WQZd86liONEco" rel="nofollow">Roscioli</a> vicino a Campo de&rsquo; Fiori, salumeria che nel tempo ha aggiunto tavoli e sedute&raquo;, spiega <b>Leonardo di Vincenzo</b>, co-titolare di Gabrini, &laquo;Noi volevamo mantenere distinte le due anime e poi lo spazio non era sufficiente per la coabitazione: di giorno siamo affollati come il Maracan&agrave;, i tavoli gi&ugrave; sarebbero d&rsquo;impiccio a chi acquista d&rsquo;asporto. Cos&igrave; abbiamo studiato con gli architetti una soluzione. Gli inizi non sono stati facili: gli ospiti erano straniti a vedere calare i tavoli. Una volta li abbiamo richiusi per sbaglio con la gente gi&agrave; seduta e i&nbsp;piatti che volavano via. Ora che tutto &egrave; rodato siamo felici&raquo;.<br />
<br />
[[ima2]]&laquo;Stiamo studiando un modo per cucinare presto direttamente dai banchi modulari della gastronomia&raquo;, ma intanto i piatti escono dalla cucina del retro, uno spazione coi fuochi disegnato dopo una serie di cunicoli stretti tipo labirinto di Cnosso. &Egrave; il regno di <b>Marco Moroni</b>, un cuoco di commovente mestiere che ha messo davanti ai fuochi anche uno chef&rsquo;s table, il <i>tavolo ballerino</i> da 4 posti carezzati da Davide e Deborah con due menu degustazione a scelta: 5 portate a 70 euro, 7 a 80 euro. Come l&rsquo;illustre omonimo Aimo, Marco fa cucina italiana al 100%, fondata sulla grande qualit&agrave; delle materie prime. E la carta riflette anche nei contenuti il medesimo passaggio &ldquo;dal banco alla cucina&rdquo;: gli splendidi salumi e formaggi possono arrivare prima <i>plain</i> ma poi anche conditi e lavorati da mano felice con altre delizie. Bondiola iberica de bellota con panzanella di pomodoro affumicato e peperone crusco, Prosciutto di bovino italiano con cipolle borretane al balsamico e radicchio tardivo condito, Coppa di maiale abruzzese marinata al vino con chutney di uva bianca pugliese, cipolla rossa candita e misticanza&hellip;<br />
<br />
E poi ci sono i piatti strutturati dell&rsquo;<i>Antica Nuova Osteria</i>: i lavori su pizze e focacce, delle Polpette <i>monstre</i> di bollito servite con verdure di stagione, Tagliolini burro, porro e Parmigiano. E il must della casa, i <i>Pollo al pascolo </i>di <a href="https://scudellaro.it/" rel="nofollow">Scudellaro</a> per due persone. Sono polletti allo stato brado da un chilo circa,<i> </i>nutriti a cereali, leguminose e miele, che i ragazzi di Moroni&nbsp;lasciano&nbsp;ad asciugare nelle cassette, marinano&nbsp;in pezzi da 15 alla volta per un giorno nel sale, erbe e olio e mettono al girarrosto per un&rsquo;ora e mezza. Se si dice che il pollo sta tornando prepotente sulle tavole di qualit&agrave;, qui &egrave; chiaro il perch&eacute;. Coi plus che sono sempre servite in una cocotte con almeno 4 verdure dei <a href="https://www.instagram.com/poggi.agricultura" rel="nofollow">Poggi</a>, cotte al burro, ognuna in una padella diversa che neanche nella preparazione di una Zuppa Etrusca. E che fegatini e rigaglie avanzate finiranno nei suppl&igrave; del bancone: da gastronomia a ristorante, e ritorno.<br />
[[ima8]][[ima3]][[ima4]][[ima6]][[ima5]][[ima7]]</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/1-gabrini.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/42516/dallitalia/gabrini-la-gastronomia-che-di-sera-si-trasforma-in-ristorante-.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/dallitalia.html">44</category>			</item>			<item>				<title>Armonia come metodo: la famiglia Allegrini Mastella racconta un grande 2025 e un futuro condiviso</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/136/42522/in-cantina/armonia-come-metodo-la-famiglia-allegrini-mastella-racconta-un-grande-2025-e-un-futuro-condiviso.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>La passione &egrave; armonia: tra territori e prima ancora tra le persone, a partire da <strong>Marilisa Allegrini</strong> e la sua famiglia. Lei, le figlie <strong>Caterina</strong> e <strong>Carlotta</strong>, il marito <strong>Giancarlo Mastella</strong> si sono affiancati anche quest&#39;anno a <a href="https://www.identitagolosemilano.it/" rel="nofollow">Identit&agrave; Golose Milano</a>, con la regia di <strong>Cinzia Benzi</strong>, per fare s&igrave; un bilancio, ma guardare soprattutto avanti: un quadro in cui ciascuno porta il proprio contributo, il proprio talento nel <a href="https://www.marilisa-allegrini.com/it" rel="nofollow">gruppo</a>.</p>

<p>L&#39;armonia si sposa a un&#39;altra parola chiave citata da <strong>Marilisa</strong>, consapevolezza. Dei tempi che si stanno attraversando e delle azioni da mettere in campo, azioni che hanno consentito di chiudere il 2025 con un fatturato di 11,1 milioni, ovvero di conseguire un incremento del 5,7%. Questo risultato unisce tre territori giustamente definiti iconici: la Valpolicella con <em>Villa Della Torre</em>, Bolgheri con <em>Poggio al Tesoro</em> e Montalcino con <em>San Polo</em>. Come conferma la bont&agrave; dell&#39;impegno a unire, sempre, vino e ospitalit&agrave;, vigneti e cultura.</p>

<p>&laquo;&Egrave; stato un anno di grandi sfide &ndash; racconta <strong>Marilisa Allegrini</strong>, presidente del gruppo e Cavaliere del Lavoro &ndash; Una situazione che in qualche modo ci preoccupa, io ho sempre visto il bicchiere mezzo pieno, ma ci sono incognite ogni giorno&raquo;. Il che non significa lasciarsi frenare, lei mostra sempre quell&#39;energia contagiosa: &laquo;La crescita &egrave; stata molto interessante, visto ci&ograve; che si sente tra i colleghi&raquo;.</p>

<p>L&#39;estero rappresenta il 57% del fatturato, il 37% l&#39;Italia (con un aumento superiore al 20%, grazie soprattutto a <em>Villa Della Torre</em> e al brand <em>Peaks&amp;Valleys</em>, creato per il territorio veronese e la sua identit&agrave;); alla quota va aggiunta quella dell&#39;ospitalit&agrave;. Oltre frontiera, va segnalata la scelta strategica della collaborazione con <em>Wilson Daniels Wholesale</em>, prestigioso operatore di riferimento nel segmento dei <em>fine wines</em>, con un&#39;attenzione rivolta in particolare ai vini di <em>Villa Della Torre</em>. Non solo, si &egrave; debuttato in 23 nuovi mercati internazionali, anche piccoli quali Ghana o Nuova Zelanda. Paesi come Svizzera, Germania, Nord Europa hanno premiato il gruppo con il loro interesse.</p>

<p>Cita altri dati, <strong>Marilisa</strong>: &laquo;La posizione finanziaria netta &egrave; in forte miglioramento e si sono investiti circa 3 milioni di euro, di cui 2 per la nostra casa bolgherese, che verr&agrave; ultimata speriamo entro settembre, e comunque entro la fine del 2026, pi&ugrave; un milione di euro in attrezzature. Il gruppo potr&agrave; crescere sia come fatturato sia come percezione complessiva del brand &ndash; le brillano gli occhi &ndash; Sapete che ho dedicato 40 anni della mia vita all&#39;altra azienda, ricominciare a 70 non &egrave; facile, ma ho tanta energia. Non voglio andare in pensione! Ho le mie figlie, la mia famiglia, collaboratori validissimi&raquo;.</p>

<p>Proprio su quest&#39;ultimo fronte, emergono cifre che stanno molto a cuore: quello delle assunzioni, gi&agrave; 15 nel 2026 (9 nel 2025), per l&#39;espansione dell&#39;ospitalit&agrave;. Poi l&#39;et&agrave; media che oggi &egrave; sui 39,5 anni: inoltre ci sono 31 donne e 41 uomini. Sui due elementi attira l&#39;attenzione <strong>Cinzia Benzi</strong>: &laquo;C&#39;&egrave; un <em>balance</em> evidente della presenza femminile, che ho avuto la fortuna di toccare con mano in cantina e in vigna. Ma l&#39;et&agrave; media delle persone&hellip; I tuoi collaboratori sono giovani e hai voluto pensare a un progetto con un lungo futuro&raquo;.</p>

<p>[[ima2]]La presidente conferma: &laquo;Ho sempre creduto nei giovani, mi piace confrontarmi con idee nuove. Sono contenta dello spirito di squadra che si &egrave; creato&raquo;. Il team si allarga anche con l&#39;arrivo a Montalcino di <strong>Francesco Pezzati</strong>, nuovo enologo per <em>San Polo</em>, e con l&#39;ingresso di <strong>Claudio Onorati</strong>, responsabile IT e Digital Transformation, un&#39;altra scelta mirata per essere al passo con i tempi.</p>

<p>Si fanno strada iniziative che valorizzano questi lati in armonia, come il <em>mini grand tour</em> del vino, su misura degli interessi delle persone: il calice e il patrimonio culturale, a partire da posti tutt&#39;altro che scontati.</p>

<p><strong>Carlotta Mastella Allegrini</strong> ricorda anche che si &egrave; entrati per la prima volta a <em>Opera Wine</em>: &laquo;Abbiamo avuto diversi motivi di orgoglio, che ci confermano che il percorso &egrave; solido. Anche il recente quarto posto nella classifica <em>Gentleman</em> ottenuto dal nostro <em>Dedicato a Walter</em>. Per quanto riguarda l&#39;ospitalit&agrave;, quest&#39;anno la priorit&agrave; &egrave; quella delle <em>Sondraie</em>, una struttura moderna all&#39;interno del vigneto di <em>Poggio al Tesoro</em>, con grossi spazi interni e uno spazio incredibile esterno, una vista a 360 gradi che spiega il territorio. Una casa anche per i ristoratori locali&raquo;.</p>

<p>Tocca al volto di <strong>Caterina Mastella Allegrini</strong> illuminarsi, menzionando l&#39;inaugurazione dello <em>Spazio Te</em>, il bistrot di <em>Palazzo Te</em> a Mantova, restituito alla citt&agrave; come luogo di incontro e accoglienza grazie alla gestione affidata a <em>Villa Della Torre</em>. &laquo;La collaborazione con la <em>Fondazione Palazzo Te</em> &egrave; stata avviata nel 2022 &ndash; spiega &ndash; L&#39;anno scorso si &egrave; svolta una bellissima cena nel Cortile d&#39;Onore, i vini erano un&#39;occasione per far s&igrave; che ci fosse una visita a <em>Palazzo Te</em> e <em>Villa Della Torre</em>. Abbiamo avuto la possibilit&agrave; di partecipare a una gara pubblica, ci siamo occupati della ristrutturazione di questo spazio, creando dei legami, con eventi sia culturali sia enogastronomici&raquo;. Ancora un&#39;armonia che fiorisce: l&#39;obiettivo &egrave; sempre valorizzare il fascino del patrimonio italiano attraverso i suoi prodotti.</p>

<p>Tra le novit&agrave; sul solco della comunicazione, il podcast <em>Dove porta la strada</em> prodotto da <em>Chora Media</em> in collaborazione con il <em>Gruppo Marilisa Allegrini</em>, coinvolti i giornalisti <strong>Mario Calabresi</strong> e <strong>Graziano Nani</strong>.</p>

<p>[[ima3]]Un anno simile e un futuro tracciato da queste premesse, non possono non avere anche una nuova etichetta: a <em>Vinitaly</em> sar&agrave; presentato il <em>Valpolicella Ripasso Una volta sola</em>. Frase emblematica, <em>&#39;na olta sola alla vecia manera</em>, per richiamare il metodo storico di produzione, ovvero il ripasso sulle vinacce dell&#39;Amarone, un Valpolicella leggero (rapporto di 1:1).</p>

<p>Il passato che guida. Si incarna anche nel messaggio finale di <strong>Giancarlo Mastella</strong>, vicepresidente del gruppo e direttore di <em>Villa Della Torre</em>. Evoca la frase del filosofo <strong>Bernardo di Chartres</strong>, &laquo;noi siamo nani sulle spalle di giganti&raquo;, quei giganti nati dall&#39;ingegno di <strong>Giulio Romano</strong>, che custodiscono anche <em>Villa Della Torre</em> e <em>Palazzo Te</em>. Sono i &laquo;protettori in questo cammino tra arte e impresa&raquo;, ma gli fanno pensare anche a tre persone speciali, che oggi inviterebbero a proseguire cos&igrave;, senza paura. &laquo;<strong>Luigi Veronelli</strong> &ndash; inizia <strong>Giancarlo</strong> &ndash; nel centenario della nascita, ci avrebbe detto che bisogna fare vini semplici e comprensibili. <strong>Domenico Clerico</strong> ci ricorderebbe di ascoltare la voce e parlare in dialetto stretto con il territorio dove riposano i vigneti, loro si sarebbero incaricati di diradare i dubbi e indicare la strada&raquo;. Infine, &laquo;<strong>Marco De Bartoli</strong>, che tra un vecchio <em>Samperi</em> e l&#39;altro avrebbe riso del potere, della burocrazia e di chi voleva rendere istituzionali i sentimenti profondi del vino&raquo;.</p>

<p>Avanti con fiducia, guardando anche oltre <em>Vinitaly</em> che arriva con un ricco programma per il gruppo: allo <strong>stand D8 nel padiglione 9</strong>, ecco uno stand pi&ugrave; vasto e rinnovato, con l&#39;area per i <em>winelovers</em> confermata.</p>

<p>Come si svolger&agrave; la Cena di Gala a <em>Villa Della Torre</em>, luned&igrave; 13 aprile con lo chef <strong>Vito Mollica</strong> del ristorante <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/32981/ristoranti/atto-vito-mollica.html?geo=1">Atto</a>. In particolare poi, sabato 11 <em>Poggio al Tesoro</em> sar&agrave; appunto protagonista a <em>Opera Wine</em> con <em>Dedicato a Walter</em>, Bolgheri Superiore DOC 2016 (14:30-17:30 Gallerie Mercatali). Lo stesso giorno (dalle 15 alle 16) e domenica 12 (dalle 11 alle 12 e dalle 15 alle 16) ecco <em>Villa Della Torre</em> al Museo Archeologico con il suo <em>Valpolicella Classico Superiore</em> DOC 2022.</p>

<p>Sempre domenica, alle 15, nell&#39;ambito di <em>Italianity in the Glass: Tasting the Spine of Italian Wine</em>, evento guidato da <strong>Andrea Lonardi</strong> e da <strong>Jessica Dupuy</strong>, si deguster&agrave; <em>Fitt&agrave;</em>, Soave Classico DOC 2025 di <em>Peaks&amp;Valleys</em> (Sala main stage, al Palaexpo); quindi alle 16.30 <em>Le cantine top e i vini dell&#39;enoturismo</em> con <strong>Luciano Ferraro</strong> vedr&agrave; in scena degustare il <em>Valpolicella Classico Superiore</em> DOC 2022 di <em>Villa Della Torre</em> (Sala Iris, Palaexpo).</p>

<p>Luned&igrave; 13 alle 10 sar&agrave; la volta di <em>Podernovi Brunello di Montalcino</em> DOCG 2021 di <em>San Polo</em>, alla degustazione <em>Sangiovese e il concetto di vocazione: cinque territori, cinque anime</em> con <strong>Andrea Lonardi</strong> e <strong>Attilio Scienza</strong>.</p>

<p>Marted&igrave; 14 alle 14.30 due annate (2025 e 2016) di <em>Solosole Vermentino</em> Bolgheri DOC di <em>Poggio al Tesoro</em> in campo per <em>Via Advanced Tasting Session</em> con <strong>Sarah Heller</strong>. Tutto ci&ograve; senza dimenticare la presenza al <a href="https://www.bolgheridoc.com/" rel="nofollow">Consorzio di Bolgheri</a> e a quello di <a href="https://www.consorziobrunellodimontalcino.it/it/home/home" rel="nofollow">Montalcino</a>.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/ma-famiglia-orizzontale.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/136/42522/in-cantina/armonia-come-metodo-la-famiglia-allegrini-mastella-racconta-un-grande-2025-e-un-futuro-condiviso.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/136/in-cantina.html">136</category>			</item>			<item>				<title>A Bologna una bakery-caffetteria (con cucina) per colazioni da perdere la testa</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/42521/dallitalia/a-bologna-una-bakery-caffetteria-con-cucina-per-colazioni-da-perdere-la-testa.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Premessa doverosa: fare colazioni fuori casa non &egrave; una mia abitudine, ma non potevo rimandare oltre la visita dal mio amico <strong>Lorenzo</strong>.... E quindio eccoci da <a href="https://www.allegrabologna.it/" rel="nofollow">Allegra</a>, che ha aperto a Bologna nel luglio 2023&nbsp;su iniziativa di <strong>Lorenzo Costa, Piero Solferini</strong> e <strong>Benedetto Linguerri</strong> come progetto che unisce bakery, caffetteria e cucina in un&rsquo;unica visione quotidiana. L&rsquo;idea nasce dal desiderio di creare un luogo capace di accompagnare la giornata dall&rsquo;inizio alla fine, ma &egrave; fin da subito la colazione a diventarne il cuore pulsante.&nbsp;Entrare da <em>Allegra</em>, la mattina presto, significa scegliere di rallentare. Non &egrave; solo una colazione ma un rito, un tempo sospeso in cui il profumo del burro caldo e della sfoglia appena caramellata anticipa qualsiasi parola.</p>

<p>Il banco non &egrave; urlato, ma magnetico. I lievitati riposano su griglie e piatti come piccoli capolavori di equilibrio, lucidi, stratificati, vivi. La colazione qui ruota attorno a una viennoiserie di altissimo livello, dove la tecnica si percepisce al primo sguardo e si conferma al morso. I croissant non cercano l&rsquo;effetto scenico fine a se stesso, sono profondi, materici, con una sfogliatura fitta, regolare, che racconta mani esperte e tempi rispettati. Il colore &egrave; quello giusto: ambrato, mai eccessivo, con una glassatura sottile che cattura la luce senza coprire la struttura.</p>

<p>[[ima2]][[ima3]][[ima4]]Ho assaggiato il pi&ugrave; possibile, a partire dalla <em>Danese di stagione con kiwi, miele fermentato e yogurt alle erbe</em>, la <em>Torta di rose glassata con caramello salato, salsa di soia e miso chiaro</em>, il <em>Pain Suisse</em>, il <em>Pan au chocolat</em> e - per me l&rsquo;indimentcabile - il <em>Croissant con crema alla doppia vaniglia</em>&hellip; Il morso &egrave; netto, croccante all&rsquo;esterno, ma subito cede a un interno soffice, elastico, profumato di burro vero. Non c&rsquo;&egrave; fretta nel mangiarli, perch&eacute; ogni strato invita a essere ascoltato. Le versioni farcite non sovrastano mai l&rsquo;impasto, la farcitura accompagna, avvolge, non ruba la scena. &Egrave; una scelta precisa, che parla di misura e consapevolezza.</p>

<p>Accanto ai lievitati, <a href="https://www.allegrabologna.it/" rel="nofollow">Allegra</a> propone una colazione che sa essere contemporanea senza perdere anima. Le monoporzioni, le torte da credenza, le preparazioni pi&ugrave; creative convivono con naturalezza, mantenendo un filo conduttore chiaro, ovvero rispetto della materia prima e pulizia del gusto. Nulla &egrave; ridondante, nulla &egrave; decorativo per obbligo.</p>

<p>[[ima5]][[ima6]]Anche l&rsquo;ambiente contribuisce all&rsquo;esperienza. Tavoli essenziali, ceramiche calde, luci morbide. Il rumore dei cucchiaini, il vapore del caff&egrave;, le mani che spezzano la sfoglia. Tutto concorre a creare una colazione intima, quasi domestica, pur rimanendo profondamente cittadina. Bologna &egrave; fuori, ma qui dentro il tempo ha un&rsquo;altra velocit&agrave;. Il caff&egrave; accompagna ed &egrave; pensato per sostenere il dolce, non per dominarlo. Nell&#39;insieme, &egrave;&nbsp;una colazione che invita a restare seduti un minuto in pi&ugrave;, a osservare, a mordere lentamente.</p>

<p>[[ima7]]<em>Allegra</em> non propone nulla di&nbsp;instagrammabile&nbsp;nel senso banale del termine, semmai offre una colazione che resta. Nella memoria, nel palato, e in quella voglia precisa di tornare, magari il giorno dopo, scegliendo un lievitato diverso, ma cercando la stessa sensazione.</p>

<p><br />
Allegra<br />
Via Galliera&nbsp;11c -&nbsp;Bologna<br />
Tel. +39 051 0030655<br />
<a href="https://www.allegrabologna.it/" rel="nofollow">allegrabologna.it</a><br />
Aperto tutti i giorni orari&nbsp;8,30&ndash;15,30 e 19:30&ndash;00. La domenica aperto solo dalle 8,30 alle 15,30<br />
Cucina a pranzo e cena, la domenica solo a pranzo</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/allegra-1-1.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/42521/dallitalia/a-bologna-una-bakery-caffetteria-con-cucina-per-colazioni-da-perdere-la-testa.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/dallitalia.html">44</category>			</item>			<item>				<title>Pizzerie e cocktail bar a Varese e dintorni: 8 indirizzi che vi consigliamo di provare</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/209/41255/mondo-pizza/pizzerie-e-cocktail-bar-a-varese-e-dintorni-8-indirizzi-che-vi-consigliamo-di-provare.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p><strong><a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/462/35126/locali/piedigrotta.html">La Piedigrotta</a>, Varese</strong><br />
Difficile da definire questo locale varesino con mezzo secolo di vita, guidato dapprima da&nbsp;<strong>Gaetano Cioffi</strong>, che arriv&ograve; ai confini con la Svizzera dalla Costiera Amalfitana, e ora dal figlio&nbsp;<strong>Antonello</strong>, che ha cambiato il dna della pizzeria trasformandola in un autentico luogo di culto. Qui si pu&ograve; venire per fare un&#39;esperienza standard (margherita+birra) oppure affidarsi ad&nbsp;<strong>Antonello</strong>&nbsp;e godersi un vero luna park della pizza. Questa &egrave; declinata in mille modi differenti: come sushi, come pasta, come lasagna, come bao, come Wellington. C&#39;&egrave; un apposito percorso dedicato a tale gioco serissimo, condotto con gioia dallo stesso&nbsp;<strong>Antonello</strong>, che ha voglia di stupire e passione per l&#39;accoglienza come raramente accade. Il resto del menu, quello delle proposte tradizionali, &egrave; comunque ricco di fantasia, le pizze sono spesso accompagnate da bicchierini di salse, da porzioni di stracciatella, da mozzarelle intere. Un regno dell&#39;abbondanza e della felicit&agrave; che per gli amanti del bere bene riserva una cantina da stellato:&nbsp;<strong>Cioffi&nbsp;</strong>&egrave; un amante dello Champagne, ambassador Krug, ci sono etichette di Borgogna e chi ha sete e portafogli si pu&ograve; togliere sfizi inauditi.<br />
<strong>Andrea Cuomo</strong></p>

<p>&nbsp;</p>

<p><strong><a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/462/37679/locali/antica-pizza.html">Antica Pizza</a>, Busto Arsizio, Varese</strong><br />
[[ima2]]I meriti dei padri ricadono sui figli, se questi sono bravi a ingigantirli. Prendete il caso di&nbsp;<strong>Luigi Vaccaro</strong>: ha trasformato in poco tempo il locale bustocco di pap&agrave;&nbsp;<strong>Pino</strong>, di origini campane, ancora sempre accanto al forno, da onesta pizzeria di provincia in uno dei luoghi pi&ugrave; interessanti dell&#39;intera regione, <strong>Milano</strong> compresa. Una recente ristrutturazione ha reso l&#39;indirizzo pi&ugrave; a misura delle notevoli ambizioni e ha modernizzato il menu, che ora &egrave; davvero stimolante. Tre i modi in cui viene realizzata la pizza: 1) classica cotta al forno a legna a 430&deg;; 2) a ruota di carro e quindi pi&ugrave; larga (ma non eccessivamente) e con il cornicione sottile; 3) in doppia cottura, fritta a 180&deg; e poi ripassata al forno elettrico a 300&deg; (la temperatura troppo alta del forno a legna non sarebbe adatta) con la &ldquo;terra&rdquo; spenta per non bruciare il fondo. Il risultato &egrave; un percorso vario e anche un po&#39; selvaggio, lontano da mode e stilemi. Notevole il lavoro fatto sulle classiche della tradizione campana, la&nbsp;<em>Marinara</em>&nbsp;(anche inversione rinforzata) e la&nbsp;<em>Margherita</em>&nbsp;(notevole la variazione chiamata&nbsp;<em>Provola e pepe Corbarina II</em>), mentre la creativit&agrave; delle contemporanee &egrave; gi&agrave; sfrenata ma l&#39;impressione &egrave; che l&#39;autostima potrebbe incrementarla parecchio. Astuta la scelta di non divagare con piatti cucinati: pizza &egrave; e pizza deve restare. Si beve del buon vino da una piccola ma intelligente selezione, spazio anche a birrifici locali.<br />
<strong>Andrea Cuomo</strong></p>

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<p><strong><a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/462/37685/locali/sapori-ditalia.html">Sapori d&rsquo;Italia</a>, Gallarate, Varese</strong><br />
[[ima3]]<em>Sapori d&#39;Italia</em>&nbsp;&egrave; la prova che se ti senti pronto, nulla &egrave; impossibile. E cos&igrave; un&#39;iniziale pizzeria da 40 coperti nel centro di Gallarate (Varese), si &egrave; spostata nel 2018 lungo Corso Sempione quadruplicando i posti. Il Covid poteva spazzare via tutto e invece il locale &egrave; l&igrave; con un giro di sold out impressionante. Il guerriero della luce &egrave;&nbsp;<strong>Giuseppe Cuteri</strong>: dopo due anni di Economia e Commercio, cede al richiamo del cuore, senza rimpianti. Fin da ragazzo &egrave; sempre stato la mano in pi&ugrave; nei locali lombardi dei genitori calabri ma la scintilla definitiva si &egrave; accesa dopo aver seguito a <strong>Parma</strong> i corsi illuminati di&nbsp;<strong>Christian Zaghini</strong>. L&igrave;&nbsp;<strong>Giuseppe</strong>&nbsp;ha appreso tutto sulle tecniche di impasti diretti, indiretti e con lievito madre. Dalla teoria alla pratica &egrave; stato un attimo: l&#39;impasto (classico, multicereali con semi, 100% integrale o senza glutine) &egrave; preceduto dalla biga e poi spinto fino a 48 ore di maturazione. A tavola fai un fantasioso giro d&#39;Italia con ingredienti Igp e Dop e ogni mese &egrave; raccontato da una pizza speciale. Oltre alle &quot;intoccabili&quot;, la carta &egrave; un continuo divenire in base alla stagionalit&agrave; e alle suggestioni di&nbsp;<strong>Cuteri</strong>,&nbsp;un vulcano in fatto di creativit&agrave; e fantasia.<br />
<strong>Paola Pellai</strong></p>

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<p><strong><a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/462/35421/locali/ultimo.html">Ultimo</a>, Varese</strong><br />
[[ima4]]Nel cuore della citt&agrave; giardino,&nbsp;<em>Ultimo&nbsp;</em>&egrave; un indirizzo che ha saputo conquistare negli anni una clientela affezionata e curiosa, diventando uno dei riferimenti della scena cittadina. Il locale, raccolto e curato, unisce l&rsquo;atmosfera accogliente di un salotto contemporaneo al fascino di un cortile che, con la bella stagione (ma non solo), si trasforma in un punto d&rsquo;incontro vivace e rilassato. L&rsquo;anima del bar non &egrave; tutta nei cocktail, dietro al bancone&nbsp;<strong>Fabietto</strong>&nbsp;e&nbsp;<strong>Martina</strong>&nbsp;sanno accogliere il cliente con sorriso affabile e calore umano. Nel bicchiere drink ben bilanciati che spaziano tra i grandi classici e interpretazioni personali. L&rsquo;aperitivo &egrave; uno dei momenti pi&ugrave; apprezzati, con una selezione di vini e drink accompagnati da piccoli assaggi. Il servizio &egrave; preciso, cordiale, sempre pronto a consigliare con competenza e a creare l&rsquo;atmosfera giusta. Nei momenti di punta il locale si riempie facilmente (segno di una popolarit&agrave; meritata), ma resta un indirizzo in cui la qualit&agrave; dell&rsquo;esperienza non si perde mai. <em>Ultimo</em> &egrave; un bar che riflette l&rsquo;idea di una Varese moderna, attenta al gusto e alla convivialit&agrave;, dove ogni cocktail diventa un piccolo rito da condividere.<br />
<strong>Barbara Giglioli</strong></p>

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<p><strong><a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/462/35420/locali/attila.html">Attila</a>, Varese</strong><br />
[[ima5]]Nel cuore di Varese, <em>Attila</em> &egrave; il regno di&nbsp;<strong>Mattia Sicuro</strong>, che ha fatto della misura e della curiosit&agrave; la propria cifra stilistica. L&rsquo;ambiente &egrave; raccolto, moderno, accogliente: un rifugio serale dove la miscelazione diventa linguaggio, tra ricerca, tecnica e istinto. La carta spazia dai classici ben eseguiti alle creazioni pi&ugrave; audaci, in cui botaniche, fermentati e note amare si intrecciano con equilibrio. Ogni cocktail racconta una storia, dal&nbsp;<em>Funky Paloma</em>&nbsp;al&nbsp;<em>Saturno Contro</em>, simboli di una filosofia che unisce precisione e spontaneit&agrave;. A rendere il tutto ancora pi&ugrave; speciale &egrave; il servizio sorridente, competente e attento a riconoscere gusti e abitudini di chi torna. Atmosfera sempre viva ma mai caotica, un indirizzo giovane e gi&agrave; maturo, che dimostra come anche lontano dalle grandi citt&agrave; possa nascere un cocktail bar d&rsquo;autore capace di lasciare il segno.<br />
<strong>Barbara Giglioli</strong></p>

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<p><strong><a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/462/38023/locali/base-blu-bar.html?geo=1">Base Blu Bar</a>, Varese</strong><br />
[[ima6]]In una delle boutique pi&ugrave; raffinate del centro di Varese,&nbsp;<em>Base Blu</em>, ha aperto un bar che strizza l&#39;occhio ai locali delle grandi citt&agrave; in cui si pu&ograve; godere di un&rsquo;esperienza a 360 gradi: non solo shopping e abiti su misura, ma anche uno spazio di ristoro e relax con creazioni di alta qualit&agrave;. &Egrave; cos&igrave; che nel bicchiere si trovano cocktail come&nbsp;il&nbsp;<em>Blu Spritz</em>, un drink sensoriale e decisamente scenografico, fino al nostro preferito:&nbsp;<em>Nubes, con banana, mandorla tostata, rum Zacapa 23, Casamigos mezcal, soda e t&egrave; nero alle fave di cacao</em>. Non solo i grandi classici dunque, ma anche preparazioni che sapranno stupire il cliente e traghettarlo verso un mondo ricco di sfumature nuove e innovazione. Questo bar &egrave; senza dubbio un posto dove andare, rilassarsi e passare ore gioiose del vostro tempo. Cos&igrave; tra un acquisto e una prova d&rsquo;abito potrete farvi coccolare dai cocktail creativi del team di&nbsp;Base Blu Bar.&nbsp;<br />
<strong>Barbara Giglioli</strong></p>

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<p><strong><a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/462/38015/locali/salotto-cairoli.html">Salotto Cairoli</a>, Busto Arsizio, Varese</strong><br />
[[ima7]]Salotto di nome e di fatto. L&rsquo;ambiente &egrave; ricercato, ma accogliente. Fa sentire cio&egrave; a casa, con tutte le comodit&agrave; e il calore, ma offre anche la curiosit&agrave; di esplorare la vastissima carta a disposizione tra vini (in particolare bollicine) e distillati. Anche se il&nbsp;<em>Salotto Cairoli</em>&nbsp;a Busto Arsizio non &egrave; specializzato in cocktail, ad essi &egrave; riservata una grande attenzione venendo incontro alle esigenze di oggi. Si fanno i classici con prodotti premium di aziende estremamente qualificate e con un tocco di personalit&agrave; che li esalta ma non li tradisce. Un esempio il&nbsp;<em>Negroni</em>: come firma e vezzo verso i clienti si inserisce una goccia di Aceto Balsamico di Modena <em>Giusti</em> che caratterizza la ricetta. Sempre pi&ugrave; ampio intanto il menu relativamente alla cucina (qui troviamo&nbsp;<strong>Matteo De Francesco</strong>, in sala&nbsp;<strong>Michelle Bonifacci</strong>, regista &egrave;&nbsp;<strong>Paolo Recchia</strong>, bartender&nbsp;<strong>Marzio Morello</strong>), per vivere un&rsquo;esperienza che va dall&rsquo;aperitivo alla cena e al dopocena. Qui &egrave; piacevole degustare, ma anche confrontarsi e accrescere la propria cultura sui prodotti e sulle loro storie conversando in un vero salotto che &egrave; esclusivo e allo stesso tempo accogliente.<br />
<strong>Marilena Lualdi&nbsp;</strong></p>

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<p><strong><a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/462/35382/locali/bar-is-the-name.html">Bar is The Name</a>, Busto Arsizio, Varese</strong><br />
[[ima8]]A quattro anni dall&rsquo;apertura, continua il viaggio di<em> Bar is The Name</em>. <strong>Ambrogio Ferraro</strong> (1994) &egrave; un giovane e&nbsp;temerario barman che ha scelto la sfida di aprire il suo primo e unico cocktail bar a Busto Arsizio (e nemmeno in una una delle vie di maggiore passaggio). Sforzandosi di restare al passo con le mode metropolitane, strizzando l&rsquo;occhio ad una segmentazione dell&rsquo;offerta cos&igrave; da poter avere sempre qualche snack dalla cucina e un aperitivo da sgranocchiare, <em>Bar is The Name</em> lavora sull&rsquo;estremizzazione del dettaglio e sull&rsquo;iper-customizzazione dell&rsquo;esperienza. A costo di sembrare anche troppo attenti e preparati verso possibili desideri dei pi&ugrave; apparentemente esperti, la miscelazione guarda ai classici cercando un&rsquo;evoluzione moderata verso tecniche nuove, glassware eleganti e gusti mai troppo spinti. Ora non avete pi&ugrave; scuse per un giro in provincia!<br />
<strong>Chiara Buzzi</strong><br />
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					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/la-piedigrotta-pizzeria-varese.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/209/41255/mondo-pizza/pizzerie-e-cocktail-bar-a-varese-e-dintorni-8-indirizzi-che-vi-consigliamo-di-provare.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/209/mondo-pizza.html">209</category>			</item>			<item>				<title>Al Cavallino di Maranello una verticale di Villa Bucci racconta 20 anni di Verdicchio</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/42520/dallitalia/al-cavallino-di-maranello-una-verticale-di-villa-bucci-racconta-20-anni-di-verdicchio.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Nel quartier generale della Ferrari, a Maranello, il ristorante <em>Cavallino</em>, una stella Michelin e parte della famiglia <em>Francescana</em> di <strong>Massimo Bottura</strong>, ha ospitato una cena in cui vino e cucina hanno celebrato tempo, gusto e visione. I piatti firmati da <strong>Virginia Cattaneo</strong> e <strong>Riccardo Forapani</strong> hanno valorizzato un percorso enoico dedicato a <a href="https://www.villabucci.com/" rel="nofollow">Villa Bucci</a> - Verdicchio dei Castelli di Jesi &ndash; che, per l&#39;occasione, ha sfidato il tempo, in formato magnum con le annate 2021, 2016, 2006 e 1997.</p>

<p>[[ima2]]<em>Villa Bucci</em> &egrave; una leggenda italiana creata dal visionario <strong>Ampelio Bucci</strong>, un imprenditore agricolo marchigiano che ha saputo nobilitare il Verdicchio, variet&agrave; a bacca bianca autoctona, che si eleva nel tempo con sfumature e intensit&agrave; aromatiche sorprendenti. Da luglio 2024 l&#39;azienda &egrave; stata acquisita dalla famiglia <strong>Veronesi</strong>, e <strong>Federico Veronesi</strong> la guida oggi con passione, portando avanti il progetto diffuso da <strong>Bucci</strong> in Italia e nel mondo. Giovane bocconiano, appassionato ed esperto di vino, ha scelto di proseguire il lavoro insieme a <strong>Gabriele Tanfani</strong>, agronomo, e <strong>Gianni Gasperi</strong>, enologo: una squadra tecnica storica e consolidata. Una strategia in cui il fattore umano si traduce in una vera intelligenza artigianale, fatta di passato, presente e futuro. Quello che troviamo in una bottiglia di <em>Villa Bucci</em> &egrave; la sintesi perfetta dell&#39;opera di tutti gli uomini e le donne che lavorano in vigna e cantina. Un vino che ama il tempo.</p>

<p>[[ima3]]La cucina di <strong>Riccardo</strong> e <strong>Virginia</strong> ha accompagnato gli ospiti in questo viaggio con un men&ugrave; pensato per valorizzare la verticale di <em>Villa Bucci</em>, introdotta da un aperitivo inedito: <em>Pongelli</em> 2022, rosso contemporaneo da Sangiovese e Montepulciano, partenza dirompente prima di focalizzare l&#39;attenzione sul Verdicchio.</p>

<p>[[ima4]][[ima5]]Il millesimo 2021 &egrave; stato abbinato al <em>Merluzzo alla mugnaia di pinoli, acqua di pomodori e asparagi bianchi</em> e ai <em>Ravioli verdi ripieni di porro e maggiorana, clorofilla di spinacio, levistico e crescione d&#39;acqua</em>. Piatti molto freschi con note vegetali, sapide a tratti con spinte acide davvero interessanti in pairing con il Verdicchio <em>Villa Bucci</em>. L&#39;annata 2021 si esprime in un <em>Villa Bucci</em> dove le note di albicocca, melone e sfumature sapide sul finale lo rendono fresco e immediato. Il millesimo 2016 si presenta con un timbro pi&ugrave; erbaceo anche se la cera d&#39;api e gli agrumi maturi lo elevano a una freschezza inaspettata e l&#39;abbinamento ha esaltato il <em>Risotto alla Bourguignonne</em>. Una versione di riso allo yogurt di Bianca Modenese, aglio dolce adornato da lumache alla Bourguignonne con sfumature di sedano rapa, estratto di prezzemolo e levistico. Un lieve sentore di camomilla essiccata del vino ha esaltato la cremosit&agrave; del riso che emozionava, ad ogni boccone, per umami di raro equilibrio.</p>

<p>[[ima6]][[ima7]]Il passaggio sul formato magnum di <em>Villa Bucci</em> 2006 necessita di una riflessione che proprio <strong>Federico Veronesi</strong> ha condiviso: &laquo;Siamo di fronte a un Verdicchio che esprime la sua complessit&agrave; con un lasso temporale di vent&#39;anni. &Egrave; evidente una freschezza, aromaticit&agrave; e note saline ben delineate, ad ogni sorso, e un equilibrio in evoluzione che, senza dubbio, il grande formato esalta&raquo;.</p>

<p>[[ima8]]Qui la cucina di <strong>Riccardo</strong> e <strong>Virginia</strong> ha abbinato un piatto classico rivisitato: <em>Faraona ripiena con maionese al rafano ben integrata a una salsa concentrata di melograno e fondo di arrosto</em>. Una cena che ha avuto una conclusione molto fresca sul fronte dessert con una proposta di <em>Millefoglie di millefiori, crema pasticcera alla camomilla, composta di albicocca e panna salata al polline, petali di rosa, viola e calendula</em>. Una bellezza e bont&agrave; che ci ha portato in un campo fiorito con una quadratura di gusto davvero golosa.</p>

<p>[[ima10]][[ima9]]Lato enoico il viaggio nel tempo ha fatto una tappa emozionante con <em>Villa Bucci</em> 1997: millesimo leggendario con una freschezza e una complessit&agrave;, una stratificazione e note di miele e lievi speziature, burro di nocciola, lieve nota di pietra focaia e aromi terziari in sottofondo. La sapidit&agrave; in evoluzione lo definisce come un bianco mediterraneo senza tempo. Con queste riserve emerge un Verdicchio dalla personalit&agrave; unica e inconfondibile: nelle annate pi&ugrave; giovani e fredde si distinguono note marine e minerali, mentre in quelle pi&ugrave; calde prevalgono trame fruttate, intrecciate a sentori di macchia mediterranea.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/gc-06413.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/42520/dallitalia/al-cavallino-di-maranello-una-verticale-di-villa-bucci-racconta-20-anni-di-verdicchio.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/dallitalia.html">44</category>			</item>			<item>				<title>Mangiare al Vinitaly: a Verona l'indirizzo dove la pizza diventa un'esperienza</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/209/42515/mondo-pizza/mangiare-al-vinitaly-a-verona-lindirizzo-dove-la-pizza-diventa-unesperienza.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Cosa &egrave; quella cosa che trasforma la pizza in un&rsquo;esperienza? Oggi sempre pi&ugrave; spesso sentiamo parlare di pizza come di un qualcosa che non &egrave; solo consumo, gusto, sapore, ma &egrave; anche storia, valore, idea, spettacolo. Tutto ci&ograve; che si definisce intorno alla pizza pu&ograve; essere elemento di unicit&agrave;, un format nuovo da vivere, soprattutto se si evita l&rsquo;imitazione passiva. Su questo concetto, che si somma poi anche all&rsquo;idea di racconto e di convivialit&agrave;, si costruisce il nuovo progetto di <a href="https://www.carminepizzadautore.com/" rel="nofollow">Carmine Pizza d&rsquo;Autore</a> a Verona (perfetto, peraltro, da provare nei prossimi giorni di <a href="https://www.vinitaly.com/" rel="nofollow">Vinitaly</a>).</p>

<p>A qualche centinaio di metri dal centro storico, c&rsquo;&egrave; questo piccolo locale che ha tutte le carte in regole per diventare un punto di riferimento per gli amanti della pizza, ma anche un luogo speciale di ritrovo, per pochi eletti che vogliono vivere la pizza con gli occhi e con il palato, ma anche con il racconto e il confronto.</p>

<p><strong>Carmine Pasqua</strong> &egrave; convinto della sua intuizione: ideare un locale che sviluppa la sua forza intorno a un bancone, un forno e 12 posti a sedere. Il modello &egrave; quello della &ldquo;chef&rsquo;s table&rdquo;, c&rsquo;&egrave; il pizzaiolo dietro il banco che stende e condisce le pizze, le inforna, le spicchia e le serve direttamente ai suoi ospiti, che sono tutti intorno a lui. Ognuno di loro dalla propria postazione osserva rapito e curioso ogni fase della preparazione, pone domande, sorseggia il suo calice, mentre <strong>Carmine</strong> racconta cosa sta facendo, i prodotti che usa, da dove arrivano. Poi si passa all&rsquo;assaggio, alla scoperta degli impasti e degli abbinamenti proposti, ma soprattutto alla ricerca di una equivalenza tra la narrazione e il gusto nel piatto.</p>

<p>[[ima2]][[ima4]]Che sia una singola pizza o una degustazione completa per tutto il bancone poco importa: <strong>Carmine Pasqua</strong> e la sua pizza sono capaci di creare una sorta di magia che ammorbidisce l&rsquo;atmosfera, trasformando degli sconosciuti in un gruppo di &ldquo;amici per una sera&rdquo;. L&rsquo;esperienza immersiva studiata regala convivialit&agrave; allo stato puro, proprio quella che richiama la pizza, che nasce in modo spontaneo e impregna la sala. Allo stesso tempo la pizza rimane al centro della scena, &egrave; la protagonista assoluta. A prescindere, dunque, dalla sua forma e dal suo sapore, essa diventa a tutti gli effetti un&rsquo;idea riuscita e in questo il giovane pizzaiolo ci ha visto lungo: &laquo;Ho voluto portare alla luce tutto quello che c&#39;&egrave; dietro una pizza e la sua lavorazione, senza intermediari n&eacute; barriere fra me e la sala&raquo;.</p>

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<p><strong>La pizza di Carmine Pizza d&rsquo;Autore</strong><br />
[[ima5]]A questo punto altra domanda legittima da porsi &egrave;: com&rsquo;&egrave; la pizza di <strong>Carmine Pasqua</strong>? Vale veramente l&rsquo;esperienza di cui parliamo? La formula incuriosisce, ma ogni interrogativo sparisce quando arriva il primo assaggio. Dal menu si pu&ograve; scegliere tra tre tipologie d&rsquo;impasto, ognuna con i suoi topping studiati; o chiedere a Carmine di proporre una degustazione &ldquo;a mano libera&rdquo;; o ancora costruire un percorso completo lasciandosi ispirare dalla voglia di provare pi&ugrave; cose. Peculiarit&agrave; delle pizze qui &egrave; il dialogo continuo tra due regioni distanti come la Calabria e il Veneto, che hanno creato un campo comune d&rsquo;azione: la prima &egrave; quella dove &egrave; nato il nostro pizzaiolo, la seconda dove &egrave; cresciuto. La sua ambizione &egrave; quello di raccontare enrambi i territori attraverso prodotti e piccoli produttori selezionati, con le loro storie.</p>

<p><strong>Carmine</strong> porta con s&eacute; la memoria della Calabria attraverso una serie di ingredienti come pomodoro dolce di Migliarese, &lsquo;nduja di maiale nero, liquirizia Dop e diverse altre produzioni artigiane. Il racconto diventa, per&ograve;, contaminazione e si intreccia con il Veneto e i suoi salumi e i formaggi, come il monte veronese Dop e poi molte eccellenze enologiche - dal Metodo Classico alle bollicine locali, fino a referenze pi&ugrave; strutturate - che dialogano con i topping, costruendo abbinamenti che puntano a esaltare contrasti e affinit&agrave;.</p>

<p>[[ima6]][[ima7]]Ma veniamo ora alla pizza vera e propria e agli assaggi che ci hanno convinto sul talento di <strong>Carmine</strong>, che dimostra maestria e tecnica anche in cucina. Tre gli impasti, tutti indiretti con utilizzo di biga: pizza tonda contemporanea, la pala a base di mais e semola, il padellino al farro. Partiamo da quest&rsquo;ultimo che abbiamo testato come starter, soffice nella sua struttura, con un leggero crunch al morso e scioglievole al palato, cosa non proprio facile da ottenere con una pasta 85% farro e il resto integrale che fa una tripla lievitazione. Abbiamo iniziato con uno spicchio <em>Crudo e fichi</em> su base di stracciatella, dove i fichi sono sostituiti da un vincotto homemade di fichi. Si tratta di un denso sciroppo ottenuto dalla riduzione del succo di fichi maturi, tipico calabrese, dal sapore intenso, con note caramellate che rendono rotondo il gusto.</p>

<p>La tonda &egrave; in stile napoletano contemporaneo, con un&rsquo;alta idratazione che tocca l&rsquo;80% a conferire leggerezza e scioglievolezza. La versione <em>C.P.4.0</em> (con crema di carciofi, in uscita stracciatella, pancetta cotta al miele e tartufo nero) piace a tutti per il suo gusto intenso e armonico, dove ogni elemento trova il suo posto senza sovrastare. Nuovo assaggio di successo &egrave; stato la<em> Calabra</em>, con pomodoro rosso Migliarese, fiordilatte, soppressata piccante di suino nero, olive, origano e caciocavallo silano Dop. Qui si gioca in casa con tre elementi importanti: sapori, confort e memoria. Da citare anche la <em>Veja,</em> con crema di zucca, monte veronese grattugiato, coppa di testa di Este e un gel all&rsquo;Amarone, una delle pizze iconiche che definisce anche la cifra stilistica di <strong>Carmine</strong> dedicata al territorio di adozione.</p>

<p>[[ima8]][[ima9]]L&rsquo;impasto che abbiamo apprezzato di pi&ugrave;, quello forse pi&ugrave; nuovo e che arriva immediato, persino divertente sotto i denti, &egrave; quello della pala, a base di semola e mais, dalla struttura croccante, che fa da base a topping dalle consistenze a contrasto. Primo esperimento con <em>Calabria</em>, boccone dal gusto complesso a base di fiordilatte, in uscita ricotta di capra, pomodorini semi dry gialli e rossi, &#39;nduja di maiale nero, basilico e liquirizia calabrese Dop. Una pizza sicuramente da condivisione, dai toni importanti, giochi di acidit&agrave; e grassezze, dove forse si rischia di perdere l&rsquo;equilibrio finale. Abbiamo chiuso con un altro trancio croccante di impasto pala nella versione &ldquo;dessert&rdquo;, ovvero <em>Ricotta e pera </em>(con fiordilatte, in uscita ricotta di capra, confettura di peperoncino, foglie di fico essiccate e sbriciolate e scaglie di cioccolato fondente). Qui ci sono tutte le consistenze e diversi passaggi di sapore, uniti da un filo invisibile: l&rsquo;intensit&agrave; della ricotta di capra lascia il posto al dolce piccante della confettura, la pera si bilancia con il cioccolato, in un&rsquo;escalation di consistenze.</p>

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<p><strong>Chi &egrave; Carmine Pasqua </strong><br />
[[ima3]]<strong>Carmine Pasqua</strong>, classe 1990, nasce a Cosenza e cresce al Nord dopo la perdita del padre, quando la madre decide di trasferirsi in cerca di nuove opportunit&agrave;. &Egrave; qui che inizia il suo percorso nella ristorazione: muove i primi passi in una pizzeria d&rsquo;asporto, apprendendo le basi della pizza in teglia e tonda, per poi formarsi ulteriormente tra stagioni nei campeggi e ruoli di responsabilit&agrave; in diverse pizzerie. Negli ultimi anni, le collaborazioni con locali e insegne di rilievo contribuiscono a definire e rafforzare la sua identit&agrave; professionale. <a href="https://www.carminepizzadautore.com/" rel="nofollow">Carmine Pizza d&rsquo;Autore</a> ha debuttato lo scorso ottobre, le idee alla base sono interessanti, ci sono tutti gli elementi per parlare di pizzeria contemporanea, di visione moderna e futuristica. Da monitorare e ovviamente da (ri)provare.</p>

<p><br />
<a href="https://www.carminepizzadautore.com/" rel="nofollow">Carmine Pizza d&rsquo;Autore</a><br />
Via Francesco Berni 12 - Verona<br />
Tel. +39 045 2230039<br />
<a href="https://www.carminepizzadautore.com/" rel="nofollow">carminepizzadautore.com</a><br />
Aperto tutti i giorni solo a cena, marted&igrave; e gioved&igrave; anche a pranzo. Chiuso il mercoled&igrave;</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/carmine-pizza-dautore-carmine-pasqua-carmine-pasqua-a-lavoro.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/209/42515/mondo-pizza/mangiare-al-vinitaly-a-verona-lindirizzo-dove-la-pizza-diventa-unesperienza.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/209/mondo-pizza.html">209</category>			</item>			<item>				<title>Rivoluzione crunch di Cagliostro: Palermo scopre la pizza sottile e croccante</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/209/42430/mondo-pizza/rivoluzione-crunch-di-cagliostro-palermo-scopre-la-pizza-sottile-e-croccante.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Qualcuno ha detto che croccante &egrave; il suono della felicit&agrave; che si spezza in bocca, una melodia che evoca ricordi d&rsquo;infanzia e si fa vettore di soddisfazione immediata al palato: da qui la&nbsp;genesi del progetto identitario di <strong>Marco Sciarrino</strong>, pizza chef e mente tecnica della pizzeria <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/462/35318/locali/cagliostro.html">Cagliostro</a> di Palermo. Insieme ai fratelli <strong>Danilo</strong>, restaurant manager ed esperto di caff&egrave;, e <strong>Ruggero</strong>, responsabile dell&rsquo;amministrazione, <strong>Marco</strong> ha deciso di sfidare tendenza e dominio della pizza napoletana contemporanea e padellini gastronomici per riportare al centro della scena il crunch e la sottigliezza estrema. Tutto &egrave; partito da una statistica: &laquo;Fino al mese scorso, la nostra carta proponeva quattro varianti di pizza sottile in un elenco dal titolo <em>180 Grammi</em> &ndash; racconta <strong>Danilo</strong> &ndash; Ci siamo resi conto che, nonostante la vasta scelta di ventinove pizze complessive, oltre il 30% degli ospiti finiva per ordinare proprio una di quelle quattro referenze&raquo;. Un dato troppo rilevante per essere ignorato, che ha spinto i fratelli <strong>Sciarrino</strong> a inaugurare, nella nuova carta, una sezione intitolata emblematicamente <em>Welcome to Rome</em>, interamente dedicata a questo stile.</p>

<p>[[ima2]]&laquo;Non si tratta di una semplice copia della tradizione capitolina &ndash; specifica <strong>Marco</strong> &ndash; ma di un omaggio stilistico che sfrutta le pi&ugrave; ricercate tecniche di panificazione moderne&raquo;. Lo stesso chef pizzaiolo classe 1993 descrive cos&igrave; la base della proposta lievitata: &laquo;Partiamo da una farina di tipo 1 di grano parzialmente germogliato, lavorando con un metodo indiretto che mette insieme 50% biga e 50% poolish. Questa parit&agrave; di quantit&agrave; permette di ottenere un disco di pasta croccante sotto i denti ma contemporaneamente scioglievole al palato. Dopo 30 ore totali di lievitazione e con un&rsquo;idratazione del 55%, il panetto viene steso rigorosamente al mattarello e infornato a 300&deg;C per quattro minuti, garantendo quella consistenza che sta diventando il nostro marchio di fabbrica&raquo;.</p>

<p>[[ima4]][[ima5]]Le proposte della sezione <em>Welcome to Rome</em> sono tutte divertenti e da provare. La <em>Patate, rosmarino &amp; &lsquo;nduja</em>, nata per nobilitare il ricordo delle merende di un tempo, gioca su un equilibrio tra la tendenza dolce delle patate e la sapidit&agrave; e l&rsquo;umami delle scaglie di Parmigiano, tutto con un gustoso tocco piccante. Per gli amanti dei classici, la <em>Salsiccia e friarielli</em> viene reinterpretata giocando con texture e persistenze dei formaggi: il fiordilatte campano garantisce rotondit&agrave; lattiche, mentre la provola d&#39;Agerola apporta un nota evoluta e aromatica di affumicato. Tributo all&#39;icona del Made in Italy &egrave; la <em>Capricciosissima</em>, citazione in cui il pomodoro di Pachino semi-dry sostituisce la salsa classica e l&#39;uovo non &egrave; sodo, come da tradizione romana, ma barzotto, met&agrave; cotto met&agrave; crudo ad aumentare la cremosit&agrave; della treccia di latte di bufala; rilevante il contrasto tra la dolcezza del prosciutto crudo 24 mesi, le affumicature del carciofo arrosto e la sferza della polvere di olive.</p>

<p>[[ima6]]Piccolo capolavoro di cultura gastronomica, a sancire il legame viscerale con la Sicilia, &egrave; la pizza <em>Finocchio &amp; arance</em>. Ispirata ad una tipica insalata locale, questa creazione unisce un carpaccio di finocchio marinato al pepe&nbsp;e una dadolata di arance fresche alle acciughe di Aspra, al fiordilatte, alla Tuma Persa e risulta al palato fresca e versatile da provare sia come antipasto che come piatto principale. Infine, per gli amanti della materia prima ricercata, la <em>Black Angus</em> che mette al centro un carpaccio di bovino affumicato al faggio, prodotto dal gruppo americano <a href="https://creekstonefarms.com/" rel="nofollow">Creekstone Farms</a>, adagiato su una base di pomodoro siccagno e fiordilatte campano.</p>

<p>[[ima3]]Nonostante la nuova sezione della carta, la proposta di <em>Cagliostro</em> non rinuncia a una natura poliedrica. La sezione <em>Welcome to Rome</em> va infatti ad arricchire un&rsquo;offerta gi&agrave; strutturata, dove convivono con coerenza una bella collezione di napoletana contemporanea, ricercate varianti al padellino e un&rsquo;allettante pizza &ldquo;al ruoto&rdquo;. Una scelta che permette a <strong>Marco Sciarrino</strong> di esprimere la sua conoscenza delle lievitazioni su pi&ugrave; fronti, offrendo a ogni ospite il proprio ideale di impasto.</p>

<p>[[ima7]]Tuttavia, sul progetto&nbsp;<em>Welcome to Rome</em>, con panetto da&nbsp;180 grammi, si concentra oggi la sfida pi&ugrave; stimolante.&nbsp;<strong>Marco</strong> ne &egrave; convinto: &laquo;Gli ospiti cercano sempre pi&ugrave; divertimento gustativo e leggerezza&raquo;. <strong>Danilo</strong> aggiunge un fattore salutistico non trascurabile: &laquo;Un panetto da 180 grammi pesa un etto in meno rispetto a una napoletana; l&#39;apporto calorico &egrave; minore, ma il piacere resta intatto&raquo;. In un&rsquo;Italia della pizza spesso polarizzata da cornicioni iperbolici, <em>Cagliostro</em> dimostra che la completezza di una carta pu&ograve; convivere con una scelta di campo netta e che la massima soddisfazione pu&ograve; avere anche il suono sottile del cristallo che si rompe.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/21-6.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/209/42430/mondo-pizza/rivoluzione-crunch-di-cagliostro-palermo-scopre-la-pizza-sottile-e-croccante.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/209/mondo-pizza.html">209</category>			</item>			<item>				<title>Liquoreria Friulana: distillati e liquori sartoriali dalle radici profonde</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/136/42467/in-cantina/liquoreria-friulana-distillati-e-liquori-sartoriali-dalle-radici-profonde.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Esistono storie che non nascono al bancone di un bar, ma tra i banchi di un&rsquo;universit&agrave; e i laboratori di ricerca. Quella della <a href="https://www.liquoreriafriulana.it/" rel="nofollow">Liquoreria Friulana</a> di Spilimbergo in provincia di Pordenone &egrave; una realt&agrave; con radici profonde, competenza tecnica e quel pizzico di &quot;follia imprenditoriale&quot; necessaria per lasciare la strada spianata e tornare a casa, seguendo il richiamo della propria terra.<br />
<br />
I protagonisti di questa avventura non sono &quot;i soliti quattro amici al bar&quot;, ma tre professionisti che si sono conosciuti alla facolt&agrave; di Scienze e Tecnologie Alimentari di Udine. <strong>Werther Zuliani</strong>, <strong>Gabriele Bot</strong> e <strong>Stefano Da Ros</strong> hanno inizialmente intrapreso percorsi distanti dal Friuli, viaggiando per il mondo come esperti di ricerca e sviluppo per grandi aziende alimentari. Werther con la sua mentalit&agrave; imprenditoriale, Gabriele animato da estro creativo e Stefano, il conoscitore profondo delle eccellenze del territorio e della botanica, hanno per&ograve; sempre custodito un sogno nel cassetto.</p>

<p>Nel 2004, ispirati anche dal successo di un amico calabrese nel settore, hanno deciso di abbandonare le sicurezze delle rispettive carriere per lanciare una scommessa: valorizzare il Friuli attraverso l&#39;arte della liquoristica artigianale. Il loro motto &egrave; rimasto immutato da vent&#39;anni: &quot;Creare prima il miglior prodotto possibile e solo dopo aver sfiorato la perfezione, iniziare a metterlo sul mercato&quot;.</p>

<p>Tutto &egrave; cominciato in un piccolo laboratorio di 100 metri quadri con l&rsquo;<em>Amaro dei Prati Stabili</em>. L&#39;idea era quella di imbottigliare il cuore selvatico dei campi incolti e non antropizzati, dove le erbe spontanee crescono libere, sfalciate solo una o due volte l&#39;anno. Da quegli esperimenti artigianali, nati quasi per gioco tra amici, &egrave; fiorita una gamma che oggi ha assunto un profilo internazionale.</p>

<p>Un capitolo a s&eacute; merita il <em>Cocol&acirc;r</em>, il Nocino di Spilimbergo che ha conquistato l&rsquo;oro al Merano WineFestival 2024. Qui la tecnica si fonde con la mitologia agreste: se la tradizione vorrebbe le noci verdi raccolte da mani vergini nella notte di San Giovanni, i tre soci applicano un pragmatismo scientifico. Visitano i fornitori gi&agrave; ai primi di giugno per verificare la maturazione del guscio, adattandosi ai cambiamenti climatici per garantire un&#39;infusione perfetta, priva di tinture o noci secche. Il risultato &egrave; un elisir che riposa fino a tarda primavera, unito alla grappa friulana.<br />
<br />
[[ima2]]Il legame con il territorio &egrave; viscerale anche nell&#39;estetica. Spilimbergo &egrave; la citt&agrave; del mosaico, e la Liquoreria ha trasformato questa eredit&agrave; in un vero e proprio &quot;mosaico di aromi&quot;. Le etichette, caratterizzate dall&#39;accento circonflesso tipico della lingua friulana, sono state studiate in collaborazione con la prestigiosa <a href="https://www.scuolemestieridarte.it/scuola/scuola-mosaicisti-del-friuli-friuli-venezia-giulia" rel="nofollow">Scuola Mosaicisti del Friuli</a>. Quel segno grafico non &egrave; solo un ornamento, ma richiama le montagne, il campanile e il calore della casa.</p>

<p>La produzione si divide oggi in 3 linee distintive:</p>

<ul>
	<li><em>Linea Spilimbergo</em>: con <em>l&rsquo;Am&acirc;r</em> (Amaro di Spilimbergo), dove spiccano rabarbaro e arancio dolce, e il gin <em>Mos&acirc;ic</em>, che miscela ginepro locale e agrumi mediterranei.</li>
	<li><em>Opificium</em>: la linea <em>superpremium</em> dedicata alla mixology, nata durante il lockdown per sfidare un momento difficile. Spicca il Vermut realizzato con uva Verduzzo autoctona e l&#39;<em>Amaro Opificium</em>, infuso esclusivamente in acqua delle Dolomiti Friulane.</li>
	<li><em>Le Grappe e le Creme</em>: distillati di uve autoctone arricchiti da botaniche come il cumino dei prati o il miele di tiglio, accanto a creazioni golose come la Rossomela, realizzata con succo di mela friulana non pastorizzato.</li>
</ul>

<p>Oltre alle proprie etichette, la Liquoreria Friulana &egrave; diventata un punto di riferimento per la produzione &quot;su misura&quot;. Tutto &egrave; iniziato quando una grande azienda distillatrice ha chiesto loro di creare un amaro; oggi quel servizio &egrave; un caposaldo. Werther, Gabriele e Stefano agiscono come sarti: studiano la materia prima distintiva del cliente e &quot;cuciono&quot; un abito che va dalla ricetta esclusiva fino alla scelta della bottiglia e dell&#39;etichetta.</p>

<p>Oggi, al traguardo dei vent&#39;anni, l&#39;azienda ha fatto il &quot;grande salto&quot;: il trasferimento in una nuova sede nella Z.I. Nord di Spilimbergo, con spazi triplicati per laboratori di ricerca e aree produttive. Forte anche del marchio &quot;Io sono Friuli Venezia Giulia&quot;, che ne certifica la sostenibilit&agrave; ambientale e la tracciabilit&agrave; della filiera.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/1-i-tre-titolari-da-sx-bot-da-ros-zuliani.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/136/42467/in-cantina/liquoreria-friulana-distillati-e-liquori-sartoriali-dalle-radici-profonde.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/136/in-cantina.html">136</category>			</item>			<item>				<title>“Eco dal mare - sapidità essenziali vol.3”: anteprima del menu di Francesco Apreda</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/42511/dallitalia/eco-dal-mare-sapidita-essenziali-vol3-anteprima-del-menu-di-francesco-apreda.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p><a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/6/3688/chef-e-protagonisti/francesco.html">Francesco Apreda</a> nel suo essere chef e imprenditore ha sempre avuto ben chiaro il concetto di identit&agrave; gastronomica. La sua cucina &egrave; un gioco di tecnica ed equilibrio, ne emerge&nbsp;una ricerca millimetrica del gusto: si parte dalla tradizione italiana che si contamina e si arricchisce di elementi nuovi, di rimandi etnici tratti dalle esperienze di viaggio tra Londra, Tokyo, Roma e l&rsquo;India, per approdare a una tavola mediterranea di ampio respiro, estremamente personale e riconoscibile gi&agrave; al primo assaggio.</p>

<p>Le sue &ldquo;sapidit&agrave; essenziali&rdquo; sono divenute nel tempo la cifra stilistica dei menu di <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/37588/ristoranti/idylio-by-apreda-del-pantheon-hotel.html">Idylio by Apreda</a><strong>, </strong>ristorante del prestigioso<strong> </strong><a href="https://www.thepantheonhotel.com/" rel="nofollow">The Pantheon Iconic Rome Hotel</a>, dove esplodono le assenze ricolme di nuovi sapori, ridefiniti e ricostruiti attraverso un uso quasi alchemico di spezie sconosciute ai pi&ugrave;&nbsp;e di alghe che diventano denominatore comune dei suoi piatti.</p>

<p>Questo rinnovato gioco di sottrazioni e sostituzioni, di equilibri sottili tra sapidit&agrave; salmastre e vegetali, di terra e mare, di ricerca e di narrazione, si trova appieno nel nuovo percorso degustazione appena varato dallo chef e denominato <em>Eco dal mare - sapidit&agrave; essenziali vol.3</em>, capitolo primaverile di <em>Idylio</em>. &Egrave; un menu&nbsp;che rappresenta, come si pu&ograve; ben intuire, la terza tappa di un percorso coerente e in continua evoluzione; un progetto che non si limita a rinnovarsi, ma che approfondisce con ostinazione la visione gastronomica&nbsp;di <strong>Apreda</strong>.</p>

<p>[[ima2]]Al centro, ancora una volta, c&rsquo;&egrave; la riflessione sulla sapidit&agrave;. Non pi&ugrave; affidata al sale, che manca proprio del tutto, ma costruita attraverso alternative complesse e stratificate, che nel tempo hanno definito la spina dorsale della cucina dello chef. Un lavoro che trova continuit&agrave; dai capitoli precedenti &mdash; come <em>Lo Speziale</em> &mdash; dove le spezie o le alghe non hanno un ruolo da protagonista, ma sono elementi tecnici, vettori di sapore, parti integranti di un sistema pi&ugrave; ampio. In questo <em>Volume 3</em>, infatti, la ricerca si fa ancora pi&ugrave; sottile, la tecnica si affina, con l&rsquo;obiettivo preciso di generare un nuovo concetto di sapido attraverso estrazioni di sapore, soprattutto dai vegetali, e l&rsquo;utilizzo totale di ogni materia prima. Ne nasce&nbsp;cos&igrave;&nbsp;un gioco dinamico tra acidit&agrave;, toni amaricanti e note dolciastre, attraversato da una forte componente marina &mdash; alghe, richiami iodati, suggestioni salmastre &mdash; che costruisce profondit&agrave; e persistenza, senza mai risultare invasiva.</p>

<p>Chef <strong>Apreda</strong> d&agrave; letteralmente forma a uno spazio dove i suoi &ldquo;ingredienti alternativi&rdquo; hanno il potere di costruire una nuova visione di cucina di mare. L&rsquo;esperienza che si delinea &egrave; un viaggio in crescendo tra umami, acidit&agrave;, spigolosit&agrave;, morbidezze, nuove sapidit&agrave; in varie gradazioni. Come lui&nbsp;stesso sottolinea, &laquo;tutte le mie idee partono sempre da un concetto molto italiano&raquo;&nbsp;&ndash; non si tradiscono infatti le origini napoletane e il retaggio della tradizione regionale &ndash; &laquo;per poi andare ad espandere il concetto del mare. Il mare &egrave; sempre stato parte della mia cucina, uno dei soggetti principali. In questo nuovo menu ho provato a ampliarne l&#39;identit&agrave;&nbsp;fino alla sua esaltazione pi&ugrave; completa. Il mare non &egrave; elemento naturale o rappresentazione didascalica, ma diventa un linguaggio attraverso cui spingersi oltre la materia, per arrivare all&rsquo;essenza&raquo;.</p>

<p>[[ima3]][[ima4]]Accanto a questa tensione tecnica, resta saldo peraltro il legame con la tradizione, che non viene citata, ma reinterpretata e portata all&rsquo;estremo: la troviamo nei maccheroncini al ferretto, nell&rsquo;uso diffuso dei vegetali, nella cucina circolare che richiama quella povera di un tempo, fino alla valorizzazione dei cosiddetti pesci &ldquo;dimenticati&rdquo; e solo stagionali. O&nbsp;alla rilettura dei fiori di zucca fritti, per dire. E poi c&rsquo;&egrave; la pizza fritta iniziale, arricchita da polveri di pomodoro, capperi, friarielli e origano: una presenza tutt&rsquo;altro che accessoria, ma punto di contatto tra la tradizione e il commensale; un&nbsp;elemento universale che accoglie e accompagna. Nonch&eacute; un classico che ritorna nei menu&nbsp;di <strong>Apreda</strong> come porta d&rsquo;ingresso al suo mondo, rendendo accessibile e sorprendentemente familiare la parte pi&ugrave; complessa della sua ricerca.</p>

<p>C&rsquo;&egrave;, alla base, un impianto solido, costruito su anni di ricerca, che oggi a tavola dialoga&nbsp;attraverso una serie di blend di spezie o di monospice per ogni singolo piatto. Non semplici condimenti, ma chiavi di lettura per comprendere il lavoro &mdash; quasi alchemico &mdash; che sta dietro agli assaggi. Emblematico &egrave; il blend <em>Umamia</em>, sintesi di questa ricerca, dove ciascun elemento concorre a un unico obiettivo: estrarre &mdash; letteralmente &mdash; il massimo potenziale del gusto. Nuova scoperta di <strong>Francesco Apreda</strong> e new entry nel menu,&nbsp;con la sua nota balsamica e sorprendente, &egrave; l&rsquo;anice nero della Sila, l&rsquo;antico e raro <em>aranzu</em>, capace di spiazzare e ridefinire gli equilibri.</p>

<p>[[ima5]]Altra scommessa dello chef sono gli&nbsp;oli aromatici, realizzati dopo tre anni di studio e prove con il <a href="https://www.frantoiomuraglia.it/" rel="nofollow">Frantoio Muraglia</a>. Come il <em>Red Pikkante</em> con peperoncino, semi di coriandolo, macis, paprica e pepe, e il <em>Gold India</em>, blend dorato costruito intorno a curcuma, cumino, cardamomo, galanga e cannella, a cui si aggiunge <em>il Dark Balsamic</em> a base di anice nero calabrese... Sono capaci di regalare ai piatti un twist finale distintivo</p>

<p>&nbsp;</p>

<p><strong>LA DEGUSTAZIONE DI &quot;ECO&nbsp;DAL MARE&quot;</strong><br />
[[ima6]]Secondo lo chef, ogni menu&nbsp;stagionale si muove su un doppio binario. Da una parte i <em>signature</em>, ben 12 capisaldi che resistono al tempo e definiscono l&rsquo;identit&agrave; di <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/37588/ristoranti/idylio-by-apreda-del-pantheon-hotel.html">Idylio by Apreda</a>. Dall&rsquo;altra, una tensione continua verso l&rsquo;evoluzione, con nuovi piatti unici pensati con l&rsquo;ambizione di diventare distintivi. &laquo;Tutto vive in equilibrio tra memoria e ricerca&raquo;.</p>

<p>La peculiarit&agrave; di quest&rsquo;ultimo menu, <em>Eco dal Mare</em>, sta nel cambio di prospettiva: il mare non &egrave; pi&ugrave; soltanto ci&ograve; che vive nell&rsquo;acqua, ma un intero ecosistema. Un paesaggio complesso che include tutto ci&ograve; che cresce intorno: alghe, erbe spontanee, arbusti mediterranei. &Egrave; qui che si costruiscono le nuove forme di sapidit&agrave;. Dentro questo scenario si inserisce anche il filone <em>sweet &amp; spicy</em>, altra firma di <strong>Apreda</strong> che intanto fa capolino negli amuse-bouche (con la deliziosa meringa che accoglie una tartare di ricciola:&nbsp;la dolcezza viene calibrata da un olio di sesamo piccante e da un gioco di spezie che accende il palato) e si trova successivamente nel <em>Sarago marinato, radici e zafferano</em>, lavorato con alga wakame, miele, coriandolo e zafferano e una lunga marinatura (spiccano dolcezze rotonde, sostenute da creme di radici che allungano la persistenza e stratificano il gusto).</p>

<p>Tra i piatti pi&ugrave; rappresentativi di questo viaggio c&rsquo;&egrave; il <em>Merluzzetto marinato con blend di erbe mediterranee, granseola e funghi shiitake</em>, poi servito con brodo di katsuobushi e alga kombu e con tocco di anice nero calabrese. Come ci ha spiegato lo stesso chef, &laquo;siamo di fronte a una piccola architettura.&nbsp;Qui la componente vegetale viene rielaborata in pi&ugrave; forme e consistenze e dialoga con il pesce in modo fluido&raquo;. S&#39;accompagna&nbsp;con due tortelli realizzati con lievito madre a dissacrare il ruolo classico di primo piatto all&#39;italiana: diventano elemento ibrido, accompagnamento e parte integrante dell&rsquo;esperienza. Il risultato &egrave; un piatto aperto, che invita il commensale a interagire, a scegliere il proprio approccio all&rsquo;assaggio, senza regole rigide.</p>

<p>[[ima7]][[ima8]][[ima9]]<em>Fritto di fiori di zucchina e gamberi rosa</em>&nbsp;arriva a tavola insieme allo chef che racconta e spiega, mettendo insieme tutti gli elementi: dalla polpa dei gobbetti alla loro carcassa usata come polvere,&nbsp;alle teste che troviamo all&rsquo;interno della cialda di fiori di zucchine. Il risultato &egrave; una delicata tartare,&nbsp;gioco di composizioni e variazione di sapori costante. Di bell&rsquo;impatto gustativo e dai toni rassicuranti, capaci di colpire la memoria, sono i successivi <em>Maccheroncini al ferretto</em>&nbsp;(realizzati come da tradizione pugliese, ma&nbsp;con semola e sette tipi di alghe)<em>&nbsp;con piselli, spuma di baccelli e seppia, julienne di seppia e mix di agrumi, peperoni, peperoncino e zenzero</em>. Intensit&agrave; e freschezza insieme. A chiudere,&nbsp;<em>Arzilla e carciofi,</em> dove l&rsquo;arzilla &egrave; cotta alla brace e la sua pelle &egrave; ricostruita dalle alghe. Accanto anche la lisca croccante, elemento divertente del piatto, che accentua le consistenze e sottolinea ancora una volta una cucina zero waste.</p>

<p>Anche la panificazione segue la stessa traiettoria, tra&nbsp;pane di carruba, alga nori e kombu, grissini paprika e lime o quelli alla farina di orzo e sesamo.</p>

<p>[[ima10]]Infine, nuovo esperimento senza zucchero del <em>Cremoso al mirto e miele, erbe e fiori marini,</em> che regala cucchiaio dopo cucchiaio note vegetali e mielose. Qui il discorso della macchia mediterranea si fa ancora pi&ugrave; evidente: c&rsquo;&egrave; il mirto, il gelato al finocchio di mare, il miele, le spezie, i fiori ittici, che ricostruiscono la dolcezza secondo un nuovo vocabolario.</p>

<p>L&rsquo;altra anima del progetto vive in sala: giovane, ma solida interprete della visione dello chef, capace di accompagnare l&rsquo;ospite in un percorso sensoriale dove Oriente e Occidente parlano tra loro con naturalezza. Il racconto si completa attraverso una carta dei vini e un pairing curato con precisione, che si muove con eleganza toccando geografie locali, nazionali ed europee.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/sarago-marinato-radici-e-zafferano-ph-iacopo-carinci-francesco-apreda.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/42511/dallitalia/eco-dal-mare-sapidita-essenziali-vol3-anteprima-del-menu-di-francesco-apreda.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/dallitalia.html">44</category>			</item>			<item>				<title>Produttori di Manduria: storie di identità, comunità, territorio</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/136/42466/in-cantina/produttori-di-manduria-storie-di-identita-comunita-territorio.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>La Puglia &egrave; una regione lunga. Lo diciamo spesso, quasi per abitudine, ma finch&eacute; non la attraversi davvero, non ti rendi conto. &Egrave; lunga nelle distanze, certo, ma soprattutto nelle identit&agrave;.<br />
<br />
Chi scrive viene dalla parte nord, la Capitanata, quel Tavoliere che ha un altro passo, un altro ritmo, un altro modo di vivere e raccontare il cibo e soprattutto il vino. E proprio da l&igrave; ci siamo ritrovati a scendere verso Sud, fino a incontrare una delle espressioni pi&ugrave; riconoscibili della Puglia nel mondo: il <a href="https://www.produttoridimanduria.it/" rel="nofollow">Primitivo di Manduria</a>. Un percorso partito dalla terra.<br />
<br />
All&rsquo;inizio del Novecento il Primitivo non aveva ancora un&rsquo;identit&agrave;. Era un vino anonimo, venduto ai sensali e destinato alle grandi cantine del Nord come semplice vino da taglio. Serviva a dare struttura, ma non portava mai il suo nome.&nbsp;Il 9 luglio 1932 cambia tutto. In una giornata torrida, oltre 200 viticoltori si riuniscono a Manduria e decidono di unirsi. Nasce quello che allora si chiamava Consorzio Produttori Vini e Mosti Rossi Superiori da Taglio. Un nome che racconta perfettamente il punto di partenza. Ma l&rsquo;obiettivo &egrave; un altro.</p>

<p>Non &egrave; solo una scelta produttiva, ma una presa di posizione: smettere di essere fornitori invisibili e iniziare a costruire un&rsquo;identit&agrave; propria. Sotto la guida dell&rsquo;enologo <strong>Corrado Benecchi</strong> e del presidente <strong>Raffaele Pasanisi</strong>, il progetto prende forma. Non solo come struttura produttiva, ma come sistema sociale: una cooperativa che diventa anche sostegno economico, una cassa comune capace di dare autonomia ai soci.</p>

<p>&Egrave; l&igrave; che cambia la visione. Il Primitivo smette di essere un vino &ldquo;da concia&rdquo; e diventa un vino identitario.&nbsp;Pasanisi &egrave; tra i primi a leggere il territorio: terre rosse, ricche di ferro, suoli calcarei. Non pi&ugrave; un vino che serve agli altri, ma un vino che pu&ograve; rappresentare s&eacute; stesso.&nbsp;Ci vorranno decenni per consolidare tutto questo. Fino agli anni Novanta, quando arriva la seconda svolta: si abbandona lo sfuso come destinazione principale e si punta sull&rsquo;imbottigliamento, sulla qualit&agrave;, sulla costruzione di un&rsquo;identit&agrave; riconoscibile. &Egrave; da l&igrave; che il nome evolve, fino a diventare quello che conosciamo oggi: Produttori di Manduria.</p>

<p>[[ima2]][[ima3]][[ima4]]Eppure, nonostante tutto questo percorso, la cantina non ha mai smesso di essere un luogo vissuto. Ancora oggi una parte della produzione resta legata al vino sfuso. C&rsquo;&egrave; un via vai continuo di persone che arrivano, riempiono, ripartono. Non &egrave; una struttura chiusa nel racconto del vino imbottigliato: &egrave; un posto che continua a far parte della quotidianit&agrave; del territorio.&nbsp;Lo si vede soprattutto durante la vendemmia. Arriva chi conferisce con mezzi moderni, organizzati, strutturati. E arriva anche chi ha piccoli appezzamenti e si presenta con l&rsquo;Ape car, carico d&rsquo;uva. Due mondi diversi che convivono nello stesso spazio, senza creare distanza. Ed &egrave; forse questa la fotografia pi&ugrave; reale di cosa sia oggi questa realt&agrave;.&nbsp;Per molti soci, la cantina &egrave; qualcosa che va oltre il lavoro. &Egrave; un punto di riferimento, quasi un monumento. Un luogo da mostrare con orgoglio: non &egrave; raro che portino amici e parenti a visitarla, a fare il giro del museo, a raccontare cosa significa farne parte.<br />
<br />
Arrivarci da fuori cambia la prospettiva. Perch&eacute; quello che fino a quel momento &egrave; racconto, diventa spazio.&nbsp;Luogo. Materia. Il passaggio nel <a href="https://www.museodelprimitivo.it/" rel="nofollow">Museo della Civilt&agrave; del Vino Primitivo</a>, ricavato nelle cisterne ipogee, &egrave; uno dei momenti pi&ugrave; significativi del percorso. Si scende sotto terra e si entra in un racconto di attrezzi, ambienti domestici, strumenti di lavoro, ma soprattutto di gesti. Dalla vita contadina alle prime forme di vinificazione, fino ai passaggi che hanno accompagnato l&rsquo;evoluzione tecnica.<br />
<br />
Non &egrave; una sequenza di oggetti, &egrave; un salto nel tessuto agricolo di una comunit&agrave;. Ci sono torchi antichi, utensili agricoli, ricostruzioni di ambienti di lavoro e di vita quotidiana che raccontano cosa significava produrre vino quando non esistevano mezzi, strutture o filiere organizzate. Ma la cosa pi&ugrave; interessante &egrave; che questo racconto non si ferma al passato.<br />
<br />
Il museo accompagna fino alla trasformazione, fino a quando quella stessa comunit&agrave; ha iniziato a organizzarsi, a strutturarsi, a diventare quello che &egrave; oggi. Non &egrave; nostalgia, &egrave; continuit&agrave;. E infatti basta risalire per ritrovarsi nella cantina di oggi: impianti moderni, controllo delle temperature, linee di imbottigliamento efficienti. Due dimensioni che convivono senza bisogno di essere spiegate: da una parte la memoria, dall&rsquo;altra la capacit&agrave; di stare dentro il presente.<br />
<br />
[[ima5]][[ima6]][[ima7]]Anche quando si parla di sostenibilit&agrave;, il discorso resta concreto. Negli ultimi anni si &egrave; lavorato sull&rsquo;alleggerimento delle bottiglie: si &egrave; passati da pesi importanti &mdash; oltre il chilo &mdash; a formati che oggi si attestano intorno ai 500 grammi, con l&rsquo;obiettivo di scendere ancora. Una scelta che riduce l&rsquo;impatto ambientale in modo reale, tra minor utilizzo di vetro e riduzione delle emissioni. A questo si aggiunge un impianto fotovoltaico che contribuisce alla gestione energetica della cantina. Poi, inevitabilmente, si torna al vino.</p>

<p>E anche qui il senso cambia, perch&eacute; non si tratta pi&ugrave; solo di degustare, ma di leggere quello che c&rsquo;&egrave; dentro il calice. Etichette come <a href="https://www.produttoridimanduria.it/i-nostri-vini/lirica/" rel="nofollow">Lirica</a> rappresentano una delle espressioni pi&ugrave; riconoscibili del Primitivo di Manduria: struttura, calore, ma anche equilibrio e bevibilit&agrave;. &Egrave; probabilmente la sintesi pi&ugrave; immediata del lavoro della cooperativa. Accanto a questo, il <a href="https://www.produttoridimanduria.it/i-nostri-vini/madrigale/" rel="nofollow">Madrigale</a> si muove su un altro piano. Qui entra in gioco il tempo: uve lasciate appassire sulla pianta, concentrazione maggiore, una costruzione pi&ugrave; profonda che porta il Primitivo verso una dimensione pi&ugrave; complessa, ma sempre leggibile.</p>

<p>E poi c&rsquo;&egrave; tutta una gamma che racconta le diverse possibilit&agrave; del territorio: dalle versioni pi&ugrave; strutturate e da affinamento, fino a quelle pi&ugrave; fresche e immediate, passando anche per rosati e interpretazioni che allargano il racconto oltre il Primitivo stesso. &nbsp;Ma al di l&agrave; delle singole bottiglie, quello che resta &egrave; il contesto da cui nascono. Perch&eacute; qui il vino non &egrave; mai separato da chi lo produce: &egrave; parte della vita quotidiana, del lavoro, delle persone.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/1-manduria.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/136/42466/in-cantina/produttori-di-manduria-storie-di-identita-comunita-territorio.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/136/in-cantina.html">136</category>			</item>			<item>				<title>Tutto il bello del selvatico e la gran cucina de La Subida: caccia grossa al sapore</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/132/42483/carlo-mangio/tutto-il-bello-del-selvatico-e-la-gran-cucina-de-la-subida-caccia-grossa-al-sapore.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Si va a <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/32895/ristoranti/al-cacciatore-de-la-subida.html">Al Cacciatore</a> de <a href="https://www.lasubida.it/" rel="nofollow">La Subida</a>, ancora una volta, perch&eacute; questo &egrave; uno dei templi riconosciuti in Italia per l&rsquo;alta cucina a base selvaggina, ci siamo tornati&nbsp;tre mesi fa, a poter scegliere fagiano o capriolo, cervo o daino, cinghiale o anatra, e volendo anche coniglio e oca, fuori quota (&laquo;Per il periodo primaverile e di inizio estate avremo cervo, capriolo e un po&#39; di daino. Poi bisogner&agrave; aspettare l&#39;autunno &ndash; salvo scorte accumulate&nbsp;nel frattempo &ndash; per lepri, fagiani, pernici&raquo;). Ma oggid&igrave; occorre farsi sentire di nuovo con lo chef <strong>Alessandro Gavagna</strong>, perch&eacute; alcune cose si stanno muovendo: da una parte, intanto, &egrave; all&rsquo;esame delle commissioni al Senato della Repubblica un nuovo ddl sulla caccia che, tra le polemiche delle associazioni animaliste, intende &ndash; ma tutto &egrave; ancora in discussione &ndash; introdurre pi&ugrave; poteri alle Regioni, pi&ugrave; flessibilit&agrave;, pi&ugrave; spazio operativo per il contenimento della fauna problematica &mdash; soprattutto cinghiali &mdash; e, in termini generali una ridefinizione culturale dell&rsquo;attivit&agrave; venatoria, non solo da &ldquo;limitare&rdquo; bens&igrave; da &ldquo;gestire&rdquo; quale tradizione nazionale che pu&ograve; concorrere alla tutela della biodiversit&agrave; e dell&rsquo;ecosistema.</p>

<p>Dall&rsquo;altra, in primis lo stesso <strong>Gavagna</strong>, insieme ad altri chef appartenenti come lui all&rsquo;associazione <a href="https://ambasciatoridelgusto.it/" rel="nofollow">Ambasciatori del Gusto</a>, sta animando un gruppo di lavoro che vuole espandersi per sensibilizzare le istituzioni locali e nazionali su una necessit&agrave; sempre pi&ugrave; avvertita: fornire un quadro normativo chiaro (e il pi&ugrave; possibile uniforme in tutta la Penisola) per consentire di potersi approvvigionare di selvaggina nazionale, quando oggi limiti burocratici, strutturali e regolamentari costringono invece molti cuochi a dover acquistare cacciagione d&rsquo;importazione, non per carenza autoctona ma per deficit nell&rsquo;organizzazione della nostra filiera.</p>

<p>[[ima11]]Su questi temi, poco pi&ugrave; di un anno fa e proprio a <a href="https://www.lasubida.it/" rel="nofollow">La Subida</a> della famiglia <strong>Sirk</strong>, che dio ce la conservi (casa anche del ristorante <em>Al Cacciatore</em>, a Cormons, Gorizia), si &egrave; tenuta una due giorni intensa intitolata <a href="https://ilbellodelselvatico.com/" rel="nofollow">Il bello del selvatico,</a> animata da chef, agricoltori, cacciatori, veterinari, vignaioli e giornalisti, tutti con l&rsquo;intento di stimolare una migliore regolarizzazione della cacciagione. Obiettivi:&nbsp;darle dignit&agrave; e luce, ribadire la centralit&agrave; sociale del cacciatore, portare consapevolezza ai consumatori finali o ai potenziali tali, rivalutare e in alcuni casi&nbsp;riabilitare&nbsp;l&rsquo;uso della selvaggina in cucina (<em>versus</em> il consumo massiccio di carni provenienti da allevamenti intensivi), perch&eacute; molti animali vengono cacciati, ma non sempre possono essere proposti ai clienti per motivi incomprensibili.&nbsp;<a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/38840/dallitalia/il-bello-del-selvatico-visioni-e-pensieri-verso-un-nuovo-futuro.html">Ne abbiamo scritto qui</a>.</p>

<p>L&rsquo;incontro si replicher&agrave; a breve, sempre nell&rsquo;alveo degli <em>Ambasciatori del Gusto</em> ma questa volta in Trentino: appuntamento il 18 e 19 maggio a Cavalese, in Val di Fiemme, &ldquo;casa&rdquo; del presidente degli <em>AdG</em> <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/6/1604/chef-e-protagonisti/alessandro.html">Alessandro Gilmozzi</a>, per tornare a confrontarsi su <em>Il bello del selvatico</em> e su &ldquo;una cucina che rispetta la natura, valorizza il territorio e rinnova la tradizione attraverso la carne di animali&rdquo;.</p>

<p>[[ima10]]<strong>Alessandro Gavagna</strong> &egrave; in prima linea su questo fronte. E non la manda a dire: &laquo;Parliamo &ndash; e parleremo &ndash; di selvaggina, ma anche di caccia, che da troppi anni viene vista sfavorevolmente da una quota importante di opinione pubblica. Ci sforziamo invece di far comprendere alla gente come il cacciatore moderno sia una persona che &egrave; interessata&nbsp;per prima alla tutela del territorio, se ne fa parte attiva e contribuisce a mantenerne l&rsquo;equilibrio ambientale&raquo;.&nbsp;Per capirsi: chi scrive &egrave; onnivoro con malcelata ammirazione per la cucina vegetale, non ha il mito della bistecca n&eacute; quello della grigliata. Eppure, &egrave; difficile dar torto a <strong>Gavagna</strong> quando sottolinea una certa ipocrisia di fondo, &laquo;abbattere un animale selvatico &egrave; un atto cruento, certo (perlomeno, per&ograve;, quell&rsquo;animale fino a quel momento &egrave; nato libero in natura, l&igrave; ha vissuto la sua vita, &egrave; stato abbattuto in base a un censimento che regola il sistema ecologico). L&rsquo;alternativa &egrave; cibarsi di povere bestie che hanno passato la loro grama esistenza rinchiuse in allevamenti, stipate spesso all&rsquo;inverosimile, allevate all&rsquo;ingrasso, poi caricate su camion, sballottate in viaggi spesso di centinaia di km e infine ammazzate per finire imbustate, a pezzi, nei supermercati. Non mi pare proprio un sistema pi&ugrave; etico&raquo;.</p>

<p>Comunque la pensiate, oltre alla suddetta ipocrisia assistiamo anche a un paradosso: &laquo;Oggi chi, come me, cucina selvaggina, non ha in realt&agrave; problemi particolari ad approvvigionarsene. &Egrave; per&ograve;, spesso, di provenienza straniera (ungherese, austriaca o slovena. Qualcosa anche da Germania, Svizzera, Spagna e Scozia, in ripresa dopo la Brexit), perch&eacute; quella nazionale esiste ma sovente non pu&ograve; essere utilizzata, manca una precisa disciplina di filiera che faccia incontrare cacciatore e chef tramite un centro di controllo veterinario che certifichi la salubrit&agrave; dell&rsquo;animale. Per meglio dire: queste strutture esistono ma a macchia di leopardo&raquo;, come a macchia di leopardo sono i tanti protocolli adottati, a volte da parte delle singole Regioni attraverso espressa disciplina (la pi&ugrave; all&rsquo;avanguardia in questo senso &egrave; l&rsquo;Emilia Romagna, ma anche il Piemonte d&agrave; soddisfazioni), ma a volte a livello pi&ugrave; basso, delle Asl sul territorio o del comprensorio di caccia. &laquo;Prendiamo il caso emiliano-romagnolo, che conosco bene &ndash; spiega <strong>Gavagna</strong> &ndash; L&igrave; il sistema prevede tra i 14 e i 16 macelli comunali autorizzati al ritiro degli animali cacciati, che subiscono tutti i controlli e possono quindi essere ammessi alla vendita per il consumo umano&raquo;. Altrove non &egrave; cos&igrave;, si assiste a una <em>vacatio</em> regolamentativa e organizzativa (cui a volte a supplire sono sparute iniziative private) che non consente di individuare una filiera certa, garantita, costante. &laquo;&Egrave; assurdo dover comprare selvaggina da Paesi esteri quando l&#39;attivit&agrave; venatoria &egrave; regolamentata anche da noi e basterebbe creare un sistema per poter utilizzare/commercializzare quella locale&raquo;.</p>

<p>[[ima12]][[ima13]]Da qui la nascita del gruppo di lavoro all&rsquo;interno degli <a href="https://ambasciatoridelgusto.it/" rel="nofollow">Ambasciatori del Gusto</a>: &laquo;Crediamo che le istituzioni debbano essere stimolate ad affrontare il tema, vogliamo creare una massa critica di professionisti che sappiano bussare alle porte della politica per indurla a dialogare con noi sulla questione&raquo;. L&rsquo;ideale&nbsp;- spiega lo chef nato a Citt&agrave; di Castello, ma ormai cormonese d&#39;adozione -&nbsp;sarebbe ottenere una legge quadro nazionale, in modo che ciascun&rsquo;area del nostro Paese possa essere in vigore la medesima, certa regolamentazione della filiera. Ma gi&agrave; vantaggioso sarebbe che altre Regioni &ldquo;copiassero&rdquo; le normative pi&ugrave; avanzate, in primis quella adottata come detto in Emilia Romagna. &laquo;Oggi ci sono direttive europee che ogni ente locale interpreta un po&rsquo; a suo modo. Noi, che abbiamo a cuore il selvatico, vorremmo le stesse regole dal Bolzano ad Agrigento, in modo da poter consumare ovunque ottima selvaggina locale. D&#39;altronde succede questo in quasi tutto il resto d&#39;Europa: vai in Slovenia o in Austria e&nbsp;trovi la carne di animali selvatici nei supermercati: spezzatini di cinghiale o di cervo o parti pregiate che puoi comprare direttamente l&igrave;, perch&eacute; c&#39;&egrave; un sistema&nbsp;garantito che consente la vendita anche al pubblico. &Egrave; risaputo come quelle carni &ndash; da animali da pelo ma anche da piuma &ndash; siano mediamente le pi&ugrave; sane che noi possiamo servire: specialmente gli ungulati sono quasi a zero grassi, ricchissimi di ferro e&nbsp;di vitamine&raquo;.</p>

<p>Gli <em>AdG</em> serrano allora i ranghi. Il gruppo di lavoro punta a formare una massa critica che sensibilizzi sul tema, poi gli eventi come <a href="https://ilbellodelselvatico.com/" rel="nofollow">Il bello del selvatico</a> forniscono ulteriori cartucce. Impegnati, oltre a <strong>Gavagna</strong>, sono chef come <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/6/21301/chef-e-protagonisti/alberto.html">Alberto Gipponi</a>, <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/412/1433/autori/ettore-bocchia.html">Ettore Bocchia</a>, <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/35828/ristoranti/kosmo.html">Michele Talarico</a> e <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/6/19982/chef-e-protagonisti/diego.html">Diego Rossi</a> dalla Lombardia, <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/29360/ristoranti/walser-schtuba.html">Matteo Sormani</a> dal Piemonte, ovviamente <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/6/1604/chef-e-protagonisti/alessandro.html">Alessandro Gilmozzi</a> dal Trentino Alto Adige come <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/6/21673/chef-e-protagonisti/fabrizia.html">Fabrizia Meroi</a>, poi <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/20643/ristoranti/ostreria-fratelli-pavesi.html">Giacomo Pavesi</a>, <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/6/21313/chef-e-protagonisti/gianluca.html">Gianluca Gorini</a>, <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/6/475/chef-e-protagonisti/igles.html">Igles Corelli</a>, <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/412/1703/autori/luca-marchini.html">Luca Marchini</a> e <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/42381/dallitalia/io-sono-la-mia-cucina-che-e-passione-fuoco-maria-grazia-soncini-si-racconta.html">Maria Grazia Soncini</a> dall&rsquo;Emilia Romagna, <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/41386/dallitalia/che-forza-edoardo-tilli-a-podere-belvedere-dove-la-carne-e-racconto-di-natura.html">Edoardo Tilli</a> dalla Toscana, <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/6/25132/chef-e-protagonisti/antonio.html">Antonio Ziantoni</a> dal Lazio. Durante il recente <em>Futura 2026</em>, evento-convegno a Trieste in occasione dei dieci anni degli <em>Ambasciatori del Gusto</em> (<a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/42400/dallitalia/i-dieci-anni-degli-ambasciatori-del-gusto-impegno-concreto-per-la-cucina-italiana.html">leggi qui</a>) vi &egrave; stata una specie di chiamata alle armi&nbsp;anche per i colleghi del Meridione d&rsquo;Italia, per estendere la capacit&agrave; di mobilitazione su tutti i territori, coinvolgendone Ordine dei Veterinari, Corpi Forestali, esponenti politici: &laquo;In certe aree del Paese non esistono nemmeno aree di stoccaggio che consentano di poter consumare in tranquillit&agrave; una cacciagione locale certificata&raquo;, &egrave; stato detto in quell&rsquo;occasione.</p>

<p>Un ultimo aspetto, cui <strong>Gavagna</strong> tiene molto, richiama di nuovo temi etici: &laquo;Poter accedere a un macello certificato in cui compri l&rsquo;intero animale, o sezionato a met&agrave;, ti spinge a utilizzare poi ogni sua parte, senza scarti&raquo;, un elemento di sostenibilit&agrave; che gli <em>Ambasciatori del Gusto</em> hanno richiamato anche nel loro <em>Manifesto del selvatico sostenibile</em>. Recita cos&igrave;.</p>

<p>&nbsp;</p>

<p>[[ima9]]<strong>MANIFESTO DEL SELVATICO SOSTENIBILE<br />
Natura libera, carne vera</strong> - Gli animali selvatici vivono liberi, secondo i propri ritmi. Nessun allevamento intensivo, nessuna forzatura: solo il bosco.</p>

<p><strong>Etica del rispetto</strong> - Una caccia consapevole garantisce una morte rapida e senza stress. Il vero benessere animale &egrave; vivere liberi fino all&#39;ultimo istante.</p>

<p><strong>Scelta ecosostenibile</strong> - La carne di selvaggina &egrave; a basso impatto ambientale. Rispetta l&#39;equilibrio naturale e riduce l&#39;impronta ecologica.</p>

<p><strong>Da materia prima a piatto eccellente</strong> - Una filiera professionale - dal cacciatore al macellaio allo chef - garantisce rispetto, qualit&agrave; e valorizzazione di ogni parte dell&#39;animale.</p>

<p><strong>Stagionalit&agrave; e territorio</strong> - Il selvatico segue i cicli della natura. Non &egrave; sempre disponibile; &egrave; un dono stagionale del bosco.</p>

<p><strong>Ricchezza nutrizionale</strong> - Magro, ricco di proteine, ferro e omega 3 il selvatico &egrave; un alimento sano, naturale e digeribile.</p>

<p>&nbsp;</p>

<p>Tutto ci&ograve; racconta l&rsquo;impegno di <strong>Alessandro Gavagna</strong> per il sistema gastronomico italiano. Poi c&rsquo;&egrave; l&rsquo;assaggio della sua cucina, a <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/32895/ristoranti/al-cacciatore-de-la-subida.html">Al Cacciatore</a> de <em>La Subida</em>, e qui dobbiamo essere franchi: in passato ci era sembrato affiorasse un poco di monotonia, di ripetitivit&agrave;, di appagamento, ossia si mangiava sempre bene, ma senza squilli, come se ci si accontentasse del successo senza pi&ugrave; scommettere su s&eacute; stessi. Questa volta invece, tutt&rsquo;altra esperienza: alla precisione tecnica, di esecuzione e delle cotture ha fatto riscontro una convincentissima resa gustativa anche per i nostri parametri &ldquo;alti&rdquo;, un&rsquo;eleganza da vera cucina d&#39;autore che abbiamo ritrovato intanto in tre piatti eccellenti, <em>Il fagiano, i kaki ed il vin brul&egrave;</em> (petto di fagiano tiepido, cuore di kako e profumo di vin brul&egrave;, mandorle tostate),&nbsp;<em>Dalle foci dell&#39;Isonzo</em> (riso Carnaroli, volatili di laguna e bocconcini di anguilla. Il riso cotto un po&rsquo; troppo) e <em>Il daino tra i noccioli</em> (lombo di daino con cime di rapa e nocciole) e inoltre i due preparazioni eccellentissime, che valgono da sole il viaggio, sono <em>I mlinci in inverno</em> (pasta fresca, leggermente abbrustolita, anatra arrosto, mirtilli, scalogni e uvetta: intensi, golosi, equilibrati) e <em>Come un cervo alla Wellington</em> (filetto cotto in crosta, senape e prosciutto, accompagnato da pur&egrave; di patate: piatto clamoroso, perfetto).</p>

<p>Vi raccontiamo la nostra cena qui sotto, le foto sono di <strong>Tanio Liotta</strong>.</p>

<p>[[ima2]][[ima3]][[ima4]][[ima5]][[ima6]][[ima7]][[ima8]]</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/alessandro-gavagna-chef-1.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/132/42483/carlo-mangio/tutto-il-bello-del-selvatico-e-la-gran-cucina-de-la-subida-caccia-grossa-al-sapore.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/132/carlo-mangio.html">132</category>			</item>			<item>				<title>Vinitaly 2026: superare l'incertezza di oggi e cercare sbocchi futuri</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/136/42482/in-cantina/vinitaly-2026-superare-lincertezza-di-oggi-e-cercare-sbocchi-futuri.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p><a href="https://www.vinitaly.com/" rel="nofollow">Vinitaly</a>, quest&rsquo;anno, arriva in un periodo dove regna l&rsquo;incertezza assoluta, su tutti i fronti internazionali. Le guerre in corso, con le conseguenze relative a una crisi economica importante, si affiancano a un&rsquo;evoluzione dei mercati esteri che resta un grande enigma da interpretare.</p>

<p>In questo quadro non proprio idilliaco, il presidente di <em>Veronafiere</em> <strong>Federico</strong> <strong>Bricolo</strong> lancia un messaggio di pacato ottimismo: &laquo;In uno scenario internazionale sempre pi&ugrave; articolato, <em>Vinitaly</em> rafforza il proprio ruolo come motore dell&rsquo;internazionalizzazione del vino italiano, grazie anche a un sistema di incoming altamente profilato che consente di intercettare domanda qualificata e di accompagnare le imprese verso nuove direttrici di sviluppo sui mercati esteri senza trascurare i consumi interni a cui dedichiamo una ricerca mirata - ha dichiarato&nbsp; - Per questo, la manifestazione evolve in sintonia con i cambiamenti del mercato e con le esigenze delle aziende, proponendo strumenti, contenuti e occasioni di incontro sempre pi&ugrave; mirati a sostenere la competitivit&agrave; del comparto&raquo;.</p>

<p>[[ima2]]&laquo;Il nostro obiettivo - ha concluso <strong>Bricolo </strong>- &egrave; offrire risposte strutturate al sistema vino, affiancando le imprese non solo sul piano commerciale ma anche sui temi strategici che ne determineranno il futuro&raquo;.</p>

<p><em>Vinitaly</em>, giunto alla sua 58esima edizione dal 12 al 15 aprile a Verona, si presenta con quasi 4mila aziende del <em>Made in Italy</em> enologico presenti in quartiere, e un palinsesto di oltre 100 eventi ufficiali tra degustazioni e focus. Ad oggi, sono oltre 1.000 i top buyer selezionati, invitati e ospitati congiuntamente dalla societ&agrave; fieristica e dell&rsquo;Agenzia pubblica preposta alla promozione. Attesi, inoltre, ulteriori operatori professionali esteri da oltre 130 Paesi.</p>

<p>[[ima3]]Sul fronte dei temi e dei format, a <em>Vinitaly</em> cresce il progetto dedicato ai <em>No-Lo Alcohol</em> con <em>NoLo &ndash; Vinitaly Experience</em>: la start up in collaborazione con Unione Italiana Vini debutta con una nuova collocazione espositiva (2&deg; piano <em>Palaexpo</em>) e un calendario strutturato di degustazioni, masterclass e focus di mercato su un segmento in forte espansione. Si rinnova anche l&rsquo;offerta sui distillati e la mixology con <em>Xcellent Spirits</em>: un&rsquo;area dedicata (hall C) realizzata con <em>Gang of Spirits</em>, pensata per favorire la connessione tra il mondo del vino e quello dei distillati a livello internazionale.</p>

<p>Sempre pi&ugrave; centrale il ruolo dell&rsquo;enoturismo, con <em>Vinitaly Tourism</em> che si consolida, anche a livello espositivo.</p>

<p>In questi quattro giorni di <em>Vinitaly</em> a Verona resta quindi da capire se, tra espositori e operatori, arriveranno segnali di ottimismo o pessimismo. In pratica, bisogner&agrave; vedere se il bicchiere sia mezzo pieno o mezzo vuoto.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/488875719-1179487370245547-7349142527607541850-n-1.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/136/42482/in-cantina/vinitaly-2026-superare-lincertezza-di-oggi-e-cercare-sbocchi-futuri.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/136/in-cantina.html">136</category>			</item>			<item>				<title>Visioni d'autore a Identità Golose Milano, in collaborazione con Molino Casillo: si parte con Confine</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/413/42475/identita-golose-milano/visioni-dautore-a-identita-golose-milano-in-collaborazione-con-molino-casillo-si-parte-con-confine.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Luned&igrave; 13 aprile a <em>Identit&agrave; Golose Milano</em>&nbsp;prende il via per una nuova stagione il ciclo di cene <em>Visioni d&#39;autore</em>, che prosegue la collaborazione con <a href="https://www.molinocasillo.com/" rel="nofollow">Molino Casillo</a> - <a href="https://altograno.co/" rel="nofollow">Altograno</a>&reg;. In queste serate avremo il piacere di ospitare in via Romagnosi 3 alcuni dei pi&ugrave; interessanti protagonisti della scena gastronomica italiana, e in particolare della pizza d&#39;autore. Per inaugurare la rassegna, siamo felici di poter partire da <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/462/35119/locali/confine.html">Confine</a>, la pizzeria con cantina di piazza Guglielmo Massaia, nel pieno centro di Milano, che in poco pi&ugrave; di tre anni si &egrave; imposta come uno degli indirizzi pi&ugrave; interessanti e premiati della pizza italiana.</p>

<p>Ad animare <em>Confine</em> ci sono <strong>Francesco Capece</strong> e <strong>Mario Ventura</strong>, entrambi salernitani, compagni di scuola prima ancora che soci. <strong>Capece</strong>, classe 1990, originario di San Cipriano Picentino in provincia di Salerno, ha costruito il suo percorso professionale con una traiettoria precisa. Gli inizi nel 2010 con una tavola calda aperta insieme al fratello a Salerno, poi la svolta con il rilevo della <em>Locanda dei Feudi</em> a Pezzano, piccolo centro ai piedi dei Monti Picentini, dove in pochi anni riesce a trasformare una pizzeria di provincia in una destinazione, arrivando a sospendere il servizio d&#39;asporto per concentrarsi esclusivamente sulla qualit&agrave; al tavolo. Il passo successivo &egrave; Milano: insieme a <strong>Ventura</strong>, il 1&deg; aprile 2023 apre <em>Confine</em> con la giusta ambizione di conquistare, con la propria creativit&agrave; applicata a impasti e topping, l&#39;attenzione di una piazza non semplice da interpretare.</p>

<p>[[ima2]]Il progetto funziona perch&eacute; poggia su tre competenze complementari. <strong>Capece</strong> porta la visione tecnica e creativa: una capacit&agrave; ormai riconosciuta di lavorare trasversalmente su impasti diversi - al forno, al padellino, in doppia cottura, fritti e ripassati - e soprattutto di applicare tecniche e ragionamenti da cucina al mondo della pizza, trattando i condimenti con la stessa attenzione e complessit&agrave; di un piatto d&#39;autore. Per questo &egrave; fondamentale il lavoro di <strong>Daniele Capece</strong>, fratello di <strong>Francesco</strong> e chef di Confine, che sar&agrave; nel nostro hub per questa serata speciale. <strong>Mario Ventura</strong> porta la conoscenza del vino e la cura dell&#39;ospitalit&agrave;: &egrave; lui a guidare la sala e a orientare gli ospiti nella cantina di <em>Confine</em>, che conta oggi oltre 500 etichette con una selezione di ampio respiro internazionale, dalla Campania alla Francia.</p>

<p>I risultati sono nei fatti. In tre anni <em>Confine</em> ha ottenuto riconoscimenti importanti, ha sviluppato un menu degustazione articolato su pi&ugrave; formati e livelli - dalle 4 alle 6 portate, con un percorso vegetariano e una proposta in edizione limitata dedicata ai crostacei e ai frutti di mare - e ha dato vita a piatti diventati vere e proprie signature: dalla crocchetta <em>Salerno Milano</em> all&#39;<em>Umaminara</em>, dalla <em>Miseria e Nobilt&agrave;</em> alla margherita <em>Semplice non vuol dire facile</em>, motto e sintesi dell&#39;intera filosofia della casa.</p>

<p>[[ima3]]La serata del <strong>13 aprile</strong> a <em>Identit&agrave; Golose Milano</em> sar&agrave; l&#39;occasione per scoprire un lato sempre presente, ma forse meno celebrato, dell&#39;identit&agrave; di <em>Confine</em>: la cucina applicata alla pizzeria, intesa come valore aggiunto e, in certi casi, vero e proprio alter ego della proposta. Non solo pizza, dunque, ma quel territorio di ricerca che sta tra il forno e la cucina e che rappresenta uno dei tratti pi&ugrave; distintivi del progetto.</p>

<p>Ma sar&agrave; anche un&#39;occasione per conoscere meglio le eccellenze di <em>Molino Casillo</em> e del suo rivoluzionario <em>Altograno</em>&reg;. <em>Altograno</em>&reg; &egrave; uno sfarinato genuino e altamente nutriente che contiene, rispetto a semole e farine integrali, fino al +50% di proteine, -25% di carboidrati e +40% di fibre. Viene ottenuto esclusivamente da grano attraverso l&#39;innovativo metodo <em>Lavorazione Circolare</em>&reg;, brevettato internazionalmente, che permette di recuperare le proteine del germe e le fibre dell&#39;aleurone, creando uno sfarinato pi&ugrave; nutriente e performante, con un impatto del -25% in termini di CO2 equivalente.</p>

<p>Ed ecco il menu della serata, raccontato da <strong>Francesco</strong> e <strong>Daniele Capece</strong>:</p>

<p>[[ima4]]Si parte con il <em>Riso al salto</em>: &laquo;Riso al salto allo zafferano, rag&ugrave; di funghi shiitake e cardoncelli, fondo di funghi, spuma di parmigiano, servito con consomm&eacute; di funghi&raquo;.</p>

<p>A seguire due antipasti che hanno reso celebre <em>Confine</em>. <em>Kebab</em>: &laquo;Farcito con shawarma di pancia di agnello, cipolla di Tropea e cetriolo marinati, coleslaw di cavolo cappuccio e carote di Polignano&raquo;. E <em>Salerno Milano</em>: &laquo;Con spuma di patate allo zafferano e midollo, &egrave; una crocchetta ripiena di ossobuco cucinata come un rag&ugrave; napoletano&raquo;.</p>

<p>Poi la pizza: <em>Umaminara</em>, sul padellino, un&#39;altra delle creazioni pi&ugrave; rappresentative della casa: &laquo;Pizza al padellino farcita con pomodoro San Marzano affumicato, crema d&#39;aglio rosso di Nubia, gel di basilico, crema di datterino, pasta e colatura di alici di Cetara, polvere d&#39;aglio nero, capperi, origano, polvere di olive nere&raquo;.</p>

<p>A chiudere la <em>Pizza Suzette</em>: &laquo;Brioche salata, salsa al Grand Marnier, gelato al fiordilatte e zest d&#39;arancia&raquo;.</p>

<p>Il menu sar&agrave; proposto al prezzo di 85 euro, vini inclusi. Orario unico di prenotazione alle ore 20.00. Per prenotare, <a href="https://www.identitagolosemilano.it/prenotazioni/" rel="nofollow">visitare il sito di Identit&agrave; Golose Milano</a>.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/confine-francesco-e-mario-credits-martina-cora-1.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/413/42475/identita-golose-milano/visioni-dautore-a-identita-golose-milano-in-collaborazione-con-molino-casillo-si-parte-con-confine.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/413/identita-golose-milano.html">413</category>			</item>			<item>				<title>«Io sono la mia cucina, che è passione, fuoco»: Maria Grazia Soncini si racconta</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/42381/dallitalia/io-sono-la-mia-cucina-che-e-passione-fuoco-maria-grazia-soncini-si-racconta.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p><a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/11961/ristoranti/la-capanna-di-eraclio.html" target="_blank">La Capanna di Eraclio</a>&nbsp;a Codigoro (Ferrara) rappresenta un&rsquo;insegna di riferimento nel panorama della ristorazione tradizionale, un autentico baluardo della memoria storica di luoghi e persone. Qui, nelle Valli del Delta del Po, si estende un territorio che molti hanno imparato a conoscere attraverso le pagine di <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Giorgio_Bassani" rel="nofollow">Giorgio Bassani</a> ne <em>L&rsquo;airone</em> o di <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Cesare_Zavattini" rel="nofollow">Cesare Zavattini</a>, che in <em>Viaggetto sul Po</em> scriveva: &ldquo;Acqua e terra, terra e acqua: dove finisce il mondo?&rdquo;. E proprio di questo mondo dove il confine tra terra e cielo si fa incerto e sfumato&nbsp;abbiamo parlato con <strong>Maria Grazia Soncini</strong>, non solo colonna portante di un&rsquo;attivit&agrave; di famiglia nata nel 1922, ma donna e professionista che ha fatto della cucina e della materia prima di valle il centro della propria esistenza.</p>

<p>Quando chiadiamo alla <b>Soncini </b>che parole userebbe, se dovesse raccontarsi, risponde che <b>&laquo;</b>fondamentalmente, direi di essere una cuoca. La cuoca di un ristorante che oggi appartiene a me e a mio fratello, ieri ai genitori <strong>Eraclio</strong> e <strong>Vanda</strong>, e prima ancora ai nonni <strong>Luigi </strong>e <strong>Maria</strong>. Una storia lunga pi&ugrave; di un secolo, iniziata nel 1922, quando i nonni lasciarono la loro osteria con tabaccheria per costruire, pietra su pietra, quello che ancora oggi &egrave; <em>La Capanna di Eraclio</em>&raquo;.</p>

<p>Ma raccontarsi, per lei, significa parlare soprattutto di un luogo che porta addosso i segni del tempo senza nasconderli: le crepe nei muri, il pavimento irregolare perch&eacute; sorge nel punto pi&ugrave; basso d&rsquo;Italia, dove l&rsquo;acqua condiziona ogni cosa. Un luogo che non &egrave; solo lavoro, ma casa, famiglia, identit&agrave;. Un luogo amato profondamente, quasi fosse un figlio in pi&ugrave;.&nbsp;&laquo;Quel ristorante porta tutti i segni del tempo addosso. Non li abbiamo mai nascosti, anzi: li mostriamo con orgoglio. Guardandomi indietro mi accorgo che la mia vita si &egrave; svolta praticamente tutta l&igrave; dentro. &Egrave; stato come vivere sotto un tendone da circo: un mondo a parte, totalizzante, che ti prende completamente. E pensare che era l&rsquo;ultimo mestiere che avrei voluto fare. Da bambina significava aiutare sempre: pulire le rane, sgranare i piselli, pulire le cipolle. Mentre gli altri uscivano, io dovevo restare e finire il servizio. Era una vita che, a un certo punto, volevo anche lasciare. Poi per&ograve; qualcosa cambia. Crescendo ho capito che questo lavoro mi aveva dato tanto. Oggi mi sento privilegiata per aver vissuto cos&igrave; a lungo nella ristorazione, per averne visto l&rsquo;evoluzione&raquo;.</p>

<p>&nbsp;</p>

<p>[[ima2]]<b>Quando e come la cucina de </b><strong>La Capanna di Eraclio </strong><b>&egrave; passata dall&rsquo;essere qualcosa da cui volevi allontanarti a diventare la tua vera vocazione?</b><br />
&laquo;Dopo il liceo mi iscrissi alla facolt&agrave; di Medicina e a diciannove anni, in modo anche un po&rsquo; scandaloso per l&rsquo;epoca, andai a convivere: il nostro era un appartamento pieno di strumenti musicali, sempre aperto e movimentato ogni sera. Erano gli anni Ottanta, anni di fermento, di curiosit&agrave;, delle prime riviste di cucina, di una clientela che cambiava, pi&ugrave; attenta e con maggiori possibilit&agrave;. Anche i nostri genitori, in qualche modo, avevano iniziato a lasciarci pi&ugrave; liberi e a darci pi&ugrave; spazio per sperimentare. Volevamo prendere le distanze da una tavola senza slanci, fatta di risotto di pesce e grigliate. Era, o almeno cos&igrave; credevo, l&rsquo;ultimo mestiere che avrei voluto fare e invece &egrave; successo qualcosa di diverso. Pi&ugrave; cercavo di allontanarmi, pi&ugrave; sentivo una forza che mi riportava indietro. Era come un elastico: lo tendevo, mi spingevo lontano, ma inevitabilmente tornavo al punto di partenza. A&nbsp;un certo punto ho capito che la mia vocazione non era diventare medico. Quello che volevo davvero era un&rsquo;altra cosa: vedere le persone felici grazie a qualcosa fatto da me&raquo;.</p>

<p>&nbsp;</p>

<p>[[ima3]]<b>Hai vissuto circa sessant&rsquo;anni nel mondo della ristorazione: guardando indietro, come lo hai visto cambiare?</b><br />
&laquo;Avendo passato tanti anni in cucina, ho imparato molto da mio nonno, pescatore e cacciatore di valle. Mi ha insegnato non solo le ricette ma soprattutto le cotture tradizionali e io continuo a seguire quelle indicazioni. Negli anni ho visto il cliente cambiare moltissimo: oggi pu&ograve; scegliere perch&eacute; l&rsquo;offerta stessa si &egrave; diversificata insieme a lui. Si &egrave; passati da una cucina centrata sull&rsquo;ingrediente a un mondo pi&ugrave; complesso, fino al fine dining. Non saprei dire esattamente tutto ci&ograve; che &egrave; cambiato ma posso raccontare cosa non mi piace: l&rsquo;eccesso di manierismo. Quando il cibo si allontana dall&rsquo;ingrediente, dalla materia prima, diventa una costruzione piena di sovrastrutture che non condivido e che non mi incuriosisce pi&ugrave;. Il racconto ridondante del cibo, il manierismo esagerato, per me &egrave; un eccesso. In positivo, per&ograve;, c&rsquo;&egrave; un grande cambiamento: le persone hanno sviluppato consapevolezza. Dagli anni &rsquo;80, con la diffusione delle guide e un diverso potere d&rsquo;acquisto, la curiosit&agrave; del cliente &egrave; cresciuta, e questo &egrave; un bene. Aiuta anche noi a mantenere alta l&rsquo;attenzione sugli ingredienti e sulla qualit&agrave;, senza perdere il legame con la tradizione&raquo;.</p>

<p>&nbsp;</p>

<p><b>Scendendo nel particolare, la tua cucina &egrave; cambiata nel tempo o &egrave; rimasta fedele all&rsquo;eredit&agrave; familiare?</b><br />
&laquo;Nel pensiero moderno, purtroppo no, non &egrave; cambiata. Amo profondamente quello che faccio: amo l&rsquo;ingrediente, la padella, il fuoco, la tradizione. Conosco le tecniche, sono stata anche un&rsquo;avanguardista, ma il mio vero amore resta la cucina di ingrediente. Per me &egrave; l&igrave; che risiede la sostanza e l&rsquo;onest&agrave; del cibo&raquo;<b>.</b></p>

<p>&nbsp;</p>

<p>[[ima4]]<b>Il Delta rappresenta un territorio dove coesistono poesia e una sorta di magnetismo. Qual &egrave; il tuo rapporto con gli ingredienti di valle e in che modo questo legame influenza la tua cucina?</b><br />
&laquo;&Egrave; un rapporto ancestrale: &egrave; quello che conosco, quello che ho sempre mangiato, e quello che vorrei trovare se vado in un ristorante. Ogni piatto ha le sue sfumature, perch&eacute; la mano del cuoco &egrave; sempre diversa. &Egrave; qualcosa che&nbsp;mi sento sempre orgogliosa di&nbsp;poter condividere con i clienti. Cerchiamo di far conoscere la cura nella scelta della materia prima: conoscere i pescatori, rispettare le stagionalit&agrave;, rispettare i dettagli. Cos&igrave; riusciamo a offrire un&rsquo;eccellenza, e di questo mi sento profondamente felice&raquo;.</p>

<p>&nbsp;</p>

<p><label>[[ima6]]</label><b>Tra tutte queste eccellenze, c&rsquo;&egrave; qualcuna a cui ti senti </b><b>pi&ugrave; legata?</b><br />
&laquo;A me piace cucinare, mettere il tegame sul fuoco. Per questo, senza dubbio, la mia predilezione va alla cacciagione di valle. Ci sono tanti motivi: perch&eacute; mi permette di controllare cottura e qualit&agrave; dell&rsquo;ingrediente; perch&eacute; &egrave; la cucina identitaria del territorio, legata a una storia, a una tradizione di conservazione e a una storia di famiglia. Ricordo mia mamma, che cucin&ograve; fino a 87 anni, e che amava preparare la selvaggina. Siamo nati come ristorante di selvaggina: negli anni &rsquo;70 e &rsquo;80 il commercio del pesce non era come oggi e avevamo accesso diretto alla valle. Ho sempre visto lei cucinare la selvaggina, ho passato anni a osservarla imparando ogni gesto. Qualche anno dopo la sua morte, mentre cucinavo dei germani, per un attimo ho visto le sue mani al posto delle mie. In quel momento ho capito che non era stato tutto sbagliato quello che avevo fatto: in quell&rsquo;istante ho sentito davvero che il testimone mi era stato passato. &Egrave; stato un momento di grande tenerezza e profondit&agrave;&raquo;.</p>

<p>&nbsp;</p>

<p><label>[[ima5]]</label><b>Tu non sei solo una professionista della ristorazione ma anche madre. Come sei riuscita a conciliare questi due ruoli?</b><br />
&laquo;Attraverso un costante adeguamento alla situazione. Ho due figli, il mio terzo figlio &egrave;<em> La Capanna</em>. Colpevolmente, forse, ma del resto la vita va vissuta cos&igrave; com&rsquo;&egrave;, ho dedicato molto pi&ugrave; tempo al ristorante, perch&eacute; le necessit&agrave; si vedono nel momento e il senso del dovere, quello che ti viene inculcato e che hai dentro di te, ti guida. Sono diventata mamma tardi e ogni giorno facevo avanti e indietro da Ferrara al ristorante, un&rsquo;ora di strada, partendo la mattina e tornando la notte. Nove giorni dopo il parto ho ricominciato a lavorare, e anche con il secondo figlio ho continuato fino agli ultimi giorni per ricominciare subito dopo la sua nascita. Non mi sono mai fermata. Facevo gli antipasti mentre cullavo mio figlio. I miei figli hanno sempre vissuto questa vita nomade, era la nostra vita&raquo;.</p>

<p>&nbsp;</p>

<p><b>Parliamo della stella Michelin: un tema forse scomodo ma necessario.</b><br />
&laquo;Non &egrave; scomodo, assolutamente. Siamo sempre stati trattati molto bene dalle guide. La stella &egrave; arrivata quasi all&rsquo;improvviso: eravamo a tavola quando in un giorno di novembre senza prenotazioni, mi telefonano e mi avvisano che avevamo preso la stella. Siamo caduti dalle nuvole ed &egrave; stato un grande orgoglio. Dopo due o tre anni l&#39;abbiamo persa. A noi non sembrava che fossimo cambiati; &egrave; stato un dispiacere ma non devastante. Qualche anno dopo, <strong>Fausto Arrighi </strong>mi convoc&ograve; a Milano e ce l&rsquo;assegnarono nuovamente: l&rsquo;abbiamo mantenuta fino a due anni fa. Ogni anno, per&ograve;, c&rsquo;era sempre una tensione incredibile: fino a pochi giorni dall&rsquo;annuncio vivevamo una grande ansia da prestazione. Sapevo della nostra vulnerabilit&agrave;, perch&eacute; siamo sempre stati un ristorante &ldquo;anomalo&rdquo; rispetto alle aspettative del cliente italiano legato alla stella. Abbiamo sempre mantenuto un profilo discreto, non l&rsquo;abbiamo mai esposta: ci sarebbe sembrato eccessivo, quasi una vanit&agrave; ed &egrave; stato un dispiacere, certo, sapere di non essere pi&ugrave; tra le insegne stellate. Ma allo stesso tempo &egrave; stata anche una liberazione. Per me comunque fu un privilegio enorme. La cosa pi&ugrave; bella &egrave; stato l&rsquo;affetto dei clienti, a prescindere da tutto. Nella mia storia per&ograve;, considero la vera medaglia sul petto un articolo pubblicato nel 2000. <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Cino_Tortorella" rel="nofollow">Cino Tortorella</a> scriveva sulla rivista <em>Gran Gourmet</em><strong>:</strong> siamo stati pubblicati, e per me quella &egrave; stata una vera consacrazione gastronomica. In copertina c&rsquo;era la <em>Tagliatelle de consom&eacute; a la carbonara</em> di <strong>Ferran Adri&agrave;</strong>, e all&rsquo;interno della rivista c&rsquo;eravamo noi: un riconoscimento che non dimenticher&ograve; mai&raquo;.</p>

<p>&nbsp;</p>

<p><b>Cos&rsquo;&egrave; la cucina per te e cosa rappresenta nella tua vita?</b><br />
&laquo;Io sono la mia cucina. I fatti della vita, la vita vissuta, mi hanno portato a restare l&igrave;, e ne sono stata immensamente gratificata: ho potuto condividere tantissimo con i miei clienti, e questo non &egrave; da tutti. Sono molto grata ai miei genitori, che hanno saputo vedere il potenziale che c&rsquo;era in questo campo, dando a me e a mio fratello la possibilit&agrave; di fare questo lavoro. Per me, la cucina &egrave; fuoco, &egrave; passione. Pu&ograve; essere distruttiva, ma allo stesso tempo &egrave; incredibilmente eccitante. Senza accorgermene, ho dedicato la mia vita alla <em>Capanna</em>. E la<em> Capanna</em>, a sua volta, ha costruito me&raquo;.</p>

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<p><label>[[ima7]]</label><strong>Maria Grazia Soncini </strong>ha da poco compiuto settantanni. Ci&ograve; che colpisce immediatamente di lei &egrave; il suo spirito fresco ed ironico. Nella sua storia, <strong>Giorgio Bassani</strong> rappresenta un riferimento importante, legato sia ai luoghi in cui &egrave; cresciuta sia ai valori del territorio che ha deciso di valorizzare e che esprime anche attraverso la tavola. Un legame che emerge anche nel rapporto con il padre, <strong>Eraclio</strong>, sulla cui tomba ha fatto incidere l&rsquo;epitaffio dello scrittore. Un collegamento che ha trovato un&rsquo;ulteriore coincidenza in un viaggio in aereo, durante il quale ha conosciuto la figlia di<strong> Bassani</strong>. &Egrave; una donna e una professionista della ristorazione che ha attraversato le onde della vita senza mai fermarsi, tenendo sempre la barra dritta verso l&rsquo;obiettivo di valorizzare ci&ograve; che le &egrave; stato tramandato, ed &egrave; un esempio di come la cucina possa rappresentare un sacrificio resiliente, perch&eacute; come ripete spesso &laquo;la vita accade&raquo;.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/la-capanna-di-eraclio-1.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/42381/dallitalia/io-sono-la-mia-cucina-che-e-passione-fuoco-maria-grazia-soncini-si-racconta.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/dallitalia.html">44</category>			</item>			<item>				<title>A Rabat scopriamo Il Giardino, cucina italiana che non cede a compromessi</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/95/41214/dal-mondo/a-rabat-scopriamo-il-giardino-cucina-italiana-che-non-cede-a-compromessi.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>La capitale Rabat &egrave; il volto istituzionale del Marocco: qui hanno sede tutte le ambasciate, c&#39;&egrave; il Palazzo Reale, tanto verde e pulizia. Ti senti sicuro a camminarci dentro e persino la Medina con i suoi suk non ha nulla da spartire con il frenetico caos di Marrakech. Il Marocco di oggi non &egrave; quello dei tempi in cui <strong>Gianni Insolda</strong>, 71 anni, siciliano di Santo Stefano di Camastra (Messina), decise d&#39;investirci scommettendo sul figlio <strong>Giuseppe:</strong> il 2 febbraio 2013 aprirono <a href="https://ilgiardinorabat.wordpress.com/" rel="nofollow">Il Giardino</a>, tuttora l&#39;unico ristorante con gestione e cuoco italiano sul posto. &laquo;Ho sempre lavorato come amministrativo per l&#39;ambasciata italiana &ndash; mi racconta <strong>Gianni</strong> &ndash; che da Roma mi aveva trasferito a Rabat 18 anni fa. Raggiunta la pensione, stavo per rientrare in Italia quando si present&ograve; l&#39;opportunit&agrave; di avviare un progetto di ristorazione proprio al fianco dell&#39;Istituto d&#39;Italiano di Cultura: dove ora c&#39;&egrave; un ristorante e un bel giardino con tavoli esterni in ceramica siciliana, prima c&#39;era solo sterpaglia. I miei amici mi davano del pazzo: erano abituati a vedere igli abitanti del Marocco spostarsi in Italia a cercare lavoro, io sono andato controtendenza. Sono abituato alle sfide, mi piace mettermi in gioco e guardare avanti. Stavolta non ho puntatoo solo sul mio occhio lungo, ma anche sulle capacit&agrave; di mio figlio come chef. Se lui mi avesse detto no, questa avventura non l&#39;avrei mai intrapresa: &egrave; stato coraggioso e io pi&ugrave; di lui&raquo;.[[ima2]]</p>

<p><strong>Giuseppe</strong> ha 37 anni, atterr&ograve; a Rabat che ne aveva 23, senza sapere una parola di arabo e neppure di francese, che qui &egrave; la seconda lingua. &laquo;Quando pap&agrave; mi telefon&ograve; a Roma per farmi la proposta &ndash; mi spiega &ndash; non ci pensai due volte, gli dissi subito s&igrave;. Volevo mettermi alla prova, prendermi delle responsabilit&agrave; costruendo in autonomia qualcosa di speciale. Sono nato a Bracciano e ho frequentato la scuola alberghiera a Ladispoli. Mi &egrave; sempre piaciuto cucinare, a casa da bambino vedevo pap&agrave; con quanta passione lo faceva per noi e io cercavo d&#39;imitarlo. Ricordo ancora la mia prima <em>pasta pomodoro e stracchino,</em> ogni volta che andavo a casa dai miei compagni mi mettevano ai fornelli&raquo;. &laquo;Quando rientrava a casa dalla scuola alberghiera &ndash; sottolinea pap&agrave; - lo sentivo fischiettare sulle scale. Era felice&raquo;. Una passione cresciuta senza idoli da imitare, ma con l&#39;inesauribile voglia d&#39;imparare, anche d&#39;estate mentre i suoi amici si godevano il mare. <strong>Giuseppe</strong> ha fatto davvero di tutto: il lavapiatti, il pizzaiolo, il cuoco nelle piccole trattorie ma anche nelle cucine dei grandi hotel, come l&#39;<em>Hilton Roma Airport</em>, sotto la guida di <strong>Danilo </strong><strong>Corona</strong> &laquo;che mi ha insegnato tantissimo&raquo;.</p>

<p>Il Marocco sul quale scommettono gli <strong>Insolda</strong> era un Paese ancora in cerca di un&#39;identit&agrave; commerciale e turistica, con molte potenzialit&agrave; inespresse. &laquo;Pensare a un ristorante italiano &ndash; sottolinea <strong>Gianni</strong> &ndash; era una sfida nella sfida: allora non arrivava ancora nessun ingrediente della nostra cucina. Ogni mese tornavo in Italia a procurarmi il necessario per offrire piatti di qualit&agrave;. Sono un italiano orgoglioso di esserlo, se non posso fare una cosa bene preferisco rinunciarci&raquo;. <strong>Giuseppe </strong>ha da subito le idee chiare: &laquo;Volevo creare un ristorantino famigliare, dove la qualit&agrave; del cibo italiano non avrebbe mai accettato compromessi. Non una cucina regionale specifica, ma il volto bello e buono dell&#39;Italia intera. Non volevo cadere nella trappola comune di addomesticare i piatti alla realt&agrave; locale, mischiando Italia, Marocco e Francia. Dovevamo essere italiani al 100%&raquo;. Sorride ripensando a quanto sia stato difficile, ma &egrave; orgoglioso di esserci riuscito: &laquo;I palati marocchini non erano abituati al gusto italiano. La pasta la volevano stracotta, mettevano il formaggio sul pesce, pretendevano la panna nella carbonara... Non abbiamo mai ceduto alle loro richieste, ce lo siamo imposti e oggi possiamo dire di aver vinto noi&raquo;. [[ima3]]</p>

<p>Non &egrave; stata l&#39;unica difficolt&agrave; per <em>Il Giardino</em>: per due anni il ristorante non ha potuto vendere alcolici perch&egrave; la pratica burocratica richiesta per servire vini e birre &egrave; stata un vero castello kafkiano e un serio deterrente per tutti quelli che senza un bicchiere buono da abbinare al cibo cambiavano insegna. &laquo;Pasteggiare senza un abbinamento alcolico &ndash; ricorda <strong>Gianni </strong>- lo consideravano uno spreco. Non &egrave; stato facile far quadrare i conti in quel lungo periodo. Mi ero dato un tempo: se la licenza non fosse arrivata, saremmo tornati in Italia. Ci siamo riusciti e oggi possiamo contare su una carta vini italiana e francese, con birra artigianale di Casablanca&raquo;. &laquo;Nel frattempo &ndash; aggiunge <strong>Giuseppe</strong> &ndash; mi sono impegnato ad imparare prima il francese e subito dopo l&#39;arabo, iniziando dalle parolacce (ride, ndr). Sentivo la responsabilit&agrave; dell&#39;investimento fatto da pap&agrave;, non dovevo sbagliare&raquo;.[[ima4]]</p>

<p>Se vai a pranzare o cenare a <em>Il Giardino</em> &egrave; perch&egrave; lo vuoi: il ristorante &egrave; fuori dai circuiti turistici, ma le recensioni postive di chi ci &egrave; stato ti dicono che a Rabat non c&#39;&egrave; posto migliore per mangiare italiano. Il locale ha 30 coperti all&#39;interno e 50 all&#39;esterno: quando leggi il menu capisci che qui si fa cultura italiana almeno quanto nell&#39;attiguo Istituto. &laquo;Non rivoluziono il menu &ndash; spiega <strong>Giuseppe</strong> - ma apporto qualche variante di anno in anno. A Rabat &egrave; difficile proporre una tavola gourmet, sia per i prezzi sia per gli ingredienti. Chi viene a <em>Il Giardino</em> &egrave; perch&eacute; ama le <em>lasagne</em>, i ravioli, la cotoletta alla milanese o il tiramis&ugrave; e ogni volta te li richiede. Anche il marocchino sta imparando a riconoscere la qualit&agrave; che parte dalla spesa quotidiana fatta bene, indispensabile per la mia cucina. Tutti i miei piatti sono preparati al momento, non c&#39;&egrave; nulla di riscaldato o precotto e il tempo di attesa supera mai i 15 minuti&raquo;. Il pesce &egrave; freschissimo, tutte le mattine alle 8 c&#39;&egrave; la telefonata alla pescheria di fiducia e da quel momento si adatta il menu al pescato dal giorno, mentre per frutta e verdura non c&#39;&egrave; posto migliore del mercato. Sorride <strong>Giuseppe</strong>: &laquo;Io e pap&agrave; siamo talmente maniacali che ci capita di scegliere un pomodoro pachino alla volta. Altra mia peculiarit&agrave; &egrave; evitare gli scarti. Con le bucce delle verdure faccio il brodo vegetale, cucino solo con quello. Lo preparo a fine servizio, lo faccio riposare cos&igrave; il giorno dopo sprigiona al meglio tutti gli aromi&raquo;. Quando gli chiedo il segreto per gestire al meglio una brigata interamente marocchina, lui mi risponde con una sola parola: &laquo;Il rispetto&raquo;. E aggiunge: &laquo;Quando mi domandono se ho figli, rispondo che ne ho 12. &Egrave; la mia squadra, siamo una famiglia e io cerco di non far loro mancare nulla. Lo faccio da leader, non da boss. Loro non sono mai stati abituati a sentirsi chiedere le cose per favore. Anche per questo non ho il problema della mancanza di personale. <strong>Driss</strong>, il mio sous chef, sta con me dall&#39;apertura, <strong>Younes</strong>, il responsabile di sala, da subito dopo. Ma i primi 5 anni non sono mai uscito dalla cucina per non rischiare di ritrovarmi con la frittura di calamari impanata nel semolino invece che nella farina o la pasta stracotta. Ho investito tantissimo tempo in formazione, ho insegnato a fare la sfoglia, ma anche a pulire e tagliare il pesce, a come ottenere il meglio da ogni qualit&agrave; di pomodoro... Poi ho diviso i compiti, ognuno ha la sua specializzazione&raquo;.[[ima5]]</p>

<p>Il ristorante ha anche un forno per le pizze, fatte &laquo;senza un cornicione pronunciato che poi finisce per diventare scarto&raquo;. Anche in questo caso la proposta &egrave; quella di un&#39;onesta pizzeria italiana, senza topping folli, senza libere interpretazioni, ma con un impasto a lunga lievitazione e con la solita attenta ricerca degli ingredienti. La pizza pi&ugrave; richiesta resta la <em>Margherita</em> (prezzo 70 dirham, 7 euro) seguita dalla <em>Quattro formaggi</em> (110 dirham), mentre io ho provato la <em>Burrata</em> (150 dirham) dall&#39;impasto sottile, ben cotto e poi condito con un olio bio extravergine prodotto dai 10 mila ulivi di un&#39;azienda agricola locale. &laquo;All&#39;inizio&ndash; ricorda<strong> Gianni </strong>&ndash; mi facevo portare dall&#39;Italia anche le acciughe. Ora c&#39;&egrave; tutto, molto caro ma c&#39;&egrave; tutto. Ci sono anche aziende che hanno appreso in Puglia i segreti per produrre ottime mozzarelle e burrate, come le nostre che vengono da Casablanca. E ogni volta che rientro dall&#39;Italia non ho una valigia ma una dispensa: la bresaola, il guanciale, il parmigiano reggiano...&raquo;. <em>Il Giardino</em> fa anche il pane in proprio con una prima infornata a pranzo e una seconda a cena. &laquo;Tutto quello che proponiamo &egrave; artigianale &ndash; spiega <strong>Giuseppe </strong>- Dai primi piatti con la sfoglia tirata a mano ai dolci. Ho un rimpianto: non riesco a fare i tortellini. Mi manca la manualit&agrave; e sarebbe un problema reperire la carne di maiale per il ripieno. Ammetto pure di sentire nostalgia per la salsiccia alla brace&raquo;.[[ima6]]</p>

<p><strong>Giuseppe</strong> si commuove fino alle lacrime, quando gli chiedo da quanto non torna in Italia: &laquo;Da 7 anni non vedo mamma <strong>Rosalia</strong> e nonna <strong>Maria</strong>, di cui conservo in menu i segreti del suo <em>Pesce spada alla siciliana</em> e la <em>Pasta alla Norma</em>&raquo;. Nel men&ugrave; c&#39;&egrave; la <em>Parmigiana di melanzane</em>, il <em>Salmone marinato agli agrumi e cavolo</em>, la<em> Scaloppina al limone o alla pizzaiola</em>, gli <em>Involtini di pollo con prosciutto e mozzarella</em>, il <em>Pesce spada</em>, il <em>Fritto di calamari</em>, il <em>Pesce all&#39;acquapazza</em> e una ricca proposta di primi piatti: dalla <em>Carbonara</em> alla <em>Cacio e pepe</em>, dagli <em>Gnocchi</em> alla <em>Lasagna</em>, puntando forte sui <em>Ravioli</em>, il piatto firma fatto in pi&ugrave; versioni. Io ho fatto la scarpetta su quelli con ricotta e spinaci conditi con salsa di pomodoro e ho assaggiato anche la versione pi&ugrave; elegante con ricotta, scorza di limone e un po&#39; di rosmarino. Ho applaudito il perfetto spessore della sfoglia, il giusto equilibrio con il ripieno e il tempo di cottura. Promosso per leggerezza, croccantezza e freschezza anche il <em>Fritto di calamari</em>.</p>

<p>I dolci sono una passione di <strong>Giuseppe</strong> e lui li lavora tenendo presente uno dei grandi problemi della salute locale: il diabete. &laquo;Qui si mangia con troppi zuccheri liberi &ndash; sottolinea - Io cerco di usarne pochi sostituendoli, per esempio, con quelli della frutta. Mi piace portare innovazioni. Per esempio la mia crema pasticciera non utilizza il latte, ma l&#39;acqua di bollitura realizzata con gli scarti di mela. Anche da noi il <em>Tiramis&ugrave;</em> &egrave; il dolce che mette tutti d&#39;accordo, ma tengo molto anche alla <em>Panna cotta</em> con frutta di stagione, quella con i fichi &egrave; la mia preferita&raquo;. Gran finale con caff&egrave; italiano e limoncello fatto in casa davanti alla confessione che padre e figlio adorano le canzoni dei <strong>Pooh</strong> mentre sono divisi dalla squadra del cuore: <strong>Giuseppe</strong> tifa la Roma, <strong>Gianni</strong> il Palermo. E quando domando a <strong>Giuseppe </strong>se il suo futuro &egrave; qui, lui non ha dubbi: &laquo;S&igrave;, ho un lavoro che mi piace, una compagna marocchina e sogno di costruirmi una famiglia. Inshallah&raquo;.</p>

<p><br />
<a href="https://ilgiardinorabat.wordpress.com/" rel="nofollow">Il Giardino</a><br />
2 bis, Avenue Ahmed Lyazidi - Rabat (Marocco)<br />
<a href="http://ilgiardinorabat.wordpress.com/" rel="nofollow">ilgiardinorabat.wordpress.com</a><br />
Tel. +212 661 581589<br />
Aperto tutti i giorni a pranzo e cena</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/giuseppe-e-gianni-rabat.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/95/41214/dal-mondo/a-rabat-scopriamo-il-giardino-cucina-italiana-che-non-cede-a-compromessi.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/95/dal-mondo.html">95</category>			</item>			<item>				<title>Nello shisha bar di Palermo dove i cocktail sono un racconto del Mediterraneo</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/212/41375/shake-shock/nello-shisha-bar-di-palermo-dove-i-cocktail-sono-un-racconto-del-mediterraneo.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>&quot;Un vento caldo attraversa il mare, risuona nei tamburi e nelle voci, ogni drink &egrave; una danza che vibra, ogni bicchiere canta Mediterraneo&rdquo;:&nbsp;questo racconta la prima pagina di <em>Scirocco</em>, la nuova drink list di&nbsp;<a href="https://www.instagram.com/sabir_palermo/" rel="nofollow">Sabir</a> a Palermo. E&nbsp;questa frase sintetizza perfettamente l&rsquo;aria che si respira in questo cocktail bar, che &egrave; anche uno dei primi <em>shisha bar</em> d&rsquo;Italia (ossia, un locale in cui i clienti possono fumare shisha o narghil&egrave;, cio&egrave; tabacco aromatizzato &mdash; o in alcuni casi miscele senza tabacco &mdash; usando una pipa ad acqua). <em>Sabir</em>, insegna nata nel 2016, sta festeggiando il suo percorso lungo dieci anni&nbsp;proprio&nbsp;con questa nuova carta. Non &egrave; solo un omaggio al vento caldo che attraversa il Mediterraneo, ma una sintesi di un lavoro costruito nel tempo. A Palermo, quello creato dal proprietario <strong>Sergio Mannino</strong>, &egrave; uno dei pochi indirizzi che negli anni si &egrave; creato&nbsp;un&rsquo;identit&agrave; riconoscibile senza piegarsi a mode evidenti. Il lavoro infatti, si muove su una linea precisa: usare la miscelazione come strumento di racconto, con un riferimento costante al Mediterraneo inteso come spazio culturale prima ancora che geografico.</p>

<p>[[ima2]]Il nome non &egrave; una scelta estetica.<strong> </strong><em>Sabir </em>era la lingua franca dei porti mediterranei, un sistema ibrido che permetteva a comunit&agrave; diverse di comunicare. Lo stesso principio si ritrova nella costruzione dell&rsquo;esperienza del locale, dove ingredienti, tecniche e riferimenti convivono senza forzature. La cifra distintiva sta nella coerenza del progetto.</p>

<p>[[ima5]]La selezione delle materie prime segue un perimetro chiaro, limitato alle aree che si affacciano sul Mare Nostrum. Non &egrave; un vincolo formale ma una scelta operativa che orienta lo sviluppo dei drink e ne definisce il linguaggio. La carta pi&ugrave; recente, come detto prende il nome di <em>Scirocco</em>, e si inserisce in questo percorso. Il riferimento &egrave; il vento caldo che attraversa il bacino mediterraneo, ma la suggestione diventa struttura. Ogni cocktail &egrave; legato a un immaginario preciso e costruito con un equilibrio che privilegia la leggibilit&agrave;.</p>

<p>[[ima3]]<em>Il Morso</em> &egrave; uno dei drink pi&ugrave; rappresentativi. L&rsquo;utilizzo del fiore di acmella introduce una componente sensoriale che modifica la percezione del sorso successivo. Il risultato resta per&ograve; centrato, con un profilo vegetale che non perde definizione. <em>Zahara</em> lavora su un registro diverso. Spezie, ibisco e mandorla costruiscono un equilibrio che richiama il Nord Africa senza cadere nell&rsquo;eccesso aromatico. &Egrave; un drink che tiene insieme intensit&agrave; e misura.</p>

<p>[[ima4]]<em>Asmar </em>(brandy Ararat, datteri, cardamomo e caff&egrave; armeno),<em> </em>sposta il focus sul tempo e sul gesto. La preparazione e il servizio diventano parte integrante dell&rsquo;esperienza. Il riferimento al caff&egrave; come rituale &egrave; evidente ma non didascalico, e il drink mantiene una struttura coerente con l&rsquo;impianto della carta (ideale per il dopocena). <em>Zorba</em> omaggia il sirtaki greco con un mix di gin, mastica dell&rsquo;isola di Chios, cetriolo e basilico. Pi&ugrave; immediato, dimostra la capacit&agrave; del bar di lavorare anche su livelli di bevuta pi&ugrave; leggeri (non nell&rsquo;alcolicit&agrave;) senza perdere identit&agrave;. &Egrave; una scelta importante, soprattutto in un contesto in cui la complessit&agrave; rischia spesso di diventare fine a s&eacute; stessa.</p>

<p>[[ima6]]Il servizio accompagna senza sovraccaricare. La narrazione &egrave; presente ma non invasiva, e<strong> </strong>lascia spazio a un&rsquo;esperienza che resta personale<strong>.</strong> Anche l&rsquo;utilizzo del supporto digitale per il menu va in questa direzione. Approfondire &egrave; possibile, ma non obbligatorio. Interessante la gestione della proposta analcolica. Le alternative senza alcol mantengono una coerenza progettuale e si inseriscono nel percorso senza soluzione di continuit&agrave;. Lo stesso vale per la selezione di t&egrave;, che amplia il raggio dell&rsquo;offerta senza uscire dal perimetro culturale del locale. <em>Sabir </em>si colloca cos&igrave; in una posizione precisa nel panorama palermitano. Non punta sull&rsquo;effetto novit&agrave;, ma su una costruzione progressiva e riconoscibile. Un lavoro che tiene insieme tecnica e contenuto, evitando sia l&rsquo;autoreferenzialit&agrave; sia la semplificazione. Un equilibrio che, nel tempo, si dimostra sempre pi&ugrave; solido.<br />
&nbsp;</p>

<p><a href="https://www.instagram.com/sabir_palermo/" rel="nofollow">Sabir - Cocktail Bar &amp; Narghil&egrave;</a><br />
Via Quintino Sella 49 - Palermo<br />
Telefono: +39 328 8668128<br />
<a href="https://www.instagram.com/sabir_palermo/" rel="nofollow">Instagram</a><br />
Aperto ogni sera tranne il luned&igrave;</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/sabir-6-1.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/212/41375/shake-shock/nello-shisha-bar-di-palermo-dove-i-cocktail-sono-un-racconto-del-mediterraneo.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/212/shake-shock.html">212</category>			</item>			<item>				<title>I primi 60 anni del ristorante Da Vittorio: «Vi racconto mio padre, Vittorio Cerea»</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/42465/dallitalia/i-primi-60-anni-del-ristorante-da-vittorio-vi-racconto-mio-padre-vittorio-cerea.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>&nbsp;</p>

<p>Il telefono squilla in continuazione: qui bisogna stabilire se c&rsquo;&egrave; abbastanza granchio reale per un preventivo richiesto dal tal cliente; l&agrave; occorre organizzare al pi&ugrave; presto un importante catering a Villa Necchi; e poi sono finiti i casoncelli alla festa, a Bergamo, 15 chili spariti in un battibaleno, e allora scatta una conversazione in orobico stretto per far partire subito un rifornimento... <strong>Chicco</strong>, ma quanto lavori? &laquo;Tanto, tantissimo. Mi sveglio alle 8,15 e vado a dormire alle 2. Praticamente non mi fermo mai: sar&agrave; che sono bergamasco, sar&agrave; che &egrave; una caratteristica dei <strong>Cerea</strong>. Ma non mi pesa, se qui il clima &egrave; sereno, se non c&rsquo;&egrave; tensione&raquo;, e indica la Cantalupa, l&rsquo;ultimo sogno realizzato dal padre, poco prima di morire. &Egrave;, questo, un luogo fisico, ma anche dell&rsquo;anima: una sorta di <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/I_Malavoglia" rel="nofollow" target="_blank">Casa del Nespolo</a>, il simbolo stesso di quell&rsquo;unione familiare che &egrave; il lascito definitivo di <strong>Vittorio</strong>.</p>

<p>E allora proprio dalla Cantalupa partiamo, nel racconto che si dipana attraverso i ricordi di <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/6/466/chef-e-protagonisti/enrico-e-roberto.html" target="_blank">Enrico &ldquo;Chicco&rdquo; Cerea</a>, il primo dei cinque figli, la madre <strong>Bruna</strong> che ogni tanto fa capolino, il telefono che continua a squillare inesausto e inesauribile.</p>

<p><strong>La Cantalupa, dunque&hellip;</strong><br />
&laquo;Ci&ograve; che &egrave; ora questo luogo corrisponde a un sogno di mio padre, anzi alla sua ennesima intuizione, quella finale: trovare un posto dove noi tutti i suoi figli, con le nostre famiglie, potessimo stare assieme. Non fosse stato cos&igrave;, non avrebbe mai abbandonato la sede storica, a Bergamo, in viale Roma, ora viale Papa Giovanni XXIII&hellip; L&igrave; ha lasciato il cuore, basti pensare che tanto lui, quanto <strong>Bruna</strong>, mia madre, erano nati e cresciuti entrambi a non pi&ugrave; di 200 o 300 metri: quei muri erano la loro vita. Trasferirsi &egrave; stata una decisione molto sofferta: ma mio padre ha pensato che solo qui a Brusaporto, in una sede molto pi&ugrave; grande, potessimo rimanere uniti&raquo;.</p>

<p>[[ima9]][[ima10]]<strong>Ha avuto tempo di accorgersi come anche questa scelta fosse quella giusta?</strong><br />
&laquo;Per fortuna s&igrave;. Abbiamo aperto nell&rsquo;agosto 2005, lui &egrave; morto il 30 ottobre successivo. Mi ricordo, uno degli ultimi giorni: lui era molto provato, sedevamo assieme l&igrave; (e indica due poltrone e un tavolino, vicino all&rsquo;entrata, <em>ndr</em>). Mi ha fatto avvicinare e mi ha detto: &ldquo;<em>Turn&agrave;rei pi&ouml; indr&eacute;</em>&rdquo;, non tornerei pi&ugrave; indietro. Lui aveva avuto il terrore di fare un passo avventato: i clienti ci avrebbero seguito? Ha mostrato coraggio, e si godeva quell&rsquo;ultimo successo, sul punto di morte&raquo;.</p>

<p><strong>Oltre a questo, qual &egrave; il suo lascito pi&ugrave; bello?</strong><br />
&laquo;Mio padre e mia madre sono stati capaci di trasmetterci la passione, l&rsquo;amore per questo lavoro, l&rsquo;attaccamento a ci&ograve; che &egrave;, sostanzialmente, la nostra vita. Ci hanno fatto capire quanto fosse straordinario regalare emozioni e un poco di felicit&agrave; attraverso la fatica quotidiana. Non &egrave; stato un percorso facile &ndash; direi quasi che, se fosse stato facile, sarebbe stato sbagliato. Ma essere arrivati in fondo ci gratifica. Non c&rsquo;&egrave; momento in cui non mi venga in mente un apprezzamento o un rimprovero di pap&agrave; o di mamma: la loro opinione, il loro giudizio &egrave; sempre stato &ndash; ed &egrave; tuttora, se penso a mamma &ndash; fondamentale. Ecco, la loro maggiore eredit&agrave; &egrave; l&rsquo;esempio&raquo;.</p>

<p><strong>Hanno avuto intuizioni geniali&hellip;</strong><br />
&laquo;Gi&agrave;. Erano ovviamente pi&ugrave; anziani di noi, ma all&rsquo;avanguardia; non dicevano mai cose banali, non si contano le volte in cui noi, ragazzi, dovevamo ammettere: &ldquo;Pure questa volta hanno avuto ragione&rdquo;. Oppure: &ldquo;L&rsquo;hanno di nuovo indovinata&rdquo;. Erano sempre pi&ugrave; avanti. Pensiamo a quando, nel 1966, hanno aperto <em>Da Vittorio</em>. Oggi &egrave; del tutto scontato andare al ristorante e mangiare pesce fresco, non sorprende nessuno. Non era cos&igrave; nella Bergamo, nella Lombardia di allora: la gente manco sapeva come mangiarlo, era spaventata anche solo dall&rsquo;idea! C&rsquo;erano in citt&agrave; ristoranti celebri, penso al <em>Cappello d&rsquo;Oro</em>, al <em>Manarini</em>, al <em>Moderno</em>&hellip; La loro specialit&agrave; era sempre il carrello dei bolliti: mai il pesce. Pap&agrave; voleva aprire un ristorante, era un buongustaio, e si disse: non ha senso replicare quello che gi&agrave; c&rsquo;&egrave;&raquo;.</p>

<p>[[ima5]]<strong>E come gli venne l&rsquo;idea di puntare proprio sul pesce?</strong><br />
&laquo;Viveva per la buona cucina, ma aveva conosciuto la povert&agrave;. Era del 1936, perse padre e un fratello nel 1941, cos&igrave; a nove anni doveva fare la fila per avere un po&rsquo; di pane dagli americani&hellip; Da quel momento avrebbe sempre cercato di coniugare la qualit&agrave; all&rsquo;abbondanza. Godeva del cibo, per lui rappresentava una sorta di riscatto. Dimostrava in questo grande esuberanza e voglia di vivere. Da adulto, quando voleva comprare pesce, tornava a casa con almeno 150 chili. Porcini? Casse su casse. Tartufi? Almeno 4 chili. Poi proponeva tale ben di Dio al cliente, che iniziava ad acquolinare ancor prima di mettersi a tavola&raquo;.</p>

<p><strong>S&igrave;, ma dove conobbe il pesce?</strong><br />
&laquo;Avevamo una zia a Venezia: non ricordo come si chiamasse, ma era un donnone di oltre 130 chili. Grande cuoca casalinga: si racconta che i veneziani andassero sotto le sue finestre, per respirare i profumi che arrivavano dai fornelli e indovinare cosa stesse cucinando. Bene: <strong>Vittorio</strong> a volte era ospite suo, e per lui era una festa. L&igrave; incontr&ograve; le delizie del mare: pesce al vapore, scampetti, sarde in saor&hellip; Quando volle aprire a Bergamo, pens&ograve; di riprodurre i gusti e le atmosfere di un bacaro veneziano. Partiva per Chioggia o per la Liguria, dove c&rsquo;erano i mercati del pesce pi&ugrave; vicini a Bergamo, alla ricerca le primizie. Ogni mattina alle 4 andava anche a Milano, e comprava il meglio. Non ha mai avuto paura di investire in qualit&agrave;&raquo;.</p>

<p>[[ima7]][[ima4]][[ima8]]<strong>Per&ograve; all&rsquo;inizio non fu facile.</strong><br />
&laquo;Fu difficilissimo. Per mesi e mesi il locale rimase mezzo vuoto. Era sconfortato: dato che <em>Da</em> <em>Vittorio</em> non c&rsquo;era nessuno, chiudeva, usciva e andava nei ristoranti pi&ugrave; in voga, quelli che ho citato prima, e li trovava stipati. Ebbe anche la tentazione di gettare la spugna. Qui emerse per&ograve; la sua straordinaria tenacia&raquo;.</p>

<p><strong>Quando le cose cambiarono?</strong><br />
&laquo;Ci vollero cinque anni almeno. Il ristorante inizi&ograve; a funzionare nel 1971-72&raquo;.</p>

<p><strong>Se dovessi attribuire una qualit&agrave; a tuo padre, e una a tua madre, cosa diresti?</strong><br />
&laquo;Direi per lui la grinta, l&rsquo;abbiamo appena visto. <strong>Bruna</strong> invece &egrave; l&rsquo;incarnazione dell&rsquo;equilibrio. Insieme erano perfetti, uno era complementare all&rsquo;altro&raquo;.</p>

<p><strong>Riconosci a Vittorio qualche altro merito? Parlo a livello professionale, non umano.</strong><br />
&laquo;Ebbe un&rsquo;altra grande pensata: diversificare, non limitarsi a gestire un ristorante di mare, seppur di massimo livello. Decise di fare catering. Fu come per il pesce: a giudicarla oggi, sembra una scelta scontata, ma allora non era cos&igrave;. A certi livelli lo facevamo solo noi e l&rsquo;<em>El Toul&agrave;</em>, ma venivamo emarginati: sapesse quanti critici gastronomici ci osteggiavano per questo motivo! Furono altri anni duri, molto penalizzanti. Ora chi non accetta lavoro in esterna?&raquo;.</p>

<p><strong>Fu lungimirante.</strong><br />
&laquo;Esatto, e pure su un ulteriore aspetto. Adesso tutti vanno all&rsquo;estero, magari in stage. &Egrave; un modo per tenersi aggiornati, conoscere nuove tecniche e prodotti. Allora gli stage non esistevano, ma <strong>Vittorio</strong> capiva l&rsquo;importanza d&rsquo;imparare girando il mondo. Cos&igrave; ci mandava oltre frontiera, e ne otteneva un duplice effetto positivo: facevamo esperienze di vita e tornavamo ricchi di ricette che da queste parti non si erano mai viste&raquo;.</p>

<p>[[ima2]]<strong>Ma che piatto piaceva a Vittorio Cerea, pi&ugrave; di tutti?</strong><br />
&laquo;Il minestrone e la pasta e fagioli&raquo;.</p>

<p><strong>Come? Si &egrave; sempre parlato della cucina di Da Vittorio come di &ldquo;raffinata opulenza&rdquo;, come scrisse Elio Ghisalberti&hellip;</strong><br />
&laquo;&ldquo;Opulenza&rdquo; per lui era preparare per tutta la famiglia cose squisite, senza badare a quanto costassero, ma solo alla qualit&agrave;. Mi ricordo quando andava al mercato ortofrutticolo di Laigueglia (ancora oggi, dopo tanti anni, mi rifornisco l&igrave;!). Faceva la spesa e tornava con casse e casse di favolose zucchine trombetta. Per lui opulenza era anche farci annusare il profumo di quella meraviglia&raquo;.</p>

<p><strong>Enrico, ma non ti ha mai pesato il fatto di avere una sorta di destino segnato? Chef quasi per eredit&agrave; cui non hai potuto rinunciare&hellip;</strong><br />
&laquo;Vuoi la verit&agrave;? Non ho avuto tempo di accorgermene. Non mi sono mai chiesto se avessi voluto fare questo lavoro oppure no. I miei genitori erano molto occupati; cos&igrave; io tornavo a casa da scuola e, da primogenito, davo subito una mano, mangiavo un panino solo quando finiva il servizio. C&rsquo;era tanto da fare: chiamavano gli amici per proporre una partita di pallone, ma dovevo rinunciare. Certo, ricordo pianti e frustrazione: ma i miei genitori avevano una grande capacit&agrave; di gratificare. Sapevano caricarti, al momento giusto. Cos&igrave; mi sono ritrovato chef&raquo;.</p>

<p><strong>&Egrave; un destino che accomuner&agrave; anche le nuove generazioni dei Cerea?</strong><br />
&laquo;Certo che no, se non lo vorranno. I tempi sono cambiati, ora lo studio &egrave; fondamentale (peraltro, io ho il diploma al liceo linguistico). Siamo cinque fratelli: io, <strong>Francesco, Rossella, Roberto</strong> e <strong>Barbara</strong>; abbiamo 13 nipoti, tra <strong>Beatrice</strong> (oggi ha 31 anni, <em>ndr</em>) e <strong>Anna</strong> (oggi ne ha 19, <em>ndr</em>). Non vogliamo influenzare nessuno. Ci aiutano quando non sono a scuola: ma ormai l&rsquo;attivit&agrave; &egrave; troppo impegnativa, decideranno loro se vorranno dedicarvisi a tempo pieno oppure no&raquo;.</p>

<p><strong>(Chicco Cerea ci racconta poi di un suo desiderio: aprire a Londra, ndr) Londra &egrave; un tuo sogno&hellip;</strong><br />
&laquo;Non solo mio, ma non posso nascondere che ci sono anche divergenze, all&rsquo;interno di un&rsquo;impresa familiare. Pi&ugrave; di una volta vi sono pareri diversi, o anche scontri: perch&eacute; 5 fratelli e sorelle significa altrettante famiglie, &egrave; difficile coinvolgere tutti in un solo progetto portante. Se non fossimo fondamentalmente uniti, non saremmo arrivati fin qui; ma &egrave; ovvio che qualcuno preferisca accelerare e qualcun altro frenare; che uno desideri aprire, che ne so, a New York, e un altro di passare qualche ora in pi&ugrave; con i propri cari&hellip;&raquo;.</p>

<p>[[ima3]]<strong>E come superate momenti di impasse come questi?</strong><br />
&laquo;Grazie alla componente femminile dei <strong>Cerea</strong>, mia madre <strong>Bruna</strong> e le mie sorelle. Noi siamo un po&rsquo; maschi alfa. Se non ci fossero loro&hellip;&raquo;.</p>

<p><strong>In genere gli eredi non fanno mai meglio dei capostipiti. Voi ci siete riusciti: due stelle Vittorio, tre stelle ora. Qual &egrave; il segreto?</strong><br />
&laquo;Non so se siamo migliorati: di certo abbiamo diversificato, con pap&agrave; avevamo 20-25 dipendenti, ora 110 a Brusaporto, pi&ugrave; altri 250 per le altre attivit&agrave; (oggi son molti di pi&ugrave;, <em>ndr</em>). Direi che il segreto &egrave; il pensare positivo, la voglia di fare e anche la coscienza di non essere ancora riusciti a dare tutto quello che &egrave; nelle nostre corde&raquo;.</p>

<p><strong>Stai dicendo che puntate a migliorarvi ulteriormente?</strong><br />
&laquo;Penso che sia come a scuola: se prendi 8 il primo giorno, avrai pi&ugrave; probabilit&agrave; di prendere 8 anche nel resto dell&rsquo;anno. Se prendi 4, saranno invece dolori. Si ragiona per clich&eacute; che &egrave; difficile scrollarsi di dosso&raquo;.</p>

<p><strong>Ossia? La vostra cucina &egrave; cambiata, ma questo non vi viene sufficientemente riconosciuto?</strong><br />
&laquo;Si rimane legati alla formula della &ldquo;raffinata opulenza&rdquo;. Ma da l&igrave; ci si &egrave; evoluti; anzi, se sento di riconoscerci una capacit&agrave;, &egrave; proprio quella di saper cambiare. La cucina del <em>Da Vittorio</em> ora non &egrave; pi&ugrave; quella di mio padre, anche se indubbiamente noi scegliamo di fondo un&rsquo;impostazione pi&ugrave; classica&raquo;.</p>

<p><strong>Perch&eacute;?</strong><br />
&laquo;Ho lavorato per tre mesi a <em>El Bulli</em> con <strong>Ferran Adri&agrave;</strong>, quando ancora non era cos&igrave; celebre. Conosciamo tutte le tecniche, ma che senso avrebbe proporre il molecolare? Preferiamo una cucina concreta, anche se siamo aperti a ogni critica. Oggi noi prendiamo la materia prima migliore che sia disponibile e poi la accostiamo magari a un sapore inconsueto, in modo da ricavarne un&rsquo;elaborazione in chiave moderna. Ma non perdiamo mai di vista la soddisfazione del cliente: abbiamo 100 coperti, non 20. Credo che la cucina del <em>Da Vittorio</em> sia gustosa, equilibrata, vera, sincera, concreta. Mi fa piacere avere clienti che fanno viaggi in tutto il mondo, ma a un certo punto non vedono l&rsquo;ora di tornare per venire a mangiare da noi: &ldquo;Ero in Giappone, ho sognato i tuoi scampi&rdquo;&raquo;.</p>

<p>[[ima6]]<strong>Qual &egrave; la soddisfazione pi&ugrave; bella che ricordi?</strong><br />
&laquo;Una capita spesso, quando mi confessano: &ldquo;Mi sento come a casa&rdquo;. L&rsquo;altra, &egrave; successa una volta. Mi hanno detto: &ldquo;I tuoi genitori sono stati fortunati, con te&rdquo;&raquo;.</p>

<p><strong>&Egrave; mutata la clientela, in tutti questi anni?</strong><br />
&laquo;Direi di s&igrave;. Una volta i ristoranti di alta cucina erano la meta di un ristretto novero di clienti colti e appassionati, che affrontavano viaggi anche lunghi pur di sedersi a una certa tavola. Oggi la clientela &egrave; pi&ugrave; variegata, ci son anche tanti ma credono di sapere, ma poi in verit&agrave;&hellip; Troppi blog!&raquo;.</p>

<p><strong>Ma come sta la cucina italiana, in generale? Giuseppe Palmieri dice che oggi come oggi siamo al top nel mondo&hellip;</strong><br />
&laquo;Non passiamo mai di moda, poi ora viviamo un momento di grazia, &egrave; indubbio&raquo;.</p>

<p><strong>Limiti o rischi?</strong><br />
&laquo;Il primo limite, &egrave; che si sia sempre come guelfi e ghibellini, non si riesca mai a fare sistema. Per fortuna oggi abbiamo trovato anche qualche politico lungimirante, penso al ministro <strong>Maurizio Martina</strong>, che sta facendo molto per il settore (oggi &egrave; vicedirettore generale della Fao, <em>ndr</em>). L&rsquo;altro limite &egrave; che si parla fin troppo di cucina, poco di sala. Ma per noi cuochi &egrave; importantissima: se esce un piatto sbagliato, un buon <em>ma&icirc;tre</em> riesce in qualche modo a recuperare. Viceversa, un cattivo <em>ma&icirc;tre</em> pu&ograve; rovinare anche una preparazione perfetta&raquo;.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/famiglia-cerea-nel-bosco.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/42465/dallitalia/i-primi-60-anni-del-ristorante-da-vittorio-vi-racconto-mio-padre-vittorio-cerea.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/dallitalia.html">44</category>			</item>			<item>				<title>Debutta Le Graal, brand di ospitalità dall’anima italiana e spirito eclettico</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/205/42462/hotellerie/debutta-le-graal-brand-di-ospitalita-dallanima-italiana-e-spirito-eclettico.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Crescita rapida, forte presenza di gruppi indipendenti e accelerazione recente delle catene soprattutto nel lusso e lifestyle. Il mercato dei nuovi brand alberghieri in Italia continua a vivere una fase molto dinamica, ma con caratteristiche particolari rispetto ad altri Paesi europei. Se &egrave; vero che l&rsquo;Italia &egrave; tornata fortemente attrattiva per capitali e operatori, soprattutto internazionali (oltre il 50% degli investimenti), con livelli pi&ugrave; alti degli ultimi sei anni e un valore del mercato complessivo dell&rsquo;hospitality che nel Belpaese vale 91,5 miliardi dollari, &egrave; indubbio che tante novit&agrave; hanno un DNA spiccatamente nostrano. Ne &egrave; esempio <em>Le Graal,</em> il nuovo brand a cinque stelle italiano lanciato dal family office dell&rsquo;imprenditore&nbsp;<strong>Fabrizio Di Amato</strong>, presentato di recente sul palco del&nbsp;<em>4&deg; Pambianco-Bip Hotellerie Summit&nbsp;</em>di Milano da <strong>Claudio Ceccherelli</strong>, director of operations.</p>

<p>[[ima4]]&laquo;Le Graal&nbsp;debutta nel 2026 con un tris di alberghi: la roadmap di quest&rsquo;anno infatti prevede l&rsquo;apertura in estate del cinque stelle lusso&nbsp;Le Graal&nbsp;Cortina, cui seguir&agrave; un members club a Roma, all&rsquo;interno dello storico&nbsp;Palazzo Medici Clarelli. Infine nella primavera del 2027 al via un Relais &amp; Spa sul&nbsp;Lago di Garda&nbsp;a Rivoltella di Desenzano, all&rsquo;interno della palladiana&nbsp;Villa&nbsp;La Tassinara&raquo;, ha spiegato Ceccherelli, nome noto dell&rsquo;alta ospitalit&agrave; premiato all&rsquo;ultima edizione dei <em>Best Luxury Hotel Awards</em> organizzato da <em>Teamwork Hospitality</em> con un <em>Premio alla carriera</em>.</p>

<p>L&rsquo;obiettivo? Arrivare a una decina di indirizzi entro i prossimi cinque anni, con una strategia di sviluppo audace. Prime tappe Cortina, Roma e il Lago di Garda, si diceva, ma guardano anche a Toscana, Puglia e Sicilia e a destinazioni meno conosciute, le cosiddette &lsquo;citt&agrave; secondarie&rsquo;. La crescita prevede lo sviluppo di contratti di management con alberghi che condividono la stessa vision e medesimi values, declinati in un servizio esclusivo. Made in Italy, recupero immobiliare e lifestyle sono gli elementi distintivi della neonata collezione, insieme a una forte differenziazione tra le destinazioni: ogni struttura ha una propria identit&agrave;, mutuata dall&rsquo;ascolto profondo del luogo e della sua memoria, reinterpretato in modo non convenzionale.</p>

<p>[[ima5]]Il progetto&nbsp;parte dalla valorizzazione di immobili storici e di pregio. A Cortina, l&rsquo;architetto <strong>Achille Salvagni</strong> firma la rinascita di un elegante palazzo degli anni Venti, reinterpretato in chiave contemporanea. La struttura ospiter&agrave; 30 tra camere e suite, affiancate da una spa e da un&rsquo;offerta ristorativa di alto livello. A Roma, invece, il brand punta su Palazzo Medici Clarelli, in via Giulia, destinato a trasformarsi nel primo Private Club di nuova generazione della Capitale, con 11 camere e suite. Sul lago di Garda, infine, Le Graal &egrave; impegnata nel recupero di una Villa Palladiana, trasformata in Relais &amp; Spa che si prepara a diventare una destinazione lifestyle aperta tutto l&rsquo;anno, con un&rsquo;attenzione particolare al benessere e all&rsquo;alta cucina.</p>

<p><br />
[[ima2]]Il primo ad aprire, nell&rsquo;estate 2026, <em>Le Graal Cortina</em>, in un elegante palazzo degli anni &lsquo;20 a pochi passi dal centro e dagli impianti sciistici. In totale, 30 camere &ndash; di cui 13 suite - affacciate sulle cime montuose. L&rsquo;architetto <strong>Achille Salvagni</strong> ha firmato il progetto dando un&rsquo;interpretazione inedita di un rifugio alpino, dove gli stilemi tradizionali della montagna lasciano spazio a un design sofisticato, raccontando Cortina e le sue valli. Legni chiari, marmi dalle venature naturali e stucchi ton sur ton creano un&rsquo;atmosfera intima e accogliente. In cucina, la consulenza dello chef <strong>Giovanni Guarneri</strong> rinnova la tradizione italiana e siciliana attraverso una proposta rispettosa degli ingredienti e aperta alla sperimentazione. Accanto al fine dining, il Caf&eacute; Le Graal richiama l&rsquo;eleganza conviviale dei caff&egrave; letterari europei, con un&rsquo;offerta attiva dalla colazione alla cena. Non manca una Spa consacrata alla longevit&agrave; ed equilibrio energetico, per un benessere profondo e rigenerativo.</p>

<p>[[ima3]]&Egrave; pensato per ospitare imprenditori, viaggiatori, professionisti, creativi legati da valori e visioni e per eventi culturali, artistici e letterari <em>Le Graal Private Club</em>, in apertura in inverno a Roma nel rinascimentale Palazzo Medici Clarelli in via Giulia. Anche in questo secondo progetto, l&rsquo;interior design &egrave; curato sempre da Achille Salvagni, che ha studiato un instaura un dialogo continuo tra passato e presente, tra ambienti raccolti e saloni monumentali che si susseguono in armonia. Il design contemporaneo si inserisce con discrezione all&rsquo;interno del restauro conservativo che ha riportato in vita gli affreschi cinquecenteschi, il cortile e la facciata del palazzo. Gli arredi sono realizzati in esclusiva per gli spazi del club, mentre i materiali si ispirano alla romanit&agrave; classica &ndash; pavimenti in cotto fatti a mano, cerature e onice verde &ndash; valorizzando l&rsquo;architettura storica del XVI secolo. All&rsquo;interno, una sala trattamenti, palestra, ristorante fine dining curato dallo chef Giovanni Guarneri e un ristorante etnico all day dining nel chiostro del Palazzo, un American Bar, un esclusivo speakeasy, una cigar room, una cantina privata. Ma &egrave; solo l&rsquo;inizio. Benvenuto Le Graal.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/le-graal-cortina-1-lounge.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/205/42462/hotellerie/debutta-le-graal-brand-di-ospitalita-dallanima-italiana-e-spirito-eclettico.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/205/hotellerie.html">205</category>			</item>			<item>				<title>Pentole e Provette a Fasano, la storia e la cucina di Luca e Lella</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/42463/dallitalia/pentole-e-provette-a-fasano-la-storia-e-la-cucina-di-luca-e-lella.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p><a href="https://www.pentoleeprovette.com/" rel="nofollow">Pentole e Provette</a> nasce dall&#39;incontro di due percorsi che, prima di incrociarsi, hanno attraversato luoghi, fasi della vita e scelte anche molto diverse tra loro. Raccontarlo significa necessariamente raccontare <strong>Luca</strong> e <strong>Rossella</strong>, che per tutti &ndash; clienti, amici, collaboratori &ndash; &egrave; semplicemente <strong>Lella</strong>. Perch&eacute; qui il progetto non viene prima delle persone, ma ne &egrave; una conseguenza diretta.</p>

<p><strong>Luca</strong> nasce a Montepulciano, in Toscana, e inizia a lavorare molto presto. Non perch&eacute; avesse gi&agrave; un&#39;idea chiara di futuro, ma perch&eacute; il futuro, a un certo punto, cambia direzione. Il sogno iniziale era diventare pilota dell&#39;aeronautica, ma una diagnosi cardiaca lo costringe a rinunciare. &Egrave; un momento di frattura, anche sul piano familiare ed economico, che lo porta ad avvicinarsi alla cucina quasi per necessit&agrave;.</p>

<p>[[ima2]]Luca inizia la sua carriera in cucina, come pizzaiolo, un&#39;esperienza che considera estremamente formativa. &Egrave; l&igrave; che impara il valore della manualit&agrave;, della ripetizione, del lavoro quotidiano fatto senza scorciatoie. Da quel primo passaggio nasce la consapevolezza che questo mestiere richiede prima di tutto disciplina. Prosegue poi il suo percorso in diversi ristoranti del Nord Italia, fino all&#39;incontro, a Citt&agrave; della Pieve, con uno chef particolarmente rigoroso che segna profondamente il suo modo di lavorare. Da quell&#39;esperienza Luca porta con s&eacute; un insegnamento chiaro: senza metodo, senza ordine e senza rispetto per il lavoro, la cucina resta solo un gesto incompleto.</p>

<p>Milano diventa una tappa importante. Qui lavora e, soprattutto, studia da autodidatta, in un periodo in cui non esistono tutorial o modelli semplificati. Compra libri, osserva, prova, sbaglia, corregge. Costruisce il suo gusto guardando a una cucina solida, strutturata, mai casuale. Sono anni intensi, di lavoro continuo e sacrifici veri, che mettono le basi di tutto ci&ograve; che verr&agrave; dopo.</p>

<p>[[ima3]]<strong>Lella</strong> nasce a Cisternino ma cresce tra Fasano e Grottaglie seguendo i trasferimenti del padre ferroviere. La sua infanzia &egrave; segnata da una quotidianit&agrave; semplice e autentica: le estati lunghe, la famiglia allargata, il mare, gli ulivi, le focacce e i piatti della nonna. Un rapporto con il cibo che nasce come esperienza di vita, prima ancora che come scelta consapevole.</p>

<p>Dopo le scuole medie sceglie l&#39;istituto agrario, spinta da un forte legame con la natura e con la biologia. Per diversi anni &egrave; l&#39;unica ragazza in classe, una condizione che la costringe a sviluppare un approccio concreto e diretto, imparando a semplificare, a non girare intorno alle cose. Si diploma con il massimo dei voti e prosegue gli studi laureandosi in biologia a Lecce.</p>

<p>[[ima4]]Durante gli anni universitari entra in contatto con il mondo del vino e della buona tavola grazie ad amici pi&ugrave; grandi di lei, con cui condivide degustazioni, bottiglie importanti e lunghi confronti. &Egrave; in quel periodo che il cibo smette di essere solo una passione e diventa linguaggio, cultura, possibilit&agrave; di racconto. Inizia a cucinare in modo sempre pi&ugrave; consapevole, fino a una prima esperienza significativa a Senigallia, dove si trova a preparare pasti vegetariani per gruppi numerosi. &Egrave; una prova che le d&agrave; sicurezza e le conferma che quella strada le appartiene davvero.</p>

<p>Dopo la laurea decide di partire per l&#39;Australia per migliorare l&#39;inglese. L&#39;arrivo &egrave; tutt&#39;altro che semplice: le clonano la carta di credito, il conto viene svuotato e si ritrova costretta a cercare lavoro immediatamente. Forte della sua esperienza, si presenta in un ristorante a Sydney, nella zona di Haberfield, dichiarandosi pi&ugrave; esperta di quanto non fosse. Al colloquio c&#39;&egrave; Luca.</p>

<p>[[ima5]]Luca capisce subito che Lella non ha l&#39;esperienza che sostiene di avere, ma decide comunque di assumerla, facendola partire dalla <em>plonge</em>. Lella accetta senza esitazioni di ricominciare da zero. Giorno dopo giorno cresce, passa ad aiuto cuoco, assume ruoli sempre pi&ugrave; operativi. In parallelo nasce una relazione che &egrave; allo stesso tempo personale e professionale.</p>

<p>L&#39;Australia diventa una palestra decisiva per entrambi. Luca arriva a ricoprire il ruolo di <em>executive chef</em> per una compagnia ristorativa a Sydney, acquisendo tecniche e una visione pi&ugrave; ampia della cucina. Lella consolida le competenze pratiche e capisce di voler lavorare stabilmente in questo settore. &Egrave; anche il periodo in cui entrambi iniziano a sentirsi meno legati a un luogo preciso e pi&ugrave; a un&#39;idea di percorso.</p>

<p>[[ima6]]Dopo circa cinque anni decidono di rientrare in Italia. Scelgono Fasano e trovano un locale semiabbandonato. Non cercano un progetto costruito a tavolino, ma uno spazio da modellare secondo il loro modo di essere. Nasce cos&igrave; <em>Pentole e Provette</em>.</p>

<p>La cucina di Luca &egrave; diretta, leggibile, spesso definita <em>pop</em>, ma costruita su contrasti netti: caldo e freddo, acido e dolce, croccante e cremoso. Parte frequentemente dalla materia prima vegetale e dialoga con il territorio senza chiudersi in una tradizione rigida. &Egrave; una cucina che porta dentro anche la memoria: i piatti preparati con la nonna, le focacce cotte nel forno a legna, i pesci di lago grigliati sulle canne di bamb&ugrave;. Ricordi che non diventano nostalgia, ma materia viva, continuamente rielaborata.</p>

<p>[[ima7]]Nonostante il legame con la Toscana, Luca si definisce un nomade. Non per mancanza di radici, ma per attitudine. I luoghi attraversati hanno lasciato tracce profonde nel suo modo di cucinare e di pensare il lavoro. <em>Pentole e Provette</em> nasce anche da questa disponibilit&agrave; al movimento, dall&#39;idea che un progetto possa vivere e crescere senza essere per forza immobile.</p>

<p>Lella, nel frattempo, costruisce il lavoro di sala, si forma come sommelier e assume progressivamente il ruolo di oste. Diventa il punto di equilibrio del ristorante, il legame tra cucina, servizio e accoglienza.</p>

<p>[[ima8]]Con il passare degli anni arrivano i figli, cambiano i ritmi, cambiano le priorit&agrave;. Luca e Lella non rinnegano nulla della gavetta fatta e dei sacrifici affrontati. Anzi, ne riconoscono il valore formativo. Luca stesso esprime una certa preoccupazione per il ricambio generazionale: molti giovani oggi sembrano meno disposti ad accettare sacrificio e dedizione come parte di un percorso di crescita, pi&ugrave; attratti dall&#39;immediatezza dei social che dalla costruzione lenta di una professione.</p>

<p>Ma questa consapevolezza non si traduce in nostalgia o rigidit&agrave;. Al contrario, rafforza un&#39;idea molto chiara: il sacrificio ha senso se &egrave; una fase, non se diventa una condanna permanente. Ci sono momenti della vita &ndash; spesso legati anche all&#39;et&agrave; &ndash; in cui si hanno energie fisiche e mentali per spingere forte, lavorare senza risparmio. E altri in cui &egrave; naturale rallentare.</p>

<p>[[ima9]][[ima10]]Quando crescono le famiglie, quando arrivano i figli, quando si costruiscono affetti e radici, diventa necessario ridefinire la scala dei valori. Non per rinnegare ci&ograve; che &egrave; stato, ma per godere anche dei sacrifici fatti.</p>

<p>Da qui nasce una scelta precisa: un solo servizio al giorno, orari di ingresso definiti, rispetto rigoroso del tempo. Una decisione che comporta rinunce economiche, ma che risponde a una visione chiara: non pu&ograve; esistere una ristorazione sostenibile se non sono sostenibili le vite delle persone che la rendono possibile.</p>

<p>[[ima11]][[ima12]]Nel 2024 arriva l&#39;ingresso nella <em>Guida Michelin</em>, vissuto come una conferma del percorso, non come un punto di arrivo. Oggi Luca e Lella parlano di futuro senza rigidit&agrave;. <em>Pentole e Provette</em> non &egrave; necessariamente destinato a restare identico a se stesso, n&eacute; legato per forza a un solo luogo. &Egrave; un&#39;idea di ristorazione, uno stile di vita, un progetto che potrebbe esistere altrove se trovasse le persone giuste.</p>

<p>Il sogno non &egrave; crescere a tutti i costi, ma incontrare qualcuno capace di comprendere fino in fondo il loro ecosistema: lavoro, famiglia, tempo, qualit&agrave; della vita. Senza paura del cambiamento, con la consapevolezza che la ristorazione, come la vita, &egrave; fatta di fasi diverse.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/whatsapp-image-2026-02-07-at-192714.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/42463/dallitalia/pentole-e-provette-a-fasano-la-storia-e-la-cucina-di-luca-e-lella.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/dallitalia.html">44</category>			</item>			<item>				<title>Dom Pérignon: alla ricerca costante di armonia e libertà creativa</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/136/42431/in-cantina/dom-perignon-alla-ricerca-costante-di-armonia-e-liberta-creativa.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Nel 1668, sulle alture della Champagne, il giovane monaco benedettino <strong>Dom Pierre P&eacute;rignon</strong> fu nominato procuratore dell&rsquo;abbazia di Hautvillers. Essendo riuscito a trasformare il vino in champagne, da allora incarna il carattere originale e mistico della creazione dello stesso champagne. L&#39;ambizione e l&#39;opera di <strong>Dom Pierre P&eacute;rignon</strong> non hanno mai smesso di ispirare la Maison, dalla sua fondazione fino a oggi.</p>

<p>Nel 2019, dopo tredici anni di apprendistato al fianco del suo predecessore, <strong>Richard Geoffroy</strong>, <strong>Vincent Chaperon</strong> &egrave; diventato <em>Chef de Cave </em>di <a href="https://www.domperignon.com/" rel="nofollow" target="_blank">Dom P&eacute;rignon</a>.</p>

<p>La visione di<em> </em><a href="https://www.domperignon.com/" rel="nofollow" target="_blank">Dom P&eacute;rignon</a>, che concepisce l&rsquo;armonia come fonte di emozioni, &egrave; per <strong>Vincent</strong> una vera e propria ragion d&rsquo;essere. D&agrave; senso alla sua ambizione creativa e lo guida nelle missioni che gli vengono affidate: ogni anno, reinventare lo champagne per sorprendere e incantare, trovando il perfetto equilibrio tra le sfide dell&rsquo;annata e l&rsquo;unicit&agrave; di <em>Dom P&eacute;rignon</em>.</p>

<p>Trae ispirazione dalle origini della Maison, perpetuando cos&igrave; l&rsquo;ideale estetico di <em>Dom P&eacute;rignon</em> e coltivando la sua eredit&agrave; creativa, infondendovi la sua competenza e la sua sensibilit&agrave;. &laquo;Dobbiamo conoscere intimamente i nostri vini e i nostri vigneti - chiosa <strong>Chaperon</strong> - prendercene cura e imparare ad amarli per creare assemblaggi che tendano all&rsquo;armonia&raquo;.</p>

<p>[[ima7]]E <em>Armonia</em> &egrave; il titolo del pranzo memorabile che lo chef <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/6/31156/chef-e-protagonisti/davide.html" target="_blank">Davide Oldani</a> ha creato per <em>Dom P&eacute;rignon</em> lo scorso 30 marzo a Milano. Un momento celebrativo nel <em>Museo del Novecento,</em> in una sala affacciata sul Duomo, che ha permesso di degustare in anteprima <em>Dom P&eacute;rignon Vintage 2017, Dom P&eacute;rignon Ros&eacute; Vintage 2010</em> e <em>Dom P&eacute;rignon Vintage 2008 Pl&eacute;nitude 2</em>.</p>

<p>Un percorso dove l&rsquo;armonia s&rsquo;impone come linguaggio fatto di tensioni ed equilibri all&rsquo;insegna di un approccio sensibile e rispettoso delle persone e della natura. Lo <strong>chef Oldani</strong> ha creato piatti ispirati a opere presenti nel Museo del Novecento, capolavori estetici dal gusto intenso e perfetto in abbinamento con i nuovi Champagne della Maison.</p>

<p>[[ima3]]Un 2017 dove amarezza, acidit&agrave;, morbidezza e tensione sono allineati a rotondit&agrave; e incisivit&agrave;. Note di scorze candite e un finale vibrante. La <em>Seppia al cucchiaio, profumo di aneto e ravanelli in giardiniera </em>hanno accompagnato questo millesimo in maniera convincente.</p>

<p>[[ima6]]Una rivelazione incredibile il <em>Ros&eacute; 2010</em>&nbsp;che attesta, ancora una volta, l&rsquo;unicit&agrave; di questo &ldquo;vino&rdquo; per complessit&agrave; e stratificazione.<br />
[[ima4]]E poi arriva il millesimo 2008 con <em>Pl&eacute;nitude 2</em> dove la freschezza ancora evidente si allinea a energia, precisione e complessit&agrave; che affascinano. Qui la potenza del Pinot Nero e la finezza dello Chardonnay creano uno Champagne indescrivibile e in evoluzione.</p>

<p>[[ima2]]<strong>Abbiamo chiesto allo chef de Cave cosa pensasse del 2017, ultima annata a cui ha collaborato Geoffroy, in questi termini: quali insegnamenti ha trasmesso il suo mentore per proseguire il suo lavoro in cantina della Maison?</strong><br />
&laquo;Mi ha trasmesso moltissimo, lui &egrave; stato un vero mentore per me. &Egrave; stato un millesimo difficile, una vendemmia complessa dove abbiamo perso molto Pinot Nero, e abbiamo dovuto gestire in maniera non semplice una raccolta delle uve con decisioni di anticipare alcune operazioni vendemmiali. <strong>Richard</strong> &egrave; riuscito a portare una forma di fragilit&agrave; che in qualche modo ci ha costretto a rompere dei muri per andare oltre e creare un millesimo che, oggi, ci conferma la visione corretta di voler creare uno <em>Champagne Dom P&eacute;rignon</em> che comunque si conferma il pi&ugrave; piccolo in termine di quantit&agrave;&raquo;.</p>

<p>&nbsp;</p>

<p><strong>Dom P&eacute;rignon Ros&eacute; Vintage 2010 &egrave; l&rsquo;espressione pi&ugrave; significativa del suo lavoro per la versione rosata: come sta evolvendo l&rsquo;approccio della regione Champagne a questo tipo di vino e quali nuove sfide si prospettano?</strong><br />
[[ima5]]&laquo;Intanto &egrave; importante superare il preconcetto secondo il quale il <em>Ros&eacute; Dom P&eacute;rignon</em> attragga meno. Tutte le volte che facciamo assaggiare questo Champagne, riceviamo un riscontro molto positivo. Perch&eacute; questo &egrave; un vino a tutti gli effetti. Spesso gli amanti dei vini di Borgogna prediligono il nostro Ros&eacute;. Dal 2000, sempre grazie a un contributo di <strong>Richard Geoffroy</strong> si &egrave; utilizzata una percentuale maggiore di Pinot Noir per apportare pi&ugrave; intensit&agrave;, oltre alla tensione, e questo ci ha aiutato a raggiungere la nostra armonia. Negli ultimi 26 anni abbiamo lavorato in questa direzione attraverso la potenza del vino, e il cambiamento climatico ci ha aiutato. Infatti si vendemmia in maniera precoce e anche la percentuale dei vini rossi che utilizziamo oggi, sono circa l&rsquo;11% pensando che nel 2004 eravamo al 28%. Un grande lavoro di equilibrio e armonia con l&rsquo;obiettivo di avere i migliori Champagne al mondo. In effetti in questa regione sono sempre stati un passo avanti sulla parte enologica e sulle pratiche agronomiche. Servir&agrave; essere sempre in evoluzione cercando di analizzare al meglio il suolo e l&rsquo;ossigeno del terreno, essenziale per seguire un cammino dove poter arrivare alla totale precisione dei nostri Champagne&raquo;.</p>

<p>&nbsp;</p>

<p><strong>La seconda vita del millesimo 2008 continua a concentrarsi sul tema del Tempo, centrale per Dom P&eacute;rignon. Cosa l&rsquo;ha colpita di pi&ugrave; durante la degustazione, dopo tutti questi anni di affinamento sui lieviti?</strong><br />
&laquo;Dopo tutti questi anni si ritrova la personalit&agrave; del 2008 con un carattere vibrante, che dirige il vino medesimo; allo stesso tempo <em>Pl&eacute;nitude 2</em> apporta alla linearit&agrave; di espressione elementi di larghezza, profondit&agrave;, rotondit&agrave;. In sintesi la vera magia del lungo affinamento. Amo molto ripetere questa frase: il luogo &egrave; l&rsquo;incontro dello spazio e del tempo e dove ho provato una vera emozione&raquo;.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/dompe-novita.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/136/42431/in-cantina/dom-perignon-alla-ricerca-costante-di-armonia-e-liberta-creativa.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/136/in-cantina.html">136</category>			</item>			<item>				<title>Pizza&amp;Bolle: la rivoluzione silenziosa della “catena artigianale”
</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/209/41394/mondo-pizza/pizzabolle-la-rivoluzione-silenziosa-della-catena-artigianale.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Crescere senza perdere identit&agrave; &egrave; uno degli esercizi pi&ugrave; complessi nella ristorazione contemporanea. <a href="https://www.pizzaebolle.it/" rel="nofollow">Pizza&amp;Bolle</a> sceglie di affrontarlo frontalmente, proprio nel momento in cui festeggia i suoi primi sei anni di attivit&agrave;. Era dicembre 2019 quando apriva a Roma il primo locale, oggi il gruppo cambia volto con un rebranding netto, quasi dichiarativo.</p>

<p>Niente pi&ugrave; santi. Non &egrave; una rinuncia, ma un passaggio. Le insegne&nbsp;<em>Sant&rsquo;Isidoro, San Martino </em>e<em> San Biagio</em> lasciano spazio a una definizione pi&ugrave; diretta, leggibile: <em>Pizza&amp;Bolle &ndash; La Napoletana </em>(l&#39;ex-<em>Sant&#39;isidoro</em>, a Prati in Via Olslavia 41 e ad Appio Latino in Via Siria 1),<em> Pizza&amp;Bolle &ndash; La Romana </em>(gi&agrave; <em>San Martino</em>, in&nbsp;Lungotevere di Pietra Papa&nbsp;201) e <em>Pizza&amp;Bolle &ndash; To Go</em> (che era <em>San Biagio</em>, in Via Oslavia&nbsp;39e e in Viale Europa&nbsp;15). Tre identit&agrave; chiare, sotto un&rsquo;unica insegna, per raccontare la pizza in tutte le sue forme. &Egrave; un cambio di linguaggio che diventa anche cambio di visione. Le etichette sono utili per inquadrare mondi nuovi, ma solo a patto di riuscire poi a rinunciarci per abbracciare la bellezza delle diversit&agrave; e delle sfumature.</p>

<p>[[ima3]][[ima4]][[ima5]][[ima6]]Qui per&ograve; la rinuncia &egrave; solo apparente. Perch&eacute; se da un lato si abbandona l&rsquo;immaginario sacro, dall&rsquo;altro si costruisce una struttura pi&ugrave; solida, leggibile,&nbsp;contemporanea. <em>Pizza&amp;Bolle</em>&nbsp;si presenta per quello che &egrave;: un progetto unitario, con un motore centrale che supervisiona processi, qualit&agrave; e formazione, mantenendo per&ograve; un&rsquo;anima dichiaratamente artigianale. Una catena, s&igrave;, ma nel senso meno scontato del termine.</p>

<p>&laquo;Vogliamo discostarci dal pregiudizio della catena. Siamo una pizzeria artigianale con un processo ben rodato che concilia quantit&agrave; e qualit&agrave;&raquo;, spiega <strong>Cristiano Ciaralli</strong>. E in effetti &egrave; proprio qui che si gioca la partita: nella capacit&agrave; di replicare senza standardizzare, di crescere senza semplificare.&nbsp;<em>Mangia con le mani, brinda con classe</em>. Il nuovo claim &egrave; forse la sintesi pi&ugrave; efficace. Da una parte l&rsquo;immediatezza della pizza, dall&rsquo;altra una proposta beverage che cambia le regole del gioco. Le bollicine non sono un contorno, ma una chiave di lettura: oltre 160 etichette tra Champagne, Franciacorta, Trento Doc&nbsp;e rifermentati, con una carta che ha gi&agrave; ottenuto prestigiosi riconoscimenti. &Egrave; un ribaltamento culturale prima ancora che gastronomico. Si pu&ograve; essere ottimi cuochi senza mai nemmeno alzare la voce, ma al tempo stesso ci vuole una certa dose di ossessione per arrivare a conoscere gli ingredienti e i fuochi come amici di una vita. Nessuno ti obbliga, nessuno ti deve obbligare, &egrave; qualcosa che senti e decidi da solo.</p>

<p>[[ima7]][[ima8]][[ima9]][[ima10]][[ima2]]Questa ossessione si legge nella struttura del gruppo, ma anche nei dettagli operativi. Dalla pizza napoletana contemporanea firmata da <strong>Giovanni Nesi</strong>, leggera, con cornicione pronunciato e tecnica precisa, alla romana tonda di <strong>Simone Polli</strong>, sottile e croccante, fino alla pizza in teglia di <em>Pizza&amp;Bolle To Go</em>, pi&ugrave; diretta ma non meno costruita. Tre stili, tre rituali, un&rsquo;unica regia. E poi c&rsquo;&egrave; il lavoro sugli ingredienti, sui topping, sui fritti. Qui entra in gioco lo chef <strong>Francesco Azzaretto</strong>, presenza non scontata in una pizzeria, che costruisce ogni proposta in dialogo con pizzaioli e squadra. Il risultato &egrave; una carta che si muove tra immediatezza e profondit&agrave;: dalla <em>Tre Pomodori + 1</em> alla <em>Capricciosa</em>, fino ai fritti come il <em>Suppl&igrave;</em>, quasi un risotto fritto, o il <em>Baccal&agrave; con crema al nero di seppia</em>. I piatti sembrano dire &ldquo;tutto &egrave; semplice&rdquo;, ma sotto c&rsquo;&egrave; una costruzione solida, una tecnica che non chiede applausi e proprio per questo funziona.</p>

<p>Nel frattempo il gruppo cresce. L&rsquo;ultima apertura, nel quartiere Appio Latino, segna un altro passaggio importante: l&rsquo;acquisizione di uno spazio storico e la sua trasformazione in <em>Pizza&amp;Bolle &ndash; La Napoletana</em>. Un&rsquo;operazione che rafforza la presenza a Roma e anticipa i prossimi sviluppi. Perch&eacute; il progetto &egrave; tutt&rsquo;altro che fermo. Nuove aperture sono gi&agrave; in programma, insieme alla creazione di un laboratorio centralizzato per impasti e formazione. Un passo ulteriore verso quella che si potrebbe definire una filiera interna della qualit&agrave;. Il menu, in fondo, &egrave; un gesto di ascolto. Non solo verso il cliente, ma verso un mercato che sta cambiando. Lo chef cucina con una libert&agrave; rara: istinto rock, testa ben accesa, zero voglia di impressionare. E lo stesso vale per il gruppo. Non c&rsquo;&egrave; volont&agrave; di stupire a tutti i costi, ma di costruire un modello credibile, sostenibile, replicabile. Anche nel lavoro: turni distribuiti, due giorni di riposo, attenzione concreta al benessere del personale.</p>

<p>Il mondo della ristorazione ha mille problemi e zone d&rsquo;ombra, per&ograve; forse sarebbe meglio dedicare le energie per rendere merito alle storie belle e costruire esempi positivi.&nbsp;<em>Pizza&amp;Bolle</em> &egrave; una di queste. Perch&eacute; dimostra che si pu&ograve; crescere senza perdere qualit&agrave;, che si pu&ograve; parlare a un pubblico ampio senza banalizzare, che si pu&ograve; essere accessibili senza diventare prevedibili. E forse, oggi, &egrave; proprio questa la vera sfida. Comfort food che non consola soltanto ma diverte, spinge e resta. Nessuna nostalgia, nessuna posa: solo un progetto che interpreta il presente con lucidit&agrave; e leggerezza insieme.</p>

<p><br />
<em>Pizza&amp;Bolle &ndash; La Napoletana</em><br />
via Oslavia 41, Roma (Prati)<br />
via Siria 1, Roma (Appio Latino)</p>

<p><em>Pizza&amp;Bolle &ndash; La Romana</em><br />
Lungotevere di Pietra Papa 201, Roma (Ostiense)</p>

<p><em>Pizza&amp;Bolle &ndash; To Go</em><br />
via Oslavia 39e, Roma (Prati)<br />
Viale Europa&nbsp;15, Roma (Eur)</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/whatsapp-image-2026-03-23-at-145643.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/209/41394/mondo-pizza/pizzabolle-la-rivoluzione-silenziosa-della-catena-artigianale.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/209/mondo-pizza.html">209</category>			</item>			<item>				<title>Se la cena è questione di fiducia: allergie, intolleranze, responsabilità nel ristorante</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/42418/dallitalia/se-la-cena-e-questione-di-fiducia-allergie-intolleranze-responsabilita-nel-ristorante.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p><meta charset="UTF-8" />Immaginiamo una scena piuttosto comune. Un cliente entra al ristorante, sfoglia il menu&nbsp;con curiosit&agrave; e, prima di ordinare, dice al cameriere: &ldquo;Scusi, sono allergico alle nocciole. Questo dolce posso mangiarlo?&rdquo;</p>

<p>Per molti ristoratori &egrave; un momento delicato. Da un lato c&rsquo;&egrave; il desiderio di accontentare l&rsquo;ospite, dall&rsquo;altro la responsabilit&agrave; di non correre rischi per la sua salute.</p>

<p>In quel dialogo cos&igrave; breve non c&rsquo;&egrave; solo una richiesta di carattere gastronomico, ma anche e soprattutto una questione di sicurezza alimentare, di fiducia, di rigorosa osservanza di quanto stabilisce la legge. In materia di allergie e intolleranze il punto di riferimento normativo a livello europeo &egrave; il Regolamento (UE) n. 1169/2011 che disciplina le informazioni sugli alimenti destinate ai consumatori.</p>

<p>Il principio cardine di tale provvedimento &egrave; molto chiaro: chi somministra alimenti deve mettere il cliente nella condizione di sapere esattamente cosa sta mangiando, soprattutto quando sono presenti ingredienti che possono provocare reazioni allergiche o intolleranze. Non si tratta quindi di un semplice adempimento o dettaglio burocratico, ma di uno strumento di tutela della salute pubblica perch&agrave; una persona allergica, grazie a queste informazioni, pu&ograve; scegliere con consapevolezza cosa ordinare e cosa evitare.</p>

<p>Nella quotidianit&agrave; di un ristorante, le informazioni sugli allergeni possono essere fornite in diversi modi. Direttamente in menu, sia cartaceo sia digitale, utilizzando simboli o numeri accanto ai piatti, accompagnati da una legenda che spiega quali allergeni sono presenti. Diffuso &egrave; il registro degli ingredienti, un documento aggiornato che il cliente pu&ograve; consultare su richiesta al personale in servizio.</p>

<p>Se non sono indicati direttamente in menu&nbsp;o registro, chi fa somministrazione alimentare &egrave; tenuto a informare i clienti, con un avviso o cartello ben visibile, che il personale &egrave; a disposizione per tutti i dettagli sugli ingredienti.</p>

<p>[[ima2]]Al di l&agrave; delle modalit&agrave;, un punto &egrave; fondamentale: l&rsquo;informativa sugli allergeni richiede una documentazione scritta che deve esistere ed essere disponibile, sia per i clienti sia per eventuali controlli delle autorit&agrave; sanitarie. &Egrave; altrettanto evidente che la gestione degli allergeni non si esaurisce nell&rsquo;indicazione nel menu&nbsp;o in altro supporto.</p>

<p>Cos&igrave;, ad esempio, sempre pi&ugrave; locali chiedono al momento della prenotazione se ci siano esigenze alimentari particolari: allergie, intolleranze o diete specifiche. Questo semplice gesto permette alla cucina di organizzarsi per tempo. Quando il cliente arriva al ristorante, deve essere messo nella condizione di segnalare eventuali allergie. Pu&ograve; farlo spontaneamente oppure essere invitato a comunicarle dal personale di sala.</p>

<p>A quel punto entra in gioco il coordinamento tra sala e cucina. Il cameriere deve trasmettere l&rsquo;informazione in modo chiaro e tempestivo allo staff di cucina, che valuter&agrave; se il piatto richiesto pu&ograve; essere preparato in sicurezza. Se la preparazione &egrave; possibile, il cuoco dovr&agrave; applicare le procedure previste dal piano di autocontrollo HACCP, prestando particolare attenzione alla prevenzione delle contaminazioni crociate: utensili separati, superfici pulite, organizzazione degli spazi e corretta gestione degli ingredienti.</p>

<p>La mancata osservanza degli obblighi informativi sugli alimenti comporta sanzioni molto severe:&nbsp;da 1.000 a 8.000 euro per violazioni generali degli obblighi informativi; da 1.000 a 8.000 euro quando le informazioni sono comunicate con modalit&agrave; non conformi alla normativa; da 3.000 a 24.000 euro nei casi pi&ugrave; gravi, come l&rsquo;omessa indicazione degli allergeni. Ma al di l&agrave; della sanzione economica un&rsquo;omissione o un errore nella gestione di un&rsquo;allergia pu&ograve; provocare danni alla salute del cliente e compromettere la reputazione di un ristorante molto pi&ugrave; rapidamente di qualsiasi multa.</p>

<p>Per questo motivo, oggi sempre maggiore &egrave; l&rsquo;esigenza di trasformare un obbligo normativo in un elemento di qualit&agrave; del servizio. Essere chiari sugli ingredienti, formare il personale e organizzare correttamente il lavoro in cucina, non significa solo rispettare la legge, ma anche dimostrare professionalit&agrave; e costruire un rapporto di trasparenza con i propri ospiti.&nbsp;</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/articolo-klun.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/42418/dallitalia/se-la-cena-e-questione-di-fiducia-allergie-intolleranze-responsabilita-nel-ristorante.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/dallitalia.html">44</category>			</item>			<item>				<title>I trent'anni della birra artigianale in Italia, tra storia e futuro</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/136/42458/in-cantina/i-trentanni-della-birra-artigianale-in-italia-tra-storia-e-futuro.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Dalla rivoluzione nata trent&rsquo;anni fa all&rsquo;evoluzione che guarda al futuro.</p>

<p>Il mondo della birra artigianale ha appena festeggiato i trent&rsquo;anni: era infatti il 1996 che, in diverse parti d&rsquo;Italia, sono nati i primi sette birrifici, cio&egrave; (in rigoroso ordine alfabetico) <a href="https://www.baladin.it/" rel="nofollow">Baladin</a>, <a href="https://www.birrabeba.it/" rel="nofollow">Beba</a>, <a href="https://birraturbacci.it/" rel="nofollow">Turbacci</a>, <a href="https://www.birrificio.it/it" rel="nofollow">Birrificio Italiano</a>, <a href="https://birrificiolambrate.com/" rel="nofollow">Lambrate</a>, <em>Centrale della Birra</em> e <a href="https://www.vecchiobirraio.com/" rel="nofollow">Vecchio Birraio</a>.</p>

<p>A distanza di trent&rsquo;anni, a Lurago Marinone, paese dove &egrave; nato il <em>Birrificio Italiano</em> fondato da <strong>Agostino Arioli</strong>, un convegno ha voluto fare il punto su &ldquo;Storia, evoluzione e futuro della birra artigianale&rdquo;.</p>

<p>[[ima2]]Nel 1996, a seguito di un <em>decreto ministeriale</em>, fu in sostanza legalizzata la produzione della birra artigianale, dando il via alle prime produzioni. &laquo;L&rsquo;ufficio tecnico della Finanza, l&rsquo;Utif, le attuali dogane, non sapeva come autorizzarci per avviare la produzione &ndash; spiega <strong>Agostino Arioli</strong> del <em>Birrificio Italiano</em> - Abbiamo vinto questa partita, e nel 1996 ci &egrave; stata data l&rsquo;autorizzazione. Ma eravamo in anticipo sui tempi. All&rsquo;inizio avevamo trovato un posto molto bello a Lomazzo, sempre in provincia di Como, dove avviare l&rsquo;attivit&agrave;, ma poi il proprietario si &egrave; fermato perch&eacute; pensava che la nostra idea fosse troppo assurda, e quindi non ci diede fiducia&raquo;.</p>

<p>C&rsquo;era anche da recuperare l&rsquo;attrezzatura. &laquo;Nessuno voleva costruirci la sala cottura &ndash; continua <strong>Arioli</strong> - finch&eacute; non ho trovato un fabbro a Sabbioneta, che mi aiut&ograve; a fare l&rsquo;impianto, a patto che gli insegnassi a fare la birra, tanto che poi abbiamo installato un impianto anche a casa sua&raquo;.</p>

<p>[[ima3]]La diversit&agrave; rispetto alla birra in commercio in quegli anni fu un altro ostacolo da superare. &laquo;In un paesino piccolo come Lurago, avevamo il problema di farci accettare. Chi era abituato a bere birra industriale ghiacciata, venendo da noi trovava una birra torbida, pi&ugrave; calda, con tanta schiuma, dove era necessario anche pi&ugrave; tempo per servirla. Mi ricordo che un vecchietto ci minacci&ograve; con un bastone, dicendo che mettevamo l&rsquo;acqua dentro la birra&raquo;.</p>

<p>Difficolt&agrave; condivise anche da <strong>Teo Musso</strong> del <em>Baladin</em>: &laquo;In realt&agrave; il mio percorso &egrave; stato un po&rsquo; diverso &ndash; racconta. Avevo iniziato 10 anni prima, rilevando il bar del paese a Piozzo, in un territorio di vino. Avevo fatto anche un percorso di apprendistato in Belgio, dove importavo birre per il mio locale. Poi ho deciso di fare la mia birra: anche io ho superato difficolt&agrave; burocratiche di vario genere, mentre, grazie alla mia esperienza di tre anni da fabbro, ho realizzato la prima sala cotte riadattando le vasche per il latte nel garage della proprietaria di casa. Nei primi due mesi di vendita della mia birra al locale ho perso circa l&rsquo;80% dei clienti. Ma non solo: nel 2000, per un intoppo burocratico, ho dovuto fare un birrodotto di 350 metri dal pollaio di casa al <em>Baladin</em>&raquo;.</p>

<p>[[ima4]]Tempi davvero pionieristici. Ma poi i risultati sono arrivati, tanto da attirare l&rsquo;attenzione anche degli esperti mondiali. Tra questi anche <strong>Evan Rail</strong>, giornalista americano che vive a Praga dal 2000. &laquo;Nel 2007 ho iniziato ad assaggiare le birre italiane, e sono rimasto affascinato da questa nuova scena, completamente diversa rispetto a Inghilterra, Germania, Belgio e Repubblica Ceca. Non era un copia e incolla di stili, ma anzi, si cercava l&rsquo;originalit&agrave;. E inoltre i birrai italiani cercavano di migliorare di volta in volta la loro birra. Un movimento che ha portato freschezza a tutto il mondo brassicolo&raquo;.</p>

<p>Ma il presente? &laquo;Il momento &egrave; complicato e di grande incertezza, a breve, medio e lungo termine &ndash; spiega <strong>Simone Monetti</strong> di <a href="https://www.unionbirrai.it/" rel="nofollow">Unionbirrai</a> &ndash; Lo vediamo anche sull&rsquo;approvvigionamento delle materie prime, ma anche nei mercati e nei ristoranti in difficolt&agrave;&raquo;.</p>

<p>[[ima5]]C&rsquo;&egrave; una soluzione? <strong>Luca Giaccone</strong>, curatore (insieme a <strong>Eugenio Signoroni</strong>) della <em>Guida alle Birre d&rsquo;Italia </em>di <a href="https://www.slowfood.it/" rel="nofollow">Slow Food</a>, prova a tracciare un quadro: &laquo;Il rischio &egrave; di diventare autoreferenziali &ndash; spiega &ndash; Dobbiamo mantenere l&rsquo;identit&agrave;, continuando a fare qualcosa di diverso in termini di innovazione, grazie alla &ldquo;intelligenza italiana&rdquo;, mantenere la variet&agrave; e l&rsquo;identit&agrave;, senza imitare quello che fanno gli altri. In sostanza &egrave; l&rsquo;<em>italian style</em>. Ma non dobbiamo parlare una lingua pi&ugrave; comprensibile, parlare la lingua dei giovani, e non la nostra&raquo;.</p>

<p><strong>Lorenzo Dabove</strong>, conosciuto nel mondo della birra come <strong>Kuaska</strong>, uno dei pi&ugrave; importanti comunicatori del settore, rilancia: &laquo;Rispetto a quando siamo partiti &ndash; evidenzia &ndash; la qualit&agrave; media &egrave; cresciuta in modo clamoroso. Siamo tra i leader assoluti del movimento craft mondiale. Dovremmo cambiare il nome <em>&ldquo;birrifici&rdquo;</em> per passare al termine <em>&ldquo;goccifici&rdquo;</em>, perch&eacute; ciascuno di loro, dei produttori, ha una cura altissime delle proprie &ldquo;gocce&rdquo; di produzione. La birra artigianale &egrave; il proseguimento della sensibilit&agrave; e del carattere del produttore. Consapevoli di essere imprenditori, e anche riconducibilit&agrave; del prodotto&raquo;.</p>

<p>[[ima6]]Storie da saper raccontare, come afferma <strong>Andrea Turco</strong>, giornalista e direttore di <a href="https://cronachedibirra.it/" rel="nofollow">Cronache di Birra</a>: &laquo;Serve una comunicazione pi&ugrave; intelligente. Questo non significa escludere chi vuole un approfondimento, ma aiutare chi semplicemente vuole farsi una buona bevuta&raquo;.</p>

<p>La giornata dedicata agli esperti del settore si &egrave; poi conclusa con un pranzo nello storico locale del <em>Birrificio Italiano</em>, ovviamente con l&rsquo;abbinamento delle birre. Inutile dire che i trent&rsquo;anni sono stati degnamente celebrati, passando anche dalla <em>Tipopils</em>, un caposaldo del <em>Birrificio</em> <em>Italiano</em>, che &egrave; stata anche l&rsquo;ispiratrice per lo stile <em>Italian Pils</em>, la Pils Italiana per eccellenza. Un esempio della forza del <em>Made in Italy</em> e dell&rsquo;<em>Italian Style</em>, con un prodotto a tutto tondo che &egrave; alla portata di tutti, intenditori e semplici appassionati.&nbsp;</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/660111735-18567878467022389-1006575248286734253-n.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/136/42458/in-cantina/i-trentanni-della-birra-artigianale-in-italia-tra-storia-e-futuro.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/136/in-cantina.html">136</category>			</item>			<item>				<title>Oslo golosa, dove mangiare nella capitale norvegese: i consigli dei grandi chef</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/95/42457/dal-mondo/oslo-golosa-dove-mangiare-nella-capitale-norvegese-i-consigli-dei-grandi-chef.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>L&rsquo;altro giorno si parlava di Danimarca, e in particolare della scena food in Danimarca &ndash; l&rsquo;innesco a tale discussione &egrave; ben intuibile &ndash; e si diceva, pi&ugrave; o meno: &ldquo;Ma chi l&rsquo;avrebbe mai detto, vent&rsquo;anni fa, che il Paese scandinavo sarebbe diventato una meta gourmet internazionale, un punto di riferimento per la cucina mondiale, della cui storia contemporanea ha scritto e sta ancora scrivendo capitoli importanti?&rdquo; (chiosa della nostra <strong>Cinzia Benzi</strong>, che partecipava alla chiacchiera: &laquo;Dite &ldquo;chi l&rsquo;avrebbe detto&quot;?&nbsp;L&rsquo;aveva detto <strong>Paolo Marchi</strong>, che premi&ograve; come &ldquo;Miglior chef internazionale&rdquo; un giovane e semisconosciuto <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/6/579/chef-e-protagonisti/rene.html">Ren&eacute; Redzepi</a> gi&agrave; nel 2008, prima edizione della nostra <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/203/guida-ristoranti.html">Guida ai Ristoranti d&rsquo;autore</a>, spieg&ograve; che il futuro della cucina covava proprio a Copenhagen&raquo;).</p>

<p>Chiosa introduttiva per supportare un parallelo possibile: anche Oslo, dopo essere rimasta a lungo ai margini del panorama gastronomico internazionale, del fiorire del fine dining, si sta poco a poco affermando come luogo goloso d&rsquo;estremo interesse. No, non siamo bravi come <strong>Paolo Marchi</strong> a predire il futuro, non sappiamo quali possano essere gli sviluppi: ma che la capitale della Norvegia abbia oggi molto da dire al buongustaio ce ne siamo accorti durante una nostra capatina durata alcuni giorni, dove abbiamo gustato in particolare i piatti eccellenti di due ristoranti che davvero valgono da soli il viaggio, ossia il <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/37570/ristoranti/savage.html">Savage</a> del nostro (in quanto italiano) <strong>Andrea Selvaggini</strong> &ndash; del quale abbiamo gi&agrave; scritto, <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/98/39940/zanattamente-buono/sapori-e-pensieri-di-andrea-selvaggini-a-oslo-litaliano-stellato-allestero-piu-giovane-di-sempre.html">ad esempio qui</a>&nbsp;&ndash; e il <a href="https://mononcle.no/" rel="nofollow">Mon Oncle</a> dello chef francese <strong>Dimitri Veith</strong>, che &egrave; stato a sua volta una lietissima sorpresa per noi, leggi <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/132/41186/carlo-mangio/a-oslo-una-superba-anatra-allarancia-senza-arancia-assaggi-da-mon-oncle.html">A Oslo una superba Anatra all&rsquo;arancia... senza arancia! Assaggi da Mon Oncle</a>.</p>

<p>[[ima16]][[ima17]][[ima18]][[ima19]]Ora, immaginatevi di programmare alcuni di giorni di visita a Oslo (&laquo;La primavera qui &egrave;&nbsp;la stagione pi&ugrave; bella&raquo;, dice <strong>Selvaggini</strong>), oltre ai godimenti a tavola le cose da visitare son tante: Fortezza di Akershus, palazzo del Municipio, Museo Nobel per la Pace, Opera House, quartiere di Bj&oslash;rvika, Museo Munch&hellip; (Il consiglio &egrave; di munirsi dell&#39;<a href="https://www.visitoslo.com/en/activities-and-attractions/oslo-pass/" rel="nofollow">Oslo Pass</a>, city card ufficiale,&nbsp;pass turistico valido per 24, 48 o 72 ore che include ingresso gratuito a oltre 30 musei e attrazioni, trasporti pubblici gratuiti e vari sconti su visite, attivit&agrave;, ristoranti e negozi. E&nbsp;di pianificare il tour attraverso la pagina web di <a href="https://www.visitoslo.com/" rel="nofollow">Visit&nbsp;Olso</a>, ricchissima di informazioni). Poi, una cena da <em>Savage</em> e una da <em>Mon Oncle</em> sono consigliatissime, e poi c&rsquo;&egrave; <a href="https://maaemo.no/" rel="nofollow">Maaemo</a>, unico tre stelle cittadino e tra gli unici due norvegesi, l&rsquo;altro &egrave; <a href="https://www.restaurantrenaa.no/" rel="nofollow">Re-Naa</a> a Stavanger, sulla costa che guarda da lontano la Scozia. Per&ograve;, quali altri indirizzi golosi val la pena frequentare in citt&agrave;? Lo abbiamo chiesto &ndash; quasi fossero i nostri ciceroni del gusto &ndash; agli stessi chef <strong>Andrea Selvaggini</strong> e <strong>Dimitri Veith</strong>. Ecco i loro dodici suggerimenti (noi abbiamo aggiunto&nbsp;<em>Savage</em> e <em>Mon Oncle</em>, siamo a 14).</p>

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<p><strong><a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/37570/ristoranti/savage.html">Savage</a> </strong><br />
[[ima2]]Nostre note rimaste sul taccuino al termine di una bellissima cena, nel ristorante di <strong>Andrea Selvaggini</strong>: &quot;Esiste una cucina brillantemente&nbsp;cosmopolitizzata, di giovani chef che han girato il mondo e che ne intersecano le influenze - su tecniche, prodotto, approccio, combinazione di gusto - cos&igrave; da determinare in qualche modo uno stile nuovo, sincretico, summa di tutte queste cose poi mediata, filtrata e interpretata dallo chef stesso, dalla sua personalit&agrave;. In tal modo si scansa la standardizzazione e ne deriva una tavola con una propria identit&agrave; specifica, extraterritoriale ma strettamente legata al suo autore&quot;. Ecco, <em>Savage</em> &egrave; cos&igrave;: efficace nella proposta, felice nella sintesi, coraggiosa negli accostamenti, in definitiva fertile e di gran classe. Ecco ad esempio nella foto la <em>Seafood Pasta</em>, un classico all&#39;estero, che diventa raviolo al nero di calamaro ripieno di code di scampi arrosto, calamari e capesante, poi pesto di alghe, limone salato, emulsione di burro al granchio e olivello spinoso, salsa di eglefino affumicato con siero di latte ridotto. Gustosissimo, c&#39;&egrave; l&#39;idea e poi la mano.</p>

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<p><strong><a href="http://mononcle.no/" rel="nofollow">Mon Oncle</a></strong><br />
[[ima3]]Come abbiamo <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/132/41186/carlo-mangio/a-oslo-una-superba-anatra-allarancia-senza-arancia-assaggi-da-mon-oncle.html">scritto qui</a>, &quot;il giovane chef francese <strong>Dimitri Veith</strong> propone, nella capitale norvegese, una cucina francese classica ma attualizzata, incrociata con gli ingredienti del Grande Nord. L&#39;<em>Anatra e olivello spinoso</em> in tre servizi &egrave; un capolavoro, lui diventer&agrave; un grande&quot;. Al di l&agrave; dell&#39;anatra,&nbsp;Il resto del menu non &egrave; da meno. Si caratterizza per una &ldquo;connotazione geografica&rdquo; specifica attribuita a ogni piatto, quasi a suggerire un viaggio tra Francia e Norvegia, dalla Savoia alla Bretagna, da Oslo a Mentone. Tecnicamente <strong>Veith</strong> &egrave; bravissimo. Ma ci&ograve; che ci ha colpito ancor di pi&ugrave; &egrave; la chiarezza d&#39;idee, un savoir faire da grande toque.</p>

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<p><a href="https://maaemo.no/" rel="nofollow"><strong>Maaemo</strong></a><br />
[[ima4]]Il ristorante di <strong>Esben Holmboe Bang</strong> si presenta come un&rsquo;esperienza costruita sul rapporto fra materia prima e piatto finito, la Guida Michelin lo colloca stabilmente fra gli indirizzi di massima eccellenza di Oslo con tre stelle. In una visita alla citt&agrave;, <em>Maaemo</em> non &egrave; soltanto il nome pi&ugrave; noto dell&rsquo;alta cucina locale: &egrave; il luogo in cui la citt&agrave; mostra il suo lato pi&ugrave; ambizioso.</p>

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<p><a href="https://www.instagram.com/thefoxandloaf/" rel="nofollow"><strong>Fox &amp; Loaf</strong></a><br />
[[ima5]]Appartiene alla nuova generazione di posti che lavorano su un&rsquo;idea precisa e la spingono senza dispersioni: qui il centro del racconto &egrave; il panino, trattato non come riempitivo ma come piatto vero. Il locale, in pieno centro, ha orari da insegna urbana vissuta tutti i giorni e incarna bene quella Oslo informale, rapida ma curata, dove il formato conta quanto il contenuto. Pi&ugrave; che una bakery in senso classico, &egrave; una paninoteca contemporanea con forte identit&agrave; di prodotto.</p>

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<p><a href="https://www.instagram.com/lillebetong/" rel="nofollow"><strong>Lillebetong</strong></a><br />
[[ima6]]<em>Lillebetong</em> &egrave; invece il classico ibrido che a Oslo funziona benissimo: coffee and wine bar, come si definisce da solo, con pastry e sandwich durante il giorno e una proposta pi&ugrave; da sera, anche &agrave; la carte, quando l&rsquo;atmosfera si fa pi&ugrave; rilassata. &Egrave; un posto che dice molto della citt&agrave; nuova del waterfront, elegante ma non fredda, dove caff&egrave;, vino e cucina leggera convivono senza bisogno di etichette troppo rigide. &laquo;&Egrave; perfetto per gustarsi gli <em>skoleboller</em>&raquo;,&nbsp;dolci&nbsp;di pasta lievitata profumata al cardamomo e ripieni di crema ai vari gusti, ci dice <strong>Selvaggini</strong>.</p>

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<p><a href="https://www.thelittlepickle.no/" rel="nofollow"><strong>The Little Pickle</strong></a><br />
[[ima7]]<em>The Little Pickle</em> &egrave; uno&nbsp;degli indirizzi pi&ugrave; riusciti della scena informale: bakery, caff&egrave;, ristorante e perfino <em>sunday roast&nbsp;</em>(&laquo;Molto buono&raquo;), con una struttura che tiene insieme momenti diversi della giornata senza perdere coerenza. Il fatto che sul sito compaia anche il marchio Bib Gourmand Michelin aiuta a collocarlo bene: non lusso, ma un&rsquo;idea di qualit&agrave; molto concreta, urbana, internazionale, con una personalit&agrave; gi&agrave; ben definita. &laquo;Perfetto anche per una colazione salata o un brunch. Fanno il miglior croissant in citt&agrave;, super-sfogliato&raquo;.</p>

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<p><a href="https://timwendelboe.no/" rel="nofollow"><strong>Tim Wendelboe</strong></a><br />
[[ima8]]Pi&ugrave; che un semplice caff&egrave;, <em>Tim Wendelboe</em> &egrave; ormai un&rsquo;istituzione europea del specialty coffee (&laquo;&Egrave; il king del caff&egrave; hipster!&raquo;). Il marchio si presenta come <em>coffee roastery, espresso bar and coffee training centre</em>, e questa tripla natura spiega bene il suo peso: non solo servizio al banco, ma torrefazione, formazione e lavoro rigoroso sulla filiera. Per chi visita Oslo, &egrave; uno di quei luoghi che hanno smesso da tempo di essere una semplice tappa e sono diventati parte del linguaggio gastronomico della citt&agrave;.</p>

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<p><a href="https://mathallenoslo.no/en/" rel="nofollow"><strong>Mathallen</strong></a><br />
[[ima9]]<em>Mathallen</em> &egrave; una delle infrastrutture gastronomiche pi&ugrave; utili per capire Oslo contemporanea. Non &egrave; soltanto una food hall, ma un mercato coperto pensato come punto d&rsquo;incontro tra botteghe, ristorazione, acquisti e curiosit&agrave; gastronomica, sul modello dei grandi mercati europei reinterpretati in chiave nordica. A Vulkan, lungo l&rsquo;Akerselva, resta uno dei posti migliori per avere in una sola tappa un colpo d&rsquo;occhio sulla scena cittadina.</p>

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<p><a href="https://www.engebret-cafe.no/english" rel="nofollow"><strong>Engebret Caf&eacute;</strong></a><br />
[[ima10]]<em>Engebret Caf&eacute;</em> rappresenta la faccia pi&ugrave; storica e teatrale della citt&agrave;. Il locale rivendica la propria storia sin dal nome &mdash; <em>Engebret Caf&eacute; 1857</em> &mdash; e <em>VisitOslo</em> lo presenta come il ristorante pi&ugrave; antico di Oslo, con una cucina classica norvegese servita in un edificio di grande fascino. &Egrave; il posto giusto quando si cerca meno la novit&agrave; e pi&ugrave; l&rsquo;idea di continuit&agrave;, memoria, atmosfera. Qui si gustano le tipicit&agrave; locali: <em>pinnekj&oslash;tt </em>(costolette di agnello salate, essiccate e in alcune varianti affumicate, quindi reidratate con vapore di sidro di mele, infine accompagnate da salse e verdure); <em>fenal&aring;r</em> (salume a base di coscia di agnello o pecora, salato, essiccato e stagionato); <em>lutefisk</em> (merluzzo essiccato, trattato con acqua e liscivia per ottenere una consistenza gelatinosa, poi risciacquato e cotto. Si serve spesso con contorni come pancetta, patate, pur&egrave; di piselli e senape) e <em>rakfisk</em> (trota o salmerino fermentati per 2-3 mesi in salamoia, poi consumato crudo, col pane piatto - <em>flatbr&oslash;d</em> o <em>lefse</em> - con patate, panna acida e cipolle).</p>

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<p><a href="https://www.encoreoslo.no/" rel="nofollow"><strong>Encore Kafe &amp; Konditori</strong></a><br />
[[ima11]]<em>Encore</em> &egrave; una piccola dichiarazione d&rsquo;amore alla pasticceria francese trapiantata a Bislett. Il locale si racconta come <em>fransk bakeri og konditori</em>, dove tecniche classiche francesi e gusto contemporaneo si incontrano fra croissant, pain au chocolat, macarons e dolci-firma, come Oslo rolls e crookies. &Egrave; un indirizzo che parla un linguaggio molto leggibile: precisione tecnica, estetica curata, caff&egrave; di qualit&agrave; e il comfort elegante della migliore bakery urbana.</p>

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<p><a href="https://fuglen.no/" rel="nofollow"><strong>Fuglen</strong></a><br />
[[ima12]]<em>Fuglen</em> &egrave; uno dei luoghi simbolo di Oslo, uno di quei posti che da soli bastano a evocare un&rsquo;intera idea di citt&agrave;. La sede di Oslo Sentrum si presenta come un universo di coffee, cocktails &amp; vintage design, e questa definizione &egrave; perfetta: specialty coffee, bar serale e arredo mid-century convivono in uno spazio che sembra condensare gusto nordico, nostalgia e cultura urbana. Non &egrave; solo un caff&egrave; celebre, ma un pezzo di immaginario cittadino.</p>

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<p><a href="https://spillthetea.no/" rel="nofollow"><strong>Spill The Tea</strong></a><br />
[[ima13]]In una citt&agrave; dominata dalla cultura del caff&egrave;, <em>Spill The Tea</em> introduce un&rsquo;altra grammatica del gusto. &Egrave; una vera casa del t&egrave; contemporanea, con vendita di t&egrave; sfusi, accessori, ceramiche e una forte attenzione a qualit&agrave;, origine e sostenibilit&agrave;; il sito la presenta come negozio specializzato a Oslo, pi&ugrave; bottega culturale che semplice locale da bevanda calda. &Egrave; un indirizzo interessante proprio perch&eacute; allarga il racconto gastronomico della citt&agrave; oltre il caff&egrave; specialty.</p>

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<p><a href="https://mathallenoslo.no/en/butikk/galopin/" rel="nofollow"><strong>Galopin</strong></a><br />
[[ima14]]Dentro <em>Mathallen</em>, il <em>Galopin</em> &egrave; uno degli indirizzi pi&ugrave; riusciti per chi ama il lato franco-europeo della gastronomia urbana. La scheda ufficiale lo descrive come una <em>French delicatessen</em> piena di formaggi di fattoria, salumi, p&acirc;t&eacute; e altri prodotti selezionati, con il <em>Duck confit sandwich</em> indicato come bestseller. Pi&ugrave; che un semplice negozio, &egrave; un luogo in cui bottega e sosta si intrecciano bene, tra taglieri, vino e dispensa.</p>

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<p><a href="https://www.wintherrestaurant.no/" rel="nofollow"><strong>Winther</strong></a><br />
[[ima15]]<em>Winther</em> aggiunge al panorama di Oslo una formula che mescola ristorazione, <em>ysteri&nbsp;</em>(&egrave; un termine norvegese che significa &quot;caseificio&quot;), delikatesse e pizza con un taglio piuttosto originale. Abbina ingredienti norvegesi e italiani di alta qualit&agrave;, propone una produzione casearia in citt&agrave;, seleziona formaggi norvegesi eccellenti... Opera con due sedi, ad Aker Brygge e a Frognerparken. Non soltanto pizzeria, ma indirizzo poliedrico, che unisce pizza, latticini, bottega e ristorazione in un progetto pi&ugrave; ampio del normale format pizza. Al forno &egrave; il pugliese <strong>Michele Volpicella</strong>, un campione del settore, ne <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/95/41100/dal-mondo/pacco-da-su-storia-del-pizzaiolo-pugliese-che-fa-felici-i-piccoli-casari-della-norvegia.html">abbiamo parlato qui</a>.</p>

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<p><strong>INDIRIZZI</strong><br />
<a href="https://www.encoreoslo.no/" rel="nofollow"><strong>Encore Kafe &amp; Konditori</strong></a>&nbsp;- Pilestredet 75C, 0354 Oslo<br />
<a href="https://www.engebret-cafe.no/english" rel="nofollow"><strong>Engebret Caf&eacute;</strong></a>&nbsp;- Bankplassen 1, 0151 Oslo<br />
<a href="https://www.instagram.com/thefoxandloaf/" rel="nofollow"><strong>Fox &amp; Loaf</strong></a>&nbsp;- Storgata 23, Oslo<br />
<a href="http://fuglen.no/" rel="nofollow"><strong>Fuglen Oslo Sentrum</strong></a>&nbsp;- Universitetsgata 2, 0164 Oslo<br />
<a href="https://mathallenoslo.no/en/butikk/galopin/" rel="nofollow"><strong>Galopin</strong></a>&nbsp;- Vulkan 5, 0178 Oslo (dentro <em>Mathallen</em>)<br />
<a href="https://www.instagram.com/lillebetong/" rel="nofollow"><strong>Lillebetong</strong></a>&nbsp;- Operagata 77D, 0194 Oslo<br />
<a href="https://maaemo.no/" rel="nofollow"><strong>Maaemo</strong></a>&nbsp;- Dronning Eufemias gate 23, 0194 Oslo<br />
<a href="https://mathallenoslo.no/en/" rel="nofollow"><strong>Mathallen</strong></a>&nbsp;- Vulkan 5, 0178 Oslo<br />
<strong><a href="http://mononcle.no/" rel="nofollow">Mon Oncle</a></strong> -&nbsp;Universitetsgata 9, 0164 Oslo<br />
<strong><a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/37570/ristoranti/savage.html">Savage</a></strong> -&nbsp;Nedre Slottsgate 2, 0153 Oslo<br />
<a href="https://spillthetea.no/" rel="nofollow"><strong>Spill The Tea</strong></a>&nbsp;- Fredensborgveien 35, 0177 Oslo<br />
<a href="https://www.thelittlepickle.no/" rel="nofollow"><strong>The Little Pickle</strong></a>&nbsp;- Jens Bjelkes gate 9A, 0562 Oslo<br />
<a href="https://timwendelboe.no/" rel="nofollow"><strong>Tim Wendelboe</strong></a><strong> Espresso Bar</strong>&nbsp;- Gr&uuml;ners gate 1, 0552 Oslo<br />
<a href="https://timwendelboe.no/" rel="nofollow"><strong>Tim Wendelboe</strong></a><strong> Roastery &amp; Lab</strong>&nbsp;- T&oslash;yengata 29C, 0578 Oslo<br />
<a href="https://www.wintherrestaurant.no/" rel="nofollow"><strong>Winther</strong></a><strong> Aker Brygge</strong>&nbsp;- Grundingen 3, 0250 Oslo<br />
<a href="https://www.wintherrestaurant.no/" rel="nofollow"><strong>Winther</strong></a><strong> Frognerparken</strong>&nbsp;- Middelthunsgate 17 P, 0368 Oslo</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/oslo-4.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/95/42457/dal-mondo/oslo-golosa-dove-mangiare-nella-capitale-norvegese-i-consigli-dei-grandi-chef.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/95/dal-mondo.html">95</category>			</item>			<item>				<title>La cucina ancestrale di La Merla: tra bosco, Riviera e memoria</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/42453/dallitalia/la-cucina-ancestrale-di-la-merla-tra-bosco-riviera-e-memoria.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Nel cuore della campagna senese riapre <a href="http://merlaosteriaboutique.com" rel="nofollow">La Merla Osteria Boutique</a>: dieci tavoli immersi nei boschi, dove lo chef <strong>Gabriele Tani</strong> porta per la prima volta in Italia la sua cucina ancestrale, fatta di memoria, territorio e gesto contemporaneo.</p>

<p>Tra boschi e colline che disegnano orizzonti infiniti, <em>La Merla Osteria Boutique</em> accoglie gli ospiti all&#39;interno del relais <a href="https://macinedistigliano.com/" rel="nofollow">Le Macine di Stigliano</a>, dove ospitalit&agrave; e gastronomia diventano un&#39;unica esperienza sensoriale.</p>

<p>[[ima2]]Alla guida della cucina c&#39;&egrave; <strong>Gabriele Tani</strong>, chef di fama internazionale che ha firmato i menu nelle residenze di diversi presidenti di Stato. Per la prima volta in Italia, il suo talento &egrave; accessibile in un luogo pubblico, dove ogni piatto rivela genio, memoria e territorio in una combinazione unica di tecnica e sensibilit&agrave;.</p>

<p>[[ima3]]La cucina di <strong>Tani</strong> nasce dalla ricerca di uno stile autentico e identitario: una cucina ancestrale di bosco e di Riviera, in cui il gesto contemporaneo dialoga con sapori primordiali, tecniche antiche e ingredienti essenziali. Il bosco dona profondit&agrave;, radice e selvaticit&agrave;; la Riviera porta luce, freschezza e respiro mediterraneo. Tra questi due mondi si muove la cucina di <em>La Merla</em>: elegante, misurata e potente, capace di sorprendere e accompagnare l&#39;ospite in un viaggio multisensoriale.</p>

<p>[[ima4]]Ogni piatto racconta il territorio e la stagione: dai <em>Pici al sugo di aglione D.O.P.</em>, cotti in brace e mantecati con vaniglia, menta e pecorino di Pienza, ai <em>Cannelloni di Cinta Senese con besciamella P&eacute;rigueux e ristretto di cipolla di Certaldo</em>, fino all&#39;<em>Agnello Scottadito&nbsp;delle Crete Senesi con carciofi e liquirizia</em>. Le note pi&ugrave; sottili emergono in preparazioni come le <em>Lumache al fumo con remoulade al dragoncello</em> o le <em>Capesante con sedano rapa e salsa olandese al Vin Santo</em>, dove la materia prima viene esaltata con semplicit&agrave;, precisione e profondit&agrave;.</p>

<p>[[ima5]][[ima6]]La vera anima di <em>La Merla</em> emerge nei suoi percorsi degustazione, pensati come itinerari sensoriali che percorrono la storia e la memoria della cucina toscana. Nel percorso <em>D&#39;Usanza</em>, <strong>Tani</strong> propone una lettura della tradizione come patrimonio condiviso: ogni piatto nasce da mani diverse, gesti tramandati senza firma, in un dialogo continuo tra memoria e territorio. La <em>Panzanella</em> incontra il <em>Tataki di Chianina</em>, i <em>Fegatini in brodo all&#39;alloro</em> si combinano con le <em>Pappardelle al tiramis&ugrave; di cinghiale</em> e i <em>Pici all&#39;aglione</em>, mentre la <em>Terrina di pollo alla brace</em> e il <em>Secreto di maialino di Cinta Senese cotto lentamente</em> raccontano il bosco e i suoi aromi in gesti di sorprendente modernit&agrave;.</p>

<p>[[ima7]][[ima8]]Il percorso <em>Sedimento</em>, invece, &egrave; un viaggio poetico tra profondit&agrave; e leggerezza, tra terra e mare, dove ogni ingrediente ascolta il tempo e la natura. Il <em>Rosa di topinambur</em> e il <em>Pomodoro alla brace con lenticchie</em>, il <em>Porro con shiso e uva</em>, le <em>Pappardelle di sedano rapa con sambuco e Kechek</em> si alternano a <em>Tortelli di mandorlo e brodo di terra</em>, <em>Tagliolini e risone al tartufo</em>, fino al <em>Sedano rapa fondente</em> e al <em>Carciofo in purezza</em>. Ogni piatto &egrave; un atto di ascolto, una lettura del territorio che non si limita a mostrarne le tracce, ma le fa diventare esperienza.</p>

<p>[[ima9]]Il ristorante mantiene una dimensione intima e raccolta: solo dieci tavoli, dove il tempo rallenta e l&#39;attenzione si concentra sul piatto. L&#39;ambiente in pietra dialoga con la natura delle colline senesi, creando un equilibrio tra interiorit&agrave; e paesaggio. Qui il <em>fine dining</em> non &egrave; ostentazione tecnica: &egrave; precisione, sottrazione e profondit&agrave; di gusto.</p>

<p><em>La Merla</em> fa parte del <em>relais</em> <em>Le Macine di Stigliano</em>, con dieci camere di lusso che completano l&#39;esperienza. Dal paesaggio alla tavola, dalla natura al gesto culinario, qui il territorio non viene interpretato: lo incarna.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/640396087-18041402405733801-478670229023045333-n.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/42453/dallitalia/la-cucina-ancestrale-di-la-merla-tra-bosco-riviera-e-memoria.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/dallitalia.html">44</category>			</item>			<item>				<title>Vini (e piatti) per Pasqua: ecco i nostri suggerimenti</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/136/42417/in-cantina/vini-e-piatti-per-pasqua-ecco-i-nostri-suggerimenti.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p><strong>Vogliamo una Pasqua di serenit&agrave;, anche a tavola</strong><br />
Sar&agrave; una Pasqua di festa, ma anche di riflessione. Quello che avviene nel mondo, certo, non ci lascia tranquilli. Per un giorno, comunque, cerchiamo di mettere da parte queste preoccupazioni, per cercare di stare sereni con parenti e amici, senza esagerare.<br />
La parola giusta, in questo caso, &egrave; convivialit&agrave;: che si trasforma anche in un bicchiere di vino e in un piatto da portare a tavola. Per questo motivo noi della redazione di <em>Identit&agrave; di Vino</em> vi proponiamo una sorta di men&ugrave; andando a pescare nelle tradizioni della nostra <em>Cucina italiana</em>, a celebrarne anche il riconoscimento come <em>Patrimonio Immateriale dell&rsquo;Umanit&agrave;</em> dall&rsquo;<em>Unesco</em>. Sono suggerimenti spontanei, legati anche ai nostri ricordi e alle nostre passioni. Per stringerci simbolicamente in un abbraccio collettivo che ci faccia guardare avanti. Con speranza.<br />
<strong>RF</strong></p>

<p><strong>Asparagi bianchi e Sauvignon di Bellaveder </strong><br />
La brezza dolomitica accarezza i vigneti solatii di Faedo, la collina che parte da San Michele all&rsquo;Adige. Pendio vocato alla vite, per variet&agrave; che cercano calore e decise escursioni termiche. Proprio come il <em>Sauvignon</em>, l&rsquo;uva che riesce a coniugare il selvatico con la setosit&agrave;, tra mirata identit&agrave; aromatica e l&rsquo;altrettanta scattante verve sapida. Interpretando l&rsquo;indole trentina del vignaiolo, un nome altrettanto preciso: <strong>Tranquillo Luchetta</strong>. Ha trasformato sistemato filari che scandiscono il paesaggio. Riuscendo pure a potenziare vigne di famiglia, seppur distanti dalla cantina/madre, coltivati a Cavedine, in valle dei Laghi, tra Toblino e il Garda. Aiutato dai figli <strong>Andrea</strong> e <strong>Marco</strong> ha ottenuto un <em>Sauvignon</em> &egrave; a dir poco radicale: decisamente &ldquo;di Faedo&rdquo;, pigiando uve che danno un bianco con capacit&agrave; d&rsquo;invecchiamento e una godibile subitanea gamma aromatica.<br />
Questo vino di <a href="https://bellaveder.it/" rel="nofollow">Bellaveder</a> &egrave; giallo dorato paglia cangiante, tra riflessi vagamente verdolini, nuance di fiori gialli, arbusti selvatici (non a caso il nome del vitigno deriva da <em>sauvage</em>, in francese) tra eucalipto, malva e il corbezzolo, con una progressione gustativa ben bilanciata con le fragranze e la sensazione succosa finale, sorso salino, fresco e appagante.&nbsp; Da servire con un piatto di asparagi bianchi, quelli che coltivano nel fondovalle, sulla sponda destra dell&rsquo;Adige, lessati in acqua poco salata, abbinati a fette grosse di prosciutto cotto e una salsa al rafano.<br />
<strong>Nereo Pederzolli</strong></p>

<p>[[ima2]]<strong>Insalata di nervetti e Lugana Superiore Ca&rsquo; Lojera</strong><br />
La quintessenza del <em>Lugana</em>, vino dal buon corredo aromatico, bella acidit&agrave; e finale sapido, si ritrova nel <em>Superiore</em> di <a href="https://www.calojera.com/" rel="nofollow">Ca&rsquo; Lojera</a>, azienda fondata nel 1992 grazie alla felice intuizione di <strong>Ambra</strong> e <strong>Franco Tiraboschi</strong>. Apripista, in un contesto all&rsquo;epoca tutt&rsquo;altro che fertile per i vini bianchi e in particolare per quelli lombardi, la cantina di Sirmione ha saputo rappresentare il territorio, conservarne le matrici ed esaltare i tratti distintivi del vitigno. Nei 18 ettari coltivati a <em>Turbiana</em>, su terreni argillosi chiari in riva al Benaco dove un tempo arrivavano le acque del Lago, <em>Ca&rsquo; Lojera</em> resta con l&rsquo;ingresso delle seconde generazioni, una delle realt&agrave; pi&ugrave; rappresentative di un territorio che come pochi altri ha saputo affermarsi quale novit&agrave; vincente del panorama vinicolo italiano.<br />
I <em>Lugana</em> di <em>Ca&rsquo; Lojera</em> spiccano per il bel colore giallo paglierino e per i profumi intensi di frutta, anche tropicale e di agrumi che crescono non troppo lontano dalle viti. Vini freschi, senza svolazzi, concreti. Bianchi che piacciono per sapidit&agrave;, verticalit&agrave; e mineralit&agrave; persistente. <em>Il Lugana Superiore 2021</em> &egrave; prodotto con uve di vitigni che distano solo 300 metri dal Garda. Il 90% del mosto fermenta con lieviti selezionati in acciaio mentre la parte restante passa in barrique. Poi, per un anno, sta sulle fecce in botti di rovere da 25 ettolitri prima di crescere altri sei mesi in bottiglia. Ne esce un vino fresco eppure robusto, sono 14 i gradi alcolici, dove l&rsquo;affinamento in legno emerge in tutti i suoi tratti e dona ampiezza e morbidezza. Sulla tavola di Pasqua pu&ograve; rimanere dall&rsquo;aperitivo ai piatti delle feste come una classica insalata di nervetti della tradizione lombarda.<br />
<strong>Maurizio Trezzi</strong></p>

<p><strong>Fegatini di pollo con Medera di Castello di Grumello </strong><br />
C&rsquo;&egrave; qualcosa di speciale in un vino che nasce da un&rsquo;uva che il tempo aveva quasi dimenticato. Il vitigno si chiama <em>Merera</em> - localmente e storicamente <em>Medera, </em>da cui il nome del vino - ed era considerato perduto nella Valcalepio bergamasca, la fascia collinare pedemontana fra Bergamo e il Lago d&rsquo;Iseo. Il <a href="https://www.castellodigrumello.it/" rel="nofollow">Castello di Grumello</a> lo ha nel tempo recuperato e lo vinifica in purezza, producendone meno di 2mila bottiglie l&rsquo;anno. Il vino ricade nell&rsquo;<em>IGT Bergamasca </em>- la <em>Merera</em> non ha casa in nessuna <em>DOC</em> - e questo dice qualcosa del suo carattere fuori dagli schemi. I terreni marnoso-calcarei, l&rsquo;esposizione a est, l&rsquo;altitudine sui 200 metri, portano a un rosso di grande freschezza. In cantina, nessun passaggio in legno, solo acciaio, fermentazione a temperatura controllata, macerazione di dieci giorni, malolattica in inox e riposo di qualche mese in vetro.<br />
Un vino che racconta di ciliegia matura e pepe rosa al naso, di una bocca scorrevole e vivace, con tannino fine e un&rsquo;acidit&agrave;, piacevolmente tagliente, che sostiene il sorso, facendo venir voglia di un secondo bicchiere. Sulla tavola di Pasqua lo abbiamo pensato in abbinamento a un antipasto preso in prestito dalla tradizione toscana: i crostini di fegatini di pollo. Un dialogo assai divertente fra il frutto spensierato e il pepe del <em>Medera</em> da un lato e la ferrosa, golosa intensit&agrave; della carne, la nota agrodolce del vinsanto e l&rsquo;amaro delicato della salvia, usati nella preparazione dei fegatini.<br />
<strong>Amelia De Francesco</strong></p>

<p><strong>Cannelloni ricotta e spinaci &nbsp;con Vermentino Su&rsquo;Imari</strong><br />
Una Pasqua da assaporare con un vino bianco che ispiri freschezza e sapidit&agrave; degne del risveglio della primavera, accanto a un piatto di cannelloni ricotta e spinaci. La perfezione si raggiungerebbe se questo abbinamento venisse gustato in Sardegna. Se ci&ograve; non fosse possibile, &egrave; lo stesso <em>Su &rsquo;Imari Vermentino di Sardegna</em> <em>Doc</em> della cantina <a href="https://www.cantinesuentu.com/" rel="nofollow">Su<em>&rsquo;</em>Entu</a> a consolare e &ldquo;trasportarne&rdquo; profumi e atmosfera.<br />
Quest&rsquo;azienda a Sanluri, in provincia di Cagliari, &egrave; guidata dalla famiglia <strong>Pilloni</strong> e ha 40 ettari di terreno, dove imprime la sua forza e la sua personalit&agrave; il vento. Alleati speciali sono anche l&rsquo;esposizione Sud-Ovest e i terreni franco sabbiosi in zona collinare di circa 220 metri. La vendemmia - solitamente tra l&rsquo;ultima decade di agosto e la prima di settembre - &egrave; eseguita di notte per proteggere dalla calura le uve. Queste ultime vengono pigiate, refrigerate e pressate a freddo senza macerazione.<br />
Dopo alcuni mesi di maturazione in acciaio, a contatto con le fecce fini e assicurando un attento <em>b&acirc;tonnage</em>, ecco arrivare a tavola una bottiglia, un vino con una sua delicata eleganza, che colora lo sguardo del sole e si &ldquo;veste&rdquo; di note di frutta gialla e fiori. Una compagnia ideale per un pranzo pasquale che sia gustoso, ma anche caratterizzato da questa piacevole leggerezza.<br />
<strong>Marilena Lualdi</strong></p>

<p>[[ima3]]<strong>Carbonara di bruscandoli e Fontanasanta Manzoni </strong><br />
Ci sono abbinamenti che funzionano per contrasto e altri che si definiscono per continuit&agrave;. Quello tra la carbonara di bruscandoli e il <em>Fontanasanta Manzoni Bianco</em> di <a href="https://www.agricolaforadori.com/" rel="nofollow">Foradori</a> riesce a muoversi con equilibrio tra queste due direzioni, costruendo un dialogo preciso tra piatto e calice.<br />
I bruscandoli, germogli di luppolo selvatico, introducono una componente vegetale netta, con una leggera nota amaricante che definisce il profilo del piatto. Questa si intreccia alla struttura della carbonara, pi&ugrave; morbida e meno spinta rispetto alla versione classica, ma comunque caratterizzata da una buona componente grassa e da una tendenza dolce data dall&rsquo;uovo. Il <em>Fontanasanta Manzoni Bianco</em> entra in questo equilibrio con una presenza precisa: la struttura &egrave; ben presente, sostenuta da una freschezza viva e da una trama sapida che accompagna il sorso; le note aromatiche richiamano fiori e frutti bianchi e leggere sfumature erbacee, creando un collegamento diretto con la componente vegetale dei bruscandoli, senza sovrapporsi. In degustazione, l&rsquo;abbinamento si sviluppa in modo progressivo: il vino pulisce la componente grassa, sostiene la persistenza del piatto e ne accompagna il finale, lasciando emergere con chiarezza sia la parte vegetale sia quella pi&ugrave; morbida. Ne risulta un insieme coerente, dove contrasto e affinit&agrave; convivono con equilibrio, valorizzando entrambe le espressioni.<br />
<strong>Stefania Oggioni</strong></p>

<p><strong>Cappelletti di piccione e Pinot nero Colle Bereto</strong><br />
I cappelletti ripieni di piccione in brodo sono un piccolo capolavoro gastronomico, che veniva preparato nelle occasioni importanti come la Pasqua. Non un piatto di recupero, tutt&rsquo;altro, con il piccione preparato con la bardatura di pancetta, quindi cotto lentamente in tegame per farlo diventare morbido e saporito, poi sminuzzato e mescolato con erbe aromatiche, parmigiano e le varianti di ingredienti che in ogni casa rendevano distintivi i cappelletti. Il ripieno viene racchiuso in pasta all&rsquo;uovo, tirata in maniera sottile, chiusi con quella tipica forma &ldquo;a cappello&rdquo; che d&agrave; il nome al piatto. Il tutto finisce la cottura in un brodo caldo e profumato, talvolta veniva preparato addirittura con il fagiano, altrimenti pollo e gallina.<br />
Ad accompagnare il piatto consiglio il <em>Pinot Nero&nbsp;Il Cenno</em>&nbsp;di&nbsp;<a href="https://www.collebereto.it/" rel="nofollow">Colle Bereto</a>, uno dei primi esempi di questo vitigno nel territorio del <em>Chianti Classico</em>. Nel calice si presenta con note di frutti di bosco, ciliegia e un leggero tocco speziato di pepe, quasi a voler fare l&rsquo;occhiolino al ripieno ricco dei cappelletti. Note appena mentolate lo completano mentre in bocca &egrave; fresco, equilibrato con dei tannini ben amalgamati, sottili con un finale prolungato dal retrogusto invitante.&nbsp;<br />
<strong>Leonardo Romanelli</strong></p>

<p><strong>Carciofi e finocchi fritti e Gr&uuml;ner Veltliner Aristos </strong><br />
L&rsquo;aria di primavera e delle feste porta con s&eacute; voglia di leggerezza, colori chiari e una freschezza quasi frizzante che richiama immediatamente i paesaggi della Valle Isarco. &Egrave; qui, tra montagne imponenti, antichi masi, monasteri e vigneti terrazzati sostenuti da ordinati muretti in pietra, che la <a href="https://www.google.com/search?q=cantina+valle+isarco&amp;client=safari&amp;hs=kkap&amp;sca_esv=3eb9bc99a534cb7d&amp;channel=mac_bm&amp;sxsrf=ANbL-n7othBvExUnGNZcjFzm5iBb7Kic_w%3A1774525789514&amp;source=hp&amp;ei=XR3FaYK3HbaMi-gPssSSsAM&amp;iflsig=AFdpzrgAAAAAacUrbUr9NBjTSwDLqVbtBTSpM7bBPQ7Z&amp;gs_ssp=eJzj4tZP1zcsSU8uLDQ0MmC0UjWoMDE3tzBITU20SDJITUtMSbMyqDBKNDNINEw2tLQ0TU42M0z2EklOzCvJzEtUKEvMyUlVyCxOLErOBwAuyRcF&amp;oq=cantina+valle%C2%A0&amp;gs_lp=Egdnd3Mtd2l6Ig9jYW50aW5hIHZhbGxlwqAqAggAMgsQLhivARjHARiABDILEC4YgAQYxwEYrwEyCxAuGIAEGMcBGK8BMgsQLhiABBjHARivATILEC4YgAQYxwEYrwEyBRAAGIAEMgUQABiABDILEC4YgAQYxwEYrwEyBRAAGIAEMgsQLhiABBjHARivAUjWM1AAWLQncAB4AJABAJgBnwGgAakMqgEENC4xMLgBA8gBAPgBAZgCDqAClA3CAgQQIxgnwgIWEC4YgAQYigUYQxixAxiDARjHARjRA8ICEBAAGIAEGIoFGEMYsQMYgwHCAgoQABiABBiKBRhDwgIREAAYgAQYigUYjQYYsQMYgwHCAg0QLhjHARivARiOBRgnwgINEAAYgAQYigUYQxixA8ICFBAuGIAEGIoFGI0GGLEDGMcBGNEDwgIOEAAYgAQYigUYkgMYuATCAgsQABiABBiKBRiSA8ICChAuGIAEGIoFGEPCAhEQABiABBiKBRixAxiDARjJA8ICCBAAGIAEGLEDwgILEAAYgAQYsQMYgwHCAhMQLhiABBgUGIcCGMcBGK8BGI4FwgITEAAYgAQYigUYQxixAxiDARjJA8ICDhAuGIAEGMcBGK8BGI4FwgIOEC4YrwEYxwEYgAQYjgXCAhMQLhgUGK8BGMcBGIcCGIAEGI4FwgILEAAYgAQYkgMYuATCAg4QABiABBixAxiDARjJA8ICDhAuGK8BGMcBGLEDGIAEwgIKEAAYgAQYFBiHAsICCBAAGIAEGMkDmAMAkgcENC4xMKAH5IYCsgcENC4xMLgHlA3CBwgwLjEuMTAuM8gHT4AIAQ&amp;sclient=gws-wiz" rel="nofollow">Cantina Valle Isarco</a> definisce la propria identit&agrave;. Altitudini elevate e forti escursioni termiche preservano acidit&agrave;, precisione aromatica e tensione gustativa, elementi che rendono questa valle uno dei territori pi&ugrave; verticali dell&rsquo;Alto Adige.<br />
La linea <em>Aristos</em> nasce per esprimere al massimo le variet&agrave; coltivate in quota attraverso selezioni mirate e vinificazioni essenziali, orientate alla purezza stilistica. Il <em>Gr&uuml;ner Veltliner Aristos 2024</em> interpreta pienamente questa visione, con profumi floreali ed erbacei, accenni fruttati e una speziatura sottile che anticipano un sorso fresco, sapido ed equilibrato, capace di accompagnare la cucina senza appesantirla.<br />
Accanto ai carciofi e finocchi indorati e fritti che animano le tavole della Pasqua napoletana, il vino lavora per equilibrio. L&rsquo;acidit&agrave; asciuga la frittura, la struttura sostiene il boccone e la persistenza valorizza la componente vegetale del piatto. Le verdure evocano la cucina domestica del Sud, mentre il bianco altoatesino introduce rigore e verticalit&agrave; alpina, trasformando l&rsquo;abbinamento in un dialogo gastronomico contemporaneo.<br />
<strong>Fosca Tortorelli</strong></p>

<p>[[ima4]]<strong>Calamari ripieni con Vermentino SoloSole </strong><br />
<em>Vermentino</em> 100% creato con una selezione di cloni di <em>Vermentino</em> della Corsica. Prima annata 2006, nomen omen, <em>SoloSole</em> di <a href="https://www.poggioaltesoro.it/it" rel="nofollow">Poggio al Tesoro</a> &egrave; ci&ograve; che trovi nel calice: una spremuta di mediterraneit&agrave; ottenuta attraverso un terroir bolgherese vicino a mare.<br />
La vendemmia notturna al chiaro di luna permette di raccogliere uve perfette evitando stress. Una piagiatura soffice, qualche ora di macerazione pre-fermentativa e una vinificazione in acciaio inox su fecce fini per poi passare ad un mese di elevazione in bottiglia, senza malolattica. Uno vino voluto fortemente da <strong>Marilisa Allegrini</strong> e come afferma l&rsquo;enologo, <strong>Christian Coco</strong>: &laquo;Al mio arrivo nel 2021 ho compreso subito che questo <em>Vermentino</em> doveva rispettare un doppio paradigma, da giovane sapesse di <em>S.A.L.E</em>, che &egrave; l&rsquo;acronimo di Struttura, Acidit&agrave;, Longevit&agrave;, Espressione aromatica marcata e nel tempo di <em>M.A.R.E.</em>, ovvero Mineralit&agrave;, Avvolgenza, Rotondit&agrave;, Eleganza&raquo;.<br />
In abbinamento ai calamari ripieni cucinati rigorosamente senza pomodoro, in bianco. Un&rsquo;armonia che esalta il pesce e la complessit&agrave; del ripieno attraverso la mineralit&agrave; del vino.<br />
<strong>Cinzia Benzi</strong></p>

<p><strong>Capretto al forno e Brunello Albori di Collemattoni </strong><br />
Per una giornata importante, come la Pasqua, non deve mancare uno dei vini pi&ugrave; rappresentativi d&rsquo;Italia: il <em>Brunello di Montalcino</em>. Questa volta il passaggio in Toscana ci porta all&rsquo;azienda <a href="https://www.collemattoni.it/" rel="nofollow">Collemattoni</a>, che si trova su una collina nel versante sud del Comune di Montalcino, con 11 ettari di vigneto. L&rsquo;azienda &egrave; gestita da <strong>Marcello Bucci</strong>, con una filosofia produttiva che prevede l&rsquo;utilizzo della tecnologia finalizzato per&ograve; alla ricerca di identit&agrave;, a un profondo legame con il territorio, e al rispetto per l&rsquo;ambiente.<br />
Anche per questo &egrave; nato un nuovo progetto: si chiama <em>Albori</em>, ed &egrave; un <em>Brunello di Montalcino</em> che attualmente si basa sulla selezione delle vigne pi&ugrave; alte, tra i 350 e i 380 metri di altitudine, ma che in futuro avr&agrave; come unica provenienza una vigna sul Passo del Lume Spento.<br />
Macerazione sulle bucce per circa 35-40 giorni, rimontaggi progressivamente ridotti, poi maturazione di 36 mesi in botti di rovere Slavonia da 10 ettolitri e tonneaux da 5 ettolitri seguita da un lungo affinamento in bottiglia. Un vino &ndash; annata 2019 &ndash; che non si esprime per potenza, ma per finezza: un buon frutto predominante va a integrarsi con pepe nero e una nota di erbe officinali. In bocca &egrave; deciso ma non aggressivo, con una buona tannicit&agrave;. L&rsquo;abbinamento scelto &egrave; con il classico capretto al forno con patate: per una volta andiamo sul sicuro, senza azzardi.<br />
<strong>RF</strong></p>

<p><strong>Cannolo ed &Ecirc;ra Passito di Baglio di Pianetto </strong><br />
Il cannolo &egrave; un&rsquo;icona della pasticceria siciliana, celebre per la sua cialda dorata e croccante che racchiude una crema di ricotta di pecora vellutata e intensa. Qui vi raccontiamo quello di&nbsp;<em>Piana degli Albanesi&nbsp;</em>dove la qualit&agrave; della ricotta, lavorata con cura e appena zuccherata, &egrave; impreziosita da scorze d&rsquo;arancia candita e/o gocce di cioccolato.<br />
In abbinamento vi proponiamo un passito dello stesso territorio,&nbsp;<em>&Ecirc;ra</em>&nbsp;&ndash; <em>Passito</em> di&nbsp;<a href="https://bagliodipianetto.it" rel="nofollow" target="_blank">Baglio di Pianetto</a>, un vino che nasce dall&rsquo;incontro tra uve moscato d&rsquo;archivio del Val di Noto e giovani annate frutto dei vigneti d&rsquo;altura di Santa Cristina Gela, un connubio che dona complessit&agrave; e freschezza. Il nome <em>&ldquo;&Ecirc;ra&rdquo;</em>, che in arb&euml;resche significa vento o soffio, richiama le radici profonde della comunit&agrave; locale e il legame con Piana degli Albanesi.<br />
Oggi l&rsquo;azienda &egrave; guidata da&nbsp;<strong>Gr&eacute;goire Desforges</strong>, terza generazione e nipote del&nbsp;<strong>Conte Marzotto</strong>, che ha raccolto il testimone della famiglia abbracciando la filosofia di eccellenza ed ecosostenibilit&agrave;, con l&rsquo;obiettivo di produrre vini di montagna capaci di esprimere tutte le sfumature di un terroir unico. Al palato&nbsp;<em>&Ecirc;ra </em>sorprende per morbidezza e vivacit&agrave; dando vita ad abbinamento per un&rsquo;esperienza sensoriale completa, dove il dolce simbolo dell&#39;isola incontra la raffinatezza di un passito moderno.<br />
<strong>Salvo Ognibene</strong></p>

<p>[[ima5]]<strong>Pastiera con Ben Ry&egrave; di Donnafugata</strong><br />
<em>Ben Ry&eacute;</em> &egrave; molto pi&ugrave; di un semplice vino dolce: &egrave; un simbolo della tradizione enologica italiana e una delle massime espressioni dei passiti mediterranei. Prodotto dalla storica <a href="http://www.donnafugata.it/" rel="nofollow">Donnafugata</a> sull&rsquo;isola di Pantelleria, questo vino rappresenta un perfetto equilibrio tra natura estrema, sapere umano e identit&agrave; territoriale.<br />
Il nome deriva dall&rsquo;arabo e significa &ldquo;figlio del vento&rdquo;, un chiaro richiamo al clima dell&rsquo;isola. Le uve di <em>Zibibbo</em> provengono dagli alberelli panteschi piantati in undici diverse contrade di Pantelleria, ciascuna caratterizzata da specifici microclimi che contribuiscono a definire la complessit&agrave; del vino, cifra distintiva di questo straordinario passito. Il bouquet olfattivo si muove su note intense di albicocca secca, fichi, miele, scorza d&rsquo;arancia e richiami di macchia mediterranea ed erbe aromatiche, con una delicata speziatura di sottofondo. Al palato &egrave; avvolgente, pieno e profondo, con le nuances dolci ben bilanciate da freschezza e sapidit&agrave;, cos&igrave; da dare ritmo e grande dinamismo al sorso. Perfetto con la pastiera napoletana, un tripudio di ricotta, canditi e fiori d&rsquo;arancio.<br />
<strong>Adele Granieri</strong></p>

<p><strong>E per concludere un Rasentin con Poli</strong><br />
Il legame con le tradizioni, ma poi rivisitate sempre in chiave moderna, &egrave; una dei capisaldi della produzione della <a href="https://www.poligrappa.com/ita/" rel="nofollow">Poli Distillerie</a> di Schiavon, in provincia di Vicenza. E proprio al fine pasto &egrave; dedicato questo prodotto nato solo pochi mesi fa: il <em>Rasentin</em>. il cuore del progetto di collaborazione tra <em>Poli</em> e il <em>Liceo Artistico &ldquo;De Fabris&rdquo;</em> di Nove, citt&agrave; simbolo della ceramica veneta.<br />
Agli studenti &egrave; stato proposto di interpretare in chiave contemporanea il <em>Rasentin</em>, rituale tipico della cultura veneta che consiste nel &ldquo;risciacquare&rdquo; la tazzina di caff&egrave; con un sorso di Grappa, al fine di trasformarlo in simbolo di convivialit&agrave; e identit&agrave; territoriale. Dall&rsquo;entusiasmo di oltre 100 liceali &egrave; scaturito un percorso che ha portato alla creazione di un kit in ceramica artistica di Nove che unisce Grappa, creativit&agrave; e maestria artigianale ed &egrave; al tempo stesso opera d&rsquo;arte e espressione culturale.<br />
Il <em>Rasentin kit</em> &egrave; composto da una bottiglia di <em>Grappa Bassano 24 Carati</em> e due originali tazzine piroettanti, ideate da <em>Jacopo Poli</em> per divertirsi e gustare lo &ldquo;spirito&rdquo; del nostro territorio. Bottiglia e tazzine sono realizzate da <em>Stylnove Ceramiche</em>. Ogni pezzo &egrave; fatto a mano, il che rende ogni kit unico.<br />
<strong>RF</strong><br />
&nbsp;</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/ok-vini-pasqua-1.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/136/42417/in-cantina/vini-e-piatti-per-pasqua-ecco-i-nostri-suggerimenti.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/136/in-cantina.html">136</category>			</item>			<item>				<title>Come cambia il servizio di sala? Intervista doppia a Piero Pompili e Rudy Travagli</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/148/42413/in-sala/come-cambia-il-servizio-di-sala-intervista-doppia-a-piero-pompili-e-rudy-travagli.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>&nbsp;</p>

<p><strong>Come &egrave; cambiata la sala negli ultimi anni?<br />
Pompili</strong>: &laquo;Radicalmente.&nbsp;Siamo passati da una sala da &rdquo;accompagnamento&rdquo;, in cui si &egrave; fatto un passo indietro per non togliere spazio al piatto o allo chef, a una nuova visione della ristorazione, dove oggi, con il fatto che si mangia mediamente bene in tanti ristoranti, ci si &egrave; resi conto che la differenza pu&ograve; farla proprio la sala, in grado di migliorare la percezione dell&rsquo;esperienza al cliente, anche e soprattutto per come ci si &egrave; sentiti a tavola. Ma la sala oggi non &egrave; pi&ugrave; concepita solo come un lavoro di servizio di pietanze e vini, ma viene intesa come una nuova frontiera, che includa una visione di gestione aziendale e marketing mancata negli anni ai cuochi, concentrati solo sulla cucina. Queste nuove consapevolezze stanno rivoluzionando l&rsquo;idea di sala e ospitalit&agrave; che abbiamo in Italia&raquo;.</p>

<p><strong>Travagli</strong>:&laquo;La sala negli anni &egrave; stata prima spogliata dei sui gesti pi&ugrave; eleganti, di quei servizi che facevano fare la differenza ai grandi ma&icirc;tre di sala, e poi rimessa al centro dell&#39;attenzione quando serviva ridare smalto all&rsquo;esperienza. Per questo motivo oggi si parla pi&ugrave; di accoglienza e ospitalit&agrave; e meno di piatti e menu&nbsp;degustazione. Viene richiesta pi&ugrave; presenza in sala perch&egrave; &egrave; l&igrave;&nbsp;che si studia il cliente e lo si accudisce fino alla fine dell&#39;esperienza&raquo;.</p>

<p>&nbsp;</p>

<p><strong>Le &ldquo;trattorie contemporanee&rdquo; prevedono un servizio pi&ugrave; attento rispetto al passato, il &ldquo;fine dining&rdquo; invece lo prevede pi&ugrave; informale e amichevole. Sono modelli che, avvicinandosi, finiranno col sovrapporsi? Oppure, cosa continuer&agrave; a distinguerli anche in futuro?</strong><br />
<strong>Pompili</strong>: &laquo;Il servizio perfetto &egrave; quello in cui l&rsquo;ospite star&agrave;&nbsp;bene, a suo agio, come a casa;&nbsp;dove non si sentir&agrave; un cliente qualsiasi, ma un ospite speciale e questo dovrebbe accadere in qualsiasi fascia di ristorazione. Nelle&nbsp;trattorie contemporanee &egrave; pi&ugrave; facile abbattere le barriere della formalit&agrave; ed entrare subito in empatia con l&rsquo;ospite;&nbsp;nel fine dining, invece, ancora oggi si &egrave; molto pi&ugrave; legati a dei manierismi che forse andrebbero abbattuti, ma occorre un grande lavoro di coraggio per svecchiare un servizio che dovrebbe rimettere il concetto di benessere del cliente al centro dell&rsquo;esperienza&raquo;.</p>

<p><strong>Travagli</strong>:&laquo;La forbice si &egrave; ristretta molto:&nbsp;il linguaggio complicato e astruso del fine dining ha fatto in modo che il servizio andasse a compensare con un atteggiamento informale, rilassato, ma pur sempre elegante. Mentre la trattoria, in una fase globale di miglioramento, ha colto l&rsquo;occasione per elevare il proprio servizio, migliorando cos&igrave; l&rsquo;esperienza generale. Anche la clientela, cambiando, ha fatto in modo che cambiasse il tipo di servizio. Oggi molti pi&ugrave; giovani frequentano i ristoranti e di conseguenza ci si adatta all&rsquo;ospite&raquo;.</p>

<p>&nbsp;</p>

<p><strong>Cos&rsquo;&egrave; che un servizio di sala contemporaneo, a ogni livello, non deve pi&ugrave; mai fare rispetto al passato? E quale &egrave; la primissima attenzione nei confronti del cliente?</strong><br />
[[ima2]]<strong>Pompili</strong>:&laquo;L&rsquo;eccessiva formalit&agrave; esasperata a tutti i costi alla ricerca del servizio perfetto. Oggi &egrave; un concetto sorpassato e fuori luogo in tanti ristoranti che potrebbero e dovrebbero avere un approccio pi&ugrave; <em>smart</em>, il che non significa essere meno professionali, ma meno oppressivi e noiosi in una vita che &egrave; gi&agrave; complicata di suo, per chi a tavola vorrebbe&nbsp;concedersi solo qualche ora di relax. La prima attenzione per un servizio perfetto? Il&nbsp;sorriso. Appena i clienti&nbsp;varcano l&rsquo;ingresso bisogna guardarli negli occhi e far capire loro fin da subito che passeremo insieme una bellissima serata... I&nbsp;primi 10 secondi tra sala e ospiti sono fondamentali per gettare delle solide basi per svolgere il lavoro di sala al meglio e inquadrare il cliente con le sue necessit&agrave; e aspettative&raquo;.</p>

<p><strong>Travagli</strong>:&laquo;Dare per scontato il cliente. Oggi la concorrenza &egrave; cresciuta;&nbsp;con i social possiamo arrivare a tutte le tipologie ristorative in pochi secondi. Ma torneremo sempre dove siamo stati bene. La primissima attenzione deve essere quella di accudimento, prendersi cura del proprio ospite&raquo;.</p>

<p>&nbsp;</p>

<p><strong>&Egrave; cambiato anche il modo di valutare il servizio di sala?<br />
Pompili: &laquo;</strong>Che palle!&nbsp;Dovremmo smettere di pensare che un servizio di sala, un piatto o uno chef,&nbsp;vadano valutati. In cuor mio spero che la gente torni al ristorante per il piacere di passare una bella serata&nbsp;con le persone che ama.&nbsp;Si &egrave; data talmente tanta - e troppa -&nbsp;importanza &ldquo;sbagliata&rdquo; ad alcuni aspetti della ristorazione, che oggi&nbsp;ci siamo dimenticati il vero motivo per il quale sono nati i ristoranti, e se non usciamo da questo loop i locali continueranno a&nbsp;essere vuoti&hellip;Chi esce e va al ristorante lo fa per il piacere di star bene, invece continuiamo a pensare che chi viene da noi lo faccia con un taccuino in mano per valutare ogni singola cosa;&nbsp;cos&igrave; facendo portiamo il ristorante a rincorrere qualcosa che non &egrave;, dove si &egrave; creata una situazione tossica dalla quale bisogna fuggire al pi&ugrave; presto. Perch&eacute; non fa bene n&eacute; al fisico n&eacute; alla mente e tanto meno alla clientela&raquo;.</p>

<p><strong>Travagli</strong>: &laquo;Pensate al servizio di sala che si &egrave; visto nei ristoranti fino a pochi anni fa. Spoglio. E poi pensate a quello di oggi. Oggi abbiamo un servizio centrale, pi&ugrave; ricco, con molta pi&ugrave; interazione tra sala e cucina. Oggi si valuta il lavoro di una squadra, non di un singolo, si valuta il risultato, non il come&raquo;.</p>

<p>&nbsp;</p>

<p><strong>Chi &egrave; oggi il protagonista oggi in un ristorante? Piatto/cucina, accoglienza/sala o il cliente? E perch&eacute;?<br />
Pompili:</strong>&nbsp;&laquo;Il protagonista &egrave; il cliente. Bisogna mettere lui al centro di tutto. Occorre davvero una grandissima personalit&agrave; o essere dei geni in cucina per poter dire che si&nbsp;va in quel ristorante per i piatti o per la sala, ma la verit&agrave; &egrave; che sono pochissimi ad avere un&#39;identit&agrave;&nbsp;tale da convincere ad andare&nbsp;in quel ristorante appositamente per essa&hellip;E&nbsp;questo ci dovrebbe far capire perch&eacute; molti ristoranti oggi sono vuoti&raquo;.</p>

<p><strong>Travagli</strong>: &laquo;In passato si andava al ristorante per nutrirsi;&nbsp;poi negli anni, i grandi ma&icirc;tre d&rsquo;hotel sono arrivati a gestire sale importanti e come clienti, alcune delle pi&ugrave; illustri famiglie.&nbsp;Negli ultimi anni, invece, si &egrave; passati a preferire chef famosi in tv, con il piatto e la sua estetica a farla da padrone. Oggi l&rsquo;accoglienza, nella sua totalit&agrave;, &egrave; la vera protagonista nei ristoranti. Diamo per assodato che sia&nbsp;d&rsquo;obbligo mangiare bene, essere serviti bene, ma il plus &egrave; e sar&agrave; sempre la cura del cliente. Come un genitore si prende cura del proprio figlio&raquo;.</p>

<p>&nbsp;</p>

<p><strong>Consiglieresti a un ragazzo di fare il tuo lavoro? Se s&igrave;,&nbsp;quali sono le skill&nbsp;che deve avere. Se no, perch&eacute;?</strong><br />
<strong>Pompili</strong>: &laquo;No, non glielo consiglierei. E lo dico pur avendo la fortuna di non lavorare il sabato e la domenica,&nbsp;di lavorare in due ristoranti di due propriet&agrave; diverse di cui uno a Bologna e l&rsquo;altro a Ravenna; di aver avuto la fortuna di&nbsp;pubblicare a 50 anni un&#39;autobiografia che ripercorre la mia vita nella ristorazione, ed essendo diventato tra le persone pi&ugrave; rivoluzionarie in questo settore per idee e modo di lavorare. Ma pur avendo avuto un percorso professionale straordinario sono arrivato alla conclusione che non ne vale la pena, almeno in Italia, dove la ristorazione ha gli stipendi pi&ugrave; bassi d&#39;Europa.&nbsp;Perci&ograve;, faccio davvero fatica a dire a un giovane di venire a lavorare in un settore che implica un turno spezzato tale da impegnarlo tutto il giorno, tutti i week end e i festivi; dove si sacrifica la prorpia vita, gli amici, i parenti e gli affetti per 1.500,00&euro; al mese, soprattutto quando l&rsquo;Europa sta andando verso un modello di settimana corta lavorativa. Non &egrave; pi&ugrave; una questione di passione - che poi la passione non ti porta a dei risultati a lungo termine perch&eacute;, come in amore, passata la passione, ti rendi conto che non resta nulla;&nbsp;semmai &egrave; l&rsquo;ossessione che ti fa raggiungere dei risultati, ma oggi i giovani, a differenza della nostra generazione, hanno smesso di sognare per via di un mondo molto pi&ugrave; complicato di quello che abbiamo vissuto noi e stanno facendo scelte di vita pi&ugrave; vicine a loro. Ragion per cui,&nbsp;i ristoranti intesi come luoghi di lavoro, sono lontani dai giovani. In altre parole, non sono io che devo sconsigliare questo mestiere, lo hanno gi&agrave; capito i giovani. Per farlo invece occorrono davvero tante competenze manageriali, di marketing, di conoscenza del prodotto e del vino, empatia, cura personale, buongusto, cultura e aggiornamenti continui, ma oggi i guadagni non corrispondono piu al lavoro svolto. Ecco perch&egrave; la gente non vuole pi&ugrave; fare questo mestiere&raquo;.</p>

<p>[[ima3]]<strong>Travagli</strong>: &laquo;Sono fortemente convinto che questo mestiere (perch&egrave; &egrave; un mestiere, pi&ugrave; che un semplice lavoro) possa creare persone migliori rispetto ad altri:&nbsp;dona ai giovani disciplina, senso di responsabilit&agrave;, spirito di adattamento e capacit&agrave; di lavorare in team, con la possibilit&agrave; di conoscere il mondo attraverso le sue diverse culture. Saper stare in gruppo e conoscere le buone maniere aiuta anche le relazioni al di fuori dell&rsquo;ambito lavorativo. Le skill? Altruismo e buona educazione sono alla base del nostro mestiere. Quindi s&igrave;,&nbsp;consiglierei a&nbsp;un ragazzo di fare questo lavoro, ma solo se tutti siamo bravi a migliorare le condizioni&nbsp;attuali&raquo;.</p>

<p>&nbsp;</p>

<p><strong>Alcuni sostengono che la ristorazione sia morta. Secondo te perch&eacute;?<br />
Pompili</strong>:&nbsp;&laquo;Un ristorante prima ancora che di piatti &egrave; fatto di persone;&nbsp;senza persone che vengono a lavorare,&nbsp;non possono esistere piatti o un servizio in sala. La mancanza di personale in questo settore porter&agrave; negli anni all&#39;estinzione della&nbsp;ristorazione per come la conosciamo oggi;&nbsp;arriveranno altri modelli, meno formali nel 90% dei casi e pi&ugrave; sostenibili dal punto di vista gestionale e psicologico&raquo;.</p>

<p><strong>Travagli:</strong> &laquo;La ristorazione, cos&igrave; come l&rsquo;abbiamo vista noi, non ci sar&agrave; pi&ugrave;. Cambier&agrave;. In tanti settori ci sono stati mutamenti drastici e la ristorazione non scamper&agrave; di certo a&nbsp;una trasformazione. Non c&rsquo;&egrave; un perch&egrave;, o meglio ce ne sarebbero cento:&nbsp;&egrave; solo il mondo che cambia&raquo;.</p>

<p>&nbsp;</p>

<p><strong>Tu sei d&rsquo;accordo con questa affermazione? E se sta cambiando come lo far&agrave;?<br />
Pompili</strong>: &laquo;Pi&ugrave; che morta la ristorazione &egrave;&nbsp;in evoluzione, soprattutto quella fatta da persone intelligenti che sanno cogliere i cambiamenti e si adeguano al mercato. La grande ristorazione tender&agrave; a tornare nei grandi alberghi;&nbsp;le figure di sala che hanno caratterizzato la ristorazione negli anni &#39;70-&#39;80, fatta di grandi osti, torner&agrave;&nbsp;di moda nelle citt&agrave;, soprattutto nei ristoranti della tradizione. Verremo sempre pi&ugrave; invasi dagli <em>home restaurant&nbsp;</em>e, chicca delle chicche, torner&agrave; di gran moda la rosticceria, fatta per&ograve; dai grandi chef dove anche qui servir&agrave; un abile oste a raccontare cosa c&rsquo;&egrave; di buono da mangiare&raquo;.</p>

<p><strong>Travagli</strong>: &laquo;Non so se &egrave; morta, ma sta cambiando in modo significativo, va rivista e ripensata in chiave odierna. Partendo da chi ci lavora, creando ambienti adeguati. Oggi con i delivery puoi avere tutto e subito a casa, l&rsquo;esperienza al ristorante diventer&agrave; l&rsquo;occasione non la routine&raquo;.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/collage-apertura-articolo-pompili-travagli.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/148/42413/in-sala/come-cambia-il-servizio-di-sala-intervista-doppia-a-piero-pompili-e-rudy-travagli.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/148/in-sala.html">148</category>			</item>			<item>				<title>Coltivare di Luca Zecchin nelle Langhe, quando l'essere agricoli si fa ristorante</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/42424/dallitalia/coltivare-di-luca-zecchin-nelle-langhe-quando-lessere-agricoli-si-fa-ristorante.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Se la Langa si &egrave; ormai trasformata in un luogo facile e instagrammabile, non bisogna dimenticare come sia prima di tutto un territorio vocato alla produzione agricola, che con grande fatica ha saputo creare la sua nuova immagine.&nbsp;Come direbbero gli economisti classici, grazie a un surplus agricolo che &egrave; cresciuto e ha fatto uscire questo territorio dalla povert&agrave; descritta da <strong>Fenoglio</strong>, sino a farla diventare meta ambita e turistica.</p>

<p>Arrivare fin qui non &egrave; semplice n&eacute; casuale: ci vuole visione e capacit&agrave; imprenditoriale e un senso di comunit&agrave;; infatti di tante eccellenze in Italia poche hanno saputo sfruttare cos&igrave; bene e cos&igrave; tanto la propria vocazione, senza mai perdere quel legame con la fatica e il lavoro che avere questa responsabilit&agrave; comporta.</p>

<p>[[ima2]][[ima3]]Da qui si deve partire per comprendere <strong>Giovanna</strong> e <strong>Serena Bagnasco</strong>, che hanno creato con il pap&agrave; non tanti anni fa, nel 2013, l&#39;azienda <a href="https://www.agricolabrandini.it/" rel="nofollow">Brandini</a>, cantina che ha saputo crescere e uscire allo scoperto, per diventare un&#39;etichetta di riferimento tra i produttori di rosso in Langa.</p>

<p>Ma non ci si doveva fermare; nella visione dell&#39;imprenditore c&#39;&egrave; sempre spinta evolutiva e cos&igrave; dopo pochi anni, dall&#39;agriturismo che occupava la parte abitata della cascina, si &egrave; scelto di passare ad <a href="https://www.coltivarerelais.it/" rel="nofollow">un ristorante gourmet</a>, con una visione che rispecchiasse le stesse scelte aziendali e produttive, affiancato da un piccolo <em>relais</em>, per un ciclo di ospitalit&agrave; completo.</p>

<p>[[ima4]][[ima5]]Alla guida del ristorante arriva nel 2023 <strong>Luca Zecchin</strong>, con scuola in queste stesse colline. Allievo di lungo corso di <strong>Lidia Alciati</strong>, ha poi guidato per molti anni la cucina del <em>Relais San Maurizio</em>, arriva a La Morra con l&#39;idea di spingere nella direzione scelta da <strong>Giovanna</strong> e <strong>Serena</strong>. E da subito con la scelta arrivano i riconoscimenti, come la <em>Stella Verde</em> proprio nello stesso anno.</p>

<p>[[ima6]]Il nome scelto &egrave; <em>Coltivare</em>, la cucina &egrave; terra e vegetale, ma non solo e non in via esclusiva. Non ci sono scelte di campo almeno per ora quindi la proteina animale rimane e viene valorizzata da cotture tradizionali come quella sulla stufa e tanta continuit&agrave; con i progetti e la filosofia scelta dalla famiglia <strong>Bagnasco</strong>.</p>

<p>[[ima7]]I men&ugrave; si appoggiano sulla stagionalit&agrave; e i prodotti dell&#39;orto, nemmeno a dirlo visto il nome e la filosofia del locale. Ci sono i grandi classici come il <em>Tonnato</em>, riconosciuto e riconoscibile nel piatto, poi uno splendido <em>Carciofo cacio e ovo</em>, con carciofo cotto al vapore, salsa al tuorlo d&#39;uovo affumicato, l&#39;insalatina di gambo, e pecorino piemontese. Una grande <em>Animella, glassata al garum di lievito e aceto di mele, composta di mela cotogna, senape, rape e rapanelli</em>. E di nuovo classici di alto livello come i <em>Plin alle tre carni</em>, che chi ha fatto la scuola <strong>Alciati</strong> non pu&ograve; non fare perfettamente. E a dimostrazione che la carne &egrave; ancora centrale, il secondo &egrave; un <em>Sottospalla di fassona marinata al koji di riso e fieno aromatico</em>, con consistenze di barbabietole e mela Kissabel, fondo bruno alla mela, classica e potente.</p>

<p>[[ima8]]Il progetto di <strong>Giovanna</strong> e <strong>Serena Bagnasco</strong> insieme alla creativit&agrave; di <strong>Luca Zecchin</strong> sta creando buoni frutti e procede nel valorizzare i prodotti locali e la loro naturalit&agrave; dalla vigna alla cucina, senza dimenticare quel senso di profonda gratitudine per il territorio intorno, vera ricchezza delle Langhe.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/luca-zecchin-2.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/42424/dallitalia/coltivare-di-luca-zecchin-nelle-langhe-quando-lessere-agricoli-si-fa-ristorante.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/dallitalia.html">44</category>			</item>			<item>				<title>Storia, identità e (pregevoli) assaggi della Syrah, vanto di Cortona</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/136/42414/in-cantina/storia-identita-e-pregevoli-assaggi-della-syrah-vanto-di-cortona.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>La Syrah, vitigno internazionale di nobile lignaggio, ha intrapreso un percorso affascinante che l&#39;ha condotta dalle sue radici francesi fino ai paesaggi collinari della Toscana, trovando a Cortona una dimora d&#39;elezione. Qui, la sua storia si intreccia con quella di un territorio che celebra il buon vivere e le eccellenze gastronomiche, come testimonia l&#39;evento annuale <a href="https://www.chianinaesyrah.com/" rel="nofollow">Chianina &amp; Syrah</a>, che si &egrave; tenuto qualche settimana fa. Questa manifestazione non &egrave; solo una vetrina per i vini, ma un vero e proprio inno alla sinergia tra la terra, il vitigno e la carne Chianina, simbolo della tradizione culinaria locale.</p>

<p>Per lungo tempo avvolta nel mistero, l&#39;origine della Syrah &egrave; stata oggetto di leggende che la volevano persiana o siciliana. La scienza ampelografica ha poi svelato la sua vera identit&agrave;: un incrocio naturale tra i vitigni Mondeuse Blanche e Dureza, nato nella Valle del Rodano, in Francia, regione che ancora oggi rappresenta un punto di riferimento per la sua espressione pi&ugrave; autentica. La straordinaria capacit&agrave; della Syrah di adattarsi a climi e suoli diversi l&#39;ha resa una protagonista del panorama enologico mondiale. Che sia coltivata nelle calde valli australiane come Shiraz o nei freschi pendii del Rodano, la Syrah mantiene un profilo riconoscibile, caratterizzato da frutti scuri, note speziate e una struttura tannica elegante, pur esprimendo sfumature uniche a seconda del terroir. In Italia, ha trovato condizioni particolarmente favorevoli: in Sicilia, il sole generoso le conferisce opulenza e potenza, mentre in Toscana, e in particolare a Cortona, assume un carattere pi&ugrave; misurato e raffinato, coniugando intensit&agrave; aromatica e una notevole finezza.</p>

<p>[[ima2]][[ima3]]Negli ultimi decenni, Cortona si &egrave; affermata come uno dei baluardi della Syrah italiana. Sebbene le prime attestazioni del vitigno in Italia risalgano al 1828, &egrave; a partire dagli anni Settanta del Novecento che la sua presenza nel territorio cortonese si &egrave; consolidata, grazie alla visione e alla dedizione di produttori che ne hanno intuito il potenziale. Tra questi, <strong>Stefano Amerighi</strong>, presidente del <a href="https://www.cortonavini.it/it/" rel="nofollow">Consorzio Vini Cortona</a>&nbsp;e figura chiave nella rinascita qualitativa della denominazione, ha saputo portare la Syrah di Cortona all&#39;attenzione internazionale.</p>

<p><strong>Amerighi</strong> sottolinea la resilienza del vitigno di fronte alle sfide del cambiamento climatico, affermando che la Syrah ha dimostrato grandi capacit&agrave; di adattamento, come dimostra il fatto che nella Valle del Rodano, uno dei territori, &egrave; chiamato &quot;terra bruciata&quot;, a testimonianza della notevole resistenza di quest&#39;uva. Guardando al futuro, le prospettive sono altrettanto promettenti, poich&eacute; la Syrah si presta a diverse vinificazioni, dal rosato al grappolo intero, e offre finezza e morbidezza al palato, risultando un vino franco e bevibile, in linea con le attuali richieste dei consumatori. Vi &egrave; anche un potenziale di espansione in nuove aree, specialmente in territori ad altitudini superiori, suggerendo nuove frontiere per questo versatile vitigno.</p>

<p>[[ima4]]La manifestazione <em>Chianina &amp; Syrah</em>&nbsp;offre un&#39;occasione unica per esplorare le molteplici sfaccettature di questo vitigno. Di seguito, una selezione di Syrah assaggiate, che rivelano la diversit&agrave; di interpretazioni e stili che la Syrah pu&ograve; esprimere quando incontra mani e luoghi differenti.</p>

<h3>&nbsp;</h3>

<h3><strong><a href="https://www.cantinacanaio.it/" rel="nofollow">Cantina Canaio</a> Cortona Doc Syrah Calice 2024</strong></h3>

<p>Questo vino si presenta con un colore rubino brillante, attraversato da riflessi violacei. Al naso si apre con aromi freschi di violetta e piccoli frutti di bosco, con un sottofondo delicatamente speziato. Al palato, la sua vivacit&agrave; &egrave; sorprendente, sostenuta da una succosit&agrave; avvolgente e un finale persistente che lascia una sensazione di calore e appagamento.</p>

<h3>&nbsp;</h3>

<h3><strong><a href="https://fabriziodionisio.it/" rel="nofollow">Fabrizio Dionisio</a> Cortona Doc Syrah Linfa 2024</strong></h3>

<p>Caratterizzato da un colore rosso granato tenue e trasparente, questa&nbsp;Syrah incanta con un bouquet di fiori di campo, erbe aromatiche mediterranee e un tocco terroso, che evoca la freschezza del sottobosco. In bocca, la sua dinamicit&agrave; &egrave; evidente, con una freschezza vibrante e un&#39;autenticit&agrave; che culmina in un finale progressivo e armonioso.</p>

<h3>&nbsp;</h3>

<h3><strong><a href="https://www.antinori.it/it/tenuta/tenute-italia/la-braccesca/" rel="nofollow">La Braccesca</a> Cortona Doc Syrah Achelo 2024</strong></h3>

<p>Un rosso porpora intenso e profondo anticipa un naso complesso, dove note minerali si fondono con sentori di inchiostro e frutti neri maturi, come il ribes nero. Al gusto, si rivela corposo e succoso, con una notevole freschezza e tannini ben integrati che conferiscono autenticit&agrave;. Il finale &egrave; di media lunghezza, lasciando un ricordo fruttato e minerale.</p>

<h3>&nbsp;</h3>

<h3><strong><a href="https://www.poggiosorbello.it/it/" rel="nofollow">Poggio Sorbello</a> Cortona Doc Syrah Riserva 2020</strong></h3>

<p>Con un colore porpora di straordinaria intensit&agrave;, questa Riserva offre un profilo olfattivo elegante e avvolgente, con aromi di frutta rossa matura, spezie dolci e un leggero sentore balsamico. Al palato, la sua morbidezza &egrave; bilanciata da una vivace acidit&agrave;, che conduce a un finale lungo, complesso e profondamente soddisfacente, espressione di grande equilibrio e maturit&agrave;.</p>

<h3>&nbsp;</h3>

<h3><strong><a href="http://stefanoamerighi.it/" rel="nofollow">Stefano Amerighi</a> Cortona Doc Syrah 2023</strong></h3>

<p>Un rosso porpora pieno e concentrato introduce un bouquet aromatico distintivo, dove la liquirizia si unisce a note di inchiostro, un accenno di peperone verde e sfumature di erbe aromatiche. Al palato, si distingue per la sua eleganza e una struttura levigata, con tannini setosi e un finale lungo e persistente che ne esalta la complessit&agrave; e la personalit&agrave; unica.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/chianina-syrah-3jpg.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/136/42414/in-cantina/storia-identita-e-pregevoli-assaggi-della-syrah-vanto-di-cortona.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/136/in-cantina.html">136</category>			</item>			<item>				<title>Albura, il nuovo golosissimo progetto di Francesco D’Alessandro ad Avezzano
</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/42405/dallitalia/albura-il-nuovo-golosissimo-progetto-di-francesco-dalessandro-ad-avezzano.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>A poco pi&ugrave; di un&rsquo;ora d&rsquo;auto da Roma, oltre il traffico della capitale e la frenesia dei quartieri gastronomici pi&ugrave; battuti, esiste un&rsquo;altra geografia della cucina. Una carta che profuma di territorio e di brace con una forte identit&agrave;, libera, che supera le aspettative. Ad Avezzano, nel cuore della Marsica, ha aperto&nbsp;<a href="https://www.alburabistrot.it/" rel="nofollow">Albura Bistrot</a>, il nuovo progetto del cuoco <strong>Francesco D&rsquo;Alessandro</strong>.</p>

<p>Il locale nasce da un&rsquo;idea semplice ma molto difficile da realizzare: costruire uno spazio informale in cui la cucina ben eseguita possa essere vissuta senza fronzoli e idolatr&igrave;a. Niente rigidit&agrave;, niente liturgie gastronomiche troppo complicate. Albura &egrave; pensato come un luogo conviviale, dove si entra per una cucina golosa e tecnicamente solida con la possibilit&agrave; di sedersi al bancone e osservare il piatto mentre prende forma.</p>

<p>L&rsquo;albura &egrave; la parte viva dell&rsquo;albero, quella nascosta sotto la corteccia dove scorre la linfa e avvengono i processi vitali. Un&rsquo;immagine che parla di energia, trasformazione e movimento. Accanto a questa dimensione vegetale c&rsquo;&egrave; poi il fuoco: la brace, elemento centrale della cucina di D&rsquo;Alessandro, capace di trasformare la materia prima con una forza primitiva e diretta.</p>

<p>Classe 1994, il cuoco ha costruito il proprio percorso partendo dalla gavetta: per quasi dieci anni &egrave; stato sous-chef all&rsquo;<a href="https://www.mammarossa.it/" rel="nofollow">Osteria Mammar&ograve;ssa</a>&nbsp;di Avezzano, esperienza che gli ha permesso di consolidare tecnica, sensibilit&agrave; verso il prodotto, attenzione alla stagionalit&agrave;, e una cucina che non perde mai il legame con il territorio.&nbsp;Quando si trasferisce a Mentone, in Costa Azzurra, lavora con <strong>Mauro Colagreco</strong>. Prima nella brigata del <em>Mirazur</em> (3 stelle) e poi come sous-chef di <em>Casa Fuego</em>, la braceria dello chef. Qui approfondisce in modo radicale il rapporto con il fuoco: studio delle carni, delle cotture dirette, dei tempi della brace. Un bagaglio tecnico che oggi rappresenta uno dei pilastri della sua cucina.</p>

<p>[[ima2]]Il ritorno in Abruzzo coincide con una fase imprenditoriale intensa. Insieme alla famiglia prende vita una piccola costellazione di progetti gastronomici: <a href="https://www.sgranocchiapizzeria.it/" rel="nofollow">Sgranocchia Pizzeria</a> a Rocca di Mezzo, dedicata alla pizza romana sottile e croccante. Poi <a href="https://www.instagram.com/sgranocchia_forno/" rel="nofollow">Sgranocchia Forno</a> ad Avezzano, bakery contemporanea ispirata alle panetterie del Nord Europa e alla cultura della colazione ma con al centro il pane.</p>

<p>Albura Bistrot rappresenta il tassello pi&ugrave; maturo di questo percorso. Non un ristorante gastronomico in senso tradizionale, ma uno spazio dinamico in cui la cucina pu&ograve; essere vissuta con leggerezza concreta.&nbsp;Il menu segue la stessa logica. Piatti curati, tecnicamente precisi, ma pensati per essere condivisi senza formalit&agrave;. La brace gioca un ruolo centrale, ma non &egrave; mai un esercizio di stile. &Egrave; piuttosto uno strumento per esaltare ingredienti e stagioni anche con cotture lunghe.</p>

<p>Gli antipasti sono tutti da mettere al centro del tavolo: Fungo fritto, spinacino e limone sotto sale, Lattuga alla brace, salsa al vermouth, aringa affumicata. Sulla griglia il Diaframma con radicchio e olive, la Spalla di agnello arrosto o il Galletto alla brace. Sorprendenti i primi, testimoni dell&rsquo;esperienza del cuoco: Tubetti, salsa di cime di rapa affumicata vongole e limone oppure il Riso alla brace con zafferano, cotechino e cipollotto. Tutti i piatti hanno tridimensionalit&agrave;, morso, bilanciamento di consistenze e acidit&agrave;.</p>

<p>Accanto alla cucina, un altro elemento definisce l&rsquo;identit&agrave; del bistrot: il vino. La carta &egrave; ampia e costruita con attenzione, con una selezione che annovera etichette italiane e internazionali con grande spazio lasciato agli artigiani del vino. C&rsquo;&egrave; anche una buona proposta al calice, pensata per permettere agli ospiti l&rsquo;assaggio di pi&ugrave; vini grazie anche a ricarichi accessibili.</p>

<p>In un momento in cui la ristorazione tende spesso a diventare un&rsquo;esperienza impegnativa, sia economicamente sia formalmente, Albura propone un modello diverso. Cucina di ricerca, tecnica solida e ingredienti selezionati, ma inseriti in una dimensione quotidiana.&nbsp;&Egrave; anche questo uno dei valori della nuova gastronomia di provincia. Lontano dai riflettori pi&ugrave; intensi, giovani professionisti stanno costruendo progetti personali, capaci di tradurre il dialogo con il territorio parlando al mondo.</p>

<p>[[ima3]]Francesco D&rsquo;Alessandro appartiene a questa generazione. Non ama definirsi chef, preferisce il termine &ldquo;cuoco&rdquo;. Una scelta che racconta una visione precisa del mestiere: meno protagonismo e pi&ugrave; sostanza, meno distanza e pi&ugrave; condivisione.&nbsp;&Egrave; forse questa la nuova frontiera della cucina? Creare spazi in cui la qualit&agrave; non diventi mai ostentazione? Difficile capire quale sar&agrave; la linfa della ristorazione nei prossimi anni e come i problemi di sostenibilit&agrave; economica e ambientale troveranno sintesi con la voglia di stupire.&nbsp;Ad Avezzano, quella linfa oggi scorre dentro Albura. E racconta una storia gastronomica importante.</p>

<p><a href="https://www.alburabistrot.it/" rel="nofollow">Albura Bistrot</a><br />
via XX Settembre, 456<br />
Avezzano (L&#39;Aquila)<br />
+3908631680543<br />
<a href="https://www.alburabistrot.it/wp-content/uploads/2025/11/menu-autunno-albura.pdf" rel="nofollow">Piatti menu</a>: 7/60 euro<br />
Chiuso l&#39;intero marted&igrave; e domenica sera; a pranzo aperto solo domenica</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/1-albura.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/42405/dallitalia/albura-il-nuovo-golosissimo-progetto-di-francesco-dalessandro-ad-avezzano.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/dallitalia.html">44</category>			</item>			<item>				<title>Le pizze di Panisfizio a Jesolo, una storia d'amore con la materia prima </title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/42393/dallitalia/le-pizze-di-panisfizio-a-jesolo-una-storia-damore-con-la-materia-prima-.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>A Jesolo c&#39;&egrave; <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/462/34936/locali/panisfizio.html" rel="nofollow">Panisfizio</a>, la pizzeria che si si prende cura di te &ldquo;perch&eacute; sei un essere speciale&rdquo;, come cantava <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Franco_Battiato" rel="nofollow">Franco Battiato</a>. &laquo;Ed io avr&ograve; cura di te&raquo; ti assicura <strong>Orlando Bortolami</strong>, 59 anni, nato nell&#39;entroterra pordenonese e con il cuore illuminato da una lunga esperienza mediterranea con <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/6/502/chef-e-protagonisti/gennaro.html">Gennarino Esposito</a>. Non pensate di andare da <em>Panisfizio</em> per mangiare una pizza come le tante che trovate nell&#39;infinit&agrave; di locali intorno, sorti per fare business in un impero turistico che nella stagione estiva raggiunge le 500mila presenze quotidiane. Se conosci <strong>Bortolami</strong> non lo eviti: dimenticatevi i menu a prezzo fisso, i quattro salti in padella e i funghi in barattolo, da <em>Panisfizio</em> c&#39;&egrave; un marziano al tavolo di comando. <strong>Bortolami</strong> &egrave; passato dalle cucine stellate alla pizzeria per riappropriarsi del &ldquo;proprio&rdquo; tempo: &laquo;Nella vita - mi spiega - non &egrave; importante arricchirsi con il denaro se poi diventi povero del tuo tempo. Tempo per la cultura, tempo per gli affetti, tempo per te stesso e tempo per la ricerca, che &egrave; ci&ograve; che ti fa svegliare felice ogni giorno. Chiunque si contorna di ricerca, si contorna di vita&raquo;. E aggiunge: &laquo;Noi siamo la mosca bianca di Jesolo e abbiamo il compito di far capire ai turisti che la prima domanda da porsi quando si siedono a tavola &egrave;: &ldquo;So cosa sto mangiando?&rdquo;. Potrebbe essere qualsiasi cosa chimicamente trasformata per avvicinarsi al gusto che loro desiderano. S&igrave;, a Jesolo &egrave; facile fare denaro, ma per i nostri locali (oltre a quello principale, in estate ce ne sono aperti altri due, <em>ndr</em>) scelgo l&#39;etica&raquo;.[[ima2]]</p>

<p><strong>Bortolami</strong> ha irrobustito le sue idee leggendo <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Lev_Tolstoj" rel="nofollow">Lev Tolstoj</a>, frequentando con assiduit&agrave; la Francia per capire tutto quello che non funziona della cucina italiana, restando folgorato dai vini alchemici di <a href="https://www.giorgiomercandelli.com/" rel="nofollow">Giorgio Mercandelli</a> e mandando al diavolo la sua fobia per i formaggi dopo che in Cilento, entrato nella sala stagionatura di <strong>Antonio Madaio </strong>(quello di <a href="https://www.casamadaio.it/" rel="nofollow">Casa Madaio</a>), assaggi&ograve; istintivamente un pecorino bianco con i profumi della natura e il candido del latte. &laquo;Cammino per ore da solo &ndash; mi confida &ndash; sui sentieri di montagna e tra i boschi. Le idee e le risposte mi arrivano in quei momenti di pace e solitudine. Se ti fai delle domande, le risposte non tardano a giungere. &Egrave; la regola del &ldquo;perch&eacute;?&rdquo; ma anche quella del &ldquo;non lo so&rdquo; che insegno sempre ai ragazzi che lavorano con me. Non bisogna dare nulla per scontato n&eacute; credere di sapere gi&agrave; tutto, la ricerca richiede tempo: le porte al nuovo le puoi spalancare solo tu. L&#39;amore per quello che faccio &egrave; talmente intenso che pu&ograve; farti piangere. Mi &egrave; successo una sera con tanto caos in sala: ho mandato fuori un piatto che sapevo di aver sbagliato. Il cliente non se n&#39;&egrave; neppure accorto, ma io dopo 10 minuti sono andato a piangere in bagno e poi ho chiesto scusa a tutta la brigata&raquo;.</p>

<p>Lo chef marziano ha alle spalle un diploma da odontotecnico perch&eacute; i suoi genitori volevano &laquo;qualcosa di concreto. Niente scuola alberghiera? Va bene, ma poi faccio quello che voglio io&raquo;. E cos&igrave; &egrave; stato: &laquo;Ho sempre pensato alla cucina &ndash; spiega &ndash; come il luogo in cui esprimersi sentendosi abbracciato e apprezzato. Da ragazzino ho fatto lo scout, ero il cuciniere e vincevamo ogni sfida ai fornelli. Al campo in Abruzzo abbiamo sbaragliato la concorrenza con le zuppe di pane, le cotture alla brace, la pasta fatta a mano: avevo gi&agrave; capito che la qualit&agrave; della materia prima deve essere al centro di tutto. Se lavori con materia prima che non ha rispetto del territorio o del posto in cui vivi, c&#39;&egrave; qualcosa che non funziona&raquo;. E aggiunge: &laquo;Mamma, per esempio, &egrave; stata una bravissima cuoca fino a quando le uova sono state uova e la farina farina. Imbattibile nel tirare la sfoglia al mattarello, la aiutavo alla domenica con lasagne e tortellini. Poi &egrave; arrivata l&#39;inconsapevolezza del prodotto, lei si &egrave; arresa alla comodit&agrave; del supermercato e del surgelato senza rendersi conto di cio che ha perso. Ci provo ancora a spiegarle che l&#39;atto d&#39;amore nei confronti di chi condivide il cibo con lei &egrave; nel non servire veleno ma pietanze salubri, ma ormai si &egrave; omologata alla spesa del tutto confezionato. Ho dribblato la sua tavola anche a Natale, la cucina &egrave; cura, devi saper dialogare con la materia prima per volerti bene e stare bene con te stesso&raquo;.[[ima3]]</p>

<p>E cos&igrave; esce fuori prepotente il ricordo dell&#39;esperienza con <strong>Gennarino Esposito</strong>: &laquo;Potevo andare in tantissime cucine ma ho voluto la sua perch&eacute; sa esaltare con estrema semplicit&agrave; il prodotto: uno spaghetto al pomodoro, una zuppa di pesce... Sono sapori che la gente riconosce perch&eacute; con loro ha un confronto quotidiano. Allora capisci quanto sia importante trovare il pomodoro giusto e saperlo mettere in equilibrio con il basilico e l&#39;origano, per esempio. Per riuscirci devi avere un contatto stretto con la natura e con chi fa il prodotto. I produttori devi andare a conoscerli sui loro terreni, guardarli negli occhi, diventarci amico. Devono essere il tuo specchio: loro hanno bisogno di me e io di loro. Non deve essere una questione di prezzo, ce ne sono alcuni che voglio pagare di pi&ugrave; per timore di non ritrovarli l&#39;anno dopo&raquo;.<strong> Bortolami</strong> parla con i fatti, cos&igrave; mi porta all&#39;azienda agricola biodinamica <a href="https://www.biodinamicasanmichele.it/" rel="nofollow">San Michele</a>, pochi chilometri dalla pizzeria, immersa nella campagna. Nasce nel 1987 dall&#39;intraprendenza di sette giovani che, indebitandosi pesantemente per l&#39;acquisto di un podere, intendevano condurlo secondo il metodo biodinamico, guidati dal motto &ldquo;fare un po&rsquo; di pi&ugrave; di quello che si pu&ograve;&rdquo; e affascinati dalla visione ecologica di agricoltura sostenibile e solidale con la natura proposta dal filosofo tedesco <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Rudolf_Steiner" rel="nofollow">Rudolf Steiner</a>. &laquo;Eravamo squattrinati ma pieni di ideali &ndash; mi racconta <strong>Anito Bonadio</strong>, direttore e co-fondatore dell&#39;azienda - Non avevamo esperienza nel settore, ma credevamo nel nostro progetto al punto d&#39;investirci persino la liquidazione di uno di noi, insegnante di matematica. Ma oggi possiamo dire di essere uno degli esempi pi&ugrave; riusciti nell&#39;ambito dell&#39;attivit&agrave; di coltivazione biodinamica&raquo;. Su 150 ettari di terreno, pari a 300 campi da calcio, si allevano vacche pezzate rosse, scorrazzano galline ovaiole, stazionano alveari per il miele millefiori, si coltivano grani antichi teneri e duri, ogni genere di ortaggi, oltre alle mele. Questa &egrave; la dispensa quotidiana di <em>Panisfizio</em>. [[ima4]]</p>

<p>Lo chef &egrave; chiaro: &laquo;Non mi ergo a giudice e non critico le scelte degli altri. Se tu non vuoi mangiare biologico non c&#39;&egrave; problema, ma se poi il glifosato che utilizzi nelle tue coltivazioni rischio di ritrovarlo nell&#39;acqua, mi limita nella libert&agrave; di avere un prodotto sano e le conseguenze dei casini odierni ricadranno sulle generazioni future. Il mio concetto di pizza nasce dal totale rispetto della materia prima, bisogna usare ingredienti semplici che arrivano a tutti e che tutti sappiano riconoscere, mantenendo inalterati i sapori: &ldquo;sentire&rdquo; un grande olio, un grande fiordilatte o un grande pomodoro &egrave; gi&agrave; tantissimo. Ho voluto puntare sulla pizza perch&eacute; mangiare bene non deve essere un privilegio, ma una possibilit&agrave; accessibile a tutti. Per me i concetti di buono ed etico coincidono ed &egrave; indispensabile fare ricerca e sperimentazione. L&#39;impasto di <em>Panisfizio</em> &egrave; il risultato di anni di studio sul lievito madre, la sua forza &egrave; data dai batteri lattici puri che scompongono il glutine e sprigionano il profumo del grano e delle farine che utilizziamo. Ne risulta un prodotto altamente digeribile, leggero, friabile e croccante. Sono inoltre convinto che la pizza non abbia bisogno di essere sommersa di ingredienti e topping, occorre togliere per identificare, togliere per non confondere... Ogni pizza in menu &egrave; come se fosse la pi&ugrave; pura delle ricette&raquo;. La filosofia che sta dietro le proposte di <em>Panisfizio</em> affonda le radici nella &ldquo;<em>cucina retro innovativa</em>&rdquo; di stile mediterraneo che unisce ricette storiche della tradizione alle attuali conoscenze e tecnologie, nel pieno rispetto dell&#39;essenza delle materie prime e dell&#39;impegno dei produttori. In questo locale, magistralmente diretto da <strong>Riccardo Cecchinato</strong> e realizzato con eleganza e cura dei dettagli dall&#39;interior design <strong>Kama Michel Angela Prompavat</strong>, scordatevi due parole tanto di moda: gourmet ed intelligenza artificiale. Lo chef non si pavoneggia, come tanti colleghi, con il primo vocabolo e sta alla larga dal secondo.[[ima5]]</p>

<p>Qui tutto &egrave; talmente genuino che la carta pizze &egrave; soggetta a ritocchi giornalieri, in base a quello che di meglio offre l&#39;orto. Quindi se seguire la stagionalit&agrave; delle materie prime &egrave; un obbligo, cadere in tentazione di fronte a un pomodoro o a un carciofo speciale &egrave; un atto quotidiano quando si fa la spesa in azienda. Le proposte di <strong>Bortolami</strong> sono un costante work in progress, dove la scoperta di una verdura, ma anche di un formaggio o di un salume diventano insieme sfida e divertimento per trovare loro la giusta combinazione ed equilibrio affinch&eacute; possano esprimersi al meglio. &laquo;Ho difficolt&agrave; &ndash; spiega &ndash; solo con la cipolla e l&#39;aceto, sono due ingredienti troppo forti che vanno a modificare e a togliere equilibrio all&#39;insieme. Li evito&raquo;.</p>

<p>Da <em>Panisfizio</em> la pizza &egrave; proposta in tre versioni: la napoletana (resta la pi&ugrave; richiesta), la spianata e la ripiena, tutte rispettose dei quattro punti cardinali, ovvero qualit&agrave;, sostenibilit&agrave;, etica e competenza. &laquo;Di solito &ndash; sottolinea <strong>Bortolami</strong> &ndash; il pizzaiolo fa il pizzaiolo e il ristoratore fa il ristoratore. Io sono diventato pizzaiolo da ristoratore, quindi ne conservo l&#39;approccio, il rigore tecnico, i diversi metodi di cottura e persino il taglio delle verdure. Ogni topping &egrave; studiato e costruito come una cucina vera e propria&raquo;. Quello che ti colpisce sono proprio le combinazioni degli ingredienti, studiati anche perch&eacute; diventino tavolozze di colori, a volte caldi, a volte delicati. Cos&igrave; anche la tradizionale <em>Vegetariana</em> &egrave; un tripudio di tonalit&agrave; esaltate dal biologico che ritrovi in ogni componente: dalla salsa di pomodoro pelato al fiordilatte <em>Antica Latteria</em> di Tramonti, dalla ricotta di bufala alle verdure stagionali in varie consistenze dell&#39;orto biodinamico <em>San Michele</em>... Ci sono anche pizze come la <em>Friuli Venezia Giulia</em> che raccontano una storia: &laquo;In Friuli Venezia Giulia i triestini tendono a restare triestini, i friulani friulani. Questa pizza vuole unire l&#39;intero territorio: c&#39;&egrave; il formaggio frant, tipico della Carnia, ovvero del Friuli pi&ugrave; intransigente, abbinato al prosciutto cotto affumicato friulano, il tutto unito da una gratuggiata abbondante di rafano. Stare bene insieme &egrave; pi&ugrave; facile di quanto si pensi&raquo;.[[ima6]]</p>

<p>In carta ci sono diversi tipi di <em>Margherita, </em>a seconda della variet&agrave; dei pomodori, del fiordilatte, della ricotta, della mozzarella di bufala: &egrave; la pizza pi&ugrave; richiesta ma &egrave; anche la pi&ugrave; difficile da preparare perch&eacute; &egrave; quella che pi&ugrave; di ogni altra pu&ograve; esaltare la panificazione e i suoi ingredienti. La sperimentazione dello chef la tocchi con mano (e palato) in ogni proposta che non &egrave; altro che il racconto di un territorio e di ci&ograve; che produce &ldquo;con cura&rdquo;. La ritrovi nella pizza <em>Broccolo in due consistenze</em> e <em>salsiccia</em> <em>fatta in casa</em> o ancora in quella <em>Fave, pere e tre stagionature di pecorino</em> (la mia preferita). Ti sembra davvero di fare un giro in un orto ben fornito, dove riuscirai a sorprenderti anche dall&#39;utilizzo di verdure non banali come il cavolo nero ripassato in padella con carote e poi abbinato alla ricotta o anche dal connubio dei carciofi con la menta o dei peperoni saltati in padella con la porchetta. Originalit&agrave; e succulenza. &laquo;Non sono un marziano &ndash; sorride <strong>Orlando </strong>- Quello che ho fatto io lo possono fare tutti se vogliono. Un esempio? A novembre mi sono arrabbiato molto con me stesso perch&eacute; non sapevo il francese. Subito dopo mi sono detto: dov&#39;&egrave; il prioblema? Se non lo sai imparalo e io oggi so il francese. Se lo vuoi, lo fai. &Egrave; cos&igrave; in tutte le cose. L&#39;altra cosa importante &egrave; non essere mai geloso di quello che realizzi: mai pensare che le cose tue sono tue. Io non avrei fatto quello che ho fatto se non avessi trovato persone con la voglia di condividere il loro pensiero. Se non fosse cos&igrave;, resteremmo degli sterili microcosmi. Anche per questo ho preso molto seriamente il compito di formazione. Non ho figli, ma sto crescendo una nuova generazione trasmettendo loro tutto quello che posso. Le nostre scuole servono a poco, dovrebbero tenere lontani i ragazzi dalle padelle fino al quinto anno: i primi 4 dovrebbero servire per parlare di materia prima, per farla conoscere, per imparare a dialogarci insieme&raquo;.</p>

<p>[[ima7]] La sua brigata &egrave; giovane e sorridente, lo chef &egrave; un motivatore ma sa anche che bastone e carota devono viaggiare sugli stessi binari. S&#39;impara sbagliando ma senza mai arrendersi. E lo intuisci quando ti parla con orgoglio di<strong> Tessa Ceschin</strong>, che con i suoi 18 anni &egrave; la pi&ugrave; piccola della brigata. &Egrave; arrivata piena di ansie, paure, pensava di arrendersi. <strong>Orlando</strong> l&#39;ha stimolata e oggi sta lavorando a una pasticceria che non ha nulla da togliere a un ristorante stellato: provate la <em>Torta flan al cioccolato</em> e la reinterpretazione del <em>Tiramis&ugrave;</em> con <em>mascarpone artigianale, caff&egrave; e crumble di mandorle e nocciole</em>. Lo confesso: ho peccato (di gola) chiedendo il bis.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/orlando-bortolami-.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/42393/dallitalia/le-pizze-di-panisfizio-a-jesolo-una-storia-damore-con-la-materia-prima-.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/dallitalia.html">44</category>			</item>			<item>				<title>Freschezza e contemporaneità: così Federico Zappalà esalta la Pera dell'Emilia Romagna IGP</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/167/42404/ricette-dautore/freschezza-e-contemporaneita-cosi-federico-zappala-esalta-la-pera-dellemilia-romagna-igp.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>&nbsp;</p>

<p><strong>RICCIOLA MARINATA, PERA E LIMONE</strong> con <em>pere&nbsp;Abate F&eacute;tel</em> e <em>Decana del Comizio<br />
<br />
Ingredienti<br />
Per la ricciola marinata al limone e salvia</em><br />
500 g di filetto di ricciola<br />
1l&nbsp;di acqua<br />
30 g di sale<br />
10 g di zest di limone<br />
Polvere di salvia q.b.</p>

<p><em>Per il&nbsp;ceviche di pera e limone</em><br />
75 g di centrifuga di Pera dell&rsquo;Emilia Romagna IGP Abate F&eacute;tel<br />
25 g di succo di limone<br />
1 g di sale<br />
5 g di cipolla rossa<br />
1 g di pepe di Timut<br />
2,5 g di zenzero<br />
0,15 g di gomma xantana</p>

<p><em>Per le perle di tapioca all&rsquo;aneto e di pera</em><br />
10 g di perle di tapioca<br />
10 g di aneto<br />
20 g di olio di semi di girasole<br />
20 g di olio evo<br />
1 Pera dell&rsquo;Emilia Romagna IGP Decana del Comizio</p>

<p><em>Per la composizione finale</em><br />
1 filo di olio evo<br />
Foglie di aneto q.b.<br />
Fiori di borragine q.b.<br />
Olio all&rsquo;aneto q.b.</p>

<p>&nbsp;</p>

<p><strong>PROCEDIMENTO</strong><br />
<em>Per la ricciola marinata al limone e salvia</em><br />
Preparare la salamoia in acqua bollente con sale e zest di limone;&nbsp;a fuoco spento lasciare in infusione 30 minuti, poi filtrare. Lasciare marinare per un&#39;ora la ricciola tagliata per il lungo in striscioline, scolare, asciugare e cospargere di polvere di salvia. Allineare le striscioline formando un cilindro e chiudere con la pellicola;&nbsp;poi a freddo tagliare una fetta dallo&nbsp;spessore di 1,5 cm.</p>

<p><em>Per il&nbsp;ceviche di pera e limone</em><br />
Utilizzare&nbsp;una&nbsp;pera Abate F&eacute;tel: succosa e aromatica, &egrave; ottima in cucina per preparare succhi e marinature. Unirla a tutti gli ingredienti tranne la gomma xantana, mettere sottovuoto a marinare per un&#39;ora; poi frullare con la xantana per addensare la salsa.</p>

<p><em>Per le perle di tapioca all&rsquo;aneto e di pera</em><br />
Preparare un olio all&rsquo;aneto, riscaldarlo portandolo&nbsp;a 70&deg;C, filtrare e lasciare raffreddare velocemente. Cuocere la tapioca in abbondante acqua salata per 10 minuti, raffreddare e immergere nell&rsquo;olio all&rsquo;aneto. Con uno scavino ricavare piccole sfere di pera Decana, perfetta per creare palline dolci e sode che mantengono la loro forma.</p>

<p><em>Per la composizione finale</em><br />
Lucidare il medaglione di ricciola con un filo d&rsquo;olio evo e impiattarlo al centro. Disporre intorno alla ricciola le perle di pera, le perle di tapioca, foglie di aneto e fiori di borragine. Aggiungere qualche goccia di olio all&rsquo;aneto nella salsa alla xantana e versarla a completamento del piatto.</p>

<p>&nbsp;</p>

<p><b>CR&Egrave;ME CARAMEL AL GORGONZOLA, PERA AL VIN BR&Ucirc;L&Eacute; E NOCI </b>con <em>pere&nbsp;Kaiser, Williams e Abate F&eacute;tel</em><br />
[[ima2]]<em>Ingredienti</em><br />
<em>Per il flan di gorgonzola</em><br />
200 g di panna fresca<br />
40 g di tuorlo d&rsquo;uovo<br />
60 g di gorgonzola<br />
3 g di sale</p>

<p><em>Per il caramello di kombucha di pera</em><br />
1 l&nbsp;di kombucha di pera</p>

<p><em>Per la pera Abate F&eacute;tel all&rsquo;arancia</em><br />
1 Pera dell&rsquo;Emilia-Romagna IGP Abate F&eacute;tel<br />
Succo d&rsquo;arancia q.b.<br />
Olio evo q.b.<br />
Sale q.b.</p>

<p><em>Per la pera Williams al vino rosso</em><br />
1 Pera dell&rsquo;Emilia Romagna IGP Williams<br />
100 ml di vino rosso<br />
5 g di zucchero</p>

<p><em>Per la pera Kaiser speziata</em><br />
1 Pera dell&rsquo;Emilia Romagna IGP Kaiser<br />
100 ml di acqua<br />
1 g di chiodi di garofano<br />
1 g di pepe di Assam<br />
1 g di pepe lung<br />
3 g di cannella</p>

<p><em>Per il crumble di noci</em><br />
40 g di noci tritate grossolanamente<br />
50 g di farina 00<br />
35 g di burro<br />
20 g di parmigiano<br />
1 g di sale</p>

<p><strong>PROCEDIMENTO</strong><br />
[[ima3]]<em>Per il flan</em><br />
Frullare tutti gli ingredienti, filtrare il composto e sgasarlo con l&rsquo;aiuto del sottovuoto. Versare in una placca ben imburrata, coprirla&nbsp;con della pellicola e cuocere a vapore a 85&deg;C per 10 minuti. Raffreddare il flan e tagliarlo con un coppapasta dal diametro di 7 cm.</p>

<p><em>Per la kombucha</em><br />
Mettere la kombucha di pera in un pentolino, far bollire e ridurre fino a&nbsp;ottenere una colorazione e una consistenza simile a&nbsp;un caramello.</p>

<p><em>Per la Abate F&eacute;tel</em><br />
Per il suo alto tenore zuccherino, la <em>Abate F&eacute;tel</em> crea un piacevole contrasto tra la sua dolcezza e l&rsquo;acidulo dell&rsquo;agrume. Tagliare la pera a fette dello spessore di 2 mm e poi procedere con un coppapasta dal diametro di 2,5 cm. Condire con olio, sale e succo d&rsquo;arancia.</p>

<p><em>Per la Williams</em><br />
Succosa, dolce e dal sapore intenso, la <em>Williams</em> &egrave; perfetta per dare gusto e profumo a questo piatto. Mettere vino rosso e zucchero in un pentolino e portarli a riduzione del 50%. Tagliare la pera a fette dello spessore di 2 mm e poi tagliare con un coppapasta dal diametro di 3 cm. Mettere sottovuoto i dischi di pera con la riduzione di vino per 30 minuti e scolare.</p>

<p><em>Per la Kaiser</em><br />
La <em>Kaiser </em>&egrave; la scelta perfetta per accentuare gli aromi speziati di questa ricetta. Mettere tutti gli ingredienti, esclusa&nbsp;la pera in un pentolino, portare a bollore e lasciar sobbollire per un&#39;ora. Filtrare e far raffreddare. Tagliare la pera a fette dello spessore di 2 mm e poi tagliarle con un coppapasta dal diametro di 2 cm. Mettere sottovuoto i dischi di pera con il brodo speziato per 30 minuti e scolare.</p>

<p><em>Per il crumble</em><br />
In una ciotola unire tutti gli ingredienti escluso&nbsp;il burro. Aggiungere il burro tagliato a cubetti e lavorare fino a&nbsp;ottenere un composto sabbioso. Cuocere il crumble a 180&deg;C per 15 minuti.</p>

<p><em>Per la composizione finale</em><br />
Disporre il disco di flan di gorgonzola al centro del piatto, ricoprirlo con un fine strato di caramello di kombucha di pera. Attorno al &ldquo;cr&egrave;me caramel&rdquo; disporre il crumble e, a completare, posizionare al di sopra i dischi di pera marinata.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/ricetta-142-pera-dellemilia-romagna-igp-2.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/167/42404/ricette-dautore/freschezza-e-contemporaneita-cosi-federico-zappala-esalta-la-pera-dellemilia-romagna-igp.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/167/ricette-dautore.html">167</category>			</item>			<item>				<title>Il Risotto del Ratanà non è lo stesso per chi soffre di disturbi alimentari</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/42392/dallitalia/il-risotto-del-ratana-non-e-lo-stesso-per-chi-soffre-di-disturbi-alimentari.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Hai mai avuto paura di mangiare? C&rsquo;&egrave; un momento, prima ancora che il boccone sfiori le labbra, in cui tutto si ferma. Non per fame, tanto meno per gusto; &egrave; quell&rsquo;istante sospeso in cui il cibo smette di essere tale e diventa specchio, confessione, resa dei conti.<br />
<br />
Al <a href="https://www.ratana.it/" rel="nofollow">Ratan&agrave;</a> l&rsquo;incontro arriva senza preavviso. Entri, il tepore della sala ti avvolge e una frase dello chef <strong>Cesare Battisti</strong> penetra come un filo invisibile, che scuote senza ferire: &laquo;L&rsquo;identit&agrave; nasce dal confronto tra esseri umani&raquo;. Ci chiediamo spesso cosa significhi conoscere s&eacute; stessi ma raramente pensiamo che la risposta possa celarsi nel gesto quotidiano del nutrirsi. E invece &egrave; l&igrave;, tra un assaggio e l&rsquo;altro, che si intrecciano desiderio e timore. Quanto di noi si rivela in ci&ograve; che decidiamo di assaggiare? Quanto resta nascosto nei bocconi lasciati intatti?</p>

<p><br />
Da Cesare ogni piatto racconta una storia ma quando convivi con un disturbo alimentare una degustazione smette di essere un gioco e diventa una prova di vita. &Egrave; il Risotto alla Vecchia Milano. Lo desideri, lo brami. Ma la forchetta trema tra le dita, il cuore scalpita e il respiro si fa corto. Non &egrave; fame, &egrave; un duello. Sul piatto, il giallo del riso esplode senza esitazioni: ogni chicco sembra trattenere il peso di una parola non detta, di una promessa sospesa. Il midollo, morbido e avvolgente, si intreccia con la gremolada che come una lieve scossa, ricuce ogni dissonanza. &Egrave; Milano raccontata in tre gesti dove tutto sembra perfetto.<br />
<br />
Ed &egrave; l&igrave;, in quell&rsquo;istante sospeso, che si svela la verit&agrave;. Un piatto lasciato a met&agrave; non &egrave; mancanza di rispetto ma il racconto muto di una battaglia intima. La volont&agrave; di andare fino in fondo e il terrore di farlo davvero. &Egrave; difficile da spiegare, per molti &egrave; solo cibo ma per altri, molti altri, &egrave; un&rsquo;ombra che sovrasta il cuore. Ogni boccone diventa una scelta, ogni pausa un confronto, ogni gesto un piccolo esame di coraggio. E in quella tensione, tra brivido e bellezza, il piatto smette di essere materia e diventa specchio: della citt&agrave;, dei suoi sapori e di se stessi.<br />
<br />
Eppure accade ogni giorno che la ristorazione accolga storie fragili che non fanno rumore. Nessuno sente il terremoto invisibile che ti scuote quando il piatto sfiora il tavolo. Mentre gli altri sorridono, tu combatti in silenzio. Il senso di colpa aumenta, la vergogna si fa incessante e mentre cerchi di nascondere la mano tremante, lo sguardo si perde e tutto si ferma.<br />
<br />
Ma in fondo, quel risotto lasciato a met&agrave;, non parla di mancanza di apprezzamento ma di un piccolo segreto condiviso tra chi cucina e chi assaggia. &Egrave; l&igrave;, nel silenzio di un boccone lasciato in sospeso che si apre la possibilit&agrave; di incontrarsi, di riconoscersi, di sentirsi visibili nella propria fragilit&agrave;. Forse il cibo non guarisce, forse non risolve ma ricorda che esistiamo, proviamo e ci cerchiamo tra i gesti quotidiani.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/risotto-vecchia-milano-2-1.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/42392/dallitalia/il-risotto-del-ratana-non-e-lo-stesso-per-chi-soffre-di-disturbi-alimentari.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/dallitalia.html">44</category>			</item>			<item>				<title>Ecco la giuria della finale italiana della S.Pellegrino Young Chef Academy Competition</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/42408/dallitalia/ecco-la-giuria-della-finale-italiana-della-spellegrino-young-chef-academy-competition.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>La <a href="https://www.sanpellegrinoyoungchefacademy.com/" rel="nofollow">S.Pellegrino Young Chef Academy</a><strong> </strong>ha annunciato oggi a <a href="https://www.identitagolosemilano.it/" rel="nofollow">Identit&agrave; Golose Milano</a><strong> </strong>la giuria della finale regionale italiana della <em>S.Pellegrino Young Chef Academy Competition 2026-27</em>, progetto con cui il <a href="https://www.sanpellegrino-corporate.it/" rel="nofollow">Gruppo Sanpellegrino</a> investe nella nuova generazione di chef, creando un sistema che mette in relazione formazione, mentoring e confronto internazionale. Una piattaforma che guarda al futuro della gastronomia partendo da chi oggi la sta costruendo, promuovendo una visione pi&ugrave; consapevole, inclusiva e sostenibile.</p>

<p>&Egrave; in questo contesto che prende forma la <em>Competition</em>, il percorso biennale che coinvolge chef under 30 da tutto il mondo e li accompagna, tra selezioni e finali, in un&rsquo;esperienza di crescita che va oltre la competizione. Le candidature per la sua settima edizione <a href="https://www.sanpellegrinoyoungchefacademy.com/the-competition/application-form" rel="nofollow">sono aperte</a> fino al 9 giugno 2026, offrendo ai giovani professionisti l&rsquo;opportunit&agrave; di partecipare presentando un signature dish capace di esprimere abilit&agrave; tecniche, creativit&agrave; e personal belief.</p>

<p>[[ima3]]Tutte le candidature saranno inizialmente valutate da <a href="https://www.alma.scuolacucina.it/" rel="nofollow">Alma</a> (la Scuola Internazionale di Cucina Italiana), che selezioner&agrave; gli chef che accederanno alle 15 finali regionali in programma a livello globale. La giuria regionale, composta da cinque chef tra i pi&ugrave; autorevoli della scena gastronomica contemporanea, avr&agrave; il compito di valutare i finalisti attraverso l&rsquo;assaggio dei loro signature dish e selezionare il talento che rappresenter&agrave; l&rsquo;Italia alla <em>Grand Finale</em>.</p>

<p>A comporre la giuria sar&agrave; <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/6/7279/chef-e-protagonisti/giuseppe.html">Giuseppe Iannotti</a>, chef di <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/11286/ristoranti/kresios.html">Kr&egrave;sios</a> a Telese Terme (Benevento), due stelle Michelin, figura tra le pi&ugrave; riconoscibili della ristorazione italiana contemporanea, noto per un approccio sperimentale che integra tecnica e innovazione in un percorso fortemente identitario. Accanto a lui<strong> </strong><a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/60/40810/premi-alle-giovani-stelle/arianna-gatti.html">Arianna Gatti</a>, alla guida di <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/33002/ristoranti/forme.html">Forme Restaurant</a> a Brescia, premiata come <em>Miglior Chef Donna </em>dalla<em> </em><a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/203/guida-ristoranti.html">Guida di Identit&agrave; Golose ai Ristoranti d&#39;autore 2026</a>, che sviluppa una cucina centrata sulla materia prima e su una rilettura personale della tradizione, con attenzione alla precisione e alla coerenza del gusto. Completa la giuria <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/6/30657/chef-e-protagonisti/pierpaolo.html">Richard Abou Zaki</a>, chef di <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/19928/ristoranti/retroscena.html">Retroscena</a> a Porto San Giorgio (Fermo), una stella Michelin, espressione di una nuova generazione di chef che coniuga influenze internazionali e sensibilit&agrave; italiana in una cucina immediata e riconoscibile. Insieme a lui <strong>Marco Galtarossa</strong>, executive chef di <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/35615/ristoranti/villa-elena.html">Villa Elena</a> a Bergamo, due stelle Michelin, il cui lavoro si distingue per un approccio contemporaneo fondato su rigore tecnico e ricerca, e <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/6/21317/chef-e-protagonisti/solaika.html">Solaika Marrocco</a>, chef di <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/14352/ristoranti/primo.html">Primo Restaurant</a> a Lecce, una stella Michelin, interprete di una cucina personale che parte dal territorio per costruire un linguaggio attuale e distintivo.</p>

<p>[[ima2]]&laquo;La <em>S.Pellegrino Young Chef Academy</em> rappresenta il nostro impegno concreto verso il futuro della gastronomia e verso una generazione di chef che ha la responsabilit&agrave; e la capacit&agrave; di cambiare le cose. Crediamo che il talento culinario, quando &egrave; guidato da valori solidi e da una visione responsabile, possa diventare un motore di cambiamento reale. Per questo investiamo in questi giovani: non solo per scoprire chi cuciner&agrave; meglio domani, ma per costruire insieme un&rsquo;idea di gastronomia che sia pi&ugrave; consapevole, pi&ugrave; inclusiva e pi&ugrave; sostenibile&raquo;&nbsp;dichiara <strong>Ilenia Ruggeri</strong>, direttore generale di <em>Gruppo Sanpellegrino</em>.</p>

<p>Durante la finale regionale, i membri della giuria valuteranno ogni signature dish secondo tre criteri fondamentali, ciascuno con un punteggio da 1 a 10:</p>

<ul>
	<li><em>Abilit&agrave; tecnica</em>: competenza tecnica in tutte le fasi di lavorazione delle materie prime selezionate, dalla scelta alla trasformazione, dalle tecniche di cottura all&rsquo;equilibrio dei sapori.</li>
	<li><em>Creativit&agrave;</em>: capacit&agrave; di costruire un&rsquo;identit&agrave; culinaria autentica e contemporanea attraverso la sperimentazione di nuove idee e approcci creativi. Attitudine a combinare estetica, gusto e originalit&agrave;, raccontando una storia personale attraverso ogni piatto, con attenzione al dettaglio, all&rsquo;innovazione e all&rsquo;esperienza complessiva.</li>
	<li><em>Personal Belief</em><strong>:</strong> lo spazio in cui gli chef esprimono chi sono oggi e chi aspirano a diventare. Il piatto deve andare oltre la corretta esecuzione, riflettendo valori, intenzioni e senso di responsabilit&agrave; verso il futuro della gastronomia. Il testo a corredo, redatto dallo chef, aiuter&agrave; la giuria a interpretare il piatto attraverso l&rsquo;autenticit&agrave; e la coerenza delle scelte compiute. Nel complesso, il piatto deve comunicare un&rsquo;identit&agrave; culinaria chiara e una visione per il futuro.</li>
</ul>

<p>[[ima4]]Il vincitore della finale regionale italiana acceder&agrave; alla <em>Grand Finale</em> internazionale, in programma a Milano nel 2027, dove si confronter&agrave; con i migliori giovani chef provenienti da tutto il mondo per il <em>S.Pellegrino Young Chef Academy Award</em>. La <em>Competition</em> prevede inoltre tre premi collaterali, accanto al riconoscimento principale: il <em>S.Pellegrino Social Responsibility Award</em>, assegnato da&nbsp;<a href="https://thesra.org/" rel="nofollow">The Sustainable Restaurant Association</a>, che cura il programma <em>Food Made Good</em>; l&rsquo;<em>Acqua Panna Connection in Gastronomy Award</em>, votato dai mentor della <em>Competition</em>; e il <em>Fine Dining Lovers Award</em>, votato dai <em>Fine Dining Lovers Insiders</em>, un selezionato network internazionale di giornalisti ed esperti del settore.</p>

<p>Per saperne di pi&ugrave;, si pu&ograve; consultare il&nbsp;sito&nbsp;<a href="https://www.sanpellegrinoyoungchefacademy.com/%20/h" rel="nofollow">sanpellegrinoyoungchefacademy.com</a></p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/giuria-spellegrinoyoungchefacademy.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/42408/dallitalia/ecco-la-giuria-della-finale-italiana-della-spellegrino-young-chef-academy-competition.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/dallitalia.html">44</category>			</item>			<item>				<title>Dalle cucine monastiche alle pasticcerie: la storia dei dolci italiani della Quaresima</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/42406/dallitalia/dalle-cucine-monastiche-alle-pasticcerie-la-storia-dei-dolci-italiani-della-quaresima.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Quando il Carnevale finisce e l&#39;aria comincia a profumare di primavera, inizia uno dei periodi pi&ugrave; particolari dell&#39;anno per la tradizione gastronomica italiana: la Quaresima. Quaranta giorni di attesa che precedono la Pasqua e che, secondo la tradizione cristiana, invitano a una tavola pi&ugrave; sobria e misurata. Ma in un Paese dove il cibo &egrave; cultura, memoria e creativit&agrave;, anche le regole pi&ugrave; severe hanno spesso stimolato l&#39;ingegno. &Egrave; proprio cos&igrave; che, secoli fa, sono nati i <em>biscotti quaresimali</em>: dolci semplici, privi di burro e di grassi animali, pensati per rispettare i precetti religiosi senza rinunciare del tutto a un piccolo piacere.</p>

<p>Con questo nome si identifica in realt&agrave; una famiglia di biscotti diffusi in molte regioni italiane. Non esiste una sola ricetta, ma tante interpretazioni locali nate dall&#39;incontro tra tradizione religiosa e ingredienti del territorio. A unire queste varianti &egrave; l&#39;essenzialit&agrave; dell&#39;impasto: pochi elementi, spesso albumi, zucchero, farina e frutta secca, lavorati per ottenere dolci asciutti, fragranti e adatti al periodo quaresimale. In molte zone la loro origine &egrave; legata ai conventi. Furono spesso le cucine monastiche a elaborare preparazioni che rispettassero le restrizioni alimentari del calendario liturgico. Con il tempo queste ricette uscirono dalle mura dei monasteri e si diffusero tra botteghe e pasticcerie, diventando parte del patrimonio gastronomico locale.</p>

<p>[[ima3]]Tra le versioni pi&ugrave; riconoscibili ci sono i <em>quaresimali toscani</em>, tipici dell&#39;area tra Firenze, Prato e Siena. La loro caratteristica pi&ugrave; curiosa &egrave; la forma: non semplici biscotti, ma lettere dell&#39;alfabeto. Il colore scuro deriva dal cacao, mentre l&#39;impasto nasce da ingredienti essenziali come albumi, zucchero e farina, talvolta arricchiti da nocciole tritate. Anche la loro storia &egrave; raccontata in modi diversi. Secondo una tradizione diffusa, furono alcune monache di un convento tra Firenze e Prato, nell&#39;Ottocento, a inventare questi dolcetti senza burro per rispettare le regole della Quaresima. La forma delle lettere sarebbe stata scelta per richiamare simbolicamente le parole delle Sacre Scritture. Un&#39;altra ipotesi colloca invece la loro nascita nei primi anni del Novecento, quando una fabbrica dolciaria fiorentina inizi&ograve; a produrli e a diffonderli nelle case della citt&agrave;.</p>

<p>Ma il viaggio dei <em>quaresimali</em> attraversa tutta la penisola. In Liguria, per esempio, assumono un aspetto completamente diverso. A Genova si preparano piccoli biscotti a base di <em>pasta di mandorle</em> e zucchero, una tradizione che viene fatta risalire alle monache agostiniane del convento di San Tommaso a Dinegro nel XVI secolo. Profumati con acqua di fiori d&#39;arancio, vengono spesso decorati con zucchero fondente aromatizzato al maraschino, al pistacchio, al limone o al caff&egrave;. Scendendo verso il Sud, la ricetta cambia ancora. In Campania i <em>quaresimali</em> ricordano nella forma i <em>cantucci</em>: l&#39;impasto viene cotto in filoncini e poi tagliato a fette, arricchito da spezie e cedro candito che ne intensificano il profumo.</p>

<p>[[ima2]]Nel Salento, invece, protagoniste sono le mandorle, ingrediente molto diffuso nelle campagne pugliesi. Qui i <em>quaresimali</em> sono biscotti secchi e croccanti preparati senza burro, in cui uova, zucchero e mandorle danno vita a un dolce essenziale ma ricco di sapore. La Sicilia offre infine una variante legata alla grande tradizione dolciaria dell&#39;isola. I <em>quaresimali siciliani</em> uniscono farina, zucchero, albumi e farina di mandorle, spesso completati da mandorle intere e da una nota di cannella. La presenza della <em>pasta di mandorle</em> richiama il <em>marzapane</em>, ingrediente arrivato nel Mediterraneo attraverso gli antichi scambi commerciali e diventato nel tempo uno dei pilastri della pasticceria siciliana.</p>

<p>Dietro questi biscotti cos&igrave; diversi tra loro si nasconde una stessa idea: trasformare la semplicit&agrave; in gusto. Nati per rispettare un periodo di penitenza, i <em>quaresimali</em> raccontano come la tradizione gastronomica italiana sia sempre riuscita a trovare un equilibrio tra rigore e piacere, dando vita a dolci che ancora oggi tornano ogni anno sulle tavole nelle settimane che precedono la Pasqua.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/whatsapp-image-2026-03-30-at-103921g.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/42406/dallitalia/dalle-cucine-monastiche-alle-pasticcerie-la-storia-dei-dolci-italiani-della-quaresima.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/dallitalia.html">44</category>			</item>			<item>				<title>La gerarchia è importante, il rispetto di più: Chicco Cerea e i suoi 1.400 dipendenti</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/42401/dallitalia/la-gerarchia-e-importante-il-rispetto-di-piu-chicco-cerea-e-i-suoi-1400-dipendenti.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>&Egrave; un anno impegnativo e denso, il 2026 di <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/6/466/chef-e-protagonisti/enrico-e-roberto.html">Chicco Cerea</a>, primogenito del poker di fratelli che ha cambiato la storia della ristorazione italiana. Tra l&rsquo;ennesimo riconoscimento e l&rsquo;ennesima apertura, la famiglia rimbalza tra i festeggiamenti per i 60 anni del ristorante <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/11965/ristoranti/da-vittorio.html">Da Vittorio</a> (aperto il 6 aprile 1966) e quelli per l&rsquo;accordo con la holding <em>Ou(r) Group</em> della famiglia <strong>Ruffini</strong>, che ha appena acquisito il 40% delle quote dell&rsquo;azienda (leggi&nbsp;<a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/112/41393/news/alleanza-strategica-our-group-dei-ruffini-entra-nel-gruppo-cerea.html">Alleanza strategica: Ou(r) Group dei Ruffini entra nel Gruppo Cerea</a>).</p>

<p>E che azienda. Oltre al ristorante-madre di Brusaporto (tre Stelle Michelin dal 2010), il gruppo possiede i due brand <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/35341/ristoranti/da-vittorio.html">Da Vittorio St. Moritz</a> e <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/24512/ristoranti/da-vittorio.html">Da Vittorio Shanghai</a> (entrambi due stelle Michelin dal 2020), il <a href="https://www.davittorio.com/hotel/la-dimora.html" rel="nofollow">Relais &amp; Ch&acirc;teaux&nbsp;La Dimora</a>, sempre a Brusaporto, la pasticceria <a href="https://www.cavour1880.com/" rel="nofollow">Cavour 1880</a> a Bergamo Alta, inserita tra i <em>Locali Storici d&rsquo;Italia</em>, e la <a href="https://www.cavour1880.com/locanda.html" rel="nofollow">Locanda Cavour</a>.&nbsp;Poi c&rsquo;&egrave; il progetto <a href="https://ristorantedav.com/" rel="nofollow">DaV</a>, che annovera il pop up restaurant alla <a href="https://cantalupa.ristorantedav.com/" rel="nofollow">Cantalupa</a>, il <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/29907/locali/dav-mare-dellhotel-splendido-mare.html">DaV Mare</a> presso lo Splendido Mare Hotel di Portofino, e ancora il <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/32767/ristoranti/dav.html">DaV Milano by Da Vittorio</a> in Torre Allianz a City Life e il <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/40613/ristoranti/dav-by-da-vittorio-louis-vuitton.html">DaV by Da Vittorio Louis Vuitton</a>, all&rsquo;interno del palazzo milanese di via Monte Napoleone che ospita la boutique della Maison.</p>

<p>[[ima5]]Non finisce qui, perch&eacute; la ristorazione esterna pret-&agrave;-porter e collettiva dei <strong>Cerea</strong> ha pochi uguali nel mondo (forse nessuno) per qualit&agrave; e quantit&agrave;, che siano catering o mense, eventi o pop up. La crescita esponenziale delle attivit&agrave; legate al marchio oggi si traduce nel lavoro di 1.400 dipendenti e nel fatturato abbondantemente sopra i 100 milioni di euro.</p>

<p>Questa incredibile storia di successo imprenditoriale a partire da una trattoria di Bergamo bassa ha in <strong>Chicco</strong> una figura reale ma anche simbolica: lavoratore senza pause da quando ha memoria di s&eacute; (mamma <strong>Bruna</strong> lo ricorda ragazzino uscire da scuola, Liceo Linguistico, e fiondarsi in cucina ad aiutare i genitori), ma anche accogliente, generoso, sensibile. Dotato di un grandissimo talento culinario, messo a disposizione della famiglia per farla brillare dal primo all&rsquo;ultimo membro, senza personalismi.</p>

<p>&nbsp;</p>

<p>[[ima6]]<strong>Poi arriva il caso-Noma e sembra che tutto sia contaminato, avvelenato, corrotto. &Egrave; cos&igrave;?</strong><br />
&laquo;Per fortuna no. Ho letto l&rsquo;intervista a <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/6/4754/chef-e-protagonisti/josep.html">Josep Roca</a>, pubblicata da Identit&agrave; Golose (clicca <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/95/41345/dal-mondo/un-altro-modello-e-possibile-josep-roca-il-noma-e-un-sistema-da-cambiare.html">&laquo;Un altro modello &egrave; possibile&raquo;: Josep Roca, il Noma e un sistema da cambiare</a>). Mi sono riconosciuto molto nelle sue parole. Anche i <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/6/582/chef-e-protagonisti/jordi-josep-e-joan.html">Roca</a>, come noi, sono nati in un ristorante, con il calore di una famiglia, di una piccola comunit&agrave; intorno. Poi, &egrave; chiaro:&nbsp;crescendo e diventando grandi, intendo anche dal punto di vista delle proporzioni aziendali, qualcosa lasci per strada. Ma l&rsquo;affiatamento, la solidariet&agrave; non li perdi. Basta che qualcuno stia male, perch&eacute; siamo tutti l&igrave;&hellip; Quando cresci in una famiglia che ha bisogno del contributo di tutti per lavorare, non ti lanci le padelle, perch&eacute; riconosci il valore delle persone. Ovvio, ognuno reagisce a suo modo e se c&rsquo;&egrave; da sclerare si sclera. Ma deve esserci un buonissimo motivo: se &egrave; giusto, magari tu che subisci il rimprovero ci stai male, ma dopo capisci. Soprattutto, per&ograve;, c&rsquo;&egrave; il rispetto. Se manca quello, manca tutto&raquo;.</p>

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<p><strong>Dicono che sia&nbsp;colpa della tensione, dei ritmi troppo alti, dell&rsquo;ansia da prestazione.</strong><br />
&laquo;Io dico che passiamo tante ore insieme, un bel pezzo di vita. Come fai a non creare un posto in cui vai volentieri, in cui ti senti accolto? Per me l&#39;approccio&nbsp;con i collaboratori &egrave; lo stesso che ho coi clienti: quando mi dicono &quot;ci sentiamo a casa&quot;, io ho vinto. Per esempio: qualche tempo fa mi chiama <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Filippo_Inzaghi" rel="nofollow">Pippo Inzaghi</a> per venire a cena. Ma era a Padova, in ritardo, e l&rsquo;ha fermato la polizia. Quand&rsquo;&egrave; arrivato era tardi, ma gliel&rsquo;ho detto: &quot;Ricordati che per me non c&rsquo;&egrave; problema, io mi sento a disposizione&quot;. Mi piace essere cos&igrave;. Oggi c&rsquo;&egrave; troppo egocentrismo: diventa&nbsp;un problema se prenotano per sei e si presentano in quattro;&nbsp;se non arrivano entro a una certa ora;&nbsp;se non mangiano il menu&nbsp;degustazione&hellip; Creiamo troppi ostacoli. Io&nbsp;trovo la mia energia negli occhi dei clienti. La prendo in sala e la riverso in cucina&raquo;.</p>

<p>&nbsp;</p>

<p>&nbsp;[[ima2]]<strong>Dicono che con la nuova generazione &egrave; diventato tutto pi&ugrave; difficile.</strong><br />
&laquo;Ma se qui arrivano un&rsquo;ora prima! Per&ograve; bisogna farli sentire a casa, insegnare ad avere rispetto di se stessi prima di tutto. Quando passo nei corridoi e vedo un pezzo di carta lo raccolgo: se si vuole essere seguiti, bisogna dare il buon esempio... Quando qualcuno parla male della nuova generazione, mi arrabbio. Quelli che stanno dilapidando i risparmi dei genitori e dei nonni, magari sono dei fannulloni, ma gli altri lavorano, sono bravissimi&raquo;.</p>

<p>&nbsp;</p>

<p><strong>Sono le regole del dopo Covid.</strong><br />
&laquo;Esatto. Ci siamo resi conto che il fatto economico non basta pi&ugrave;. Festeggiamo i sessant&rsquo;anni di attivit&agrave; e ci siamo arrivati anche per questo. I soldi sono un fatto necessario ma secondario. La prima cosa &egrave; il tempo. Se lo investi in maniera sbagliata, facendo un lavoro che non ti piace o facendolo male, butti via met&agrave; della tua vita. &Egrave; cos&igrave; che &egrave; nata l&rsquo;<a href="https://www.davittorio.com/academy.html" rel="nofollow">Academy</a>.&nbsp;Sono moduli interni, inseriti nell&rsquo;orario lavorativo. E se quel giorno sei di riposo, lo recuperi. Cominciamo raccontando nostra storia. Mia mamma finiva di lavorare in sala a mezzanotte e saliva in casa a lavare le tovaglie. Di pomeriggio preparava&nbsp;i cannoncini. Mio padre partiva di notte con un amico per andare a comprare il pesce a Genova. Abbiamo subito incendi, racket, sfratti. La lite con la banca che ci ha mandato via quando finalmente il ristorante andava alla grande. Ma non ci siamo mai arresi. Siamo stati fortunati a trovare anche le persone giuste, che ci hanno supportato, nelle buona e nella cattiva sorte. E anche noi abbiamo cercato di fare la nostra parte. Ricordo <strong>Paolo Barbieri</strong>, il sous&nbsp;chef di mio pap&agrave;, che aveva un bambino sulla sedia a rotelle. A un certo punto, si &egrave; ammalato gravemente, la moglie doveva accudire il figlio, non avevano assicurazioni. <strong>Vittorio</strong> l&rsquo;ha stipendiato come se avesse continuato normalmente, finch&eacute; il bimbo non &egrave; guarito. Nella vita tutto torna&raquo;.</p>

<p>&nbsp;</p>

<p>[[ima3]]<strong>Non c&rsquo;&egrave; solo la storia di famiglia, a motivare i ragazzi.</strong><br />
&laquo;C&rsquo;&egrave; un bravissimo teatrante&nbsp;che insegna loro public speaking. Ci sono corsi di inglese e di italiano, perch&eacute; abbiamo nel nostro staff iraniani, senegalesi, ghanesi, ucraini&hellip;&nbsp;E poi si insegnano i segreti dei vini e quelli dei formaggi, il lessico culinario e l&#39;accoglienza.&nbsp;Prima che cominci il servizio ci intervistiamo l&rsquo;uno con l&rsquo;altro: &quot;Che cos&rsquo;&egrave; la quinoa? Quali sono le allergie pi&ugrave; diffuse?&quot;. E cos&igrave; via. Loro ci dicono: &egrave; bello stare qui, impariamo un sacco. Ma a un certo punto ci chiedono anche di andare via a fare altre sperienze. &Egrave; giusto: noi allora li mandiamo in giro. Il nostro <strong>Ciro</strong> parte a inizio settimana per&nbsp;uno stage dai <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/6/609/chef-e-protagonisti/pierre-e-michel.html">Troisgros</a>&raquo;.</p>

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<p><strong>Avete anche una scuola creativa.</strong><br />
&laquo;Il nostro atelier, come una casa di moda. <strong>Paolo Rota</strong>, mio cognato, ne &egrave; il direttore creativo, a capo di un gruppo di giovani. Come succede dai <strong>Roca</strong>, anche noi premiamo il talento e la freschezza delle proposte. Provano i piatti, fanno una selezione con <strong>Paolo</strong> e i migliori arrivano sulla tavola mia e di <strong>Bobo</strong>. &Egrave; gi&agrave; successo che dopo qualche aggiustatina siano finiti nel menu. Non succede spesso, ma succede. Tutti amiamo essere apprezzarti e premiati&raquo;.</p>

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<p>[[ima4]]<strong>Non capita dappertutto.</strong><br />
&laquo;Lo so. I ragazzi girano tante cucine, quando arrivano qui magari raccontano delle cose. Penso che chi maltratta sia un represso, una persona scontenta umanamente. La gerarchia &egrave; importante, ma il rispetto di pi&ugrave;. Noi lavoriamo proprio sul senso del lavoro e sull&rsquo;autostima, perch&eacute; vadano via meglio di come sono arrivati. A volte anche da noi magari non sono al 100%. Ma ci devi credere. Qualche tempo fa, mia sorella mi ha proposto un ragazzo per la sala, che per&ograve; andava in tilt per un nonnulla, magari usciva coi piatti e non trovava il numero del tavolo. L&rsquo;abbiamo incoraggiato e soprattutto abbiamo chiesto a tutto il resto del gruppo di aiutarlo. Chi non aiuta non merita di essere aiutato. E tutti ne abbiamo bisogno. Ecco: oggi i tavoli li trova senza problemi. E prima del servizio, quando sono in un angolo che mangio un piatto di riso o di pesce, &egrave; il primo a portarmi il bicchiere d&rsquo;acqua, la fetta di pane&hellip; Fa bene al cuore. Mi impegno per imparare tutti i nomi, anche se all&rsquo;inizio non mi ricordo come si chiamano e li saluto tutti, &quot;Ciao gioia&quot;&hellip; Poi ci prendo il caff&egrave; insieme, ascolto le loro storie e il nome non me lo dimentico pi&ugrave;&raquo;.</p>

<p>&nbsp;</p>

<p><strong>Tutto troppo perfetto, Chicco. Mai perso le staffe?</strong><br />
&laquo;In cinquant&rsquo;anni di cucina, mi &egrave; successo due volte di cacciare uno in malo modo. Entrambe le volte, non per un errore, ma per l&rsquo;atteggiamento. Qualche mese fa, mi sono arrivate le lamentele di qualche collaboratore del catering. Facevano troppe ore e non era questione di pagarli di pi&ugrave;, ma di come si sentivano. Siamo andati a fondo e abbiamo capito che il problema era il capo. Stressato, malcontento, rude. Ci sono volute due, tre riunioni perch&eacute; capisse dove sbagliava. La cosa pi&ugrave; brutta &egrave; sentirsi dire &quot;ho sempre fatto cos&igrave;&quot;. Abbiamo imposto nuovi orari anche a lui, che non si fermava mai. &Egrave; cambiato tutto. Lui stesso adesso si prende due o tre giorni di riposo. &Egrave; cambiata l&rsquo;atmosfera. Ecco, un altro modo di lavorare &egrave; possibile. Ma bisogna crederci, che tu abbia un minuscolo bistrot o il ristorante pi&ugrave; bello del mondo&raquo;.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/enrico-cerea-e-staff-simone-casetta-2020.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/42401/dallitalia/la-gerarchia-e-importante-il-rispetto-di-piu-chicco-cerea-e-i-suoi-1400-dipendenti.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/dallitalia.html">44</category>			</item>			<item>				<title>La rivoluzione dolce di Vincenzo Faiella per rilanciare il bacino del Sarno </title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/97/42395/dolcezze/la-rivoluzione-dolce-di-vincenzo-faiella-per-rilanciare-il-bacino-del-sarno-.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>San Marzano sul Sarno, alle pendici dei Monti Lattari, &egrave; uno di quei luoghi apparentemente lontani dai grandi flussi gastronomici, ma capaci di custodire realt&agrave; artigiane solide e radicate nel territorio. Qui <strong>Vincenzo Faiella</strong>, membro dell&rsquo;<em>Accademia Maestri del Lievito Madre</em> e di <a href="https://apeiitalia.it/" rel="nofollow" target="_blank">APEI</a>, ha costruito la sua pasticceria che porta il suo nome, un laboratorio che &egrave; insieme cuore creativo, luogo di crescita economica e custode della tradizione dolciaria locale.</p>

<p>[[ima5]]Da quattro anni <strong>Faiella</strong> ha sviluppato un progetto di pasticceria strutturato e coerente, che mette al centro la qualit&agrave; e la filiera pi&ugrave; che l&rsquo;immagine o la spettacolarizzazione del prodotto. Ogni scelta, dalla selezione delle farine alla gestione delle lievitazioni, racconta disciplina, passione e attenzione al territorio.</p>

<p>Fare impresa artigiana significa, dopotutto, investire su quest&rsquo;ultimo, generare lavoro e mantenere viva una tradizione che pu&ograve; dialogare con contaminazioni internazionali, dalla <em>viennoiserie</em> francese agli <em>&eacute;clair </em>pi&ugrave; moderni.</p>

<p>[[ima3]]Proprio nello storico negozio aperto dal padre, dove ha mosso i primi passi tra torte e preparazioni, &egrave; stato creato il nuovo laboratorio dedicato ai grandi lievitati, un luogo pensato per panettoni, colombe e altre preparazioni a lunga maturazione. Le produzioni quotidiane, dalla piccola pasticceria ai bign&egrave; nascono, invece, nel laboratorio principale, organizzato per le lavorazioni giornaliere.</p>

<p>La passione per la pasticceria nasce in famiglia. Come racconta lo stesso <strong>Vincenzo</strong>: &laquo;Avevo poco pi&ugrave; di dodici anni quando iniziai a muovere i primi passi nella storica pasticceria di mio padre <strong>Carmine</strong>. Ho imparato presto che questo mestiere richiede pazienza, sensibilit&agrave; e rispetto per le materie prime. Negli anni ho affinato la tecnica al fianco di grandi maestri italiani, ma &egrave; nei grandi lievitati che trovo la mia forma pi&ugrave; autentica di espressione. <strong>Alfonso Pepe</strong> &egrave; da sempre il mio riferimento&raquo;.</p>

<p>[[ima4]]I grandi lievitati restano, quindi, il banco di prova tecnico e creativo: panettoni, colombe e altre preparazioni a lunga lievitazione sono il risultato di lievito madre autoprodotto, materie prime selezionate e una gestione delle fermentazioni che richiede tempo e precisione.</p>

<p>[[ima2]]Accanto a questi, prendono forma poi, <em>paste choux, bign&egrave;</em> e le iconiche <em>zeppole di San Giuseppe</em>, altra grande passione di <strong>Vincenzo Faiella</strong>, per lui &laquo;non soltanto un dolce, bens&igrave; un momento dell&rsquo;anno - come ci spiega -. L&rsquo;impasto deve essere leggero e asciutto al punto giusto, capace di sostenere la crema senza perdere fragranza. Anche nella versione al forno, pi&ugrave; delicata, la protagonista resta la crema, liscia, profumata, fatta con ingredienti semplici ma lavorati con attenzione&raquo;. Si spazia dalla&nbsp;versione classica alle interpretazioni pi&ugrave; originali, con <em>crema al caff&egrave;</em> o varianti come <em>cassata</em> e <em>nocciola</em>, pensate per dialogare con il gusto contemporaneo senza allontanarsi dall&rsquo;identit&agrave; della ricetta tradizionale.</p>

<p>[[ima6]]Dietro questa produzione quotidiana c&rsquo;&egrave; anche un lavoro di squadra attento e costante. <strong>Vincenzo</strong> segue il laboratorio insieme al suo team con uno sguardo preciso su ogni fase, dalla gestione degli impasti all&rsquo;organizzazione delle lavorazioni, costruendo un ambiente in cui tecnica e collaborazione diventano parte dello stesso progetto.</p>

<p>Ma fare impresa artigiana significa anche generare economia e lavoro locali. Come racconta <strong>Faiella</strong>: &laquo;Aprire qui significa anche investire concretamente nella comunit&agrave; locale, creando nuovi posti di lavoro e offrendo opportunit&agrave; di crescita, soprattutto alle nuove generazioni&raquo;.</p>

<p>[[ima7]]L&rsquo;apertura del laboratorio si inserisce in un pi&ugrave; ampio processo di rinnovamento urbano che negli ultimi anni sta interessando il centro di San Marzano sul Sarno. In un territorio storicamente agricolo, noto in tutto il mondo per il <em>pomodoro San Marzano</em>, la presenza della pasticceria di <strong>Vincenzo Faiella</strong> ha contribuito a riportare movimento e vitalit&agrave; nella zona, affiancandosi ad altre nuove attivit&agrave; commerciali e professionali.</p>

<p>Colombe, bign&egrave; e zeppole raccontano cos&igrave; una pasticceria che tiene insieme gusto, memoria e territorio. Un lavoro quotidiano fatto di tecnica, squadra e attenzione al prodotto, capace di trasformare un laboratorio artigiano anche in un piccolo motore di crescita per il territorio.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/torta-faiella.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/97/42395/dolcezze/la-rivoluzione-dolce-di-vincenzo-faiella-per-rilanciare-il-bacino-del-sarno-.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/97/dolcezze.html">97</category>			</item>			<item>				<title>I dieci anni degli Ambasciatori del Gusto, impegno concreto per la cucina italiana</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/42400/dallitalia/i-dieci-anni-degli-ambasciatori-del-gusto-impegno-concreto-per-la-cucina-italiana.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>In una saletta l&agrave; in fondo, la sera, si riuniscono i pizzaioli per fare il punto delle iniziative a sostegno di un disegno di legge che riconosca la loro professione: alla fine dell&rsquo;incontro, ognuno si fa carico di promuoverne l&rsquo;iter presso gli interlocutori istituzionali a lui pi&ugrave; prossimi. Nel pomeriggio invece, durante la riunione generale, c&rsquo;&egrave; stato una sorta di appello rivolto agli chef-cacciatori di tutt&rsquo;Italia, affinch&eacute; uniscano sempre pi&ugrave; le loro forze e le loro competenze per far massa critica nello specifico gruppo di lavoro gi&agrave; attivo, e che punta a diffondere una normativa di riferimento in tutto il Paese per quanto riguarda l&rsquo;utilizzo di selvaggina, sul modello delle leggi regionali gi&agrave; qua e l&agrave; approvate (il riferimento &egrave; quella dell&rsquo;Emilia-Romagna). In assemblea, poi, si parla della necessit&agrave; di nuove regolamentazioni sui lavori usuranti, di un&rsquo;auspicabile riforma delle scuole alberghiere, dell&rsquo;impegno individuale e associativo nella &ldquo;adozione&rdquo; dei giovani talenti, di cento altre problematiche, di mille iniziative passate, presenti e future, di quello che si &egrave; fatto e quello che c&rsquo;&egrave; da fare (la risposta &egrave; &ldquo;molto&rdquo; in entrambi i casi). E insomma: a seguire i lavori di <em>Futura 2026</em>, l&#39;assemblea annuale&nbsp;degli <a href="https://ambasciatoridelgusto.it/" rel="nofollow">Ambasciatori del Gusto</a> che celebrava a Trieste i 10 anni dalla fondazione dell&rsquo;associazione, l&rsquo;impressione &egrave; stata non tanto e non solo che ci si trovasse testimoni di un evento di festa e di semplice ricorrenza, ma piuttosto di una riunione stile &ldquo;stati generali&rdquo; per confermare un metodo e tracciare linee utili per il futuro.</p>

<p>Su quest&rsquo;ultimo punto, valgano le parole del presidente stesso degli <em>Ambasciatori del Gusto</em>, <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/6/1604/chef-e-protagonisti/alessandro.html">Alessandro Gilmozzi</a>: &laquo;In questo decennio abbiamo tracciato un sentiero che poco a poco si &egrave; allargato, ora &egrave; una strada che vogliamo continuare a percorrere&raquo;. O quelle del direttore generale <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/412/2322/autori/gianluca-de-cristofaro.html">Gianluca De Cristofaro</a>, che recupera la stessa metafora: &laquo;Siamo qui per raccontare le strade che abbiamo percorso e spiegare quindi dove ci abbiano portato. Le discese e le risalite. Quello che siamo ora e quello che vogliamo essere in futuro&raquo;.</p>

<p>[[ima2]][[ima3]]Quanto al primo punto, quello relativo al &ldquo;metodo&rdquo;, di certo gli <em>AdG</em> si fanno forti da sempre della competenza e non del numero, della qualit&agrave; e della quantit&agrave;. Questa non &egrave; un&rsquo;associazione di massa (gli ambasciatori sono circa 250, mal contati) n&eacute; ci tiene a esserlo (per entrare, occorre essere presentati da almeno un associato e passare al vaglio del consiglio direttivo, non basta compilare un qualche modulo online). Cos&igrave; ogni membro non &egrave; tale perch&eacute; ha acquisito una tessera, ma perch&eacute; apporta all&rsquo;insieme un plus di know how, di contatti, di idee e di energie utili. Mettiamola cos&igrave;: esistono tante associazioni di scopo in cui, pi&ugrave; o meno palesemente, lo scopo principale &egrave; la perpetuazione (o persino la sopravvivenza) dell&rsquo;associazione stessa; gli <em>Ambasciatori</em> sono diversi perch&eacute; intrecciano professionalit&agrave; utili e obiettivi precisi a favore della cucina italiana. E perch&eacute;, forti proprio di queste professionalit&agrave;, ricercano proattivamente il dialogo con le istituzioni al fine di promuovere iniziative concrete, tangibili. Una minoranza qualificata che muove (vuole muovere) le cose.</p>

<p>[[ima4]]E davvero di cose, in questi 10 anni, ne hanno gi&agrave; mosse tante, gli <a href="https://ambasciatoridelgusto.it/" rel="nofollow">Ambasciatori del Gusto</a>. Appare una slide, sul maxischermo di Futura 2026, riassume le varia attivit&agrave; in numeri: pi&ugrave; di 70 progetti realizzati in pi&ugrave; di 50 Paesi diversi, 15 attivit&agrave; istituzionali e tavoli ministeriali, l&rsquo;ottenimento di 675 milioni di euro attraverso il Bonus Ristorazione al tempo del Covid, pi&ugrave; di 30 associazioni coinvolte in <a href="https://www.instagram.com/explore/search/keyword/?q=%23farerete" rel="nofollow">#FareRete</a>, pi&ugrave; di 15 presenze fieristiche negli ultimi 4 anni, oltre 200 presenze su radio, tv e carta stampata, pi&ugrave; di 1.400 ospiti coinvolti nei tour territoriali, oltre 50 talk e degustazioni, pi&ugrave; di 20 eventi, 10 istituti alberghieri coinvolti nel Progetto Olimpiadi 2026, 12mila studenti formati in tutta la Penisola&hellip; Aggiungiamo che &egrave; nata dagli <em>Ambasciatori del Gusto</em> l&rsquo;idea di realizzare la <a href="https://www.esteri.it/it/diplomazia-economica-e-politica-commerciale/diplomaziaeconomica/promozione-integrata-del-sistema/settimana-della-cucina-italiana/" rel="nofollow">Settimana della cucina italiana nel mondo</a>, ormai consolidata. &laquo;Il nostro &egrave; un cammino costruito sulla condivisione, sulla responsabilit&agrave; culturale e sulla capacit&agrave; di guardare al futuro mantenendo salde le radici &ndash; dicono ancora <strong>Gilmozzi</strong> e <strong>De Cristofaro</strong> - &nbsp;La visione e gli obiettivi sono stati sempre chiari, portati avanti con costanza e determinazione. La coerenza costruisce fiducia, la fiducia costruisce memoria, la memoria costruisce l&rsquo;eredit&agrave;&raquo;.</p>

<p>[[ima5]]Cos&igrave;, tra le tante cose da mettere in campo, tra un talk con <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/6/2494/chef-e-protagonisti/antonia.html">Antonia Klugmann</a>, <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/6/478/chef-e-protagonisti/carlo.html">Carlo Cracco</a> e <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/6/1334/chef-e-protagonisti/cesare.html">Cesare Battisti</a> e un collegamento con <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Maurizio_Martina" rel="nofollow">Maurizio Martina</a>, direttore aggiunto della <a href="https://www.fao.org/fao-italy/it" rel="nofollow">Fao</a> (l&#39;<em>Organizzazione delle Nazioni Unite per l&#39;alimentazione e l&#39;agricoltura</em>), la vera festa per gli <em>Ambasciatori del Gusto</em> &egrave; stato sentire l&rsquo;ospite d&rsquo;onore di <em>Futura 2026</em>, <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Stanley_Tucci" rel="nofollow">Stanley Tucci</a> (nominato nell&#39;occasione socio benemerito), tessere gli elogi della tavola italiana, una delizia di discorso <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/42375/dallitalia/elogio-di-stanley-tucci-alla-cucina-italiana-e-la-piu-straordinaria-del-mondo.html">che vi abbiamo gi&agrave; raccontato qui</a>. Perch&eacute;, della nostra cucina, &egrave; innamorato lui. Sono innamorati loro. E siamo innamorati anche noi.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/futura-2026-ambasciatori-del-gusto-1.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/42400/dallitalia/i-dieci-anni-degli-ambasciatori-del-gusto-impegno-concreto-per-la-cucina-italiana.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/dallitalia.html">44</category>			</item>			<item>				<title>Venticinque anni e una visione chiara: le gemelle Bruni firmano la nuova stagione di Da'Mare</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/42399/dallitalia/venticinque-anni-e-una-visione-chiara-le-gemelle-bruni-firmano-la-nuova-stagione-di-damare.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Venticinque anni, chef e sorelle gemelle. Potrebbero essere le protagoniste perfette di una sceneggiatura per un film a tema cucina e invece <strong>Carlotta</strong> e <strong>Benedetta Bruni</strong> sono le protagoniste reali della cucina di <a href="https://www.damareroma.it/" rel="nofollow">Da&#39;Mare</a>, il ristorante di via Sicilia a Roma, che con loro inaugura una nuova stagione. Dopo l&#39;avvio di questo progetto &quot;marinaro&quot; con lo chef <strong>Davide Cianetti</strong>, le due ragazze gi&agrave; attive nella precedente brigata, prendono il ruolo di comando giocando sulle loro visioni e competenze complementari in cucina e con idee molto chiare su quale dovr&agrave; essere la direzione.</p>

<p>Sono la nuova generazione della cucina di mare, un bel bagaglio di esperienze alle spalle e grandi ambizioni e voglia di fare davanti a loro. Il loro approccio al &quot;mare&quot; &egrave; pulito, materie prime di qualit&agrave; ma essenziali, pochi elementi da combinare e zero sovrastrutture. Sono cos&igrave; i loro piatti, poco vanitosi, un racconto senza troppi orpelli di una passeggiata al mare e nella loro semplicit&agrave; sempre eleganti e ricercati.<br />
<br />
[[ima2]][[ima3]]</p>

<h3><br />
<strong>Mare autentico e di stagione al centro del menu</strong></h3>

<p>Scorrendo tra le righe del menu non ci si sente mai fuori posto, si avverte anzi una sensazione di familiarit&agrave; e comfort, nei vari piatti poi si trova una cucina precisa e immediata, a tratti tecnica, altre volte essenziale ma articolata nei sapori. Forse perch&eacute; come loro stesse ci dicono: &laquo;Quello che vogliamo portare qui &egrave; una cucina amorevole e concreta, ci ispiriamo a nostra nonna che ci ha trasmesso una passione immensa&raquo;.</p>

<p>[[ima4]]Qui si vive il mare senza ostentazioni, autentico nell&#39;esperienza percepita ed &egrave; proprio questa sintesi la nuova firma <em>Da&#39;Mare</em>. Stagionalit&agrave; e rispetto dei cicli naturali, pescato locale e fresco senza compromessi. Qui si utilizza solo ci&ograve; che il mare offre, selezionato ogni mattina (ostriche comprese che arrivano da Francia e Irlanda) e si avverte una propensione al vegetale, che non &egrave; solo un elemento di accompagnamento, ma di vero supporto del gusto.</p>

<p>[[ima5]][[ima6]]In carta antipasti caldi e freddi, con diverse espressioni di crudo che vanno da un elegante <em>Carpaccio di ricciola con pomodoro confit e balsamico</em> per arrivare al gioco di contrasti del <em>Calamaro al latte di cocco, curry, ceci, friggitelli e lime</em>, passando per un suadente <em>Salmone marinato e scottato con mayo alle erbe e limone candito</em>. Tra gli starter il boccone goloso &egrave; il <em>Maritozzo salato con gambero, misticanza, cipolla caramellata e salsa rosa</em>. Sui primi piatti nessun dubbio, l&#39;occhio cade immediatamente sugli <em>Spaghetti burro, alici, peperone crusco e finocchietto</em>, che nella sua lineare semplicit&agrave; si articola su una scala di sapori in crescendo che avvolgono il palato e regala gran soddisfazione.</p>

<p>[[ima7]][[ima8]]Si fanno desiderare anche i <em>Tubetti aglio, olio, cozze e broccoli</em>, che riserviamo per la prossima visita. Grande personalit&agrave; anche nei secondi, tra tutti il <em>Tataki di tonno con i funghi finferli ripassati in padella e una sfera di zucca in oliocottura</em> e poi tutto il pescato del giorno si esprime bene tra sale, griglia, guazzetto, forno o mugnaia.</p>

<p>[[ima9]]Chiudiamo gli assaggi con una deliziosa <em>Tarte tatin di mele e cannella con crema inglese e gelato allo zabaione</em>, una rievocazione familiare che regala un finale caldo e aromatico.</p>

<h3><br />
<strong>Chi sono le gemelle Bruni? Qualche domanda per scoprirlo</strong></h3>

<p><strong>Benedetta</strong> e <strong>Carlotta Bruni</strong>, giovani gemelle romane classe 2001, due percorsi diversi ma complementari. Partono da una passione condivisa che per entrambe arriva dalla famiglia e dai pranzi della domenica preparati dalla nonna. E come loro stesse ci confermano: &laquo;Abbiamo sempre saputo di voler fare questo lavoro, &egrave; stata una scelta naturale maturata in adolescenza. Abbiamo fatto l&#39;alberghiero, degli stage e successivamente le nostre strade si sono separate per poi ritrovarsi. E poi abbiamo sempre voluto lavorare insieme, abbiamo per&ograve; deciso di fare prima delle esperienze separatamente per arricchire noi stesse e poi raggruppare le competenze acquisite per completarci e lavorare insieme&raquo;.</p>

<p><strong>Benedetta</strong> porta con s&eacute; un&#39;esperienza nei principali ristoranti romani di pesce: <em>Da Pierluigi</em>, <em>Dal Bolognese</em>, <em>Baccano</em> e <em>Pipero a Villa Domizia</em>, dove ha assimilato rigore, tecnica e sensibilit&agrave; nella gestione del prodotto fresco. <strong>Carlotta</strong> ha iniziato invece con la lavorazione delle carni presso <em>Reserva</em> ed &egrave; stata sous chef da <em>Numa al Circo</em>. Incuriositi da questa doppia visione in cucina &mdash; anche nel senso di un quasi surreale effetto ottico guardando al di l&agrave; della cucina a vista (sono identiche le due sorelle) &mdash; non potevamo non fare loro qualche domanda per conoscerle meglio e capire anche come due ragazze cos&igrave; giovani affrontano la direzione di una cucina.</p>

<p>[[ima10]]<strong>Cos&#39;&egrave; per voi la cucina?</strong><br />
<strong>Benedetta:</strong> &laquo;&Egrave; amore, passione, dedizione&raquo;. <strong>Carlotta:</strong> &laquo;&Egrave; altruismo. Per me &egrave; bellissimo vedere un cliente che si sente a casa. &Egrave; una grande soddisfazione&raquo;.</p>

<p><strong>Cosa portate qui a <em>Da&#39;Mare</em> e quali sono i vostri progetti e la vostra visione?</strong><br />
<strong>Benedetta:</strong> &laquo;Portiamo le nostre esperienze passate e la nostra visione di cucina schietta, semplice, che parte da una buona materia prima. Abbiniamo ingredienti diversi, esaltando sempre quello principale&raquo;. <strong>Carlotta:</strong> &laquo;Per i progetti futuri, vorremmo aprire un nostro locale e fare delle esperienze all&#39;estero per arricchire ancora di pi&ugrave; il nostro bagaglio professionale&raquo;.</p>

<p><strong>Cosa vi piace cucinare in generale e cosa farete qui?</strong><br />
<strong>Carlotta:</strong> &laquo;Io mi occupo dei primi piatti e <strong>Benedetta</strong> della lievitazione&raquo;. <strong>Benedetta:</strong> &laquo;Vogliamo far assaporare la cucina di mare nella sua versione autentica e semplice, con una materia prima di alta qualit&agrave; e senza aggiungere troppi ingredienti nel piatto&raquo;.</p>

<p><strong>Cosa cambia rispetto a prima nella cucina di <em>Da&#39;Mare</em>?</strong><br />
&laquo;Siamo uno staff coeso, equilibrato e focalizzato sullo stesso obiettivo: far star bene il cliente&raquo;.</p>

<p>[[ima11]]<strong>Quale dei vostri piatti &egrave; quello che vi rappresenta maggiormente?</strong><br />
<strong>Carlotta:</strong> &laquo;<em>Burro e alici</em>, un piatto semplice con due ingredienti che si legano insieme e fanno un piatto delicato e gustoso&raquo;. <strong>Benedetta:</strong> &laquo;Non ho dubbi, il cestino del pane con tutte le sue varianti: pane, focaccia, grissini, panini al latte, ecc.&raquo;.</p>

<p><strong>Creativit&agrave;, idee, decisioni, sperimentazioni: andate sempre d&#39;accordo?</strong><br />
&laquo;S&igrave;, andiamo sempre d&#39;accordo, ci unisce il tipo di cucina che facciamo. Ognuna ha le proprie idee creative, ci confrontiamo e andiamo spedite perch&eacute; la visione &egrave; la stessa&raquo;.</p>

<p><strong>Carlotta, definisci Benedetta. Benedetta, definisci Carlotta. Un aggettivo per la sorella e uno per la chef.</strong><br />
<strong>Benedetta:</strong> &laquo;<strong>Carlotta</strong> &egrave; amorevole come sorella e determinata come chef&raquo;. <strong>Carlotta:</strong> &laquo;<strong>Benedetta</strong> &egrave; altruista come sorella e innovativa come chef&raquo;.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/da-mare-chef-sorelle-bruni1.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/42399/dallitalia/venticinque-anni-e-una-visione-chiara-le-gemelle-bruni-firmano-la-nuova-stagione-di-damare.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/dallitalia.html">44</category>			</item>			<item>				<title>Caravaglio e Château Palmer, una Malvasia di Salina nata dall'amicizia e dalla misura</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/136/42398/in-cantina/caravaglio-e-chateau-palmer-una-malvasia-di-salina-nata-dallamicizia-e-dalla-misura.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Due uomini, ma prima ancora due sensibilit&agrave; affini. Un&#39;amicizia che si intreccia con il paesaggio e diventa progetto: valorizzare un <em>Cru</em> di Salina e dare voce a una Malvasia secca, luminosa e mediterranea, capace di sorprendere per misura ed eleganza.</p>

<p><strong>Nino Caravaglio</strong>, anima dell&#39;<a href="https://caravaglio.it/" rel="nofollow">omonima azienda</a>, e <strong>Thomas Duroux</strong>, alla guida di <a href="https://www.chateau-palmer.com/" rel="nofollow">Ch&acirc;teau Palmer</a>, si conoscono da quasi vent&#39;anni. &Egrave; un incontro che nasce per caso, durante un soggiorno a Salina.</p>

<p>[[ima2]]&laquo;Decidi di acquistare tutte le etichette locali per comprendere davvero il vino dell&#39;isola&raquo;, racconta Duroux. &laquo;Conoscevo solo la versione dolce. Nel 2011 assaggiai quella secca di <em>Caravaglio</em>: fu una rivelazione. Sentii il bisogno di approfondire, e da l&igrave; nacque tutto&raquo;.</p>

<p>Un dialogo autentico, mai costruito, che oggi si traduce in due etichette presentate in anteprima a Milano da <a href="https://sarziamade.it/" rel="nofollow">Sarzi Amad&egrave;</a>, storico distributore che celebra sessant&#39;anni di attivit&agrave;. Due vini nati a quattro mani: <em>Salina IGT Malvasia Piano della Croce</em> e <em>Salina IGT Malvasia Punta Capo</em>, millesimo 2024, appena affacciati sul mercato come piccoli oggetti preziosi.</p>

<p>Solo 600 bottiglie per ciascuna etichetta, quasi sussurrate, con un posizionamento che riflette la loro natura rara. Due interpretazioni, due respiri della stessa isola.</p>

<p>[[ima3]]<em>Piano della Croce</em> &egrave; luce e verticalit&agrave;: suoli sabbiosi e vulcanici di Valdichiesa, brezze che accarezzano i filari, una freschezza che si distende nel sorso con naturalezza. <em>Punta Capo</em>, invece, &egrave; pi&ugrave; stratificata, profonda, quasi meditativa, come se il mare e la roccia si fondessero in una trama pi&ugrave; complessa.</p>

<p>Nel progetto, il contributo tecnico dell&#39;enologo <strong>Federico Coltorti</strong>, di <em>Ch&acirc;teau Palmer</em>, si affianca a una visione che resta, nelle parole di Duroux, libera e spontanea: &laquo;&Egrave; un legame fondato sull&#39;amicizia, ancora sperimentale. Non c&#39;&egrave; nulla di costruito. Il futuro? Lo scopriremo&raquo;.</p>

<p>Un esperimento, s&igrave;, ma anche un esercizio di immaginazione: pensare Bordeaux attraverso la luce di Salina, esplorare nei bianchi secchi una complessit&agrave; nuova, pi&ugrave; salina, pi&ugrave; vibrante. &Egrave; qui che la Malvasia cambia passo e si fa racconto contemporaneo.</p>

<p>L&#39;azienda <em>Caravaglio</em>, biologica dal 1989, si estende su venti ettari distribuiti in una trentina di appezzamenti tra Salina, Lipari e Vulcano. Un mosaico di terre e microclimi che trova, in queste nuove etichette, una sintesi raffinata: essenziale, precisa, profondamente mediterranea.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/thomas-duroux-alessandro-e-claudia-sarzi-amade-antonino-caravaglio-federico-coltorti.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/136/42398/in-cantina/caravaglio-e-chateau-palmer-una-malvasia-di-salina-nata-dallamicizia-e-dalla-misura.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/136/in-cantina.html">136</category>			</item>			<item>				<title>Non la solita Pasqua: dolci e specialità per tutti i gusti</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/97/42391/dolcezze/non-la-solita-pasqua-dolci-e-specialita-per-tutti-i-gusti.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>&nbsp;</p>

<p><strong>LA TORTA AL FORMAGGIO DI ZAMPA FORNO ETICO, ROMA</strong><br />
A Pasqua vive anche una forte tradizione di torte salate, da quelle pi&ugrave; &ldquo;sobrie&rdquo; a base di erbe amare, a esplosioni di sapidit&agrave; racchiuse in impasti sublimi - pensiamo al <em>Casatiello napoletano</em>. Ma - ve lo assicuriamo -&nbsp;c&rsquo;&egrave; molto di pi&ugrave;, come ci dimostra il grande ritorno della <em>Torta al formaggio</em> da&nbsp;<a href="https://www.instagram.com/zampa_fornoetico/" rel="nofollow" target="_blank">Zampa Forno Etico</a> a Roma, disponibile esclusivamente il sabato di Pasqua presso lo store nel quartiere Tuscolano. Preparata con farine selezionate e lievito madre, unisce caciotta semistagionata Gargiulo, Parmigiano e Pecorino, completati dal pepe della selezione Emporio delle Spezie, per un risultato intenso ma equilibrato.</p>

<p>Costo: 40&euro; al kg. Disponibile presso <em>Zampa Forno Etico</em>, via Valerio Publicola 73, Roma</p>

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<p><strong>LA COLOMBA FLAT WHITE DI CREMERIA CAPOLINEA</strong><br />
[[ima8]]No, non &egrave; proprio la solita Colomba quella ideata da <strong>Simone De Feo</strong> di <a href="https://www.cremeriacapolinea.com/" rel="nofollow" target="_blank">Cremeria Capolinea</a> a Reggio Emilia che, per questa Pasqua, ha ideato un lievitato che integra in una trama di struttura, l&rsquo;aroma intenso del caff&egrave; 100% Arabica Specialty (Rio Brilhante, origine Brasile) selezionato da <em>Bugan Coffee Lab</em>: morso soffice, persistenza prolungata e prolungato piacere, perch&eacute; in ogni morso fanno capolino anche gocce di cremino al latte e amarene di Cantiano. In superficie, una glassa alla nocciola e caff&egrave;&hellip;Fuori da ogni convenzione: semplicemente spaziale.</p>

<p>Costo: 34&euro;. Disponibile sullo shop online di <a href="https://www.cremeriacapolinea.com/spedizione/" rel="nofollow">Cremeria Capolinea</a></p>

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<p><strong>IL CASATIELLO (E LE ALTRE BONT&Agrave;) DI DIEGO VITAGLIANO</strong><br />
[[ima9]]Il gran pizzaiolo <a href="https://diegovitagliano.it/" rel="nofollow">Diego Vitagliano</a> ci ha ormai abituato bene: a ogni festivit&agrave;, i suoi forni offrono tutta una serie di specialit&agrave;, dolci e salate, che sanno celebrare al meglio - e con golosit&agrave; - la tradizione. Quindi, da non perdere sono le sue colombe, nelle versioni classica, al cioccolato o al limone; &egrave;&nbsp;poi divenuto un appuntamento fisso quello con la pastiera, aromatica, dal&nbsp;ripieno ricco e profumato. Ma qui vogliamo anche segnalare un&#39;ulteriore bont&agrave;,&nbsp;il suo classico casatiello napoletano, realizzato coi salumi di <em>Levoni</em>, oltre ai formaggi.</p>

<p>Costo: colombe da 35&euro; al chilo, pastiera a 28&euro;. Si compra anche <a href="https://shop.diegovitagliano.it/" rel="nofollow">online qui</a>.</p>

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<p><strong>CHE DELIZIA LA VENEXIANA ALL&#39;ALBICOCCA DI FORNO FOLLADOR</strong><br />
[[ima13]]&Egrave; il 1968 quando, a Prata di Pordenone, <strong>Lino Follador</strong> e la moglie <strong>Angela</strong> inaugurano un piccolo forno di provincia. Da allora, la famiglia non ha mai smesso di produrre bont&agrave;, anche a Pasqua, quando il <a href="https://www.fornofollador.it/" rel="nofollow">Forno Follador</a> - mantenendo l&#39;assetto artigianale - propone tante delizie diverse, dalle colombe (tradizionali, arancia e cioccolato,&nbsp;mandorle e limone o ai frutti di bosco), alle &quot;ova&quot; (al cioccolato e albicocche con glassa rocher, oppure al pistacchio e amarene), alle mitiche venexiane:&nbsp;soffici&nbsp;e leggere, lavorate con lievito madre da rinfresco, hanno il profumo di vaniglia bourbon del Madagascar e un sapore avvolgente. Di grande raffinatezza&nbsp;sempre, noi abbiamo particolarmente apprezzato quella con albicocche in gocce, uno sfizio.</p>

<p>Costo: venexiane a partire 15&euro; nella versione pi&ugrave; piccola, si acquista online sul sito <a href="https://www.fornofollador.it/categoria-prodotto/lievitati-della-pasqua/" rel="nofollow">Forno Follador</a>.</p>

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<p><strong>DOLCI QUARESIMALI DI ROMANENGO, GENOVA</strong><br />
[[ima4]]Hanno forme diverse, queste sublimi creazioni che affondano le loro radici nell&rsquo;Ottocento, quando, per rispondere all&rsquo;esigenza di osservare rigidamente la Quaresima, si escludeva anche dai dolci il consumo di grassi e derivati animali come burro, latte e uova; ragion per cui venivano realizzate queste piccole gioie &ndash; esattamente come oggi - con sola pasta di mandorla e zucchero. Dolcezze che, ancora oggi, parlano dell&rsquo;intramontabile piacere di una semplicit&agrave; sofisticata di cui l&rsquo;artigianato Romanengo si fa interprete. Tre le tipologie disponibili, confezionate a mano nella preziosa scatola di legno: i <em>Canestrelli</em>, profumati con acqua distillata di fiori d&rsquo;arancio; i <em>Mostaccioli</em>, a forma di losanga, con marmellata di fichi e limoni e i <em>Marzapani</em>, ripieni di sciroppo di zucchero fondente ai gusti vari, quindi cioccolato, caff&egrave; e composte di frutta.</p>

<p>Costo: A partire da 58&euro;, disponibili sullo shop online di<a href="https://romanengo.com/" rel="nofollow"> Romanengo</a>&nbsp;o presso gli store di Milano e Genova</p>

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<p><strong>UOVO DOUBLE DI QIRMIZ</strong><br />
[[ima2]]Minima estetica, massimo godimento.&nbsp;A Pasqua non si contano le calorie, quindi, senza soffermarsi eccessivamente sull&rsquo;aspetto estetico, qui dal design minimal, il pastry chef <strong>Federico Cari</strong> punta tutto sul gusto.&nbsp;Il&nbsp;<em>double</em>&nbsp;si presenta ingenuo ed innocente nei classici colori fondente e al latte e invece racchiude due ripieni: nella met&agrave; fondente al 70% c&rsquo;&egrave; un caramello cremoso leggermente salato, mentre nella met&agrave; al latte c&rsquo;&egrave; un mix di nocciole piemontesi e laziali ben tostate, croccanti.&nbsp;Una creazione diabolica, irresistibile.</p>

<p>L&rsquo;<em>Uovo Double</em> pesa 500 g e costa&nbsp;45&euro;. Spedizioni possibili in tutta Italia.&nbsp;Per info e acquisti, scrivere in DM sul profilo Instagram di <a href="https://www.instagram.com/qirmizlab/" rel="nofollow">Qirmizlab</a></p>

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<p><strong>MAGLIO, LE UOVA DI PASQUA MADE IN SALENTO</strong><br />
[[ima11]]<a href="https://www.cioccolatomaglio.it/" rel="nofollow">Maglio</a> &egrave; una cioccolateria d&#39;alta qualit&agrave; che lo scorso anno ha festeggiato i 150 anni da quando venne aperta, nel lontano 1875, in quel di Maglie, provincia di Lecce. Da allora non ha mai smesso di lavorare con seriet&agrave;: dietro c&#39;&egrave;&nbsp;la storia di una famiglia salentina, giunta alla sua sesta generazione, che ha tenuto saldo il legame con la tradizione e l&rsquo;artigianalit&agrave;, che continua a investire in ricerca e sviluppo, con particolare attenzione alle materie prime e ai temi dell&rsquo;ambiente e della sostenibilit&agrave;. Per Pasqua, propone tante varianti del classico uovo al cioccolato: noi abbiamo assaggiato il <em>Cremino croccante</em>, con cuore morbido di cremino bianco e arricchito da croccante granella di nocciole tostate Igp Giffoni. Una coccola.</p>

<p><em>Cremino croccante</em> costa 22&euro;. Si pu&ograve; acquistare, come tutte le altre uova di cioccolato, nello shop online di <a href="https://www.cioccolatomaglio.it/prodotto/uovo-cremino-croccante/" rel="nofollow">Maglio</a>.&nbsp;</p>

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<p><strong>I GOLOSISSIMI PRALINATI DI FRATELLI SICILIA</strong><br />
[[ima10]]Guardate le foto qua sopra: non &egrave; gi&agrave; una festa?&nbsp;L&#39;assaggio conferma: i pralinati di <a href="https://fratellisicilia.com/" rel="nofollow">Fratelli Sicilia</a>&nbsp;- ossia <strong>Pietro</strong> e <strong>Salvo Motta</strong> - a Belpasso (Catania) sono una gioia per gli occhi&nbsp;ma, golosissimi come si dimostrano, anche per le papille gustative. Quattro le varianti: al biscotto, al caramello salato, al pistacchio e ai frutti rossi, che &egrave; quella che abbiamo assaggiato, ricca di fragole e lamponi. La pasticceria propone per Pasqua anche le colombe (ottima quella con alicocche e cubetti di cioccolato bianco) e&nbsp;le uova di cioccolato classiche (al latte, fondente, al caramello, al pistacchio).</p>

<p>Pralinati da 400 g a 49,99&euro;. Si acquistano, come tutti gli altri prodotti nel negozio online di <a href="https://fratellisicilia.com/" rel="nofollow">Fratelli Sicilia</a>.</p>

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<p><strong>IL PAPPAGALLO PALOMA DI CAFF&Egrave; SICILIA, NOTO (SIRACUSA)</strong><br />
[[ima6]]Perch&egrave; un <em>Pappagallo</em> e non una <em>Colomba</em>? Nulla togliere a questo candido uccello, ma il <em>Pappagallo</em> &egrave; inclusione, apertura e qui, da <a href="https://www.caffesicilia-shop.it/it/pappagallo-2026---paloma" rel="nofollow" target="_blank">Caff&egrave; Sicilia</a>, assume sfumature e intensit&agrave; che vi faranno innamorare al primo morso. Generoso, il <em>Pappagallo</em> abbonda di frutta, quella raccolta e curata per un anno intero per arricchire i lievitati delle feste: dagli agrumi alla frutta estiva, infatti, &egrave; tutto candito, sciroppato e conservato dalla grande squadra del maestro&nbsp;<strong>Corrado Assenza</strong>. In questa versione sensazionale, incontreremo l&#39;astringenza delicata del pompelmo rosa, limone, pesche con la loro dolcezza e Mezcal&nbsp;Alipus San Baltazar, con ghiaccia alle arachidi, mais, semi di girasole, sale e peperoncino. Cheers: Paloma!</p>

<p>Disponibile sull&#39;e-shop di <a href="https://www.caffesicilia-shop.it/it/pappagallo-2026---paloma" rel="nofollow" target="_blank">Caff&egrave; Sicilia</a>. Costo 45&euro;.</p>

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<p><strong>NON SI SBAGLIA MAI, CON LA COLOMBA OLIVIERI 1882</strong><br />
[[ima12]]Due nomi, una garanzia: i fratelli&nbsp;<a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/6/25078/chef-e-protagonisti/nicola.html">Andrea e Nicola Olivieri</a> si sono affermati negli anni come punto di riferimento assoluto, in Italia,&nbsp;per grandi lievitati artigianali di altissima qualit&agrave;, tanto da firmare qualche mese fa un&#39;alleanza strategica con il <em>Gruppo Bauli</em>. Sia come sia: la colomba <a href="https://www.olivieri1882.com/" rel="nofollow">Olivieri 1882</a> &egrave; sempre un miracolo di equilibrio di eleganza, noi gustiamo la perfezione di quella classica, ma ci si pu&ograve; sbizzarrire: c&#39;&egrave; l&#39;altra classica edizione &quot;ricetta storica&quot;&nbsp;coi canditi tagliati a mano, poi le versioni ai tre cioccolati, alle albicocche e caramello salato, poi ancora l&#39;<em>Uovo di colomba</em>&nbsp;con limone e fragole oppure nero con mou e glassa e nocciole...</p>

<p>Le colombe di <em>Olivieri 1882</em> partono da&nbsp;39,90&euro;, si possono acquistare <a href="https://www.olivieri1882.com/" rel="nofollow">online sul sito</a>.</p>

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<p><strong>SPECIALE PASTIERE<br />
LA PASTIERA CLASSICA DI MALIA, MILANO</strong><br />
[[ima5]]Classica, senza compromessi, buona da perdere la testa: &egrave; la Pastiera di Malia, espressione di una tradizione che il pastry chef <strong>Francesco Romano</strong>, conosce a menadito e rispetta abilmente, portando un assaggio di Sud nel cuore di Milano. Frolla morbida, farcia delicata, senza eccesso di aromi che a lungo andare assuefanno il palato. Ideale per chi non ama i canditi. Una pastiera equilibrata, che lascia il segno. Ps. Per gli amanti del salato, da Malia &egrave; disponibile anche un Casatiello da sogno.</p>

<p>A partire da 36&euro;&nbsp;su <a href="https://cosaporto.it/prodotto/pastiera-da-4-a-7-persone/" rel="nofollow" target="_blank">Cosaporto</a>. Disponibile in store nelle pasticcerie <a href="https://www.maliamilano.com/" rel="nofollow" target="_blank">Malia</a>,&nbsp;Milano</p>

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<p><strong>LA PASTIERA SENZA GLUTINE DEL RISTORANTE SINTESI, ARICCIA (ROMA)</strong><br />
[[ima3]]Dalla classica pastiera napoletana a un&rsquo;interpretazione sensibile alla contemporaneit&agrave;, ma anche a specifiche esigenze nutrizionali, senza sacrificare il gusto: &egrave; la <em>Pastiera by Sintesi</em> firmata dallo chef <strong>Matteo Compagnucci</strong> e dal pastry chef <strong>Matteo Montagnani</strong>, nata da un equilibrio tra memoria e ricerca, completamente senza glutine. Il grano tradizionale, infatti, viene sostituito con il <em>grano saraceno </em>della Valnerina, racchiuso in <em>una frolla al cacao </em>(da farina di mandorla e farina di riso), mantenendo intatti profumi e struttura del dolce originario. Uno scrigno di delicata ricotta di capra <em>Azienda Agricola Monte Jugo</em>, uova della <em>Fattoria Cupidi</em>, cacao amaro <em>Valrhona</em> e canditi di arancia e cedro. Il ricordo resta intatto, eppure il palato si apre a nuove emozioni. Una sintesi di gusto e leggerezza.</p>

<p>La<em> Pastiera by Sintesi</em> sar&agrave; disponibile su prenotazione, in edizione limitata, per il periodo pasquale 2026. Il peso &egrave; di 600 g e il costo di 25 euro. Ritiro presso il ristorante <a href="https://ristorantesintesi.it/" rel="nofollow" target="_blank">Sintesi</a>, viale dei Castani 17, Ariccia (Roma)</p>

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<p><strong>LA PASTIERA MODERNA DI NICOLA GOGLIA DI&nbsp;EMILIO IL PASTICCIERE, CASAL DI PRINCIPE (CASERTA)</strong><br />
[[ima7]]Alla Pastiera tradizionale, un guscio di frolla ripieno di crema di grano, ricotta e canditi dall&rsquo;inconfondibile aroma di fiori di zagara preparato secondo i dettami della pi&ugrave; classica delle ricette, <strong>Nicola Goglia</strong> affianca una <em>Pastiera moderna</em>. Il dolce dallo stesso sapore di quello tradizionale, &laquo;nato &ndash; spiega proprio Goglia - per avvicinare alla Pastiera le giovani generazioni e tutti quelli che, come tanti ragazzi, non amano i canditi&raquo;, &egrave; una torta moderna composta da frolla alle mandorle, crema all&rsquo;arancia, pandispagna bagnato con rum all&rsquo;arancia, ganache all&rsquo;arancia, mousse di pastiera e glassa al cioccolato bianco.</p>

<p>Disponibile presso la pasticceria <a href="https://www.emilioilpasticciere.it/" rel="nofollow" target="_blank">Emilio il Pasticciere</a>, in via San Donato 47 a Casal di Principe (Caserta)</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/specialita-pasqua-8.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/97/42391/dolcezze/non-la-solita-pasqua-dolci-e-specialita-per-tutti-i-gusti.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/97/dolcezze.html">97</category>			</item>			<item>				<title>Podere Sapaio, la visione di Massimo Piccin: l'eleganza della semplicità</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/136/42396/in-cantina/podere-sapaio-la-visione-di-massimo-piccin-leleganza-della-semplicita.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>L&rsquo;eleganza della semplicit&agrave;. Cos&igrave; possono essere facilmente descritti i vini di <a href="https://www.sapaio.com/" rel="nofollow">Podere Sapaio</a>, azienda nata 26 anni fa nella zona di Bolgheri. Vini che rispecchiano perfettamente anche il carattere di <strong>Massimo Piccin</strong>, l&rsquo;ingegnere &ldquo;pentito&rdquo; che da Vittorio Veneto &egrave; partito alla volta proprio della Toscana, trovando quella che era la sua reale dimensione, guardando al futuro.</p>

<p>&laquo;Era il 2000 &ndash; racconta &ndash; e qui acquisto la mia prima propria, una casa con 8 ettari intorno. L&rsquo;idea era fin dall&rsquo;inizio di fare due vini, puntare sul Cabernet Sauvignon come base, per poi fare un blend con <em>Cabernet Franc</em>, <em>Merlot</em> e <em>Petit Verdot</em>&raquo;.</p>

<p>[[ima2]]A <strong>Massimo Piccin</strong> la passione per il vino non &egrave; mai mancata e l&rsquo;ispirazione al mondo vitivinicolo francese &egrave; chiara: &laquo;La prima vendemmia &egrave; stata 2004 &ndash; spiega ancora &ndash; con il <em>Volpolo</em> entrato in commercio nel 2006 e <em>Sapaio</em> nel 2007, dopo tre anni. Fino al 2013 <em>Sapaio</em> era un <em>Bolgheri Superiore</em>, ma poi abbiamo cominciato a usare in modo importante delle uve provenienti da Bibbona, quindi fuori dalla <em>Doc</em>. Si tratta sempre di un nostro vigneto, che ci incuriosiva per le caratteristiche sicuramente diverse da Bolgheri ma comunque molto interessanti. Cos&igrave;, dopo la difficilissima annata 2014 dove abbiamo prodotto solo <em>Volpolo</em>, dal 2015 <em>Sapaio</em> &egrave; un Igt Toscana e negli anni a seguire diventa sempre di pi&ugrave; un matrimonio tra Bolgheri e Bibbona&raquo;.</p>

<p>&laquo;Dovete immaginare &ndash; prosegue <strong>Piccin</strong> &ndash; che quando ho iniziato, io non conoscevo il mondo della produzione del vino. Io ero ingegnere, professione che ho svolto per poco tempo. &nbsp;Quando ho avuto l&#39;opportunit&agrave; di investire in questo progetto nel vino, per prima cosa ho cercato un consulente, quindi &egrave; arrivato <strong>Carlo Ferrini</strong>, che ancora ci aiuta nel nostro percorso. La mia filosofia di produzione &egrave; quindi molto legata al suo approccio alla vigna e, negli anni, si &egrave; trasformata in una mia consapevolezza&raquo;.</p>

<p>[[ima3]]La conduzione biologica delle vigne diventa, perci&ograve;, una conseguenza diretta di questa idea. Non con un approccio matematico, da ingegnere. &laquo;Non vorrei sembrare poetico, ma &egrave; pi&ugrave; una relazione con la terra, un ascolto&raquo;.</p>

<p>Perch&eacute; proprio Bolgheri? &laquo;Era nata l&rsquo;idea di sviluppare un mio progetto nel vino &ndash; racconta <strong>Massimo Piccin</strong> &ndash; Io ero aperto a qualsiasi zona. Anzi, a dire il vero, visto che sono un super amante delle bollicine, forse sarei dovuto andare da qualche altra parte. Per&ograve;, tramite amici, sono arrivato a Bolgheri, dove mi hanno proposto questa propriet&agrave;. Io non c&rsquo;era mai stato, anche se ne conoscevo i vini. Quando sono arrivato mi sono innamorato del territorio&raquo;.</p>

<p>Un colpo di fulmine. &laquo;Era anche un progetto di vita, perch&eacute; l&rsquo;idea era di vivere in questo luogo. Mi ricordo, era novembre del 1999. Sono arrivato, ho visto il mare, le colline, le dune di sabbia&hellip; Va bene, questo &egrave; il posto. Poi vediamo come sono i vini&raquo;.</p>

<p>[[ima4]]Dopo 26 anni, questo progetto &egrave; diventato una bella realt&agrave;, alla quale si &egrave; affiancata una nuova esperienza sull&rsquo;isola del Giglio (della quale vi invitiamo a leggere il nostro report, <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/136/37442/in-cantina/le-secche-di-sapaio-un-colpo-di-fulmine-sullisola-del-giglio.html">cliccando qui</a>). Ma a <em>Podere Sapaio</em>, come detto, si segue la &ldquo;linea francese&rdquo;: primo e secondo vino.</p>

<p><em>Volpolo</em> &egrave; il vino pi&ugrave; immediato, per certi versi anche giocoso. Il punto focale &egrave; la bevibilit&agrave;: 70% <em>Cabernet Sauvignon</em>, 15% <em>Merlot</em> e 15% <em>Petit Verdot</em>, con un affinamento di 14 mesi in barriques, per circa 85mila bottiglie, &egrave; un <em>Bolgheri Doc</em> (annata 2023) che ha sentori netti di frutti rossi predominanti, dalla mora, al ribes fino a una ciliegia sotto spirito, con un sottofondo di fiori e una gradevole punta di spezie. All&rsquo;assaggio, &egrave; fresco, piacevole, immediato, quasi spensierato.</p>

<p>[[ima5]]<em>Sapaio</em>, invece, nasce come vino pi&ugrave; &ldquo;importante&rdquo;, che soprattutto ha la longevit&agrave; tra le sue armi vincenti. In questo caso si tratta di un Igt Toscana, come spiegato in precedenza, realizzato con 70% <em>Cabernet Sauvignon</em>, 20% <em>Petit Verdot</em> e 10% <em>Cabernet Franc</em>, e un affinamento di 18 mesi in barriques e poi in bottiglia.</p>

<p>L&rsquo;annata 2021, la pi&ugrave; recente in commercio, dimostra la grande austerit&agrave; di questo vino: naso accattivante di spezie e frutta, al quale si aggiunge un accenno di erbe aromatiche e di balsamicit&agrave;, con una nota leggermente fum&eacute;. In bocca la struttura si fa sentire, anche se acidit&agrave; e sapidit&agrave; sono dei pilastri, soprattutto in abbinamento durante i pasti, come dimostrato durante il pranzo di presentazione dei vini ad <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/32766/ristoranti/andrea-aprea.html">Andrea Aprea</a> a Milano.</p>

<p>[[ima6]]L&rsquo;annata 2018 &egrave; sicuramente pi&ugrave; ampia, con un&rsquo;ottima ricchezza: le durezze della 2021, con tre anni in pi&ugrave; di bottiglia, sono andate a levigarsi, soprattutto in bocca, con un sorso pi&ugrave; rotondo e avvolgente.</p>

<p>L&rsquo;annata 2013, infine, mantiene un grande slancio, soprattutto al naso: grande complessit&agrave;, dove le note balsamiche e di macchia mediterranea sono pi&ugrave; accentuate, bel frutto fresco. In bocca &egrave; una progressione, con un attacco piacevole, e successivamente un&rsquo;apertura che si conclude con una grande persistenza.</p>

<p>Vini eleganti e gentili, proprio come <strong>Massimo Piccin</strong>.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/2-massimo-piccin.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/136/42396/in-cantina/podere-sapaio-la-visione-di-massimo-piccin-leleganza-della-semplicita.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/136/in-cantina.html">136</category>			</item>			<item>				<title>La rinascita di sua eccellenza il riso nelle terre di Calabria, Sicilia e Sardegna</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/42384/dallitalia/la-rinascita-di-sua-eccellenza-il-riso-nelle-terre-di-calabria-sicilia-e-sardegna.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Se dici pasta, pensi al Sud, se dici riso, pensi al Nord. Eppure, alcuni produttori meridionali lavorano ogni giorno un po&rsquo; per smentire questa associazione di idee, ma soprattutto per restaurare una tradizione che affonda le radici in un passato nobile e inaspettato.</p>

<p>La convinzione che il riso - quest&#39;anno ingrediente simbolo della <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/41324/dallitalia/il-16-maggio-la-giornata-della-ristorazione-2026-il-settore-si-unisce-sotto-il-simbolo-del-riso.html" target="_blank">Giornata Ristorazione 2026</a> in programma il prossimo 16 maggio -&nbsp;sia un prodotto esclusivamente &quot;padano&quot; &egrave; un falso storico, poich&eacute; questo cereale &egrave; arrivato in Italia dalla porta principale del Mediterraneo, la Sicilia, introdotto dagli Arabi intorno al IX secolo insieme a sofisticate tecniche di irrigazione. Sotto il Regno delle Due Sicilie, la risicoltura non era un&rsquo;eccezione, ma una realt&agrave; consolidata che si estendeva dalla Piana di Sibari in Calabria fino alla Valle del Sele in Campania, dove il chicco bianco cresceva rigoglioso grazie a un clima unico. Tuttavia, nel XIX secolo, la lotta alla malaria e le scelte politiche post-unitarie spostarono il baricentro della produzione verso il Piemonte e la Lombardia, condannando le risaie del Mezzogiorno a un oblio durato oltre un secolo.</p>

<p>Vero &egrave; che, secondo i dati pi&ugrave; recenti dell&#39;<em>Ente Nazionale Risi</em> e di <em>Coldiretti</em>, la ripartizione della produzione nazionale vede il Nord Italia rappresentare il cuore pulsante della risicoltura europea. Solo le regioni Piemonte e Lombardia coprono il 94% della produzione nazionale. Le province di Pavia, Vercelli e Novara sono responsabili da sole del 90% del riso italiano. Al Sud Italia e Isole resta solo il 5-6%, quota residua distribuita principalmente tra Sardegna, Calabria e Sicilia.</p>

<p>Rinascimento del riso meridionale? Se non c&rsquo;&egrave; partita da un punto di vista quantitativo, si pu&ograve; discutere di una rivincita a livello qualitativo. In territori come l&rsquo;Oristanese in Sardegna o in Calabria e Sicilia, la vicinanza al mare e l&#39;esposizione solare prolungata conferiscono al chicco una sapidit&agrave; naturale e una struttura dell&#39;amido pi&ugrave; compatta, garantendo una tenuta alla cottura che i terreni dell&#39;interno difficilmente riescono a eguagliare. I produttori moderni, eredi di quella tradizione borbonica interrotta, dimostrano cos&igrave; che il riso pu&ograve; avere un&#39;anima profondamente mediterranea, capace di portare nel piatto il sapore del sole e della terra argillosa del Sud.</p>

<p>[[ima2]]Il fulcro della primavera risicola del Sud &egrave; la <em>Piana di Sibari</em>, in Calabria, dove il particolare incontro tra le brezze ioniche e il calore costante del sole permette di ottenere chicchi dalle qualit&agrave; organolettiche straordinarie, spesso superiori per tenuta di cottura e sapidit&agrave; a quelli coltivati in climi pi&ugrave; rigidi. Aziende come <a href="https://risomagisa.it/" rel="nofollow">Riseria Magisa</a> e <a href="https://www.masseriafornara.it/" rel="nofollow">Masseria Fornara</a> hanno tracciato la strada, trasformando un territorio storicamente dedito agli agrumi in un distretto d&#39;eccellenza capace di esportare variet&agrave; pregiate come l&#39;inedito riso nero <em>Jemma</em> (Magisa) e il <em>Carnaroli</em>. Non meno significativa &egrave; la ripartenza in Sicilia, nella zona del Lago di Lentini (Siracusa), dove la coltivazione &egrave; tornata a fiorire grazie a tecniche di irrigazione a basso impatto ambientale e alla spinta di realt&agrave; biologiche come <a href="https://www.agribioconti.com/" rel="nofollow">Agribio Conti</a> di Lentini. Qui il riso non &egrave; solo un prodotto agricolo, ma un ritorno all&#39;identit&agrave; culturale che chiude il cerchio gastronomico con piatti iconici come l&#39;<em>arancina</em>.</p>

<p>[[ima3]]Da questo discorso non si pu&ograve; escludere la Sardegna, probabilmente vera avanguardia qualitativa e quantitativa tra le isole. Se la Calabria ha la Piana di Sibari, la Sardegna risponde con la <em>Piana di Oristano</em>, un territorio dove la bonifica del secolo scorso ha lasciato in eredit&agrave; terreni fertili e un microclima perfetto, costantemente ventilato dal maestrale. Qui la cinquantennale azienda <a href="https://www.risopassiu.it/" rel="nofollow">Riso Passiu</a> ha saputo distinguersi per una filosofia produttiva centrata sulla purezza varietale e sul rispetto dei cicli naturali. Celebri le loro variet&agrave; aromatiche pluripremiate come il <em>Gange</em>&nbsp;(un riso integrale nero) e il <em>Gioiello</em> (un riso nero pigmentato unico nel suo genere).</p>

<p>A differenza delle vaste distese allagate del Vercellese, le risaie meridionali e isolane si distinguono per una gestione idrica pi&ugrave; oculata, resa necessaria dalla cronica scarsit&agrave; di risorse. Dove la sommersione tradizionale non &egrave; sostenibile, per ottimizzare ogni goccia, vengono adottate le tecniche innovative della microirrigazione, l&rsquo;aspersione o l&rsquo;AWD (Alternate Wetting and Drying).</p>

<p>La nicchia produttiva del riso meridionale, seppur rappresenti ancora una piccola percentuale rispetto ai colossi del Nord, sta conquistando i mercati dell&#39;alta ristorazione e delle botteghe d&rsquo;eccellenza, dimostrando che il &quot;granaio d&#39;Europa&quot; pu&ograve; essere anche un&#39;eccelsa risaia, capace di coniugare tradizioni secolari e innovazione agrotecnica in un chicco di puro sole mediterraneo.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/foto-riso-nel-sud-italia-3.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/42384/dallitalia/la-rinascita-di-sua-eccellenza-il-riso-nelle-terre-di-calabria-sicilia-e-sardegna.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/dallitalia.html">44</category>			</item>			<item>				<title>Matsu, Pepe, 1224 e Cetino: quattro new entry nella Guida di Identità</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/207/41392/guida-alla-guida/matsu-pepe-1224-e-cetino-quattro-new-entry-nella-guida-di-identita.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p><a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/41344/ristoranti/matsu.html"><strong>Matsu, Milano</strong></a><br />
A fine 2025, una nuova apertura a pochi passi da Porta Venezia va a rafforzare la schiera di ristoranti giapponesi di alta qualit&agrave; nel capoluogo lombardo. In un ambiente sobrio e raccolto, un sushi counter con 12 posti a sedere permette ai commensali di interagire con i due &quot;itamae&quot;: lo chef&nbsp;<strong>Hirohiko Shimizu</strong>&nbsp;e il suo braccio destro&nbsp;<strong>Daigo Wakui</strong>.&nbsp;Come in ogni omakase non c&#39;&egrave; scelta alla carta e i piatti variano secondo estro, stagione e mercato. A pranzo il rapporto tra antipasti e nigiri pende a favore dei secondi (tre contro quindici), a cena le proporzioni si riequilibrano. [...]<br />
<a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/41344/ristoranti/matsu.html">Leggi tutta la scheda di Davide Scapin Giordani</a>&nbsp;[...]<br />
[[ima2]]<br />
<a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/41388/ristoranti/pepe.html"><strong>Pepe, Milano</strong></a><br />
E alla fine il mistero trov&ograve; soluzione: &egrave;&nbsp;<strong>Luca Fantin</strong>&nbsp;il corporate executive chef chiamato da&nbsp;<strong>Enrico Buonocore</strong>&nbsp;per lanciare&nbsp;<a href="https://www.pepe.it/it" rel="nofollow">Pepe</a>, il primo format di &ldquo;barra italiana&rdquo; da&nbsp;<a href="https://www.langosteria.com/it" rel="nofollow">Langosteria</a>. Il gruppo tiene nel mirino diverse aperture ma intanto il capitolo 1 &egrave; scritto dall&rsquo;inverno 2026 a Milano, nell&rsquo;elegante Palazzo Lancia, panoramica costruzione tra corso Matteotti e via Montenapoleone. Pepe sta al quarto piano, due livelli sotto&nbsp;<em>Ally&rsquo;s Bar&nbsp;</em>e uno sotto a&nbsp;<a href="https://www.identitagolose.it/sito/sito/it/62/40817/ristoranti/langosteria-montenapoleone.html">Langosteria Montenapoleone</a>: hanno disegnato 3 barre da 12 posti pi&ugrave; un bar che vale un bel prologo. In sottofondo, musica ad alto volume, retro-italiana &agrave; la Edoardo Vianello.&nbsp;[...]<br />
<a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/41346/ristoranti/1224-al-grand-hotel-savoia.html">Leggi tutta la scheda di G</a><a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/41388/ristoranti/pepe.htm">abriele Zanatta</a><br />
[[ima3]]<br />
<strong><a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/41346/ristoranti/1224-al-grand-hotel-savoia.html">1224 al Grand Hotel Savoia</a></strong><br />
In una Cortina mai cos&igrave; attraente per gli investitori italiani e stranieri, fioccano le novit&agrave; nel settore gastronomico. Tra queste risalta il trasloco, armi e bagagli, dello staff di&nbsp;<em>Baita Pi&egrave; Tofana</em>&nbsp;al&nbsp;<a href="https://www.1224restaurantcortina.it/" rel="nofollow">1224</a>; (il nome cita la quota sul livello del mare di Cortina), tavola gourmet del&nbsp;<a href="https://www.grandhotelsavoiacortina.it/it/" rel="nofollow">Grand Hotel Savoia</a>. Da una bomboniera tutta in legno ai piedi delle piste alla confortevole sala di un lussuoso hotel in pieno centro.&nbsp;Il trasferimento &egrave; parte di un progetto di lungo termine: Baita Pi&egrave; Tofana resta inattiva durante la stagione invernale 2025/2026 per cause di forza maggiore: l&#39;intero comprensorio delle Tofane &egrave; impraticabile per i turisti durante il periodo olimpico. La riapertura &egrave; prevista per l&#39;estate 2026, nella nuova veste di bistrot di montagna, lasciando al 1224 il ruolo di capofila.&nbsp;[...]<br />
<a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/41346/ristoranti/1224-al-grand-hotel-savoia.html">Leggi tutta la scheda di Davide Scapin Giordani</a><br />
[[ima4]]<br />
<strong>Cetino al The Lake Como Edition</strong><br />
Era tra le novit&agrave; pi&ugrave; attese l&rsquo;approdo di <strong>Mauro Colagreco</strong> sul Lago di Como con <a href="https://www.cetinorestaurantlakecomo.com/it/" rel="nofollow">Cetino</a>, il suo primo ristorante in Italia all&rsquo;interno del <a href="https://www.editionhotels.com/lake-como/" rel="nofollow">The Lake Como Edition</a>, hotel a Cadenabbia, un luogo irrorato da una radiosit&agrave; diffusa, una luce che accoglie sin dall&rsquo;ingresso. Eppure quelle tonalit&agrave; si accendono entro i confini di Cetino, fine dining dall&rsquo;anima conviviale, con piatti da condividere, e una freschezza che si protrae dalla combinazione di ingredienti all&rsquo;atmosfera, una dimensione intima, accogliente. Qui, lo chef del Mirazur pensa ben oltre il piatto fino a rendere il suo ristorante un micro-ecosistema, la cui essenza si esprime attraverso una cucina che si affida a una filiera corta, con solidi riferimenti territoriali, espressioni stagionali che lo invitano a sondare avidamente il circondario.<br />
<a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/42382/ristoranti/cetino-del-the-lake-como-edition.html">Leggi tutta la scheda di Marialuisa Iannuzzi</a><br />
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					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/1-matsu.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/207/41392/guida-alla-guida/matsu-pepe-1224-e-cetino-quattro-new-entry-nella-guida-di-identita.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/207/guida-alla-guida.html">207</category>			</item>			<item>				<title>Cracco e Pepe: che serata a Identità Golose Milano, due grandi libri e una cena indimenticabile</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/413/42388/identita-golose-milano/cracco-e-pepe-che-serata-a-identita-golose-milano-due-grandi-libri-e-una-cena-indimenticabile.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Ci sono serate che, prima ancora di cominciare, portano con s&eacute; lo scintill&igrave;o&nbsp;di qualcosa di speciale. Quella di mercoled&igrave; 25 marzo a <a href="https://www.identitagolosemilano.it/home" rel="nofollow">Identit&agrave; Golose Milano</a> &egrave; stata una di queste. A incontrarsi nell&#39;hub di via Romagnosi sono stati <strong>Carlo Cracco</strong> e <strong>Franco Pepe</strong>, due protagonisti assoluti della scena gastronomica italiana che, pur operando in ambiti apparentemente distanti, l&#39;alta cucina e la pizza d&#39;autore, condividono molto pi&ugrave; di quanto si possa immaginare: dedizione totale alla materia prima e alla manualit&agrave;, percorsi costruiti un passo alla volta con ostinazione e coraggio, e quella capacit&agrave; rara di trasformare il proprio lavoro in qualcosa che supera la dimensione del piatto o della singola insegna, per diventare racconto di un territorio e di una cultura.</p>

<p>L&#39;occasione &egrave; nata dall&#39;uscita quasi simultanea di due libri, pubblicati entrambi da <em>L&#39;ippocampo</em> per l&#39;Italia e da <em>Phaidon</em> nel resto del mondo: <em>Cracco in Galleria</em>, scritto con <strong>Luca Sacchi</strong> e <strong>Gabriele Zanatta</strong>, con il contributo creativo di <em>Toiletpaper</em> &mdash; <strong>Maurizio Cattelan</strong>, <strong>Pierpaolo Ferrari</strong>, <strong>Alberto Zanetti</strong> e <strong>Sebastiano Mastroeni</strong> &mdash; e <em>Franco Pepe: Pizza Chef</em>, scritto con <strong>Elisia Menduni</strong> e arricchito dalle fotografie di <strong>Adam Bricker</strong> e <strong>Brian McGinn</strong>. Due volumi diversi tra loro, ma nati entrambi dalla stessa esigenza: fissare su carta un momento di maturit&agrave;, fare il punto su un percorso straordinario, raccontarsi.</p>

<p>[[ima2]]Come ha detto <strong>Claudio Ceroni</strong>, cofondatore di <em>Identit&agrave; Golose</em> insieme a <strong>Paolo Marchi</strong>, nel suo saluto al pubblico che ha aperto la serata: &laquo;Questa &egrave; veramente un&#39;occasione speciale. Qui davanti a noi ci sono due personaggi che in modo diverso hanno cambiato il volto della cucina italiana. Questo incontro tra&nbsp;un grandissimo chef e un grandissimo pizzaiolo ci rende orgogliosi&raquo;. Un dialogo, quello tra cucina d&#39;autore e pizza d&#39;autore, che <em>Identit&agrave; Golose</em> porta avanti da oltre vent&#39;anni grazie alle intuizioni di <strong>Marchi</strong>, e che in questa serata ha trovato la sua espressione pi&ugrave; piena.</p>

<p>Prima della cena, i protagonisti hanno presentato i due volumi al pubblico dell&#39;Hub. A ciascuno abbiamo chiesto di raccontare il momento della carriera in cui &egrave; maturata la decisione di scrivere un libro.</p>

<p><strong>Franco Pepe</strong> ha raccontato un percorso lungo: &laquo;<em>Phaidon</em> mi seguiva gi&agrave; dal 2017, ci sono stati due contatti per scrivere il libro, ma in quegli anni non mi sentivo pronto. Poi l&#39;evoluzione del percorso della pizza negli ultimi vent&#39;anni mi ha portato a un momento in cui sentivo di poter raccontare la mia storia. I clienti me lo chiedevano continuamente: mi arrivano sette, otto, dieci nazionalit&agrave; diverse al giorno, e tutti vogliono sapere tutto del percorso. E poi arrivano tanti giovani che vogliono capire. Ho detto: &egrave; arrivato il momento di fermarmi e di raccontare l&#39;idea di&nbsp;una pizzeria diversa. Io venivo da un&#39;attivit&agrave; tradizionale, in un centro storico disabitato che oggi riesce a ospitare 12000 persone al mese: lo chiamo un piccolo miracolo, a volte non ci credo nemmeno io&raquo;.</p>

<p>[[ima3]]Il libro &egrave; nato dopo la puntata di <em>Chef&#39;s Table</em> su Netflix: &laquo;Il regista e il direttore della fotografia hanno detto: noi vogliamo partecipare a questo progetto. E ho pensato alla persona giusta con cui scriverlo: <strong>Elisia Menduni</strong>, che mi conosce da quando facevo le pizze nella pizzeria tradizionale di mio padre. Si present&ograve; da me con <strong>Stefano Bonilli</strong>, e da quel giorno sono passati ventidue anni&raquo;.</p>

<p>E&#39; stata proprio <strong>Elisia Menduni</strong> a spiegare la scelta di fondo del racconto: &laquo;Ho seguito Franco dall&#39;inizio, da quando non voleva fare pi&ugrave; il pizzaiolo ed era in crisi. Ho sentito l&#39;esigenza di concentrare il libro interamente sul suo stile e raccontare chi sono gli altri protagonisti della sua storia. Perch&eacute; lui &egrave; un ambasciatore di un territorio incredibile, che si distacca in maniera egregia dagli stereotipi della pizza napoletana. Valeva la pena dire: esiste la pizza napoletana, e poi esiste Franco Pepe. Esiste Napoli, e poi esiste un&#39;altra Campania&raquo;.</p>

<p>Quanto alle ricette &mdash; e in particolare alla questione dell&#39;impasto &mdash; la Menduni ha raccontato un aneddoto che ha divertito tutta la sala: &laquo;Le ricette c&#39;erano tutte, ma alla voce impasto era scritto solo &quot;impasto&quot;. Ho dovuto un po&#39; corrompere il suo responsabile degli impasti, un ragazzo egiziano simpaticissimo: almeno dimmi la differenza tra inverno e estate, la temperatura dell&#39;acqua. &Egrave; venuta fuori una ricetta che funziona, e che abbiamo dovuto chiamare &quot;la ricetta clandestina&quot;&raquo;. Pepe ha confermato la complessit&agrave; della questione: &laquo;Io sono nato negli impasti, nella farina. Un mese fa abbiamo attraversato una crisi su un grano: per un mese non abbiamo dormito la notte, facevamo quarantacinque impasti diversi. Non &egrave; facile standardizzare e decidere quale sia la ricetta giusta da scrivere su un libro&raquo;.</p>

<p>[[ima4]]Per <em>Cracco in Galleria</em>, &egrave; stato <strong>Luca Sacchi</strong> a raccontarne&nbsp;la genesi: &laquo;Fisicamente, concretamente, dopo quattro o cinque anni in cui ogni mese e mezzo chiedevo a Carlo di provare a scrivere quello che stavamo facendo in Galleria, &egrave; arrivato il momento giusto. Io ero molto convinto che fossimo arrivati a un punto della nostra cucina in cui bisognava fissare quello che stavamo facendo. Quando Carlo ha capito che il tempo era maturo, ha detto: &egrave; ora di fare tutto&raquo;.</p>

<p><strong>Carlo Cracco</strong> ha completato: &laquo;Siamo andati da <em>Phaidon</em> e <em>L&#39;Ippocampo</em> perch&eacute; ci sembravano le persone giuste. Poi &egrave; arrivato <strong>Pierpaolo Ferrari</strong> con tutto il team. Con loro abbiamo cercato di fare un libro un po&#39; diverso: non solo ricette o foto incredibili, ma il racconto di tutto il progetto della Galleria, che non chiude mai, in tutti i suoi piani, in tutte le sue vesti, in tutte le sue sfaccettature. C&#39;era la voglia di raccontare la Galleria, tutto quello che si fa, tutta la squadra: siamo quasi settanta persone che ci lavorano. Volevamo celebrare questo percorso, che dopo il Covid &egrave; stato abbastanza difficile. L&#39;idea &egrave; stata di chiamare questi pazzi scatenati che fanno tutt&#39;altro, perch&eacute; proprio essendo diversi da noi potevano portare qualcosa di diverso, qualcosa in pi&ugrave;&raquo;.</p>

<p><strong>Pierpaolo Ferrari</strong> ha confermato: &laquo;La cosa bella &egrave; stata affrontare il mondo della cucina senza essere esperti di libri di cucina: probabilmente Carlo voleva proprio questo come punto di partenza. Ci ha permesso di partire da un punto di vista originale. Un libro &egrave; qualcosa che rimane nel tempo: nel momento in cui lo fai, fissi quello che hai fatto e si apre un nuovo capitolo. Ti mette un po&#39; in pace con quello che hai prodotto&nbsp;e inizi a pensare al futuro. Infatti le volte che sono andato a mangiare da loro dopo il libro, non ho mangiato niente di quello che c&#39;era nel volume: era proprio l&#39;inizio di una nuova fase&raquo;.</p>

<p>[[ima5]]<strong>Gabriele Zanatta</strong>, colonna della redazione di <em>Identit&agrave; Golose</em> e coautore del libro, ha raccontato il senso pi&ugrave; profondo del lavoro: &laquo;Uno dei problemi della ristorazione di oggi &egrave; l&#39;omologazione, il fatto che le cucine tendano ad assomigliarsi tutte. Cracco e Sacchi hanno sempre fatto una cucina che non somiglia a nessun&#39;altra: tradurre in parole questa specificit&agrave; &egrave; stata per me una cosa molto bella. Dietro il loro lavoro c&#39;&egrave; uno studio profondissimo delle ricette, delle epoche, delle tecniche, e questo &egrave; un valore importante in un momento in cui sembra che ovunque prevalga l&#39;incompetenza. Questo libro &egrave; la storia di due grandi artigiani come Carlo e Luca, ma anche di molti altri artigiani, come Pierpaolo e Sebastiano di Toiletpaper, e poi ancora il light designer <strong>Davide Groppi</strong>, gli architetti dello <em>Studio Peregalli Sartori</em>...&raquo;.</p>

<p>Quanto al rapporto tra cucina d&#39;autore e pizza d&#39;autore, entrambi hanno condiviso le proprie riflessioni. Cracco ha ricordato un incontro che per lui ha segnato una svolta nella percezione della pizza: &laquo;Ho avuto la percezione di un cambiamento importante quando ho provato la pizza&nbsp;di <strong>Simone Padoan</strong>, che era venuto fuori con questa pizza nel padellino e nessuno capiva allora. Quando l&#39;ho assaggiata ho realizzato che&nbsp;la pizza poteva essere un&#39;altra cosa. Da l&igrave; in tanti l&#39;hanno compreso e oggi quell&#39;innovazione non appartiene pi&ugrave; a una sola regione, &egrave; diventata una realt&agrave;&raquo;. Pepe ha voluto chiudere con una riflessione: &laquo;Devo ringraziare <em>Identit&agrave; Golose</em>. Quando nel 2012 incontrai <strong>Paolo Marchi</strong>, capii che era una grande opportunit&agrave;: non tanto presentare la mia pizza, ma interagire con l&#39;alta cucina. Quei saperi che mancavano al pizzaiolo, soprattutto del Sud, potevano essere dati dalla frequentazione con gli chef. Se oggi riesco a realizzare certe creazioni, &egrave; grazie a loro. Per&ograve; oggi dobbiamo fare attenzione: noi siamo dei panificatori, e dovremmo far parlare gli impasti prima del topping, senza sostituirci agli chef&raquo;.</p>

<p>[[ima6]]Dopo la presentazione, la serata &egrave; proseguita a tavola con un menu di cinque portate che alternava le creazioni di Pepe ai piatti di Cracco e Sacchi, in un dialogo tra pizza d&#39;autore e alta cucina che ha attraversato l&#39;intera cena. Si respirava, in cucina e in sala, un&#39;atmosfera di grande leggerezza e complicit&agrave; tra tutti i protagonisti: Cracco e Pepe fianco a fianco, la brigata guidata dallo chef resident di <em>Identit&agrave; Golose Milano</em> <strong>Edoardo Traverso</strong>, i ragazzi e le ragazze della cucina e del servizio. Le sale dell&#39;Hub erano piene di commensali visibilmente felici di un&#39;occasione rara, e il risultato nei piatti, un percorso che intrecciava la visione mediterranea e l&#39;arte dell&#39;impasto di Pepe con la cucina raffinata e concreta di Cracco e Sacchi, &egrave; stato all&#39;altezza delle aspettative.</p>

<p>Di seguito, le foto dei piatti, raccontati dagli chef che li hanno creati.<br />
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[[ima7]][[ima8]][[ima9]][[ima10]][[ima11]]</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/7-49.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/413/42388/identita-golose-milano/cracco-e-pepe-che-serata-a-identita-golose-milano-due-grandi-libri-e-una-cena-indimenticabile.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/413/identita-golose-milano.html">413</category>			</item>			<item>				<title>Tutte le Fiabe del Gatto Verde</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/41387/dallitalia/tutte-le-fiabe-del-gatto-verde.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Ci hanno insegnato a cercare il piatto perfetto, la cottura perfetta, l&rsquo;equilibrio perfetto. Ma la verit&agrave; &egrave; che la perfezione&hellip; dopo un po&rsquo;, assomiglia sempre a se stessa. E allora ti siedi, mangi qualcosa di incredibile, fai un sorriso, magari una foto&hellip;&nbsp;e il giorno dopo &egrave; gi&agrave; passato.&nbsp;</p>

<p>Perch&eacute; non &egrave; la perfezione che resta, ma quando qualcosa ti sfiora davvero.&nbsp;Quando una cena smette di essere una sequenza di portate e diventa un momento che ti attraversa. Una risata che non ti aspettavi, un incontro, una persona con cui condividi quel tavolo, o come nel mio caso la condivisione con i tavoli accanto delle sensazioni provate.&nbsp;L&igrave; succede qualcosa, non stai pi&ugrave; semplicemente mangiando.&nbsp;Stai vivendo.</p>

<p>E capisci che l&rsquo;apice non &egrave; mai stato il piatto, non &egrave; la tecnica, non &egrave; nemmeno il ristorante. L&rsquo;apice &egrave; quell&rsquo;istante preciso in cui tutto si allinea e diventa irripetibile. Perch&eacute; puoi rifare una ricetta mille volte, puoi replicare un servizio impeccabile, puoi studiare ogni dettaglio, ma non potrai mai ricreare esattamente quella sera, quelle persone, quella sensazione.<br />
<br />
Esistono tre tipi di cene:&nbsp;quella che ti coinvolge, quella che ti cambia, e poi la terza, quella che ho vissuto pochi giorni fa, la cena che diventa memoria eterna. Ho preso il nuovissimo menu&nbsp;degustazione &ldquo;Le Fiabe&rdquo;. <em>Le Tre Arance</em>, esteticamente intenso, colore acceso, gusto diretto, <em>Gatto Mammone</em>, cremoso ed avvolgente, intimo ed equilibrato, <em>Mazap&eacute;gul</em> &egrave; il piatto che non ti aspetti, perch&eacute; spesso l&rsquo;impatto visivo di porta fuori dai binari ma il gusto &egrave; quello. <em>Minestra di Sassi</em>, delicato e profumato, <em>Pinocchio</em> &egrave; una sorpresa, ed ad ogni morso la sinfonia gustativa cambia<em>, Ist&eacute;ne e su argiolinu </em>strepitoso, animella perfetta e agnello millimetrico, <em>Amaro</em> &egrave; amaro in tutta la sua forza, di un colore quasi rigenerativo agli occhi, e per concludere <em>La Dama Bianca</em>. Perfetta chiusura di questa cena memorabile.</p>

<p>Nel percorso per&ograve; &egrave; arrivato un piatto che molto probabilmente non ero pronta a sentire. Perch&eacute; la prima cosa che mi ha colpito &egrave; stato l&rsquo;olfatto. E per me questo non &egrave; scontato, dal Covid a oggi &egrave; sempre stato un territorio fragile, distante, quasi spento. Invece l&igrave; &egrave; successo, un profumo netto, vivo, vero. Come se qualcuno avesse riacceso un interruttore dentro di me. E in un attimo non ero pi&ugrave; seduta a quel tavolo, ero altrove, dentro a mille ricordi, dentro a una sensazione che pensavo di aver perso. Poi &egrave; arrivato il gusto, e l&igrave;, il colpo finale. Era emozione pura, quel nodo alla gola che non sai spiegare, ho avuto quasi voglia di piangere per quello che mi aveva restituito. Perch&eacute; a volte non &egrave; la cucina che ti sorprende, ma quello che riesce a risvegliare in te. Il Piatto &egrave; Il <em>Carrello</em>&nbsp;degli affumicati.</p>

<p>La mia prima volta al <a href="https://ristorantealgattoverde.com/it/" rel="nofollow">Gatto Verde</a> non &egrave; stato solo un ristorante, ma un passaggio. Un attraversamento silenzioso tra quello che pensavo di conoscere e quello che non sapevo ancora di poter sentire. Quindi un grazie di cuore a <strong>Massimo Bottura</strong>, a <strong>Jessica Rosval</strong>, a <strong>Denis Bretta </strong>e a tutto lo staff per questa esperienza&nbsp;che mi ha toccata cos&igrave;&nbsp;forte da rendermi difficile raccontarla con estrema facilit&agrave;.<br />
[[ima2]][[ima3]][[ima4]][[ima5]][[ima6]][[ima7]][[ima8]]</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/1-img-5564.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/41387/dallitalia/tutte-le-fiabe-del-gatto-verde.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/dallitalia.html">44</category>			</item>			<item>				<title>Nasce Territori, dall'esempio di Aimo e Nadia una piattaforma e un'associazione </title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/42385/dallitalia/nasce-territori-dallesempio-di-aimo-e-nadia-una-piattaforma-e-unassociazione-.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Intanto, un premessa doverosa: &egrave; bello scoprire che l&rsquo;intuizione, la tenacia e la straordinaria sensibilit&agrave; di due persone &ndash; <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/6/2640/chef-e-protagonisti/aimo-e-nadia.html">Aimo e Nadia Moroni</a> - nate prima dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale, che da giovani erano troppo povere per potersi consentire un percorso di studi e per non mettersi subito a lavorare, innervino ora un progetto adottato dal Dipartimento di Design del Politecnico di Milano, che proprio ieri l&rsquo;ultima edizione del &ldquo;QS rankings by subject&rdquo; (la classifica mondiale dei migliori atenei in base alle singole discipline) ha collocato al settimo posto assoluto, un&rsquo;eccellenza italiana. Ci&ograve; detto, ci rimaneva un dubbio: ma perch&eacute;, e in che modo, un&rsquo;istituzione universitaria ritiene doveroso contribuire allo sviluppo del progetto <a href="https://www.territori.org/" rel="nofollow">Territori</a> che gi&agrave; conoscevamo, si basa sulla scelta che il <em>Gruppo Aimo e Nadia</em> opera da tanti anni nel sostenere e promuovere i prodotti italiani, sinonimo di qualit&agrave;, artigianalit&agrave; e tradizione? La risposta ai nostri dubbi &egrave; giunta poche ore fa, quando i termini di tale inedita collaborazione tra un ateneo e un&rsquo;impresa ristorativa ci sono stati spiegati dai diretti interessati.</p>

<p>E dunque, in estrema sintesi, il Dipartimento di Design del Politecnico di Milano ha intanto riconosciuto il valore culturale di <em>Territori</em>. Quindi l&rsquo;ha studiato a fondo, a partire dal settembre 2024. Ha cos&igrave; trovato che il metodo empirico escogitato da <strong>Aimo</strong> e <strong>Nadia Moroni</strong> e poi sviluppato da <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/6/1354/chef-e-protagonisti/alessandro.html">Alessandro Negrini, Fabio Pisani</a> e <strong>Stefania Moroni</strong> (ossia: raccontare i territori d&rsquo;Italia attraverso la cucina, certo. Ma basandosi non solo sui prodotti di qualit&agrave;, quanto sull&rsquo;interscambio di relazioni che il rapporto con la filiera ha creato e che determina &ndash; persino pi&ugrave; del prodotto stesso &ndash; l&rsquo;esito finale nel piatto, come vedremo. &laquo;&Egrave; una nostra codificazione germogliata sull&rsquo;idea di <strong>Aimo</strong> e <strong>Nadia</strong>&raquo;) avesse tutti i crismi per diventare modello diremmo scientifico, da analizzare, formalizzare e sviluppare in quanto esempio virtuoso, di riferimento e replicabile. Insomma: dalla pratica alla teoria.</p>

<p>[[ima2]][[ima3]]Poi dalla teoria si torna per&ograve; sulla pratica. Perch&eacute;, una volta riconosciuto accademicamente il valore (nel presente) e il potenziale (per il futuro) di <em>Territori</em> - che potremmo riassumere in questo modo: &ldquo;Non &egrave; il prodotto, non &egrave; la tecnica, &egrave; la relazione che fa scaturire la creativit&agrave; in cucina&rdquo; -, fermarsi l&igrave; sarebbe stato delittuoso. Cos&igrave; non sar&agrave;: <a href="https://www.territori.org/" rel="nofollow">Territori</a> diventa intanto una piattaforma che parte da quello che c&rsquo;&egrave; e lo proietta in una nuova dimensione. Cosa abbiamo oggi, intanto? Abbiamo una rete virtuosa e consolidata d&rsquo;interscambio &ndash; materiale ma anche culturale &ndash; che il <em>Gruppo Aimo e Nadia</em>, seguendo la traccia dei fondatori, ha sviluppato con 85 produttori d&rsquo;eccellenze agroalimentari in Italia: non banalmente fornitori del <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/12813/ristoranti/il-luogo-di-aimo-e-nadia.html">Il Luogo di Aimo e Nadia</a>, ma promotori di una sapienza locale che <em>Il Luogo</em> intercetta e trasla in cucina, <strong>Alessandro Negrini</strong> chiarisce tale dinamica con un aneddoto: &laquo;Il gran macellaio <strong>Michele Martini</strong> ci mandava la sua carne, da Boves. Il prodotto, quello era, a noi piuttosto indistinguibile, ma la relazione ci consentiva di saperne di pi&ugrave;. Ci faceva sapere ad esempio, <strong>Michele</strong>, che tra i capponi che ci aveva inviato, tutti d&rsquo;alta qualit&agrave;, quelli nella busta gialla erano particolarmente adatti per una certa lavorazione, mentre quelli nella rossa erano perfetti per un&rsquo;altra. Ed era vero. La nostra creativit&agrave; era innescata da queste indicazioni, ossia da un know how che ci veniva e ci viene trasmesso dal territorio, attraverso la relazione diretta&raquo;. Dicevamo prima: &ldquo;Non &egrave; il prodotto, non &egrave; la tecnica, &egrave; la relazione che fa scaturire la creativit&agrave; in cucina&rdquo;. Eccone un esempio pratico.</p>

<p>[[ima4]]Il Politecnico ritiene che tale processo abbia una straordinaria valenza culturale. E che debba essere riconosciuto come modello standardizzabile e replicabile anche in altre situazioni, anche a prescindere da <strong>Negrini-Pisani-Moroni</strong>. Cos&igrave; ha analizzato le relazioni tra ristoratori e produttori, i sistemi di filiera e le dinamiche creative che intercorrono tra i numerosi attori con cui interagisce il <em>Gruppo Aimo e Nadia</em>. Attraverso attivit&agrave; di osservazione sul campo, ascolto generativo e co-design, il metodo alla base di questi processi di collaborazione &egrave; stato sistematizzato e reso esplicito, &quot;evidenziandone le dinamiche creative, culturali e di sostenibilit&agrave;&quot;, dice l&#39;universit&agrave;.</p>

<p>Cosa ne pu&ograve; venir fuori, in pratica, al di l&agrave; del riconoscimento accademico come modello virtuoso, che &egrave; gi&agrave; tanta roba? Una piattaforma, abbiamo detto, ossia un sistema accessibile a tutti attraverso il quale le eccellenze (umane e agroalimentari) dei territori possono essere conosciute da una platea pi&ugrave; vasta da quella de <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/12813/ristoranti/il-luogo-di-aimo-e-nadia.html">Il Luogo</a>, per esempio si &egrave; detta entusiasta la referente di un gruppo di asili, che deve servire ogni giorno centinaia di pasti, cos&igrave; come quella delle mense dello stesso Politecnico, che ne deve impiattare migliaia. E poi nascer&agrave; un&rsquo;associazione, l&rsquo;ha annunciato <strong>Stefania Moroni</strong>: &laquo;Creeremo un associazione pensata per dare sviluppo a tutto quello che &egrave; scaturito dall&rsquo;amore dei miei genitori per i territori d&rsquo;Italia. Mio padre <strong>Aimo</strong> ha sempre considerato la cucina come un atto culturale prima ancora che gastronomico. <em>Territori</em> raccoglie questa eredit&agrave; e la porta in una dimensione contemporanea, mettendola in dialogo con il mondo della ricerca e con le nuove generazioni. &Egrave; un progetto che guarda al futuro, ma che nasce da una storia lunga pi&ugrave; di sessant&rsquo;anni&raquo;.</p>

<p>[[ima5]][[ima6]][[ima7]][[ima8]]L&rsquo;associazione, senza scopo di lucro, &egrave; pensata per sostenere e diffondere le attivit&agrave; del progetto, con un codice etico ben definito. L&rsquo;obiettivo &egrave; trasformare <a href="https://www.territori.org/" rel="nofollow">Territori</a> in un osservatorio permanente sul futuro della cucina italiana. Si configurer&agrave; come una piattaforma operativa che connette ristorazione, imprese, professionisti e istituzioni, con un programma strutturato di attivit&agrave;: progetti di ricerca e sviluppo sulle filiere agroalimentari, percorsi formativi per studenti e professionisti, incontri, eventi e contenuti editoriali dedicati alla divulgazione del sistema produttivo italiano. Le attivit&agrave; saranno sostenute attraverso il coinvolgimento diretto di aziende e produttori selezionati, definiti &ldquo;pionieri&rdquo;, chiamati a partecipare attivamente ai progetti, contribuendo con competenze, casi studio e supporto economico allo sviluppo delle iniziative. Accanto a loro, <em>Territori</em> attiver&agrave; collaborazioni con istituzioni accademiche e partner culturali, creando un ecosistema in cui ricerca, impresa e ristorazione dialogano in modo continuativo. Offrir&agrave; diverse modalit&agrave; di partecipazione e si aprir&agrave; a collaborazioni internazionali, tra cui un percorso con <a href="https://www.ehl.edu/" rel="nofollow">EHL Hospitality Business School</a> di Losanna, volto allo sviluppo di modelli formativi e programmi didattici dedicati a <em>Territori</em>.</p>

<p>[[ima9]]Ma non solo: il progetto trova una prima applicazione concreta nella creazione dello <em>Chef&rsquo;s Table Territori</em>, un format che entrer&agrave; nel ristorante <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/12813/ristoranti/il-luogo-di-aimo-e-nadia.html">Il Luogo di Aimo e Nadia</a> come spazio dedicato all&rsquo;approfondimento e al dialogo. Un&rsquo;esperienza gastronomica pensata non soltanto come degustazione, ma come occasione di narrazione su filiere, prodotti e territori attraverso il lavoro congiunto di cuochi e produttori. &laquo;Il banco diventa spazio di relazione e conoscenza: una formula dedicata, distinta dal servizio di sala, in cui il menu si trasforma in racconto vivo delle materie prime, delle filiere e dei produttori, in linea con la visione di <em>Territori</em> e con un&rsquo;idea di ristorazione sempre pi&ugrave; consapevole e trasparente&raquo;, ci dicono.</p>

<p>&laquo;La cucina italiana &egrave; sempre stata un racconto di luoghi, persone e stagioni - spiega <strong>Fabio Pisani</strong> - Con <em>Territori</em> abbiamo voluto fermarci a riflettere su questo rapporto, approfondirlo insieme al mondo della ricerca e capire come renderlo ancora pi&ugrave; consapevole. Non si tratta solo di scegliere ingredienti eccellenti, ma di comprendere i sistemi che li generano e le persone che li custodiscono&raquo;. [[ima10]]</p>

<blockquote>
<p><strong>IL MANIFESTO DI TERRITORI</strong><br />
<br />
1 - <strong>La cucina, la terra e le persone crescono insieme, attraverso l&#39;ascolto, il dialogo e la fiducia.</strong> Ci prendiamo cura delle relazioni, delle persone e delle comunit&agrave;.<br />
2 - <strong>Il valore nasce dal rispetto per la terra, per il tempo e per i saperi tramandati.</strong> Custodiamo e valorizziamo ingredienti, conoscenze e tecniche del nostro patrimonio culinario.<br />
3 - <strong>La tutela dei saperi &egrave; creazione continua.</strong> Trasformiamo la tradizione in nuova unicit&agrave;, per evolvere senza dimenticare quanto ci ha resi ci&ograve; che siamo.<br />
4 - <strong>L&#39;eccellenza inizia dagli ingredienti.</strong> Ricerchiamo e utilizziamo materie prime di altissima qualit&agrave;, provenienti da processi etici e sostenibili.<br />
5 - <strong>Le sinergie nascono dall&#39;incontro tra saperi, esperienze e sensibilit&agrave; diverse.</strong> Facciamo dell&#39;incontro tra differenze una forza generativa<br />
6 &ndash; <strong>La creativit&agrave; prende forma dalla collaborazione.</strong> Lavoriamo insieme, riconoscendo il valore di ognuno e facendo della collaborazione il nostro metodo.<br />
7 - <strong>Il confronto genera crescita.</strong> Condividiamo idee, esperienze e punti di vista per evolvere e migliorare insieme.<br />
8 - <strong>Le relazioni danno forma al nostro lavoro.</strong> Coltiviamo rapporti fondati sul rispetto, sulla fiducia e sulla felicita di lavorare insieme.<br />
9 - <strong>La cultura alimentare costruisce un futuro pi&ugrave; consapevole e sostenibile.</strong> Ricerca, studio, formazione e sperimentazione sono parte integrante dei nostri mestieri.<br />
10 - <strong>La qualit&agrave; fa la bellezza dei Territori.</strong> Valorizziamo cultura, ospitalit&agrave; e artigianalit&agrave; diffuse, in equilibrio con le risorse locali.</p>
</blockquote>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/aimo-e-nadia-presentazione-politecnico-territori-013.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/42385/dallitalia/nasce-territori-dallesempio-di-aimo-e-nadia-una-piattaforma-e-unassociazione-.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/dallitalia.html">44</category>			</item>			<item>				<title>I (primi) dieci anni di Per Me a Roma: Giulio Terrinoni tra creatività e no waste</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/42380/dallitalia/i-primi-dieci-anni-di-per-me-a-roma-giulio-terrinoni-tra-creativita-e-no-waste.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>A volte l&rsquo;istinto &egrave; fondamentale per fare la scelta giusta. Altre volte la casualit&agrave; e una serie di coincidenze sono altrettanto importanti per decidersi a compiere un&rsquo;azione. Tutti fattori che hanno portato <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/6/16359/chef-e-protagonisti/giulio.html">Giulio Terrinoni</a><strong> </strong>ad acquistare 10 anni fa le mura di un ex ristorante del centro storico di Roma, e cominciare la sua prima avventura da solista da <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/14024/ristoranti/per-me-giulio-terrinoni.html">Per Me &ndash; Giulio Terrinoni</a><strong><em>. </em></strong>&laquo;Il <em>Drappo</em> era aperto dal 1975, anno della mia nascita e coincidente con i miei quarant&rsquo;anni. Io credo in certi segnali...&raquo; racconta divertito lo chef. Era il 2015 e 11 mesi dopo avrebbe conquistato la stella Michelin, un successo che il cuoco di Fiuggi aveva gi&agrave; conosciuto nel 2009, all&rsquo;epoca dell&rsquo;esperienza all&rsquo;<em>Acquolina Hostaria</em> insieme ai fratelli <strong>Troiani</strong>. &laquo;Mi ricordo che quando mi chiamarono per darmi l&rsquo;annuncio&nbsp;neanche sapevo cosa volesse dire&raquo; rivela <strong>Terrinoni</strong>, una voce fuori dal coro in un settore dove troppo spesso lo chef viene prima del cliente. Non nell&rsquo;insegna di Vicolo del Malpasso 9. &laquo;Da <em>Per Me</em> ho sempre messo il cliente al primo posto. &Egrave; lui la persona pi&ugrave; importante, quello che mi permette di pagare gli stipendi alla mia brigata. Se un ospite mi chiede una <em>Cacio e pepe</em> io gliela faccio: sono un cuoco e devo sempre accontentare chi mangia nel mio ristorante&raquo;.</p>

<p>[[ima2]]Da <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/14024/ristoranti/per-me-giulio-terrinoni.html">Per Me</a> lo chef ha perseguito e perfezionato il suo credo culinario<strong>: </strong>la materia prima iodata e il quinto quarto di pesce. Una cucina che nasce per testardaggine, come ammette lui stesso: &laquo;Nel 2003 ero responsabile di cucina al ristorante <em>Il Panda</em> di Roma. Quando usc&igrave; la guida del Gambero Rosso mi diede un ottimo punteggio, ma io mi soffermai su una frase: &ldquo;A suo agio pi&ugrave; con la terra che con il mare&rdquo;. Da quel momento ho studiato il mare e ho avuto la fortuna di farlo senza preconcetti, guardandolo liberamente&raquo;. Dopo l&rsquo;orgoglio arriva la necessit&agrave;:&nbsp;abbattere il food-cost e quindi ridurre gli sprechi. Lo chef comincia a intravedere le somiglianze delle interiora del pesce con quelle di animali come pollo e maiale. Fegato e trippa di pescato diventano ingredienti fondamentali del suo spartito culinario, in un&rsquo;epoca dove non erano sdoganati come oggi. In questi anni nascono piatti iconici come la <em>Carbonara di mare</em>, un signature di <strong>Giulio Terrinoni</strong> che ancora oggi serve da <em>Per Me</em>. &laquo;Una ricetta che oggi come allora &egrave; pi&ugrave; attuale che mai, ma che ha subito diverse variazioni. Per esempio, nella versione odierna, le uova di pesce sono tostate&raquo;. Un&#39;altra celebre portata nata per&ograve; qui al <em>Per Me</em> &egrave; il <em>Carpaccio di gamberi, foie gras marinato e gel di cipolla rossa</em>. &laquo;&Egrave; il piatto pi&ugrave; richiesto e che colpisce tutti. Ma &egrave; nato per un colpo di fortuna, grazie a un cliente che mi chiese del manzo di Kobe&raquo;.</p>

<p>[[ima3]]In questi 10 anni <strong>Terrinoni</strong> non si &egrave; accontentato, animato da tanta passione e divertimento per il suo mestiere. <em>&laquo;</em>Noi siamo gente del fare&raquo; sottolinea, ergo occorre essere sempre creativi e provare a migliorarsi ogni giorno. Motivazioni che hanno spinto il cuoco a espandere le sue conoscenze al &ldquo;sesto quarto<strong>&rdquo;: </strong>pelle e occhi del pesce, bucce di carote o persino l&rsquo;acqua di cottura dei broccoletti, diventata colatura per guarnire una delle sue portate. &laquo;Ho capito che l&rsquo;importante non &egrave; la ricetta, ma il metodo e qui non scartiamo nulla&raquo;. Un linguaggio gastronomico che trasmette quotidianamente alla sua brigata, perch&eacute; nel tempo <strong>Terrinoni</strong> ha compreso che il suo ristorante &egrave; una fucina di talenti, una &ldquo;bottega&rdquo; dove tutti fanno tutto, per preparare le giovani leve a spiccare il volo in ristoranti persino pi&ugrave; celebri.</p>

<p>[[ima4]]E il menu dei 10 anni? Si chiamer&agrave; <em>X</em>, poich&eacute; X vuol dire 10&nbsp;nei numeri romani, ma anche&nbsp; &ldquo;x&rdquo; come incognito, perch&eacute; per lo chef un menu degustazione &egrave; frutto di anni di lavoro, sperimentazione ed evoluzione: &laquo;Abbiamo gi&agrave; pi&ugrave; di 30 idee e voglio rispettare pure&nbsp;le stagioni&raquo;. Tra le portate del nuovo percorso (disponibile da questa settimana) ci sono piatti come il <em>Roma-Istanbul</em>, un kebab di agnello servito con una salsa usata all&rsquo;epoca dell&rsquo;impero ottomano. Se <em>X</em>&nbsp;festeggia la decade di <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/14024/ristoranti/per-me-giulio-terrinoni.html">Per Me</a>, <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/6/16359/chef-e-protagonisti/giulio.html">Giulio Terrinoni</a> &egrave; gi&agrave; proiettato al futuro: &laquo;Consolidare sempre di pi&ugrave; il ristorante continuando a fare bene. Perch&eacute; chi ha qualit&agrave; emerge sempre&raquo;.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/per-me-giulio-terrinoni.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/42380/dallitalia/i-primi-dieci-anni-di-per-me-a-roma-giulio-terrinoni-tra-creativita-e-no-waste.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/dallitalia.html">44</category>			</item>			<item>				<title>La scommessa dell'Arneis e l'eleganza del Nebbiolo: il Roero scopre le sue carte</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/136/42376/in-cantina/la-scommessa-dellarneis-e-leleganza-del-nebbiolo-il-roero-scopre-le-sue-carte.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Per anni, se parlavi di eccellenza, la mente (e il portafoglio) volava inevitabilmente sulla sponda destra del Tanaro, tra i filari pettinati di Langa. La sponda sinistra, il Roero, &egrave; sempre stata l&igrave;: bellissima, aspra, orgogliosa, ma spesso relegata al ruolo di <em>alternativa intelligente</em>. Un territorio che tutti conoscono, di cui tutti riconoscono la storicit&agrave;, ma che per troppo tempo ha vissuto all&#39;ombra dei vicini blasonati.</p>

<p>Oggi, per&ograve;, la musica sta cambiando. A confermarlo &egrave; stato l&#39;evento conclusivo del <em>Roero in Tour</em>, andato in scena a Milano da <em>Andrea Aprea</em>, dopo aver toccato Roma, Napoli e Bologna. Un&#39;occasione in cui il <a href="https://www.consorziodelroero.it/" rel="nofollow">Consorzio Tutela Roero</a>, guidato da <strong>Massimo Damonte</strong>, ha ribadito un concetto fondamentale: il territorio ha le spalle larghe e possiede tutte le carte in regola per intercettare i desideri del consumatore contemporaneo.</p>

<p>[[ima2]]Partiamo dai dati. Mentre il mercato globale del vino attraversa una fase di profonda incertezza, tra calo dei consumi e tensioni internazionali, il Roero regge il colpo. Non si registrano crescite vertiginose, certo, ma una solidit&agrave; che di questi tempi &egrave; merce rara. Parliamo di oltre 1.340 ettari vitati e una produzione annua di circa 8,3 milioni di bottiglie, con un export che supera il 60%.</p>

<p>Il consumatore di oggi, specialmente quello pi&ugrave; giovane, cerca freschezza, verticalit&agrave; e storie autentiche. E qui il Roero cala i suoi assi.</p>

<p>[[ima3]][[ima4]]Prendiamo l&#39;Arneis, il grande bianco autoctono. Oggi, le versioni giovani (come il <em>Roero Arneis Docg 2024</em> di <em>Benotti Rosavica</em> degustato da <strong>Aprea</strong>) offrono una sapidit&agrave; e una tensione figlie dei suoli sabbiosi di origine marina che le rendono perfette a livello gastronomico. Ma la vera scommessa dei produttori si gioca sul tempo: l&#39;obiettivo &egrave; valorizzare l&#39;inaspettato potenziale di invecchiamento del vitigno. Nascono cos&igrave; espressioni pi&ugrave; complesse, capaci di reggere anni di affinamento e di smentire chi ha sempre sottovalutato la stoffa di questo bianco.</p>

<p>E poi c&#39;&egrave; il Nebbiolo. Il <em>Roero Rosso Docg</em> &egrave; l&#39;antidoto perfetto all&#39;opulenza. Sui suoli sabbiosi della sinistra Tanaro, il Nebbiolo si spoglia di certi tratti austeri per regalare eleganza, fragranza e una trama tannica setosa fin dalla giovent&ugrave;. Un profilo che si sposa perfettamente con l&#39;attuale richiesta di vini rossi meno estrattivi e pi&ugrave; gastronomici, come dimostrato dall&#39;abbinamento con il <em>piatto di pecora, verza e senape</em> dello chef Aprea.</p>

<p>[[ima5]][[ima6]]C&#39;&egrave; un ultimo elemento, forse il pi&ugrave; importante, che gioca a favore del Roero: la sua dimensione umana. Il Consorzio conta 258 soci, per la maggior parte piccole o medie cantine familiari. Questo significa che dietro ogni bottiglia c&#39;&egrave; un volto, una storia, una collina scoscesa lavorata a mano (non dimentichiamo che qui parliamo di viticoltura che spesso sfiora l&#39;eroico, viste le pendenze).</p>

<p>[[ima7]]In un&#39;epoca in cui la comunicazione &egrave; fondamentale per vendere il vino, il Roero ha una narrazione intatta. Ha la biodiversit&agrave; di un paesaggio dove le vigne si mescolano a boschi, noccioleti e pescheti. Ha le <em>Rocche</em>, spaccature geologiche uniche e affascinanti.</p>

<p>Il <em>Roero in Tour</em> ha voluto dimostrare che &egrave; una realt&agrave; solida, con vini che parlano la lingua del presente. Bisogna solo avere la curiosit&agrave; (e la furbizia) di stapparli.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/roeroapreagaiamenchicchi-9469.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/136/42376/in-cantina/la-scommessa-dellarneis-e-leleganza-del-nebbiolo-il-roero-scopre-le-sue-carte.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/136/in-cantina.html">136</category>			</item>			<item>				<title>Ana Roš: «Redzepi ha sbagliato, ma non esiste fine dining senza disciplina»</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/95/41390/dal-mondo/ana-ro-redzepi-ha-sbagliato-ma-non-esiste-fine-dining-senza-disciplina.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>&nbsp;</p>

<p>&laquo;Questo &egrave; un discorso che si sarebbe dovuto aprire molti anni fa&raquo;, chiarisce subito <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/6/586/chef-e-protagonisti/ana.html">Ana Ro&scaron;</a> quando la stimoliamo a parlarci non tanto e non solo del &quot;caso Noma&quot;, ossia della bufera scoppiata attorno a <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/6/579/chef-e-protagonisti/rene.html">Ren&eacute; Redzepi</a>, quanto della severit&agrave; estrema in cucina, della brigata &ldquo;militarizzata&rdquo;, di una tradizione di tensione, di rigidit&agrave; totale che pu&ograve; sfociare - quando non viene controllata a dovere, quando non viene gestita - anche nell&rsquo;abuso, come abbiamo visto. <strong>Ana</strong> ci appare quasi combattuta tra quella che, come vedremo, considera una necessit&agrave; (&laquo;Una cucina di fine dining deve avere gerarchie e norme precise&raquo;) e un&rsquo;attitudine personale (&laquo;Tra i ragazzi della brigata deve regnare la serenit&agrave;. Mi chiamano &ldquo;mamma&rdquo;&raquo;); appare combattuta, ma non perch&eacute; incerta se sposare la prima tesi o la seconda, quanto perch&eacute; consapevole come entrambe siano corrette, come un modello futuro debba fonderle tra loro. Regole e armonia, insieme.</p>

<p>[[ima2]]<strong>Sei amica di Redzepi. Cosa pensi di quanto sta succedendo?</strong><br />
&laquo;Osservo intanto una cosa: il pubblico si diverte da anni a guardare <strong>Gordon Ramsay</strong> mentre strilla, lancia i piatti e maltratta le persone, in tv. Lui ci ha fatto i milioni. Aggiungo: a me nel 2017 offrirono di diventare uno dei giudici di <em>Masterchef</em>, era appena uscito <strong>Carlo Cracco</strong>, chiesi loro quale sarebbe potuto essere il mio ruolo, mi risposero che dovevo fare &ldquo;la cattiva&rdquo;. Declinai l&rsquo;invito. La gente adora vedere certi comportamenti eccessivi sul piccolo schermo, poi se li ritrova nel mondo reale e scopre che non vanno bene. &Egrave; un po&#39; contraddittorio. Poi, &egrave; chiaro, quelli sono solo degli show, <em>Noma</em> invece &egrave; una realt&agrave; dove probabilmente le cose sono scappate di mano, dove <strong>Redzepi</strong> ha dovuto provare a gestire un team gigantesco, composto da persone provenienti da tutte le parti del mondo, il che significa anche culture diverse... Alla fine non &egrave; stato pi&ugrave; in grado di reggere la pressione: puoi essere il pi&ugrave; forte del mondo, non ce la fai. Mi sorprende per&ograve; questa ambivalenza: da una parte il pubblico si gode <strong>Ramsay</strong>, dall&rsquo;altra <strong>Redzepi</strong> deve essere messo sul rogo, &egrave; rappresentato come un mostro, quando in giro c&rsquo;&egrave; ben di peggio. <strong>Ren&eacute;</strong> non si meritava una fine del genere&raquo;.</p>

<p><strong>Comunque lui ha ammesso le sue responsabilit&agrave;&hellip;</strong><br />
&laquo;Certo, ha ammesso. Ha urlato, &egrave; stato verbalmente violento. Probabilmente era finito in un angolo dal quale &egrave; molto difficile uscire. E ci &egrave; finito, in questo angolo, sia per le enormi pressioni, sia perch&eacute; il modello di cucina classica fine dining, da <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Auguste_Escoffier" rel="nofollow">Escoffier</a> in poi, &egrave; sempre stato problematico: tantissime ore di lavoro, regole rigidissime, brigata militarizzata... Non &egrave; un modello che prevede la democrazia interna e voglio essere chiara: gli abusi sono da condannare, l&rsquo;aggressivit&agrave; va evitata, ma l&rsquo;organizzazione di una brigata di alta cucina impone regole rigide perch&eacute; l&rsquo;obiettivo &egrave; la perfezione nel piatto, la cura di ogni minimo particolare. Il fine dining non deve essere violento ma non pu&ograve; che essere strettamente disciplinato. Le nuove generazioni fanno fatica ad accettarlo, e in un certo senso hanno ragione; ma non pu&ograve; esistere un fine dining senza questo&raquo;.</p>

<p>[[ima3]]<strong>Trovi che oggi i giovani abbiano pi&ugrave; difficolt&agrave; a tollerarne le regole?</strong><br />
&laquo;Dieci o quindici anni fa i giovani cuochi accettavano la sfida, ammettevano che la cucina fosse quasi un ring dove andare oltre i propri limiti, dove lottare per superare ogni ostacolo. Oggi non &egrave; pi&ugrave; cos&igrave;: si desidera lavorare in un ambiente pi&ugrave; rilassato, si chiede di avere pi&ugrave; tempo libero, orari certi&hellip; Tutto giusto, teoricamente. Ma mi chiedo: come si fa a realizzare alta cucina in questo modo? Richiede ambizione, motivazione, dedizione. Io non sopporto la gente che mi dice: &ldquo;Ho fatto le mie otto ore&rdquo;, posa il coltello e se ne va, senza aver terminato la propria preparazione. Non &egrave; possibile lavorare in tal modo. Io dico: se questo &egrave; l&rsquo;atteggiamento, semplicemente non sei fatto per una brigata di alta cucina, scusami tanto non puoi pi&ugrave; esserne parte, non fa per te. Ci sono mestieri che impongono insieme rigidit&agrave; e flessibilit&agrave;: un infermiere deve eseguire le direttive del chirurgo, n&eacute; pu&ograve; lasciarlo solo durante l&rsquo;intervento, anche se fosse molto lungo, quando ancora&nbsp;le ferite sono aperte&raquo;.</p>

<p><strong>Chirurgo e chef son lavori diversi&hellip;</strong><br />
&laquo;Certo. Ma alta cucina vuol dire ricerca della perfezione, altrimenti non &egrave; alta cucina, altrimenti non esiste pi&ugrave;. Quando una cena costa 500, 800, 1000 euro a persona, ogni aspetto deve essere curato, per un necessario rispetto nei confronti del cliente che paga. Non &egrave; obbligatorio far parte di una brigata di fine dining; ma chi vuole farne parte deve rispettarne le regole. Sia chiaro: tutto questo non implica violenza, aggressivit&agrave;, abusi, umiliazioni. N&eacute; tantomeno li giustifica. Dobbiamo andare verso un modello che implichi la sostenibilit&agrave; umana della ristorazione&raquo;.</p>

<p>[[ima5]]<strong>A proposito di chirurghi: come operi, in concreto, da Hi&scaron;a Franko?</strong><br />
&laquo;Noi siamo in campagna, dunque subiamo una forte stagionalit&agrave;, ci sono mesi in cui c&rsquo;&egrave; tantissimo lavoro, siamo pienissimi sia a pranzo che a cena, e altri in cui il lavoro si concentra solo nei fine settimana. E allora la regola &egrave; questa: accettare di darci da fare al massimo in alta stagione, ed &egrave; durissima, lo so, per poterci permettere di avere tutto gennaio libero, e poi di poter lavorare a febbraio due, massimo tre giorni alla settimana, in marzo tre giorni eccetera. O lo accetti o non lo accetti: ma questo non vuol dire trattare male le persone. Abbiamo collaboratori che lavorano con noi da dieci, persino da venti anni&raquo;.</p>

<p><strong>Chi &egrave; il primatista?</strong><br />
&laquo;<strong>Matjaž</strong>, con noi da vent&rsquo;anni. &Egrave; stato ma&icirc;tre, adesso gestisce le prime colazioni&raquo;.</p>

<p>[[ima4]]<strong>Quando un grande ristorante si sviluppa all&rsquo;interno di una famiglia, come nel vostro caso, &egrave; pi&ugrave; facile creare un ambiente rilassato, &ldquo;umano&rdquo;?</strong><br />
&laquo;Io sono una donna e sono mamma. Quale &egrave; la funzione della mamma? Istruire, essere esempio per i bambini, se possibile non utilizzare la forza ma essendo&nbsp;la loro guida per la vita. Secondo me il ruolo dello chef non &egrave; molto diverso: se tu hai la capacit&agrave; di imporre la tua autorit&agrave;, non hai bisogno di alzare la voce, non hai bisogno di essere aggressivo. Ovvio, ogni tanto &egrave; normale arrabbiarsi, perch&eacute; siamo ambiziosi, lavoriamo per raggiungere obiettivi alti e qualche volta ti saltano i nervi. Ma bisogna imparare a controllarsi e ancor meglio &egrave; creare le condizioni per non arrivare a queste situazioni esasperate. Occorre prevenire il problema. Io spesso sto tutto il giorno con il mio staff: parliamo, discutiamo, analizziamo insieme le questioni&nbsp;da risolvere, proprio per non farle&nbsp;esplodere durante il servizio, quando diventerebbe necessario alzare la voce. La mia head chef &egrave; <strong>Yvonne Melee Simon</strong>, una donna, ha pi&ugrave; o meno la mia et&agrave;: lei gestisce il team con serenit&agrave; e mano ferma, fa subito capire che le regole sono regole e vanno seguite, stop (per esempio lei non vuole che si parli troppo durante il lavoro; dunque in cucina domina sempre un silenzio sereno, non teso ma tranquillo). Esito: tutti la adorano. Aggiungo che io non credo molto nella ristorazione famigliare, penso sia semmai necessario saper scegliere bene i propri collaboratori e delegare le mansioni. Ma comunque: &egrave; vero, in un ristorante di famiglia il ristorante &egrave; come una casa, e certamente a casa si desidera respirare un ambiente sereno, non si vuole essere circondati dalla tensione. Ricordo che, quando i miei figli erano ancora piccoli, a volte scendevano gi&ugrave; in cucina durante il servizio (noi abitiamo sopra <em>Hi&scaron;a Franko</em>) chiedendomi di assisterli a risolvere un compito di matematica. Io ero incasinatissima, una valanga di ordini, ma in brigata avevo un ragazzo molto bravo in materia, cos&igrave; staccava dal lavoro e si sedeva un attimo con loro per aiutarli. Una volta si &egrave; pure addormentato&hellip; Noi oggi abbiamo un team giovanissimo, sono persone molto concentrate, ambiziose ma anche buone una verso l&#39;altra. &Egrave; la soluzione per il domani. Questi ragazzi sono la mia famiglia allargata. Tra di noi ci trattiamo cos&igrave;. Ufficialmente mi chiamano <strong>Ana</strong>, in realt&agrave; dietro le quinte mi chiamano &ldquo;mamma&rdquo;. Rido sempre per questa cosa, e dico loro: &ldquo;Smettetela, sono troppo giovane per essere la vostra mamma!&rdquo;&raquo;.</p>

<p><strong>Quanti figli hai?</strong><br />
&laquo;Due&raquo;.</p>

<p>[[ima7]]<strong>No, ripeto la domanda: quanti figli hai, in questa famiglia allargata?</strong><br />
&laquo;Ahhh, molti di pi&ugrave;! (Sorride, <em>ndr</em>). Circa 90! Sono i ragazzi che lavorano con me. Mi sono data da fare!&nbsp;E comunque, anche se mi chiamano &ldquo;mamma&rdquo;, anche io una volta ho perso le staffe e ho lanciato una pentola, in cucina&raquo;.</p>

<p><strong>Contro chi?</strong><br />
&laquo;Contro nessuno. Contro una porta&raquo;.</p>

<p><strong>Cos&rsquo;era successo?</strong><br />
&laquo;Credo fosse il 2016. Il ristorante era strapieno. Arriva <strong>Valter</strong>, il mio ex compagno, e mi avverte che aveva appena chiamato la segretaria del presidente della Repubblica slovena, lui stava per venire qui con tre collaboratori, voleva mangiare. Io rispondo che non &egrave; possibile, &egrave; tutto full,&nbsp;<strong>Valter</strong> per&ograve; trova una soluzione: tra i prenotati c&rsquo;era una famiglia con la quale avevamo confidenza, spieghiamo loro la situazione, accettano di essere spostati dove una volta c&rsquo;era il camino, in modo da lasciare il miglior tavolo al presidente. Il team era carico, avevamo ospite un nostro leader cos&igrave; importante, che onore! Questo arriva, si accomoda, guarda il menu che mi pare prevedesse diverse opzioni, da tre, cinque e sette portate. Non gli sta bene nulla e ordina quattro spaghetti al pomodoro, che non erano in carta, e altrettante insalate miste. Nient&#39;altro. Quando me l&rsquo;hanno comunicato, la tensione &egrave; salita. Ho risposto: &ldquo;Non &egrave; possibile, diteglielo al presidente!&rdquo;. Lui ha insistito, era irremovibile. Al che ho lanciato una pentola contro la porta&raquo;.</p>

<p><strong>Perlomeno non l&rsquo;hai lanciata in testa al presidente!</strong><br />
&laquo;No no, questo no&raquo;.</p>

<p>[[ima6]]<strong>Com&rsquo;&egrave; finita?</strong><br />
&laquo;Sono andata di corsa nell&rsquo;orto, ho raccolto un po&rsquo; di erbe e ho preparato un&rsquo;insalate di erbe, perch&eacute; non avevo nient&#39;altro. Poi, giacevano in dispensa un po&rsquo; di spaghetti per i pasti dello staff, e della salsa al pomodoro istriano, giacch&eacute; ogni agosto mio pap&agrave; e i suoi due fratelli si trasferiscono in Istria, in una piccola casa di pietra, e raccolgono circa 800 chili di meravigliosi pomodori, dolcissimi, che poi trasformano in salsa. Ho preparato questo piatto di pasta. Alla fine il presidente ha voluto vedermi - io preferivo scansarlo, ero ancora arrabbiata, ma come negarsi al presidente? - e mi ha fatto i complimenti dicendomi che non aveva mai mangiato degli spaghetti al pomodoro cos&igrave; buoni, e che la salsa era meravigliosa, indimenticabile. Ho messo la ricetta, semplicissima, nel mio libro <em>Sun and rain</em> (in inglese, edito da <em>Phaidon</em>, 2020, <a href="https://www.amazon.it/Ana-Ros-Sun-rain-Ros/dp/0714879304" rel="nofollow">per acquistarlo clicca qui</a>): l&rsquo;ho chiamata, ovviamente, <em>Il presidente</em>&raquo;.</p>

<p>Di seguito la ricetta.</p>

<p><br />
<strong>IL PRESIDENTE</strong><br />
20 kg di pomodori maturi<br />
50 g di basilico<br />
300 g di sedano<br />
500 g di cipolla dorata<br />
100 g di aglio<br />
30 g di sale</p>

<p>Fai bollire i pomodori velocemente, poi sbucciali. Unisci tutti gli ingredienti in una pentola grande e cuoci per 30 minuti. Separa l&#39;acqua di pomodoro e mettere da parte (per usarla in ricette con acqua di pomodoro). Setaccia la polpa e conservala.</p>

<p><br />
<strong>I PIATTI</strong><br />
Come dicevamo, la cena &egrave; stata fantastica. Eccola, nei principali piatti che abbiamo assaggiato.<br />
[[ima8]][[ima9]][[ima10]][[ima11]][[ima12]][[ima13]][[ima14]][[ima15]][[ima16]][[ima17]][[ima18]]</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/hisa-franko-e-ana-ros.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/95/41390/dal-mondo/ana-ro-redzepi-ha-sbagliato-ma-non-esiste-fine-dining-senza-disciplina.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/95/dal-mondo.html">95</category>			</item>			<item>				<title>Elogio di Stanley Tucci alla cucina italiana, «è la più straordinaria del mondo»</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/42375/dallitalia/elogio-di-stanley-tucci-alla-cucina-italiana-e-la-piu-straordinaria-del-mondo.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>&nbsp;</p>

<p>Queste le parole di <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Stanley_Tucci" rel="nofollow">Stanley Tucci</a>, sul palco di <em>Futura 2026</em>, congresso che celebra i 10 anni degli <a href="https://ambasciatoridelgusto.it/" rel="nofollow">Ambasciatori del Gusto</a>: &laquo;Anni fa mi sono ripromesso di promuovere la cucina italiana nel mondo in modo da non continuare a romanticizzarla, ma da celebrarla come merita per il tanto che di buono ha da offrire anche nei suoi aspetti meno noti, popolari, stereotipati. Perch&eacute; l&rsquo;ho fatto? Perch&eacute; io - che sono cresciuto in una famiglia italoamericana - ho capito non solo che l&rsquo;Italia &egrave; un Paese meraviglioso, ma che uno dei migliori modi di raccontarlo &egrave; proprio attraverso il cibo, che a sua volta &egrave; probabilmente il migliore del mondo&raquo;.</p>

<p>&laquo;Ho iniziato a conoscere la cucina italiana fin da bambino, appunto nella mia famiglia. Poi ho anche vissuto circa un anno in Italia, a Firenze, tra il 1972 e il 1973. Posso dire che la cucina mi ha letteralmente svoltato la vita: a casa, da piccolo, tutto ci&ograve; che era importante accadeva in cucina o a tavola, mentre si mangiava: annunci, discussioni, decisioni, sorprese. E poi, come sempre accade per gli italiani, in famiglia si parlava spesso di cibo mentre si mangiava il cibo stesso, o si parlava di quello che si era mangiato prima, o si parlava di quello che si sarebbe mangiato dopo, o l&rsquo;indomani&raquo;.</p>

<p>&laquo;Man mano che ho conosciuto meglio l&rsquo;Italia, mi sono reso conto di come negli Stati Uniti esistesse una visione assolutamente stereotipata degli italiani (visti come dei poco di buono, se non come dei mafiosi) nonch&eacute; della stessa cucina italiana. Mi son messo in testa di smentire questi pregiudizi. Frequentando sempre pi&ugrave; il vostro Paese ho poi compreso appieno di come la straordinaria forza della vostra cucina stia nella propria immensa diversit&agrave; che riflette le specifiche e differenti storie delle comunit&agrave; locali che la esprimono, dunque le contaminazioni culturali, i climi. Negli Stati Uniti l&rsquo;Italia &egrave; cieli azzurri, pizza e pasta. C&rsquo;&egrave; tanto, tanto, tanto di pi&ugrave;!&raquo;.</p>

<p>[[ima2]]&laquo;Cos&igrave; - ha continuato <strong>Tucci</strong> - circa venti anni fa ho avuto l&rsquo;idea di raccontare l&rsquo;Italia focalizzandomi via via sui suoi vari territori, sulle sue aree geografiche, e di utilizzare come mezzo di narrazione proprio il cibo, che in questo senso &egrave; uno strumento perfetto per narrare la realt&agrave;. Cos&igrave;, mi son messo a fare da semplice &ldquo;portavoce&rdquo; del vostro Paese&raquo;.</p>

<p>&laquo;Io voglio narrare la storia di <strong>Antonia</strong> e <strong>Carlo</strong> (<a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/6/2494/chef-e-protagonisti/antonia.html">Antonia Klugmann</a> e <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/6/478/chef-e-protagonisti/carlo.html">Carlo Cracco</a>, in platea ad ascoltare <strong>Tucci</strong>, <em>ndr</em>). Ma voglio anche narrare la storia dell&rsquo;allevatore di maiali campano, del casaro trentino, del buttero maremmano. Non &egrave;, il mio, un impegno poi tanto gravoso, perch&eacute; l&rsquo;Italia &egrave; piena di racconti che vanno solo portati alla luce&raquo;.</p>

<p>&laquo;A chi mi chiede se sia cambiato in questi anni il modo di raccontare la cucina italiana nel mondo, grazie forse anche al mio contributo, rispondo cos&igrave;: no, non troppo, non ce la faremo mai a liberarci da &ldquo;spaghetti, pizza e mandolino&rdquo;! (Ride, <em>ndr</em>). Perch&eacute; gli stereotipi sono duri a morire, e in fondo &egrave; giusto cos&igrave;, perch&eacute; nascondono sempre pure qualcosa di vero. Io non voglio fare una contronarrazione, non punto a smentirli: desidero solo dimostrare che, oltre a quello, c&rsquo;&egrave; molto altro, in Italia e nella cucina italiana&raquo;.</p>

<p>&laquo;C&rsquo;&egrave; ad esempio da far luce su una cucina italiana che appare sempre pi&ugrave; sofisticata:&nbsp;per voi &egrave; questione di tutti i giorni, ma negli Stati Uniti o in Gran Bretagna prima non sapevano bene cosa fosse precisamente un risotto. Anche oggi, per la verit&agrave;, molti non lo sanno: una maggior conoscenza &egrave; arrivata ma &egrave; ancora appannaggio di pochi, di chi vive nelle grandi citt&agrave;, di chi viaggia all&rsquo;estero. Perci&ograve;, i miei documentari hanno avuto grande successo anche durante il periodo del Covid, quando non si poteva spostarsi: hanno consentito di apprendere di pi&ugrave; sull&rsquo;Italia, pur rimanendo a casa, magari nell&rsquo;America pi&ugrave; profonda&raquo;.</p>

<p>[[ima3]]&laquo;Mi chiedete anche che cosa la tavola italiana rappresenti adesso nel mondo&hellip; Potrei rispondere cos&igrave;, seccamente: &egrave; la cucina preferita! Non a caso ha avuto il riconoscimento dell&#39;Unesco. Ed &egrave; la cucina preferita anche perch&eacute; per molti versi rimane una cucina povera, diretta, &ldquo;semplice&rdquo; forse non &egrave; la parola giusta. Voglio dire: spesso, nelle sue varie declinazioni territoriali, &egrave; costituita da soli cinque, dieci ingredienti, non di pi&ugrave;. Ma proprio per questa ragione, ossia perch&eacute; gli ingredienti sono pochi bench&eacute; diversi tra loro da luogo a luogo, &egrave; una cucina costituita da piatti che bisogna saper come cucinare, in cui la qualit&agrave; della materia prima deve essere di alta qualit&agrave; proprio perch&eacute; non hai poi altri mille prodotti per coprirne le pecche. Bisogna sapere come utilizzare queste eccellenze, che effetto faccia combinarle insieme... Vale per ciascuna forma d&rsquo;arte: la raffinatezza deriva da un&rsquo;apparente semplicit&agrave;&raquo;.</p>

<p>Ha concluso <strong>Tucci</strong>: &laquo;Nel confronto tra tavola della tradizione e cucina creativa, io non mi schiero: un piatto pu&ograve; anche essere decostruito, lavorato tecnicamente in modo originale... Va benissimo, purch&eacute; rispetti l&lsquo;essenza degli ingredienti del quale &egrave; composto. Il vero cibo italiano &egrave; sempre straordinario perch&eacute; straordinariamente accessibile. Perci&ograve;, nella diatriba tra tradizione e innovazione, dico che vanno bene entrambe le opzioni. Il problema, semmai, &egrave; quando lo chef vuole strafare e oscura l&rsquo;identit&agrave; del piatto. &Egrave; come quando un attore esagera con la recitazione!&raquo;.<br />
&nbsp;</p>

<blockquote>
<p><strong>La motivazione con la quale gli Ambasciatori del Gusto hanno nominato Stanley Tucci loro socio benemerito</strong><br />
<em>&quot;Un artista che, con estrema professionalit&agrave;, grande sensibilit&agrave; e autentica passione, &egrave; riuscito dove solo pochi altri: portare il cuore della cucina italiana nelle case di tutto il mondo, non solo come cibo, ma come cultura, storia e convivialit&agrave;. Narratore eccezionale del nostro patrimonio culinario. Con i suoi programmi, ha accompagnato ogni spettatore in un viaggio profondo, emozionante e mai banale attraverso l&#39;Italia. Ha saputo raccontare che sedersi a tavola, in Italia, non significa solo mangiare, ma celebrare la vita. Per aver aiutato il mondo a riscoprire l&#39;autenticit&agrave; dei nostri sapori, per aver valorizzato le storie di donne e uomini e di ogni ricetta e per essere diventato un ponte culturale tra I&#39;talia e il resto del mondo, siamo lieti di conferire il riconoscimento&quot;</em></p>
</blockquote>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/stanley-tucci-1.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/42375/dallitalia/elogio-di-stanley-tucci-alla-cucina-italiana-e-la-piu-straordinaria-del-mondo.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/dallitalia.html">44</category>			</item>			<item>				<title>La Bruma a Milano, forno contemporaneo con vocazione quotidiana</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/41451/dallitalia/la-bruma-a-milano-forno-contemporaneo-con-vocazione-quotidiana.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Tra le nuove aperture milanesi dedicate al mondo bakery, <a href="https://www.labrumabakery.com/" rel="nofollow">La Bruma</a> si distingue per un&#39;impostazione chiara: un forno contemporaneo, accessibile, costruito attorno al pane e pensato per accompagnare i diversi momenti della giornata.</p>

<p>Si trova in Piazza Vetra, in una zona che negli ultimi anni ha ritrovato vitalit&agrave;, a met&agrave; tra il centro e il quartiere. Qui lo spazio &egrave; essenziale e luminoso, con servizio diretto al banco e senza prenotazioni. L&#39;idea &egrave; semplice: entrare, scegliere, fermarsi oppure portare via, senza passaggi intermedi.</p>

<p>[[ima2]]Il progetto nasce dall&#39;incontro di quattro soci con competenze diverse ma complementari: <strong>Marco Guzzetti</strong>, alla guida della produzione, insieme a <strong>Ludovico Garini</strong>, <strong>Giacomo Garini</strong> &mdash; con esperienza nella ristorazione anche internazionale &mdash; e <strong>Luca Troiano</strong>, con un ruolo pi&ugrave; legato alla gestione. Una squadra costruita per dare solidit&agrave; al progetto e svilupparlo nel tempo, senza forzature.</p>

<p>[[ima3]]Anche lo spazio riflette questa idea di equilibrio. Il progetto architettonico, firmato dallo studio <em>Officina Magisafi</em> di <strong>Debora Bordogni</strong> e <strong>Claudio Acquaviva</strong>, lavora su linee pulite e materiali essenziali, costruendo un ambiente contemporaneo ma accogliente. Nonostante il nome &mdash; <em>bruma</em>, in dialetto milanese, richiami la nebbia &mdash; il locale &egrave; tutt&#39;altro che opaco: le ampie vetrate lo rendono molto luminoso e lo mettono in dialogo diretto con il <em>Parco delle Basiliche</em>. Al centro della scena resta il banco del pane, vero fulcro visivo e operativo, anche se il progetto si muove con l&#39;idea che il pane sia un punto di partenza, non un limite.</p>

<p>[[ima4]]Ed &egrave; proprio il pane a definire l&#39;identit&agrave; della <em>Bruma</em>. Viene prodotto con lievito madre e farine poco raffinate, lavorato con tempi lunghi e attenzione alla materia prima. La proposta &egrave; volutamente contenuta: tra le referenze si trovano il pane quotidiano semintegrale, quello ai semi e cereali, e alcune varianti che cambiano nel tempo, mantenendo per&ograve; una linea riconoscibile. Accanto, una selezione di prodotti da forno che segue la stessa filosofia.</p>

<p>[[ima5]]La mattina il banco si riempie di <em>viennoiserie</em> e lievitati: croissant classici, <em>pain au chocolat</em>, girelle e proposte salate essenziali. A pranzo arrivano i panini, costruiti sul pane della casa, con abbinamenti stagionali e qualche opzione vegetariana. Durante la giornata restano disponibili focacce, dolci da forno e preparazioni semplici, pensate sia per una pausa veloce sia per l&#39;asporto. Tutto resta coerente, senza cambi di direzione.</p>

<p>[[ima6]]Pi&ugrave; che definirsi solo una bakery, <em>La Bruma</em> lavora su un&#39;idea di spazio ibrido, in cui il pane &egrave; il punto di partenza ma non l&#39;unico motivo per entrare. Il caff&egrave; accompagna, invita a fermarsi, rende il luogo vivo e utilizzabile in momenti diversi della giornata.</p>

<p>&Egrave; un progetto che si percepisce subito come pensato, concreto, con un&#39;identit&agrave; gi&agrave; chiara. E proprio per questo viene naturale immaginarlo crescere: non tanto come novit&agrave; del momento, ma come qualcosa destinato a consolidarsi e, forse, a trovare spazio anche altrove.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/dscf9007.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/41451/dallitalia/la-bruma-a-milano-forno-contemporaneo-con-vocazione-quotidiana.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/dallitalia.html">44</category>			</item>			<item>				<title>Pera dell'Emilia Romagna IGP, perfetta anche nel gelato</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/167/41391/ricette-dautore/pera-dellemilia-romagna-igp-perfetta-anche-nel-gelato.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>&nbsp;</p>

<p><strong>PERA CENTENARIA</strong> con pera <em>Max Red Bartlett</em><br />
<em>Ingredienti</em><br />
&nbsp;</p>

<p><em>Per 1 kg di sorbetto alla pera</em><br />
700 g di Pere dell&rsquo;Emilia Romagna IGP Max Red Bartlett<br />
90 g di trealosio<br />
50 g di saccarosio<br />
60 g di destrosio<br />
5 g di glucosio disidratato<br />
5 g di stabilizzante<br />
90 g di acqua</p>

<p><em>Per la pera centenaria</em><br />
5 Pere dell&rsquo;Emilia Romagna IGP Max Red Bartlett<br />
2000 g di acqua<br />
2000 g di latte + un po&rsquo; in pi&ugrave;<br />
20 g di calcio idrossido<br />
2 g di Penicillum Candidum</p>

<p><strong>Procedimento</strong><br />
La <em>Max Red Bartlett</em>, speziata e profumata, &egrave; ideale per venire inoculata con muffe nobili che ne trasformano la superficie, facendole acquisire le note aromatiche tipiche dei formaggi erborinati. Con la stessa variet&agrave; si ottengono anche ottimi gelati.</p>

<p><em>Per il sorbetto alla pera</em><br />
Pesare tutti gli ingredienti in polvere in un contenitore e miscelarli affinch&eacute; si disperdano in modo omogeneo. In una brocca unire a questi anche gli altri ingredienti restanti, quindi mixare e mantecare.</p>

<p><em>Per la pera fiorita</em><br />
Pelare le pere e metterle a bagno per 3 ore con 1000 g di acqua e 20 g di calcio idrossido, quindi cuocere le pere&nbsp;con 2000 g di latte e a cottura ultimata farle raffreddare. Sciogliere il Penicillum Candidum in una piccola quantit&agrave; di latte e poi spennellare sulla superficie delle pere. Lasciare il prodotto a 16&deg;C per 4/5 giorni fino a fioritura del Penicillum.</p>

<p><em>Per la composizione finale</em><br />
Dopo la fioritura delle muffe prendere delicatamente ogni frutto, svuotarlo internamente, farcirlo con il sorbetto e servire.</p>

<p>&nbsp;</p>

<p><strong>PERA TORBATA</strong> con pera <em>Decana del Comizio</em><br />
[[ima2]]<em>Ingredienti</em></p>

<p><em>Per 1 kg di gelato alla pera</em><br />
500 g di Pere dell&rsquo;Emilia Romagna IGP Decana del Comizio cotte<br />
90 g di trealosio<br />
30 g di saccarosio<br />
35 g di destrosio<br />
10 g di glucosio disidratato<br />
5 g di stabilizzante<br />
330 g di acqua</p>

<p><em>Per la pera cotta</em><br />
500 g di Pere dell&rsquo;Emilia Romagna IGP Decana del Comizio<br />
100 g di saccarosio<br />
100 g di burro<br />
40 g di whisky torbato</p>

<p><em>Per il pralinato alla noce</em><br />
200 g di noci<br />
200 g di saccarosio<br />
<br />
<strong>PROCEDIMENTO</strong><br />
La <em>Decana del Comizio</em>, quando &egrave; soda e matura, &egrave; perfetta per preparare le pere cotte caramellate,&nbsp;accompagnate dalle note calde e vellutate del whisky.</p>

<p><em>Per il gelato alla pera</em><br />
Pesare tutti gli ingredienti in polvere in un contenitore e miscelarli affinch&eacute; si disperdano in modo omogeneo. In una brocca unire&nbsp;anche gli altri ingredienti restanti, quindi mixare e mantecare.</p>

<p><em>Per la pera cotta</em><br />
In una casseruola realizzare un caramello, aggiungere le pere precedentemente pelate, quindi decuocere con il burro. Procedere lasciando cuocere&nbsp;sino all&rsquo;ammorbidimento delle pere e&nbsp;alla loro corretta e omogenea caramellizzazione. In ultimo, per aggiungere profondit&agrave; aromatica e una nota di affumicatura, fiammeggiare le pere caramellate con il whisky torbato e lasciar sfumare.</p>

<p><em>Per il pralinato alla noce</em><br />
Realizzare un caramello e&nbsp;aggiungere le noci; attendere il raffreddamento e tagliare con il cutter fino ad ottenere una pasta fine.</p>

<p><em>Per la composizione finale</em><br />
Variegare il gelato con il pralinato alla noce per apportare consistenza e contrasto aromatico, quindi comporre il dolce e servire.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/pera-ciacco.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/167/41391/ricette-dautore/pera-dellemilia-romagna-igp-perfetta-anche-nel-gelato.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/167/ricette-dautore.html">167</category>			</item>			<item>				<title>Che forza Edoardo Tilli a Podere Belvedere, dove la carne è racconto di natura</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/41386/dallitalia/che-forza-edoardo-tilli-a-podere-belvedere-dove-la-carne-e-racconto-di-natura.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Arrivare al <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/29324/ristoranti/podere-belvedere-edoardo-tilli.html" target="_blank">Podere Belvedere</a>, a Pontassieve (Firenze), significa lasciare alle spalle il ritmo della&nbsp;citt&agrave; e addentrarsi in una campagna silenziosa, dove il paesaggio non &egrave; soltanto una cornice, ma parte integrante della cucina. Qui il bosco, l&rsquo;orto, gli animali e il ritmo delle stagioni entrano direttamente nel piatto.<br />
[[ima4]]&Egrave; un luogo appartato, quasi isolato, che negli ultimi anni &egrave; diventato meta per appassionati di gastronomia che arrivano da tutta Europa, dagli Stati Uniti e persino dal Giappone.</p>

<p>[[ima3]]<br />
Il percorso che ha portato alla nascita il ristorante di <b>Edoardo Tilli</b>, attualmente tra gli chef pi&ugrave; interessanti e seguiti&nbsp;della scena gastronomica contemporanea, non &egrave; paragonabile a quello&nbsp;di molti altri cuochi. Prima della cucina ci sono stati studi e lavori completamente diversi: classe 1984, cresciuto tra le colline del Chianti Ruffina, <strong>Tilli</strong>&nbsp;ha lavorato come<b>&nbsp;</b><i>perito aeronautico</i> con abilitazione al controllo del traffico aereo, <i>geometra</i>,&nbsp;segue un periodo di studi ad Architettura e altre&nbsp;esperienze in ambiti lontani dalla ristorazione. Anche i viaggi hanno avuto un ruolo importante nel formare lo sguardo con cui oggi osserva il cibo.</p>

<p>La svolta arriva nel 2009 quando la cucina smette di essere solo una passione e diventa una direzione di vita. In quel momento vive gi&agrave; in una casa di campagna che si presta naturalmente all&rsquo;ospitalit&agrave;. Nasce cos&igrave; un piccolo bed and breakfast, dove inizia a cucinare per gli ospiti utilizzando ricette di famiglia. &Egrave; una cucina semplice, quasi domestica, con pranzi e cene che costano 15 euro a persona.</p>

<p>Ma quell&rsquo;esperimento diventa per lui&nbsp;una vera scuola. &laquo;Facevo tutto da solo: cucinavo, servivo ai tavoli, organizzavo il lavoro. &Egrave; stato il mio vero apprendistato&raquo;, dichiara <strong>Tilli</strong>. Accanto a lui c&rsquo;&egrave; <strong>Klodiana</strong>, compagna di vita e di progetto, che sostiene e rende possibile la crescita di quell&rsquo;idea, fino all&#39;apertura ufficiale del ristorante di&nbsp;<i>Podere Belvedere&nbsp;</i>il&nbsp;13 ottobre 2018.</p>

<p>[[ima2]]L&rsquo;inizio &egrave; difficile e molti osservatori guardano al progetto con scetticismo. &laquo;In effetti era una follia: avevamo pochissimi mezzi e un&rsquo;idea ancora in evoluzione&raquo;, confessa <b>Tilli</b>. Nei primi anni, d&#39;altronde, la cucina cambia rapidamente, cercando una propria direzione.</p>

<p>Fino all&rsquo;arrivo del<b> </b>lockdown nel 2020, quando il tempo sospeso della pandemia diventa occasione di studio e sperimentazione.<br />
[[ima8]]&Egrave; in quel periodo che prende forma il lavoro sulle <i>maturazioni e sulla frollatura naturale della carne</i>, una ricerca che negli anni successivi diventer&agrave; la firma del ristorante.</p>

<p>Nel 2022 la cucina comincia ad assumere una forma pi&ugrave; chiara. Poi, nel 2024<b>,</b> &egrave; il tempo di un passaggio radicale: eliminare tutto ci&ograve; che non appartiene davvero al territorio. &laquo;Ho deciso di togliere gli ingredienti che non potevo conoscere fino in fondo. Non posso diventare uno dei massimi esperti di ostriche, ma posso studiare davvero il capriolo, il daino, gli animali del territorio&raquo;, specifica <strong>Tilli</strong>.</p>

<p>[[ima10]]Da questa presa di posizione nasce una filosofia precisa: studiare l&rsquo;animale nella sua totalit&agrave;, dall&rsquo;anatomia alle stagioni, dall&rsquo;et&agrave; all&rsquo;alimentazione, fino alle trasformazioni che avvengono dopo la macellazione. La carne viene trattata come un organismo che continua a evolversi nel tempo. Attraverso <i>una frollatura naturale</i>, realizzata in ambienti controllati, ma privi di interventi invasivi, muffe e microrganismi selezionati proteggono e trasformano la carne.</p>

<p>[[ima11]]Il processo ricorda quello del vino: cos&igrave; come il succo d&rsquo;uva diventa si trasforma in nettari prelibati attraverso la fermentazione, la carne evolve sviluppando aromi e consistenze nuove. &laquo;Probabilmente &egrave; una trasformazione che ha accompagnato l&rsquo;uomo per millenni e che oggi stiamo riscoprendo&raquo;.</p>

<p>Questo lavoro porta anche a rivalutare una parte spesso dimenticata dell&rsquo;animale:<i> </i><i>le interiora</i>.<br />
[[ima7]]Cervello, rognone, fegato, intestini diventano ingredienti centrali della cucina del <i>Podere Belvedere</i>. Non per provocazione, ma perch&eacute; raccontano meglio di altri la complessit&agrave; dell&rsquo;animale e la sua anatomia. &laquo;Le interiora sono un mondo enorme, molto pi&ugrave; ampio della semplice coratella. Studiarle significa conoscere davvero l&rsquo;animale&raquo;.</p>

<p>Anche i viaggi hanno contribuito ad allargare lo sguardo. Durante un soggiorno in Giappone nel 2022, per esempio, l&rsquo;incontro con alcune preparazioni tradizionali ha lasciato un segno profondo. In un ristorante assaggia una <em>seppia fermentata nel suo fegato </em>e una trippa servita in modo essenziale. Due piatti che lo colpiscono al punto da commuoverlo. Da quell&rsquo;esperienza nasceranno nuove idee, tra cui un piatto che unisce <em>Intestino di maiale, seppia fermentata e susine selvatiche</em>, in un equilibrio sorprendente tra intensit&agrave; e freschezza.</p>

<p>Oggi il ristorante propone una <i>carta</i><b><i> </i></b>con alcuni piatti diventati ormai simbolo della cucina del <i>Podere Belvedere</i>.<br />
[[ima5]]Tra questi il <em>Sottobosco</em>, un <em>r</em><i><em>i</em>so agrodolce con polvere di cipresso, lampone e funghi</i>, oppure il <i>Rognone affumicato con salsa di albicocche</i> e il <i>Cervello br&ucirc;l&eacute; con bottarga di interiora di agnello</i>. Accanto alla carta si aggiungono&nbsp;due menu degustazione, entrambi proposti allo stesso prezzo (160 euro), pensati come percorsi complementari.</p>

<p>[[ima6]]Il primo si chiama <i>Cellula</i> ed &egrave; il pi&ugrave; longevo. Qui la cucina esplora il rapporto tra scienza e natura, con fermentazioni, maturazioni e tecniche di trasformazione che portano fino alla degustazione della carne frollata servita in sala. Il secondo menu, <i>Se carne</i>, &egrave; invece costruito come un vero racconto. Il nome nasce da una provocazione: se si decide di mangiare carne, bisogna accettare di conoscere e utilizzare l&rsquo;animale nella sua interezza. Il percorso segue simbolicamente quattro momenti: <i>nascita, crescita, sacrificio </i>e<i> celebrazione</i>.</p>

<p>[[ima12]]I piatti diventano cos&igrave; capitoli di una narrazione gastronomica. In alcuni casi sono preparazioni forti, che possono inizialmente spiazzare: una <i>Mammella di vacca servita con il suo latte</i>, oppure piatti basati su interiora e fermentazioni profonde. Ma l&rsquo;obiettivo non &egrave; lo shock, bens&igrave; l&rsquo;equilibrio gustativo e la comprensione dell&rsquo;animale. Uno dei piatti pi&ugrave; emblematici &egrave; il <i>Fegato di daino adulto</i>, affumicato delicatamente e servito con olio alle erbe e acqua fermentata di fungo nero. L&rsquo;aspetto &egrave; quasi alieno, con contrasti cromatici molto marcati, ma al gusto rivela una sorprendente eleganza.</p>

<p>Anche le bevande seguono una logica non convenzionale. Accanto alla carta dei vini compaiono fermentazioni della casa e abbinamenti insoliti: in alcuni momenti del percorso pu&ograve; comparire perfino una <i>cola artigianale</i>, scelta per la sua capacit&agrave; di accompagnare e alleggerire piatti particolarmente ricchi.</p>

<p>[[ima9]]Il ristorante lavora con un numero contenuto di coperti e mantiene volutamente una dimensione raccolta, con una&nbsp;clientela mutata sensibilmente nel tempo: sempre pi&ugrave; ospiti, infatti, arrivano dall&rsquo;estero e inseriscono&nbsp;il <i>Podere Belvedere</i> come tappa di un viaggio gastronomico tra Firenze e il resto della Toscana. Per questo il progetto si sta ampliando anche sul fronte dell&rsquo;ospitalit&agrave;. Oggi la struttura dispone di alcune camere e presto se ne aggiungeranno altre, insieme a nuovi spazi per accogliere gli ospiti e permettere loro di vivere il luogo con pi&ugrave; calma.</p>

<p>In un panorama gastronomico spesso guidato dalle mode o dalle guide, la scelta qui &egrave; diversa. &laquo;Non voglio cambiare la cucina per inseguire una stella - commenta <strong>Tilli</strong> -. Preferisco proteggere la mia strada e costruire un progetto sostenibile intorno a questa idea&raquo;. Una cucina radicale, a volte spiazzante, ma profondamente legata alla terra che circonda chi la pensa. E forse &egrave; proprio questo che spinge sempre pi&ugrave; viaggiatori a percorrere chilometri di campagna per arrivare fin qui.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/foto-podere-belvedere-tilli-3.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/41386/dallitalia/che-forza-edoardo-tilli-a-podere-belvedere-dove-la-carne-e-racconto-di-natura.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/dallitalia.html">44</category>			</item>			<item>				<title>Cannavacciuolo alla torinese: assaggi della cucina di Antonino sotto la Mole</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/41385/dallitalia/cannavacciuolo-alla-torinese-assaggi-della-cucina-di-antonino-sotto-la-mole.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Il concetto di &ldquo;giovinezza&rdquo; professionale ha diverse sfaccettature a seconda delle professioni. Un medico o un notaio &ndash; stante il lungo iter di avviamento alla pratica &ndash; sono considerati giovani fin verso i 35 anni. Lo stesso vale per avvocati e docenti universitari: davvero in pochi arrivano ad affermarsi prima di aver compiuto tre decenni di vita. Nel mondo della cucina pu&ograve; capitare di essere considerato un veterano a soli 28 anni. Accade a <strong>Gabriele Bertolo</strong>, classe 1997, di Novaretto di Caprie (Torino), da due anni alla guida del team di cucina di <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/31972/ristoranti/cannavacciuolo-bistrot.html">Cannavacciuolo Bistrot</a>&nbsp;a Torino. Di primavere lo chef ne dimostra anche meno e di strada ne ha fatta parecchia sotto la benevola spada di Damocle delle mitiche &ldquo;pacche sulle spalle&rdquo; del <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/6/456/chef-e-protagonisti/antonino.html">Tonino</a> nazionale. In cucina giurano che&nbsp;lo&nbsp;chef campano, tristellato al <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/37982/ristoranti/villa-crespi.html">Villa Crespi</a>, lasci ampio spazio a espressioni, creativit&agrave; e inventiva. E in effetti, se qua e l&agrave; qualche pennellata dello&nbsp;stile <strong>Cannavacciuolo</strong> appare fulgida nei piatti, per&ograve; l&rsquo;impostazione e la mano di <strong>Bertolo</strong>, ferma e precisa, &egrave; ben definita. Cosi come &egrave; certo dove si vada a parare nel leggere &ndash; e nel degustare, come ci &egrave; piacevolmente capitato di fare &ndash; il menu&nbsp;proposto in questo ristorante, premiato da tempo con una stella dalla&nbsp;Michelin, sistemato in una via alla base della &ldquo;Collina&rdquo; di Torino, la zona residenziale della citt&agrave;.</p>

<p>[[ima2]][[ima3]]La disciplina stilistica e la fusione fra due identit&agrave; ben distinte, ossia la solarit&agrave; della Campania e il rigore elegante sabaudo, si ritrovano nella gran parte dei piatti proposti. Proposte pi&ugrave; accessibili, nella miglior accezione del termine, rispetto a quelle&nbsp;che si possono assaggiare nella villa moresca di Orta San Giulio. Di identico c&rsquo;&egrave; la medesima, maniacale, attenzione alla materia prima e alla tecnica. Una cucina &quot;sincera&quot; dove le onde e i sapori del Mediterraneo incontrano i prodotti piemontesi per armonioso gioco di contrasti. Due i menu&nbsp;fra cui scegliere. Ne <em>I Classici</em>&nbsp;si ritrovano i &rdquo;comfort dishes&rdquo; che hanno reso famoso il brand del patron di Vico Equense. Pi&ugrave; creativo e maggiormente segnato dallo stile del resident chef il menu <em>Questione di Attimi</em>, composto di accostamenti pi&ugrave; audaci e tecniche contemporanee.</p>

<p>[[ima4]][[ima5]]Dopo un gradevole amuse-bouche, accompagnato da un ottimo flute di champagne di <em>Eduard Duval</em>, abbiamo assaggiato il <em>Calamaro e la sua zuppa di pesce</em>, piatto esteticamente perfetto giocato sul contrasto, bel domato, fra la dolcezza del mollusco e l&#39;intensit&agrave; iodata del guazzetto. In stile <strong>Cannavacciuolo</strong> lo <em>Spaghetto alla chitarra con scorfano, burrata e pelle di pollo croccante</em>: qui la cremosa e dolce burrata entra&nbsp;in apparente conflitto con la croccantezza della pelle di pollo e crea&nbsp;scioglievolezza con la pasta, cotta forse un minuto oltre al tempo stabilito, e con lo scorfano. Il percorso &egrave; proseguito con il piatto pi&ugrave; riuscito: la <em>Triglia con patate, basilico e provola </em>&egrave; un acquarello di colori e profumi mediterranei. Le due fette di pesce racchiudono la morbida&nbsp;crema di patate e l&#39;affumicatura leggera del latticino &egrave; resa pi&ugrave; presente dalla riduzione in salsa poi versata a margine. A completare, chips di patate viola.&nbsp;</p>

<p>Fuori menu&nbsp;<strong>Gabriele Bertolo</strong> ha voluto omaggiare i presenti di una <em>Faraona alla Wellington con scampo e foie gras</em>,&nbsp;altra&nbsp;proposta da cucina di gran stile. Porzionata e servita al tavolo, &egrave; un piatto da re. La carne della faraona &ndash; all&#39;occorrenza&nbsp;sostituita nella preparazione dall&rsquo;agnello - trae morbidezza dalla cottura e dalla farcia, con un giro di spinaci sotto la pasta sfoglia per lasciare umida la carne e lo scampo sistemato al centro di questo scrigno di sapori.</p>

<p>[[ima6]]Altra sorpresa, graditissima, lo squillo di napoletanit&agrave; &ndash; sarebbe stato bello se fosse stato accompagnato da <em>A me me piace &lsquo;o Blues</em> di <strong>Pino Daniele</strong> invece che dai soliti ritmi melensi del tappetino di hit musicali che si ascolta, sempre uguale, nel 70% dei ristoranti italiani &ndash; dei <em>Paccheri al rag&ugrave; alla genovese,</em>&nbsp;inno alla cultura gastronomica partenopea (qui la pasta &egrave; stata cotta alla perfezione) e&nbsp;alla capacit&agrave; di questa meravigliosa citt&agrave; di abbracciare culture, storie, popoli. Proprio come in questo caso: &quot;genovese&quot; ma di ligure ha solo il nome perch&eacute; &egrave;&nbsp;una preparazione napoletana nella genesi e nel dna. Ottima l&rsquo;interpretazione di <strong>Bertolo</strong>, grazie alla cottura lenta&nbsp;della carne (solo costine di maiale marinate).</p>

<p>Per finire, dopo il fresco pre-dessert, un sontuoso <em>Bab&agrave; al gianduia</em>, praticamente un Frecciarossa ad alta velocit&agrave;&nbsp;Napoli-Torino che corre lungo i binari di golosit&agrave;: bab&agrave; al gianduia con&nbsp;gelato di nocciole decorato da una piccola Mole antonelliana di cioccolato.</p>

<p>[[ima7]]Menzione d&rsquo;onore per il servizio attento e non ingessato, guidato dal restaurant manager <strong>Alfredo Diafano</strong>, e per la cantina, decisamente curata e intelligente, che spazzia dai grandi cru piemontesi a chicche di piccoli produttori scelti con attenzione, per toccare infine i vertici dell&rsquo;enologia con i grandi francesi, Champagne e Sauternes. Menzione ulteriore per&nbsp;la possibilit&agrave;, sempre pi&ugrave; rara nei ristoranti stellati, di ordinare sia menu degustazione sia alla carta in ciascun tavolo: un segno di rispetto, che richiede molto pi&ugrave; lavoro in cucina, e di grande senso dell&rsquo;ospitalit&agrave;.</p>

<p>Il <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/31972/ristoranti/cannavacciuolo-bistrot.html">Cannavacciuolo Bistrot</a> di Torino riesce dunque nella difficile impresa di essere un ristorante di stile che a pranzo apre le porte a indaffarati torinesi e la sera coccola con gusto chi entra per curiosit&agrave; ed esce con grande soddisfazione.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/cannavacciuolo-bertolo.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/41385/dallitalia/cannavacciuolo-alla-torinese-assaggi-della-cucina-di-antonino-sotto-la-mole.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/dallitalia.html">44</category>			</item>			<item>				<title>Gorizia, che bontà: a un passo dal confine, quattro insegne che valgono il viaggio</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/41216/dallitalia/gorizia-che-bonta-a-un-passo-dal-confine-quattro-insegne-che-valgono-il-viaggio.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p><strong><a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/40198/ristoranti/cardamomo.html">CARDAMOMO</a>, Grado</strong><br />
Nel cuore del &quot;castrum&quot; ovvero il centro storico dell&#39;isola di <strong>Grado</strong> rinasce un ristorante che alcuni anni fa era sulla costiera triestina. La nuova avventura &egrave; molto stimolante per la brigata di cucina che mira a servire piatti ricercati e inusuali, non limitandosi al solo pescato, in quanto interpreta un territorio ricco di diversit&agrave;. Un menu contemporaneo ma con molta fantasia. Si pu&ograve; cominciare l&#39;esperienza con un&#39;intrigante <em>Trippa di baccal&agrave; alla parmigiana e origano cubano</em>, insolito anche il primo composto da <em>Grattini, seppie, lattuga di mare e paccasassi</em>. Che dire della <em>Schnitzel di pesce spada, fagiolini e salsa bbq di albicocche</em> pienamente all&#39;avanguardia nella ricerca gustativa. L&#39;ambiente &egrave; elegante nella sua semplicit&agrave;, con tavoli sia all&#39;interno e altri all&#39;esterno incastonati tra le case che trasudano storia di pescatori. I prodotti dell&#39;<strong>Alto Adriatico</strong> entrano nei piatti con misura, ora da protagonisti ora da spalla, a confermare la grande conoscenza della materia prima dello chef abbinata a una tecnica elaborata. Buona la selezioni dei vini, folta la presenza di etichette della regione, con vini naturali e autoctoni.&nbsp;<br />
<strong>Giuseppe Cordioli&nbsp;</strong></p>

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<p>[[ima2]]<strong><a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/32895/ristoranti/al-cacciatore-de-la-subida.html">AL CACCIATORE de LA SUBIDA</a>, Cormons</strong><br />
Alla trattoria&nbsp;<em>Al Cacciatore</em>&nbsp;dei <strong>Sirk</strong> l&rsquo;ospite &egrave; al centro, dall&rsquo;arrivo al ricordo che inevitabilmente si costruir&agrave; grazie a questo posto. La cucina &egrave; quella friulana, di confine: selvaggina, orto, laguna e sottobosco sono letti con un alfabeto contemporaneo. Qui i confini non separano ma connettono: <strong>Mitteleuropa</strong> e <strong>Adriatico</strong> dialogano nello stesso piatto. La selvaggina &egrave; un punto fermo: quando materia e tecnica lo consentono viene servita al sangue, scelta che restituisce profumi netti e una trama gustativa pi&ugrave; profonda del semplice &ldquo;selvatico&rdquo;. Percorsi degustazione e classici alla carta raccontano la stagionalit&agrave; e la forza delle cotture alla brace. In sala,&nbsp;<strong>Tanja</strong>&nbsp;e&nbsp;<strong>Mitja Sirk&nbsp;</strong>guidano un servizio accurato, caldo e senza sovrastrutture. Cantina monumentale, guidata da <strong>Mitja Sirk</strong>: <em>ponca/Opoka</em> come identit&agrave; geologica e gustativa, <em>Collio&ndash;Brda</em> in primo piano e una mappa ampia tra <strong>Italia</strong>, <strong>Francia</strong>, <strong>Germania</strong>, <strong>Austria</strong> e oltre. In abbinamento, i vini di casa (Bianco di <strong>Mitja</strong>, cuv&eacute;e e selezioni) affiancano produttori iconici e piccole chicche del territorio.<br />
<strong>Claudia Concas</strong></p>

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<p>[[ima3]]<strong><a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/12554/ristoranti/largine-a-venco.html">L&#39;ARGINE A VENC&Ograve;</a>, Dolegna del Collio</strong><br />
Quella di&nbsp;<strong>Antonia Klugmann</strong>&nbsp;&egrave; una cucina profondamente territoriale, non solo nella scelta delle materie prime e nella trasposizione di usi locali, ma soprattutto nella pragmaticit&agrave; che riflette il modo di pensare e financo di vivere friulano. Definizione, vigore, contrasto, essenza, pensiero: le chiavi di lettura dei suoi piatti sono queste. Gli ingredienti non sono mai molti, l&#39;intenzione non &egrave; di sedurre o accarezzare il palato, ma di colpire nel segno. Emblematico l&#39;accostamento di tre elementi che ingaggiano un vero duello tra sensazioni amare, acide e sapide: <em>Asparagi bianchi arrostiti</em>, <em>ravioli ripieni di susina e formaggio di fossa grattugiato</em>. Il <strong>Collio</strong> avvolge i commensali anche nell&#39;ambientazione e negli elementi di contorno: dai tavoli sembra di poter toccare la natura che circonda il ristorante, grazie alle ampie vetrate che delimitano la sala. La carta dei vini, dotata di grandi etichette italiane e francesi, diventa capillare nel capitolo dedicato ai vini locali, che il competente sommelier&nbsp;<strong>Roberto Stella</strong>&nbsp;privilegia anche nei pairing. Le camere, recentemente aumentate di numero, fanno accedere a una golosa colazione interamente basata su piccole produzioni artigianali.<br />
<strong>Davide Scapin Giordani</strong></p>

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<p>[[ima4]]<strong><a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/37625/ristoranti/ronchi-ro.html">RONCHI&nbsp;R&Ograve;</a>, Dolegna del Collio</strong><br />
Nel cuore del <strong>Collio</strong> c&#39;&egrave; un casolare&nbsp;incastonato tra i vigneti del <strong>Collio</strong>, che ospita un B&amp;B e un minuscolo ristorante (da soli 12 coperti che in estate aumentano con i tavoli all&#39;aperto). La cucina &egrave; a vista, e l&igrave;&nbsp;lo chef italo-siriano valorizza i prodotti del territorio, tutti rigorosamente biologici. L&#39;offerta dei vini nel tempo si &egrave; estesa, concentrandosi soprattutto sul Collio con prevalenza di vini bianchi. Una cucina che &egrave; stato d&rsquo;animo e traduce il benessere che la natura circostante apporta alla stessa vita dello chef&nbsp;<strong>Fares Issa</strong>, manifestando la sua immensa gratitudine nei sapori, interpretati con lucidit&agrave; e pulizia, lasciando che a prendere spazio nella narrazione siano monti, fiumi, ma anche un generoso mare, riflettendone la profondit&agrave;, stratificando gli ingredienti e valorizzandone le consistenze. Ne &egrave; un esempio la Z<em>uppa di pesci&nbsp;poveri, con triglie di fondale, tracine e naselli dell&rsquo;Alto Adriatico</em>: restituisce intense sfumature iodate, e invita a volgere lo sguardo dal <strong>Collio</strong> fino al <strong>Golfo di Trieste</strong>. A tavola il racconto &egrave; leggero e penetrante. Autentico, come questa cucina che sorprende a ogni passaggio.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/cardamomo-ristorante-grado-gorizia-1.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/41216/dallitalia/gorizia-che-bonta-a-un-passo-dal-confine-quattro-insegne-che-valgono-il-viaggio.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/dallitalia.html">44</category>			</item>			<item>				<title>Come si costruisce una brigata felice: la lezione silenziosa di Gaetano Trovato</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/41370/dallitalia/come-si-costruisce-una-brigata-felice-la-lezione-silenziosa-di-gaetano-trovato.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>C&rsquo;&egrave; un momento, nella storia recente dell&rsquo;alta ristorazione, in cui il racconto dell&rsquo;eccellenza ha iniziato a incrinarsi. Non tanto nei risultati, quanto nei metodi. Le vicende emerse attorno al <em>Noma</em> hanno riportato al centro una domanda che per anni &egrave; rimasta sottotraccia: che prezzo umano siamo disposti ad accettare per la grande cucina? Eppure, mentre il dibattito si accende, esistono modelli che da tempo hanno scelto un&rsquo;altra strada. Pi&ugrave; silenziosa, meno spettacolare, ma pi&ugrave; solida. &Egrave; quella dello chef <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/6/25607/chef-e-protagonisti/gaetano.html">Gaetano Trovato</a>, che da anni, da<em> </em><a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/11086/ristoranti/arnolfo.html">Arnolfo</a> a Colle Val d&#39;Elsa (Siena), costruisce la propria idea di ristorazione attorno a un principio tanto semplice quanto radicale: senza una brigata felice, non pu&ograve; esistere una grande cucina.</p>

<p>[[ima2]]Per <strong>Trovato</strong> il punto &egrave; chiaro e non negoziabile. &laquo;I vecchi sistemi non sono pi&ugrave; sostenibili&raquo;, spiega, riferendosi a quel modello fatto di turni infiniti, pressioni costanti e, in alcuni casi, dinamiche di sopraffazione. Non &egrave; solo una questione etica, ma anche strutturale: &laquo;Cos&igrave; allontaniamo i giovani da questo mestiere. E in un Paese come il nostro, che vive anche di turismo, &egrave; un problema enorme&raquo;. La crisi del personale, in fondo, nasce anche da qui. La risposta, per&ograve;, non &egrave; semplificare o abbassare l&rsquo;asticella. &Egrave; cambiare approccio. &laquo;Bisogna educare i giovani, farli crescere e soprattutto farli innamorare di questo lavoro&raquo;, dice. Una parola, <em>innamorare</em>, che torna pi&ugrave; volte nel suo racconto e che sintetizza bene la distanza da una visione basata solo sulla resistenza e sul sacrificio. Nel suo ristorante, <em>Arnolfo</em>, questo principio si traduce in scelte molto concrete. La pi&ugrave; evidente riguarda il tempo: da novembre a marzo la brigata lavora con tre giorni liberi a settimana. &laquo;Le persone devono avere spazio per vivere, per recuperare, per pensare e formare la propria creativit&agrave; poi da applicare in cucina&raquo;, sottolinea. Una decisione che, nel panorama italiano, resta ancora un&rsquo;eccezione, ma che per lui &egrave; diventata una condizione necessaria.</p>

<p>[[ima3]]La stessa logica si ritrova nella gestione delle persone. La permanenza media &egrave; di circa tre anni, ma non c&rsquo;&egrave; alcuna volont&agrave; di trattenere a ogni costo. Anzi. &laquo;Quando sono pronti, li incoraggio a fare nuove esperienze&raquo;, racconta. &Egrave; un passaggio cruciale, la fidelizzazione non si costruisce trattenendo, ma offrendo prospettiva. Chi si sente parte di un percorso lavora meglio, e resta finch&eacute; ha qualcosa da imparare. Anche la leadership cambia forma. L&rsquo;autorit&agrave; non scompare, ma si trasforma. &laquo;Devi dare l&rsquo;esempio, senza violenza. Serve equilibrio&raquo;, dice <strong>Trovato</strong>, che non nasconde come, soprattutto con i pi&ugrave; giovani, il ruolo dello chef possa assumere sfumature pi&ugrave; ampie. &laquo;A volte ti trovi a fare quasi da padre, o da assistente sociale. Ci sono ragazzi che arrivano con storie difficili&raquo;. &Egrave; in questa dimensione che il lavoro in cucina supera il piano tecnico e diventa relazione. Un aspetto centrale &egrave; il modo in cui si gestisce l&rsquo;errore. In un contesto ad alta pressione, e per di pi&ugrave; a vista, lo sbaglio pu&ograve; facilmente trasformarsi in tensione. Qui, invece, viene trattato come parte del processo. &laquo;Gli errori capitano, ma vanno corretti con calma. La comunicazione &egrave; la cosa pi&ugrave; importante&raquo;, spiega. Non c&rsquo;&egrave; spazio per l&rsquo;umiliazione, ma nemmeno per la superficialit&agrave;; si lavora sull&rsquo;attenzione, sulla concentrazione, sulla responsabilit&agrave;.</p>

<p>[[ima4]][[ima5]]A rendere questo sistema credibile &egrave; soprattutto la profondit&agrave; della formazione. Non si tratta solo di tecnica, ma di costruire consapevolezza. Il team visita direttamente contadini e produttori, senza passare da intermediari, per comprendere davvero la materia prima. Partecipa a workshop, approfondisce filiere, si confronta con realt&agrave; diverse. Anche la sala &egrave; coinvolta in un percorso che va oltre il servizio, con momenti dedicati alla presenza scenica e alla comunicazione. &laquo;Non si pu&ograve; crescere se non si conosce quello che si fa&raquo;, &egrave; la sintesi. La materia prima, infatti, resta un pilastro imprescindibile. &laquo;Puoi essere anche il pi&ugrave; bravo del mondo, ma se il prodotto non &egrave; buono non vai da nessuna parte&raquo;. Da qui la scelta di lavorare su filiere corte, prodotti stagionali, collaborazioni dirette con allevatori e produttori, con un&rsquo;attenzione costante alla qualit&agrave; e alla tracciabilit&agrave;. &Egrave; una cucina che nasce dal territorio, ma che trova senso solo se sostenuta da una squadra all&rsquo;altezza.</p>

<p>[[ima6]]E poi c&rsquo;&egrave; la dimensione quotidiana, quella meno visibile ma decisiva. Premi interni, momenti condivisi, iniziative culturali, attenzione allo spreco fino alla filosofia &ldquo;rifiuti zero&rdquo;: elementi che, presi singolarmente, possono sembrare marginali, ma che insieme costruiscono un ambiente. Una cultura, prima ancora che un&rsquo;organizzazione. Alla fine, ci&ograve; che emerge non &egrave; una formula, ma un equilibrio. Tra rigore e ascolto, tra disciplina e rispetto, tra ambizione e sostenibilit&agrave;. Nel pieno di un dibattito che spesso si concentra sugli eccessi, il lavoro di <strong>Trovato</strong> sposta il fuoco altrove. Non su cosa non funziona. Ma su cosa pu&ograve; funzionare. E la risposta, alla fine, &egrave; disarmante nella sua chiarezza: &laquo;Una grande cucina si costruisce con le persone e dalla relazione&raquo;, dice. Perch&eacute; la tecnica si insegna. La passione si trasmette. Ma la felicit&agrave;, in brigata, si costruisce.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/brigata-di-pasticceria-jpg.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/41370/dallitalia/come-si-costruisce-una-brigata-felice-la-lezione-silenziosa-di-gaetano-trovato.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/dallitalia.html">44</category>			</item>			<item>				<title>La nuova vita della trattoria L'Oca Bonda, a Impruneta</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/41384/dallitalia/la-nuova-vita-della-trattoria-loca-bonda-a-impruneta.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Ci sono posti che cambiano pelle senza fare rumore. Restano l&igrave;, con la stessa insegna, la stessa vetrina, persino la stessa parola scritta sopra la porta. <em>Alimentari</em>. Poi entri e capisci che quella parola ora significa qualcos&#39;altro. <em>L&#39;Oca Bonda</em>, a Impruneta, &egrave; esattamente questo: un luogo che finge continuit&agrave; per poter praticare una piccola rivoluzione.</p>

<p>Siamo appena fuori Firenze, abbastanza lontani dal traffico da sentirsi in campagna, abbastanza vicini da non sembrare una fuga. Per anni qui si entrava per mangiare come si mangia da sempre: piatti generosi, cucina romano-toscana, bottiglie sincere. Oggi lo scenario &egrave; cambiato ma non &egrave; stato sterilizzato. Le sedie sono tutte diverse, i piatti pure. I fiori secchi colorano l&#39;aria, il bancone &egrave; tornato protagonista, la sala sembra vissuta pi&ugrave; che progettata. &Egrave; un posto che non cerca l&#39;effetto, cerca il tempo giusto.</p>

<p>[[ima2]][[ima3]]Dietro questa trasformazione ci sono tre cuochi che avevano lavorato insieme ma saltuariamente e che condividevano la stessa stanchezza. Stanchi di menu decisi da altri, di prezzi imposti dall&#39;alto, di identit&agrave; annacquate per compiacere chi non cucina. Cos&igrave; decidono di prendersi tutto: cucina, sala, vino, ritmo. <em>L&#39;Oca Bonda</em> diventa un progetto totale, autogestito, senza filtri.</p>

<p>Le loro storie sono diverse ma complementari. C&#39;&egrave; chi arriva da percorsi fiorentini intensi e formativi, chi ha attraversato la Sicilia e l&#39;Emilia-Romagna, chi porta con s&eacute; un&#39;idea di rigore giapponese maturata in anni di cucine toscane. In comune hanno il pesce. Non come moda, non come contrapposizione ideologica alla carne del territorio, ma come linguaggio che sentono proprio. In una zona dove quasi tutti fanno bistecche, loro scelgono il mare. Un mare vicino, toscano, concreto.</p>

<p>[[ima4]]Il pesce arriva dalla costa, lavorato con rispetto ma senza timidezze. Niente <em>fine dining</em> travestito da trattoria, niente effetti speciali. La cucina &egrave; italiana, riconoscibile, ma continuamente spostata di mezzo grado. <em>Cappelletti di granchio blu con burro acido</em>, risotti che giocano con affumicature e colori, <em>gnocchi piastrati</em> che diventano croccanti, spaghettini che partono dall&#39;<em>aglio olio peperoncino</em> e finiscono immersi nell&#39;<em>umami</em> dei ricci. Piatti che sembrano semplici finch&eacute; non li mangi.</p>

<p>C&#39;&egrave; anche una naturalezza rara nel mescolare mare e terra. Un rag&ugrave; classico pu&ograve; convivere con una <em>Wellington di rana pescatrice</em>. Le animelle finiscono accanto a un risotto. Il menu cambia spesso, segue il mercato, segue l&#39;umore. Tutto &egrave; fatto in casa: pane, pasta, dolci. Non come slogan ma come conseguenza logica di chi conosce i costi e preferisce investire il tempo invece che alzare i prezzi.</p>

<p>[[ima5]]E infatti i prezzi restano sorprendentemente bassi. Antipasti accessibili, primi sotto i venti euro, secondi che non superano soglie da ristorante di quartiere. Non perch&eacute; manchi qualit&agrave; ma perch&eacute; il controllo &egrave; totale. Chi cucina &egrave; lo stesso che serve, che compra il vino, che decide cosa entra in dispensa. La filiera &egrave; corta anche umanamente.</p>

<p>[[ima6]]I dolci seguono la stessa filosofia: pochi, diretti, golosi. Zucca, castagne, crema, frutta. Nessuna costruzione fragile, nessuna ansia da dessert contemporaneo. Si mangiano volentieri, si ricordano senza sforzo.</p>

<p>[[ima7]]La cosa forse pi&ugrave; interessante de <em>L&#39;Oca Bonda</em> &egrave; che non vuole essere un <em>ristorante-personaggio</em>. I tre soci tengono volutamente basse le proprie figure pubbliche. Non c&#39;&egrave; bisogno di metterci la faccia se il progetto cammina da solo. L&#39;idea &egrave; che questo posto possa vivere, crescere, magari un giorno trasformarsi ancora. Senza dipendere dai nomi.</p>

<p><em>L&#39;Oca Bonda</em> oggi &egrave; una trattoria contemporanea che ha scelto il mare come forma di libert&agrave;. Un posto dove si mangia bene senza sentirsi giudicati, dove il <em>vintage</em> non &egrave; nostalgia ma materia viva, dove il pesce non &egrave; un&#39;eccezione ma una dichiarazione. Un ristorante che dimostra che, appena fuori Firenze, c&#39;&egrave; ancora spazio per cucine sincere, intelligenti e profondamente divertenti.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/oca-bonda-1.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/41384/dallitalia/la-nuova-vita-della-trattoria-loca-bonda-a-impruneta.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/dallitalia.html">44</category>			</item>			<item>				<title>Un decennio di eccellenza per la collezione &quot;DI SEI&quot; dell'azienda etnea Palmento Costanzo</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/136/41365/in-cantina/un-decennio-di-eccellenza-per-la-collezione-di-sei-dellazienda-etnea-palmento-costanzo.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Il ristorante <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/33169/ristoranti/pellico-3-del-park-hyatt.html" target="_blank">Pellico 3 del Park Hyatt</a> di Milano, con le creazioni gastronomiche dello chef <strong>Guido Paternollo</strong>, ha ospitato una singolare degustazione dei vini del vulcano di <a href="https://wineclub.palmentocostanzo.com/it/visite-e-degustazioni/" rel="nofollow" target="_blank">Palmento Costanzo</a>.</p>

<p><strong>Valeria Agosti</strong> e la figlia <strong>Serena Costanzo</strong> hanno condotto una masterclass alla scoperta, o meglio riscoperta, del progetto pi&ugrave; significativo della loro cantina: la collezione <em>DI SEI</em>&nbsp;nelle versioni di <em>Etna Bianco, Rosso</em> e <em>Rosato</em> che testimoniano una vera evoluzione di <em>Palmento Costanzo</em>.</p>

<p>[[ima2]]&laquo;&Egrave; il 2011 l&rsquo;anno in cui - chiosa <strong>Valeria</strong> - con mio marito <strong>Mimmo</strong> decidemmo di iniziare questa avventura del tutto inaspettata. Nel 2010 abbiamo acquistato a Contrada Santo Spirito cinque ettari di vigneti. In seguito, ripristinato l&#39;antico palmento in disuso, &egrave; partita la prima vendemmia di Nerello Mascalese. Io avevo sempre fatto la &ldquo;mamma&rdquo; e per me era una sfida enorme che ho accolto con pazienza e, forse, con un briciolo di incoscienza. Capimmo subito di doverci affidare a professionisti del territorio per creare il miglior progetto enoico&raquo;.</p>

<p>Il nome di questa collezione di vini non &egrave; un semplice esercizio di fantasia: <em>Sei</em>&nbsp;riguarda, infatti, la posizione occupata dall&rsquo;Etna nella mappa scientifica dei vulcani pi&ugrave; attivi del pianeta.</p>

<p>L&rsquo;inizio &egrave; segnato dal Nerello Mascalese, poi il <em>Bianco di Sei</em> con il Carricante, per concludere con la versione <em>Rosa di Sei</em> sempre da Nerello Mascalese.</p>

<p>[[ima3]]Un bilancio che oggi vanta la presenza in azienda di <strong>Serena</strong>, enologa vulcanica e desiderosa di apprendere quanto pi&ugrave; possibile nel settore, per trasferirlo nella sua realt&agrave; etnea con tenacia e molto garbo. Prosegue il lavoro impostato dai genitori e analizza ancora di pi&ugrave; suoli, parcelle e prospettive future. Studi di enologia in Piemonte, stage alla corte dei francesi leggendari e poi rientro sull&rsquo; Etna.</p>

<p>Contrada Santo Spirito si trova nel versante nord dell&rsquo;Etna: i vigneti sono distesi in terrazzamenti tra i 600 e gli 800 metri sul livello del mare. Qui le escursioni termiche sono davvero forti e la stratificazione dei suoli si ritrova nei vini, specie nelle versioni rosse, dove complessit&agrave;, eleganza e longevit&agrave; li caratterizzano con uno stile che potremmo definire <em>Palmento Costanzo</em>.</p>

<p>[[ima5]]Proprio le annate 2019, 2020 e 2021 sono state scelte per una verticale bianco-rossista, dove ogni calice ha espresso, o sta esprimendo, un momento di racconto di quel terroir che si evidenzia con freschezza, verticalit&agrave;, rotondit&agrave; e finezza in continua evoluzione. Vini giovani? Forse i bianchi pi&ugrave; dei rossi.</p>

<p>[[ima4]]Certamente le creazioni gastronomiche di <strong>Paternollo</strong> hanno permesso di certificarne la versatilit&agrave; e compattezza. Uno su tutti il <em>Risotto alla zucca, gamberi rossi, Parmigiano Reggiano 18 mesi e tartufo nero</em>, abbinato magistralmente al <em>Rosa di Sei 2024</em>: sfumature iodate bilanciate alle note floreali e fruttate di un rosato da Nerello Mascalese luminoso.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/palmentocostanzo-bottiglie-linea-di-sei-cgabriele-zanon-1.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/136/41365/in-cantina/un-decennio-di-eccellenza-per-la-collezione-di-sei-dellazienda-etnea-palmento-costanzo.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/136/in-cantina.html">136</category>			</item>			<item>				<title>Mancanza di personale: la pizza che (provoca e) sogna un nuovo modello imprenditoriale</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/209/41368/mondo-pizza/mancanza-di-personale-la-pizza-che-provoca-e-sogna-un-nuovo-modello-imprenditoriale.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>&Egrave; una denuncia quella di <strong>Ciccio Vitiello</strong>, giovane pizzaiolo e patron del suo <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/462/35215/locali/cambia-menti-di-ciccio-vitiello.html" target="_blank">Cambia-menti </a>a San Leucio (Caserta); una provocazione - e non una polemica - che nasce da una riflessione maturata lentamente nel tempo affinch&eacute; la mancanza di personale non sia pi&ugrave; un dettaglio trascurabile per il settore della ristorazione, ma occupi un peso e &ndash; nel suo caso - una forma specifica.</p>

<p>L&rsquo;origine della questione, dopotutto, non &egrave; affatto attuale ed &egrave; legata a una percezione, radicata da sempre, del mestiere di sala, ma anche&nbsp;quello del pizzaiolo, considerati di secondo livello, meno prestigiosi di tanti altri, e quasi screditanti. E questa non &egrave; una mera supposizione di <strong>Ciccio</strong>, ma quello che ha vissuto egli stesso in prima persona.</p>

<p>[[ima2]]Quando <strong>Ciccio</strong> mette piede in pizzeria per la prima volta aveva 9 anni; a 13 riunisce la famiglia per far provare a tutti la sua pizza. Era cos&igrave; entusiasta, la mamma orgogliosa, i fratelli felici, ma qualcuno non la pensava alla stessa maniera. E <strong>Ciccio</strong> si ritrova ad affrontare una forte discussione col padre, il quale non concepiva affatto come il figlio potesse pensare di voler intraprendere quel mestiere. D&rsquo;altronde, era proprio <strong>Ciccio</strong> a lamentare l&rsquo;assenza paterna per il troppo lavoro, gli immensi sacrifici per la famiglia e quest&rsquo;ultimo &ndash; che faceva tutt&rsquo;altro nella vita &ndash; non voleva che al figlio toccasse la medesima sorte, immaginando per lui &ldquo;un futuro migliore&rdquo;. Poche settimane dopo quella discussione, <strong>Ciccio</strong> perde suo padre e prende la decisione di seguire il suo istinto, iscrivendosi all&rsquo;istituto alberghiero per fuggire, cos&igrave;, a tutto ci&ograve; che lo avrebbe portato sulla cattiva strada.</p>

<p><strong>Ma cosa vuol dire esattamente &ldquo;futuro migliore&rdquo;? Un lavoro d&rsquo;ufficio? Un mestiere pi&ugrave; prestigioso rispetto a quello del pizzaiolo o del cameriere?</strong><br />
Chiunque desideri intraprendere&nbsp;questa strada e incontri opposizioni lungo il suo percorso, subisce a tutti gli effetti una forma di violenza: genitori delusi, aspettative mancate, e questo solo perch&eacute; a monte manca la giusta considerazione di un mestiere che non ha nulla da invidiare a tanti altri se lo si porta avanti con determinazione e visione: &laquo;La ristorazione &ndash; chiosa <strong>Ciccio</strong> - ha un peso sociale e se non iniziamo a coltivare e a radicare questa idea dentro di noi, le sale dei ristoranti, le cucine, i forni, saranno sempre meno popolati&raquo;.</p>

<p>In sostanza, se in pochi intendono intraprendere questa strada per seguirla in pieno, e non solo per sostenersi temporaneamente, la responsabilit&agrave; &egrave; solo nostra: di chi legge, dei genitori che demoliscono sogni, e di chi non d&agrave; credito al lavoro altrui.</p>

<p>&laquo;C&rsquo;&egrave; anche chi inizia a lavorare in questo mondo con aspettative errate, come quella di fare soldi facilmente; chi, ormai ci sguazza nella ristorazione, e procede senza mettere scelta alcuna in discussione. Ma c&rsquo;&egrave; una generazione fresca su cui puntare,&nbsp;che pu&ograve; ancora riscrivere le sorti &ndash; dichiara <strong>Ciccio</strong> -. Penso alla <em>Gen-Z</em>, una generazione smart, spesso criticata&nbsp;perch&egrave; non in grado di accettare rimproveri&hellip; Ma forse il punto &egrave; che questi ragazzi non vanno rimproverati; vanno avvicinati e, magari, anche ripresi, lasciando comprendere loro dove stiano sbagliando, sforzandoci di comprendere le loro motivazioni. Pi&ugrave; di tutto, occorre formarli, per far s&igrave; che il culto dell&rsquo;accoglienza continui a crescere e a progredire anche grazie a loro&raquo;.</p>

<p><strong>C&rsquo;&egrave; un &ldquo;metodo Cambiamenti&rdquo; per far s&igrave; che ci&ograve; diventi possibilit&agrave; e per riuscire a restituire dignit&agrave; a questo mestiere?</strong><br />
&laquo;Partiamo da piccoli benefit, come auto e telefono aziendali, turni settimanali gestiti in maniera equilibrata, e tutta la disponibilit&agrave; &ndash; nei limiti del possibile &ndash; di accogliere richieste o bisogni particolari. Ora, pensiamo a un ragazzo di 17 anni che inizia a lavorare in pizzeria: verr&agrave; inquadrato non come stagista, ma come un lavoratore dotato di un tutor che possa seguirlo, con turni da 6/7 ore al giorno, e una retribuzione da<em> entry level</em>, ma comunque dignitosa abbastanza da invogliarlo a restare e ambire a una crescita sia monetaria sia professionale. D&rsquo;altronde non &egrave; solo una questione di retribuzione, ma anche di contribuzione, aspetto spesso trascurato &ndash; quanti in questo settore lavorano ancora a nero? Dopotutto, - specifica <strong>Ciccio</strong> - qui continuiamo a mantenere quelli che sono prezzi del sud Italia per una pizza (un menu degustazione da noi parte da 30 euro), eppure i costi del lavoro sono pari a quelli del&nbsp;Nord. E poco c&rsquo;entra il caro affitto del settentrione: il costo pi&ugrave; ingente &egrave; legato soprattutto al personale&raquo;.</p>

<p>In parte deluso, in parte amareggiato, <strong>Vitiello </strong>non perde la speranza. Tutto, infatti, sembrerebbe parlare a favore di questo settore: il recente riconoscimento della <em>cucina italiana quale Patrimonio culturale immateriale dell&rsquo;umanit&agrave; dall&rsquo;UNESCO</em>, o i dati del <em>Rapporto Ristorazione FIPE 2025</em>, che parla di un aumento esponenziale di nuove attivit&agrave; sul territorio nazionale, con ben 59,3 miliardi di euro di valore aggiunto, superando del 6,3% i livelli pre-pandemia</p>

<p>&nbsp;</p>

<p>Perch&eacute; allora questo mestiere resta cos&igrave; poco attrattivo? Perch&eacute; non si investe abbastanza nelle scuole alberghiere, rendendola una prima scelta grazie a laboratori, strumenti adeguati, e non la scuola destinata a chi non ha voglia di studiare? E, soprattutto, che futuro spetta alla cultura gastronomica se buona parte delle attivit&agrave; sono in sofferenza?</p>

<p>[[ima3]]<strong>Ciccio</strong> una risposta prova a darla, e lo fa con quello che gli riesce meglio: la pizza. Nel menu degustazione <em>Ciccio Pizza Tour</em>, un percorso da 5 assaggi, ciascuno dedicato a interpretazioni e tecniche differenti di pizza, sulla terza portata giunge in tavola tutt&rsquo;altro che uno spicchio fumante&hellip; Il commensale riceve un piccolo dispositivo che inizia a vibrare - come accade nei <em>fast food</em> &ndash; una volta pronta la pizza. Nessuno arriver&agrave; al tavolo: toccher&agrave; proprio al commensale alzarsi per andare recuperare la portata.</p>

<p>&laquo;Nessuno verr&agrave; a servirti. Quando senti che &egrave; pronta, alzati e prendila. Puoi portarla al tuo tavolo oppure fermarti al banco pizza e mangiarla l&igrave;, in piedi - commenta<strong> Ciccio</strong> -. Se oggi nessuno ti serve non &egrave; un problema di sala. &Egrave; un problema di futuro. Ecco perch&eacute; questa pizza sebbene sia a tutti gli effetti una provocazione, si fa ambasciatrice di una riflessione molto seria&raquo;, spiega <strong>Ciccio Vitiello</strong>.&nbsp;E aggiunge: &laquo;La difficolt&agrave; a trovare collaboratori &egrave; un problema reale che vive la ristorazione. Per anni in questo mondo si sono fatti turni massacranti: 14 o 15 ore di lavoro pagate per otto, senza straordinari e senza prospettive. La conseguenza &egrave; che oggi molti ragazzi non vogliono pi&ugrave; entrare in questo mondo. Prima di parlare di mancanza di personale dobbiamo avere il coraggio di parlare di mancanza di visione, di rispetto del lavoro e di uguaglianza delle figure professionali&raquo;.</p>

<p>Concretamente, parliamo di una pizzetta essenziale e intensa, costruita su pochi elementi: <em>pomodoro giallo pelato senza sale, maionese alle alici e colatura, salsa verde, sale Maldon ed erbe mediterranee</em>. Un equilibrio volutamente minimale che lascia spazio al gesto e al messaggio.</p>

<p>&laquo;Occorre iniziare ad affrontare la questione in maniera &ldquo;scientifica&rdquo;. Questo gesto, questa provocazione &egrave; una goccia in mezzo al mare eppure sappiamo benissimo che la pizza &egrave; un linguaggio universale, potente. Certo, non possiamo procedere da soli: abbiamo bisogno dell&rsquo;aiuto di tutti per fare la differenza, di un sostegno concreto al comparto, ma anche di una comunicazione che superi lo spazio del mero giudizio. E sebbene tante&nbsp;cose fino ad ora sono state sbagliate, nulla &egrave; ancora perso. Basta&nbsp;impegnarsi per dare un futuro radioso alla ristorazione&raquo; conclude <strong>Vitiello</strong>.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/foto-ciccio-vitiello-2.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/209/41368/mondo-pizza/mancanza-di-personale-la-pizza-che-provoca-e-sogna-un-nuovo-modello-imprenditoriale.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/209/mondo-pizza.html">209</category>			</item>			<item>				<title>Adelaide, che successo! La &quot;bottega bar&quot; raddoppia, nasce Fiammetta Bracebar</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/41373/dallitalia/adelaide-che-successo-la-bottega-bar-raddoppia-nasce-fiammettabracebar.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Riservatezza, concretezza, spirito laborioso e orgoglio: qualit&agrave; che da sempre raccontano il carattere piemontese e che oggi sembrano riflettersi anche nell&rsquo;identit&agrave; di&nbsp;<a href="https://www.instagram.com/adelaide_bottegabar/" rel="nofollow">Adelaide! Bottega Bar</a>,&nbsp;locale torinese che ha aperto,&nbsp;senza clamore (ma aggiudicandosi&nbsp;il <em>People&#39;s Choice Awards</em>, il prestigioso premio dei <a href="https://www.thefork.it/blog/thefork-awards-con-mastercard-vincitori-2025" rel="nofollow">TheFork Awards con Mastercard</a> edizione 2025,&nbsp;nonch&eacute; il titolo&nbsp;di vincitore per il&nbsp;Nord Italia,&nbsp;<a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/40571/dallitalia/ai-thefork-awards-con-mastercard-trionfa-la-buona-gioventu-di-adelaide-a-torino.html">leggi qui</a>) circa un anno fa&nbsp;e che&nbsp;si prepara ora a&nbsp;crescere&nbsp;e a&nbsp;raddoppiare i propri spazi.</p>

<p>Ma partiamo dagli inizi.&nbsp;<em>Adelaide</em>! nasce, nel cuore del capoluogo sabaudo, per accompagnare la giornata dei torinesi dalla mattina fino a tarda sera&nbsp;e&nbsp;creare uno spazio informale e accogliente dove&nbsp;buon cibo&nbsp;e&nbsp;convivialit&agrave;&nbsp;si incontrano. L&rsquo;idea &egrave; partorita&nbsp;da&nbsp;una giovane squadra di fondatori&nbsp;accomunati dalla&nbsp;passione per la ristorazione e la qualit&agrave; delle materie prime.&nbsp;<strong>Leo Pellegrino</strong>, con tredici anni di esperienza in <em>Eataly</em> e ruoli di management a livello europeo,&nbsp;<strong>Marianna Di Dio</strong>, da sempre attiva nel mondo della ristorazione e nell&rsquo;organizzazione di eventi, e&nbsp;<strong>Giulia Cantoni</strong>, nutrizionista con un lungo percorso nel settore qualit&agrave; della grande distribuzione. Insieme, accomunati da passione voglia di fare,&nbsp;hanno immaginato un luogo dove celebrare il piacere dello stare a tavola.</p>

<p>&laquo;Da sempre io e <strong>Marianna</strong>, la mia compagna, coltivavamo lo stesso sogno: aprire un locale tutto nostro. L&rsquo;idea ha iniziato a prendere forma durante un viaggio in Andalusia. Eravamo a Granada, seduti al bancone di una bodega straordinaria: davanti a noi un&rsquo;infinit&agrave; di piattini&nbsp;e,&nbsp;tra una ca&ntilde;a e l&rsquo;altra, il locale ribolliva di vita. Persone che ridevano, chiacchieravano, alzavano la voce per farsi sentire dal personale. A un certo punto&nbsp;ci siamo guardati e ci siamo detti: &ldquo;&Egrave; questo il locale perfetto&rdquo;.&nbsp;Dopo la fine della nostra avventura da <em>Eataly</em> abbiamo conosciuto <strong>Giulia</strong>. Spesso ci incontravamo in un piccolo bar dall&rsquo;aria anni Novanta, proprio accanto al mio nuovo ufficio, in Via Mazzini 58. &Egrave; stato l&igrave; che <strong>Marianna</strong>, quasi all&rsquo;improvviso, ha visto qualcosa che agli altri sfuggiva: la potenzialit&agrave; di quel posto. Con la sua determinazione,&nbsp;ha convinto tutti che fosse il luogo giusto.&nbsp;Da quel momento abbiamo iniziato a studiarlo davvero: la clientela, gli orari, le opportunit&agrave; ma anche le criticit&agrave;. Abbiamo parlato con la proprietaria, cercando di capire quali fossero i suoi progetti. Sono passati innumerevoli incontri, nel frattempo &egrave; arrivato anche un figlio, insieme a mille altre vicissitudini.&nbsp;Poi, finalmente, il 1&deg; marzo 2025 abbiamo ricevuto le chiavi del bar.&nbsp;E un mese esatto dopo abbiamo aperto le porte vetrate&nbsp;oggi&nbsp;coperte dagli sticker di <em>Adelaide!</em>&raquo;&nbsp;ricorda <strong>Leo Pellegrino</strong>.</p>

<p>[[ima2]]Il menu&nbsp;&egrave; quasi interamente &ldquo;Made in Piedmont&rdquo; e&nbsp;riflette&nbsp;la&nbsp;loro&nbsp;filosofia attraverso&nbsp;una selezione accurata di prodotti&nbsp;e collaborazioni con alcune realt&agrave; di eccellenza del panorama gastronomico&nbsp;locale e&nbsp;piemontese: il pane e i cornetti arrivano dal forno di <strong>Raffaele D&#39;Errico</strong>, la pasticceria &egrave; firmata <a href="https://www.tauer-to.it/" rel="nofollow">Tauer Bakery</a>, le carni provengono dal presidio Slow Food de&nbsp;<a href="https://lagranda.it/" rel="nofollow">La Granda</a>,&nbsp;gli affettati di suino nero piemontese da un piccolo allevamento di Pollenzo,&nbsp;le verdure&nbsp;sono&nbsp;di <a href="https://www.ortobra.com/" rel="nofollow">OrtoBra</a>, il caff&egrave; <a href="https://www.lavazza.it/it" rel="nofollow">Lavazza</a>, i plin di <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/6/2581/chef-e-protagonisti/ugo.html">Ugo Alciati</a> e <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/12101/ristoranti/allenoteca.html">Davide Palluda</a>, le paste fresche del <a href="https://www.instagram.com/saporitorino/?hl=it" rel="nofollow">Pastificio Sapori</a> e del laboratorio di chef <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/6/1357/chef-e-protagonisti/giuseppe.html">Giuseppe Rambaldi</a>, lo zabaione di <a href="https://www.albertomarchetti.it/" rel="nofollow">Alberto Marchetti</a> e il cioccolato di <a href="https://www.guidocastagna.it/" rel="nofollow">Guido Castagna</a>.</p>

<p>La cucina che <em>Adelaide!</em> propone&nbsp;&egrave; veloce, diretta, avvolgente. Punta sulla semplicit&agrave; e sulla condivisione:&nbsp;una ventina di antipasti&nbsp;serviti in piccoli piatti pensati per stare al centro del tavolo, da assaggiare insieme. Accanto a questi, una carta essenziale con&nbsp;quattro primi, quattro secondi e cinque dessert, con un&rsquo;attenzione particolare alle proposte vegetariane e vegane.&nbsp;I piatti cambiano seguendo il ritmo delle stagioni e delle materie prime. Tra quelli che nel tempo sono diventati pi&ugrave; riconoscibili ci sono i&nbsp;<em>Pomodori, pomodori, pomodori</em>,&nbsp;un entr&egrave;&egrave; con&nbsp;tre diverse variet&agrave; servite con il loro gazpacho fatto in casa,&nbsp;il&nbsp;<em>Tagliolini all&rsquo;uovo&nbsp;con&nbsp;rag&ugrave; all&rsquo;antica</em>, la&nbsp;<em>Grissinopoli</em>&nbsp;con carne di fassona,&nbsp;tagliata, impanata nei grissini,&nbsp;servita con maionese&nbsp;affumicata e misticanza,&nbsp;gli <em>Spaghetti&nbsp;aglio, olio, peperoncino e peperone crusco</em>,&nbsp;le <em>Carote arrosto con mandorle salate</em>, il <em>Porro di Cervere con cenere di porro</em>, le <em>Chips&nbsp;di topinambur</em> (proposte&nbsp;vegane, queste ultime, che raccontano&nbsp;bene lo spirito della cucina), e l&#39;imbattibile&nbsp;<em>Tiramis&ugrave;</em>&nbsp;fatto in teglia. Pochi elementi, sapori netti e grande rispetto per l&rsquo;ingrediente.&nbsp;A completare l&rsquo;esperienza, una carta dei vini composta da circa&nbsp;250 etichette&nbsp;provenienti da diversi Paesi del mondo, destinata ad ampliarsi nel tempo.</p>

<p>[[ima3]][[ima4]]Questa cosa dei piattini ha fatto impazzire i torinesi, e non solo,&nbsp;tant&rsquo;&egrave; che&nbsp;prenotare qui &egrave; diventato impossibile come ci spiega <strong>Leo</strong>: &laquo;Il 1&deg; aprile abbiamo aperto le porte senza dirlo praticamente a nessuno e, col senno di poi, &egrave; stata una fortuna. L&rsquo;inaugurazione ufficiale era prevista qualche giorno dopo, il 3, e&nbsp;avevamo semplicemente avvisato amici e parenti, immaginando una serata raccolta, quasi domestica.&nbsp;Le cose sono andate&nbsp;molto&nbsp;diversamente.&nbsp;Quel gioved&igrave; sera, intorno alle otto, c&rsquo;erano circa trecento persone&nbsp;davanti al locale. Via Mazzini, proprio all&rsquo;altezza dell&rsquo;ingresso, era completamente bloccata. La gente beveva, scattava foto, rideva. Si fermava a&nbsp;parlare, si godeva l&rsquo;atmosfera. Stavano bene, semplicemente. &Egrave; stata una serata magnifica, di quelle che ti sorprendono e ti travolgono.&nbsp;Dal giorno successivo abbiamo iniziato a lavorare ben oltre ogni aspettativa&nbsp;e&nbsp;da allora il ritmo non ha fatto che crescere. &Egrave; una soddisfazione enorme, naturalmente, ma non per questo abbassiamo la guardia,&nbsp;sappiamo che la strada giusta si costruisce giorno dopo giorno.&nbsp;La cosa che ci colpisce di pi&ugrave; &egrave; vedere i clienti tornare. Tornano e parlano di noi. Raccontano di un ambiente familiare, informale, dove viene spontaneo condividere un tavolo, divertirsi, scambiare due parole con i nostri ragazzi o con chi &egrave; seduto accanto, anche senza conoscersi.&nbsp;Apprezzano l&rsquo;attenzione che mettiamo nella ricerca delle&nbsp;materie prime e il rispetto con cui arrivano nel piatto. E poi il vino, naturalmente,&nbsp;quello piace sempre! Ma forse la cosa che ci caratterizza di pi&ugrave; &egrave; un&rsquo;altra: non siamo un ristorante&nbsp;e, in fondo, non vogliamo esserlo&raquo;.&nbsp;</p>

<p>A guidare&nbsp;sala e cucina&nbsp;c&rsquo;&egrave; una squadra di professionisti gi&agrave; conosciuti nella scena gastronomica torinese. Tra questi l&#39;argentino&nbsp;<strong>Guillermo Sosa</strong>, per tutti&nbsp;<strong>Guille</strong>, direttore e sommelier con un passato da <em>Luogo DiVino</em>, lo chef&nbsp;<strong>Giuseppe Tarantino</strong>, che porta con s&eacute; l&rsquo;esperienza maturata in <em>Eataly</em>, e <strong>Sonia Kuli</strong>, responsabile di sala gi&agrave; al <em>GranBar</em>. Con loro collaborano anche lo chef&nbsp;<strong>Patrik Lisa</strong>&nbsp;e la fotografa e social curator&nbsp;<strong>Valentina Malone</strong>, che contribuisce a raccontare l&rsquo;identit&agrave; del locale attraverso le immagini e i canali digitali.&nbsp;Tra i volti pi&ugrave; familiari di <em>Adelaide!</em> spicca per&ograve; anche la&nbsp;signora <strong>Giusy</strong>,&nbsp;storica proprietaria del bar&nbsp;<em>La dolce vita</em>: per oltre vent&rsquo;anni, ogni mattina alle sette, &egrave; stata lei ad accogliere i primi avventori di Via Mazzini. Il nuovo corso ha scelto di tenerla nella squadra: una presenza preziosa, insieme alla sua collaboratrice <strong>Anna</strong>. Oggi entrambe sono <em>Adelaide!</em> al cento per cento. Con la loro esperienza, e con quel sorriso che molti clienti conoscono da tempo, continuano ad accogliere gli ospiti, contribuendo a rendere il locale un luogo in cui memoria del quartiere e nuove energie si incontrano</p>

<p>[[ima5]]Da <em>Adelaide!</em> si sta bene e questo si riflette anche&nbsp;negli interni:&nbsp;arredi vintage e oggetti di recupero dialogano con materiali come&nbsp;marmo, legno e vetro, creando un ambiente caldo e avvolgente che unisce sostenibilit&agrave; e&nbsp;fascino d&rsquo;altri tempi. Un&rsquo;atmosfera pensata per&nbsp;far sentire chi entra come a casa, tra chiacchiere&nbsp;e sorrisi,&nbsp;piatti&nbsp;fatti bene&nbsp;e calici di vino.&nbsp;Qui si incontrano i giovani e i meno giovani, gli habitu&eacute; e quelli che finalmente sono riusciti a prenotare, chi fa un pranzo di lavoro e il gruppo di amiche venute e a festeggiare, chi si ferma al bancone per un bicchiere e chi invece stuzzica fino all&rsquo;ora di cena a poi va oltre. Perch&eacute; <em>Adelaide!</em> ha mantenuto quell&rsquo;atmosfera di bar e bottega, quella di una volta, dove si entrava e si salutava perch&eacute; ci si conosceva tutti, in&nbsp;un ambiente autentico e rilassato&nbsp;dove chi entra&nbsp;percepisce&nbsp;subito un clima di calore e spontaneit&agrave;.&nbsp;</p>

<p>Dopo i&nbsp;tanti premi e riconoscimenti, talvolta inaspettati e mai ostentati, a un anno dall&rsquo;apertura&nbsp;<em>Adelaide!</em> guarda al futuro: ad aprile raddoppier&agrave;, sempre a Torino,&nbsp;ma&nbsp;in Via&nbsp;Maria Vittoria&nbsp;33, poco distante. &laquo;L&rsquo;inaugurazione sar&agrave;&nbsp;il 10&nbsp;di aprile -&nbsp;racconta <strong>Leo</strong> - Sar&agrave; un format diverso da <em>Adelaide!</em>,&nbsp;si chiamer&agrave;&nbsp;<a href="https://www.instagram.com/fiammetta_bracebar/" rel="nofollow">Fiammetta&nbsp;Bracebar</a>, un&nbsp;luogo dove tutto parte dalla brace&nbsp;e dal fuoco&nbsp;ma con gli stessi principi al centro: qualit&agrave;, ricerca della materia prima e vino, tanto vino. Il locale sar&agrave; pi&ugrave; grande, con una bella cucina a vista e un design molto curato.&nbsp;Il progetto&nbsp;si fonda sulle stesse due colonne portanti che hanno guidato la prima apertura: le persone che ci lavoreranno e l&rsquo;attenzione alle materie prime. Sar&agrave; un locale informale, aperto sette giorni su sette, a pranzo, all&rsquo;aperitivo e a cena. Cercheremo di sorprendere con semplicit&agrave;, ricerca ed estetica. O&nbsp;almeno ci proviamo&raquo;.</p>

<p><br />
<a href="https://www.instagram.com/adelaide_bottegabar/" rel="nofollow">Adelaide! Bottega Bar</a><br />
Via Giuseppe Mazzini&nbsp;58&nbsp;- Torino<br />
Tel. +39 011 335 8459<br />
aperto tutti i giorni da mattio a sera</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/adelaide-1-1.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/41373/dallitalia/adelaide-che-successo-la-bottega-bar-raddoppia-nasce-fiammettabracebar.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/dallitalia.html">44</category>			</item>			<item>				<title>Sergio Germano: «In un mondo disorientato, il Nebbiolo è sempre una certezza»</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/136/41372/in-cantina/sergio-germano-in-un-mondo-disorientato-il-nebbiolo-e-sempre-una-certezza.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Un anno partito con l&rsquo;ottimo segnale - in termini di numeri e qualit&agrave; - mandato dall&rsquo;evento <a href="https://www.grandilanghe.com/" rel="nofollow">Grandi Langhe</a>. Ora si annunciano nuovi incontri anche oltre confine per il <a href="https://www.langhevini.it/" rel="nofollow">Consorzio di Tutela Barolo Barbaresco Alba Langhe e Dogliani</a> impegnato nel far conoscere a fondo le sue 9 denominazioni. Il presidente <strong>Sergio Germano</strong>, produttore a Serralunga d&rsquo;Alba con <a href="https://www.ettoregermano.com/it/" rel="nofollow">Ettore Germano</a>, ci conduce tra sfide e scelte che si affronteranno nei prossimi mesi. Forti dell&rsquo;identit&agrave; di un territorio tanto noto quanto inesauribile nelle sue peculiarit&agrave; da esplorare, ma anche delle energie trasmesse dalle nuove generazioni.<br />
<br />
&laquo;<em>Grandi Langhe</em> a Torino ha toccato il punto superiore d&rsquo;affluenza perch&eacute; abbiamo avuto 7.700 ingressi, rispetto ai 5mila dello scorso anno &ndash; premette - Pare che i produttori fossero tutti soddisfatti, addirittura hanno rilevato che forse c&rsquo;&egrave; troppo poco spazio per il desk perch&eacute; a volte non si riesce ad accogliere i visitatori, quindi un fatto positivo. Abbiamo avuto pi&ugrave; di 500 stranieri: meno della met&agrave; sono stati oggetto di incoming, gli altri sono venuti spontaneamente&raquo;. La provenienza &egrave; nel segno della variet&agrave;: dalla Scandinavia all&rsquo;Oriente, passando per Stati Uniti e Canada. Anche l&rsquo;et&agrave; del pubblico vedeva una presenza abbastanza giovane, visitatori che si sono messi in luce per professionalit&agrave; ed educazione.<br />
<br />
Risultato, si guarda gi&agrave; all&rsquo;edizione 2027: &laquo;Per l&rsquo;anno prossimo cercheremo di implementare i particolari, come la sala per i giornalisti da affinare sempre pi&ugrave; dopo il salto gi&agrave; avuto quest&rsquo;anno&raquo;. Una fiammata di energia, dunque, per l&rsquo;anno che ormai &egrave; entrato nel vivo? &laquo;S&igrave;, perch&eacute; era il presupposto di un interesse &ndash; risponde <strong>Germano</strong> &ndash; Noi abbiamo quattro Docg e cinque Doc, pi&ugrave; di 10mila ettari e oltre 62 milioni di battaglie. Dobbiamo essere grati a questo nostro vitigno <em>Nebbiolo</em>, piuttosto esclusivo, e il nostro territorio ha potenziali importanti. In un mondo con forti disorientamenti, non si pu&ograve; negare che ci sia un sempre vivo interesse appunto&raquo;.<br />
<br />
[[ima2]]Facciamo allora un piccolo test di &ldquo;sana costituzione&rdquo;: &laquo;Il <em>Barolo </em>mostra una tenuta abbastanza stabile, il <em>Barbaresco</em> una leggera flessione del 5%, che non &egrave; una situazione di allarme. Il <em>Nebbiolo d&rsquo;Alb</em>a e il <em>Nebbiolo Langhe</em> sono addirittura in crescita, si collocano su una fascia di consumo pi&ugrave; quotidiano o vicino al quotidiano e rappresentano un bell&rsquo;apripista per cominciare a parlare di vini pi&ugrave; complessi&raquo;.<br />
<br />
Tutto ci&ograve; senza trascurare altri vitigni come <em>Barbera</em> e <em>Dolcetto</em>, perch&eacute; &ndash; prosegue il presidente &ndash; &laquo;continuano a essere un&rsquo;espressione territoriale che vogliamo mantenere in presenza. Sulla comunicazione non vogliamo mollare mai, anzi&raquo;. Sono vini pi&ugrave; universali e poliedrici, che si prestano sia al consumo nel breve sia all&rsquo;invecchiamento.<br />
<br />
Sul fronte degli eventi, il <em>Consorzio</em> si prepara a un&rsquo;intensa primavera intensa. Il 12 maggio si rinnover&agrave; l&rsquo;atteso Barolo Barbaresco World Opening 2026, che questa volta far&agrave; tappa a Toronto: ci saranno 170 produttori e ciascuno porter&agrave; due etichette, per cui i canadesi potranno degustarne 340, tra Barolo e Barbaresco. Un&rsquo;occasione per manager e operatori dei negozi del monopolio e da tutta la parte della ristorazione del Canada, ma verso la conclusione non mancheranno 300-400 consumatori finali manager. &laquo;Quello canadese &ndash; osserva <strong>Sergio Germano</strong> &ndash; &egrave; un mercato che ha sempre apprezzato i vini delle Langhe e ne ha dato il via a un tender per Barolo e Barbaresco, in concomitanza di questo nostro evento&raquo;.<br />
<br />
[[ima3]]Prima ancora, un altro appuntamento il 23 e il 24 marzo con un piccolo incoming con comunicatori per parlare della <em>Doc Langhe</em>: presenti una decina di europei e una ventina di italiani. Tutto ci&ograve; con una consapevolezza che fa bene al morale e al futuro: quella di un ricambio generazionale tangibile. &laquo;Per fortuna una buona parte delle aziende hanno i figli che stanno entrando e collaborando &ndash; conferma il presidente - Il che &egrave; molto bello, anche perch&eacute;, come mi facevano notare i visitatori, oggi vai a parlare con le aziende e tutti sanno comunicare bene in inglese, un aspetto che non &egrave; affatto marginale. Ma soprattutto, assistiamo a un ricambio generazionale molto convinto&raquo;.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/1-sergio-germano-photo-2026-03-07-16-26-37.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/136/41372/in-cantina/sergio-germano-in-un-mondo-disorientato-il-nebbiolo-e-sempre-una-certezza.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/136/in-cantina.html">136</category>			</item>			<item>				<title>Aurora Storari: «L'eccellenza non si costruisce calpestando chi lavora per te»</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/95/41382/dal-mondo/aurora-storari-leccellenza-non-si-costruisce-calpestando-chi-lavora-per-te.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>La vicenda del <em>Noma</em> e le accuse di abusi fisici e psicologici rivolte a <strong>Ren&eacute; Redzepi</strong>, sfociate nell&#39;inchiesta del <em>New York Times</em> e nelle sue dimissioni, hanno riaperto un dibattito rimasto sotto traccia troppo a lungo: &egrave; possibile raggiungere l&#39;eccellenza senza calpestare chi lavora per costruirla? Dopo le riflessioni di <strong>Josep Roca</strong>, <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/95/41345/dal-mondo/un-altro-modello-e-possibile-josep-roca-il-noma-e-un-sistema-da-cambiare.html">nell&#39;intervista</a> di <strong>Licia Granello</strong>, e <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/41367/dallitalia/prendersi-cura-di-chi-lavora-con-noi-il-caso-noma-e-il-modello-aimo-e-nadia.html">il contributo</a> di <strong>Stefania Moroni</strong> per il <em>Gruppo Aimo e Nadia</em> pubblicati su queste pagine, raccogliamo oggi la voce di una chef&nbsp;che su questi temi si era espressa con chiarezza ancor prima che il caso esplodesse.</p>

<p><strong>Aurora Storari</strong> &egrave; chef&nbsp;e pasticcera. Insieme al compagno <strong>Flavio Lucarini</strong> e al ma&icirc;tre e sommelier <strong>Giacomo Gironi</strong>, dall&#39;autunno 2025 guida <a href="https://www.substance.paris/" rel="nofollow">Substance</a>, ristorante parigino del <em>Groupe Eclore</em> a pochi passi dagli Champs &Eacute;lys&eacute;es, dopo l&#39;altrettanto fortunata esperienza da <em>H&eacute;micycle</em>. Pochi giorni fa la <em>Guida Michelin</em> Francia 2026 ha confermato a <em>Substance</em> la stella, per la prima volta sotto la guida della nuova coppia di chef.</p>

<p>Il 14 febbraio scorso, prima che l&#39;inchiesta del <em>New York Times</em> facesse deflagrare il caso <strong>Redzepi</strong>, <strong>Storari</strong> aveva pubblicato sul proprio profilo Instagram una riflessione, scritta in francese, in cui analizzava con lucidit&agrave; i meccanismi che trasformano una brigata da squadra a corte, e l&#39;ispirazione in sottomissione. Anche <strong>Lucarini</strong> &egrave; intervenuto sul tema con un proprio post, affrontandolo invece&nbsp;dal versante della sostenibilit&agrave; economica, dell&#39;esigenza e delle aspettative che gravano sui ristoranti di alto livello.</p>

<p>Riportiamo di seguito la traduzione integrale del testo pubblicato da <strong>Aurora Storari</strong>, che ha dato lo spunto alla nostra intervista.</p>

<p>&laquo;Quando lo chef diventa intoccabile, incontestabile, idolatrato, la brigata smette di essere una squadra e diventa una corte. L&#39;ispirazione si trasforma in sottomissione. L&#39;alta cucina &egrave; un ambiente che nutre sistematicamente l&#39;ego: premi, classifiche, stelle, copertine, storytelling eroico. Tutto ruota attorno a un nome. Eppure un ristorante &egrave; un organismo collettivo. Quando il successo viene personalizzato, la pressione scende lungo la gerarchia. E spesso la violenza non nasce dalla cattiveria, ma dalla paura: paura di perdere il proprio status, paura di non essere pi&ugrave; il migliore, paura di deludere l&#39;immagine che ci si &egrave; costruiti. Quell&#39;ansia si riversa allora verso il basso. La nuova generazione di chef pu&ograve; &mdash; e deve &mdash; fare diversamente: una leadership senza culto della personalit&agrave;, l&#39;eccellenza senza umiliazione, il rigore senza paura, una brigata intesa come comunit&agrave; anzich&eacute; come piramide sacrificale. Forse il vero atto radicale, oggi, non &egrave; fare fermentazioni estreme. &Egrave; creare un ambiente in cui nessuno si senta piccolo. E aggiungerei: la grandezza di un ristorante non si misura dal genio di una sola persona, ma dal contributo di tutti nel creare qualcosa di unico&raquo;.<br />
<br />
[[ima2]]</p>

<p><strong>Aurora, quel post era nato da uno spunto preciso o da una riflessione pi&ugrave; ampia?</strong><br />
&Egrave; una riflessione che porto avanti da tempo sulla figura moderna dello chef: come viene percepita, come viene raccontata. Io appartengo alla generazione dei millennial, quella cresciuta accettando che le cucine fossero anche luoghi violenti, perch&eacute; cos&igrave; ci era stato insegnato. I nostri genitori ci dicevano: sii grato di avere un lavoro. Abbiamo accettato condizioni che oggi considero francamente ridicole. Per questo sono forse una delle poche persone nel mio ambiente a difendere apertamente le nuove generazioni: le trovo pi&ugrave; intelligenti di noi. I giovani non hanno smesso di voler fare i cuochi. Semplicemente&nbsp;non vogliono pi&ugrave; farli come li abbiamo fatti noi, e a mio avviso hanno ragione.</p>

<p><strong>Il caso Noma ha sorpreso il settore?</strong><br />
Ha fatto riflettere tutti, questo s&igrave;. Ma fingere di cadere dal pero sarebbe ipocrita: nella nostra generazione ci siamo passati praticamente tutti, in misura diversa. Queste dinamiche le conoscevamo. Il valore di quello che sta emergendo &egrave; che finalmente si apre una riflessione seria.</p>

<p><strong>Nel post scrivi che l&#39;alta cucina nutre sistematicamente l&#39;ego. Uno dei problemi &egrave; dunque la mitizzazione della figura dello chef?</strong><br />
S&igrave;, per me &egrave; un punto centrale. Lo chef &egrave; un lavoratore. Abbiamo la fortuna di fare un mestiere creativo, l&#39;estro personale viene fuori naturalmente. Ma trasformare lo chef in un idolo a cui bisogna aspirare per forza &egrave; sbagliato: c&#39;&egrave; una mistificazione in corso che non riguarda solo la cucina, ma la societ&agrave; intera. Non esiste pi&ugrave; il concetto di normalit&agrave;: esiste solo il superlativo o il mediocre. I ragazzi oggi pensano che se non fai il gastronomico&nbsp;tanto vale non fare il cuoco. Non sono d&#39;accordo. E non ho bisogno di un grande storytelling per quello che faccio: amo il mio lavoro, esprimo me stessa attraverso di esso, e mi basta.</p>

<p>[[ima3]]<strong>Tu stessa hai avuto esperienze formative lontane dalla cucina gastronomica...</strong><br />
Una delle esperienze che pi&ugrave; mi hanno formato &egrave; stata al <em>Ratan&agrave;</em> di <strong>Cesare Battisti</strong> a Milano, che &egrave; tutto fuorch&eacute; un ristorante gastronomico: &egrave; un vero ristorante, con un grande volume di coperti. Non &egrave; un discorso di stelle. &Egrave; un luogo in cui impari a lavorare. Ai ragazzi che vengono da noi e non si sentono a loro agio nel contesto gastronomico dico sempre che non &egrave; un problema: esistono tanti modi di fare ristorazione, tanti modi di fare pasticceria. Tutti validi.</p>

<p><strong>Parliamo di stage. Il caso Noma ha riacceso anche quel dibattito.</strong><br />
Non voglio demonizzare gli stage, perch&eacute; li considero utili: se vuoi imparare dai migliori, c&#39;&egrave; una gavetta che ha senso fare. Ma il discorso &egrave; strutturale. In Francia, per esempio, non puoi avere pi&ugrave; di due stagisti e tutti devono passare attraverso una scuola: se qualcuno bussa alla mia porta per chiedere uno stage, non posso accettarlo se non arriva da un percorso scolastico. Gi&agrave; questa regolamentazione cambia enormemente le cose, perch&eacute; ti impedisce di costruire una cucina di stagisti. E costruire una cucina di stagisti non ha senso nemmeno sul piano pratico: &egrave; un ricircolo continuo di persone che non permette alcuna continuit&agrave;.</p>

<p><strong>Esiste un modello di stage virtuoso?</strong><br />
Io stessa feci richiesta&nbsp;per uno stage dai <strong>Roca</strong>. Mi hanno risposto dopo due anni, il che d&agrave; l&#39;idea del numero di&nbsp;domande. Il processo di selezione &egrave; serissimo: pi&ugrave; colloqui, videochiamate in cui ti chiedono cosa fai nella vita, quali obiettivi hai, come reagiresti in situazioni complicate. Una vera e propria profilazione. Era un programma di studi finanziato dall&#39;Universit&agrave; di Barcellona: sei mesi tra laboratorio di ricerca, servizio, cucina e pasticceria. Un percorso formativo reale. Questo lo condivido, anche se non &egrave; retribuito: vai davvero per imparare qualcosa, non perch&eacute; qualcuno ha bisogno di chi gli spenni i piccioni e spacchi le uova.</p>

<p><strong>E se uno stagista commette un errore?</strong><br />
Se non sono in grado di prevedere l&#39;errore e limitarlo, la colpa &egrave; mia, non dello stagista che &egrave; l&igrave; per imparare. La violenza immotivata non la capisco proprio. Se la tua struttura non riesce a coprire un errore, a prevenirlo, il problema non &egrave; il ragazzo: il problema &egrave; che non hai costruito un&#39;organizzazione che funziona.</p>

<p>[[ima4]]<strong>Si dice spesso che la Francia sia il luogo in cui il modello militare della cucina &egrave; nato e si &egrave; espresso nella forma pi&ugrave; brutale. Lavorandoci ogni giorno, &egrave; ancora cos&igrave;?</strong><br />
Certi contesti esistono ovunque, a prescindere dalla nazione. Io credo molto nella gerarchia, perch&eacute; serve: sono un punto di riferimento per la mia squadra, per la sala, per il ristorante. Non tutti gestiscono lo stress e i problemi allo stesso modo, quindi servono ruoli e responsabilit&agrave; chiare. La Francia ha creato gli schemi organizzativi della cucina moderna, questo &egrave; vero. Ma lo chef fuori controllo lo trovi in ogni contesto e in ogni paese. Non &egrave; il modello francese il problema: il problema &egrave; chi lo usa come giustificazione per fare del male.</p>

<p><strong>&Egrave; dunque possibile raggiungere l&#39;eccellenza senza maltrattare chi lavora con te?</strong><br />
Penso e spero di s&igrave;. Ma sarei disonesta a dire che sia facile. Ci sono giorni in cui la pressione &egrave; tale che vorresti sparire: le attese dei clienti, della sala, delle guide, della propriet&agrave;, le tue ambizioni personali. La settimana scorsa ho fatto la cameriera in sala perch&eacute; c&#39;era bisogno: sono chef, faccio la pasticcera, ma se serve faccio anche altro. Ci sono giorni in cui la tua ambizione devi metterla in tasca, perch&eacute; un ragazzo della squadra sta attraversando un momento difficile. &Egrave; un equilibrio costante, complicatissimo, ma &egrave; possibile.</p>

<p><strong>Come si costruisce concretamente?</strong><br />
Con la trasmissione della responsabilit&agrave;. Chi entra nel nostro ristorante sa di avere delle responsabilit&agrave;, e la prima &egrave; verso il cliente: c&#39;&egrave; qualcuno che paga per quello che prepariamo. Se un cliente &egrave; allergico alle nocciole e gli servi le nocciole, va all&#39;ospedale. Questa &egrave; la responsabilit&agrave; vera, al netto di qualsiasi ambizione personale. Non significa terrorizzare le persone: significa che io, se sono brava, devo coprire qualsiasi errore, devo prevederlo. E poi c&#39;&egrave; una piccola quota di responsabilit&agrave; su ciascun membro della squadra, che crea una cucina consapevole. Noi abbiamo la stessa &eacute;quipe da anni: persone che sono rimaste, che sono cresciute, ragazzi che hanno iniziato l&#39;apprendistato e oggi sono chef de partie. Crediamo nel far crescere le persone.</p>

<p><strong>Hai raccontato di aver imparato a tue spese che non tutti condividono la tua stessa ambizione...</strong><br />
Quando ho iniziato a ricoprire il ruolo di chef, pensavo che chiunque lavorasse in un ristorante gastronomico volesse per forza diventare il pi&ugrave; bravo di tutti, ottenere riconoscimenti. Non riuscivo a capire chi entrava in pasticceria con me e semplicemente voleva lavorare bene, senza nessuna ambizione particolare. Ho dovuto imparare che &egrave; perfettamente legittimo. Oggi ho una squadra di giovanissimi, dai venti ai ventisei anni, bravi in maniera diversa. Il nostro compito come chef &egrave; prendere il talento di ciascuno e costruire un grande talento collettivo. Senza le mani che eseguono le idee, il nome dello chef conta ben poco.</p>

<p>[[ima5]]<strong>Ti capita di ripensare a come ti sentivi quando eri al loro posto?</strong><br />
Spesso. Quando i ragazzi pi&ugrave; giovani mi dicono che hanno l&#39;ansia, che vanno a dormire ripensando a una frase che &egrave; stata detta in cucina, so esattamente di cosa parlano: ci sono passata anch&#39;io. E quello che mi dico &egrave; che io, alla loro et&agrave;, avrei voluto qualcuno che credesse in me, che mi dicesse &quot;guarda, ce la fai&quot; e mi prendesse per mano. Cerco di fare questo. Nel mio ristorante voglio costruire certezze nelle persone, non dubbi. &Egrave; un lavoro difficile, e la mia responsabilit&agrave; &egrave; trasmetterne la bellezza, farmi avanti per loro. I ragazzi devono comprendere il senso della responsabilit&agrave; senza essere massacrati per farlo.</p>

<p><strong>Si sente dire spesso che il fine dining &egrave; morto, anche per questi eccessi...</strong><br />
Non &egrave; morto il fine dining. Sono morte le scatole vuote: belle da fuori, infiocchettate, ma vuote. Attivit&agrave; che semplicemente non stanno in piedi come impresa. L&#39;alta cucina esister&agrave; sempre, e per fortuna, perch&eacute; &egrave; arte, &egrave; bellezza, e il mondo ha bisogno di bellezza. Ma bisogna essere coscienti di quello che si fa, con il giusto grado di autocritica. Quello che mi esaspera, in questi giorni, &egrave; leggere commenti di persone che non hanno alcuna competenza in materia e che travisano tutto: non &egrave; vero che per raggiungere l&#39;eccellenza bisogna uccidere le persone. Esistono tantissimi ristoranti che fanno cose straordinarie senza maltrattare nessuno. &Egrave; lo stesso ragionamento tossico di certi genitori che dicono &quot;&egrave; cos&igrave; perch&eacute; lo dico io&quot;: noi siamo cresciuti dicendoci che la cucina era fatta cos&igrave;, che dovevi accettare il machismo, le urla, i maltrattamenti. Non &egrave; vero. C&#39;&egrave; un equilibrio. E pensare che in ogni campo dell&#39;eccellenza le persone debbano per forza essere maltrattate mi sembra, onestamente, piuttosto improbabile.</p>

<p><br />
<strong>LEGGI ANCHE:<br />
<a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/41202/dallitalia/il-mito-delleroismo-in-cucina-appunti-per-una-rilettura-necessaria.html">Il mito dell&rsquo;eroismo in cucina: appunti per una rilettura necessaria</a>&nbsp;di Matilde Sirch<br />
<a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/95/41265/dal-mondo/lavorare-gratis-quando-uno-stage-puo-essere-davvero-utile-oppure-no.html">Lavorare gratis? Quando uno stage pu&ograve; essere davvero utile</a>&nbsp;di Christian Puglisi<br />
<a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/41338/dallitalia/facundo-castellani-ale-polemiche-sono-unoccasione-per-migliorare-lindustria-non-sprechiamolaa.html">&laquo;Le polemiche? Occasione per migliorare. Non sprechiamola&raquo;</a>&nbsp;di Facundo Castellani<br />
<a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/95/41345/dal-mondo/un-altro-modello-e-possibile-josep-roca-il-noma-e-un-sistema-da-cambiare.html">&laquo;Un altro modello &egrave; possibile&raquo;: Josep Roca, il Noma e un sistema da cambiare​</a> di Licia Granello<br />
<a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/41367/dallitalia/prendersi-cura-di-chi-lavora-con-noi-il-caso-noma-e-il-modello-aimo-e-nadia.html">&laquo;Prendersi cura di chi lavora con noi&raquo;: il caso Noma e il modello Aimo e Nadia</a>&nbsp;di Stefania Moroni</strong></p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/d-aurora-storari-jordan-sapally.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/95/41382/dal-mondo/aurora-storari-leccellenza-non-si-costruisce-calpestando-chi-lavora-per-te.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/95/dal-mondo.html">95</category>			</item>			<item>				<title>Carlo Cracco e Franco Pepe: un incontro unico a Identità Golose Milano</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/413/41374/identita-golose-milano/carlo-cracco-e-franco-pepe-un-incontro-unico-a-identita-golose-milano.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Ci sono serate che nascono da affinit&agrave; profonde, prima ancora che da un&#39;occasione specifica. La cena di <strong>mercoled&igrave; 25 marzo</strong> a <a href="https://www.identitagolosemilano.it/" rel="nofollow">Identit&agrave; Golose Milano</a> &egrave; una di queste: a confrontarsi nell&#39;hub di via Romagnosi saranno <strong>Carlo Cracco</strong> e <strong>Franco Pepe</strong>, due protagonisti assoluti della scena gastronomica italiana che, pur operando in ambiti apparentemente distanti, condividono molto pi&ugrave; di quanto si possa immaginare. Una storia di abnegazione e di crescita costante, una dedizione profonda per la cucina, la manualit&agrave; e la qualit&agrave; degli ingredienti; un percorso che, a piccoli passi e con grande impegno, ha portato entrambi all&#39;eccellenza e ai massimi riconoscimenti. E una visione che va ben oltre il piatto o la singola insegna, per abbracciare la cultura materiale di un Paese, la sua storia, le sue materie prime.</p>

<p>Non &egrave; un caso che questi due percorsi straordinari siano stati raccontati&nbsp;di recente&nbsp;in due libri pubblicati entrambi da <em>L&#39;ippocampo</em> per l&#39;Italia e da <em>Phaidon</em> nel resto del mondo: <em>Cracco in Galleria</em>&nbsp;(<a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/118/40502/in-libreria/cracco-in-galleria-e-milano-racconto-di-una-simbiosi-diventata-libro.html">ne abbiamo scritto qui</a>) e <em>Franco Pepe: Pizza Chef </em>(<a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/118/40587/in-libreria/franco-pepe-pizza-chef-in-libreria-il-racconto-di-sogni-divenuti-realta.html">in questo articolo i dettagli</a>). Ed &egrave; proprio da questo incontro editoriale, oltre che dalla grande amicizia che li lega a <em>Identit&agrave; Golose</em>, che nasce la serata del 25 marzo. Una serata che inizier&agrave;, per chi lo desidera, gi&agrave; <strong>alle ore 19</strong> con la presentazione dei due volumi in compagnia degli autori, per poi proseguire<strong> alle 20 con la cena</strong>.</p>

<p>[[ima2]]<em>Cracco in Galleria</em>, scritto con <strong>Luca Sacchi</strong> e <strong>Gabriele Zanatta</strong>, con il contributo creativo di <em>Toilet Paper</em>,&nbsp;&egrave; un volume che va oltre il classico libro di cucina. In 366 pagine racconta il grande progetto dello chef vicentino nel cuore della Galleria Vittorio Emanuele: non soltanto piatti e ricette, ma la storia di un sogno divenuto realt&agrave;, di un&#39;insegna che &egrave; insieme ristorante, caf&eacute; e luogo per eventi, radicata nel salotto buono di Milano fino a diventarne un&#39;espressione compiuta. Come lo definisce lo stesso <strong>Cracco</strong>, &laquo;&egrave; la sintesi di come intendiamo un libro di cucina oggi, noi che ne abbiamo scritti gi&agrave; tanti altri&raquo;.</p>

<p>[[ima3]]Un volume che ha il pregio di raccontare non solo la tavola di <strong>Cracco</strong> e <strong>Sacchi</strong>, ma la simbiosi profonda tra il progetto e la citt&agrave; che lo ospita: <em>Cracco in Galleria</em> &egrave; parte integrante di Milano, ne incarna lo spirito imprenditoriale, la vocazione all&#39;apertura, l&#39;anima artigiana. Dalla scelta dello spazio, un edificio di propriet&agrave; comunale sfitto da decenni, riportato a nuova vita grazie al lavoro di un centinaio tra decoratori, gessisti, falegnami e tappezzieri, alla filosofia di cucina, che recupera e nobilita la tradizione contadina lombarda guardando al tempo stesso al mondo. Come scrive <strong>Sacchi</strong>, &laquo;l&#39;intento &egrave; di donare a questo luogo una propria forza capace di durare&raquo;: un pensiero che attraversa ogni pagina del libro e le immagini straordinarie firmate da <em>Toilet Paper</em>.</p>

<p>[[ima4]]<em>Franco Pepe: Pizza Chef</em>, scritto con <strong>Elisia Menduni</strong> e arricchito dalle fotografie di <strong>Adam Bricker</strong> e <strong>Brian McGinn</strong> - il regista nominato agli Emmy per l&#39;episodio di <em>Chef&#39;s Table</em> dedicato proprio a <strong>Pepe</strong> - raccoglie in 240 pagine decine di ricette esclusive e 150 immagini che restituiscono il mondo del maestro di Caiazzo: le sue creazioni pi&ugrave; iconiche, dalla <em>Margherita Sbagliata</em> alla <em>Ritrovata</em>, omaggio alla marinara del padre; l&#39;evoluzione del suo impasto, frutto di anni di ricerca su antiche variet&agrave; di farine e lievitazioni naturali; i produttori del territorio e gli incontri che hanno segnato un percorso unico. &laquo;Questo libro &egrave; un dono alle generazioni future&raquo;, racconta <strong>Pepe</strong>, &laquo;ai ragazzi che hanno l&#39;aspirazione di fare un percorso con la pizza&raquo;.</p>

<p>[[ima5]]Un&#39;opera che nasce da un&#39;idea lunga anni (il primo contatto con <em>Phaidon</em> risale al 2017) e che porta su carta la storia di come da un vicolo stretto di Caiazzo, un paese di cinquemila anime, sia nata una delle realt&agrave; gastronomiche pi&ugrave; celebrate al mondo. Ogni ricetta &egrave; accompagnata dalla sua origine, legata a incontri, territori e aneddoti personali: un capitolo fondamentale &egrave; dedicato all&#39;identit&agrave; sannita e a quel progetto di valorizzazione del territorio che ha trasformato <em>Pepe in Grani</em> da pizzeria a motore di sviluppo locale, coinvolgendo contadini divenuti aziende agricole e materie prime dimenticate divenute, nelle parole di Pepe, &laquo;oro del territorio&raquo;.</p>

<p>Per la cena, che prender&agrave; il via alle ore 20, non sveliamo il menu: diremo solo che i piatti che lo comporranno saranno&nbsp;il terreno d&#39;incontro tra la cucina di <strong>Cracco</strong> e l&#39;arte della pizza di <strong>Pepe</strong>, un dialogo inedito tra due sensibilit&agrave; che promette creazioni di grande raffinatezza e intensit&agrave;.</p>

<p>Il menu sar&agrave; proposto al prezzo di 110 euro a persona, vini inclusi. Al momento la cena di mercoled&igrave; 25 marzo &egrave; sold out, ma potete mettervi in lista d&#39;attesa per approfittare di qualche rinuncia: per farlo,&nbsp;<a href="https://www.identitagolosemilano.it/home" rel="nofollow">visitate il sito ufficiale dell&#39;Hub</a>.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/fotojet-17-2.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/413/41374/identita-golose-milano/carlo-cracco-e-franco-pepe-un-incontro-unico-a-identita-golose-milano.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/413/identita-golose-milano.html">413</category>			</item>			<item>				<title>Casa Setaro svela i segreti del Vesuvio e rilancia il Caprettone</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/136/41369/in-cantina/casa-setaro-svela-i-segreti-del-vesuvio-e-rilancia-il-caprettone.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Il Vesuvio nel bicchiere, grazie a vigne storiche e al rilancio di vitigni autoctoni che erano finiti troppo presto nel dimenticatoio.</p>

<p><strong>Massimo Setaro</strong>, da circa 20 anni, ha puntato proprio a dare un&rsquo;identit&agrave; precisa ai suoi vini, cercando di puntare sull&rsquo;unicit&agrave; del territorio. &laquo;Non amo molto parlare in pubblico &ndash; ammette &ndash; Sono figlio di contadini, preferisco la campagna. Ma mi rendo conto che la comunicazione, oggi, &egrave; molto importante&raquo;.</p>

<p>Cos&igrave; racconta la sua <a href="https://www.casasetaro.it/" rel="nofollow">Casa Setaro</a>: &laquo;Siamo sul Vesuvio - spiega &ndash; Ho ereditato le vigne, ne ho fatto una missione di vita, puntando su <em>Caprettone</em> e <em>Piedirosso</em>, per dare un&rsquo;espressione pi&ugrave; identitaria possibile ai miei vini. L&rsquo;azienda nasce nel 2004, ma le vigne sono storiche, a piede franco, alcune anche prefillossera. Ci troviamo di fronte all&rsquo;isola di Capri, in una zona fortemente ventilata&raquo;.</p>

<p>[[ima2]]Un clima che gli permette di lavorare con pochissima chimica in vigna, solo zolfo e rame. &laquo;Provo a lasciare la mia terra ai figli meglio di quella che ho ereditato io&raquo;.</p>

<p>&laquo;Il <em>Caprettone</em> per me era pi&ugrave; importante &ndash; spiega &ndash; se ne erano anche perse le tracce dal 1983, in alcuni casi scambiato per il <em>Coda di Volpe</em>. Nel 2014 siamo riusciti con l&rsquo;universit&agrave; a identificarne il codice genetico. Volevo ridare dignit&agrave; a un vitigno che era stato messo in disparte&raquo;.</p>

<p>E valorizzarlo per le sue caratteristiche: &laquo;&Egrave; un vitigno completo &ndash; evidenzia <strong>Massimo Setaro</strong> &ndash; che si presta ad essere spumantizzato. Non volevo realizzare un vino &ldquo;piacione&rdquo;, ma che racconti la mia storia&raquo;.</p>

<p>[[ima3]]Il <em>Metodo Classico Pietrafumante Brut 2022 </em>&egrave; un vino che si esprime molto in sapidit&agrave; e verticalit&agrave;: naso fresco ma anche leggermente speziato, al sorso ha un attacco deciso, che poi si distende in bocca, per arrivare a un finale lungo, con una piccola e piacevole nota amandorlata.</p>

<p>Discorso simile per il <em>Piedirosso</em>: &laquo;Lo volevo realizzare in purezza, per avere bevibilit&agrave; e freschezza, ma anche con un&rsquo;espressione che riporti anche ai fiori rossi, con sapidit&agrave; e una certa &ldquo;terrosit&agrave;&rdquo;. Non vuole essere un vino alla moda, ma si presta molto agli abbinamenti con il cibo&raquo;.</p>

<p>Anche nella versione rosa, come dimostra il <em>Lacryma Christi Doc Rosato Munazei</em>, che si esprime proprio secondo queste linee guida, con una spiccata bevibilit&agrave;, senza sovrastrutture. Un vino che si fa apprezzare anche servito un po&rsquo; pi&ugrave; fresco e di facile abbinamento con i piatti di mare.</p>

<p>[[ima4]]Il <em>Caprettone</em> si esprime molto bene anche nella sua versione ferma. &laquo;Ha una buona struttura, ed &egrave; anche longevo. Oggi in tutta la zona del Vesuvio sono presenti circa 100 ettari di <em>Caprettone</em>. Noi abbiamo due macro areali, il Bosco del Monaco e il Filone della Guardia, dove ci sono vigne di circa 80 anni, tutte a piede franco&raquo;.</p>

<p>Cos&igrave; il <em>Lacryma Christi 2024 Munazei</em> &egrave; un vino che si esprime al naso con una piacevole immediatezza, di fiori e di frutta, e in bocca ha una precisa connotazione &ldquo;marina&rdquo;, tra freschezza e sapidit&agrave;, allungandosi poi nel finale per la persistenza.</p>

<p><em>Contradae 61.37</em> ha invece una storia leggermente diversa, come racconta lo stesso <strong>Massimo</strong> <strong>Setaro</strong>: &laquo;&Egrave; nato nel 2019 come una microvinificazione di una parcella di Bosco del Monaco, dove c&rsquo;&egrave; una matrice pi&ugrave; calcarea. Non si tratta di un vino in purezza, ma di <em>Caprettone</em> al 50%, <em>Greco</em> al 30% e <em>Fiano</em> al 20%&raquo;. Una curiosit&agrave; sul nome: anche per evitare problemi di copywrite, <strong>Massimo</strong> <strong>Setaro</strong> ha usato la <em>Smorfia</em>: 61 &egrave; il bosco, 37 &egrave; il monaco.</p>

<p>Il <em>Vesuvio Doc Contradae 61.37</em>, annata 2021, riesce a essere un piacevole ed equilibrato connubio tra i diversi vitigni, che cos&igrave; riescono a esprimersi in complessit&agrave; olfattiva, dove note di frutta fresca si uniscono a sentori di biancospino, di geranio, ma anche di erbe aromatiche e spezie dolci. Al sorso ha un ingresso pieno e deciso, per poi uscire ancora la sapidit&agrave; e lunghezza.</p>

<p>[[ima5]]Infine <em>Don Vincenzo</em>: &laquo;&Egrave; il vino che ho dedicato a mio padre &ndash; spiega <strong>Massimo Setaro</strong> &ndash; Si tratta di un&rsquo;unica vigna a pergola vesuviana, 60% <em>Piedirosso</em> e 40% <em>Aglianico</em>, quest&rsquo;ultimo leggermente surmaturo per smussare il tannino. Mio padre mi ha sempre detto: &ldquo;Rispetta e ama la terra, le sapr&agrave; ricompensarsti&rdquo;. E lui curava le piante esattamente come le persone che gli stavano a cuore&raquo;.</p>

<p>L&rsquo;annata di <em>Lacryma Christi Riserva Don Vincenzo</em> 2021 &egrave; appena uscita in commercio: &egrave; un vino che sicuramente ha bisogno di pi&ugrave; tempo per esprimersi, data anche una notevole struttura. I profumi sono ampi, di grande frutta scura, unite a sentori di spezie e pellame, con la piacevole aggiunta di macchia mediterranea. Al sorso si esprime in ampiezza e corposit&agrave;, ma con una spalla acida che gli permette di avere anche una buona freschezza.</p>

<p>Questo &egrave; il Vesuvio secondo <strong>Massimo Setaro</strong>: una visione rispettosa di un territorio dalle grandi potenzialit&agrave;, anche grazie alla riscoperta del <em>Caprettone</em> e al rilancio</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/whatsapp-image-2026-03-18-at-094312.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/136/41369/in-cantina/casa-setaro-svela-i-segreti-del-vesuvio-e-rilancia-il-caprettone.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/136/in-cantina.html">136</category>			</item>			<item>				<title>«Prendersi cura di chi lavora con noi»: il caso Noma e il modello Aimo e Nadia</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/41367/dallitalia/prendersi-cura-di-chi-lavora-con-noi-il-caso-noma-e-il-modello-aimo-e-nadia.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>&nbsp;</p>

<p>Negli ultimi anni, il <a href="https://www.aimoenadia.com/" rel="nofollow">Gruppo Aimo e Nadia</a> ha intrapreso un percorso di evoluzione che supera il concetto tradizionale di ristorante, configurandosi come un sistema articolato in cui cultura gastronomica, responsabilit&agrave; sociale e sviluppo imprenditoriale convivono in modo strutturato. Al centro di questa visione vi &egrave; l&rsquo;idea che la ristorazione contemporanea non possa pi&ugrave; limitarsi alla qualit&agrave; del piatto, ma debba assumere un ruolo attivo nella costruzione di valore: per le persone, per i territori e per le filiere produttive.</p>

<p>Questo approccio si sviluppa attraverso tre direttrici principali.</p>

<p>&nbsp;</p>

<p><b>Centralit</b><b>&agrave; della persona e cultura del lavoro</b><br />
[[ima2]]Il gruppo ha intrapreso un percorso concreto volto alla valorizzazione delle persone, introducendo strumenti e processi orientati all&rsquo;equit&agrave;, alla crescita professionale e alla qualit&agrave; dell&rsquo;ambiente di lavoro. In questo contesto si inserisce la <a href="https://www.aimoenadia.com/chi-siamo/certificazione-parita-di-genere/" rel="nofollow">certificazione per la parit&agrave; di genere</a>, che rappresenta non solo un riconoscimento formale, ma un modello organizzativo basato su trasparenza, inclusione e meritocrazia. Un passaggio significativo in un settore storicamente caratterizzato da dinamiche complesse, dove la costruzione di un ambiente sano e sostenibile diventa elemento strategico tanto quanto la proposta gastronomica. (Le societ&agrave; del gruppo hanno raggiunto tutte questo importante traguardo nel 2023/24 e nuovamente riconfermato nel 2024/25, diventando il primo gruppo di societ&agrave; nella ristorazione e caffetteria d&rsquo;alta gamma in Italia, che gestiscono pi&ugrave; ristoranti nella citt&agrave; meneghina, ad ottenere le Certificazioni della Parit&agrave; di Genere UNI/PdR 125 prevista dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza - PNRR. Il gruppo, con il suo <em>Comitato per la Parit&agrave; di Genere</em>, ha definito la sua mission in riferimento alla diversit&agrave; e all&rsquo;inclusione, con politiche di elevato standing riguardo al welfare ed agli impegni per affrontare le questioni di genere e i pregiudizi inconsapevoli, favorendo nel contempo formazione per la crescita professionale di tutto il personale di sala e di cucina.).</p>

<p>&nbsp;</p>

<p><b>Formazione e nuove generazioni</b><br />
[[ima3]]Accanto alla dimensione interna, il gruppo investe nella costruzione del futuro della ristorazione attraverso il <a href="https://www.aimoenadia.com/chi-siamo/premio-aimo-e-nadia-per-i-giovani/" rel="nofollow">Premio Aimo e Nadia per i Giovani</a>. Il progetto coinvolge istituti alberghieri e studenti in un percorso che unisce formazione tecnica, conoscenza delle materie prime e consapevolezza del ruolo culturale della cucina. L&rsquo;obiettivo &egrave; contribuire alla crescita di una nuova generazione di professionisti capaci di interpretare il mestiere in modo contemporaneo, con attenzione al territorio, alla sostenibilit&agrave; e alla qualit&agrave;. In un momento in cui il settore affronta una trasformazione profonda, il rapporto con i giovani diventa un elemento centrale per garantire continuit&agrave; e innovazione. (Il <em>Premio Aimo e Nadia</em> per i giovani&nbsp;rappresenta un&rsquo;opportunit&agrave; significativa per la crescita personale e professionale dei ragazzi che studiano negli Istituti Alberghieri. La possibilit&agrave; di ottenere una formazione ulteriore &egrave; un investimento nel proprio futuro lavorativo, offrendo nuove competenze, conoscenze e opportunit&agrave; di networking che possono aprire nuove porte per realizzare i propri obiettivi. Il riconoscimento attraverso un premio &egrave; sinonimo di motivazione a perseguire i propri sogni e le proprie ambizioni. Leggi anche:&nbsp;<a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/40831/dallitalia/aimo-e-nadia-per-i-giovani-torna-il-premio-per-formare-i-professionisti-del-futuro.html">Aimo e Nadia per i giovani: torna il premio per formare i professionisti del futuro</a>).</p>

<p>&nbsp;</p>

<p><b>Territori e filiere produttive</b><br />
[[ima4]][[ima5]]Il progetto <a href="https://www.aimoenadia.com/chi-siamo/territori/" rel="nofollow">Territori</a> rappresenta la sintesi pi&ugrave; avanzata della visione del gruppo. Sviluppato in collaborazione con il Politecnico di Milano, il progetto nasce con l&rsquo;obiettivo di indagare e strutturare il rapporto tra cucina, territorio e filiere produttive. La filiera viene intesa non solo come origine della materia prima, ma come sistema complesso di relazioni, competenze e identit&agrave; culturali. In questo contesto, la cucina diventa strumento di connessione e valorizzazione, capace di generare impatto non solo gastronomico, ma anche economico e sociale. (Crediamo fermamente nell&rsquo;importanza di sostenere e promuovere i prodotti italiani, sinonimo di qualit&agrave;, artigianalit&agrave; e tradizione. In questo modo, non solo manteniamo vive le tradizioni del passato, ma le proiettiamo nel futuro.&nbsp;I valori che guidano il nostro lavoro nascono dall&rsquo;eredit&agrave; di <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/6/2640/chef-e-protagonisti/aimo-e-nadia.html">Aimo e Nadia</a>, un patrimonio culturale e umano che continuiamo a onorare con rispetto e dedizione. Ci impegniamo a valorizzare ogni territorio, ogni ingrediente e ogni persona coinvolta nel nostro percorso, agendo sempre con senso etico e responsabilit&agrave;).</p>

<p>&nbsp;</p>

<p><b>Una visione integrata</b><br />
Queste tre dimensioni &mdash; persone, giovani, territori &mdash; non rappresentano ambiti separati, ma parti di un unico sistema coerente, in cui ogni progetto contribuisce a definire un modello di ristorazione pi&ugrave; consapevole e responsabile. Il <em>Gruppo Aimo e Nadia</em> si propone cos&igrave; come un laboratorio contemporaneo, in cui l&rsquo;eccellenza gastronomica si affianca a una riflessione pi&ugrave; ampia sul ruolo dell&rsquo;impresa nel contesto sociale e culturale.</p>

<p>Come sottolineiamo sempre, oggi fare ristorazione significa assumersi una responsabilit&agrave; che va oltre il piatto. Significa prendersi cura delle persone che lavorano con noi, contribuire alla crescita delle nuove generazioni e costruire relazioni autentiche con i territori e le loro filiere. &Egrave; un lavoro culturale prima ancora che imprenditoriale. Questo approccio definisce una traiettoria chiara: una ristorazione capace di evolversi, mantenendo solide le proprie radici e ampliando il proprio impatto nel tempo.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/aimo-e-nadia-3-ottobre-2025-144.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/41367/dallitalia/prendersi-cura-di-chi-lavora-con-noi-il-caso-noma-e-il-modello-aimo-e-nadia.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/dallitalia.html">44</category>			</item>			<item>				<title>Il DonGiò a Milano, una storia che profuma di buono dal 1987</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/41363/dallitalia/il-dongio-a-milano-una-storia-che-profuma-di-buono-dal-1987.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Siamo perdutamente devoti al <em>fine dining</em>, e neanche per un istante ci &egrave; balenato il pensiero di &ldquo;decretarne la morte&rdquo;, perch&eacute; questa forma di ristorazione, se fatta bene e con pensiero, risulta oggi pi&ugrave; viva e stimolante che mai. Allo stesso tempo, da estimatori del buono, ci lasciamo guidare non solo dalla complessit&agrave; e dalla raffinatezza di una cucina, ma anche dalla solidit&agrave; di un&rsquo;insegna, dalla capacit&agrave; di emozionare e convincere per immediatezza, per il desiderio che un posto scatena di tornarci ogni giorno e per una coerenza di fondo che &egrave; a tutti gli effetti identit&agrave;.</p>

<p>Forse, aggiungiamo, &egrave; proprio frequentando queste cucine che emerge un concetto in grado non solo di irradiarle, ma anche di dimostrare quanto costanza, sacrificio e passione, fanno s&igrave; che un mercoled&igrave; sera qualsiasi, un ristorante sia gremito e continui a rimpiazzare coperti, senza mettere pressione agli ospiti in sala, invitati a prendersi tutto il tempo di cui hanno bisogno per godersi piatti, compagnia e atmosfera. In altre parole:&nbsp;identificare dei punti solidi sui quali costruire la propria identit&agrave; &egrave; molto pi&ugrave; efficace che seguire tendenze fumose. E proprio questo concetto il <a href="https://dongio.it/" rel="nofollow" target="_blank">DonGi&ograve;</a>, ristorante&nbsp;calabrese in Porta Romana, a Milano dal 1987, lo interpreta alla grande.</p>

<p>&ldquo;Mitologico&rdquo;&hellip; &ldquo;Ci andavo con la mia compagnia di amici negli anni &lsquo;80&rdquo;&hellip; &ldquo;Ci mangio almeno un paio di volte al mese&rdquo;&hellip;&ldquo;&Egrave; il luogo in cui ti puoi rifugiare quando vuoi ricaricarti&rdquo;: sono solo alcuni dei commenti che abbiamo raccolto poco prima di varcare ancora una volta la soglia di questo luogo fuori dal tempo che, come accade nei casi migliori, si &egrave; rinnovato negli interni senza cancellare i contorni di sempre;&nbsp;una scelta che rassicura e preserva quel senso di familiarit&agrave; col ricordo. Una volta dentro, poi, non c&rsquo;&egrave; musica, ma un leggero chiacchiericcio che accompagna in sottofondo, il rumore dei piatti e i loro profumi, risate e questo ci basta.</p>

<p>Oggi&nbsp;ad animare il <em>DonGi&ograve;&nbsp;</em>c&rsquo;&egrave; la terza generazione della <strong>famiglia Criscuolo</strong>, con <strong>Thomas</strong>, classe 1993 - in sala, ha sposato il progetto di famiglia da oltre 13 anni, missione che porta avanti con dedizione e cura rara per l&#39;ospite -, figlio di <strong>Antonio</strong> e <strong>Monica&nbsp;</strong>e nipote di <strong>Pietro </strong>e <strong>Milena</strong>, coloro i quali hanno gettato le fondamenta di questo posto del cuore di tanti milanesi. Il nonno, crotonese - di Torre Melissa per essere precisi -&nbsp;si trasferisce in Lombardia negli anni &rsquo;60, esattamente quando giunge l&igrave;, quella che poi sarebbe diventata sua moglie, originaria, invece, di un paesino al centro dell&rsquo;Emilia Romagna, dove la famiglia gestiva una panetteria, la stessa che apriranno nel capoluogo lombardo, in Piazza Insubria.</p>

<p>Tra i due nasce l&rsquo;amore&nbsp;e, dopo un periodo trascorso nella campagna pavese, tornano insieme a Milano dove, nel 1987, decidono di dar vita a un locale tutto loro, che evocasse l&rsquo;anima calabrese di <strong>Pietro</strong>, e pure quella beata manualit&agrave; tutta emiliana nella&nbsp;lavorazione della pasta fresca, arte di <strong>Milena</strong>, recentemente scomparsa. Va ricordato che, in quei tempi, Porta Romana aveva tutt&rsquo;altro che le sembianze attuali: era ai margini della citt&agrave;, con tutto ci&ograve; che la periferia porta con s&eacute;, spesso avvolta da banchi di nebbia, eppure&nbsp;il calore familiare dei <strong>Criscuolo</strong> ha sempre irradiato questa storica insegna.</p>

<p>Una delle intuizioni pi&ugrave; brillanti, che ancora persiste, &egrave; stata la scelta del nonno di attribuire ai piatti, sin da subito, dei nomi iconici, molto identitari, come d&rsquo;altronde si usava fare in quegli anni, costituendo dei veri e propri evergreen che ancora perdurano, esattamente come quel senso di casa.</p>

<p>Qui d&rsquo;altronde, non si impiatta puntando su colpi di scena estetici, bens&igrave; sull&rsquo;essenza gustativa della&nbsp;ricetta, di cui si percepisce quel timbro cos&igrave; identitario che rende unica la cucina italiana - in particolare quella domestica -, con quella sua capacit&agrave;&nbsp;di trovare spazio nella memoria, individuando una precisa connotazione affettiva.</p>

<p>[[ima3]]Per cui, la <em>Caponata</em> del <em>DonGi&ograve;</em> la mangeremo esattamente alla stessa maniera ogni volta che prenoteremo e scalfir&agrave; sul palato il segno inconfondibile di ogni elemento che la contraddistingue: melanzane tagliate di lungo, senza buccia, condite con cipolla, oliva taggiasca, sedano e pomodorini, il giusto punto di aceto, cos&igrave; da risultare poco dolce e anche meno pesante rispetto alla versione siciliana.</p>

<p>[[ima2]]Iconiche le <em>Polpette di cicoria</em>, con tanto formaggio servite su crema di ceci.&nbsp;E&nbsp;qui non &egrave; antipasto senza una <em>bruschetta alla &lsquo;nduja</em>.</p>

<p>[[ima4]][[ima5]]Con i primi piatti c&rsquo;&egrave; davvero l&rsquo;imbarazzo della scelta, ma d&rsquo;altronde, difficilmente si casca male, perch&eacute; intanto la pasta &egrave; tutta, tutta realizzata in casa: i <em>Maccheroni</em> che trattengono un ricco rag&ugrave; di salsiccia; lo spessore e la struttura degli <em>Spaghettoni</em>, che restano al dente e forse anche un filo indietro &ndash; aspetto che abbiamo apprezzato tanto &ndash; saltati con pomodorini, friggitelli appena piccanti e un delicato pesto di aglio orsino&hellip;</p>

<p>Anche i secondi non sono da meno, eppure il podio lo occupano fieri tre capolavori intramontabili: il <em>Filetto alla normanna</em> con aglio, pecorino, prezzemolo &ndash; la spinta sapida e la succosit&agrave; della carne&nbsp;incontrano la spinta fresca del prezzemolo e un tocco d&rsquo;aglio che apporta ancora pi&ugrave; umami; la <em>Parmigiana,</em> epica, ricca, fumante.<br />
[[ima6]]Anche qui si sceglie di eliminare la buccia della melanzana cos&igrave; da renderla amabile, dolcissima, ma questo aspetto &egrave; funzionale anche alla cottura, abbreviandola un pochino; le fette, appena scottate nell&rsquo;olio, riposano poi su una grata cos&igrave; da perdere tutto l&rsquo;olio in eccesso, per poi andare in cottura con salsa di pomodoro e mozzarella di bufala. Ultimo, ma non per ordine d&rsquo;importanza, il <em>Morsello dell&rsquo;emigrante</em>: ora questa ricetta incorpora da manuale milza, polmone, cuore, esofago e trippe bovine, e viene&nbsp;consumata&nbsp;tradizionalmente&nbsp;nella pita, un pane locale dalla forma allungata. Qui, invece, conserva il pomodoro, gli odori, il peperoncino, ma trattiene solo la trippa con fagioli Spagna: leggera, saporita, il piacere &egrave; nella consistenza.&nbsp;&Egrave;&nbsp;conforto,&nbsp;casa.</p>

<p>A volte, dopotutto, ci&ograve; di cui abbiamo bisogno &egrave; proprio questo: una cucina che appaga, ma che sia sottofondo dei nostri discorsi, una casa nella quale trovare riparo per sentire che qualcuno ha cucinato mosso dal ricordo, dal perpetuarsi dei sapori nel tempo, tramandati di generazione in generazione, ai fornelli, ma soprattutto a tavola.&nbsp;&nbsp;</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/fotojet-501.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/41363/dallitalia/il-dongio-a-milano-una-storia-che-profuma-di-buono-dal-1987.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/dallitalia.html">44</category>			</item>			<item>				<title>Dal marketing alla vigna: Chiara Giorleo e la sfida di comunicare il vino senza perderne l'identità</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/136/41366/in-cantina/dal-marketing-alla-vigna-chiara-giorleo-e-la-sfida-di-comunicare-il-vino-senza-perderne-lidentita.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>&laquo;Quando andiamo ad acquistare un&#39;auto, nessuno ci spiega l&#39;ingegneria che c&#39;&egrave; dietro ogni singolo funzionamento: bastano le informazioni che ci aiutano a capirne il prezzo o la differenza con un altro modello. Perch&eacute; nel mondo del vino non riusciamo a trovare questo equilibrio, nonostante si presti cos&igrave; tanto all&#39;ambito dello storytelling?&raquo;</p>

<p><strong>Chiara Giorleo</strong> &egrave; una donna del vino, critica e formatrice bilingue oltre che la capo panel Italia del concorso mondiale sull&#39;enoturismo <em>50Best Vineyards</em>. Dopo la laurea in Economia Aziendale conseguita tra l&#39;Italia e l&#39;isola di Malta affina il suo talento con gli studi di marketing e comunicazione enogastronomica girando il mondo dal Canada alla California passando per il Regno Unito. Globetrotter e poliglotta, ci ha portato la sua visione attuale di questo settore.</p>

<p>[[ima2]]<strong>Nei mercati internazionali, quali sono oggi le tendenze pi&ugrave; forti che stanno influenzando il modo di produrre e comunicare il vino?</strong><br />
&laquo;C&#39;&egrave; un movimento notevole in giro, &egrave; un mondo in evoluzione. E in quello del vino ci sono un sacco di pregiudizi: sui rosati, sui giovani che si starebbero allontanando, sui solfiti e sui mal di testa. Qualcosa nella comunicazione deve essere aggiustato, evidentemente. I trend riguardano diversi ambiti: assistiamo ai nuovi formati &ndash; dalla lattina ai packaging riciclabili da <em>pic-nic</em>; a questi si affiancano diverse opzioni per la chiusura, anche in ottica ambientalistica. Si stanno facendo sempre pi&ugrave; strada i tappi a vite, speriamo bene: &egrave; una questione solo culturale e non &egrave; facile. Sul fenomeno dei <em>No.Lo.</em> la vedo dura finch&eacute; la qualit&agrave; non migliora: &egrave; un problema tecnico e di equilibrio. Senza alcol cambia tutto l&#39;assetto e poi le tecniche per dealcolizzarli vanno a sottrarre. Poi c&#39;&egrave; la formazione e i relativi corsi che si moltiplicano: anche questo &egrave; un trend in crescita che porter&agrave;, nello specifico, a un ulteriore arricchimento di tutti gli addetti al fine di migliorare anche il servizio in sala che pare non sia stato al passo con la crescita della cucina. E questo entra in contraddizione con alcuni fenomeni banalizzanti della comunicazione. Facciamoci caso: nel mondo del vino, a differenza di altri settori come quello del cibo, le dinamiche legate a influencer improvvisati o testimonial non hanno mai davvero preso il sopravvento. Sono fenomeni che lo sfiorano, ma il vino resta un prodotto tecnico, che richiede competenza e profondit&agrave;. Prendi il rilancio dei rosati nel mondo: per me dipende dal fatto che si sono riproposti come un vino contemporaneo, slegato da schemi rigidi e preconcetti, andando oltre la degustazione tecnica. Infine, stanno nascendo uffici e figure sempre pi&ugrave; specifiche: il vino sta passando dall&#39;essere (quasi esclusivamente) prodotto agricolo &ndash; anche nei paesi tradizionali &ndash; a business articolato. Prima lo capiamo e integriamo le competenze necessarie, meglio &egrave; per rispondere alle diverse sfide, di oggi e di sempre&raquo;.</p>

<p><strong>Le nuove generazioni bevono meno ma meglio: come deve cambiare il linguaggio del vino per dialogare con Millennials e Gen Z?</strong><br />
&laquo;Intanto, i dati a riguardo sono contrastanti, il che crea ancora pi&ugrave; confusione. Di certo, per&ograve;, siamo alla ricerca di un nuovo paradigma. Non ci sono formule magiche &ndash; altrimenti sarei gi&agrave; milionaria (ride, ndr) &ndash; quindi non dir&ograve; nulla di nuovo. Intanto: stare al passo coi tempi, con la tecnologia. Iniziamo sempre col perdere mesi, se non anni, a demonizzare nuovi strumenti e tecnologie: ci siamo passati con i singoli social media &ndash; per dirne una &ndash; e non &egrave; bastato, lo stiamo rifacendo con l&#39;IA. &Egrave; un meccanismo di difesa, ma &egrave; cos&igrave; che si resta indietro. Attenzione ai ricarichi nelle carte dei vini, troppo spesso sproporzionati. Non dimentichiamoci che basta un click per verificarne la qualit&agrave; e la corrispondenza. Invece, sono contenta di notare una maggiore e migliore presenza di vini al calice, che dovrebbero avere tutti: dallo stellato alla pizzeria. In generale, per&ograve;, non dimentichiamo che resta un prodotto tecnico. A mio avviso si &egrave; passati da un eccesso all&#39;altro: dal tecnicismo inconsistente a una comunicazione totalmente slegata da questa sua identit&agrave;. Semplificarne la comunicazione non significa cambiare totalmente registro, ma renderlo pi&ugrave; comprensibile, usando tutto ci&ograve; che gi&agrave; fa parte di questo mondo (il paesaggio, le tradizioni, la famiglia, le tecniche e cos&igrave; via) per arrivare prima e meglio. Banalmente, invece di fare un elenco noioso di profumi, dovremmo spiegare cosa ci racconta quel profumo e perch&eacute;. Chi si iscrive a un corso o a una degustazione lo fa per imparare, vuole assorbire qualcosa da riportare agli amici, qualcosa che resti&raquo;.</p>

<p>[[ima3]]<strong>Sostenibilit&agrave; e autenticit&agrave; sono diventate parole chiave: sono davvero valori consolidati o rischiano di diventare solo strumenti di marketing?</strong><br />
&laquo;C&#39;&egrave; troppa dispersione a causa delle diverse filosofie e delle diverse certificazioni. Oggi la sostenibilit&agrave; non &egrave; pi&ugrave; un valore aggiunto, ma una condizione necessaria, una vera e propria <em>conditio sine qua non</em>. In ogni caso, il fatto che qualcuno lo sfrutti come leva di marketing fa parte del gioco, come in tutti gli ambiti. L&#39;autenticit&agrave;, invece, &egrave; intrinseca alla produzione italiana, ad esempio: la ricchezza ampelografica e territoriale del nostro Paese &egrave; unica. L&#39;abbinamento cibo-vino che tanto ci caratterizza ma che diamo per scontato, il focus sui vitigni autoctoni, la diversit&agrave; a ogni angolo, le particolarit&agrave; dei nostri territori spesso anche eroici, la conduzione famigliare; che si punti &ndash; pi&ugrave; in generale &ndash; sull&#39;aura del <em>made in Italy</em> e della <em>dolce vita</em>&raquo;.</p>

<p><strong>Quali territori emergenti vede protagonisti nei prossimi dieci anni nel panorama enologico mondiale?</strong><br />
&laquo;Mi vengono subito in mente gli spumanti inglesi, studiati al millimetro con una comunicazione mirata e centrata sul territorio. Quindi, in generale, tutte le produzioni con caratteristiche pi&ugrave; adatte in base al cambiamento climatico &ndash; questione cruciale &ndash;, nel caso dei paesi tradizionali puntando sui vitigni autoctoni e su approcci sostenibili che si traducono in maggiore integrazione e resistenza. E poi penso al sud America che registra notevoli traguardi in ambito enoturistico. Il successo di paesi meno tradizionali in questo ambito &egrave; dovuto proprio al fatto di costruire o aver costruito l&#39;azienda in maniera completa: non solo la produzione, quindi, ma l&#39;ospitalit&agrave; in cantina con offerte esperienziali distintive, anche per diversificare. Basta non improvvisarsi, come al solito, e non snaturarlo. Quindi, tutti i paesi che oggi si affacciano al mondo del vino nella sua interezza, non solo come una <em>bevanda</em> &ndash; se mi si passa l&#39;espressione &ndash; ma come un liquido magico che attraversa storie, territori, meteo stagionale e tradizioni. Quando andiamo ad acquistare un&#39;auto, nessuno ci spiega l&#39;ingegneria che c&#39;&egrave; dietro ogni singolo funzionamento: bastano le informazioni che ci aiutano a capirne il prezzo o la differenza con un altro modello. Perch&eacute; nel mondo del vino non riusciamo a trovare questo equilibrio, nonostante si presti cos&igrave; tanto all&#39;ambito dello storytelling?&raquo;</p>

<p>[[ima4]]<strong>Se dovesse immaginare il vino del 2035, quale sar&agrave; la sua caratteristica distintiva: tecnologica, culturale o identitaria?</strong><br />
&laquo;Ruotiamo sempre intorno alla poesia ma non ci dimentichiamo che &egrave; stata la tecnologia a far fare passi avanti. Si ha paura di dirlo perch&eacute; vediamo il vino come prodotto (esclusivamente) agricolo. Mi aspetto, dunque, una sempre maggiore integrazione della tecnologia in tutte le fasi e i dipartimenti aziendali. Arricchimenti progressivi: in Italia, per esempio, il vino &egrave; passato dall&#39;essere nutrimento a diventare piacere o addirittura lusso. Oggi si aggiunge una crescente attenzione al packaging, alla comunicazione e all&#39;esperienza complessiva, sempre pi&ugrave; immersiva anche grazie a nuove tecnologie. Il futuro sar&agrave; quindi un&#39;integrazione sempre pi&ugrave; completa tra tecnologia, cultura e identit&agrave;. A tal proposito, in termini culturali, c&#39;&egrave; da considerare il ruolo della donna, sempre pi&ugrave; presente in maniera trasversale non solo nei ruoli ma anche nelle geografie. Al di l&agrave; di qualsiasi lettura o posizione a riguardo, non potr&agrave; che avere un effetto diretto, fosse solo per l&#39;arricchimento di visione e approccio&raquo;.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/chiara-giorleo-vitigno-italia-ph-francesa-pace.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/136/41366/in-cantina/dal-marketing-alla-vigna-chiara-giorleo-e-la-sfida-di-comunicare-il-vino-senza-perderne-lidentita.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/136/in-cantina.html">136</category>			</item>			<item>				<title>&quot;Metti il disco&quot;: Enzo Coccia e il nuovo progetto sulle sue pizze del cuore</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/209/41356/mondo-pizza/metti-il-disco-enzo-coccia-e-il-nuovo-progetto-sulle-sue-pizze-del-cuore.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p><a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/6/2618/chef-e-protagonisti/enzo.html">Enzo Coccia</a> si definisce semplicemente &ldquo;pizzajuolo napoletano e artigiano&rdquo;: &laquo;Non sono un artista, sono un artigiano al servizio di una delle attivit&agrave; pi&ugrave; antiche di Napoli. Un pizzaiolo con un&rsquo;identit&agrave;, un cervello e un&rsquo;anima. E in questo mestiere convivono tecnica, cultura e responsabilit&agrave;: ogni pizza che esce dal forno porta con s&eacute; un pezzo di storia di un territorio, di una tradizione popolare e di una comunit&agrave;. E poi&nbsp;rappresenta la mia vita, perch&eacute; ho iniziato da ragazzo accanto a mio padre&raquo;. Eppure <strong>Coccia</strong> &egrave; uno dei nomi che ha fatto la storia della pizza napoletana. Esponente di una rinomata famiglia di pizzaioli, protagonista del riconoscimento della pizza napoletana come Specialit&agrave; Tradizionale Garantita (Stg), fondatore dell&rsquo;<a href="https://www.pizzaiuolinapoletani.it/" rel="nofollow">Associazione Pizzaiuoli Napoletani</a>.</p>

<p>Ancor di pi&ugrave; dovremmo definirlo un esponente rivoluzionario, perch&eacute; nella sua fedelt&agrave; a&nbsp;tutela della tradizione &egrave; stato anche un innovatore, quando verso la fine degli anni &rsquo;90 cominci&ograve;&nbsp;a guardare la pizza come un piatto moderno che deve essere composto da materie prime di qualit&agrave;, da eccellenze agroalimentari vere e identitarie. Una visione all&rsquo;epoca sicuramente moderna e creativa, che superava i confini del &ldquo;classicismo&rdquo; e che ha contribuito in modo decisivo a elevare la qualit&agrave; della pizza napoletana, attraverso un linguaggio gastronomico consapevole, capace di dialogare con la storia, il territorio e l&rsquo;alta cucina, senza perdere la propria identit&agrave; popolare e soprattutto senza mai dimenticare la sapienza artigianale e il rispetto delle origini e del disciplinare. <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/462/35255/locali/la-notizia-53.html">La Notizia 53</a>, la sua pizzeria al Vomero &egrave; stato il banco di prova di questo percorso, che oggi sopravvive, si amplia e si rinnova anche con <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/462/35254/locali/la-notizia-94.html">La Notizia 94</a>, l&#39;altro locale avviato insieme ai figli <strong>Andrea</strong> e <strong>Marco</strong>. Percorsi che ora scaturiscono in un&nbsp;nuovo progetto condiviso, chiamato <em>Metti il disco</em>.</p>

<p>[[ima2]]&laquo;Con <em>Metti il disco</em>&nbsp;ho voluto riportare al centro il disco di pasta, che &egrave; l&rsquo;essenza della pizza &ndash; ci spiega il maestro - &Egrave;&nbsp;una superficie bianca che pu&ograve; accogliere ingredienti, territori, memorie diverse e storie personali. Le storie che racconto sono quelle che hanno segnato il mio percorso: la tradizione popolare napoletana, le tecniche apprese nel tempo, gli ingredienti che parlano di territorio. Ci sono pizze che raccontano Napoli, come la ruota di carro, che &egrave; la convivialit&agrave; dei quartieri popolari. Altre nascono da incontri e momenti contemporanei, come la pizza dedicata a <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Jill_Biden" rel="nofollow">Jill Biden</a>. In fondo ogni pizza &egrave; una storia: personale, culturale o collettiva&raquo;.</p>

<p>Per <strong>Coccia</strong> &egrave; diventata una missione: tutelare la qualit&agrave; della pizza napoletana e raccontarne il valore culturale. Secondo il maestro, grande ambasciatore di questa icona, la pizza napoletana &egrave; una fotografia della citt&agrave; di Napoli che si evolve nel corso del tempo, una sorta di istantanea in cui si riassume la storia, la cultura, la tradizione e la stessa arte del pizzaiuolo. Ci dice infatti: &laquo;Gli ingredienti, i gesti, il modo di parlare tra i pizzaioli appartengono a Napoli. Quando facciamo una pizza non stiamo soltanto cucinando: stiamo raccontando un pezzo della citt&agrave;, una cultura agricola, una tradizione familiare. Per questo &egrave; importante scegliere materie prime di qualit&agrave; e valorizzare i prodotti del territorio. La pizza diventa cos&igrave; narrazione identitaria&raquo;.</p>

<p>[[ima3]][[ima4]]L&rsquo;intuizione intelligente di Enzo Coccia con <em>Metti il disco</em> &egrave; stata proprio combinare nel menu&nbsp;de <em>La Notizia</em> il repertorio classico della tradizione, la riscoperta di pizze e gusti antichi, mettendo insieme le sue <em>pizze del cuore</em>, quelle che raccontano pi&ugrave; di ogni altra il suo percorso umano e professionale lungo trent&rsquo;anni e che sono spesso quelle pi&ugrave; legate alla tradizione e alla citt&agrave; di Napoli.&nbsp;C&rsquo;&egrave; cos&igrave; la <em>Ruota di carro</em> (solo a <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/462/35255/locali/la-notizia-53.html">La Notizia 53</a>), per lui simbolo assoluto della convivialit&agrave;, della citt&agrave;&nbsp;e dei suoi quartieri popolari. C&rsquo;&egrave; il <em>Ripieno</em>, che affonda le sue radici nella storia pi&ugrave; antica della pizza napoletana come la impar&ograve;&nbsp;attraverso le tante prove e i rimproveri del padre (ancora oggi, ci dice <strong>Coccia</strong>, rappresentano una lezione fondamentale nel suo percorso di formazione). C&rsquo;&egrave; la pizza <em>San Gennaro &ndash; Faccia gialla</em>, che nasce dal legame profondo tra Napoli e il suo santo patrono:&nbsp;il nome richiama il colore dorato con il quale ne &egrave; raffigurato il volto e il modo affettuoso con cui i napoletani lo chiamano, &ldquo;faccia gialla&rdquo; appunto. La pizza <em>Lardo, friarielli e pomodori semisecchi</em> &egrave; invece una rilettura di un grande classico napoletano, salsiccia e friarielli. Citiamo infine <em>Pizza Jill</em>, nata da un episodio contemporaneo: a febbraio 2023, durante uno scalo tecnico dell&rsquo;Air Force One a Capodichino, <strong>Enzo Coccia</strong> ricevette una richiesta di pizze a domicilio per l&rsquo;aeroporto, scoprendo solo in seguito che erano destinate all&#39;allora first lady statunitense <strong>Jill Biden</strong>.</p>

<p>[[ima5]][[ima6]]Tutto questo svela un desiderio rinnovato di rompere gli schemi classici, non dimentichiamo che fu proprio <strong>Coccia</strong> a inaugurare il filone delle pizze napoletane gourmet. Ci dice: &laquo;Quando ho aperto <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/462/35254/locali/la-notizia-94.html">La Notizia 94</a>&nbsp;ho voluto creare uno spazio dove poter esplorare nuovi percorsi di abbinamento e nuovi equilibri di gusto con vini e birre artigianali. Non si trattava di rompere con la tradizione, ma di dialogare con essa. La pizza napoletana &egrave; una base straordinaria, capace di accogliere ingredienti diversi mantenendo la propria identit&agrave;. Allo stesso tempo non &egrave; solo un prodotto gastronomico, anche l&rsquo;impasto ha una sua storia, &egrave; il risultato di un sapere che si tramanda e si affina nel tempo e che contemporaneamente guarda al futuro&raquo;.</p>

<p>La pizza, dunque, &egrave; storia, antropologia ma anche scienza, come il nostro <em>pizzaiuolo </em>afferma nel libro del quale &egrave; autore,&nbsp;<a href="https://www.amazon.it/napoletana-scientifica-processo-lavorazione-artigianale/dp/8889972513" rel="nofollow">La pizza napoletana</a>. Ma quanto si conosce effettivamente la scienza della pizza? Qui <strong>Coccia</strong> non ha dubbi: &laquo;Ancora troppo poco. La pizza &egrave; un processo complesso che coinvolge chimica, fisica e microbiologia,&nbsp;dalla fermentazione dell&rsquo;impasto alla gestione del calore del forno. Conoscere questi aspetti significa migliorare la qualit&agrave; del prodotto e lavorarlo con maggiore consapevolezza. Per me la pizza &egrave; proprio questo: una strada da percorrere insieme tra sapere artigianale, cultura e scienza&raquo;.</p>

<p>In questa conversazione con un artigiano che ha fatto la storia della pizza napoletana &egrave; obbligatorio anche parlare di come sta cambiando il mondo pizza, di cosa &egrave; bene conservare e cosa cambiare. Qui viene fuori la necessit&agrave; della &ldquo;consapevolezza culturale del mestiere&rdquo;, perch&eacute; &laquo;oggi vedo una grande attenzione alla qualit&agrave; degli ingredienti e alla tecnica degli impasti, ed &egrave; un segnale molto positivo. Allo stesso tempo credo che il pizzaiolo non sia&nbsp;colui che prepara solo un prodotto, ma diventa interprete di tradizione e conoscenza&raquo;. Sulla rincorsa alla creativit&agrave; in pizzeria ci dice:<strong>&nbsp;&laquo;</strong>La creativit&agrave; &egrave; positiva se nasce da una cultura gastronomica e dalla conoscenza della tecnica. La pizza &egrave; un equilibrio delicato tra impasto, cottura e ingredienti. L&rsquo;innovazione deve rispettare questa armonia olfattiva e gustativa, altrimenti si perde il senso del prodotto. Oggi nelle&nbsp;pizzerie si assiste a&nbsp;una tendenza evidente verso i gusti del passato, tornano formati storici come la ruota di carro o gusti come la <em>Capricciosa</em>. Questo accade perch&eacute; nella pizza esiste una memoria collettiva, che le colloca nella storia cittadina o come elemento&nbsp;di&nbsp;identit&agrave; gastronomica. Riproporre significa non perdere quel patrimonio. Allo stesso tempo credo che la tradizione non sia qualcosa da conservare in modo immobile e immutabile: bisogna intanto conoscere profondamente la storia della pizza napoletana, le tecniche e i suoi valori. Dopo si pu&ograve; e si deve guardare al futuro&raquo;.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/enzo-coccia-lanotizia-fotografia-di-alessandra-farinelli-c-tutti-i-diritti-riservati-027.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/209/41356/mondo-pizza/metti-il-disco-enzo-coccia-e-il-nuovo-progetto-sulle-sue-pizze-del-cuore.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/209/mondo-pizza.html">209</category>			</item>			<item>				<title>La cucina di Daniele Lippi e Gian Marco Bianchi nell'hub: il racconto di un grande quattro mani</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/413/41362/identita-golose-milano/la-cucina-di-daniele-lippi-e-gian-marco-bianchi-nellhub-il-racconto-di-un-grande-quattro-mani.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Il risultato era nelle premesse, ma ritrovarlo&nbsp;nel piatto, e assaggiarlo, &egrave; stata un&#39;emozione sincera. La cena di luned&igrave; 16 marzo a <em>Identit&agrave; Golose Milano</em> con <strong>Daniele Lippi</strong> e <strong>Gian Marco Bianchi</strong> &egrave; stata la conferma di un affiatamento che nasce da lontano: due cuochi che si sono formati insieme, alla scuola dei fratelli <strong>Troiani</strong> al <em>Convivio</em> di Roma, e che hanno poi costruito un sodalizio professionale e un&#39;amicizia profonda, consolidatisi negli anni all&#39;<a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/19053/ristoranti/acquolina.html">Acquolina</a>.</p>

<p>Due professionisti le cui strade si sono intrecciate pi&ugrave; volte, fino a ritrovarsi oggi alla guida di due ristoranti &mdash; l&#39;<em>Acquolina</em> a Roma, due stelle Michelin, e <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/40038/ristoranti/al-madrigale.html">Al Madrigale</a> a Tivoli, stella Michelin e Opening of the Year Award della guida 2026 &mdash; che rappresentano i due poli della loro visione: cucina mediterranea contemporanea da una parte, nuova cucina rurale dall&#39;altra.</p>

<p>Il menu della serata, cinque portate in cui mare e terra, litorale e entroterra si sono intrecciati sin dal primo assaggio, &egrave; stato il racconto coerente di questa convergenza. Ce ne hanno parlato a fine servizio, in un&#39;intervista a due voci. Nelle didascalie delle foto dei piatti proposti in questo menu, trovate la descrizione da parte degli chef che li hanno creati.&nbsp;<br />
<br />
[[ima2]][[ima3]][[ima4]]</p>

<p><strong>Partiamo da come avete costruito questo menu. Due ristoranti, due identit&agrave; autonome: come nasce un percorso come quello di questa sera?</strong></p>

<p><strong>Daniele Lippi</strong>: &laquo;L&#39;idea &egrave; nata a Singapore, davanti a un bicchiere di vino: eravamo l&igrave; per un evento e abbiamo cominciato a buttare gi&ugrave; degli spunti. Volevamo raccontare le nostre due realt&agrave;: <em>Acquolina</em> &egrave; un ristorante di pesce, in cui proponiamo una cucina mediterranea contemporanea, <em>Al Madrigale</em> &egrave; il nostro nuovo manifesto di cucina rurale. Sin dall&#39;antipasto, la ventricina, abbiamo voluto rappresentare questa unione tra terra e mare, che in fondo &egrave; la nostra penisola, bagnata dal Mediterraneo su tutti i fronti. Poi andando avanti nel menu c&#39;&egrave; il territorio laziale che ritorna in ogni piatto: il quinto quarto, le animelle, che a Roma si servono fritte con limone e prezzemolo; lo spaghettone che racconta una preparazione tipica del centro Italia; l&#39;agnello cacio e ova, che &egrave; un classico della cucina pastorale, uno spezzatino in umido dove l&#39;uovo serviva a legare l&#39;intingolo. Abbiamo cercato di esprimere un territorio attraverso questi piatti, e di fare un po&#39; di rumore qui a Milano&raquo;.</p>

<p><strong>Gian Marco Bianchi</strong>: &laquo;Abbiamo cercato di raccontare nel modo pi&ugrave; sincero l&#39;identit&agrave; dei due ristoranti.&nbsp;<em>Acquolina</em> ha un bagaglio di esperienza pi&ugrave; strutturato nel tempo, ma l&#39;idea era proprio questa: intrecciare i due percorsi&raquo;.</p>

<p>[[ima5]]<strong>Come vi siete conosciuti? Raccontateci la storia della vostra amicizia...</strong></p>

<p><strong>Lippi</strong>: &laquo;Ci siamo conosciuti al <em>Convivio&nbsp;Troiani</em>, dove io sono rimasto dieci anni, fino a diventare chef di cucina. In quel periodo abbiamo stretto un&#39;amicizia, abbiamo condiviso anche degli stage all&#39;estero. Poi ci siamo ritrovati con la stessa propriet&agrave;: <em>Acquolina</em> e <em>Al Madrigale</em> fanno capo allo stesso gruppo, di cui <strong>Andrea La Caita</strong> &egrave; uno dei soci. Il progetto di <em>Al Madrigale</em> nasce da lui, che &egrave; tiburtino doc: prima c&#39;era il ristorante <em>Li Somari</em>, una trattoria che si &egrave; trasferita lasciando il locale vuoto. <strong>Andrea</strong> mi ha detto: dammi una mano, mi piacerebbe riportare la stella a Tivoli. Da l&igrave; &egrave; arrivato <strong>Gian Marco</strong>&raquo;.</p>

<p><strong>Bianchi</strong>: &laquo;Sono passati ormai quasi un anno e otto mesi. La stella &egrave; stata una cosa un po&#39; inaspettata: abbiamo lavorato per ottenere quel risultato, ma non era affatto certo che arrivasse un riconoscimento in cos&igrave; poco tempo&raquo;.</p>

<p>[[ima6]]<strong>Gian Marco, che cosa significa &quot;rurale&quot; per te? In certi contesti questa parola pu&ograve; essere usata quasi come uno slogan: dal tuo punto di vista, quando immagini i piatti, che cosa vuol dire?</strong></p>

<p><strong>Bianchi</strong>: &laquo;L&#39;idea di <em>Al Madrigale</em> &egrave; nata dai progetti di Andrea, che ha cercato di far crescere il suo territorio sotto l&#39;aspetto gastronomico, e c&#39;&egrave; riuscito. Io sono altrettanto di l&igrave;, non di Tivoli ma di un paesino vicino: secondo la sua idea, serviva una persona che fosse cresciuta nella ruralit&agrave;. Per me rurale significa cercare di fare qualcosa di ecumenico dal punto di vista gustativo, in cui le persone riconoscano quello che mangiano. Tante volte &egrave; capitato che i clienti dicessero: &quot;mi ricorda l&#39;agnello di mio nonno&quot;, &quot;mi ricorda il panpepato di mia nonna&quot;. Quel ricordo che vai a rievocare &egrave; la ruralit&agrave; che riporti nella testa di persone cresciute in un ambiente fuori dalla citt&agrave;. &Egrave; la semplicit&agrave; di utilizzare ingredienti a volte sconosciuti e portarli a un livello gastronomico attraverso la tecnica&raquo;.</p>

<p><strong>Lippi</strong>: &laquo;Per me il senso di &quot;nuovo manifesto di cucina rurale&quot; ha anche a che fare con uno spirito di conservazione. Abbiamo un patrimonio gastronomico enorme, e non parlo della solita amatriciana o carbonara, che ormai ci hanno un po&#39; stufato. Parlo delle ricette della cucina contadina, pastorale: basta andare in Sardegna per trovare una cultura immensa di questo tipo di cucina. Abbiamo un&#39;enorme responsabilit&agrave;: conservare queste ricette, nobilitarle, preservarle e renderle &mdash; come diceva Gian Marco &mdash; ecumeniche, trasformandole in qualcosa di gastronomico, salvaguardando il sapore&raquo;.</p>

<p><strong>Bianchi</strong>: &laquo;Un ristorante stellato, gastronomico, dev&#39;essere un posto dove la gente si siede, dal neofita al gourmand, senza sentirsi fuori luogo. Bisogna saper stupire facendo le cose semplici. Tante volte io e&nbsp;Daniele ci confrontiamo e ci diciamo: questo piatto &egrave; troppo &quot;stupido&quot;. Ma alla fine la semplicit&agrave; &egrave; anche immediatezza dei sapori: quando una persona mangia e dice che ha riconosciuto tutti i sapori nel piatto, quello &egrave; il risultato che cerchiamo. Non potevamo aprire&nbsp;<em>Al Madrigale</em> a Tivoli e metterci a fare sferificazioni. All&#39;inizio abbiamo faticato, in un piccolo centro le difficolt&agrave; sono tante, ma non abbiamo mai cambiato la nostra identit&agrave;. Forse &egrave; proprio quella che ci ha premiato. Siamo nati cos&igrave; e cercheremo di crescere restando fedeli e rispettosi della nostra idea di cucina rurale, semplice e diretta&raquo;.</p>

<p>[[ima7]]<strong>Daniele, parliamo dell&#39;evoluzione di Acquolina. Sei riconosciuto come uno dei talenti pi&ugrave; interessanti della cucina italiana contemporanea, hai due stelle Michelin: quali sono gli obiettivi che ti proponi&nbsp;per il tuo prossimo futuro?</strong></p>

<p><strong>Lippi</strong>: &laquo;Quello che mi preme oggi &egrave; la concretezza: nell&#39;atto di cucinare e nell&#39;atto di mangiare. Cercher&ograve; sempre di immedesimarmi nel cliente, per&nbsp;pensare come penserebbe lui davanti a un piatto. Questo innesca un processo di maturit&agrave;. Nelle stagioni passate&nbsp;avevo pensato ai ghingheri, ai piattini, alle foglioline, ma non mi ero focalizzato davvero su questo punto. Oggi <em>Acquolina</em> &egrave; cresciuta tanto: abbiamo raggiunto un certo livello di maturit&agrave;, ho cercato di eliminare tutti i vezzi inutili, i dettagli che spesso non servivano a nulla. Quello che cerco &egrave; sincerit&agrave; e solidit&agrave;: il cliente che si siede, mangia, va via, ma porta con s&eacute; un&#39;esperienza, un messaggio che diventa racconto. Cerchi di interagire con il cliente attraverso una storia, con il Mediterraneo e con la cucina di pesce, <em>Acquolina</em> resta l&#39;unico stellato a Roma dedicato al pesce&raquo;.</p>

<p>[[ima8]]<strong>In un ristorante di pesce &egrave; pi&ugrave; difficile lavorare seguendo queste idee?</strong></p>

<p><strong>Lippi</strong>: &laquo;Io sono per met&agrave; romano e per met&agrave; umbro, quando sono arrivato all&#39;<em>Acquolina</em> ho subito chiesto alla propriet&agrave; di lasciarmi mettere qualche portata di carne, perch&eacute; mi piace cucinare le frattaglie, toccare la carne. Il pesce va sempre toccato piano, nobilitato, con la giusta mano: &egrave; un elemento delicato. Nel nuovo menu di <em>Acquolina</em> abbiamo reinserito una cosa che non facevo da tanto tempo: il crudo di pesce. Perch&eacute; se vieni in un grande ristorante di pesce, te l&#39;aspetti. In quel caso lo chef viene meno,&nbsp;preferisco raccontare la materia prima. &Egrave; un piatto che facevo gi&agrave; al <em>Convivio</em>&nbsp;&mdash; <em>Crudo, che passione</em> &mdash; e che ho voluto riproporre. Riempire la tavola, un po&#39; come fa <strong>Enrico Crippa</strong> con l&#39;antipasto all&#39;italiana, per&ograve; di mare. E sul menu non dichiarare gli ingredienti, ma piuttosto dare potere alle stagioni e al pescato che arriva quotidianamente in cucina, sempre diverso. Non &egrave; stato un passo indietro, anzi: costruire un menu senza dichiarare nulla mi d&agrave; tanta libert&agrave;, e non ha a che fare con l&#39;ego. Mi d&agrave; pi&ugrave; credito come cuoco, nell&#39;atto di cucinare. Meno narcisismo e pi&ugrave; concretezza&raquo;.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/whatsapp-image-2026-03-18-at-151419.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/413/41362/identita-golose-milano/la-cucina-di-daniele-lippi-e-gian-marco-bianchi-nellhub-il-racconto-di-un-grande-quattro-mani.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/413/identita-golose-milano.html">413</category>			</item>			<item>				<title>Quattro Quarti, il tempo della pizza secondo Mirko Pepe</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/209/41358/mondo-pizza/quattro-quarti-il-tempo-della-pizza-secondo-mirko-pepe.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>A Molfetta (Bari) c&rsquo;&egrave; una pizzeria che ruota attorno a un concetto preciso: il tempo.</p>

<p>Il suo nome,&nbsp;<a href="https://www.4-quarti.it/" rel="nofollow" target="_blank">Quattro Quarti</a>, difatti, indica una scelta precisa&nbsp;perch&eacute; richiama una cadenza, un battere regolare, un ritmo che tiene insieme ogni cosa. In questa <em>pizzeria con cucina</em> il tempo diventa misura: giorni di lievitazione, minuti di cottura, e quel momento giusto in cui tutto arriva al punto. Lo sa bene chi anima questo progetto, il pizzaiolo e patron&nbsp;<strong>Mirko Pepe</strong>.</p>

<p>Classe &rsquo;95, per lui la pizza &egrave; stata prima di tutto &ldquo;casa&rdquo;. Da bambino suo padre lo portava spesso con s&eacute; da <em>Chat Noir</em>, il locale di famiglia, una classica pizzeria al trancio che a Molfetta era un punto riferimento. Per <strong>Mirko</strong> rappresentava una &ldquo;sala giochi&rdquo;, ma anche il modo pi&ugrave; semplice per star vicino a suo padre, il cui lavoro impegnava giornate intere e non c&rsquo;era tempo per il parco o per stare insieme a casa. Cos&igrave; <strong>Mirko</strong> cresceva l&igrave; in pizzeria, mentre imparava dal pap&agrave;. Consegne, impasti, persone che passano. E la cosa affascinante &egrave; che molti dei fornitori di allora, oggi sono pure i suoi: segno che certe radici, quando attecchiscono, fanno fatica a staccarsi.</p>

<p>[[ima5]]Eppure <strong>Mirko</strong>, almeno all&rsquo;inizio, non voleva fare questo mestiere. L&rsquo;alberghiero lo spingeva verso la cucina, la creativit&agrave;, lo studio. Lui stesso racconta di quanto fosse preso dai fornelli&nbsp;e appena diplomato, parte per Malta dove, ancora diciottenne, si ritrova a gestire un locale. Un&#39;esperienza che diviene la base di tutto: gestione, controllo, organizzazione.</p>

<p>Il rientro in Italia coincide con un periodo complicato: il padre, che intanto si era trasferito nella sede attuale della pizzeria di <strong>Mirko</strong>, non stava bene e il figlio, dopo la gavetta nei ristoranti locali, si ritrova a prendere in mano l&rsquo;attivit&agrave; di famiglia. Poco dopo arriva il Covid e con la pandemia, la svolta: potendo lavorare quasi solo con l&rsquo;asporto, <strong>Mirko</strong> prende tempo per studiare. Impasti, esperimenti, tentativi continui. Alla seconda chiusura, nel 2021, decide che qualcosa doveva cambiare. Cos&igrave;, inizia a mettere in fila idee e appunti, prende accordi con designer e architetti, lavora su una <em>brand identity</em> nuova e dopo un anno di progetti, pensieri, sfide personali, nel 2022 nasce ufficialmente <em>Quattro Quarti</em>.</p>

<p>[[ima2]]Un locale curato, una pizza (e pizzeria) diversa, topping che raccontano un&rsquo;identit&agrave;: <strong>Mirko </strong>capisce immediatamente che quella &egrave; la strada da seguire, come conferma d&#39;altronde anche l&rsquo;entusiasmo del pubblico. Arrivano collaborazioni, stagioni estive con numeri importanti, e negli anni successivi anche diverse tipologie di impasti in menu, senza mai trascurare la formazione lontano dal banco, con corsi di marketing e strategia.&nbsp;</p>

<p>Cosa guida <strong>Mirko</strong>? Una forte spinta interiore&nbsp;e commenta:&nbsp;&laquo;Porto dentro di me una rabbia positiva, un senso di rivalsa&raquo;. Ammira sinceramente chi ce l&rsquo;ha fatta,&nbsp;&laquo;i <em>big</em> della pizza&raquo;, e sogna un giorno di farcela anche lui:&nbsp;&laquo;Un po&rsquo; come un bimbo che sogna di andare nello spazio. Non mi arrendo perch&eacute; so che ci sono altri centomila migliori di me&raquo;. Non &egrave; retorica, ma una forma di umilt&agrave; concreta, di chi continua a guardare gli altri con la voglia di imparare.</p>

<p>[[ima6]]</p>

<p>Da <em>Quattro Quarti</em> questa energia assume una linea precisa: unire la voglia di cucina al prodotto pizza&nbsp;con un uso importante delle verdure, stagionalit&agrave; vera, scelta accurata delle materie prime. Il che significa, niente gelo, l&rsquo;acquisto diretto delle verdure, zero spreco, con idee e proposte sempre nuove. E anche il lavoro interno segue una visione contemporanea: <strong>Mirko</strong> ha creato un ambiente sano, guidato da una mente aperta con un&rsquo;attenzione particolare per i dipendenti, che lui considera il motore dell&rsquo;attivit&agrave;. &Egrave; partito con quattro persone, oggi la squadra ne conta nove.</p>

<p>Accanto alla carta che cambia spesso durante l&rsquo;anno, &egrave; disponibile anche un&nbsp;<em>percorso degustazione </em>articolato in sei portate, pensato come un viaggio tra consistenze, tecniche e sapori. E in questo periodo <strong>Mirko</strong> ha messo a fuoco tre pizze che raccontano bene il suo modo di ragionare, tra <em>memoria, stagione e sperimentazione</em>.</p>

<p>[[ima4]]<em>Ricordo di zucchine</em> racconta la zucchina in tutte le sue sfumature: un gioco di consistenze, tra chips e crema, nocciole tostate a dare profondit&agrave;, il limone come nota di luce e profumo, e la stracciatella a legare tutto con morbidezza.</p>

<p><em>Melanzana fondente</em>&nbsp;&egrave; pi&ugrave; emotiva: richiama un ricordo d&rsquo;infanzia, i profumi della parmigiana di casa. La melanzana diventa protagonista in due consistenze, cremosa e croccante, con provola affumicata e prosciutto cotto alla brace a dare una spinta pi&ugrave; intensa, e salsa al parmigiano che chiude come un abbraccio.</p>

<p>[[ima3]]<em>Zucca, liquirizia e menta,</em>&nbsp;invece, parla del mondo vegetale e di stagionalit&agrave;: la zucca viene marinata, poi proposta in crema e chips, a cui si sommano il sesamo tostato, e liquirizia e menta a rompere l&rsquo;equilibrio con eleganza, con profondit&agrave; e freschezza. La ricotta chiude senza coprire.</p>

<p><em>Quattro Quarti</em> &egrave; ritmo. E <strong>Mirko Pepe</strong> sembra volerlo tenere sempre vivo: studio, lavoro, ricerca, senza smettere di inseguire il suo &ldquo;quarto&rdquo; successivo.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/parmigiana-fondente.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/209/41358/mondo-pizza/quattro-quarti-il-tempo-della-pizza-secondo-mirko-pepe.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/209/mondo-pizza.html">209</category>			</item>			<item>				<title>Niko Romito: «Il grande tema del futuro è la relazione tra cibo e longevità. Prepariamoci»</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/98/41355/zanattamente-buono/niko-romito-il-grande-tema-del-futuro-e-la-relazione-tra-cibo-e-longevita-prepariamoci.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>«Da anni diamo inizio al nostro menu con una tazza calda: è corroborante e apre lo stomaco come nient’altro. Subito dopo, andrebbe servito un ortaggio crudo: ora stiamo lavorando sulle misticanze e sull’acqua di pomodoro, cioè condiamo un vegetale con un altro vegetale. In questo modo, i grassi che assumerai dopo non impatterranno in modo troppo diretto sull’organismo».<br />
<br />
Il rapporto tra cucina e salute è latente nei radar di <strong>Niko Romito</strong> quasi fin da quando, nel 2000, prese in gestione con la sorella <strong>Cristiana</strong> il ristorante di famiglia, allora a Rivisondoli. Ma negli anni più recenti l'equazione è diventata la principale linea di condotta: «Il cibo come premessa di longevità è un tema già cruciale ed esploderà nei prossimi 6/7 anni», racconta lo chef nel corso di una lunga chiacchierata a Castel di Sangro, «cuochi e giornalisti italiani devono farsi trovare pronti nella ricerca e nella divulgazione di questi argomenti perché pochi paesi possono vantare le nostre materie prime e le nostre tradizioni».<br />
<br />
Romito è pronto da un po’: di recente ha firmato con il luminare di biogerontologia <strong>Valter Longo</strong> il <a href="https://www.fondazionevalterlongo.org/decalogo-della-longevita/" rel="nofollow">Manifesto del gusto della longevità</a> e il libro “<a href="https://libri.fondazionevalterlongo.org/" rel="nofollow">Il Gusto della Longevità</a>”, «un progetto collettivo nato per unire persone, ricette e culture in un’unica visione: mangiare bene per vivere meglio e più a lungo». E la cucina salutare è il filo rosso del Campus Universitario che taglierà il nastro entro il 2027 a Castel di Sangro, una laurea magistrale che gli allievi otterrano calpestando 4mila metri quadrati di laboratori e aule didattiche, un’estensione ambiziosa dell’<a href="https://www.accademianikoromito.it/" rel="nofollow">Accademia Niko Romito</a>. Nelle intenzioni del cuoco, non si tratta di un insieme di progetti rivolti a <em>happy few</em> ma di un metodo che deve generare ricadute importanti su ogni segmento, dall'alta cucina fino alla ristorazione collettiva: dagli ospedali alle aziende fino alle scuole elementari <a href="https://www.ansa.it/canale_legalita_scuola/notizie/tavoli_legalita/regione/abruzzo/2026/01/19/cucina-ricerca-scientifica-e-salute-ecco-il-progetto-iomangioascuola_7849af41-a892-43ce-97d0-29ead24a4695.html" rel="nofollow">(#iomangioascuola</a> è un progetto già definito con la Regione Abruzzo). E sui numeri sempre più grandi di <a href="https://www.altstazionedelgusto.com/" rel="nofollow">Alt</a>, il progetto di ristorazione su strada che oggi mette insieme 22 insegne in Italia ed Europa.<br />
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[[ima2]][[ima3]]In un’epoca in cui la scienza è incredibilmente ridotta a opinione e in cui le cucine fine dining sono dipinte quasi solo come stanze di torture per stagisti, è ammirevole l’esempio di chi non ha mai smesso di studiare e trasmettere, di sperimentare e fondare sull’osservazione empirica l'asse portante di ogni menu. «Ultimamente si parla troppo poco di ricerca e si fa sempre tanta narrazione. Nel libro che stiamo preparando, pronto entro due anni, ci sarà molto più la prima della seconda: più che lo stortytelling credo che per un cuoco sia sempre più fondamentale riconoscere i principi chimico-fisici di ogni preparazione e le conseguenze che i macronutrienti hanno sul nostro organismo».<br />
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Gli esiti più felici di questo lavoro, emozionante e frustrante assieme, si trovano tutti a tavola da <a href="https://www.nikoromito.com/casadonna/" rel="nofollow">Reale Casadonna</a>, la galleria del vento della scuderia Romito. Con esiti chiari già a partire dalla colazione che ha fatto scuola: al mattino, <strong>Gaetano</strong> e i ragazzi di Niko portano a tavola sempre più note salate («In questo gli stranieri sono più avanti degli italiani»), inseriscono sempre più assaggi di formaggi freschi e stagionati ed esplorano in molti modi la cucina delle uova, «uno degli ingredienti più interessanti, completi ed economici dell'alimentazione umana». <br />
<br />
La sera, al ristorante, abbiamo goduto di un menu degustazione che era una miniera di spunti tra tecniche, bontà e valutazioni nutrizionali. Con più cotture a vapore che braci («Oggi è molto di moda la griglia, ma se parliamo di non denaturare le proteine di un alimento, il vapore è meglio»), con salse e umidità integrate “dentro” al prodotto e non fuori, una peculiarità che definisce il minimalismo romitiano. Con fondi di verdure realizzati solo con acqua e olio extravergine. Strutture, consistenze e grassezze che non provengono da un burro di Normandia, ma dalle fibre vegetali. Con glasse che trasformano le dolcezze di un ortaggio in delicate acidità. Gusti straordinari ottenuti da tutte le componenti di verdure “normali”, foglie incluse.<br />
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[[ima4]][[ima5]]Sono tutti accorgimenti figli di un’equazione sempre più fedele tra cibo e salute, appunto. Elucubrazioni che inseguono nuovi equilibri tra carboidrati e proteine: «In Italia», spiega Romito, «la dieta è ancora troppo sbilanciata sui primi. E le quote proteiche devono arrivare sempre meno dalle carni e sempre più anche da frutta secca e legumi». Strategie orientate a cancellare il pregiudizio dei contenuti punitivi o restrittivi del cibo sano: «La sfida oggi è esprimere piatti buonissimi con ingredienti semplici e sottovalutati come la scarola, le patate, il pollo. Anni fa, nessuno voleva i cavolfiori; oggi dilagano in ogni segmento della ristorazione perché ci abbiamo lavorato a fondo». Non è forse questo un esempio nobile della tanto dileggiata alta cucina?<br />
<br />
I discorsi uscivano infine dalla sostanza dei piatti per accendere riflessioni sui ritmi del desinare: «Gli orari dei pasti attraversano un cambiamento importante: la gente cena sempre prima e preferisce sempre più sedere a mezzogiorno che alla sera», concludono Cristiana e Niko Romito, «Per il futuro, occorrerà ragionare sempre più sulla distanza con cui separiamo un pasto dall’altro: se fai passare 12 o 16 ore è dimostrato che è meglio perché riduci lo stress degli organi, premessa di longevità». In un tempo più o meno vicino considereremo superata anche la rigida distinzione tra pranzo o cena. Meglio farsi trovare preparati.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/1-3-32ce1d2e-faee-4260-8235-d4cd42bb5774.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/98/41355/zanattamente-buono/niko-romito-il-grande-tema-del-futuro-e-la-relazione-tra-cibo-e-longevita-prepariamoci.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/98/zanattamente-buono.html">98</category>			</item>			<item>				<title>Partono le iscrizioni per la 21ª edizione di Identità Milano, dal 7 al 9 giugno 2026</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/476/41349/ig2026-identita-future/partono-le-iscrizioni-per-la-21-edizione-di-identita-milano-dal-7-al-9-giugno-2026.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Sar&agrave; il tema <em>Identit&agrave; Future: la libert&agrave; di pensare</em>&nbsp;a guidare la ventunesima edizione di <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/406/congresso-identita-milano.html">Identit&agrave; Milano</a>, il congresso internazionale ideato da <strong>Paolo Marchi </strong>e <strong>Claudio Ceroni</strong>, in programma da domenica 7 a marted&igrave; 9 giugno 2026 all&rsquo;Allianz MiCo North Wing di Milano, per il quale si aprono ufficialmente le iscrizioni.</p>

<p>Dopo il traguardo dei vent&rsquo;anni celebrato nel 2025, il congresso inaugura cos&igrave; un nuovo capitolo del proprio percorso, continuando a interrogarsi sulle trasformazioni che stanno attraversando il mondo della gastronomia e dell&rsquo;ospitalit&agrave;. Saranno&nbsp;tre giornate di incontri, lezioni e approfondimenti che riuniranno sul palco alcuni tra i pi&ugrave; autorevoli protagonisti della gastronomia italiana e internazionale accanto a figure provenienti dal mondo della cultura, della ricerca e dell&rsquo;impresa, chiamate a confrontarsi sui cambiamenti che stanno ridefinendo la ristorazione contemporanea.</p>

<p><a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/476/41350/ig2026-identit-future/identit-future-la-libert-di-pensare-vi-spieghiamo-il-tema-di-identit-milano-26.html"><b>SCOPRI IL TEMA DI IDENTIT&Agrave; MILANO 2026</b></a><br />
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<p>Dal 2005, quando <strong>Marchi</strong> e <strong>Ceroni</strong> diedero vita al primo congresso italiano dedicato alla cucina d&rsquo;autore, <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/406/congresso-identita-milano.html">Identit&agrave; Milano</a> ha accompagnato e raccontato l&rsquo;evoluzione della gastronomia contemporanea. Dopo il traguardo del ventennale celebrato nel 2025, l&rsquo;edizione 2026 mette al centro il valore della libert&agrave; di pensiero come spazio di ricerca e responsabilit&agrave; progettuale. Un invito a riflettere su linguaggi, ingredienti e modelli di ristorazione in un momento di profondi cambiamenti culturali, sociali ed economici che attraversano il mondo dell&rsquo;ospitalit&agrave;.</p>

<p>[[ima2]]Il congresso torner&agrave; cos&igrave; ad occupare i grandi spazi dell&rsquo;Allianz MiCo North Wing con una struttura articolata in sale tematiche e momenti di confronto. Accanto al <em>Main Stage</em>, dove si alterneranno alcune tra le voci pi&ugrave; autorevoli della scena food internazionale, l&rsquo;edizione 2026 vedr&agrave; intrecciarsi contributi provenienti anche da altri settori. Tra le novit&agrave; dell&rsquo;edizione figurano un approfondimento dedicato all&rsquo;ospitalit&agrave;, la quinta edizione di <em>Bollicine del Mondo</em>, nuove estensioni nelle aree tematiche e un progetto inedito dedicato ai format gastronomici emergenti, pensato per intercettare le tendenze che stanno ridefinendo i modelli del mercato.</p>

<p>Tra gli sviluppi pi&ugrave; significativi di questa edizione emerge infatti&nbsp;<em>Identit&agrave; Young</em>, iniziativa&nbsp;con cui <em>Identit&agrave; Milano</em> rafforza il proprio impegno nel rendere il congresso sempre pi&ugrave; accessibile e aperto a studenti, giovani professionisti e foodlovers under 35. Pensato come un percorso di partecipazione attiva, <em>Identit&agrave; Young</em> affianca alla presenza alle lezioni e ai talk una serie di esperienze e momenti di confronto che permettono di osservare da vicino i linguaggi, i modelli e le tendenze. Il progetto nasce con l&rsquo;obiettivo di offrire strumenti di lettura e occasioni di dialogo diretto con chef, imprenditori e protagonisti della scena gastronomica internazionale. In questa direzione <em>Identit&agrave; Milano</em> conferma una politica di accesso al congresso agevolata, favorendo una partecipazione sempre pi&ugrave; ampia delle nuove generazioni al dibattito che attraversa la ristorazione.</p>

<p><strong><a href="https://shop.identitagolose.it/negozio/#iscrizione" rel="nofollow">CLICCA QUI PER ISCRIVERTI A&nbsp;IDENTIT&Agrave; MILANO 2026</a></strong></p>

<p><strong>1 giorni tutte le sale &euro; 120,00<br />
2 giorni tutte le sale &euro; 240,00<br />
3 giorni tutte le sale &euro; 360,00</strong></p>

<p>Lo sconto previsto per di <em>Identit&agrave; Young</em>, valido per gli under 35, &egrave; pari al 50% del biglietto (come lo scorso anno). I prezzi saranno quindi:<br />
<strong>1 giorni tutte le sale &euro; 60,00<br />
2 giorni tutte le sale &euro; 120,00<br />
3 giorni tutte le sale &euro; 180,00</strong></p>

<p><a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/476/41350/ig2026-identit-future/identit-future-la-libert-di-pensare-vi-spieghiamo-il-tema-di-identit-milano-26.html"><b>SCOPRI IL TEMA DI IDENTIT&Agrave; MILANO 2026</b></a></p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/combo-identita-milano-2026.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/476/41349/ig2026-identita-future/partono-le-iscrizioni-per-la-21-edizione-di-identita-milano-dal-7-al-9-giugno-2026.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/476/ig2026-identita-future.html">476</category>			</item>			<item>				<title>&quot;Identità Future: la libertà di pensare&quot;: Paolo Marchi spiega il congresso 2026</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/476/41350/ig2026-identita-future/identita-future-la-liberta-di-pensare-paolo-marchi-spiega-il-congresso-2026.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>&nbsp;</p>

<p>Ventuno anni di cucina d&#39;autore, di grandi chef internazionali, di appassionati che si ritrovano attorno alle tavole per celebrare il cibo come linguaggio universale. Ventuno anni in cui non siamo mai stati avulsi dal porci le domande scomode, quelle che non vorremmo affrontare ma che inevitabilmente e inesorabilmente arrivano verso di noi.</p>

<p>E oggi, pensando al futuro, alle <em>Identit&agrave; Future</em>, dobbiamo affrontare la domanda pi&ugrave; radicale: cosa significa essere liberi quando il mondo che conosciamo sta cambiando sotto i nostri piedi?</p>

<p>La libert&agrave;. Tutti la invocano, pochi la comprendono davvero. Molti la confondono con l&#39;assenza di ostacoli, con il poter fare ci&ograve; che si vuole, ma questa &egrave; una lettura riduttiva, spesso superficiale, una libert&agrave; che resta apparente e fragile. La libert&agrave; pi&ugrave; sostanziale nasce invece dalla capacit&agrave; di scegliere consapevolmente verso cosa orientare la propria vita, anche quando le scelte sono dolorose e magari&nbsp;significano rinunciare a certezze che credevamo eterne. Dunque: libert&agrave; di pensare a modelli nuovi, con&nbsp;diversi punti di riferimento. Di pensare, appunto, alla ristorazione del futuro.</p>

<p>Immagina un mondo dove l&rsquo;unica regola &egrave; il coraggio di non averne. &quot;<em>Identit&agrave; Future: la libert&agrave; di pensare</em>&quot; non &egrave; uno slogan, ma l&#39;idea&nbsp;di una cucina che vuole finalmente respirare, liberandosi da schemi che oggi appaiono come armature troppo strette.</p>

<p>Oggi, la libert&agrave; pi&ugrave; grande &egrave; quella di guardare in faccia il cambiamento climatico senza voltarsi dall&#39;altra parte. &quot;Libert&agrave; di pensare&quot; significa, paradossalmente, darsi il permesso di scardinare la dispensa tradizionale: non &egrave; pi&ugrave; il tempo dei prodotti &quot;fuori stagione&quot; imposti dal lusso, ma della libert&agrave; di elevare ingredienti poveri, erbe spontanee o variet&agrave; dimenticate perch&eacute; pi&ugrave; resilienti. La creativit&agrave; del futuro nasce dal limite: meno acqua, meno spreco, ma pi&ugrave; pensiero. &Egrave; una libert&agrave; che si fa etica, dove il rispetto per la terra diventa l&#39;ingrediente segreto del piatto.</p>

<p>Questa rivoluzione tocca inevitabilmente il cuore del sistema: i modelli di ristorazione. Il vecchio concetto di &quot;tempio della gastronomia&quot; &ndash; rigido, gerarchico, quasi militare &ndash; sta lasciando il posto a spazi fluidi. Stiamo abbattendo i confini tra sala e cucina, tra chef e ospite. Cambiare modello significa avere la libert&agrave; di chiudere quando serve per garantire la qualit&agrave; della vita della brigata, o di trasformare un ristorante in un laboratorio sociale. Non ci sono pi&ugrave; percorsi obbligati; l&rsquo;unico obbligo &egrave; l&rsquo;autenticit&agrave;.</p>

<p>E chi sono i custodi di questo fuoco? Le nuove generazioni. Per loro, la libert&agrave; di pensiero &egrave; - e deve essere - naturale come respirare. I giovani chef e professionisti di oggi non cercano solo la stella, cercano il senso. Sono ragazzi che non hanno paura di mescolare la tecnologia digitale con il lavoro della terra, che rifiutano il dogmatismo per costruire un linguaggio meticcio, globale e sostenibile, eppure profondamente radicato alle proprie differenti identit&agrave; e al proprio imprinting. La loro identit&agrave; non &egrave; un punto d&#39;arrivo, ma un viaggio continuo dove il passato viene onorato, mai sub&igrave;to.</p>

<p>In questo scenario, l&#39;identit&agrave; futura &egrave; un cantiere aperto. &Egrave; la consapevolezza che, per salvare la tavola (e il pianeta), dobbiamo riconoscere anche la libert&agrave; di sbagliare, di sperimentare e, soprattutto, di disimparare ci&ograve; che non ci serve pi&ugrave;. Perch&eacute; nel futuro della gastronomia, l&#39;unico vero peccato &egrave; restare fermi.</p>

<p>Siamo liberi? S&igrave;, maledettamente liberi. E proprio per questo, tremendamente responsabili. Responsabili verso chi c&#39;era prima di noi, verso chi c&#39;&egrave; ora, verso chi ci sar&agrave; dopo. La storia non comincia da noi, e non finir&agrave; con noi, ma il nostro passaggio - se pensato, dunque consapevole - pu&ograve; fare la differenza.</p>

<p>Viva la libert&agrave;, quella vera, quella che si assume la responsabilit&agrave; del futuro.</p>

<p><strong><a href="https://shop.identitagolose.it/negozio/#iscrizione" rel="nofollow">CLICCA QUI PER ISCRIVERTI A&nbsp;IDENTIT&Agrave; MILANO 2026</a></strong></p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/combo-identita-milano-2026.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/476/41350/ig2026-identita-future/identita-future-la-liberta-di-pensare-paolo-marchi-spiega-il-congresso-2026.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/476/ig2026-identita-future.html">476</category>			</item>			<item>				<title>Racconto di un mito: Le Bristol Paris, icona indiscussa dell’hôtellerie parigina</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/95/41354/dal-mondo/racconto-di-un-mito-le-bristol-paris-icona-indiscussa-dellhotellerie-parigina.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Perdersi tra le vie di Parigi &egrave; sempre un piacere. Ancor di pi&ugrave; lo &egrave; passeggiare lungo Rue du Faubourg Saint-Honor&eacute;, dove il tempo rallenta e dove ha sede una residenza leggendaria che &egrave; una raffinata celebrazione della grandeur nell&rsquo;ospitalit&agrave; parigina. <a href="https://www.oetkerhotels.com/hotels/le-bristol-paris/" rel="nofollow">Le Bristol</a> si trova infatti su una delle strade pi&ugrave; affascinanti al mondo ed &egrave;&nbsp;un&rsquo;icona senza tempo dello splendore di una delle citt&agrave; pi&ugrave; belle in assoluto, testimone di storie di eleganza e fascino insuperabili.</p>

<p>[[ima2]][[ima3]]Per riscoprirne le origini, bisogna tornare al 1925, anno in cui la capitale francese vibrava dell&rsquo;energia degli anni Venti, affermandosi come epicentro dell&rsquo;arte, della moda e di ogni forma di espressione creativa. Dopo aver acquisito la propriet&agrave; dell&#39;edificio dai&nbsp;conti <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/De_Castellane" rel="nofollow">De Castellane</a>&nbsp;(in particolare, da <strong>Jules De Castellane</strong>), <strong>Hippolyte Jammet</strong> trasform&ograve; l&rsquo;elegante h&ocirc;tel particulier in un&rsquo;icona dell&rsquo;ospitalit&agrave;. Lo chiam&ograve; <em>Le Bristol</em> in omaggio al vescovo <strong>Frederick Hervey</strong>, quarto conte di Bristol, viaggiatore del XVIII secolo. Le stanze presero a essere frequentate da grandi personaggi: nel Secondo Dopoguerra vi troviamo ad esempio <strong>Konrad Adenauer, Kim Novak, Rita Hayworth</strong> e <strong>Charlie Chaplin</strong>. Nel corso degli anni diversi registi del cinema hanno anche trovato ispirazione tra le sue mura, rendendo l&rsquo;<em>h&ocirc;tel silencieux</em> protagonista di innumerevoli storie e set cinematografici indimenticabili, tra cui le celebri scene di <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Midnight_in_Paris" rel="nofollow">Midnight in Paris</a>, di <strong>Woody Allen</strong>. Percorrendo oggi i suoi corridoi, si viene trasportati nell&rsquo;epoca d&rsquo;oro del glamour francese, meticolosamente preservata dalla visione della famiglia <strong>Oetker</strong>, che dal 1978 &egrave; diventata custode dell&rsquo;eredit&agrave; di quest&rsquo;istituzione alberghiera.</p>

<p>[[ima4]]Grazie a una prestigiosa collaborazione con il <a href="https://www.louvre.fr/" rel="nofollow">Louvre</a>, l&rsquo;hotel ha avuto l&rsquo;opportunit&agrave; di arricchire la propria collezione artistica con un prezioso ritratto d&rsquo;epoca di <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Maria_Antonietta_d%27Asburgo-Lorena" rel="nofollow">Marie Antoinette</a>. Oggi quest&rsquo;opera affascinante domina le pareti del <a href="https://www.oetkerhotels.com/hotels/le-bristol-paris/restaurants-bars/cafe-antonia" rel="nofollow">Caf&eacute; Antonia</a>, dove la figura della celebre sovrana sembra osservare con discreta maest&agrave; la vita del salotto parigino che si anima ogni giorno tra conversazioni, t&egrave; pomeridiani e momenti conviviali.</p>

<p>[[ima11]]Parallelamente, anche la scena gastronomica si &egrave; guadagnata uno spazio di livello tra la ristorazione in citt&agrave;: oggi ben quattro stelle Michelin illuminano i ristoranti dell&rsquo;hotel a pochi passi dall&rsquo;Eliseo e guidati dallo chef <strong>Arnaud Faye</strong>. La sua cucina, elegante e contemporanea, celebra la grande tradizione francese attraverso una sensibilit&agrave; moderna e legata alla stagionalit&agrave; degli ingredienti. In questo modo, <em>Le Bristol Paris</em> si conferma non solo come uno degli hotel pi&ugrave; prestigiosi della capitale, ma anche come una destinazione gastronomica di riferimento nel panorama dell&rsquo;alta cucina parigina.</p>

<p>&nbsp;</p>

<p><a href="https://www.oetkerhotels.com/hotels/le-bristol-paris/restaurants-bars/114-faubourg/" rel="nofollow"><strong>114 FAUBOURG</strong></a><br />
[[ima5]][[ima6]][[ima7]]&Egrave; il bistrot dell&rsquo;hotel che gode di una meritatissima stella Michelin (dal 2013) e che vede in cucina lo chef <strong>Vincent Schmit</strong> (in passato ha lavorato anche in Italia, tra Campania e Piemonte). Si distingue per essere una delle brasserie pi&ugrave; prestigiose della citt&agrave;. In menu troviamo emblematici piatti francesi come il <em>P&acirc;t&eacute; en cro&ucirc;te&nbsp;de canard</em> (pat&eacute; di anatra e foie gras in cro&ucirc;te, cetriolini e cipolline sottaceto) insieme a un&#39;eccezionale lista di vini ben raccontata da&nbsp;un grande direttore di sala come <strong>Charles Franchet</strong>. Qui ogni dettaglio racconta una storia di attenzione e generosit&agrave;: i gesti sono spontanei, l&rsquo;ospitalit&agrave; &egrave; autentica e l&rsquo;atmosfera avvolge gli ospiti con un calore elegante e naturale. L&rsquo;accoglienza non &egrave; solo un servizio, ma una vera arte fatta di cura, sorrisi e piccoli particolari che rendono l&rsquo;esperienza memorabile fin dal primo momento. In questo ambiente raffinato prende vita lo spirito della grande brasserie francese, reinterpretato con stile e personalit&agrave;. Chic e vivace, intimo e scintillante, a renderlo davvero unico &egrave; quella nota speciale, quell&rsquo;anima in pi&ugrave; che non si trova altrove e che definisce l&rsquo;identit&agrave; di<em> Le 114 Faubourg</em>, trasformando ogni visita in un momento di autentico piacere e convivialit&agrave;.</p>

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<p><a href="https://www.oetkerhotels.com/hotels/le-bristol-paris/restaurants-bars/epicure/" rel="nofollow"><strong>EPICURE</strong></a><br />
[[ima8]][[ima9]][[ima10]]Nel ristorante tre stelle Michelin (dal 2009) di <em>Le Bristol Paris</em>, lo chef <strong>Arnaud Faye</strong> firma un percorso gastronomico che interpreta la grande cucina francese in chiave contemporanea. I piatti raccontano una visione luminosa e delicata della gastronomia, dove colori, leggerezza ed equilibrio si intrecciano in una composizione raffinata e sorprendente. Al centro della scena non c&rsquo;&egrave; l&rsquo;opulenza, ma la purezza degli ingredienti: le verdure diventano protagoniste assolute, esaltate con precisione tecnica e sensibilit&agrave; creativa. Questa tavola d&rsquo;eccezione rappresenta una tappa imperdibile per chi desidera scoprire una delle espressioni pi&ugrave; eleganti dell&rsquo;alta cucina parigina.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/lebristol-32-cote-rue.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/95/41354/dal-mondo/racconto-di-un-mito-le-bristol-paris-icona-indiscussa-dellhotellerie-parigina.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/95/dal-mondo.html">95</category>			</item>			<item>				<title>​La Toscana del vino, un incredibile puzzle</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/136/41339/in-cantina/la-toscana-del-vino-un-incredibile-puzzle.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>&nbsp;</p>

<p><strong>Chianti Classico di Casa Emma: sempre convincente</strong><br />
La <a href="https://www.chianticlassico.com/consorzio/chianti-classico-collection/" rel="nofollow">Chianti Classico Collection</a> che si &egrave; tenuta alla <em>Leopolda</em> di Firenze ci ha consegnato, come sempre, degli importanti spunti di riflessione, come riportato <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/136/41250/in-cantina/chianti-classico-segnali-di-moderato-ottimismo-e-vini-sempre-piu-identitari.html">anche nel nostro articolo</a>. Di certo, con questi cambiamenti climatici che portano a un aumento degli eventi atmosferici estremi, nel <em>Chianti Classico</em> i produttori hanno imparato &ndash; forse anche prima di altre zone &ndash; a interpretare le annate, cercando di mantenere una grande bevibilit&agrave; unita a strutture e profondit&agrave; per lunghi affinamenti. L&rsquo;annata 2024 non &egrave; stata facile da interpretare, con acidit&agrave; spiccate che diventavano anche difficili da controllare, trovando il giusto equilibrio. Il <em>Chianti Classico</em> di <a href="https://casaemma.it/" rel="nofollow">Casa Emma</a> (90% <em>Sangiovese</em>, 5% <em>Canaiolo</em>, 5% <em>Malvasia Nera</em>) &egrave; stato la dimostrazione che nonostante le problematiche legate alla vendemmia, si pu&ograve; arrivare a un vino che avesse freschezza ed equilibrio. Negli anni l&rsquo;azienda &egrave; sempre risultata tra le pi&ugrave; convincenti dei nostri assaggi alla <em>Chianti Classico Collection</em>: questo 2024 &egrave; un vino dal naso fruttato e fine, e dal sorso ampio e avvolgente, ma con un finale ancora lungo e profondo.<br />
<strong>RF</strong></p>

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<p>[[ima2]]<strong>Lyra del Palagione, una Vernaccia moderna</strong><br />
Quando nel 1997 <strong>Giorgio Comotti</strong> inizi&ograve; a piantare vigneti a San Gimignano, gli agricoltori del luogo pensavano che fosse un azzardo, perch&eacute; in zone non considerate particolarmente vocate. Ma lui aveva fatto tutte le analisi necessarie, e il tempo gli ha poi dato ragione. Poi ha anche acquisito un terreno a Montagnana. &laquo;Abbiamo preso questo vigneto per avere la possibilit&agrave; di lavorare un terreno diverso: l&agrave; &egrave; una zona pi&ugrave; sabbiosa e siccitosa, mentre gli altri vigneti sono in un&rsquo;area pi&ugrave; ventosa e ricca di argilla. Questo ci permette di bilanciare i vini a secondo delle annate&raquo;.&nbsp;<a href="https://www.ilpalagione.com/" rel="nofollow">Il Palagione</a> negli anni &egrave; riuscito a farsi largo nel mondo del vino, con una <em>Vernaccia di San Gimignano</em> moderna, che riuscisse a conciliare una beva immediata a una bella longevit&agrave;, con eleganza e complessit&agrave;. Tra le diverse espressioni di <em>Vernaccia</em>, <em>Lyra</em> &egrave; quella che vogliamo evidenziare: prodotto solo nelle migliori annate, proprio dal vigneto di Montagnana, la fermentazione avviene in acciaio per il 90% e il 10% in fusti di rovere, poi affinamento di 10 mesi sui lieviti. Nell&rsquo;annata 2022 troviamo una frutta viva, con note agrumate, una leggera spezia dolce, e ampie erbe aromatiche. Al sorso sapidit&agrave; e acidit&agrave; sono la colonna portante di un vino che non stanca mai e che &egrave; pronto anche con abbinamenti pi&ugrave; audaci.<br />
<strong>RF</strong></p>

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<p><strong>Montebamboli, la nuova visione di Petra</strong><br />
Novit&agrave; assoluta in casa <a href="https://www.petrawine.it/" rel="nofollow">Petra</a> dove la visione di <strong>Vittorio Moretti</strong> applicata al talento di <strong>Andrea</strong> <strong>Lonardi</strong>, <em>Master of Wine</em> e ideatore di questo nuovo progetto mette in luce un progetto per esaltare i vini della costa toscana. Il <em>Cabernet Franc Montebamboli</em> &egrave; un vino mediterraneo che colpisce per un profilo succoso di questo vitigno con l&rsquo;intensit&agrave; e il profilo di un vino dall&rsquo;energia contagiosa. Sentori di ribes e fragoline di bosco sfumati al tocco pepato che sfociano in note ematiche delicate e balsamicit&agrave; ricorrente.&nbsp; Il tannino c&rsquo;&egrave; ma il sorso &egrave; fresco e armonico. Una fittezza in bocca che sorprende e siamo certi potr&agrave; elevarsi con successo pur avendo gi&agrave; raggiunto una pronta beva. Un vino che nasce dalla selezione di due vigneti distesi tra i 300 e 400 metri sul livello del mare. Una porzione di Toscana all&rsquo;interno del parco naturale affacciato sulla Val di Cornia e a soli 10 km dalla costa tirrenica.<br />
<strong>Cinzia Benzi </strong></p>

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<p><strong>Il Molinaccio, eleganza e armonia del Nobile</strong><br />
Nel cuore di Montepulciano, tra vigneti, ulivi e querce secolari, sorge <a href="http://www.ilmolinaccio.com/" rel="nofollow">Il Molinaccio</a>, un&rsquo;antica tenuta nata sui resti di un mulino mediceo gi&agrave; citato nelle mappe storiche. Dal 2012 <strong>Alessandro Sartini </strong>ha trasformato questo luogo in un laboratorio di natura e vino, seguendo un approccio biologico e un legame diretto con la terra, dove ogni gesto in vigna e in cantina nasce dall&rsquo;osservazione e dal rispetto del ciclo naturale. Ogni etichetta racconta una storia, legata a un animale simbolo che riflette l&rsquo;istinto e il carattere del vino. Tra queste il <em>Vino Nobile di Montepulciano DOCG La Spinosa 2023</em>, incarna eleganza e armonia, esprimendosi nel calice con un&nbsp;rosso rubino brillante. All&rsquo;olfatto emergono note di ciliegia, fragolina e amarena, accarezzate da leggere nuances floreali e un tocco di spezie, fino a un finale delicato e seducente, capace di conquistare fin dal primo incontro. Al palato il <em>Sangiovese</em> mostra la sua personalit&agrave; con equilibrio ed eleganza, pieno e succoso, ma mai eccessivo, con un sorso pulito che invita a degustarlo lentamente.&nbsp;<em>La Spinosa&nbsp;</em>&egrave; un vino che racconta Montepulciano con autenticit&agrave;, trasformando ogni calice in un piccolo viaggio tra territorio, storia e piacere, dove ogni dettaglio riflette il carattere della famiglia Sartini e la vocazione di questa terra alla qualit&agrave;.<br />
<strong>Fosca Tortorelli</strong></p>

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<p>[[ima3]]<strong>Cortona &egrave; Syrah: l&rsquo;interpretazione di Amerighi</strong><br />
Cortona &egrave; l&rsquo;enclave toscana del <em>Syrah</em>. Un vitigno presente in ogni continente e in ogni parte del mondo, diventato eccellenza grazie ai vini della Valle del Rodano e che in provincia di Arezzo ha trovato terreno, clima e condizioni perfette per eccellere. <strong>Amerighi</strong> &egrave; considerato uno dei pi&ugrave; apprezzati interpreti italiani del <em>Syrah</em>, capace di esprimerne tutta la complessit&agrave; e di esaltare l&rsquo;eleganza del terroir cortonese. Fondata nel 2002 la <em>cantina Amerighi</em>, nasce dal desiderio di creare vini di alto profilo attraverso un&rsquo;agricoltura rispettosa della natura. Le culture seguono i principi biodinamici e rinunciano all&rsquo;uso di prodotti chimici di sintesi. Il <em>Cortona Syrah Amerighi</em> &egrave; un rosso che racconta la Toscana pi&ugrave; autentica attraverso un vitigno internazionale interpretato con carattere territoriale. Le uve raccolte a mano sono in parte diraspate e in parte pigiate con i piedi e le mani. Le fermentazioni sono spontanee con lieviti indigeni, gli affinamenti in cemento e legno e imbottigliamenti senza filtrazioni o correttivi. Questo <em>Syrah</em> si presenta con un colore rubino intenso e luminoso, attraversato da riflessi violacei che ne rivelano la vitalit&agrave;. I sapori sono definiti e stratificati di frutti rossi, note di spezie marcate e una nota tannica pronunciata che potr&agrave; mitigarsi con il tempo.<br />
<strong>Maurizio Trezzi</strong></p>

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<p><strong>Gana 2016, Terre del Sillabo: il tempo &egrave; alleato</strong><br />
<a href="https://www.facebook.com/terredelsillabo/?locale=it_IT" rel="nofollow">Terre del Sillabo</a> conta 5 ettari di vigneto in Val Freddana, a pochi km da Lucca. La prima annata messa in bottiglia da <strong>Giampi Moretti</strong> &ndash; terza generazione in azienda &mdash; &egrave; la &lsquo;93, ma &egrave; solo dal 2000 che si decise per la selezione delle uve migliori e solo nelle annate che lo meritano escono le due etichette pi&ugrave; ricercate. Una di queste &egrave; il <em>Sauvignon Gana</em>, di cui oggi in commercio l&rsquo;annata 2016. Attendere a lungo non &egrave; per&ograve; un vezzo, ma frutto di una circostanza storica prima e di una decisione consapevole poi. Correva l&rsquo;anno 2001 e l&rsquo;attentato alle <em>Twin Towers</em> e la contrazione del mercato USA portano <em>Terre del Sillabo</em> a perdere l&rsquo;importatore statunitense e il mercato principale. Con un certo numero di bottiglie rimaste gioco forza in cantina pi&ugrave; a lungo, <strong>Moretti</strong> scopre &ndash; e con lui i suoi clienti &ndash; che il tempo non toglie, ma anzi dona grazie e luminosit&agrave; ai suoi vini. E da qui inizia un percorso originale e mai pi&ugrave; abbandonato. Il <em>Gana</em> ha al naso foglia di pomodoro, pesca matura ed erbe aromatiche, ma si arricchisce di una leggera nota di idrocarburo e di una mineralit&agrave; che esprime in pieno il territorio. Si tratta senza dubbio di una Toscana &ldquo;diversa&rdquo; e di una produzione di nicchia &ndash; appena 15mila bottiglie &ndash; ma seguite il consiglio: se vi capitasse di trovare quest&rsquo;etichetta in qualche carta dei vini, non ve la lasciate scappare.<br />
<strong>Amelia De Francesco</strong></p>

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<p><strong>Muralia, la Maremma semplice e diretta</strong><br />
Quella di <a href="https://muralia.company.site/" rel="nofollow">Muralia</a> &egrave; una storia di coraggio e capacit&agrave; di cambiare vita per essere in sintonia con la propria identit&agrave;. La Toscana &ndash; la Maremma, per la precisione - ha chiamato <strong>Stefano Casali</strong> e sua moglie <strong>Chiara</strong> e la risposta non &egrave; stata uno slancio improvviso, bens&igrave; un cammino consapevole. Tra i vini che incarnano questo percorso con semplicit&agrave; e stile diretto prendiamo <em>Muralia Igt Toscana Rosso</em>. Un canto essenziale, in cui confluiscono diverse voci del territorio: una presenza leggermente superiore di <em>Syrah</em> (la met&agrave;), poi di <em>Cabernet Sauvignon </em>(30%) <em>e Sangiovese</em> (20%). Questo vino, dalla produzione biologica, viene prodotto nell&rsquo;Alta Maremma, con un suolo caratterizzato da argilla rossa, ciottoli, ferro e altri minerali che contribuiscono a dargli personalit&agrave; insieme ad altri benevoli complici come l&rsquo;influsso del Mar Tirreno. La raccolta a mano avviene a settembre e viene seguita da diraspatura e pigiatura soffice. Quindi si passa alla fermentazione in acciaio inox, tappa che conduce all&rsquo;affinamento per 24 mesi in botti di rovere e per altri 12 nella bottiglia. Nel calice si viene accolti da note di frutta nera, tabacco, spezie e altri tratti intriganti che si lasciano scoprire a poco a poco, mentre in bocca colpiscono pienezza e intensit&agrave;.<br />
<strong>Marilena Lualdi</strong></p>

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<p>[[ima4]]<strong>Vieni via con me in un viaggio di emozioni</strong><br />
Sulle colline che guardano il Tirreno, a Casale Marittimo in Toscana, nasce <em>Vieni via con me</em>, etichetta evocativa dell&rsquo;<a href="https://www.vino.toscani.com/" rel="nofollow">Azienda Agricola Toscani&nbsp;</a>che gi&agrave; dal nome promette un viaggio sensoriale e sentimentale. Siamo tra dolci colline, dove i filari ordinati disegnano il paesaggio e il terreno, dove si alternano sabbia, argille e componenti calcaree, custodisce il calore del sole restituendolo alle viti nelle ore pi&ugrave; fresche.&nbsp;<em>Vieni via con me</em> si presenta con un colore intenso e luminoso, riflessi profondi che richiamano il tramonto estivo. Al naso &egrave; un sussurro elegante: frutti rossi maturi, leggere note speziate, un accenno floreale che ricorda la viola. In bocca rivela struttura e armonia, con tannini setosi e ben integrati, sostenuti da una fresca vena acida che ne allunga la persistenza. L&rsquo;affinamento in legno, calibrato e mai invadente, dona complessit&agrave; senza coprire l&rsquo;identit&agrave; varietale. &Egrave; un vino che parla la lingua del suo territorio: equilibrio tra potenza e grazia, tra sole e terra, tra tecnica enologica e rispetto della natura.&nbsp;<em>Vieni via con me</em> &egrave; un calice che accompagna con discrezione, capace di esprimere carattere e profondit&agrave; senza eccessi, lasciando spazio all&rsquo;ascolto e alla convivialit&agrave;. Un vino che si fa ricordare per autenticit&agrave;, precisione e coerenza stilistica; una bottiglia che invita a scoprire l&rsquo;azienda, la terra nella quale &egrave; custodita, la ricerca e il sacrificio delle persone che le hanno dato vita.<br />
<strong>Stefania Oggioni</strong></p>

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<p><strong>Rosso delle Ripalte, l&rsquo;Elba nel bicchiere</strong><br />
Situata su un promontorio all&rsquo;estremit&agrave; sud-orientale dell&rsquo;Isola d&#39;Elba, <a href="http://www.tenutadelleripalte.it/" rel="nofollow">Tenuta delle Ripalte</a> si estende tra vigneti e macchia mediterranea, affacciandosi su un tratto di costa caratterizzato da spiagge e calette incastonate nell&rsquo;alta scogliera delle Ripe Alte. Tutta la propriet&agrave; &egrave; un<span dir="RTL">&rsquo;</span>oasi naturale, totalmente inserita nel Parco Nazionale dell&rsquo;Arcipelago Toscano. All&rsquo;interno dei 450 ettari complessivi della propriet&agrave;, 16 ettari sono dedicati alla viticoltura, che segue i principi dell&#39;agricoltura sostenibile. Nell&rsquo;area di Poggio Turco sono coltivati prevalentemente vigneti di <em>Aleatico</em>, nella zona del Gorgaccio, invece, si trovano <em>Vermentino</em> e <em>Alicante</em>. L&#39;edificio che ospita la cantina &egrave; stato progettato da <strong>Tobia Scarpa</strong>: un moderno tempio del vino, che si inserisce perfettamente nel contesto naturale unico e selvaggio dell&#39;Isola d&#39;Elba. Il <em>Rosso delle Ripalte</em> &egrave; prodotto da uve di <em>Alicante</em>, con un piccolo saldo di Carignano, comuni a tutto il bacino del Mediterraneo e che ben si adattano al clima arido e caldo dell&rsquo;isola d&rsquo;Elba. Un rosso diverso, dal grande carattere, che profuma di lampone, amarena e fiori spontanei, con sottili note pepate di sottofondo. Il sorso ha slancio e grande dinamismo, tannini leggiadri e grande succo. Ideale con i piatti marinari toscani al pomodoro, come il cacciucco e il baccal&agrave; alla livornese.<br />
<strong>Adele Granieri</strong></p>

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<p><strong>Paleo Bianco, identit&agrave; alternativa di Bolgheri</strong><br />
<a href="https://www.lemacchiole.it/it/home.html" rel="nofollow">Le Macchiole</a>&nbsp;&egrave; tra le cantine che hanno riscritto l&rsquo;identit&agrave; del territorio di Bolgheri, sulla Costa degli Etruschi. Fondata nel 1983 da&nbsp;<strong>Eugenio Campolmi&nbsp;</strong>e&nbsp;<strong>Cinzia Merli</strong>, nasce come scommessa su pochi ettari affacciati al mare, quando qui il vino era ancora una promessa. La scelta di puntare su ricerca, alta densit&agrave; d&rsquo;impianto e monovitigni segna la svolta degli anni &rsquo;90 e vini come&nbsp;<em>Messorio</em>&nbsp;(<em>Merlot</em>) e&nbsp;<em>Scrio</em>&nbsp;(<em>Syrah</em>) diventano espressioni pure e originali del territorio in provincia di Livorno. Ma&nbsp;<em>Le Macchiole</em>&nbsp;non &egrave; solo grandi rossi. Nel 1991 nasce&nbsp;<em>Paleo Bianco</em>, alter ego luminoso di&nbsp;<em>Paleo Rosso</em>, vino immagine dell&rsquo;azienda da&nbsp;<em>Cabernet Franc&nbsp;</em>in purezza e che prende il nome da un&rsquo;erba spontanea del territorio.&nbsp;&nbsp;<em>Paleo Bianco</em>, dicevamo:&nbsp;<em>Chardonnay</em>&nbsp;con una piccola parte di&nbsp;<em>Sauvignon Blanc</em>, prodotto in quantit&agrave; limitate e frutto di un affinamento davvero particolare che dura circa 8 mesi: 10% in barrique e tonneaux nuovi, 70% in barrique e tonneaux di secondo, terzo e quarto passaggio, 20% <em>Tava</em>. &Egrave; un bianco mediterraneo per intensit&agrave; e profondit&agrave;, capace di sorprendere anche per la longevit&agrave;.<br />
<strong>Salvo Ognibene</strong></p>

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<p>[[ima5]]<strong>Merlot La Cura e l&rsquo;idea di Enrico Corsi</strong><br />
Istrionico nella sua bonaria autorevolezza il vignaiolo <strong>Enrico Corsi</strong> interpreta la Maremma con un guizzo d&rsquo;innovazione, senza nulla togliere alla consuetudine rurale di una zona che riesce a mescolare terra con mare, vocazioni viticole sicure e sagaci spinte letterarie. L&rsquo;azienda <a href="http://www.cantinalacura.it/" rel="nofollow">La Cura</a> sorge in localit&agrave; Cura Nuova, areale grossetano proteso verso il Tirreno. Dove la vite dialoga con richiami Etruschi e si cimenta con la forza dei vitigni internazionali, piante che garantiscono non solo prestigio, pure ammirevoli - e vincenti - sfide comparative. Come questa versione di <em>Merlot</em>, portentoso e per certi versi una sorta di vino ancestrale quanto assoluto. Uve di una coltura che vuole essere omaggio all&rsquo;evoluzione di quanti accudiscono la vigna con dovizia ecologica e una certa dose di spiritualit&agrave;. Proprio cos&igrave;. Vinificato solo nelle annate pi&ugrave; convincenti questo <em>Merlot</em> affascina con slanci subitanei, per portamento - colore rubizzo, profondo, quasi ammaliante - e altrettanti sentori di eucalipto, richiami di mirto e pure al singolare Lentisco, timbro curiosamente resinoso, in omaggio alla Macchia tirrenica.<br />
<strong>Nereo Pederzolli</strong></p>

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<p><strong>Argiano e l&rsquo;autorevolezza del Brunello</strong><br />
Nel territorio di&nbsp;Montalcino, la tenuta&nbsp;<a href="https://argiano.net/" rel="nofollow">Argiano&nbsp;</a>rappresenta una delle espressioni storiche pi&ugrave; autorevoli della denominazione. Con origini rinascimentali e oltre cinque secoli di storia, si estende per circa 135 ettari nel quadrante sud-occidentale del comune, a 300 metri di altitudine. I terreni, ricchi di calcare e caratterizzati da differenti matrici geologiche, insieme a un&rsquo;esposizione soleggiata e ventilata dalle brezze tirreniche, favoriscono maturazioni equilibrate e vini di grande finezza e longevit&agrave;. La conduzione dei vigneti segue criteri sostenibili, con una netta prevalenza di <em>Sangiovese Grosso</em> affiancato da limitate parcelle di vitigni internazionali.<br />
Il&nbsp;<em>Brunello di Montalcino&nbsp;2021</em> nasce dalle parcelle pi&ugrave; vocate della propriet&agrave;. Le uve fermentano a temperatura controllata per preservare integrit&agrave; aromatica, precisione e struttura. L&rsquo;affinamento si svolge per un primo anno in barrique e tonneaux francesi, quindi in grandi botti di rovere di Slavonia, seguito da un periodo in cemento prima dell&rsquo;imbottigliamento. Il risultato &egrave; un rosso intenso e profondo, elegante nei profumi, saldo nella trama tannica e dotato di straordinaria capacit&agrave; evolutiva, autentica sintesi del terroir di Montalcino.<br />
<strong>Leonardo Romanelli</strong></p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/toscana-puzzle-1.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/136/41339/in-cantina/la-toscana-del-vino-un-incredibile-puzzle.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/136/in-cantina.html">136</category>			</item>			<item>				<title>Casa Serafini: la cucina del bosco che nasce nel cuore di Borgo Tossignano</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/41198/dallitalia/casa-serafini-la-cucina-del-bosco-che-nasce-nel-cuore-di-borgo-tossignano.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Borgo Tossignano &egrave; un piccolo paese sulla strada che da Imola conduce alla Valle del Santerno, il fiume che segna il confine tra Emilia-Romagna e Toscana. &Egrave; una zona di boschi, dove natura e uomo convivono nel segno del rispetto e del valore. Dare qualche coordinata geografica e descrivere il paesaggio &egrave; fondamentale, perch&eacute; &egrave; proprio il territorio il centro di una storia gastronomica la cui narrazione &egrave; eseguita con grande consapevolezza da chi ha scelto questo borgo per dare vita a un progetto di altissimo livello, culturale e tecnico in senso stretto. Parliamo di cucina di bosco, di Ingrediente &mdash; con la &quot;I&quot; volutamente maiuscola &mdash; perch&eacute; in questa storia gli ingredienti parlano, diventano rappresentazione della poetica del paesaggio e della poetica di <b>Andrea Serafini</b>.</p>

<p>Classe &rsquo;94, <b>Serafini </b>&egrave; innegabilmente un giovane talento in ambito gastronomico contemporaneo. La sua insegna, <a href="https://www.casaserafini.com/" rel="nofollow">Casa Serafini</a>, un anno il 13 febbraio scorso, &egrave; la sua creatura ed &egrave; oggi una delle nuove aperture pi&ugrave; interessanti del panorama ristorativo, a cui &egrave; stato assegnato il premio speciale &quot;Tradizone Futura&quot; da <em>Il Gambero Rosso</em>. L&rsquo;insegna del locale &egrave; discreta, cos&igrave; come gli interni: il camino acceso, i mazzi di fiori secchi e i cesti impagliati appesi al soffitto non tradiscono il luogo. Il servizio &egrave; attento, <b>Arianna Migliori</b> si prende cura degli ospiti, l&rsquo;atmosfera &egrave; come tutte le cose che richiedono vera eleganza: semplice. I supporti in ceramica sono realizzati da piccoli artigiani locali, che hanno realizzato pezzi unici perfetti come cornice della proposta di <i>Casa Serafini</i>. [[ima2]]</p>

<p>La prima domanda che rivolgo ad <b>Andrea Serafini</b> &egrave; essenziale e a che fare con la scelta coraggiosa di voler aprire un ristorante proprio qui, in un borgo ai piedi della collina: <font face="Liberation Serif, serif">&laquo;</font>La mia idea di cucina si fonda profondamente sul territorio ristretto, sulla stagionalit&agrave;, sull&rsquo;atto di attingere dalla natura. In citt&agrave; mi sono sempre sentito con le braccia legate: avevo paura di omologarmi, di diventare uno come tanti, distante da ci&ograve; che per me &egrave; essenziale. Per questo ho scelto consapevolmente di immergermi nella natura. Uscendo dal ristorante, a cinquanta metri, c&rsquo;&egrave; il fiume; tutt&rsquo;intorno le colline, da cui possiamo attingere una parte fondamentale della nostra materia prima.&raquo; [[ima3]]</p>

<p>Partito da un percorso lontano dal mondo della ristorazione, ha costruito la propria identit&agrave; professionale attraverso tanta determinazione, studio, e una passione maturata nel tempo. Dopo aver frequentato l&rsquo;istituto agrario, ha scelto di cambiare direzione e avvicinarsi al settore alberghiero, inizialmente senza la certezza che sarebbe diventato il suo futuro.Terminata la sua esperienza formativa in <a href="https://www.alma.scuolacucina.it/" rel="nofollow">Alma &ndash; La Scuola Internazionale di Cucina Italiana</a>, ha inziato un percorso che lo ha portato a confrontarsi con alcune delle realt&agrave; pi&ugrave; prestigiose della ristorazione d&rsquo;autore. Tra le esperienze che hanno contribuito maggiormente alla sua formazione si annoverano <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/32055/ristoranti/la-presef-della-fiorida.html" target="_blank">La Pr&eacute;sef</a> in Valtellina, il ristorante <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/17570/ristoranti/dagorini.html" target="_blank">Da Gorini </a>a San Piero in Bagno &ndash; esperienza ancora oggi centrale nel suo percorso &ndash;, <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/11137/ristoranti/le-calandre.html" target="_blank">Le Calandre</a> della famiglia <b>Alajmo</b>, <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/11237/ristoranti/il-ridotto.html" target="_blank">Il Ridotto</a>, il <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/11663/ristoranti/san-domenico.html" target="_blank">San Domenico </a>e <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/12827/ristoranti/osteria-francescana.html" target="_blank">Osteria Francescana</a>.</p>

<p>Il menu nasce da scelte ponderate in base a ci&ograve; che la natura offre, ma sempre con una coerenza precisa. Spesso si sente parlare &ndash; forse fin troppo &ndash; di rispetto della materia prima e di cucina di territorio: espressioni che rischiano di essere inflazionate e, in molti casi, promesse mantenute solo a met&agrave;. Questo non &egrave; il caso di <em><i>Casa Serafini</i></em>: &laquo;Il mio menu parte dalla materia prima. Cerco ingredienti direttamente in natura o da piccoli produttori che condividono il nostro progetto etico: cacciatori, allevatori responsabili, carni provenienti da animali che hanno vissuto liberamente. Se si tratta di allevamento, scelgo solo chi lavora con etica e rispetto. Il secondo passaggio &egrave; la tecnica. Faccio le cose nel modo pi&ugrave; essenziale possibile, perch&eacute; i miei maestri mi hanno insegnato cos&igrave;: una materia prima eccezionale ti permette di lavorare con margine d&rsquo;errore zero, e questo &egrave; qualcosa che amo moltissimo. Infine, ci sono i sapori. La mia cucina si fonda sull&rsquo;amaro, uno dei gusti che pi&ugrave; mi appassionano, e sulle tonalit&agrave; acide. Ogni piatto deve raccontare chi siamo, ma allo stesso tempo conquistare chi lo assaggia.&raquo;, racconta <strong>Andrea Serafini</strong>. La sua costante ricerca dei sapori amaricanti rappresenta quindi uno stimolo quotidiano, spingendolo a sperimentare continuamente, a esplorare nuove sfumature e a infondere a ogni piatto una firma distintiva. [[ima4]]</p>

<p>Gli amuse-bouches rappresentano un preludio ben riuscito:<font color="#000000"><font face="Liberation Serif, serif"><font> </font></font></font><em>Panino al vapore, cavolo cappuccio fermentato, mela e aglio nero, Crocchetta di muflone, cavolo nero e foglioline di maggiorana</em> e per concludere un <em>Infuso di bosco</em> preparato con tutto quello che la natura offre in questo momento: pigne, bacche, larice, funghi. L&rsquo;antipasto &egrave; un piatto che concretizza l&rsquo;idea dell&rsquo;insegna di essere il pi&ugrave; sostenibile possibile, il <em>Carciofo, limone bruciato e formaggio di fossa</em> utilizza ogni parte della pianta: il carciofo &egrave; arrostito, la base &egrave; costituita dal formaggio di fossa, mentre al centro si trova una pasta di limone bruciato. Il tutto viene laccato con un fondo vegetale e completato da una polvere ottenuta dalle parti coriacee essiccate del carciofo. Un vero esempio di cucina a spreco zero. [[ima6]]</p>

<p>Con il servizio dei primi, l&rsquo;identit&agrave; della cucina di <strong>Andrea Serafini</strong> si manifesta pienamente: <em>Spaghettone, pinoli, alloro e genziana</em> &egrave; un piatto di affezione per lo chef; la genziana infatti, con il suo sapore amaricante viene perfettamente interpretata dal latte di pinoli, lasciando in bocca una persistente piacevolezza che sorprende i palati meno avvezzzi a questa declinazione di gusto. <em>Pacchero al camino, lievito, grasso di agnello, noci e ruta</em> &egrave; un pacchero passato in seconda cottura sulla fiamma del camino, che acquisisce delicate note di fumo e una consistenza leggera, quasi come pasta soffiata, con una patina croccante all&rsquo;esterno. Viene poi mantecato in padella con una salsa al lievito di birra, grasso d&rsquo;agnello, polvere di ruta e noce fresca, combinando tecnica e ingredienti per creare un piatto ricco di sapori e contrasti. Segue <em>Capra, verza, squacquerone bruciato e bacche di alloro</em>, la carne &egrave; cotta al camino, servita con verza fermentata ripassata in griglia, scquaquerone bruciato e polvere di bacche di alloro. [[ima7]][[ima8]]</p>

<p>Fin qui, il percorso di <strong>Andrea Serafini</strong> appare chiaramente delineato: il suo profondo amore per il bosco e per la cura della materia prima, valori trasmessi dai suoi maestri, nei suoi piatti emergono, definendo uno stile personale e riconoscibile. Il predessert <em>Acqua di prezzemolo e sorbetto all&rsquo;aceto di mele</em> pulisce il palato con freschezza e delicatezza, e lascia il posto a <em>Resina, licheni e latte di capra</em>, un dessert dove lo chef porta il mondo dell&rsquo;amaro anche nei dolci, valorizzando ingredienti del territorio. Alla base, un pan di Spagna cotto al vapore e imbevuto in una bagna ai licheni, accompagnato da una spuma di latte di capra, polvere di lichene e gelato alla resina di pino, perfetta chiusura di un racconto ricco di suggestioni se vogliamo dimenticate o mai conosciute.[[ima9]][[ima10]]</p>

<p>Per <b>Andrea Serafini</b> la natura &egrave; fonte di calma e ispirazione. Ama andare a raccogliere ingredienti, anche in solitudine, vivendo questi momenti come spazi intimi che stimolano nuove idee: da ci&ograve; che osserva nascono collegamenti creativi che si trasformano in piatti. Questo metodo rende la sua cucina autentica e personale: ogni elemento nel piatto ha un senso, un sapore preciso, e nulla &egrave; mai lasciato al caso. Pur essendo nato da solo un anno, il progetto mostra gi&agrave; segni di un futuro promettente: <font color="#000000"><font face="Liberation Serif, serif"><font>&laquo;</font></font></font>Questo primo anno ha superato ogni aspettativa. All&rsquo;inizio avevo paura nonostante tutto il percorso che avevo fatto. Ci sono sempre pro e contro: la gente deve venire per te e devo dire che la risposta che abbiamo avuto &egrave; stata molto pi&ugrave; positiva di quanto immaginassi. Mi fa piacere vedere che tante persone hanno abbracciato il progetto. Alcuni erano diffidenti, ma provando la cucina hanno capito quanta passione e sacrificio ci mettiamo, e hanno colto il messaggio che vogliamo trasmettere: una cucina il pi&ugrave; possibile pulita e rispettosa. Tutte queste sfaccettature sono ci&ograve; che rende speciale il lavoro dell&rsquo;artigiano<font face="Liberation Serif, serif">&raquo;</font><font face="Liberation Serif, serif">. </font>Per il futuro, <a href="https://www.casaserafini.com/" rel="nofollow">Casa Serafini</a> punta a continuare a trasmettere il proprio messaggio, rendendolo sempre pi&ugrave; definito e nitido. Questo rafforzamento contribuir&agrave; a consolidare un&rsquo;identit&agrave; chiara e fondamentale, da perseguire con determinazione fino allo stremo. Sa che non &egrave; possibile piacere a tutti, sia che la cucina sia pi&ugrave; rotonda o spigolosa. &Egrave; proprio questa convinzione a dargli entusiasmo: l&rsquo;impegno deve essere costante per raggiungere un equilibrio perfetto, sostenibile e coerente con il sistema che ha scelto di valorizzare. <font face="Liberation Serif, serif">&laquo;</font>Dedizione, perseveranza e passione sono gli aspetti fondamentali di questo mestiere. La passione &egrave; necessaria, bisogna essere testardi e avere &ldquo;fame&rdquo;, una gran &ldquo;fame&rdquo; di imparare e crescere sempre<font face="Liberation Serif, serif">&raquo;.</font></p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/casaserafini1-2.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/41198/dallitalia/casa-serafini-la-cucina-del-bosco-che-nasce-nel-cuore-di-borgo-tossignano.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/dallitalia.html">44</category>			</item>			<item>				<title>Bigè a Siena: pizzeria contemporanea in due registri, Street e Signature</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/209/41348/mondo-pizza/bige-a-siena-pizzeria-contemporanea-in-due-registri-street-e-signature.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Per molto tempo Piazza del Campo a Siena &egrave; stata una delle piazze pi&ugrave; osservate d&#39;Europa e una delle meno frequentate con vera curiosit&agrave; gastronomica. Straordinaria nella forma e nella storia, ha spesso dato l&#39;impressione che la bellezza bastasse a s&eacute; stessa. Sedersi a mangiare era quasi un atto accessorio, una pausa funzionale pi&ugrave; che un&#39;esperienza da ricordare. In questo scenario, la pizza &egrave; rimasta a lungo un oggetto laterale: presente, ma raramente centrale.</p>

<p>Poi, senza grandi annunci, qualcosa cambia. Non arriva una pizzeria <em>furba</em>, n&eacute; l&#39;ennesima interpretazione addomesticata per il pubblico di passaggio. Arriva una pizza che sceglie di stare dentro la citt&agrave;, di misurarsi con uno spazio complesso e simbolico, senza chiedere sconti n&eacute; indulgenze. Una pizza che non si traveste da monumento, ma che pretende attenzione.</p>

<p>[[ima2]]Il progetto di <a href="https://bigesignaturepizza.it/bige" rel="nofollow">Big&egrave;</a> si muove su due registri, entrambi affacciati sulla piazza, come a volerla attraversare invece che occupare. Da un lato c&#39;&egrave; <em>Signature Pizza</em>, uno spazio pensato per fermarsi, scegliere, concedersi tempo. Dall&#39;altro <em>Street Pizza</em>, una proposta pi&ugrave; rapida, costruita sui ritmi reali del centro storico: studenti, lavoratori, passaggi brevi, fame immediata. Non &egrave; una distinzione di valore, ma di funzione. L&#39;idea resta la stessa, cambia il passo. E in mezzo, sempre, l&#39;impasto.</p>

<p>[[ima3]]A guidare tutto c&#39;&egrave; <strong>Romualdo Rizzuti</strong>, pizzaiolo che ha costruito il proprio percorso lontano dalle luci, con una formazione solida e progressiva. Le origini sono campane, nel Salernitano, dove la pizza &egrave; prima di tutto lavoro quotidiano. Poi Firenze, anni lunghi in pizzerie come dipendente o come gestore, sufficienti per capire che la tecnica ha senso solo se resta leggibile. Qui matura uno stile che negli anni diventa riconoscibile: impasti soffici ma controllati, leggeri, digeribili, governati da tempi lunghi e grande precisione. <strong>Rizzuti</strong> non ha mai cercato l&#39;effetto speciale. La sua &egrave; una pizza contemporanea che lavora per sottrazione, che non accumula, che lascia spazio. L&#39;impasto &egrave; centrale, ma non esibito. &Egrave; una base che regge, accompagna, sostiene. Una pizza che si mangia intera, bordo compreso, senza sforzo e senza stanchezza.</p>

<p>[[ima4]]Questo progetto arriva in una fase di piena maturit&agrave;. Non &egrave; una consulenza, n&eacute; una replica automatica di un modello gi&agrave; funzionante. Qui <strong>Rizzuti</strong> &egrave; presente, quotidiano. Segue le squadre, assaggia, corregge, tiene la linea. La pizza che esce dal forno &egrave; il risultato diretto di una visione precisa, non di un protocollo standardizzato. La tradizione napoletana resta il punto di partenza, mai una gabbia. I grandi classici sono riconoscibili, ma alleggeriti, resi pi&ugrave; urbani. Accanto, innesti toscani calibrati, mai folkloristici, inseriti con misura. La memoria campana dialoga con il territorio che ospita, senza sovrapporsi. Le proposte pi&ugrave; strutturate raccontano questo equilibrio; quelle pi&ugrave; immediate lo applicano in forma diretta, tra <em>pizze a portafoglio</em>, fritti e <em>panuozzi</em> pensati per essere mangiati in piedi, condivisi, vissuti.</p>

<p>[[ima5]]Anche la politica dei prezzi segue la stessa coerenza. Accessibili, urbani, senza forzature. Perch&eacute; la pizza, anche quando &egrave; fatta molto bene, resta un gesto quotidiano. Un cibo che deve poter tornare, non solo colpire. Portare una pizza contemporanea in un luogo come Siena significa esporsi. &Egrave; una citt&agrave; che osserva, che pesa, che difficilmente si lascia sedurre dalle mode passeggere. Proprio per questo rappresenta un banco di prova ideale. Qui non basta il contesto, serve sostanza. Serve continuit&agrave;. Serve rispetto. E il rispetto, in questo caso, non passa dalla timidezza. Passa dalla chiarezza di un&#39;idea, dalla solidit&agrave; di un impasto e dalla capacit&agrave; di stare dentro uno dei luoghi pi&ugrave; fotografati del mondo senza farsi schiacciare. Qui la pizza non chiede permesso. Entra, prende posizione e trova finalmente la sua voce.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/bige-romualdo-rizzuti-identita-pop-2.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/209/41348/mondo-pizza/bige-a-siena-pizzeria-contemporanea-in-due-registri-street-e-signature.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/209/mondo-pizza.html">209</category>			</item>			<item>				<title>Montebamboli, come cresce il progetto di Petra sulla Costa Toscana</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/136/41340/in-cantina/montebamboli-come-cresce-il-progetto-di-petra-sulla-costa-toscana.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>La cucina di <b>Davide Oldani</b>, con il men&ugrave; &ldquo;Radici&rdquo;, ha arricchito la degustazione, in anteprima, delle nuove etichette di <a href="https://www.petrawine.it/" rel="nofollow">Petra</a> con il progetto <a href="http://www.montebamboli.it/" rel="nofollow">Montebamboli</a>. <b>Vittorio Moretti</b>, grande imprenditore franciacortino, oltre 25 anni fa riconobbe in questo luogo, immerso nel Parco naturale dei Montioni, sulla Costa Toscana, una serie di singolarit&agrave;.<br />
<br />
Le vigne furono acquistate e piantate nel 2005, in seguito a una visione che, lentamente, ha permesso a Petra di esprimere un progetto chiaro grazie al supporto del consigliere delegato <b>Andrea Lonardi</b>, Master of Wine, un uomo che ha prestato professionalit&agrave; e sapere: &laquo;Devo portare in azienda visione, scelta e la riscoperta del piacere di imparare. Con Montebamboli abbiamo la possibilit&agrave; di interpretare una Costa diversa, legata non a un modello predefinito ma alle condizioni dei vigneti in quota&raquo;.<br />
<br />
A 400 metri di altitudine sul livello del mare, questa porzione di costa conferma condizioni ideali per una maturazione pi&ugrave; lenta delle uve: luce netta, clima fresco, regolarmente piovoso e temperature pi&ugrave; miti. Dai dati aziendali di Petra emerge che, nel triennio 2022&ndash;2024, a Montebamboli ha piovuto circa il 50% in meno rispetto alla cantina di Suvereto. &laquo;Ci siamo domandati cosa sia successo in questi 25 anni&nbsp; &ndash; spiega Lonardi &ndash; e con <b>Massimo Tuzzi</b>, ceo del Gruppo, nelle ultime 3 stagioni abbiamo studiato, razionalizzato e presentato un primo risultato con questi tre vini&raquo;.<br />
<br />
Le vigne sono immerse nella macchia mediterranea: il suolo &egrave; di terre acide, ricche di scheletro e di minerali ferrosi, con ghiaie da disfacimento di arenarie, argille e flysch calcarei a palombini. Petra resta il quartier generale di vinificazione, pur mantenendo in quota l&rsquo;anima di questo progetto.<br />
<br />
[[ima2]]Prima di entrare nella specificit&agrave; delle tre referenze &egrave; interessante riportare le parole di Lonardi al pranzo di Cornaredo: &laquo;Venticinque anni fa, durante l&rsquo;evento VinoVip Cortina, <b>Alessandro Torcoli</b> coinvolse degli imprenditori italiani a guardare alla costa toscana&nbsp;per capire come poter far evolvere il mito di Sassicaia. Essere figli di questo vino &egrave; un valore importante. Era l&rsquo;epoca in cui prendeva forma l&rsquo;immaginario dei Supertuscan. Da qui nacque la visione di Vittorio Moretti che, con velocit&agrave; e intuito, ha creato Petra&raquo;.<br />
<br />
I vini sono frutto della vendemmia 2024 per Grenache e Cabernet Franc mentre il Vermentino debutta con il millesimo 2025. Il <i>Grenache</i> &egrave; uno storico vitigno della Costa che cambia nome a seconda del luogo: Alica sulla Costa Toscana, Cannonau in Sardegna, Grenache nel sud delle Francia e Garnacha da Perpignan fino al Priorat. La vinificazione &egrave; condotta in tank aperti con un 20-30% di grappolo intero, a seconda dell&rsquo;annata. La macerazione di 20 giorni segue un modello di estrazione soffice (ridotti rimontaggi) e una temperatura di fermentazione compresa tra i 20-25&deg;C, al fine di esaltare la componente di frutta rossa e le note dolci speziature tipiche del vitigno. L&rsquo;affinamento avviene solo in cemento per 6/9 mesi, seguiti da altri 6 in bottiglia.<br />
<br />
Il <i>Vermentino</i> nasce da una selezione di grappoli verdi pressati dopo una notte a bassa temperatura, fermentati in legno nuovo, con note iodate e oleose in evoluzione - sar&agrave; interessante monitorarle col passare del tempo.<br />
<br />
Il <i>Cabernet Franc</i> &egrave; un vino mediterraneo che colpisce per il profilo succoso, l&rsquo;intensit&agrave; e l&rsquo;energia. Sentori di ribes e fragoline di bosco, sfumati al tocco pepato, sfociano in delicate note ematiche e balsamicit&agrave;. Il tannino c&rsquo;&egrave; ma il sorso &egrave; fresco e armonico. Una fittezza in bocca che sorprende e siamo certi potr&agrave; elevarsi.[[ima3]]</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/1-montebamboli-2.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/136/41340/in-cantina/montebamboli-come-cresce-il-progetto-di-petra-sulla-costa-toscana.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/136/in-cantina.html">136</category>			</item>			<item>				<title>Grand Hotel Roma: perché la Capitale attira i grandi alberghi</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/205/41347/hotellerie/grand-hotel-roma-perche-la-capitale-attira-i-grandi-alberghi.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>- <em>Senti, ma che tipo di festa &egrave;, non &egrave; che alle dieci state tutti a ballare in girotondo, io sto buttato in un angolo, no...ah no: se si balla non vengo. No, no...allora non vengo. Che dici vengo? Mi si nota di pi&ugrave; se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente?</em></p>

<p>Quando si parla di Roma viene immediata l&rsquo;associazione al monologo di <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Nanni_Moretti" rel="nofollow">Nanni Moretti</a> in <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Ecce_bombo" rel="nofollow">Ecce bombo</a> (1978), un paradosso che accomuna tre milioni di abitanti nell&rsquo;eterna contraddizione di lanciare il sasso e il nascondere la mano. Giubileo, turismo, crisi ristorative e falsi lanci di nuove tendenze hanno raccontato di un 2025 faticoso, ma &egrave; stato veramente cos&igrave; per tutti?</p>

<p>Una domanda doverosa, da porsi mentre cresce il dibattito intorno all&rsquo;overtourism e mentre l&rsquo;alta ristorazione capitolina rammarica scarse presenze, con una risposta fatta di numeri precisi e di testimonianze dirette. Cos&igrave;, il 2026, ha aperto le porte al terzo anno consecutivo di crescita del turismo del lusso, con numeri di occupazione da capogiro, che riguardano anche la (loro) ristorazione.</p>

<p>La prima testimonianza illustre &egrave; quella dell&rsquo;assessore ai Grandi Eventi, Sport, Turismo e Moda del Comune di Roma <strong>Alessandro Onorato</strong> che cito testualmente: &laquo;I dati sul turismo crescono eccome. Veniamo da un biennio da record, con 51,4 milioni di presenze nel 2024 e il nuovo primato di 52,9 milioni nel 2025, con l&rsquo;occupazione che aumenta del 5,5% all&rsquo;anno da un triennio. Il settore luxury, con 27 alberghi a 5 stelle aperti dal 2021, sta vivendo un momento molto positivo. I turisti alto-spendenti crescono grazie alla strategia di puntare sui grandi eventi e il tasso medio di occupazione delle camere degli alberghi 5 stelle &egrave; stato del 77,4%, con arrivi internazionali saliti del 6,2% sul 2023. A Roma non c&#39;&egrave; mai stata un&#39;offerta adeguata sulla concezione contemporanea di lusso, ma la citt&agrave; sta cambiando volto e nel 2024 solo Londra ha avuto pi&ugrave; aperture di alberghi 5 stelle&raquo;.</p>

<p>[[ima2]]Parole chiare, dette mentre <em>Il Sole24ore</em> valuta l&rsquo;indotto economico del 2024 pari a 13,3 miliardi di euro e <em>Demoskipika</em> stima una spesa di 9 miliardi di euro in Italia nel 2025 a favore dell&rsquo;hospitality di lusso, con un +2,0% per gli arrivi e +1,4% per le presenze, affermando che a livello regionale sarebbero cinque i sistemi turistici a posizionarsi in cima all&rsquo;<em>Elite&nbsp;Index</em> (significa: &quot;Exclusive luxury &amp; international tourism evaluation&quot;): Lazio, Campania, Lombardia, Sardegna e Veneto (fonte <a href="https://demoskopika.it/wp-content/uploads/2025/03/CS-Turismo-Luxury-ELITE-Index.pdf" rel="nofollow">Domoskopika</a>).</p>

<p>Se partiamo da questi dati e li andiamo ad approfondire nelle strutture che caratterizzano l&rsquo;ospitalit&agrave; di lusso nella citt&agrave; di Roma, otteniamo non solo conferma delle proiezioni, ma scopriamo una ulteriore tendenza interessante. Un riferimento utile ce lo fornisce l&rsquo;<em>Istat</em>. Nel primo trimestre del 2025 la spesa di chi proviene da oltreconfine &egrave; stata pari a 5,5 miliardi, in aumento del 6,2% rispetto allo stesso periodo del 2024, a fronte di un calo di presenze di circa il 2%. Ma non &egrave; tutto, perch&eacute; le presenze nelle strutture di fascia alta, che hanno sfiorato i 12,8 milioni di pernottamenti, con oltre 4,5 milioni di arrivi, confermano l&#39;attrattivit&agrave; crescente dell&#39;Italia per la clientela alto-spendente (fonti <a href="https://www.istat.it/comunicato-stampa/flussi-turistici-i-trimestre-2025/" rel="nofollow">Istat</a>&nbsp;e <a href="https://www.ansa.it/canale_lifestyle/notizie/lusso/2025/03/05/turismo-in-hotel-di-lusso-in-italia-vale-9-miliardi-con-13-milioni-presenze_70678826-c348-4dfc-9b3c-6efd019f23f6.html" rel="nofollow">Ansa</a>). Meno persone, pi&ugrave; spesa, dovrebbe dare un risultato diverso dall&rsquo;overtourism, con gli outlet ristorativi degli alberghi 5 stelle e 5 stelle lusso che lavorano con una occupabilit&agrave; media prossima all&rsquo;80% dei coperti complessivi. Tradotto, circa 108 persone al giorno alto-spendenti.</p>

<p>La <a href="https://lti-members.com/" rel="nofollow">Luxury travel intelligence</a> (<em>Lti</em>), piattaforma indipendente specializzata nell&rsquo;analisi e nella valutazione del settore del turismo di fascia alta, ha assegnato nel 2024 a Roma il secondo posto al mondo per nuove aperture di hotel extralusso, superata solo da Londra e messa prima di metropoli internazionali come New York, Sidney, Singapore e Tokyo. Di fatto, la Capitale&nbsp;&egrave; la destinazione pi&ugrave; ricercata e scelta per una nuova generazione di viaggiatori di alta gamma dai paesi <em>Brics</em> (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa), <em>Latam</em>&nbsp;(America Latina), e poi per India, Medio Oriente, oltre che Nord America e Nord Europa, i&nbsp;mercati gi&agrave; consolidati. Non a caso, un recente studio di <a href="https://dipndive.com/" rel="nofollow">Dipndive</a> sulle dieci citt&agrave; mondiali pi&ugrave; ambite e popolari per il 2025, ha eletto Roma al primo posto, con un incremento di interesse del 38,26%, seguita da Tokyo, New York e Parigi.</p>

<p>[[ima3]]Per fugare ogni ragionevole dubbio circa l&rsquo;occupabilit&agrave; degli outlet ristorativi, racconta un buon 2025&nbsp;il <a href="https://www.sixsenses.com/it/hotels-resorts/europe/italy/rome/" rel="nofollow">Six Senses Rome</a>, che segna un +24% di revenue rispetto al 2024, riferendo gli incrementi di <em>Bivium</em> (ristorante all-day dining al piano terra, con annesso giardino) e <em>Notos</em>&nbsp;(il rooftop)<em>. </em></p>

<p>Un&rsquo;altra testimonianza arriva da <strong>Salvatore Fittipaldi</strong>, F&amp;B director dell&rsquo;<a href="https://www.roccofortehotels.com/it/hotels-and-resorts/hotel-de-la-ville/" rel="nofollow">Hotel De la Ville</a>: &laquo;Nel 2025, nonostante le complessit&agrave; logistiche dell&rsquo;anno giubilare, il comparto food &amp; beverage del nostro hotel ha registrato una crescita a doppia cifra, segnando un +11,3% nei coperti totali e un incremento della revenue del 23,4% rispetto all&rsquo;anno precedente. In particolare, il ristorante <em>Cielo</em> si &egrave; confermato una destinazione iconica con un aumento dell&rsquo;affluenza di quasi il 20%, mantenendo una media di occupazione dei tavoli prossima al sold-out durante tutta l&rsquo;alta stagione: un segnale inequivocabile di come il fine dining d&rsquo;albergo a Roma sia ormai un asset centrale per la citt&agrave; e non pi&ugrave; un semplice servizio per gli ospiti interni&raquo;.</p>

<p>Il 28 febbraio, in Piazza del Parlamento, ha aperto l&rsquo;<a href="https://www.corinthia.com/it-it/rome/" rel="nofollow">Hotel Corinthia</a> dentro l&rsquo;ex-Banca d&rsquo;Italia,&nbsp;la spa nei suggestivi sotteranei che ospitavano il caveau, mentre gli outlet ristorativi sono affidati a <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/6/478/chef-e-protagonisti/carlo.html">Carlo Cracco</a>. Dopo le ovvie difficolt&agrave; di avviamento, anche questo nuovo arrivo confermer&agrave;&nbsp;il trend generale? La risposta a questo quesito&nbsp;genera aspettative negli appassionati.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/la-dolce-vita-dal-finestrino.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/205/41347/hotellerie/grand-hotel-roma-perche-la-capitale-attira-i-grandi-alberghi.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/205/hotellerie.html">205</category>			</item>			<item>				<title>Da Degusto, a Umbertide (Perugia) la pizza che non ti aspetti</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/209/41325/mondo-pizza/da-degusto-a-umbertide-perugia-la-pizza-che-non-ti-aspetti.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p><a href="https://www.degustoumbertide.com/" rel="nofollow" target="_blank">Degusto</a> non &egrave; semplicemente una pizzeria: &egrave; un progetto giovane, curato, che a Umbertide, in provincia di Perugia, sta portando una ventata d&rsquo;aria fresca, dimostrando che anche nel nord dell&rsquo;Umbria si possono vivere esperienze degne di nota. Il locale, guidato da <strong>Alessandro</strong> e dalla sua compagna, due ragazzi dalle idee chiare, manifesta a&nbsp;pieno la loro passione. L&rsquo;ambiente &egrave; ampio, ma non dispersivo e colpisce per l&rsquo;attenzione al dettaglio ricercata in ogni aspetto.</p>

<p>Il servizio di sala &egrave; tra i punti di forza: uno staff giovanissimo, attento, in grado di ascoltare l&rsquo;ospite e di accompagnarlo nella scelta, trasmettendo entusiasmo e competenza.</p>

<p>[[ima2]]</p>

<p>Si parte dagli antipasti: salumi selezionati, montanarine leggere, ma soprattutto il fiore all&rsquo;occhiello di questa insegna: <em>la pizza al padellino</em>. Viene condita con topping che includono&nbsp;<em>Blue Stilton</em>&nbsp;e&nbsp;<em>Pata negra</em>, spaziando&nbsp;tra&nbsp;combinazioni pi&ugrave; essenziali fino a&nbsp;interpretazioni pi&ugrave; creative, come la <em>T-Rad</em> al pomodoro o la pizza con tartare. Un formato che diventa terreno di sperimentazione, sempre in equilibrio nel gusto.</p>

<p>[[ima4]]</p>

<p>La carta delle tonde comprende una sezione dedicata alle classiche, eseguite con precisione, dalla <em>Margherita</em> alla <em>Perugina</em> (base margherita e salsiccia umbra) con&nbsp;altre referenze rassicuranti, pensate per chi cerca comfort e tradizione. Ma &egrave; sulle pizze <em>Speciali</em> che <em>Degusto</em> mostra tutta la sua identit&agrave;. La <em>Oltremare</em> &egrave; un viaggio, armonia di fiordilatte, pomodoro San Marzano, alici di Cetara, capperi di Salina Presidio Slow Food, olive peranzane e nere, cipolla di Cannara fresca e caramellata, il tutto legato da olio extravergine bio di Stoica. Un equilibrio complesso ma pulito, dove ogni ingrediente ha un senso e una voce.</p>

<p>[[ima3]]</p>

<p>La vera punta di diamante &egrave; per&ograve; la <em>Spicy Boom</em>. Una pizza audace, dai sapori intensi. Base di pomodoro e fiordilatte, spianata piccante calabrese, &rsquo;nduja artigianale di Spilinga, terra di olive nere, menta fresca &ndash; aggiunta fondamentale, perch&eacute; riequilibra piccante e dolce con freschezza&ndash; marmellata di peperoni e peperoncino di Cayenna, maionese artigianale alla paprika affumicata e, a chiudere, olio evo. Una pizza che spinge, con intelligenza, senza mai stancare.</p>

<p>[[ima5]]</p>

<p>Nota di grande valore: l&rsquo;attenzione all&rsquo;olio extravergine presente non&nbsp;solo in cucina, ma anche al tavolo. Un dettaglio tutt&rsquo;altro che scontato, che racconta una cultura del prodotto.</p>

<p>E poi c&rsquo;&egrave; il dolce, che merita una menzione speciale. Il dessert firma&nbsp;&egrave; <em>Cinema</em>, un piccolo colpo di scena finale: pan brioche morbidissimo, popcorn, ganache al mascarpone, caramello salato e fiocchi di cioccolato. Goloso, avvolgente, con quel contrasto dolce-salato che funziona. Il popcorn, poi, apporta croccantezza e una nota salina che completa l&rsquo;insieme. Bravi!</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/foto-pizzeria-degusto-1.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/209/41325/mondo-pizza/da-degusto-a-umbertide-perugia-la-pizza-che-non-ti-aspetti.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/209/mondo-pizza.html">209</category>			</item>			<item>				<title>Nel suggestivo Palazzo mantovano rinasce Spazio Te, il bistrot firmato Marilisa Allegrini</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/136/41320/in-cantina/nel-suggestivo-palazzo-mantovano-rinasce-spazio-te-il-bistrot-firmato-marilisa-allegrini.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>La magia di<em> Palazzo Te</em>, nel cuore di Mantova, incontra l&rsquo;esperienza del <a href="https://www.marilisa-allegrini.com/it" rel="nofollow" target="_blank">Gruppo Marilisa Allegrini</a> e di <a href="https://www.villadellatorre.it/it" rel="nofollow" target="_blank">Villa Della Torre</a>, a Fumane (Verona), in un progetto che rafforza una collaborazione avviata nel 2022. Da allora il dialogo tra le due realt&agrave; si &egrave; espresso anche attraverso la creazione di vini le cui etichette si ispirano alle opere di Palazzo Te. Oggi quella relazione compie un nuovo passo con una sfida inedita,&nbsp;la riapertura di <a href="https://www.instagram.com/spazio_te/" rel="nofollow" target="_blank">Spazio Te</a>:&nbsp;il bistrot del museo, completamente rinnovato grazie all&rsquo;aggiudicazione di una gara pubblica, sar&agrave; in capo a <em>Villa Della Torre </em>e al <em>Gruppo Marilisa Allegrini.</em></p>

<p>[[ima5]]</p>

<p>&nbsp;</p>

<p>&laquo;La riapertura di <em>Spazio Te</em> &egrave; un tassello importante del percorso con cui <em>Palazzo Te</em> si apre sempre di pi&ugrave; alla citt&agrave;: un luogo da vivere prima, durante e dopo la visita, capace di unire accoglienza, qualit&agrave; e racconto del territorio. Con <em>Villa Della Torre</em> e il <em>Gruppo Marilisa Allegrini</em>, grazie a un dialogo costruito nel tempo e a una visione comune, vogliamo offrire a visitatori e cittadini un&rsquo;esperienza pienamente coerente con l&rsquo;identit&agrave; del museo&raquo;, afferma <strong>Stefano Baia Curioni</strong>, direttore di <em>Palazzo Te</em>.</p>

<p>[[ima2]]</p>

<p>Concedersi una pausa di ristoro accanto alla maestosit&agrave; di questo tempio dell&rsquo;arte, ammirato in tutto il mondo, &egrave; un piacere raro. <em>Spazio T</em>e nasce proprio con questo spirito: un luogo dove fermarsi dopo la visita al museo, ma anche una destinazione autonoma per chi vive o visita la citt&agrave;, accessibile indipendentemente dal percorso museale. Aperto tutti i giorni dalle 9 alle 19, <em>Spazio Te</em> si propone come un luogo&nbsp;di convivialit&agrave;, ideale per <em>prime colazioni, pranzi </em>e<em> aperitivi</em>. La proposta gastronomica valorizza il territorio, intrecciando le tradizioni mantovane e veronesi.</p>

<p>La carta dei vini riunisce tutte le referenze del <em>Gruppo Marilisa Allegrini</em>:</p>

<ul>
	<li><em>Villa Della Torre</em> per la Valpolicella;</li>
	<li><em>Peaks&amp;Valleys</em> per le denominazioni di Valpolicella, Lugana e Soave;</li>
	<li><em>Poggio al Tesoro</em> per Bolgheri;</li>
	<li><em>San Polo</em> per Montalcino.</li>
</ul>

<p>Particolare attenzione &egrave; dedicata alle tre etichette nate dall&rsquo;alleanza con <em>Palazzo Te</em>: <em>&ldquo;Camera di Amore e Psiche&rdquo; Lugana DOC, &ldquo;Camera dei Giganti&rdquo; Valpolicella Superiore DOC </em>e <em>&ldquo;Camera del Sole e della Luna&rdquo; Amarone della Valpolicella DOCG. </em>A queste si aggiunge un&rsquo;ulteriore novit&agrave;: uno<em> Champagne Extra Brut</em> che porta in etichetta il logo della partnership.</p>

<p>[[ima4]]</p>

<p>A suggellare questo dialogo tra arte, vino e territorio, sulle pareti di <em>Spazio Te</em> sono esposte le illustrazioni de <em>Il Gioco del Ramarro</em>, disegnate dall&rsquo;artista <strong>Flaminia Veronesi</strong> e presentate nel giugno 2025. Si tratta di una reinterpretazione del classico Gioco dell&rsquo;Oca che, attraverso quaranta caselle, traccia un percorso ideale da <em>Villa Della Torre</em> a <em>Palazzo Te</em>, incontrando luoghi e personaggi della storia e della mitologia.</p>

<p>[[ima3]]</p>

<p>Il progetto di rinnovamento ha coinvolto anche il <em>giardino esterno</em>, nello spazio compreso tra la Peschiera e l&rsquo;Esedra. &laquo;Gestire uno spazio all&rsquo;interno di un luogo culturale come <em>Palazzo Te</em> significa assumersi una responsabilit&agrave; importante: contribuire alla qualit&agrave; complessiva dell&rsquo;esperienza del visitatore. - chiosa <strong>Caterina Sofia Mastella Allegrini</strong>, direttrice Marketing &amp; Comunicazione del <em>Gruppo Marilisa Allegrini</em> e curatrice del progetto - La stessa cura ha guidato anche le scelte del progetto di ristrutturazione, un intervento delicato che doveva raccontare <em>Palazzo Te</em> e <em>Villa Della Torre</em> e, al tempo stesso, inserirsi con coerenza nel percorso e nel linguaggio del museo. Apriamo le porte ai turisti, ma anche ai cittadini con grande entusiasmo, con l&rsquo;obiettivo di rendere <em>Spazio Te</em> un luogo vivo e funzionale. &Egrave; inoltre in fase di definizione un programma culturale che, attraverso incontri, degustazioni ed eventi, coinvolger&agrave; la citt&agrave; e arricchir&agrave; l&rsquo;offerta per i visitatori&raquo;.</p>

<p>Come sottolinea <strong>Marilisa Allegrini</strong>, Cavaliere del Lavoro e presidente del Gruppo che porta il suo nome: &laquo;La cultura dell&rsquo;accoglienza, il rispetto per il territorio e la volont&agrave; di creare esperienze autentiche sono da sempre le basi del nostro lavoro. Crediamo che l&rsquo;ospitalit&agrave; sia lo strumento per eccellenza per fidelizzare i nostri clienti: un valore capace di generare dialogo e senso di appartenenza. Portare l&rsquo;esperienza di <em>Villa Della Torre</em> a <em>Palazzo Te</em> significa investire in una visione comune che mette al centro le relazioni, la qualit&agrave; dell&rsquo;offerta e la grande bellezza italiana. Nel nostro mini Grand Tour che unisce Verona con Bolgheri e Montalcino, Mantova rappresenta una tappa fondamentale&raquo;.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/palazzo-te-e-villa-della-torre-1.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/136/41320/in-cantina/nel-suggestivo-palazzo-mantovano-rinasce-spazio-te-il-bistrot-firmato-marilisa-allegrini.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/136/in-cantina.html">136</category>			</item>			<item>				<title>«Un altro modello è possibile»: Josep Roca, il Noma e un sistema da cambiare</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/95/41345/dal-mondo/un-altro-modello-e-possibile-josep-roca-il-noma-e-un-sistema-da-cambiare.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Un&rsquo;altra ristorazione &egrave; possibile. Facile dirlo adesso, un passo dopo la discesa collettiva dal carro del <a href="https://noma.dk/" rel="nofollow">Noma</a>&nbsp;(leggi <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/95/41311/dal-mondo/inchiesta-del-new-york-times-sugli-abusi-al-noma-accuse-a-redzepi-che-si-scusa.html">qui</a> e <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/95/41334/dal-mondo/rene-redzepi-si-dimette-dal-noma-mi-scuso-e-mi-faccio-da-parte-ma-il-nostro-team-ora-e-piu-forte-che-mai.html">qui</a>). Dalla primissima brigata di cuochi-soldati voluta da <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Napoleone_Bonaparte" rel="nofollow">Napoleone</a> a quella istituzionalizzata da <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Auguste_Escoffier" rel="nofollow">Georges Auguste Escoffier</a>, fino a quelle degli starchef di tutto il mondo, mai parola &egrave; stata pi&ugrave; esplicativa del concetto. Struttura rigidamente piramidale, codici di comportamento-obbedienza senza scappatoie, il &ldquo;<a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Full_Metal_Jacket" rel="nofollow">full metal jacket</a>&rdquo; della gastronomia &egrave; stato pane quotidiano con pochissime ribellioni conclamate.</p>

<p>La vicenda di <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/6/579/chef-e-protagonisti/rene.html">Ren&eacute; Redzepi</a> non &egrave; che la punta di un iceberg variamente articolato nelle diverse realt&agrave;, ma tutto sommato abbastanza uguale a se stesso, tra chi in alto tutto comanda e chi in basso ha molti doveri e pochi, pochissimi diritti.</p>

<p>Poi c&rsquo;&egrave; <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/32185/ristoranti/el-celler-de-can-roca.html">El&nbsp;Celler de Can Roca</a>. Che sul concetto di brigata, di diritti&amp;doveri e molto altro lavora da quasi quindici anni. I tre fratelli <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/6/582/chef-e-protagonisti/jordi-josep-e-joan.html">Roca</a> sono allineati nei concetti e nelle pratiche. <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/6/4754/chef-e-protagonisti/josep.html">Josep</a> - il secondo dei tre, detto <strong>Pitu</strong>, maestro di sala e di cantina con pochissimi rivali al mondo -&nbsp;ha scelto di raccontarlo. Non sarebbe la prima volta, se non fosse che dopo la presentazione della &ldquo;rivoluzione emozionale&rdquo; al congresso di <a href="https://www.madridfusion.net/" rel="nofollow">Madrid Fusi&oacute;n</a> del 2017 fecero tutti orecchie da mercante. &laquo;Non era di moda parlare di etica, di emozioni, di rispetto, di talenti da proteggere. Il nostro intervento non ebbe alcun seguito&raquo;.</p>

<p>[[ima5]]<strong>Che cos&rsquo;&egrave; la rivoluzione emozionale?</strong><br />
&laquo;Per noi &egrave; difficile raccontare quello che facciamo tutti i giorni, nel senso che per noi &egrave; normalit&agrave;. Nel 2012 abbiamo fatto un investimento, ovvero lavorare insieme a una psicologa per la gestione delle emozioni. Ci era sembrata una scelta necessaria, perch&eacute; avevamo raggiunto una notoriet&agrave; e sviluppato l&rsquo;impresa a tal punto da richiedere una ristrutturazione dalla base. Eravamo molto avanti con la ricerca tecnologica da applicare ai piatti. Ma non c&rsquo;&egrave; rivoluzione tecnologica senza rivoluzione emozionale. Non c&rsquo;&egrave; intelligenza artificiale che tenga. Il fattore umano fa la differenza&raquo;.</p>

<p><strong>Proviamo a tradurla nel quotidiano.</strong><br />
&laquo;Abbiamo in tutto 340 dipendenti, di cui un decimo sono stagisti. Ci sono due team per la cucina (la parola brigata &egrave; bandita, <em>ndr</em>). Trenta persone per servizio. Che lavorano otto ore al giorno. L&rsquo;orario viene rispettato da tutti e per tutti. Se ci sono degli straordinari, vengono pagati adeguatamente&raquo;.</p>

<p>[[ima3]][[ima4]]<strong>Trenta stagisti. Come li trattate?</strong><br />
&laquo;Oggi siamo arrivati ad avere quattro persone che si dedicano completamente a loro, per esaudire tutte le necessit&agrave;. Dormono in nostre strutture, pranzano e cenano insieme a noi, nel locale dei nostri genitori. La formazione &egrave; di livello universitario. Abbiamo molti corsi differenti: germinazione, distillazione, agronomia, lievitazione, cacao, vino, sala&hellip;. Il percorso dura quattro mesi, durante i quali gli stagisti girano tra i nostri locali, cos&igrave; da avere una visione approfondita delle varie parti che compongono il mondo della ristorazione e dell&rsquo;ospitalit&agrave;. Il cento per cento dei nostri dipendenti arriva da qui&raquo;.</p>

<p><strong>Eppure il caso Noma dimostra che la ristorazione sembra muoversi&nbsp;con tutt&rsquo;altre pratiche.</strong><br />
&laquo;Lo sappiamo bene. Sappiamo che l&rsquo;imprinting &egrave; fondamentale. Noi siamo cresciuti nella cucina di mia madre, semplice e piena d&rsquo;amore, sempre con un piatto caldo pronto per chi ne aveva voglia o bisogno. Esattamente come succede con gli abusanti, un capo maltrattato da ragazzo, senza un percorso di elaborazione e guarigione, diventer&agrave; a sua volta maltrattante. Per noi non &egrave; importante l&rsquo;autorit&agrave;, ma la gestione della diversit&agrave;. Non l&rsquo;obbedienza, ma riconoscere che tutti hanno un talento. Noi ci impegniamo a tirarglielo fuori&raquo;.</p>

<p>[[ima2]]<strong>Come?</strong><br />
&laquo;In tanti modi. Il pi&ugrave; divertente contempla l&rsquo;ideazione di piatti da parte degli stagisti. Noi tutti insieme li proviamo e chi ha preparato il piatto che ci &egrave; piaciuto di pi&ugrave; vince un pranzo al <em>Celler</em>&raquo;.</p>

<p><strong>Dalla prima idea alla presentazione di Madrid Fusi&oacute;n &egrave; passato del tempo.</strong><br />
&laquo;Abbiamo impiegato cinque anni per codificare le pratiche della rivoluzione emozionale. La differenza l&rsquo;ha fatta <strong>Inma Puig</strong>, medica e psicologa, specialista nella gestione emozionale delle imprese famigliari e degli sportivi, in team e singoli. Per dire, ha collaborato col Barcellona da <strong>Rijkaard</strong> a <strong>Guardiola</strong>, e poi basket, tennis, tutto ai livelli pi&ugrave; alti. Lei ama dire che dobbiamo ascoltare il doppio di quello che parliamo. E che non bisogna&nbsp;aspettare che una questione diventi un problema, per affrontarlo&raquo;.</p>

<p><strong>Com&rsquo;&egrave; nata la vostra collaborazione?</strong><br />
&laquo;&Egrave; venuta a cena qui. E alla fine, chiacchierando, le ho confessato che negli ultimi mesi&nbsp;avevo la sensazione di comunicare pi&ugrave; facilmente con i clienti che con il mio team. Ci ha proposto di fare una conferenza. Siamo ancora con lei. Tutti i marted&igrave; a pranzo - malgrado il <em>Celler</em> sia fortunatamente sempre sold out, giorno e sera -&nbsp;teniamo il ristorante chiuso e parliamo&raquo;.</p>

<p>[[ima6]]<strong>Non deve essere stato facile.</strong><br />
&laquo;No, anche perch&eacute; all&rsquo;inizio c&rsquo;&egrave; la paura di dire le cose, a volte anche l&rsquo;incapacit&agrave; di verbalizzarle. Paura di dire le cose sbagliate. Di far prevalere il nervosismo. Noi vogliamo che in cucina ci sia intensit&agrave;, non tensione. Non grida mai nessuno, nessuno dice &quot;s&igrave; chef!&quot;. Non ce n&rsquo;&egrave; bisogno, davvero&raquo;.</p>

<p><strong>Risultati?</strong><br />
&laquo;Da qui non va via nessuno. Abbiamo il 50% di donne e un sacco di ragazzi. Il nostro pasticcere ha 19 anni. Del resto, quando abbiamo aperto il <em>Celler</em>, <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/6/4752/chef-e-protagonisti/joan.html">Joan</a> aveva ventidue anni, io venti e <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/6/4753/chef-e-protagonisti/jordi.html">Jordi</a> era un ragazzino&raquo;.</p>

<p><strong>I giovani&nbsp;di oggi sono molto&nbsp;diversi.</strong><br />
&laquo;Abbiamo la miglior generazione di cuochi di tutti i miei quarant&rsquo;anni di attivit&agrave;. Ma viviamo in questa epoca pessimista, e dare felicit&agrave; &egrave; un compito importante, un&rsquo;opportunit&agrave;. I ragazzi sono figli di questo momento. Sono fragili e vulnerabili&raquo;.</p>

<p>&nbsp;</p>

<blockquote>
<p><em><strong>&laquo;Non c&rsquo;&egrave; rivoluzione tecnologica senza rivoluzione emozionale. Il fattore umano fa la differenza (...) L&rsquo;imprinting &egrave; fondamentale. Noi siamo cresciuti nella cucina di mia madre, semplice e piena d&rsquo;amore. Un capo maltrattato da ragazzo, senza un percorso di elaborazione e guarigione, diventer&agrave; a sua volta maltrattante. Per noi non &egrave; importante l&rsquo;autorit&agrave;, ma la gestione della diversit&agrave;. (...) Noi vogliamo che in cucina ci sia intensit&agrave;, non tensione. Nessuno dice &quot;s&igrave; chef!&quot;. Non ce n&rsquo;&egrave; bisogno</strong></em></p>
</blockquote>

<p>&nbsp;</p>

<p><strong>E quindi?</strong><br />
&laquo;Bisogna lavorare pi&ugrave; sull&rsquo;attenzione umana che sulla tecnica. Perch&eacute; &egrave; la&nbsp;sostenibilit&agrave; emozionale a fare la differenza. &Egrave; una priorit&agrave; assoluta. Non si pu&ograve;&nbsp;coltivare il talento senza attenzione alla persona. Non pu&ograve; essere solo il denaro. I ragazzi vogliono essere ascoltati, ancora di pi&ugrave; dopo la pandemia. Il Covid &egrave; stato un punto di non ritorno. Hanno incontrato problemi che non erano certo i&nbsp;nostri. S&igrave; proteggono. Vogliono proteggersi. Sono vulnerabili. Hanno tante informazioni che non sempre sanno gestire. La societ&agrave; chiede numeri, ma le emozioni non sono comprimibili nei dati&hellip; Quando arrivano qui, gi&agrave; pensiamo a quando andranno via, nel senso che cerchiamo di renderli migliori&nbsp;di quando sono arrivati. Non sono roba nostra, appartengono al mondo&raquo;.</p>

<p><strong>Qual &egrave; il vostro segreto?&nbsp;</strong><br />
(Ride) &laquo;Siamo un bistrot con tre stelle. La nostra &egrave; una proposta autentica. Dopo quarant&rsquo;anni siamo ancora cos&igrave;. Il 40% dei clienti &egrave; catalano, il 15% arriva dal resto della Spagna. Questo significa radici. Significa connessione con il territorio e con le persone. E sono sicuro che il fine dining non va a morire. Ma bisogna cambiare. C&rsquo;&egrave; una forte domanda per locali di alta gastronomia, che associno una parte euclidea, scientifica, una parte umanistica e una parte artistica. Avremo meno orchestre sinfoniche e pi&ugrave; concerti acustici. E noi ci saremo&raquo;.</p>

<p><br />
<strong>LEGGI ANCHE:<br />
<a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/41202/dallitalia/il-mito-delleroismo-in-cucina-appunti-per-una-rilettura-necessaria.html">Il mito dell&rsquo;eroismo in cucina: appunti per una rilettura necessaria</a>&nbsp;di Matilde Sirch<br />
<a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/95/41265/dal-mondo/lavorare-gratis-quando-uno-stage-puo-essere-davvero-utile-oppure-no.html">Lavorare gratis? Quando uno stage pu&ograve; essere davvero utile</a>&nbsp;di Christian Puglisi<br />
<a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/41338/dallitalia/facundo-castellani-ale-polemiche-sono-unoccasione-per-migliorare-lindustria-non-sprechiamolaa.html">&laquo;Le polemiche? Occasione per migliorare. Non sprechiamola&raquo;</a> di Facundo Castellani</strong></p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/roca-noma.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/95/41345/dal-mondo/un-altro-modello-e-possibile-josep-roca-il-noma-e-un-sistema-da-cambiare.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/95/dal-mondo.html">95</category>			</item>			<item>				<title>La nuova cucina rurale di Daniele Lippi e Gian Marco Bianchi a Identità Golose Milano</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/413/41343/identita-golose-milano/la-nuova-cucina-rurale-di-daniele-lippi-e-gian-marco-bianchi-a-identita-golose-milano.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Il prossimo appuntamento di <a href="https://www.identitagolosemilano.it/" rel="nofollow">Identit&agrave; Golose Milano</a>, <strong>luned&igrave; 16 marzo</strong>, vedr&agrave; protagonisti due cuochi la cui storia &egrave; profondamente intrecciata: <strong>Daniele Lippi</strong>, due stelle Michelin all&#39;<a href="https://www.acquolinaristorante.it/" rel="nofollow">Acquolina</a> di Roma, e <strong>Gian Marco Bianchi</strong>, head chef di <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/40038/ristoranti/al-madrigale.html">Al Madrigale</a> a Tivoli (Roma), l&#39;insegna che a meno di un anno dall&#39;apertura ha gi&agrave; conquistato il suo primo macaron e il prestigioso <em>Opening of the Year Award</em> della guida Michelin. Per una sera li troveremo fianco a fianco al pass dell&#39;Hub di via Romagnosi, con un menu di quattro portate pi&ugrave; un&#39;entr&eacute;e che intreccia i loro percorsi in un racconto di terra, mare e radici condivise.</p>

<p>C&#39;&egrave; un filo che lega <strong>Lippi</strong> e <strong>Bianchi</strong> e parte da lontano: entrambi, infatti, si sono formati alla scuola dei fratelli <strong>Troiani</strong>, al <em>Convivio</em> di Roma. <strong>Lippi</strong> vi ha trascorso nove anni, diventandone head chef dal 2015; <strong>Bianchi</strong> sette, costruendo le basi di un mestiere che avrebbe poi affinato nelle migliori cucine del mondo. Ma &egrave; all&#39;<em>Acquolina</em> che le loro strade si sono davvero unite, dando vita a un sodalizio professionale e a un&#39;amicizia profonda.</p>

<p>[[ima2]]<strong>Daniele Lippi</strong>, classe 1990, &egrave; oggi una delle voci pi&ugrave; interessanti della cucina italiana contemporanea, tra i migliori chef della sua generazione perch&eacute; fonde lo stimolante spunto gastroculturale al pieno esito gustativo. Il suo lavoro &egrave; una meditazione sul Mediterraneo, &laquo;mare che da secoli unisce popoli, tradizioni e culture diverse&raquo;, come racconta lo stesso <strong>Lippi</strong>: &laquo;la sua acqua fluisce, mescola, contamina e unisce, per questo il mio menu prende un po&#39; di tutto quello che c&#39;&egrave; dentro il Mediterraneo e lo trasforma in qualcosa di nuovo, di diverso&raquo;. Dopo la lunga formazione al <em>Convivio</em>, ha perfezionato il proprio stile ai vertici della ristorazione internazionale: da <strong>Yannick All&eacute;no</strong> al tristellato <em>Pavillon Ledoyen</em> di Parigi, da <strong>Enrico Crippa</strong> al <em>Piazza Duomo</em> di Alba, da <strong>Grant Achatz</strong> all&#39;<em>Alinea</em> di Chicago e in Spagna con <strong>Paolo Casagrande</strong> al <em>Lasarte</em> di <strong>Mart&iacute;n Berasategui</strong>. Nel 2019 il grande salto: la guida dell&#39;<em>Acquolina</em> a Roma, dove ha subito confermato la stella Michelin che gi&agrave; brillava sull&#39;insegna, per poi raddoppiarla nel 2022. Un ristorante, l&#39;<em>Acquolina</em>, oggi pi&ugrave; vivo che mai: nei piatti di <strong>Lippi</strong> dominano armonie soffuse, echi di terre lontane e vicine nel medesimo tempo, una cucina che &egrave; insieme piacere immediato e riflessione gastronomica.</p>

<p>[[ima3]]<strong>Gian Marco Bianchi</strong>, classe 1985, ha attraversato un percorso altrettanto denso e internazionale. Dopo i sette anni al <em>Convivio</em>, ha raggiunto alcune delle cucine pi&ugrave; celebrate al mondo: il tristellato <em>Maaemo</em> di Oslo, l&#39;<em>Alinea</em> di Chicago, lo <em>Schloss Schauenstein</em> di <strong>Andreas Caminada</strong> in Svizzera e l&#39;<em>Eleven Madison Park</em> di <strong>Daniel Humm</strong> a New York. Nel 2022 &egrave; approdato all&#39;<em>Acquolina</em> come executive sous chef, lavorando fianco a fianco con <strong>Lippi</strong>. Dal 2025 guida come head chef <em>Al Madrigale</em> a Tivoli, il nuovo progetto dell&#39;imprenditore <strong>Andrea La Caita</strong> &mdash; gi&agrave; dietro lo stesso <em>Acquolina</em> e <em>Alto</em> a Roma &mdash; nato sotto la supervisione di <strong>Lippi</strong>. <em>Al Madrigale</em> &egrave; diventato casa della nuova cucina rurale: non pura etichetta, bens&igrave; esplorazione intima del territorio tiburtino e valorizzazione della materia prima locale, filtrate dallo sguardo di un cuoco che si &egrave; formato in giro per il mondo, partendo dalla base per poi puntare alle stelle. Una cucina che intreccia transumanza, agricoltura e pensiero contemporaneo: si coltiva, si raccoglie, si trasforma.</p>

<p><strong>Luned&igrave; 16 marzo</strong>, i percorsi di questi due cuochi si intrecceranno in un menu che promette di unire la visione mediterranea di <strong>Lippi</strong> con la vocazione rurale di <strong>Bianchi</strong>. Ecco quello che troverete nell&#39;Hub:<br />
&nbsp;</p>

<p><em>Pane, ventricina di tonno rosso e pecora, peperoni cruschi e finocchiella</em></p>

<p><em>Animella di vitella, limone salato e vongole</em></p>

<p><em>Spaghettone alla matticella, carciofi alla brace, mentuccia romana e crudo di scampi</em></p>

<p><em>Agnello cacio e uova, alici marinate e capperi</em></p>

<p><em>Topinambur, nocciola e tartufo nero</em></p>

<p><br />
Per questa serata il menu sar&agrave; proposto al prezzo di 110 euro a persona, vini inclusi. Vi aspettiamo <strong>luned&igrave; 16 marzo a partire dalle ore 19:30</strong>: per prenotare il vostro posto, <a href="https://www.identitagolosemilano.it/prenotazioni/" rel="nofollow">visitate subito il sito ufficiale dell&#39;Hub</a>.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/fotojet-16-3.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/413/41343/identita-golose-milano/la-nuova-cucina-rurale-di-daniele-lippi-e-gian-marco-bianchi-a-identita-golose-milano.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/413/identita-golose-milano.html">413</category>			</item>			<item>				<title>Sul Lago di Como al Cetino, il primo ristorante di Mauro Colagreco in Italia</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/41341/dallitalia/sul-lago-di-como-al-cetino-il-primo-ristorante-di-mauro-colagreco-in-italia.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Ve lo avevamo anticipato di recente: tra le novit&agrave; pi&ugrave; attese sul Lago di Como per questo 2026 c&rsquo;&egrave; anche il <a href="https://www.marriott.com/it/hotels/mille-the-lake-como-edition/overview/" rel="nofollow" target="_blank">The Lake Como EDITION</a>, a Cadenabbia -&nbsp;inaugurato ufficialmente pochi giorni fa, dopo un breve soft opening a fine estate -, hotel parte della collezione EDITION di <em>Marriott</em>, gi&agrave; presente in tutto il mondo, come pure in Italia con <em>The Rome EDITION</em>, in Via Vittorio Veneto.</p>

<p>[[ima12]]Fronteggia Bellagio e la calma seducente del lago la struttura che un tempo ospitava l&rsquo;hotel Britannia, protagonista negli ultimi anni di una portentosa ristrutturazione che oggi ospita questo brillante progetto.</p>

<p>[[ima6]]Una volta dentro, si palpa una radiosit&agrave; diffusa, raffinata, animata da colori tenui, e una luce che accoglie sin dall&rsquo;ingresso nel&nbsp;<em>Lobby bar</em>, luogo focale dell&rsquo;hotel, in cui si concentra la zona bar, con l&rsquo;iconico tavolo da biliardo e angoli in cui rilassarsi e ritrovarsi in qualsiasi momento della giornata. Alle spalle dell&rsquo;edificio originario, invece, vive l&rsquo;area benessere realizzata completamente ex-novo, ancorata alla visione olistica di longevit&agrave; firmata&nbsp;<a href="https://thelongevitysuite.com/?gad_source=1&amp;gad_campaignid=23619071213&amp;gbraid=0AAAAACzGjOm9aeLnkVMFAeKdhtWdlYq4j&amp;gclid=CjwKCAjw687NBhB4EiwAQ645dr2vw_KC3poXhgTofuJHxOkbvHLvWhbLoaLTCuFILsZ1LJnJ6kAcSRoCZcgQAvD_BwE" rel="nofollow" target="_blank">The Longevity spa</a>.</p>

<p>Diverse le tipologie di stanze, quasi tutte vista lago, la cui ricercatezza si esprime in quell&rsquo;essenzialit&agrave; che accompagna lo sguardo; una scelta consapevole del fatto che non tutti arrivano sul Lago di Como per quella pulizia visiva, preferendo piuttosto <em>la grandeur</em> di strutture che conservano il segno del tempo, e una certa maestosit&agrave;: il <em>The Lake Como EDITION</em>, al contrario, nasce per essere una destinazione alternativa, in cui il lusso diventa leggero, etereo e forse per questo anche pi&ugrave; fruibile.</p>

<p>[[ima5]][[ima11]]Un&rsquo;idea perpetuata, d&rsquo;altronde, anche dal punto di vista gastronomico; ragion per cui si &egrave; scelto di puntare su un modello di ristorazione meno rigido e costrittivo, prediligendo una firma che con leggerezza e pari radiosit&agrave; sapesse elevare ogni attimo della giornata, dalla colazione alla cena, in una parentesi di piacere da vivere senza eccessive etichette.</p>

<p>[[ima4]]Cura, infatti, l&rsquo;intera proposta lo chef <strong>Mauro Colagreco</strong> del <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/32191/ristoranti/mirazur.html" target="_blank">Mirazur</a>, ristorante tre stelle Michelin a Mentone, appena oltrepassato il confine Italia-Francia.</p>

<p>Pensa ben oltre il piatto <strong>Colagreco</strong>, fino a rendere il suo ristorante un micro-ecosistema. Una visione che espande l&rsquo;impatto del singolo contesto anche oltre, fino a renderla linguaggio, l&rsquo;unico possibile per affrontare il presente, ma soprattutto il futuro del nostro Pianeta. Inevitabilmente la visione stessa diviene sapore, coerenza stilistica e, in questo, la cucina di <strong>Colagreco </strong>si manifesta nella sua pienezza, affidandosi a una filiera corta, con solidi riferimenti territoriali ed espressioni stagionali costanti che lo invitano a scoprire e sondare avidamente il circondario.</p>

<p>[[ima2]]Si comincia sorseggiando l&rsquo;aperitivo nel&nbsp;<em>Lobby Bar</em>, accompagnati da deliziosi canap&eacute; ispirati alla Riviera, o ci si lascia tentare dalla proposta informale a bordo piscina; sempre disponibile, invece, <em>l&rsquo;all-day dining</em> <a href="https://www.marriott.com/it/hotels/mille-the-lake-como-edition/dining/" rel="nofollow" target="_blank">Renzo</a>, contraddistinto da piatti immediati, materici, con vista privilegiata da una maestosa terrazza. Fino al cuore della sensibilit&agrave; creativa di <strong>Mauro Colagreco</strong> concentrata nell&rsquo;insegna <em>Cetino</em>, guidata dal resident chef <strong>Francisco Rosciano</strong>.</p>

<p>[[ima8]]Un <em>fine dining</em>, s&igrave;, dall&rsquo;anima conviviale, rilassata, con tanti piatti da condividere, e una freschezza che si protrae dalla combinazione di ingredienti all&rsquo;ambiente: un grande salotto anticipa l&rsquo;ingresso nella sala ristorante e il colore, qui cos&igrave; dirompente e intenso rispetto agli altri ambienti, invita tacitamente ad accedere spensierati in una dimensione intima, accogliente.</p>

<p>[[ima7]]Dopotutto, questa non &egrave; semplicemente l&rsquo;insegna che porta la firma di uno tra gli chef pi&ugrave; influenti al mondo: questa &egrave; la casa di <strong>Colagreco</strong> in Italia, il suo primo ristorante nella terra che gli d&agrave; le origini, quelle pi&ugrave; profonde.</p>

<p>[[ima3]]&laquo;Conoscete le mie origini, la mia carriera, ma questa per me rappresenta una fase molto emozionante -&nbsp;esordisce <strong>Colagreco</strong> -: l&rsquo;apertura del mio primo ristorante in Italia. In realt&agrave; &egrave; molto di pi&ugrave;, c&rsquo;&egrave; di mezzo molto il cuore. Torno dopo due generazioni, di chi ha lasciato l&rsquo;Italia per andare altrove, e torno per cominciare qualcosa di mio, qui, nel Paese di mio nonno. Prima, conoscevo questa regione da turista; ora, per&ograve; comincio a toccarla, a sentirla, a riscoprirla ed &egrave; bellissimo poterlo fare con la sua gente, gli artigiani, i profumi: &egrave; cultura pura ed &egrave; solo l&rsquo;inizio: con il passare del tempo, evolveremo, matureremo, ma sentiamo di essere sulla buona strada&raquo;.</p>

<p>[[ima9]]Buonissima diremmo: perch&eacute; <strong>Colagreco </strong>quella connessione col territorio l&rsquo;ha creata realmente appassionandosi ai prodotti locali, formaggi d&rsquo;alpeggio da perdere la testa, bresaole strepitose, pesce di lago, cucendo il tutto al Mediterraneo che si porta dentro, al respiro fresco delle erbe aromatiche, senza mai stratificare pi&ugrave; del dovuto, preferendo la purezza all&rsquo;eccesso nel piatto.</p>

<p>[[ima10]]Il tocco &egrave; minimale, l&rsquo;ingrediente supremo ed &egrave; cos&igrave; che restano impressi la delicatezza profonda del <em>Gratinato di crostacei con salsa all&rsquo;aglio</em>, la carnosit&agrave; di un <em>Raviolo di&nbsp;trota</em> e la eco persistente dell&rsquo;aneto, o la polpa soda di una Triglia servita intera, con scalogno fritto e un pesto di pomodoro, olive taggiasche, essenza mediterranea di mare e terra. Ed &egrave; cos&igrave; che la natura risuona e l&rsquo;animo, colto da una gioia semplice e improvvisa, gode del piacere della buona tavola. Benvenuto in Italia <strong>Mauro Colagreco</strong>!</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/img-1636.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/41341/dallitalia/sul-lago-di-como-al-cetino-il-primo-ristorante-di-mauro-colagreco-in-italia.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/dallitalia.html">44</category>			</item>			<item>				<title>Panerai celebra Veronelli: I Sodi e la storia di una grande amicizia</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/136/41322/in-cantina/panerai-celebra-veronelli-i-sodi-e-la-storia-di-una-grande-amicizia.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Quello tra <strong>Luigi Veronelli</strong> e <strong>Paolo Panerai </strong>era un legame profondo. Ma possiamo parlare anche al presente: &egrave; un legame profondo. Perch&eacute; <strong>Panerai</strong> non ha mai smesso di celebrare l&rsquo;uomo &ndash; o meglio, l&rsquo;amico &ndash; che &laquo;ha cambiato profondamente il mondo della gastronomia&raquo;.</p>

<p><strong>Panerai</strong>, giornalista ed editore, ha potuto lavorare con <strong>Veronelli</strong> prima nel mondo dell&rsquo;editoria e poi, dagli anni Settanta in poi, per il vino, dopo aver acquisito <a href="https://www.castellare.it/it/" rel="nofollow">Castellare</a> a <em>Castellina in Chianti</em>. Con un pranzo al ristorante <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/11965/ristoranti/da-vittorio.html?geo=1">Da Vittorio</a> a Brusaporto, che fu anche negli anni uno dei luoghi da loro pi&ugrave; frequentati, quando ancora il locale si trovava a Bergamo bassa, <strong>Panerai</strong> ha voluto celebrare i cento anni dalla nascita di <strong>Gino Veronelli</strong>, dedicandogli anche un vino al quale entrambi erano molto legati.</p>

<p>[[ima2]]&laquo;Lui lavorava per <em>Panorama</em> &ndash; spiega <strong>Panerai</strong> &ndash; quando io venni a Milano. Ero un giovane redattore, mentre i dialoghetti erano gi&agrave; la massima espressione di Gino&raquo;.</p>

<p>Tra loro c&rsquo;erano rispetto, stima e profonda amicizia, tanto che anche la voce austera di <strong>Panerai</strong>, mentre parla di <strong>Veronelli</strong>, lascia spazio a momenti di emozione. &laquo;Un giorno &egrave; venuto a <em>Castellare</em> e scendevamo verso la chiesa di San Niccol&ograve;, tra e le due vigne. Io gli spiegai che l&igrave; avrei fatto <em>&ldquo;I Sodi&rdquo;</em>, nome che si riferiva alla struttura compatta del terreno, con il solo <em>Sangioveto</em>. &ldquo;Se sei un purista degli autoctoni, fai anche la <em>Malvasia nera</em>&rdquo; mi disse. E decise lui che il nome doveva essere <em>&ldquo;I Sodi di San Niccol&ograve;&rdquo;</em>, e che non si dovesse mai togliere l&rsquo;articolo determinativo <em>&ldquo;I&rdquo;</em>&raquo;.</p>

<p>[[ima3]]Era il periodo in cui stavano nascendo i primi <em>Supertuscan</em>. &laquo;Mentre altrove <strong>Veronelli</strong> era pi&ugrave; che favorevole all&rsquo;utilizzo dei vitigni internazionali &ndash; continua <strong>Paolo Panerai</strong> &ndash; con il suo tono perentorio mi disse di dimenticarmi il <em>Merlot</em> e Il <em>Cabernet</em>, perch&eacute; con il <em>Sangioveto</em> era meglio la <em>Malvasia Nera</em>&raquo;. Era l&rsquo;agosto del 1976 e <em>I Sodi di San Niccol&ograve;</em> divenne uno dei primi <em>Supertuscan</em>, ma senza vitigni internazionali. Fu <strong>Giacomo Tachis</strong>, allora, l&rsquo;enologo che segu&igrave; la nascita di questo vino. Successivamente, dal 1995, la direzione della produzione non solo di <em>Castellare</em> ma di tutto il gruppo &egrave; stata presa in mano da <strong>Alessandro Cellai</strong>.</p>

<p>&laquo;<em>I Sodi</em> &egrave; il vino bandiera, che &egrave; riuscito a portare dentro s&eacute; il binomio territorio-vitigno &ndash; racconta lo stesso <strong>Cellai</strong> &ndash; Che &egrave; anche nella mia formazione enologica, grazie a <strong>Giacomo Tachis</strong> che &egrave; stato mio maestro e mi ha accompagnato nella mia crescita. Come diceva <strong>Tachis</strong>, in un grande vino ci devono essere tre criteri: anima del terreno, ci&ograve; si dovevano sentire le caratteristiche del territorio, il vitigno, e l&rsquo;anima di chi l&rsquo;ha prodotto. <em>I Sodi</em> ha tutti questi caratteri: vino &egrave; generatore di emozione. L&rsquo;enologo ha la grandissima responsabilit&agrave;, come generatore di emozioni, di dare unicit&agrave; al prodotto. Ed &egrave; quello che cerchiamo di fare in tutti i vini del nostro gruppo&raquo;.</p>

<p>[[ima4]]&laquo;<em>I Sodi di San Niccol&ograve;</em> nasce sui terreni pi&ugrave; difficili da lavorare, con molto sasso, ma sono anche quelli che riescono a dare una maggiore caratterizzazione al vino. La selezione delle uve &egrave; fondamentale, prima il grappolo e poi il singolo acino. La fermentazione avviene in acciaio, poi il vino passa in cemento dove svolge la malolattica: il cemento favorisce la polimerizzazione dei polifenoli. Poi il vino affina per 24 mesi in botte: &egrave; fondamentale la scelta dei legni, affinch&eacute; non siano mai sovrastanti. Quindi torna in cemento per l&rsquo;illimpidimento e infine arriva in bottiglia. Un vino piacevole all&rsquo;inizio, ma che poi evolve in maniera positiva per anni&raquo;.</p>

<p>In onore dei cento anni dalla nascita di <strong>Veronelli</strong>, <strong>Paolo Panerai</strong> ha deciso di omaggiare l&rsquo;amico con un&rsquo;edizione limitata: <em>I Sodi di Veronelli</em>. Si tratta di 3mila bottiglie de <em>I Sodi di San Niccol&ograve; 2021</em> con un&rsquo;etichetta da sfogliare di colore rosso, come il mantello con cui <strong>Veronelli</strong> era solito avvolgersi. A impreziosire la bottiglia, un libretto che racconta la storia di un incontro importante, quello appunto tra <strong>Veronelli</strong> e <strong>Panerai</strong>.</p>

<p>[[ima5]]La giornata di celebrazione &egrave; stata inoltre l&rsquo;occasione per rilanciare un altro progetto importante, che ha preso vita da circa due anni. A raccontarlo &egrave; <strong>Gian Arturo Rota</strong>, genero di <strong>Veronelli</strong>, che nel tempo ha lavorato per preservare il grande patrimonio lasciato. Si tratta de <a href="https://www.ilveronelli.it/" rel="nofollow">Il Veronelli</a> (come il nome della sua prima enciclopedia sui vini e sugli alcoli), un luogo dove rivive la storia di questi ultimi cento anni. &laquo;Abbiamo riprodotto la sua biblioteca, lo studio, la sala degustazione e la celeberrima cantina. &Egrave; uno spazio a disposizione di chi vuole studiare l&rsquo;opera di <strong>Veronelli</strong>&raquo;.</p>

<p>Di storie e aneddoti ce ne sarebbero davvero tanti. Ma forse, pi&ugrave; di tutto, <strong>Veronelli</strong> avrebbe avuto piacere che lo si ricordasse con un bicchiere in mano. E un sorriso di gratitudine.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/i-sodi-di-sniccolo-2021-edizione-limitata-i-sodi-di-veronelli.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/136/41322/in-cantina/panerai-celebra-veronelli-i-sodi-e-la-storia-di-una-grande-amicizia.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/136/in-cantina.html">136</category>			</item>			<item>				<title>La Sicilia di Cuttaia nell'hub: memoria, ricerca e il ruolo del cuoco contemporaneo</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/413/41337/identita-golose-milano/la-sicilia-di-cuttaia-nellhub-memoria-ricerca-e-il-ruolo-del-cuoco-contemporaneo.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Quando <strong>Pino Cuttaia</strong> cucina fuori da Licata, porta con s&eacute; un intero paesaggio. Non solo ingredienti siciliani, ma un modo di pensare il piatto che nasce dal ricordo, dalla stagione, dal gesto antico ripetuto e reinventato. Lo abbiamo raccontato molte volte su queste pagine, e mercoled&igrave; 11 marzo a <em>Identit&agrave; Golose Milano</em> lo abbiamo visto accadere ancora una volta: lo chef de <em>La Madia</em> &mdash; due stelle Michelin a Licata, in provincia di Agrigento, aperta nel 2000 insieme alla moglie <strong>Loredana Cipriano</strong> &mdash; ha portato nell&#39;hub cinque piatti che sono l&#39;espressione pi&ugrave; attuale della sua ricerca, creazioni recenti in cui la capacit&agrave; di trasformare il ricordo in pietanza si manifesta con una maturit&agrave; e una consapevolezza ancora pi&ugrave; profonde.</p>

<p>A fine servizio ci siamo seduti con lui per parlare di questa ricerca e di quello che lo interessa oggi, in una stagione della ristorazione italiana che &egrave; molto diversa da quelle che abbiamo attraversato insieme negli ultimi anni.</p>

<p>[[ima2]]&laquo;Tutto nasce da una necessit&agrave;&raquo;, esordisce <strong>Cuttaia</strong>. &laquo;Oggi il cuoco, ancor pi&ugrave; che in passato, diventa il custode di una tradizione che non viene pi&ugrave; tramandata tra madre e figli. A casa si cucina sempre meno, la mamma ha cambiato mestiere, non ha pi&ugrave; un ruolo domestico: quel patrimonio gastronomico che prima passava di generazione in generazione si sta interrompendo. Se il cuoco non lo riprende in mano, per riportarlo di nuovo in vita, perderemo un sapere di secoli di storia. Come abbiamo gi&agrave; perso tanti mestieri, dal calzolaio al sarto: tutto quel sapere che veniva tramandato. Oggi il cuoco ha una responsabilit&agrave; in pi&ugrave;, una responsabilit&agrave; quasi sociale: proteggere il proprio territorio ed esserne ancora di pi&ugrave; l&#39;ambasciatore&raquo;.</p>

<p>Una riflessione che si traduce in una visione molto concreta del ristorante e del suo ruolo. &laquo;Credo molto nella fidelizzazione del cliente&raquo;, prosegue. &laquo;Oggi il ristorante &egrave; l&#39;unico luogo dove la tavola pu&ograve; unire gli amici e le persone care. Deve essere una casa, una casa di un certo tipo, dove alla base c&#39;&egrave; il cuoco contemporaneo, che &egrave; quasi una mamma che ospita i propri clienti. La differenza tra una trattoria e un grande ristorante, tra qualche anno, sar&agrave; minima. Un macco di fave &mdash; che prima era un cibo che mangiavano i contadini e le loro famiglie &mdash; oggi diventa un piatto importante e contemporaneo: possono mangiarlo i vegani, i vegetariani, &egrave; proteico. E se lo servi in un Richard Ginori, con una bella bottiglia e un bel servizio, hai mangiato un pezzo di storia&raquo;.</p>

<p>Nel momento in cui l&#39;Italia ha ottenuto il riconoscimento Unesco per il proprio patrimonio gastronomico, questa consapevolezza diventa ancora pi&ugrave; importante: &laquo;Non ci dobbiamo pi&ugrave; vergognare, non ci sono ingredienti ricchi e ingredienti poveri: queste distinzioni le ha fatte l&#39;uomo, non la natura. Qualsiasi ingrediente che possa evocare, raccontare, dare un&#39;emozione merita di essere portato in tavola. Un cuoco non &egrave; grande perch&eacute; mette mille colori nel piatto: cresce attraverso l&#39;ingrediente&nbsp;e attraverso il proprio gesto pu&ograve; raccontare la propria storia. C&#39;&egrave; il cuoco di trent&#39;anni, quello di quaranta, di cinquanta, di sessanta: la semplicit&agrave; del gesto racconta la maturit&agrave; del percorso&raquo;.</p>

<p>[[ima3]]Per questa&nbsp;serata milanese, <strong>Cuttaia</strong> ha costruito un menu di cinque portate che sono la fotografia pi&ugrave; recente di questo percorso. Ha iniziato raccontandoci la genesi della <em>Cr&egrave;me brul&eacute;e di polpo</em>, un piatto nato &laquo;quasi per necessit&agrave;. Ero stanco di vedere nei ristoranti il polpo servito sempre con i tentacoli in vista. Volevo restituirgli una dignit&agrave;, renderlo pi&ugrave; elegante. E lavorandoci ho capito che la pelle &egrave; l&#39;essenza dell&#39;animale: &egrave; attraverso la pelle che si percepisce ci&ograve; di cui si &egrave; nutrito, &egrave; l&igrave; che sta il gusto, non nella carne. Come per l&#39;uomo: noi siamo quello che mangiamo, e dalla pelle si capisce se l&#39;animale ha mangiato bene o no. Da questa intuizione &egrave; nata la sofisticazione del piatto&raquo;.</p>

<p>L&#39;<em>Ipogeo Terramare</em> &mdash; accompagnato da una cartolina che ne racconta le suggestioni &mdash; esplora invece il mondo sotterraneo, ci&ograve; che cresce sotto la terra e sotto la sabbia. &laquo;L&#39;indizio di partenza &egrave; stata la lumaca, che si nutre della bietola, e la bietola sa di terra. Ma non tutti mangiano la lumaca, e allora ho pensato al cannolicchio, che manco a farlo apposta sa di bietola e vive in una dimensione parallela a quella delle radici, tra mare e terra. Da l&igrave; nasce tutto il gioco della rapa, e il gesto di mangiare una tagliatella di rapa con la forchetta, andando a raccogliere tutto quel condimento, diventa un gesto molto goloso e molto italiano&raquo;.</p>

<p>La <em>Scampagnata di una Cernia</em> &egrave; un piatto che ha toccato nel profondo i commensali siciliani presenti in sala, che vi hanno ritrovato un ricordo d&#39;infanzia. &laquo;Siamo vicini a Pasqua e Pasquetta, e ho voluto raccontare proprio quello: la scampagnata, il carciofo arrostito. Molti hanno riconosciuto in questo piatto il sapore e l&#39;atmosfera di quelle giornate all&#39;aperto&raquo;.</p>

<p>[[ima4]]Nei due dolci, infine, <strong>Cuttaia</strong> ha portato la Sicilia pi&ugrave; intima e golosa. <em>La Nuova cassata all&#39;olio evo</em> ripensa il dolce iconico dell&#39;isola con una sottigliezza che ne cambia la percezione: &laquo;Come nella cialda della cr&egrave;me brul&eacute;e, la stratificazione esalta il gusto. Se dovessimo mangiare un tartufo a morsi non sarebbe la stessa cosa di quando lo lamelliamo: la consistenza in bocca e l&#39;aroma cambiano completamente. Cos&igrave; un velo di marzapane con l&#39;olio d&#39;oliva &mdash; che lo rende meno dolce e meno stucchevole &mdash; esalta ancora di pi&ugrave; l&#39;essenza della mandorla, evocando la cassata senza renderla pesante&raquo;.</p>

<p>E la <em>Torta sfogliata con zabaglione al Vecchio Samperi</em> chiude la serata in un abbraccio di festa: &laquo;&Egrave; una giornata golosa, dove alla fine si gode. Arriva questa torta, dici non ce la faccio, e invece poi ce la fai&raquo;. In scioltezza, aggiungiamo noi, felici.&nbsp;</p>

<p>Di seguito, le foto dei singoli piatti, con le spiegazioni tecniche su ciascuno di loro, sempre grazie alle parole di <strong>Pino Cuttaia</strong>.<br />
<br />
[[ima5]][[ima6]][[ima7]][[ima8]][[ima9]]</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/whatsapp-image-2026-03-12-at-142229.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/413/41337/identita-golose-milano/la-sicilia-di-cuttaia-nellhub-memoria-ricerca-e-il-ruolo-del-cuoco-contemporaneo.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/413/identita-golose-milano.html">413</category>			</item>			<item>				<title>Facundo Castellani: «Le polemiche sono un'occasione per migliorare l'industria. Non sprechiamola»</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/41338/dallitalia/facundo-castellani-le-polemiche-sono-unoccasione-per-migliorare-lindustria-non-sprechiamola.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p><em>J&rsquo;Accuse</em>. Servirsi d&rsquo;un titolo forte, che richiama il celebre editoriale di<strong> &Eacute;mile Zola</strong>, per parlare di cucina pu&ograve; sembrare eccessivo, a prima vista. Per&ograve; pu&ograve; anche servire a catturare l&rsquo;attenzione,&nbsp;a invogliare a leggere.&nbsp;<br />
<br />
Fin dall&rsquo;inizio, quando iniziavo a spadellare e pelare patate, mentre pulivo piatti o cercavo di giostrarmi tra i fuochi, mi facevo tantissime domande sulla vita in cucina, sulle responsabilit&agrave; della nostra professione, sul perch&eacute; e come farlo. Nei primi anni 2000, a C&oacute;rdoba, la mia citt&agrave; natale, stare in cucina era un lavoro da pirati. Uomini che cercavano di portare a casa uno stipendio - a volte facendo meglio, a volte peggio &ndash; non avevano la pretesa di farsi certe domande. Anche perch&eacute; avevano poco tempo per farlo: nei paesi che il mondo ha deciso di chiamare &ldquo;in via di sviluppo&rdquo;, l&rsquo;unica priorit&agrave; tante volte &egrave; quella di portare qualcosa da mangiare a casa, che uno faccia il cuoco, il tassista o l&rsquo;operaio.&nbsp;<br />
<br />
A 20 anni dividevo le mie giornate tra la cucina e gli studi di Antropologia nell&rsquo;universit&agrave; della mia citt&agrave;. Al terzo o quarto anno avevo deciso di dedicarmi ai fornelli. a tempo pieno. Mia mamma non era d&rsquo;accordo: &laquo;Perch&eacute; lo fai? Sei troppo intelligente per fare il cuoco&raquo;. Non &egrave; narcisismo; &egrave; solo uno spunto per proseguire nel discorso. Perch&eacute; quella domanda era&nbsp;la scintilla che ne generava&nbsp;altre: perch&eacute; un cuoco non pu&ograve; essere intelligente? Perch&eacute; un cuoco non pu&ograve; continuare a studiare? Perch&eacute; non &egrave; accettato come persona pensante? Perch&eacute; non dovremmo porci domande sulla natura della nostra professione?<br />
<br />
Negli anni successivi non ho mai smesso di studiare, leggere, cercare e ricercare. Mi facevo mille questioni sul come e il perch&eacute; delle cose, su quale reazione potesse scatenare una certa azione. Avevo scelto di seguire il cammino delle Stelle: per quelli che fanno il nostro mestiere sono l&rsquo;ultimo traguardo, l&rsquo;obiettivo finale.&nbsp;Una stella - Michelin, quella guida cos&igrave; pretenziosa da stabilire chi fa bene o male le cose, chiss&agrave; secondo quali standard - assegna al ristorante una certa credibilit&agrave;, lo fa entrare in un firmamento di prestigio, speciale. Se io lavoro in un ristorante stellato allora sono forte, sono bravo, sono parte d&rsquo;un&rsquo;&eacute;lite che cucina per altre &eacute;lite. Di un luogo che confeziona &ldquo;un&rsquo;esperienza&rdquo;, un concetto che va oltre la bont&agrave; del piatto. In uno di questi ristoranti, una volta mi sono sentito dire: &laquo;Noi cerchiamo la perfezione, lavoriamo per migliorare la natura. Non c&rsquo;&egrave; spazio per l&rsquo;errore, non si pu&ograve; sbagliare&raquo;.</p>

<p><br />
Prima di perdere il filo, facciamo altri due passi in dietro. Il mondo della ristorazione, frequentato da cuochi, cuoche, camerieri, sommelier, pasticceri, giornalisti e contabili, anni fa ha deciso di dividere i ristoranti in buoni e meno buoni, in eccezionali e meno eccezionali, in stellati e non, in &ldquo;migliori ristoranti del mondo&rdquo;, &ldquo;migliori chef&rdquo; e gli altri.&nbsp;Non vorrei fare troppe generalizzazioni, ma quasi tutti questi ristoranti seguono delle norme: fanno alta cucina e ricerca sui prodotti, costruiscono storytelling sulla sostenibilit&agrave;, varano prezzi spesso aldil&agrave; della norma, allestiscono brigate in cui qualunque cuoco o cameriere vorrebbe lavorare. Mettono in scena tecniche pazzesche e opere d&rsquo;arte: bellissime sempre, buone tante volte. Sostenibili? Mah: per arrivare a fare quel piatto fantastico, quel ristorante &ldquo;migliore al mondo&rdquo; ha bisogno di tanto personale e risorse, tante ore e tanto sacrificio e anche un po&rsquo; di violenza, fisica e psicologica, personale sotto pagato o addirittura non pagato, persone che non dormono e che tremano mentre mettono un fiore su un piatto o che ricevono insulti mentre tagliano &ldquo;male&rdquo; un pesce.<br />
<br />
E qui ritorno all&rsquo;inizio. Ogni giorno che facevo 16 ore in piedi, dietro ai fornelli, mi tornava in mente mia madre che mi chiedeva perch&eacute; avessi lasciato l&rsquo;universit&agrave;. Mi assalivano mille contraddizioni, cucinavo con un coltello in mano e con la testa altrove, sempre con quella domanda in testa.&nbsp;Oggi, una delle pi&ugrave; frequenti che mi faccio riguarda le nostre responsabilit&agrave; di persone che lavorano con il tesoro pi&ugrave; grande che c&rsquo;&egrave;, il cibo. In un mondo che sta andando a rotoli, perch&eacute; non alzare la voce (e le padelle) e attirare un po&rsquo; di attenzione? Credo che ognuno di noi oggi debba cercare di rendersi pi&ugrave; utile al mondo e alla societ&agrave; che abitiamo. <strong>&Eacute;mile Zola</strong> scriveva: &laquo;Accuso gli uffici della guerra di avere condotto attraverso la stampa una campagna vergognosa per distogliere l&rsquo;opinione pubblica e coprire gli errori fatti&hellip;&raquo;. Forse qualcuno di noi dovrebbe prendere il posto di Zola, alzare la bandiera e accusare.<br />
<br />
La cucina dev&rsquo;essere un luogo di aggregazione e cambiamento. I ristoranti oggi hanno una visibilit&agrave; incredibile, non sprechiamola. Come cuochi, decidiamo di non andare a lavorare in certi posti se sappiamo cosa succede l&igrave; dentro. Come giornalisti, non continuiamo ad acclamare chef come modelli da seguire se veniamo a sapere come si comportano dietro le quinte. Come guide, non parliamo di &ldquo;migliori&rdquo; se per il nostro mondo fanno poco.&nbsp;Ieri leggevo un collega che scriveva &laquo;A cosa serve il piccione frollato per cento secoli e la zucchina raccolta al plenilunio se poi dietro vincono maltrattamenti, ingiustizie e altre cose brutte?&raquo;. Per me la radice della questione sta qui. Non leggittimiamo pi&ugrave; questa situazione, non guardiamo pi&ugrave; dall&rsquo;altra parte, non facciamo finta che questo non succeda.<br />
<br />
Zola finiva il suo J&rsquo;accuse scrivendo: &laquo;Ho un solo obiettivo, il trionfo della verit&agrave; in nome dell&rsquo;umanit&agrave;&hellip;&raquo;. Potr&agrave; suonare&nbsp;arrogante porre la stessa questione di un grande personaggio come lui. E&nbsp;non punto il dito contro nessuno, anzi, prima lo punto su me stesso. Ma la questione Noma ha aperto una porta che ci invita a entrare. Una soglia oltre la quale tutti noi possiamo scrivere un nuovo capitolo. Perch&eacute; noi si possa rispondere alle nostre madri che s&igrave;, i cuochi possono anche essere intelligenti.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/facundo-castellani.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/41338/dallitalia/facundo-castellani-le-polemiche-sono-unoccasione-per-migliorare-lindustria-non-sprechiamola.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/dallitalia.html">44</category>			</item>			<item>				<title>È tempo di Zeppole di San Giuseppe: come realizzarle a casa perfettamente</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/97/41335/dolcezze/e-tempo-di-zeppole-di-san-giuseppe-come-realizzarle-a-casa-perfettamente.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>La tradizione vuole che il 19 marzo, in occasione della festa del pap&agrave;, in gran parte delle pasticcerie del Bel Paese, e soprattutto in quelle napoletane le vetrine si popolino di <em>Zeppole di San Giuseppe</em>, un dolce semplicissimo nella sua composizione e facile da realizzare, seguendo accuratamente delle piccole accortezze per un risultato ottimale, il che vuol dire <em>una pasta choux ben lievitata</em> -&nbsp;sebbene non si faccia uso di lievito -, una <em>crema pasticciera</em> bilanciata negli zuccheri ed eterea, profumata, e un equilibrio sottile tra le due componenti, cosicch&eacute; la farcia non sovrasti la delicata bont&agrave; dello choux.</p>

<p>Ma perch&eacute; proprio questo dolce a San Giuseppe? Si narra che durante la fuga in Egitto con Maria e Ges&ugrave;, Giuseppe per sostenere la famiglia inizia a friggere e poi a vendere frittelle; per altri, la zeppola ricorda il legno arrotolato utilizzato dal falegname, che in fondo &egrave; il mestiere di Giuseppe&hellip; Supposizioni, leggende ma una cosa &egrave; certa: la ricetta delle zeppole, cos&igrave; come le conosciamo, nasce nei monasteri napoletani, come gran parte della pasticceria tradizionale della citt&agrave;, e concedersele regala un attimo di infinito piacere.</p>

<p>Un altro quesito &egrave;:<em> fritta o al forno</em>? Dipende dalle preferenze, ma <em>a Napoli la zeppola &egrave; fritta</em>. Non solo: la ricetta originale prevede che venga cotta nello <em>strutto </em>il quale, a differenza di quanto possiamo pensare, &egrave; molto pi&ugrave; leggero dell&rsquo;olio. Facciamo un esperimento: proviamo a sciogliere dello strutto. Il risultato sar&agrave; un liquido molto fluido, quasi acqua, mentre l&rsquo;olio resta sempre pi&ugrave; pesante, corposo, e cos&igrave; grava anche sull&#39;impasto. Eppure, per ragioni di gusto generale, gran parte delle pasticcerie punta ormai solo su o predilige la cottura al forno.</p>

<p>[[ima4]]Ce lo spiega bene,<strong> Francesco&nbsp;Romano</strong>, anima&nbsp;della pasticceria <a href="https://www.maliamilano.com/" rel="nofollow" target="_blank">Mal&igrave;a</a> a Milano che, dal 2017, porta&nbsp;avanti nella sua bottega in zona Primaticcio (ce n&rsquo;&egrave; una anche in zona City Life, e presto potrebbe aggiungersi un terzo punto vendita in citt&agrave;) la tradizione dolciaria partenopea. Non solo, a condire il banco di <em>Mal&igrave;a</em> c&rsquo;&egrave; anche una ricca gastronomia con specialit&agrave; presenti tutto l&rsquo;anno -&nbsp;la <em>parmigiana</em>, divina, carica, e con lei <em>gatt&ograve; di patate, parigine, pizze di scarola</em> &ndash; e altre chicche che variano quotidianamente.</p>

<p>[[ima3]]Perch&eacute;, dopotutto,&nbsp;<strong>Francesco&nbsp;</strong>nasce cuoco e cresce in cucine importanti, dal <em>Don Alfonso</em> a Sant&#39;Agata dei due Golfi passando per il <em>Seta</em> al <em>Mandarin Oriental Milano</em>, e altre realt&agrave; dove si muove da solista nella guida della brigata. Passano gli anni, la passione quella mai, ma subentra l&rsquo;esigenza di costruire intorno a s&eacute; una dimensione pi&ugrave; morbida, con tempi pi&ugrave; flessibili e soprattutto un luogo in cui potersi esprimere pienamente: <em>Mal&igrave;a</em>, appunto.</p>

<p>[[ima2]]Un luogo di tradizione, con una selezione che, per&ograve; non si astiene da chicche da colazione sempre diverse e pi&ugrave; innovative, dolci classici con un twist creativo che rispecchiano l&rsquo;identit&agrave; del luogo &ndash; per la Pasqua, per esempio, <strong>Francesco</strong> sta lavorando a una <em>Colomba anacaprese</em> che promette picchi di gioia intensi.&nbsp;E&nbsp;anche in tema zeppole, sono disponibili versioni special, come <em>ricotta&nbsp;e pistacchio </em>o<em> chantilly e fragoline</em>.</p>

<p>[[ima5]]Noi abbiamo scelto, realizzato e poi azzannato la zeppola tradizionale, quella con crema pasticciera coronata da amarene sotto spirito, di cui vi condividiamo la ricetta&hellip; con qualche piccola dritta di <strong>Francesco</strong> per realizzarle in maniera impeccabile.</p>

<ul>
	<li>Che sia fritta o al forno, l&rsquo;impasto si realizza alla stessa maniera, con un&#39;accortezza: prima di aggiungere le uova alla massa di farina cotta, occorre far&nbsp;raffreddare quest&#39;ultima per bene, portandola&nbsp;a 60&deg; C, evitando cos&igrave; il rischio frittata;</li>
	<li>dal momento che non &egrave; previsto l&rsquo;uso di lievito, un passaggio fondamentale consistente nell&rsquo;incorporare energicamente l&rsquo;acqua alla farina in cottura; quel movimento di braccio risulter&agrave; necessario ai fini di ottenere una zeppola ariosa, alta e non bassa e gommosa;</li>
	<li>le uova, sia che lavoriamo l&#39;impasto in planetaria, sia che lo&nbsp;lavoriamo a mano, vanno aggiunte gradualmente per incorporarle ben bene;</li>
	<li>non perdete la pazienza con la sac &agrave; poche: basta prendere dimestichezza e avrete zeppole sempre pi&ugrave; belle:&nbsp;tenere la mano ben ferma e formare&nbsp;due cerchi di impasto disegnati su se stessi;</li>
	<li>siamo golosi, &egrave; vero, ma &egrave; consigliabile non abbondare eccessivamente con la crema per esaltare al massimo l&rsquo;impasto delle vostre zeppole.</li>
</ul>

<p>Detto ci&ograve;, buon divertimento e buone zeppole!</p>

<p>&nbsp;</p>

<p><strong>ZEPPOLE CLASSICHE</strong><br />
<em>Ingredienti per 13-14 pezzi</em></p>

<p><em>Per la pasta choux</em><br />
500 ml di acqua<br />
200 g di burro<br />
10 g di sale<br />
10 g di zucchero<br />
300 g di farina 00 setacciata<br />
7 uova medie<br />
<br />
<em>Per la crema pasticciera</em><br />
500 ml di latte intero<br />
125 g di zucchero<br />
4 tuorli<br />
40 g di amido di mais<br />
1 bacca di vaniglia<br />
<br />
<em>Per la decorazione</em><br />
Amarene sciroppate</p>

<p>&nbsp;</p>

<p><strong>PROCEDIMENTO</strong><br />
<em>Per la pasta choux</em><br />
Portare a ebollizione l&#39;acqua, burro a cubetti, sale e zucchero. Togliere dal fuoco e aggiungere la farina setacciata in un solo colpo.&nbsp;Cuocere mescolando fino a ottenere una palla liscia che si stacca dalle pareti. Trasferire in planetaria e lasciare intiepidire a circa 50-60&deg;C. Aggiungere le uova una alla volta fino a ottenere&nbsp;un impasto liscio e lucido.<br />
Dressare su teglia e cuocere a 170/180&deg;C per 20-30 minuti.</p>

<p><em>Per la crema pasticciera</em><br />
Scaldare il latte con la vaniglia o la scorza di limone. Mescolare i tuorli con lo zucchero senza montarli. Unire l&#39;amido setacciato ai tuorli. Versare il latte caldo sul composto e riportare sul fuoco. Cuocere mescolando fino ad addensamento. Raffreddare rapidamente coprendo con pellicola a contatto. Una volta cotti e raffreddati, forare i bign&egrave; alla base.&nbsp;</p>

<p><em>Per la decorazione</em><br />
Farcire con crema pasticciera utilizzando una sac &agrave; poche. Decorare in superficie con un ciuffo di crema pasticciera. Completare&nbsp;con amarene sciroppate.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/zeppole.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/97/41335/dolcezze/e-tempo-di-zeppole-di-san-giuseppe-come-realizzarle-a-casa-perfettamente.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/97/dolcezze.html">97</category>			</item>			<item>				<title>René Redzepi si dimette dal Noma: «Mi scuso e mi faccio da parte ma il nostro team ora è più forte che mai»</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/95/41334/dal-mondo/rene-redzepi-si-dimette-dal-noma-mi-scuso-e-mi-faccio-da-parte-ma-il-nostro-team-ora-e-piu-forte-che-mai.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Dopo i noti eventi di questi giorni &ndash; <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/95/41311/dal-mondo/inchiesta-del-new-york-times-sugli-abusi-al-noma-accuse-a-redzepi-che-si-scusa.html">le accuse dell&rsquo;ex responsabile del laboratorio di fermentazione&nbsp;Jason Ignacio White e l&rsquo;inchiesta del New York Times</a> &ndash;, nella notte tra mercoled&igrave; 11 e gioved&igrave; 12 marzo, alla vigilia del debutto del pop-up di Los Angeles, <strong>Rene Redzepi</strong> ha annunciato su instagram le sue dimissioni dal <a href="https://noma.dk/" rel="nofollow">Noma</a> di Copenhagen, il ristorante da lui stesso creato nel 2003.&nbsp;<br />
<br />
&laquo;<em>Le ultime settimane</em>&raquo;, spiega&nbsp;nel <a href="https://www.instagram.com/p/DVw9LxfCFTG/" rel="nofollow">testo sotto al post del social</a>, &laquo;<em>hanno portato attenzione e conversazioni importanti sul nostro ristorante, la nostra industria e la mia leadership del passato. Ho lavorato per essere un leader migliore e Noma ha compiuto grandi passi avanti per trasformare la cultura negli anni. </em><em>Riconosco che questi cambiamenti non aggiustano&nbsp;il passato. Le scuse non bastano, mi assumo la responsabilit&agrave; delle mie azioni.<br />
<br />
Dopo pi&ugrave; di due decenni di costruzione e leadership di questo ristorante, ho deciso di farmi da parte e permettere ai nostri leader straordinari di guidare da ora il ristorante nel suo prossimo capitolo. Mi dimetto anche dal board di <a href="https://madfeed.co/" rel="nofollow">MAD</a>, l&#39;organizzazione no-profit che ho fondato nel 2011. Per chiunque si chieda cosa questo significhi per il ristorante, lo dico chiaramente: il team di Noma oggi &egrave; il pi&ugrave; forte e stimolante che ci sia mai stato. Siamo aperti da 23 anni, e sono incredibilmente orgoglioso delle nostre persone, della nostra creativit&agrave; e della direzione che Noma sta prendendo.<br />
<br />
Il team proseguir&agrave; compatto nella nostra residenza di Los Angeles, e sar&agrave; un momento potente per loro per dimostrare ci&ograve; a cui hanno lavorato&nbsp;e per accogliere gli ospiti in qualcosa di davvero speciale.&nbsp;</em><em>La missione di Noma per il futuro &egrave; continuare a esplorare idee, scoprire nuovi sapori e immaginare quale corso possa prendere il cibo nei decenni a venire. Noma &egrave; sempre stato il progetto di&nbsp;pi&ugrave; di una sola persona. E questo prossimo passo onora questa convinzione</em>&raquo;.<br />
<br />
Al comunicato ufficiale&nbsp;&egrave; associato un video motivazionale con cui il cuoco di origini macedoni si rivolge&nbsp;al suo team per annunciare le dimissioni di cui sopra<em>. </em>&laquo;<em>Mi spiace di avervi messo in questa situazione</em>&raquo;, spiega&nbsp;con la voce rotta, mentre la telecamera inquadra i membri dello staff in lacrime, &laquo;<em>sono davvero dispiaciuto. Non penso che tutto questo rappresenti il nostro team. Sono molto orgoglioso del punto a cui siamo arrivati come organizzazione. Siamo nel ventre della bestia ora, e questa cosa mi impone di lasciarvi al 100% al sicuro. Mi faccio da parte e lo annunceremo presto. Ora sarete voi a condurre il ristorante. E spero con ogni fibra&nbsp;del mio corpo che lotterete per questo.<br />
<br />
Non sto scappando via da alcuna responsabilit&agrave; su quel che sono stato. So cosa sono stato. Molti di voi sono qui da un tempo sufficiente per capire come abbiamo affrontato&nbsp;questo cambiamento. Ho bisogno che voi vi facciate avanti e combattiate. Conquisteremo gli ospiti, uno per uno. Lo faremo, lo facciamo da tempo. Per l&rsquo;ospite che sieder&agrave; qui e l&igrave; </em>&ndash; spiega indicando i tavoli del Paramour Estate, che ospita da ieri il pop-up di Noma Los Angeles&nbsp;&ndash; <em>sentitevi liberi di aprirvi e di dire quel che volete dire. Se ve lo chiedono, risponderemo uno per uno. Ce la faremo, ce la faremo. Ma siccome la questione &egrave; tutta ritagliata attorno a me, devo farmi da parte.<br />
<br />
Io credo che questo sia il ristorante del decennio. Lo dir&ograve; fino alla fine di questo progetto. Ci credo veramente, lo sento dall&rsquo;energia. Non &egrave; solo lavoro per me, molti di voi siete ormai parte della mia famiglia oggi. Quando lavori con qualcuno per 19, 14, 13 o 10 anni, si diventa pi&ugrave; che colleghi, &egrave; da voi che ho preso tutta l&rsquo;energia. Il mio impegno &egrave; lo stesso di sempre, nel senso che voglio lavorare in un&rsquo;organizzazione straordinaria, in cui il cibo &egrave; all&rsquo;avanguardia. Siamo parte di un cambiamento. E il mio impegno per voi &egrave; quello di creare la migliore organizzazione che si sia mai vista nell&rsquo;industria della ristorazione. &Egrave; il mio impegno, e lo &egrave; da anni. La fase del Noma 3.0 &egrave; quella in cui stavamo cercando di costruire un&rsquo;economia cos&igrave; da poterci prendere cura delle persone in un modo mai visto prima nell&rsquo;industria della ristorazione.<br />
<br />
Operare per il cambiamento &egrave; un compito molto, molto duro. Puoi rompere tutto in pochi minuti e ricostruire pu&ograve; durare per sempre. Per favore, per favore, per favore, combattete, entrate nel progetto, trovate forza l&rsquo;uno nell&rsquo;altro, come team. E sappiate che io faccio questo per proteggere ognuno di voi. Posso solo alzarmi in piedi ora e dire questo perch&eacute;, quando leggo quelle cose online, so che non &egrave; pi&ugrave; cos&igrave; da molto tempo. So che non rappresenta quel che siamo oggi. E questa cosa mi d&agrave; molta motivazione. E questo &egrave; qualcosa che dobbiamo raccontare al mondo. Ci sono molte sfumature in questa faccenda, non una sola verit&agrave;, ok? Bene. Quindi, mi vedrete ancora in giro ma non nel modo in cui mi avete visto in giro negli ultimi 23 anni. Lo show lo fate voi ora. Capite? Questo &egrave; il vostro ristorante ora. Di ognuno di voi. Io vado a pianificare la prossima fase. Okay?</em><em>&raquo;</em><em>.</em><br />
<br />
Il pop-up di Los Angeles &egrave; iniziato e durer&agrave; fino al 26 giugno prossimo. Fuori dalla Paramour Estate, un drappello di persone guidate da&nbsp;<a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/95/41311/dal-mondo/inchiesta-del-new-york-times-sugli-abusi-al-noma-accuse-a-redzepi-che-si-scusa.html">Jason Ignacio White</a>&nbsp;si sono incontrate per protestare.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/1-cope-18.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/95/41334/dal-mondo/rene-redzepi-si-dimette-dal-noma-mi-scuso-e-mi-faccio-da-parte-ma-il-nostro-team-ora-e-piu-forte-che-mai.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/95/dal-mondo.html">95</category>			</item>			<item>				<title>Dove mangiare a Bologna e dintorni: ecco 13 ristoranti tutti da scoprire</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/41321/dallitalia/dove-mangiare-a-bologna-e-dintorni-ecco-13-ristoranti-tutti-da-scoprire.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>&nbsp;</p>

<h3><a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/39991/locali/scacco-matto-agli-orti.html">Scaccomatto agli Orti</a></h3>

<p>Mangiare con i piedi nell&rsquo;erba in pieno centro, circondati dalla ricchezza di un frutteto urbano, oppure decidere di accomodarsi in uno dei due grandi locali interni, ricavati da una dimora dell&rsquo;Ottocento. All&rsquo;epoca qui c&rsquo;era un convento di giovani sordomute che si dedicavano agli ortaggi e alle erbe rare che poi rivendevano in citt&agrave;. In questo luogo di fascino e mistero, ha preso forma il progetto dello chef lucano, ma bolognese di adozione,&nbsp;<strong>Mario Ferrara</strong>&nbsp;che parte dal raccolto di &ldquo;casa&rdquo; per strutturare il suo men&ugrave;. Grande importanza alle verdure, valorizzate attraverso una tecnica sapiente e mai leziosa. Sempre presenti le scelte di carne e pesce in una carta che, legata alla stagionalit&agrave; e ai prodotti disponibili, varia quasi quotidianamente. Sostenibile anche il percorso di degustazione con sei portate decise a sorpresa dalla cucina. Spesso trovano spazio i classici della tradizione bolognese, che attraverso piccole trasgressioni riescono a esaltare ancora di pi&ugrave; le origini di un piatto.<br />
<strong>Rita Ferrari</strong></p>

<h2>&nbsp;</h2>

<h3><a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/38722/locali/i-carracci-del-majestic.html">I Carracci del Majestic</a></h3>

<p>[[ima2]]Strano ma vero: l&rsquo;Emilia ha un solo albergo 5 stelle lusso, il&nbsp;<em>Grand hotel Majestic</em>&nbsp;&ldquo;gi&agrave; Baglioni&rdquo; in via dell&rsquo;Indipendenza a Bologna dove &egrave; stato promosso chef&nbsp;<strong>Agostino Schettino</strong>. Cinque anni come pasticciere gli hanno permesso di prendere bene le misure di uno spazio intitolato ad&nbsp;<strong>Annibale Carracci</strong>, pittore bolognese della seconda parte del Seicento. E&rsquo; come se i piatti debbano per forza essere all&rsquo;altezza del luogo, la bellezza unita alla bont&agrave;. Agostino ha 32 anni e arriva da Castellamare di Stabia. Il suo tasso di golosit&agrave; &egrave; elevato, con in pi&ugrave; la capacit&agrave; di tenere a freno i condimenti. E si interfaccia bene con Bologna. Si esprime attraverso quattro men&ugrave;, compreso uno vegetariano per essere al passo coi tempi. Vivere la contemporaneit&agrave; guardando al futuro come col <em>Dashi, rape e verdure primaverili e al centro una rosa di rapa rossa e daikon marinato</em>. Quindi <em>Carciofo arrosto, tuorlo marinato</em> fino al piatto simbolo: il <em>Mangiafagioli</em>, una tagliatella ai fagioli borlotti, con cozze e plancton. Chiudi gli occhi e sogni, tale l&rsquo;emozionante accuratezza di ogni momento e aspetto, il tutto esaltato dalla storia che sottende al tutto. Il Mangiafagioli &egrave; il capolavoro di <strong>Carracci</strong>.<br />
<strong>Paolo Marchi</strong></p>

<h2>&nbsp;</h2>

<h3><a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/11420/locali/al-cambio.html?geo=1">Al Cambio</a></h3>

<p>Si entra&nbsp;<em>Al Cambio</em>&nbsp;suonando un campanello, gesto ormai raro che quasi spiazza e diverte, perch&eacute; ricorda pi&ugrave; l&rsquo;ingresso in una casa borghese che quello in un ristorante. Una volta varcata la soglia, la frenesia di Bologna resta fuori e il tempo prende un passo diverso, ordinato dai gesti precisi di&nbsp;<strong>Piero Pompili</strong>, che governa la sala con eleganza naturale e sorrisi accoglienti. In cucina&nbsp;<strong>Matteo Poggi</strong>&nbsp;porta avanti una fedelt&agrave; sincera ai sapori della citt&agrave;. Le lasagne dagli strati perfetti, i tortellini in brodo, la cotoletta alla bolognese: piatti che non hanno bisogno di presentazioni perch&eacute; sono la certezza che si viene a cercare, e che qui mantengono intatta la loro forza. &Egrave; il conforto della tradizione che non si lascia scalfire dalle mode e che anzi trova nuova vita proprio nella sua coerenza. L&rsquo;ambiente conserva un fascino classico, piacevolmente fuori dal tempo, quasi demod&eacute; nel senso pi&ugrave; nobile del termine. Anche la cantina riflette questa misura, senza ridondanze, con etichette scelte per accompagnare con discrezione. Il risultato &egrave; un insieme armonico, dove l&rsquo;ospitalit&agrave; si gioca tra rigore e calore, senza sbavature.<br />
<strong>Chiara Benati</strong></p>

<p>&nbsp;</p>

<h3><a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/29334/locali/ahime.html">Ahim&egrave;</a></h3>

<p>[[ima3]]Nell&rsquo;affollata zona del Mercato delle Erbe, in pieno centro citt&agrave;, dove &ndash; ahinoi &ndash; non mancano trappole turistiche realizzate a suon di spritz e taglieri, questo piccolo ma accogliente locale, con due grandi vetrine su strada, che regalano al suo stile industrial, giochi di luce naturale, si conferma come un sicuro approdo alla cucina di qualit&agrave;. Il menu cambia quasi ogni giorno perch&eacute; lo chef e fondatore,&nbsp;<strong>Lorenzo Vecchia</strong>, lo costruisce in base alla materia prima a disposizione, tutta proveniente dall&rsquo;orto di&nbsp;<strong>Federico Orsi</strong>, uno dei quattro soci, e da piccoli produttori regionali: le verdure sono le protagoniste assolute, seguite da un piatto o due di carne o pesce e due dolci. Su un foglio A4 troverete 8/9 portate al massimo e nessun richiamo a tortellini e rag&ugrave;. La scelta anti conformista ha premiato: il locale &egrave; sempre sold out. E lo chef lombardo si &egrave; riconciliato con Bologna che, alla sua tavola, cos&igrave; legata alla tradizione, lo aveva fatto accomodare con riserva.<br />
<strong>Rita Ferrari</strong></p>

<p>&nbsp;</p>

<h3><a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/24275/locali/agostino-iacobucci.html">Agostino Iacobucci</a>, Castel Maggiore</h3>

<p>Il miglior ristorante di Bologna non sta a Bologna, bens&igrave; poco fuori, a Castel Maggiore.&nbsp;Villa Zarri&nbsp;accoglie&nbsp;<em><strong>Agostino Iacobucci</strong></em>&nbsp;in pieno verde di campagna. L&igrave;, a 44 anni, ha una visione molto bella del lavoro, una concezione matura e concreta, con una continua ricerca della sintesi tra i luoghi dove &egrave; nato al sud e quelli dove vive da tempo al nord. La carta e tre menu degustazione, &quot;Storico&quot;, &quot;Esplorando&quot;, ovvero l&rsquo;innovativo, e il &quot;Vegetariano&quot;, che va richiesto al momento della prenotazione. Il mio ultimo slalom: <em>Rosa di gambero viola, ibisco, daikon al vermuth, mandorle</em>; <em>Fagiolini dell&rsquo;orto in panna e rafano</em>; <em>Anguilla di Comacchio pinoli, agrumi, misticanza al gin</em>; <em>Interpretazione della carota in giardiniera</em>; <em>Seppia in spuma d&rsquo;aglio, olio all&rsquo;nduja e lime</em>; <em>Risotto mantecato al pesto di basilico, crostacei, menta, ricci di mare e pinoli</em>; <em>Animelle, anemoni di mare e bernese al caff&egrave;</em>; <em>Agnello cotto nel fieno, Castelmagno, carciofi arrosto, pistacchio e lampone</em>. Poi la sua bandiera, inarrivabile per il resto del mondo: <em>Bab&agrave; a tre lievitazioni</em>, classicismo e innovazione, 20 incredibili grammi di impasto, una nuvola.&nbsp;<br />
<strong>Paolo Marchi</strong></p>

<p>&nbsp;</p>

<h3><a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/24118/locali/da-sacerno.html">Da Sacerno</a></h3>

<p>[[ima4]]Una grande cucina di mare a Bologna, una carta degli champagne intelligente non banale, importante coraggiosa e sfruttabile. Un&nbsp;<strong>Dario Picchiotti&nbsp;</strong>ispiratissimo.&nbsp;<em>Sacerno</em>&nbsp;in campagna ormai stava stretto alla coppia&nbsp;<strong>Giada Berri&nbsp;</strong>e <strong>Dario Picchiotti </strong>e l&#39;approdo in centro vicino ad altri progetti che hanno recentemente visto Dario protagonista li hanno messi in un comodo straordinario. Il cuoco &egrave; rilassato e illuminato e d&agrave; sfogo con leggerezza a tutta la sua simpatia, al suo gusto piacionissimo ma mai scontato, apre il gas, come si dice in Romagna. Giada governa una cantina che parte con una selezione di champagne impareggiabile a est di Modena probabilmente. L&#39;idea &egrave; quella di divertirsi con la palla, segnando 7 gol senza cercare la rovesciata. La carta del momento parte dai crudi (<em>Scampi, sedano rapa e crumble al timo</em>) e poi tocca i lidi del cotto (<em>Toast di granchio blu con maionese lime e zenzero</em>, <em>Risotto alla crema di cannocchie, Mazzancolle, ceci e pancetta</em>). &Egrave; tutto ottimo e ispirato, da andare spesso se siete di Bologna; da andare quanto prima&nbsp;se no.</p>

<p>&nbsp;</p>

<h3><a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/12158/locali/antica-osteria-del-mirasole.html">Antica Osteria del Mirasole</a>, San Giovanni in Persiceto&nbsp;</h3>

<p>Un luogo fatato che racconta la favola di&nbsp;<strong>Franco Cimini</strong>&nbsp;e della complice nonch&eacute; moglie&nbsp;<strong>Anna Caretti</strong>, che hanno voluto trasformare un locale della provincia bolognese nell&#39;archetipo dell&#39;osteria che tutti vorremmo avere a un tiro di schioppo: due sale con camino per cuocere alla brace i sogni di ciascuno, sulle mensole oggetti di modernariato che raccontano una memoria personale ma in fondo collettiva, un&#39;accoglienza familiare e forbita, lontana da ogni autocelebrazione, anche se ce ne sarebbe di avanzo per farlo. E poi una cucina trionfale, resa ancora pi&ugrave; autentica dal fatto che molti prodotti arrivano dalla vicina azienda agricola della famiglia di Anna, un chilometro intimo. Menu classico, senza tempo, una collezione di meraviglie e di conforto, dalla <em>Cipolla dorata al forno ripiena di fegati di coniglio</em> alle <em>Tagliatelle al rag&ugrave; di cortile</em>, dal <em>Collo reale di vacca vecchia </em>alla <em>Costola di vitello in cotoletta alla bolognese</em>. E poi, <em>Patate nello strutto</em>, <em>Cicoria aglio e olio</em>, <em>Latte ristretto al caramello</em>, <em>Gelato all&rsquo;aceto balsamico tradizionale</em>. Carta dei vini giusta, ben raccontata dall&#39;oste&nbsp;Riccardo. Istruzioni per la felicit&agrave;.<br />
<strong>Andrea Cuomo</strong></p>

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<h3><a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/39937/locali/serrasole.html">SerraSole</a></h3>

<p>[[ima6]]A volte non serve andare lontano per viaggiare. Il nome scelto da&nbsp;<strong>Max Poggi</strong>&nbsp;per la sua nuova avventura alle porte di Bologna ne &egrave; la prova. La serra ricorda la campagna, il sole &egrave; la gioia di una tavola imbandita dopo una giornata nei campi. Insieme le due parole hanno un suono&nbsp;beat. <em>SerraSole</em>&nbsp;&egrave; la versione rivista e letteralmente ristrutturata di <em>Massimiliano Poggi cucina</em>. Lo chef ha rinunciato alla personalizzazione per lasciare spazio al luogo: un grande giardino, che d&rsquo;estate regala l&rsquo;illusione di essere in un fresco altrove, e una sala ad ampie vetrate per non perdere di vista la natura nemmeno d&rsquo;inverno. Lotta agli sprechi, filiera cortissima,&nbsp;plastic free, stagionalit&agrave;, inclusione, qui non sono slogan. L&#39;inserimento lavorativo delle categorie pi&ugrave; fragili &egrave; concreto.&nbsp;L&rsquo;etica della cucina si fa ludica con i due percorsi degustativi assolutamente sostenibili: di carne o di pesce, entrambi iniziano a guisa di pic nic. Divertente quello di mare con le <em>Alici in carpione in un barattolo di vetro</em> e la <em>Rapa rossa marinata in un rotolino del salumiere</em> (ovviamente, di fiducia).<br />
<strong>Rita Ferrari</strong></p>

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<h3><a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/11663/locali/san-domenico.html">San Domenico</a>, Imola</h3>

<p>Fascino senza tempo, ma anche una tensione istintiva al futuro: perch&eacute; nonostante la grandiosa Storia del&nbsp;<a data-saferedirecturl="https://www.google.com/url?q=https://www.sandomenico.it/&amp;source=gmail&amp;ust=1773937026383000&amp;usg=AOvVaw3440VxoafBoK9J4Uf3kmps" href="https://www.sandomenico.it/" rel="nofollow" target="_blank">San Domenico di Imola</a>, il presente, e ancor di pi&ugrave; il futuro, vivono per mezzo di&nbsp;<strong>Max Mascia&nbsp;</strong><strong>e della sua squadra</strong><b>.</b>&nbsp;&Egrave; devoto al gusto, alla possibilit&agrave; di trasmettere con immediatezza la grandezza di un piatto, senza innalzare barriera alcuna verso l&rsquo;ospite. Ci si aspetta opulenza e arriva in pieno con&nbsp;<i>Radici</i>, un tributo alla grandeur di 56 squisiti anni, alla sensibilit&agrave; tecnica e creativa di Nino Bergese e Valentino Marcattilii. Il&nbsp;<i>Risotto mantecato con cipolla tostata e sugo di arrosto,&nbsp;</i>ma anche&nbsp;<i>l&rsquo;Uovo in raviolo</i>, sono il segno di un respiro eterno, di ci&ograve; che non si sciupa col passare del tempo.</p>

<p>L&rsquo;inatteso, invece, l&rsquo;essenza del momento divengono tessuto di una trama non meno fascinosa di quella vissuta e condiscono la narrazione di&nbsp;<i>Orizzonti</i>: un menu da nove portate, ma soprattutto la contemporaneit&agrave; di&nbsp;<b>Max Mascia</b>, identit&agrave; in evoluzione. Nel tempio dell&rsquo;ospitalit&agrave; italiana.<br />
<strong>Marialuisa Iannuzzi</strong></p>

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<h3><a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/32376/locali/locanda-pincelli.html?geo=1">Locanda Pincelli</a></h3>

<p>[[ima5]]Un ex bar di frazione, oggi ristorante, che conserva lo spirito di un&rsquo;osteria di campagna, sotto un portico accogliente. Alla guida c&rsquo;&egrave; <strong>Danilo Draghetti</strong>, che cura con energia la carta dei vini &ndash; essenziale ma varia, tra naturali, orange, classici e bollicine &ndash; e un servizio informale e in cucina c&rsquo;&egrave; <strong>Marco Cavalli</strong> con una proposta che da queste parti &egrave; insolita: presenti in menu i classici tortellini e la tagliata ma i veri protagonisti sono piatti dinamici e divertenti come la <em>Verza arrosto nel grasso di pollo e creste di gallo piccanti all&rsquo;harissa</em>, i <em>Ravioli di colombaccio in brodo di colombaccio e prezzemolo alla brace</em> o ancora il <em>Peperone arrosto con angostura, melassa di peperone e alga nori</em>. Un locale che coniuga radici territoriali e apertura contemporanea, capace di attrarre un pubblico vario senza perdere identit&agrave;.&nbsp;<br />
<strong>Maria Vittoria Caporale</strong></p>

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<h3><a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/30253/locali/casa-mazzucchelli.html">Casa Mazzucchelli</a>, Sasso Marconi</h3>

<p>Occorre andare poco fuori citt&agrave; per vivere un&rsquo;esperienza in tavola senza confini geografici.&nbsp;<strong>Aurora Mazzucchelli</strong>&nbsp;e le sue creazioni garantiscono un viaggio sensoriale da intraprendere almeno una volta all&rsquo;anno per salire a bordo del fine dining, con l&rsquo;insolita ma graditissima compagnia dell&rsquo;arte bianca. Pane e panificati, introdotti per necessit&agrave; durante la pandemia, riescono ad accompagnare con carattere e, allo stesso tempo con discrezione, i piatti di una cucina d&rsquo;autore. Indimenticabile il <em>Gelato all&rsquo;aringa affumicata, maritozzo, gamberi rosa e succo di pesca</em>, di cui&nbsp;<strong>Massimo</strong>, fratello della chef nonch&eacute; solidissima guida in sala, sapr&agrave; suggerirvi il perfetto ordine di assaggio. I due menu degustazione - da sei oppure otto portate - cambiano circa tre volte l&rsquo;anno, mentre, in carta, sono sempre disponibili i piatti che portano l&rsquo;inconfondibile firma della chef, come i <em>Maccheroni al torchio ripieni di anguilla affumicata, ostriche crude e spinaci</em>: una certezza dalla quale provare a costruire la propria mappa del gusto. E del piacere.<br />
<strong>Rita Ferrari</strong></p>

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<h3><a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/36836/locali/i-portici.html">I Portici</a></h3>

<p>[[ima7]]Bologna vive da tempo il paradosso di essere una citt&agrave; illustre per cultura e tradizione gastronomica ma difficile per il fine dining. A tenere alto il vessillo dell&rsquo;alta cucina &egrave;&nbsp;<em>I Portici</em>, ristorante dell&rsquo;omonimo hotel in centro, dal 2023 palcoscenico delle creazioni di un professionista solidissimo, lo chef campano&nbsp;<strong>Nicola Annunziata</strong>, cui nella primavera 2024 s&rsquo;&egrave; affiancato un pastry chef di valore, il pugliese&nbsp;<strong>Vincenzo Digifico</strong>, oltre che un team compatto guidato dal&nbsp;restaurant manager&nbsp;<strong>Victor Ichim</strong>. <strong>Annunziata</strong>&nbsp;&amp; C. propongono &laquo;una cucina mediterranea senza dogmi&raquo;, cio&egrave; libera di spaziare, risulta limitativo ma didascalicamente utile raccontarla come una crasi tra Campania ed Emilia Romagna ben rappresentata, per esempio, dal <em>Tortellino di granchio, mozzarella di bufala e ortiche</em>. La chiave di lettura non &egrave; per&ograve; univoca, ch&eacute; altrimenti non sapremmo collocare la <em>Rana pescatrice, kiwi, avocado e coriandolo</em> o la <em>Lingua di vitello, cetriolo, pesca e latte di mandorla</em>.&nbsp;Imperdibile l&#39;<em>Ode al Parmigiano</em>. La verit&agrave; semplice &egrave; che a&nbsp;<em>I Portici</em>&nbsp;si mangia bene.</p>

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<h3><a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/11578/locali/da-amerigo.html">Da Amerigo</a>, Savigno</h3>

<p>Un uovo per tutte le stagioni: in primavera servito con gli asparagi, accompagnato da una rinfrescante citronette d&rsquo;estate, e poi nella sua calda espressione che arriva d&rsquo;autunno e in inverno, seguita dal profumo dei funghi freschi. Alle ordinazioni non pu&ograve; mancare l&#39;<em>Uovo Amerigo</em> che ha fatto la storia di questo ristorante sui Colli Bolognesi. Il tuorlo fondente, cotto al forno con l&rsquo;albume montato a nuvola, sul quale si appoggia comoda una pioggia di scaglie di tartufo, rende il piatto visivamente spettacolare ed equilibrato. La tradizione qua &egrave; una questione di famiglia: in carta, ad esempio, trova spazio il baccal&agrave; che non &egrave; certamente un piatto regionale, ma appartiene alle cucine di una volta e va dunque recuperato. Ottima la versione &ldquo;dell&rsquo;Artusi&rdquo; accompagnata dalla sua mantecatura e dalla maionese di patate. Dai tortellini in brodo di gallina vecchia alla cacciagione, anche i due percorsi degustativi parlano del territorio. Non a caso le lasagne sono in versione vegetariana: una delizia. Il rispetto rigoroso della stagionalit&agrave; permette piccole e gradite variazioni in carta.<br />
<strong>Rita Ferrari</strong></p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/scaccomatto-agli-orti-ristorante-bologna.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/41321/dallitalia/dove-mangiare-a-bologna-e-dintorni-ecco-13-ristoranti-tutti-da-scoprire.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/dallitalia.html">44</category>			</item>			<item>				<title>The Other Side, ovvero l’altro lato dell’aperitivo italiano in America Latina</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/212/41328/shake-shock/the-other-side-ovvero-laltro-lato-dellaperitivo-italiano-in-america-latina.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>A gennaio, il bar milanese <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/462/35414/locali/bob.html">Bob - The Other Side</a> ha lasciato l&rsquo;amato quartiere Isola ed &egrave; partito per l&rsquo;America Latina. Il percorso ha toccato sei citt&agrave; diverse, ha attraversato oltre 20 cocktail da aperitivo a base Campari e diversi strati di conoscenza. Dietro al bancone c&rsquo;era come sempre <strong>C&eacute;sar Araujo</strong>, peruviano cresciuto a Milano, oggi alla guida di vari bar del <a href="https://www.instagram.com/chinesebox_group/" rel="nofollow">Chinese Box Group</a>, tra cui appunto <em>Bob</em>.</p>

<p>La premessa era semplice: portare il formato dell&rsquo;aperitivo italiano in alcuni dei bar pi&ugrave; interessanti del continente sudamericano&nbsp;e vedere come si sarebbe comportato in ciascun contesto. La prima tappa &egrave; stata <a href="https://www.umi.bar/" rel="nofollow">Umi Bar</a> a Panama. Uno spazio di ispirazione giapponese, nato come izakaya e modellato dai suoi clienti fino a diventare uno dei punti di riferimento della citt&agrave; per i drink e per un menu omakase che propone sia prodotti locali, sia frutti di mare di altissima qualit&agrave; da tutto il mondo. Il contrasto ha funzionato in modo naturale. La struttura dell&rsquo;aperitivo italiano &mdash; amarezza, equilibrio, chiarezza &mdash; si &egrave; sentito a proprio agio in una sala che valorizza disciplina e dettaglio. L&rsquo;ospitalit&agrave; ha avuto un ruolo centrale, permettendo agli ospiti di sentirsi a casa.</p>

<p>[[ima2]][[ima3]]San Jos&eacute;, in Costa Rica, ha offerto tutt&rsquo;altro. Da <a href="https://www.instagram.com/otro___bar/" rel="nofollow">Otro Bar</a>, la controparte &ldquo;listening bar&rdquo; di <a href="https://www.instagram.com/labuenosaires1905/" rel="nofollow">La Buenos Aires</a>, vinili, luci soffuse e attenzione concentrata hanno definito l&rsquo;atmosfera. La serata &egrave; sembrata intima, pi&ugrave; lenta. L&rsquo;aperitivo &egrave; diventato parte di un&rsquo;esperienza ritmica, lasciando &mdash; come dicono i locali &mdash; che prendesse il sopravvento una sensazione di &ldquo;pura vida&rdquo;.</p>

<p>Lima ha avuto un peso diverso. Essendo il Paese d&rsquo;origine di <strong>C&eacute;sar</strong>, &egrave; stato un re-incontro con un passato che aveva lasciato a dieci anni. Visitare i mercati e riscoprire prodotti e sapori delle prime memorie, ora da adulto, &egrave; diventato un viaggio di auto-scoperta. Vederlo annusare limoni, frutto della passione ed erbe fresche, quasi fino alle lacrime, &egrave; stato potente. Da <a href="https://www.sastreriamartinez.com/" rel="nofollow">Sastrer&iacute;a Mart&iacute;nez</a>, il <em>Bob</em> milanese ha collegato l&rsquo;esperienza &quot;The Other Side&quot; con uno dei migliori speakeasy della citt&agrave;, una sartoria trasformata in bar. Pi&ugrave; tardi, al <a href="https://www.instagram.com/bardelima.pe/" rel="nofollow">Bar de Lima</a> nel centro storico, ospitato in una casa coloniale restaurata che quest&rsquo;anno ha iniziato ad accogliere ospiti internazionali, l&rsquo;energia &egrave; cambiata del tutto, riecheggiando l&rsquo;epoca vicereale. Non c&rsquo;era un senso di gerarchia, nessun confronto tra i locali. Solo due lati della sua eredit&agrave; che si incontravano in un aperitivo.</p>

<p>[[ima4]][[ima5]]Dal Per&ugrave;, il percorso si &egrave; spostato a sud verso Santiago del Cile, con una tappa a <a href="https://www.instagram.com/_el_sindicato/" rel="nofollow">El Sindicato</a>: la comunit&agrave; si &egrave; fatta vedere e la notte &egrave; sembrata pi&ugrave; collaborativa. La scena dei bar cilena ha lentamente costruito una propria voce negli anni, e si vede. L&rsquo;ultima tappa &egrave; stata S&atilde;o Paulo, in Brasile, da <a href="https://www.instagram.com/tantannb/" rel="nofollow">Tan Tan</a>: una citt&agrave; intensa, veloce ed esigente. Grandi folle, grandi personalit&agrave;, aspettative alte. Un buon posto per mettere alla prova qualsiasi idea.</p>

<p>Attraverso cinque citt&agrave;, ogni cocktail &egrave; stato diverso; non era pi&ugrave; milanese, n&eacute; ridotto a uno spritz. &Egrave; diventato quel momento in cui il tempo rallenta e la notte scivola in qualcosa di pi&ugrave; quieto. Intimo a Panama, rinvigorente in Costa Rica, profondamente connettivo in Per&ugrave;, condiviso a Santiago&nbsp;ed energico a S&atilde;o Paulo. In ogni citt&agrave;, <strong>C&eacute;sar</strong> ha tenuto talk educativi come parte della <em>Campari&nbsp;Academy</em>, condividendo la sua esperienza alla guida del <em>Chinese Box Group</em>, i processi dietro i cocktail e lo &ldquo;stato mentale&rdquo; dell&rsquo;aperitivo.</p>

<p>[[ima6]][[ima7]]Vedere <strong>C&eacute;sar</strong> muoversi lungo quel percorso ha aggiunto un ulteriore livello. Anni fa ha lasciato il Per&ugrave; per costruirsi una carriera in Europa. Tornare ora come volto di un progetto plasmato a Milano ha dato al tour una dimensione personale. &Egrave; stata una riscoperta silenziosa dell&rsquo;America Latina attraverso profumo, sapore e memoria. Forse &egrave; proprio questo che <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/462/35414/locali/bob.html">The Other Side</a> rappresenta, in definitiva: un modo di capire il tempo e la connessione. L&rsquo;aperitivo non &egrave; confinato a Milano, n&eacute; a ci&ograve; che sta dentro il bicchiere. Vive in quella pausa tra giorno e notte, nel momento in cui la citt&agrave; rallenta e prende il sopravvento la conversazione.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/cesar-araujo-bob-the-other-side-4.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/212/41328/shake-shock/the-other-side-ovvero-laltro-lato-dellaperitivo-italiano-in-america-latina.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/212/shake-shock.html">212</category>			</item>			<item>				<title>Château d'Yquem 2023: l'apoteosi di un millesimo destinato alla storia</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/136/41326/in-cantina/chateau-dyquem-2023-lapoteosi-di-un-millesimo-destinato-alla-storia.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Certe annate nascono sotto un segno particolare, come se la natura decidesse di orchestrare, con precisione quasi musicale, ogni elemento necessario alla creazione di un grande vino. &Egrave; il caso di <em>Ch&acirc;teau d&#39;Yquem</em> 2023, un millesimo che si annuncia gi&agrave; come una delle espressioni pi&ugrave; compiute di questa leggendaria tenuta di Sauternes.</p>

<p>[[ima2]][[ima3]]A raccontarlo &egrave; il CEO <strong>Lorenzo Pasquini</strong>, intervenuto lo scorso 10 febbraio a Parigi, negli spazi scultorei del Mus&eacute;e Bourdelle, durante una serata evocativamente intitolata <em>An Apotheosis</em>. &laquo;Il 2023 ha offerto una congiuntura di eventi climatici cos&igrave; favorevoli alla produzione di <a href="https://www.lvmh.com/it/le-nostre-maison/vini-e-alcolici/chateau-dyquem" rel="nofollow">Ch&acirc;teau d&#39;Yquem</a> che, fin dalla fine della vendemmia, era chiaro a tutti che l&#39;annata si sarebbe allineata ai pi&ugrave; grandi Sauternes della storia della propriet&agrave;&raquo;.</p>

<p>La stagione &egrave; iniziata con una primavera quasi tropicale, seguita da un&#39;estate segnata da un caldo intenso. Poi, provvidenziali, sono arrivate le piogge settembrine, quelle che aprono la porta alla magia della <em>Botrytis cinerea</em>: la muffa nobile, invisibile enologo di questo miracolo naturale.</p>

<p>[[ima4]][[ima5]]Il lavoro del team tecnico di <em>Yquem</em> &egrave; stato guidato da un&#39;idea di purezza: plasmare un vino denso, luminoso e potente ma attraversato da una sorprendente delicatezza. Con il 2023 si chiude inoltre una trilogia di annate straordinarie: il 2021, segnato da una luminosit&agrave; cristallina; il 2022, pura energia solare; e il 2023, che di entrambi sembra raccogliere l&#39;eredit&agrave; trovando la sua cifra nell&#39;equilibrio.</p>

<p>[[ima6]]Nel calice si apre con un bouquet elegante: rabarbaro cotto, fiori di lill&agrave;, agrumi luminosi che virano verso il cedro, con un soffio sottile di cera d&#39;api. All&#39;assaggio il vino avvolge il palato con una carezza mandorlata: il sorso &egrave; vibrante, scandito da note di albicocca e clementina, prima di distendersi in un finale sapido e persistente, firma inconfondibile di <em>Ch&acirc;teau d&#39;Yquem</em>.</p>

<p>[[ima7]]In parallelo alla presentazione del nuovo millesimo, la propriet&agrave; ha annunciato anche <em>Time Capsule</em>, un progetto che apre eccezionalmente le porte delle storiche cantine del castello a rarissime collezioni custodite nel tempo. Saranno disponibili soltanto 30 casse della trilogia 1948-1949-1950, simbolo della rinascita del dopoguerra, e 300 casse dei millesimi 1988-1989-1990, unanimemente considerati tra i pi&ugrave; iconici del XX secolo. Non semplici bottiglie, ma frammenti di storia liquida: vini pensati per essere condivisi, custoditi e tramandati, autentici <em>fine wines</em> che attraversano il tempo.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/communique-cy2023-186202.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/136/41326/in-cantina/chateau-dyquem-2023-lapoteosi-di-un-millesimo-destinato-alla-storia.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/136/in-cantina.html">136</category>			</item>			<item>				<title>Il 16 maggio la Giornata della Ristorazione 2026: il settore si unisce sotto il simbolo del riso</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/41324/dallitalia/il-16-maggio-la-giornata-della-ristorazione-2026-il-settore-si-unisce-sotto-il-simbolo-del-riso.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>La ristorazione unisce, d&agrave; speranza, e attorno alla tavola si instaurano relazioni, si celebrano momenti, e ci si concede un piacere tutt&rsquo;altro che accessorio nella nostra quotidianit&agrave;: al contrario, &egrave; un bisogno, una necessit&agrave; per l&rsquo;essere umano.</p>

<p>Ecco perch&eacute; per il quarto anno consecutivo, <strong>il prossimo 16 maggio</strong>, l&rsquo;Italia intera, compresi i ristoratori e cuochi italiani all&rsquo;estero, si uniranno per celebrare la <em>Giornata della Ristorazione</em>, l&rsquo;evento promosso da&nbsp;<a href="https://www.fipe.it/" rel="nofollow" target="_blank">FIPE-Confcommercio&nbsp;</a>con la direzione artistica&nbsp;in collaborazione con <a href="https://www.magentabureau.it/" rel="nofollow" target="_blank">MAGENTAbureau</a>, che ribadisce la centralit&agrave; dell&rsquo;ospitalit&agrave; italiana e il ruolo cruciale della ristorazione nel tessuto economico e sociale del Paese.</p>

<p>L&rsquo;iniziativa, insignita nel 2023 della <em>Medaglia del Presidente della Repubblica</em> per il suo alto valore simbolico e patrocinata dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy, dal Ministero del Turismo, dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, dal Ministero dell&rsquo;Agricoltura, della Sovranit&agrave; alimentare e delle Foreste e dal Ministero della Cultura, si conferma come un evento popolare, inclusivo, solidale e profondamente etico, volto a celebrare un rinnovato sentimento di comunit&agrave; attraverso la valorizzazione della cultura dell&rsquo;ospitalit&agrave; italiana.</p>

<p>Un settore, quindi, che non apporta solo valore economico, ma &egrave; a tutti gli effetti, pilastro della cultura del Buon Paese, in grado di impattare notevolmente sulla societ&agrave;, indispensabile per stimolare e preservare lo spirito di condivisione, senso di comunit&agrave;, il convivio, la relazione. Basti pensare che, proprio quest&rsquo;ultimo elemento, si manifesta, intanto, nella partecipazione di numerose associazioni impegnate a valorizzare l&rsquo;iniziativa mediante attivit&agrave; in programma in tutto il Paese che culmineranno nella celebrazione ufficiale del 16 maggio.</p>

<p>Tra queste ricordiamo: gli <em>Ambasciatori del Gusto, A.M.I.R.A., l&rsquo;Associazione Professionale Cuochi Italiani, CHIC, l&rsquo;Unione Europea dei Cuochi, la Federazione Italiana Cuochi, Identit&agrave; Golose, JRE, Le Soste, Slow Food Italia</em> e <em>l&rsquo;Unione Ristoranti del Buon Ricordo</em>, a cui si aggiungono collaborazioni preziose ed enti patrocinanti.</p>

<p>[[ima2]]Un evento inclusivo, dicevamo, e infatti l&rsquo;invito a partecipare &egrave; esteso non solo a ristoranti, ma anche a trattorie, osterie e pizzerie&nbsp;accomunati da valori che perpetuano nel lavoro di ogni giorno, uno su tutti la <em>cultura dell&rsquo;ospitalit&agrave;</em>, che esemplifica la funzione sociale dei luoghi del ristoro, la capacit&agrave; di conciliare <em>tradizione e innovazione</em> (dal recupero delle pi&ugrave; antiche colture agrarie all&rsquo;impiego di tecniche moderne), <em>l&rsquo;ambiente</em> &ndash; indispensabile per inscenare la grande arte dell&rsquo;ospitalit&agrave; -, e la qualit&agrave; ed etica. Ecco che, proprio attraverso di essi si delinea l&rsquo;identit&agrave; di un&rsquo;insegna, fino a rendere il tessuto ristorativo in Italia, tra i pi&ugrave; sfaccettati al mondo, e perci&ograve; cos&igrave; apprezzati.</p>

<p>Ingrediente simbolo per questa edizione del 2026 &egrave; <em>il riso</em>, un alimento profondamente significativo che da millenni accompagna la storia dell&rsquo;uomo, dall&rsquo;Oriente all&rsquo;Occidente, divenendo attraverso piccoli chicchi sostentamento, ma anche segno del legame tra l&rsquo;uomo e il territorio che abita, identit&agrave;: basti pensare alle innumerevoli declinazioni gastronomiche interpretate dalla cima alla punta dello Stivale. Chef e ristoratori, quindi, sono invitati ad aderire alla <em>Giornata della Ristorazione 2026</em> compilando il form online corredato da una ricetta che vede protagonista proprio questo ingrediente, lasciando massima libert&agrave; di espressione a ciascun interprete (per maggiori informazioni e per aderire, <a href="https://www.giornatadellaristorazione.it/aderisci/" rel="nofollow">clicca qui</a>).</p>

<p>Ultimo, ma non per ordine d&rsquo;importanza, la <em>Giornata della Ristorazione</em> ribadisce il profondo legame tra educazione e ristorazione. Missione di <em>FIPE</em> &egrave;, infatti, quella di avvicinare i giovani alla consapevolezza del significato profondo della ristorazione italiana. L&rsquo;obiettivo delle attivit&agrave; organizzate nelle scuole &egrave; promuovere la crescita di una generazione consapevole, capace di valorizzare la cultura dell&rsquo;ospitalit&agrave;.<br />
Chef e imprenditori del mondo della ristorazione incontreranno gli alunni delle scuole primarie, presenti in tutto il territorio italiano. Ogni personalit&agrave; sar&agrave; portavoce di un tema speciale volto a trasmettere ai bambini l&rsquo;importanza del legame tra memoria, emozioni e cibo.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/16-9-giornata-mondiale-ristorazione-1920x1080-maggio-2026-03-1.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/41324/dallitalia/il-16-maggio-la-giornata-della-ristorazione-2026-il-settore-si-unisce-sotto-il-simbolo-del-riso.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/dallitalia.html">44</category>			</item>			<item>				<title>Gianni Dezio, l'Abruzzo a denominazione d'origine controllata</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/41306/dallitalia/gianni-dezio-labruzzo-a-denominazione-dorigine-controllata.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>A Garrufo di Sant&rsquo;Omero,&nbsp;tra colline che sembrano dipinte dalla luce del tramonto teramano e i profumi profondi della campagna, la cucina di <strong>Gianni Dezio</strong> ha disegnato un nuovo capitolo della gastronomia italiana: un percorso in cui memoria e modernit&agrave; si guardano dritto negli occhi e si fondono in ogni piatto. Un successo che non nasce per caso, ma &egrave; il frutto di una solida joint venture tra le&nbsp;famiglie&nbsp;<strong>Di Serafino</strong> e&nbsp;<strong>Zunica</strong>, entrambe radicate a Civitella del Tronto: due visioni complementari che hanno saputo intrecciare competenze, identit&agrave; e visione imprenditoriale. &Egrave; da questa alleanza, autentica e territoriale, che prende forma la nuova stagione del <a href="https://villacorallo.it/site/ristorante-zunica-1880-villa-corallo/" rel="nofollow">Zunica 1880</a>, ospitato nella scenografica <a href="https://villacorallo.it/site/" rel="nofollow">Villa Corallo</a>: un progetto che ha saputo trasformare la tradizione in linguaggio contemporaneo, conquistando la stella Michelin e riportando l&rsquo;alta cucina abruzzese al centro del racconto gastronomico nazionale.</p>

<p>La storia di Dezio non &egrave; la narrazione di un talento nato per caso, ma di un viaggio. Classe 1986, cresciuto tra Abruzzo e Venezuela, sin da giovane ha respirato l&rsquo;arte della cucina nella trattoria di famiglia in Sud America, per poi perfezionarsi con i corsi di alta cucina italiana alla scuola di <strong>Niko Romito</strong> e confrontarsi con le esperienze internazionali, tra cui quella con lo chef <strong>Andoni Luis Aduriz </strong>del celebre <em>Mugaritz</em>. Il suo ritorno in Abruzzo, dopo i successi di <em>Tosto</em> e <em>+Tosto Gastro Bottega</em> ad Atri, coincide con la rinascita di una leggenda: lo storico Zunica 1880 di Daniele Zunica, trasferitosi dalla storica sede di Civitella del Tronto&nbsp;per guardare al futuro,&nbsp;mantenendo un legame fortissimo con il territorio.</p>

<p>Dezio racconta, portata dopo portata, la geografia di una regione, quella teramana e della <em>Val Vibrata</em>, fatta di orti biologici, allevamenti, stagionalit&agrave;. Il nuovo menu che lo chef propone &egrave; infatti una narrazione: un flusso emotivo che attraversa mare e montagna, memoria e invenzione, con materie prime che diventano architravi di un racconto sincero e diretto.&nbsp;In un tempo in cui la cucina contemporanea rincorre l&rsquo;effetto, il percorso di Dezio afferma, con pacata determinazione, l&rsquo;importanza di una gastronomia che <em>non dimentica</em> da dove viene. Ogni piatto &egrave; un passo in un paesaggio, ogni sapore un&rsquo;eco del territorio che lo ha generato. Racconto, identit&agrave;, futuro.<br />
<br />
<strong>ZUNICA 1880, menu Sequenze di emozioni 2026</strong><br />
[[ima3]][[ima4]][[ima5]][[ima6]][[ima2]]</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/1-gianni-dezio-2.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/41306/dallitalia/gianni-dezio-labruzzo-a-denominazione-dorigine-controllata.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/dallitalia.html">44</category>			</item>			<item>				<title>Successo a Milano, espansione globale, sfida sulla pizza: strategie di Mr Beefbar</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/41323/dallitalia/successo-a-milano-espansione-globale-sfida-sulla-pizza-strategie-di-mr-beefbar.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Tre anni. &laquo;Son gi&agrave; passati tre anni?&raquo;. S&igrave;, tre anni: era il 20 febbraio 2023 quando veniva inaugurato a Milano, nella grande Piazza del Quadrilatero restituita ai cittadini grazie al progetto del <a href="https://www.lungarnocollection.com/it/portrait-milano-hotel/" rel="nofollow">Portrait Milano</a>, il primo locale italiano di <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/36545/ristoranti/beefbar.html">Beefbar</a>, brand di steakhouse &ldquo;premium&rdquo; che ottiene successo in tutto il mondo, da Saint Tropez a Tulum, da New York a Istanbul, da St Barth a Marrakech, sono una quarantina i locali sparsi per il globo. &laquo;Perch&eacute; solo ora in Italia? Semplice: perch&eacute; non avevo mai trovato il posto giusto&raquo;, <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/32929/dallitalia/andiamo-alla-scoperta-di-beefbar-milano-la-nuova-meta-gastronomica-nel-cuore-del-quadrilatero.html">ci aveva raccontato</a> al tempo <strong>Riccardo Giraudi</strong>, fondatore di <a href="https://beefbar.com/" rel="nofollow">Beefbar</a>, genovese purosangue per quanto da tempo residente a Monte Carlo, classe 1975, figlio di quell&#39;<strong>Erminio Giraudi</strong> che a partire dagli anni Sessanta, con la sua azienda di import/export, &egrave; diventato uno dei re nel settore delle carni, al pari di <strong>Luigi Cremonini</strong>. Oggi il <a href="https://www.giraudi.com/" rel="nofollow">Giraudi Group</a> - del quale <strong>Riccardo</strong> &egrave; ceo - &egrave; il pi&ugrave; grande importatore di manzo Black Angus privo di ormoni dagli Stati Uniti; nel 2014 &egrave; diventato il primo importatore in Europa di manzo di Kobe giapponese certificato; la sua controllata <em>Giraudi Meats</em> &egrave; uno dei leader nell&#39;importazione di carne. E cos&igrave; via.</p>

<p>E insomma: tre anni dopo, &egrave; giunto il momento di chiedere a <strong>Riccardo Giraudi</strong>, intanto, un bilancio dell&rsquo;avventura milanese. Partendo proprio dal posto...</p>

<p>&nbsp;</p>

<p>[[ima2]]<strong>Milano, Piazza del Quadrilatero, Portrait: si sono rivelati il luogo giusto? </strong><br />
&laquo;Decisamente s&igrave; &raquo;.</p>

<p><strong>Dopo tre anni quale &egrave; il bilancio a Milano?</strong><br />
&laquo;Devo essere sincero: ha sorpassato tutte le nostre aspettative. Nei numeri, siamo attorno al +30% su quanto avevamo previsto. Non ti nascondo che all&#39;inizio siamo partiti un po&#39; lentamente, abbiamo sofferto per due o tre mesi. Ma &egrave; tipico delle capitali: nelle citt&agrave; pi&ugrave; piccole facciamo subito boom, mentre in quelle grandi &ndash; com&rsquo;&egrave; Milano - ci vuole tempo per entrare nel cuore della gente. Sono stati importanti il lavoro che abbiamo portato avanti con <em>Portrait</em> e poi l&rsquo;apertura di <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/462/35415/locali/rumore.html">Rumore</a> (dicembre 2023. <em>Rumore</em> &egrave; il cocktail bar sempre nel complesso <em>Portrait Milano</em> in Corso Venezia 11: un locale &ldquo;gemello&rdquo; e collegato all&rsquo;universo <em>Beefbar</em>, con una proposta centrata su mixology, champagne e intrattenimento, <em>ndr</em>). Ma dir&ograve; di pi&ugrave;: &egrave; stato importante il Quadrilatero, la forza del luogo del quale noi siamo diventati un elemento. Siamo entrati nella storia di Milano. Con un grosso problema&hellip;&raquo;.</p>

<p><strong>Quale?</strong><br />
&laquo;Vorrei aprire un altro locale qui in citt&agrave;. Ma diventa difficile: dove trovare un luogo pi&ugrave; bello di questo, o almeno altrettanto bello? (Ride, <em>ndr</em>). No, non posso riuscirci. Dovr&ograve; quindi cambiare brand: penso sempre a un ristorante di carne, ma non sar&agrave; un <em>Beefbar</em>. Credo magari un <a href="https://www.anahi-paris.com/" rel="nofollow">Anahi</a>, mitico ristorante argentino di Parigi, che ho comprato nel 2017, forse il mio ristorante preferito, diventa un po&rsquo; discoteca stile anni Ottanta in seconda serata. Tutto alla brace, 40, massimo 50 posti, divertentissimo. Potrebbe essere giusto anche per Milano. Ma vedremo&raquo;. (Ora <em>Anahi</em> ha una seconda location a Monaco. L&rsquo;universo di <a href="https://www.riccardogiraudi.com/" rel="nofollow">RG by Riccardo Giraudi &ndash; Hospitality concepts</a> comprende, a vario titolo, una valanga di format diversi: oltre a <em>Beefbar</em> e <em>Rumore</em>, anche <em>Le Petit Beefbar, Song Qi, African Queen, Anahi, Cantinetta Antinori, Zeffirino 1939, Le Caf&eacute; Lacoste, Fradiavolo, Beeftro, Ricky &amp; Mo, Frites Atelier, Pizz&rsquo;Aria, Smashie, Delovery, Pizz&rsquo;aria Professional, Le Tr&egrave;fle, Mado &agrave; Paris, Miss Bao, Nomad, Pantone Caf&eacute;, Riviera 1955, Pavo, Villa Tredici, Giraudi Meats, Fashion Factory, Cap Gin</em> e cos&igrave; via, <em>ndr</em>. Dice <strong>Giraudi</strong>: &laquo;Mi diverto a pensare sia a ristoranti di lusso che di fast food. Mi piace il mestiere, la creativit&agrave;&raquo;).</p>

<p>[[ima3]][[ima4]][[ima11]]<strong>Tu sei specialista nel calare i vari brand ristorativi nelle realt&agrave; locali. Quella italiana &ndash; e milanese in particolare &ndash; ti ha riservato qualche sorpresa?</strong><br />
&laquo;Direi di no, perch&eacute; sono italiano. Non sono arrivato con la mentalit&agrave; di uno straniero che investe su un mercato a lui sconosciuto o quasi. Io so come e cosa funziona, in Italia. Sapevo, ad esempio, che al <em>Beefbar</em> avremmo dovuto introdurre la pasta, che infatti funziona tantissimo. Piuttosto, sono rimasto stupito dal fatto che il brand <em>Beefbar</em> fosse gi&agrave; molto (ri)conosciuto nel nostro Paese, bench&eacute; non fosse ancora presente. Evidentemente tantissimi, tantissimi milanesi lo avevano gi&agrave; apprezzato nei loro viaggi&raquo;.</p>

<p><strong>Dunque, prevedete un nuovo locale a Milano, non a marchio Beefbar. Altro in vista, nella Penisola?</strong><br />
&laquo;La Sardegna certamente, stiamo per partire con <a href="https://beefbar.com/cala-di-volpe/" rel="nofollow">Beefbar Cala di Volpe</a> a Porto Cervo (il sito accetta prenotazioni a partire dall&rsquo;8 maggio, <em>ndr</em>). E poi avremo Cortina d&rsquo;Ampezzo, con <em>Beefbar</em> &amp; <em>Rumore</em>: dovremmo aprire a dicembre, magari faremo in tempo, ma insomma &egrave; tutto avviato. Poi Roma: stiamo negoziando, abbiamo 3-4 opzioni. Ora ci sono circa 40 <em>Beefbar</em> nel mondo, arriveremo presto a 50 (erano 20 tre anni fa, <em>ndr</em>)&raquo;.</p>

<p><strong>C&#39;&egrave; un fil rouge che deve unire insieme necessariamente tutte queste offerte cos&igrave; diverse?</strong><br />
&laquo;Voglio che la gente torni per il prodotto. Voglio accoglierla in posti belli, con buona luce, buona musica, belle persone, ma alla fine vince la qualit&agrave; del prodotto. E poi i miei ristoranti devono possedere un&rsquo;identit&agrave; precisa e riconoscibile, devono essere compresi istantaneamente. Uno entra, prende il menu, lo apre, deve poter capire subito quale &egrave; la logica&raquo;.</p>

<p>[[ima5]]<strong>Questo &egrave; il fil rouge, l&rsquo;elemento di continuit&agrave;. Invece, come vi adattate alle diverse realt&agrave; locali?</strong><br />
&laquo;Questa &egrave; una cosa pi&ugrave; recente: non voglio pi&ugrave; &ndash; come dire &ndash; fotocopiare i menu, mi piace introdurre ricette diverse nelle varie sedi, oggi siamo a circa il 30% di piatti studiati e dedicati al luogo in cui siamo. Partiamo dalle carni del mondo, ma poi per esempio a Milano abbiamo le paste, i risotti, la cotoletta. Ovviamente, se propongo la cotoletta a Milano, deve essere perfetta: perci&ograve; stiamo lavorando sulle potenzialit&agrave; delle nostre cucine, per alzare ulteriormente l&rsquo;asticella. L&rsquo;obiettivo e confermare un&#39;identit&agrave; chiara che poi vada a declinarsi nelle varie situazioni&raquo;.</p>

<p><strong>Parlavi prima di tanti nuovi Beefbar nel mondo. Siete presenti in quattro continenti. Quali aree hanno maggiori potenzialit&agrave; di crescita?</strong><br />
&laquo;L&rsquo;Asia potrebbe essere rinforzata, ma l&agrave; proporre carne non &egrave; semplice, meglio pensare a ristoranti di cucina italiana. Invece vorrei spingere molto sugli Stati Uniti d&rsquo;America&raquo;.</p>

<p>[[ima6]]<strong>A proposito di cucina italiana: hai aperto un nuovo fronte, quello delle pizzerie&hellip;</strong><br />
(<em>Giraudi ha creato nel 2021 il brand <a href="https://www.pizz-aria.com/" rel="nofollow">Pizz&rsquo;Aria</a>, dedicato alla pinsa romana cotta a legna, pensato come format replicabile: impasto &ldquo;a tre farine&rdquo;, lunga lavorazione/alta digeribilit&agrave;, servizio rapido e topping di impronta italiana, ha un locale a Monaco ma il progetto &egrave; quello di una piattaforma in partnership industriale (Italpizza) per lo sviluppo e la distribuzione del prodotto. Pi&ugrave; recente &egrave; l&rsquo;interessamento di Giraudi per <a href="https://fradiavolopizzeria.com/" rel="nofollow">FraDiavolo</a>, catena italiana di pizzerie (format &ldquo;casual dining&rdquo;, oggi con 31 locali in Italia, uno in Francia e uno negli Usa) nata con l&rsquo;idea di portare una pizza stile napoletano contemporaneo &mdash; impasto con lunghe lievitazioni, cornicione pronunciato, ingredienti selezionati &mdash; in un modello replicabile. Il brand appartiene ad Alto Partners SGR, tramite il fondo Alto Capital V, che nel 2024 ha acquisito il 76% di Fragesa Srl, controllante FraDiavolo. I fondatori Mauro D&rsquo;Errico e Gianluca Lotta, attraverso la loro holding Kappagroup, hanno mantenuto il 24% e restano alla guida operativa. Giraudi ha acquisito il marchio per il mercato francese,</em> <em>ndr</em>).<br />
&laquo;Ripeto, a me piace molto lavorare sui brand. A volte li creo, a volte li compro, a volte mi associo a realt&agrave; gi&agrave; esistenti. &Egrave; quest&rsquo;ultimo il caso di <em>FraDiavolo</em>, che stiamo portando in Francia. Mi sono innamorato del loro modello economico e di una visione intelligente di un prodotto replicabile e di qualit&agrave;. Sono riusciti a fare qualcosa che non pensavo fosse possibile: standardizzare la realizzazione di una pizza buonissima. Ho quindi siglato una joint venture per la Francia e aperto il primo mio <em>FraDiavolo</em>, ad Antibes, che sta andando benissimo, anche perch&eacute; abbiamo scelto una posizione molto strategica. L&igrave; non propongo nessuna particolare creativit&agrave;, per&ograve; ho apportato alcuni cambiamenti nel menu: ho inserito la cotoletta alla milanese (ma di pollo), perch&eacute; i francesi vogliono anche mangiare ogni tanto un secondo piatto, non solo pizza o pasta. E ho introdotto un <em>dip</em>, una salsa, servita a parte, per condire il cornicione della pizza, che altrimenti resta sul piatto&raquo;.</p>

<p><strong>Antibes, dunque. Replicherai altrove, immagino&hellip;</strong><br />
&laquo;Prevedo una cinquantina di pizzerie <em>FraDiavolo</em> in Francia. In franchising. Non c&rsquo;&egrave; concorrenza, non esiste oltralpe una catena di pizzerie italiane mid-market. C&rsquo;&egrave; <em>BigMama</em>, che per&ograve; &egrave; superpremium&raquo;.</p>

<p><strong>Dal tuo punto di vista di creatore di format ristorativi: cosa manca alla pizzeria italiana classica? Come rinnovare quel format?</strong><br />
&laquo;Una cosa l&rsquo;ho gi&agrave; detta: il cornicione non lo mangia nessuno, ha senso proporre una salsa per condirlo. Per il resto l&#39;Italia &egrave; molto tradizionalista sulla pizza, mentre all&rsquo;estero una proposta solo-pizza non funziona. Ma il vero problema del settore &egrave; che la pizza non costa abbastanza, non &egrave; sostenibile economicamente. Non si pu&ograve; vendere una pizza a 6 euro, quasi ti costa di pi&ugrave; una bottiglia d&rsquo;acqua! Gli italiani non sono pronti a riconoscere un valore economico superiore alla pizza. Nel mio <em>FraDiavolo</em> in Francia, la pizza costa almeno 12 euro&raquo;.</p>

<p>[[ima7]][[ima8]]<strong>Torniamo a bomba sul successo di Beefbar. &Egrave; anche figlio di un&rsquo;esplosione di steakhouse in tutto il mondo. &Egrave; un modello diventato molto popolare. Come ti spieghi questa &ldquo;fame di carne&rdquo;?</strong><br />
&laquo;Penso che sia tornato di moda. Anzi: non &egrave; mai stato davvero &ldquo;di moda&rdquo;. Prima, quasi ci vergognavamo a vendere carne, sembrava che fosse una cosa brutta. Ora non pi&ugrave;. Questo ha aiutato molto. Nelle steakhouse il prodotto parla da solo. Per&ograve; oggi molti clienti vengono al <em>Beefbar</em> e non ordinano nemmeno la bistecca, <em>Beefbar</em> &egrave; visto come un luogo accogliente dove passare una bella serata. In questo, devo dire grazie a <strong>Nusret</strong> (<a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Salt_Bae" rel="nofollow">Nusret G&ouml;k&ccedil;e</a>, noto a livello mondiale come <em>Salt Bae</em>, celebre macellaio, ristoratore e imprenditore turco, famoso per il suo teatrale modo di salare la carne, diventato un meme virale nel 2017. Fondatore della catena di steakhouse di lusso <em>Nusr-Et</em>, <em>ndr</em>).</p>

<p><strong>In che senso?</strong><br />
&laquo;Quando lui si &egrave; affermato, ho dovuto ripensare <em>Beefbar</em>: non potevo continuare a proporre le sue stesse cose. &Egrave; l&igrave; che ho capito di dover uscire dal canone bistecca/patatina fritta, cos&igrave; ho aggiunto tanto street food, una proposta pi&ugrave; variegata. Una strada alternativa basandosi sempre sullo stesso prodotto&raquo;.</p>

<p><strong>Una curiosit&agrave;: vedo che avete in menu tagli di carne che vengono dalla Namibia, dall&rsquo;Australia, dagli Stati Uniti&hellip; Come si trovano questi &ldquo;giacimenti&rdquo; di carne di alta qualit&agrave;, da introdurre nei vostri ristoranti?</strong><br />
&laquo;Non dimentichiamoci da dove vengo, ovvero da una societ&agrave; di importazione di carne, mio padre &egrave; tuttora agente di produttori europei. Io ho deciso di puntare sull&rsquo;eccellenza. In Europa nessuno puntava sulla carne di lusso, io mi son messo a viaggiare per trovare questi allevatori in tutto il mondo: andavo in America, mangiavo una bistecca, la pagavo 100 dollari ed era di bont&agrave; strabiliante, tornavo in Europa, mi servivano una bistecca per 20 euro ed era immangiabile. Ho pensato che anche il cliente europeo potesse pagare per gustare carne di qualit&agrave;. Noi gliela forniamo, grazie a una rete di piccoli allevatori che abbiamo selezionato (pensiamo che in Europa il mercato della carne di lusso vale solo 400 milioni di euro: non parliamo di grandi quantit&agrave;, perch&eacute; questo tipo di carne non viene mangiata a casa, ma solo nei ristoranti). Per rispondere alla tua domanda: li troviamo proprio cos&igrave;, girando per il mondo&raquo;.</p>

<p>[[ima9]][[ima10]]<strong>C&rsquo;&egrave; una &ldquo;nuova frontiera&rdquo; della carne che ti piacerebbe esplorare?</strong><br />
&laquo;C&#39;&egrave; una nazione che meriter&agrave; e che oggi non &egrave; conosciuta per la carne: la Corea del Sud. Noi serviamo carne coreana nel nostro <em>Beefbar</em> di Hong Kong. Buonissima&raquo;.</p>

<p><strong>&Egrave; parente del wagyū giapponese?</strong><br />
&laquo;&Egrave; una carne <em>crossbreed</em> (ossia un incrocio: &egrave; il risultato dell&#39;unione tra due diverse razze bovine per unire le migliori caratteristiche di entrambe), come anche il <em>wagyū F1</em>. Per esempio il nostro wagyū della Namibia &egrave; un incrocio al 50% col Sanga, una razza locale&raquo;.</p>

<p><strong>Carne, carne, carne. Ma anche l&rsquo;ambito vegetariano sta crescendo molto. Come mai il mercato favorisce sempre pi&ugrave; una ristorazione &ldquo;specializzata&rdquo;?</strong><br />
&laquo;Vero, anche i ristoranti vegetariani crescono, mentre il veganesimo &egrave; stato un fuoco di paglia. Una volta i ristoranti erano perlopi&ugrave; generalisti, vi mangiavi di tutto. Oggi la tendenza &egrave; diversa e penso sia una bella cosa, perch&eacute; non &egrave; possibile preparare ogni cosa al meglio. Vengono premiate l&#39;identit&agrave; e la qualit&agrave;. Ricordo una vecchia campagna pubblicitaria inglese, erano gli anni Novanta. Lo slogan era: <em>(It) does what it says on the tin</em>, ossia &ldquo;fa esattamente quello che c&rsquo;&egrave; scritto sulla latta&rdquo;. Ecco: la gente sa che <em>Beefbar</em> mantiene quello che promette&raquo;.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/riccardo-giraudi-2.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/41323/dallitalia/successo-a-milano-espansione-globale-sfida-sulla-pizza-strategie-di-mr-beefbar.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/dallitalia.html">44</category>			</item>			<item>				<title>Il Borgia Group apre l'Osteria Formentini:  «I milanesi tornino a mangiare in Brera»</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/41312/dallitalia/il-borgia-group-apre-losteria-formentini-i-milanesi-tornino-a-mangiare-in-brera.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Nel cuore artistico ed elegante di Brera, all&#39;angolo tra via Madonnina e via Formentini, ha aperto l&#39;<a href="https://osteriaformentini.it/" rel="nofollow">Osteria Formentini,</a> l&#39;ultimo progetto del <em>Borgia Group</em><strong> </strong>che, con 11 locali tra Milano e Palermo, 215 dipendenti e un bilancio intorno ai 12 milioni di euro, si conferma una delle realt&agrave; pi&ugrave; prolifiche e dinamiche della ristorazione italiana. <em>Osteria Formentini</em> rimarca con entusiasmo quella che &egrave; la visione, ma anche la filosofia, del gruppo: portare materie prime di altissima qualit&agrave; in location centrali, coinvolgendo l&#39;ospite in una convivialit&agrave; &ldquo;senza fronzoli&rdquo;.[[ima2]]</p>

<p>Ma questo locale ha anche la poesia di un sogno realizzato e a raccontarcelo &egrave; proprio <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/6/28861/chef-e-protagonisti/vittorio-e-saverio.html">Vittorio Borgia</a>, ceo del gruppo: &laquo;Questa non &egrave; solo una sfida imprenditoriale, ma un segno del destino. Vidi questo posto ancora prima di aprire il <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/462/35084/locali/bioesseri.html">Bioesser&igrave;</a>, il nostro primo locale milanese, e me ne innamorai subito. Allora non riuscii a farlo nostro, ma non l&#39;ho mai perso di vista: questo &egrave; sempre stato uno dei miei angoli preferiti a Milano. E come nelle favole pi&ugrave; belle, c&#39;&egrave; stato il lieto fine: abbiamo dovuto pazientare per anni, ma eccoci qui. Il mio sogno &egrave; diventato realt&agrave;&raquo;. E aggiunge: &laquo;Ora inizia la vera sfida: vogliamo riportare il milanese in Brera. Oggi il milanese che vive la citt&agrave; pensa a questo quartiere esclusivamente come a una tappa turistica, con menu&nbsp;studiati ad hoc per stranieri e turisti di passaggio. Noi vogliamo farlo ricredere, offrendogli una qualit&agrave; diversa e un men&ugrave; capace di esprimere le potenzialit&agrave; di tutte le nostre regioni. Abbiamo fatto un lungo lavoro di ricerca identitaria, vogliamo reinterpretare in chiave contemporanea l&#39;anima pi&ugrave; autentica dell&#39;osteria italiana, andando a prendere le specificit&agrave; di tutto il nostro territorio. Anche per questo il menu&nbsp;cambier&agrave; spesso, con novit&agrave; introdotte ogni due mesi circa per raccontare il meglio del nostro Paese&raquo;.[[ima3]]</p>

<p>Al comando della cucina c&#39;&egrave; <strong>Federico Della Vecchia</strong>, classe 1981, ischitano con un corposo curriculum internazionale e una passione nata spontaneamente da bambino: &laquo;Tutti raccontano - mi svela - di essersi innamorati di questa professione dopo essere cresciuti vedendo la passione di nonna o mamma nel cucinare, invece io mi sono avvicinato alla cucina perch&eacute; mi piaceva proprio il cibo. Aprivo il frigorifero, mi sedevo ai suoi piedi e in solitaria mangiavo quello che ci trovavo. Ho sempre amato la roba fredda e ricordo ancora la bont&agrave; dello spaghetto avanzato a&nbsp;pranzo e tolto dal frigorifero alla sera&raquo;. <strong>Della Vecchia</strong> &egrave; al fianco dei <strong>Borgia</strong> da 12 anni ma &egrave; amico di <strong>Vittorio</strong> da molto tempo prima. &laquo;Ho seguito le aperture di buona parte dei loro locali &ndash; mi racconta -, portiamo sapore e semplicit&agrave; che &egrave; quello richiesto ovunque, dalle osterie al mondo del lusso dove possono cambiare le virgole, ovvero il vino prestigioso o il design del piatto, ma la sostanza resta la stessa. Noi vogliamo osare ed essere la trasposizione milanese di ci&ograve;&nbsp;che &egrave; riuscita a fare la stellata <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/6/1606/chef-e-protagonisti/cristina.html">Cristina Bowerman</a><strong> </strong>a Roma: in Trastevere, quartiere turistico per antonomasia, ha aperto la sua <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/12143/ristoranti/glass-hostaria.html">Glass Hostaria</a>, puntando sulla migliore tradizione italiana a differenza dell&#39;infinit&agrave; di trattorie che le ruotano intorno. Noi vogliamo essere proprio quello, non puntiamo alle stelle, ma vogliamo far sedere ai nostri tavoli anche il milanese che vuole mangiare un piatto preparato con cura e secondo i saperi e sapori antichi&raquo;.</p>

<p>Con orgoglio <strong>Della Vecchia</strong> sottolinea: &laquo;Nel nostro menu&nbsp;c&#39;&egrave; l&#39;Italia dentro, &egrave; una camminata nella storia culinaria del nostro Paese. Non vogliamo chiuderci in una Regione, ma abbracciarle tutte. Da noi non si ricama sul gourmet, ma si serve&nbsp;ci&ograve; che ha reso la cucina italiana un Patrimonio dell&#39;umanit&agrave;: semplicit&agrave; ed eccellenza della materia prima vincono su tutto. Da campano adoro il <em>Pacchero al pomodoro</em>, ma nel nostro viaggio non possono mancare le <em>Trofie al pesto</em>, la <em>Pasta alla Norma </em>(anche in onore alle origini siciliane di<strong> Vittorio</strong> e <strong>Saverio</strong> Borgia, <em>ndr</em>), il <em>Risotto alla milanese con ossobuco</em>, la <em>Cotoletta di vitello</em>, la <em>Guancia di manzo</em>, il <em>Pescespada alla griglia</em> o il <em>Fritto misto</em>....&raquo;.[[ima4]]</p>

<p>Gi&agrave;, c&#39;&egrave; tanto pesce nel menu, dalla <em>Tartare di pescespada, menta, capperi e mollicata alla bottarga</em> allo <em>Spaghetto cozze, pomodorini e bottarga</em>, fino ai <em>Moscardini in umido con crostone di pane all&#39;aglio</em>. Trovarlo freschissimo ogni giorno a Milano &egrave; un&#39;altra delle sfide vinte dall&#39;<em>Osteria Formentini</em>: &laquo;Per riuscirci &ndash; spiega <strong>Della Vecchia</strong> &ndash; abbiamo fatto tante indagini di mercato e, dovendo fare la spesa non per uno ma per diversi locali, la verit&agrave; &egrave; che i nostri fornitori ci coccolano e ci mettono nella possibilit&agrave; di coccolare, a nostra volta, chi ci sceglie&raquo;. <strong>Vittorio</strong> ride: &laquo;Ormai io e <strong>Federico</strong> siamo una coppia di fatto. Lavoriamo insieme da cos&igrave; tanti anni che&nbsp;anche quando ci scontriamo dura poco. Abbiamo la stessa visione di ristorazione, inseguiamo gli stessi traguardi. Non riusciamo a stare senza progetti da sviluppare, l&#39;<em>Osteria Formentini</em> ne &egrave; la conferma. E anche qui, come gi&agrave; al <em>Bioesser&igrave;</em>, abbiamo anche una carta delle pizze. Come dico sempre, in qualsiasi locale della ristorazione italiana dovrebbero esserci sempre una <em>pizza</em> e uno <em>spaghetto al pomodoro</em> che, simbolicamente, rappresentano il nostro Paese&raquo;. L<em>&#39;Osteria Formentini</em> ha 75 posti interni ai quali se ne aggiungeranno&nbsp;una cinquantina all&#39;esterno. Il progetto architettonico, firmato da <strong>Giovanni Musica, </strong>ha puntato a ricostruire l&#39;atmosfera dei pranzi domenicali in famiglia, delle osterie di provincia, dell&#39;allegria del condividere una grande tavolata, volutamente lontano dall&#39;estetica patinata del fine dining contemporaneo: un posto dove stare a tavola tutto il tempo che serve nella bellezza (perduta) dello stare insieme.[[ima5]]</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/osteriaformentini2-9.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/41312/dallitalia/il-borgia-group-apre-losteria-formentini-i-milanesi-tornino-a-mangiare-in-brera.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/dallitalia.html">44</category>			</item>			<item>				<title>Podere 1384, nel cuore del Chianti Classico la natura stringe in un abbraccio</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/205/41288/hotellerie/podere-1384-nel-cuore-del-chianti-classico-la-natura-stringe-in-un-abbraccio.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>1384 &egrave; l&rsquo;anno di un ritorno alla terra, mentre &quot;podere&quot; &egrave; la parola che racconta la terra come destino<strong>. </strong>A soli trenta chilometri da Siena e Firenze, <a href="https://podere1384.it/it/" rel="nofollow">Podere 1384</a> &egrave; un&rsquo;oasi di quiete in cui arte, paesaggio e ospitalit&agrave; si fondono in un equilibrio raro e il tempo cambia ritmo. Adagiato su un poggio nel cuore del Chianti Classico, circondato da cinquanta ettari di natura che si affacciano sulle morbide colline toscane e non lontano dal corso del fiume Pesa, questo antico borgo del XIV secolo sembra sospeso in una dimensione altra, dove il silenzio non &egrave; assenza ma presenza viva.</p>

<p>La storia del <em>Podere</em> &egrave;, prima di tutto, la storia di un sogno. Il <b>proprietario,</b>&nbsp;romano di origine ma cittadino del mondo sin dall&rsquo;et&agrave; di diciotto anni, ha sempre custodito un legame viscerale con la campagna italiana. Da bambino trascorreva le estati in Umbria, tra parenti contadini, salendo sui trattori e imparando a mungere le mucche. In quelle giornate polverose e luminose si &egrave; radicata una fascinazione profonda per la vita rurale, fatta di fatica, stagioni e verit&agrave;. Nel 1989, la lettura di <em>Due di Due</em> di <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Andrea_De_Carlo" rel="nofollow">Andrea De Carlo</a> accese definitivamente quella scintilla. Il protagonista del romanzo sceglie di fermarsi, di acquistare un terreno con case abbandonate e di ricostruire, pezzo dopo pezzo, un&rsquo;esistenza autosufficiente. In quelle pagine il titolare riconobbe s&eacute; stesso e il proprio desiderio: possedere un luogo da coltivare, una casa da trasformare, una terra da abitare in modo autentico.[[ima4]]</p>

<p>Per lui la terra non &egrave; mai stata soltanto un investimento, ma una scelta etica. Una dimensione sostenibile, impegnativa ma appagante, in cui il concetto di indipendenza assume un significato profondo: energetico, ambientale, spirituale. L&rsquo;idea di un futuro a emissioni zero non &egrave; uno slogan, ma una filosofia di vita. Vivere senza nuocere, crescere senza sottrarre, prosperare senza compromettere. Quando nel 2017 gli venne proposto un podere nel Chianti, ebbe la sensazione netta di trovarsi davanti alla scena descritta nel romanzo. Il progetto di ristrutturazione era complesso, quasi temerario. Ma la posizione - in Toscana, a pochi chilometri da Firenze e non lontano da Roma - e l&rsquo;energia del luogo parlarono pi&ugrave; forte di ogni esitazione. Decise di acquistarlo. Per il proprietario, la Toscana incarna il sogno della terra e della libert&agrave;, ma anche dell&rsquo;arte. Firenze, culla del Rinascimento, rappresenta un ideale di eleganza, cultura e tradizione che continua a irradiarsi nel paesaggio circostante. Ed &egrave; proprio in questo dialogo tra natura e bellezza che Podere 1384 trova la sua anima.</p>

<p>In origine, il progetto era semplice: una casa privata, qualche stanza da affittare, la terra da coltivare. Poi, pochi mesi dopo l&rsquo;acquisto, la vita cambi&ograve; direzione. Incontr&ograve; <strong>Tatiana</strong>. L&rsquo;incontro che cambi&ograve; la sua vita. Cresciuta in una storica famiglia di ristoratori romani, <strong>Tatiana</strong> porta con s&eacute; un&rsquo;eredit&agrave; fatta di profumi, gesti e rigore. Figlia di <strong>Vittorio Perna</strong>, chef appassionato e innovatore, &egrave; cresciuta tra i tavoli del ristorante di famiglia, <em>Il Ciociaro</em>, punto di riferimento nel quartiere Prati da oltre quarant&rsquo;anni. L&igrave; ha imparato che l&rsquo;ospitalit&agrave; non &egrave; solo servizio, ma cura.[[ima5]]</p>

<p>Negli anni ha affinato un senso estetico attento e una visione fondata sull&rsquo;eccellenza delle materie prime e sull&rsquo;originalit&agrave; dell&rsquo;accoglienza. Per lei&nbsp;il podere smette di essere un sogno privato e diventa un progetto condiviso: un boutique resort in cui natura, agronomia, cucina e ospitalit&agrave; si intrecciano in un&rsquo;esperienza autentica.</p>

<p>1384: un nome, una radice. Il nome non &egrave; casuale. Il 1384 &egrave; l&rsquo;anno in cui la Repubblica di Firenze riconobbe ufficialmente la <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Lega_del_Chianti" rel="nofollow">Lega del Chianti</a>, simbolo di identit&agrave; e tutela territoriale. Il <em>Podere</em> sorge infatti nel Terziere di Castellina, una delle tre storiche suddivisioni del Chianti insieme a Radda e Gaiole. Un richiamo preciso, che ancora il progetto a una memoria collettiva. Oggi la tenuta, frutto di un restauro conservativo pluriennale, celebra l&rsquo;architettura locale reinterpretandola con sensibilit&agrave; contemporanea. L&rsquo;estetica dialoga con il paesaggio in un&rsquo;osmosi cromatica: nulla stride, tutto si integra.</p>

<p>Legni, pietre, malte naturali raccontano un linguaggio materico che rimanda a saperi antichi. Le essenze lignee, trattate per esaltarne le venature, restituiscono calore e profondit&agrave;; le pietre lasciate a vista diventano spina dorsale dell&rsquo;impianto architettonico, simbolo di stabilit&agrave; e radicamento. Ogni scelta &egrave; stata compiuta personalmente, ogni dettaglio seguito con dedizione. Il risultato non &egrave; soltanto un luogo di soggiorno, ma un&rsquo;esperienza che riflette valori chiari: sostenibilit&agrave;, bellezza, autenticit&agrave;, accoglienza. <em>Podere 1384</em> nasce da un desiderio di indipendenza etica e spirituale, ma oggi &egrave; soprattutto uno spazio da condividere. Un rifugio dove la storia respira ancora tra i muri antichi, dove la natura avvolge senza invadere, dove il tempo rallenta e ciascuno pu&ograve; ritrovare il proprio sogno di terra. Un boutique resort dove la natura, l&rsquo;agronomia, il cibo e l&rsquo;ospitalit&agrave; si fondono in un&rsquo;esperienza autentica.[[ima7]]</p>

<p>Negli interni, gli ambienti si susseguono in un fluire armonico che consente una continua percezione dello spazio, che diventa un&rsquo;area espositiva diffusa, tra opere d&rsquo;arte, oggetti di design e atmosfere create attraverso collaborazioni d&rsquo;eccellenza. Tra gli artisti, <strong>Herv&eacute; Lewis</strong>, maestro della fotografia del corpo e del movimento; <strong>Diego Cerero Molina</strong>, con i suoi ritratti intensi e carichi di umanit&agrave;; <strong>Tommaso Ottieri</strong>, noto per i suoi paesaggi urbani carichi di luce e materia; <strong>Mark Zubrovich</strong>, artista che sperimenta con linguaggi grafici e pittorici dal forte impatto visivo; e <strong>Luigi Galligani</strong>, scultore le cui opere prendono vita negli spazi esterni donando carattere e unicit&agrave; all&#39;esperienza visiva. Non mancano collaborazioni attive con gallerie di riferimento nel panorama internazionale, come la <em>Galleria Paci </em>e l&rsquo;<em>Atelier Wocs</em> di Ginevra. Tutte le opere sono parte integrante della quotidianit&agrave; del Podere: sono nelle suite, nel ristorante <em>Il Sorbo,</em> al bar, nella suggestiva <em>La Villa</em> e nella reception.</p>

<p>[[ima2]]In totale, conta suites situate tutte al primo piano con ingresso indipendente, arredate con stile e attenzione al design e al comfort, grazie a collaborazioni con brand come <em>Antonio Lupi, Alessandro Bini, Sestini e Corti</em> e <em>Society Limonta</em>.&nbsp; Sei camere, pochi ospiti, perch&eacute; ogni soggiorno sia davvero personale. Sono ampie, accoglienti e riposanti, caratterizzate da finestre il cui dialogo con il territorio non trova mai interruzione. Accanto alle suite, <em>La Villa</em>, ricavata da una torre d&rsquo;avvistamento medievale, &egrave; uno spazio pensato e ricercato, esclusivo; perfetto per eventi privati, ritiri e soggiorni di gruppo.</p>

<p>Affacciata sulla natura e immersa nel silenzio, wellness area dispone di sauna, bagno turco, doccia sensoriale, idromassaggio, area relax interna ed esterna. Guarda l&rsquo;intera vallata, davanti a boschi e colline, il <em>pool garden</em> circondato da opere d&rsquo;arte. Sul prato adiacente la piscina, ci si rilassa durante un massaggio alle prime luci dell&rsquo;alba, o una delle sessioni yoga settimanale. Non manca una gym area, con ampie vetrate, attrezzata di macchinari d&rsquo;avanguardia Technogym, &egrave; aperta anche agli ospiti esterni, cos&igrave; come la piscina.</p>

<p>[[ima6]]Momenti di preziosa pace si godono nelle suggestive serate seduti ai tavoli del ristorante <a href="https://podere1384.it/it/ristorante/" rel="nofollow">Il Sorbo 1384</a><em>,</em> che accoglie anche gli esterni. La filosofia dell&rsquo;executive chef <strong>David</strong> <strong>Targetti</strong> e la sua brigata &egrave; il km zero, in collaborazione con agricoltori, giardinieri e produttori locali per dare vita a piatti a base di ingredienti di alta qualit&agrave; che rispettano il ritmo delle stagioni. In carta, da provare, i&nbsp;<em>Bottoni di carpaccio di chianina e&nbsp;pecorino primo sale con insalatina di puntarelle estive e mostarda di frutta</em>, oppure gli <em>Gnocchi di semolino con gamberi rossi, stracciatella di burrata e&nbsp;pomodorini confit</em> o l&rsquo;<em>Osomaki del Chianti, </em>un peposo di spalla di manzo, patate e fagiolini con fondo di cottura al tartufo estivo. Un salto nel cuore della cultura nipponica con i sapori della Toscana. Indimenticabile.[[ima3]]</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/podere-1384.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/205/41288/hotellerie/podere-1384-nel-cuore-del-chianti-classico-la-natura-stringe-in-un-abbraccio.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/205/hotellerie.html">205</category>			</item>			<item>				<title>Le nuove aperture sul Lago di Como: in arrivo grandi hotel e grandi chef</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/41315/dallitalia/le-nuove-aperture-sul-lago-di-como-in-arrivo-grandi-hotel-e-grandi-chef.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Il Lago di Como si prepara alla nuova stagione turistica con un fermento che riguarda soprattutto le cucine e gli hotel. Come spesso accade nei mesi invernali, mentre il lago rallenta e i battelli si diradano, dietro le quinte si lavora per farsi trovare pronti alla primavera. Tra restauri importanti, debutti attesi e ritorni di nomi illustri, il 2026 si apre con una serie di novit&agrave; che ridisegnano la mappa dell&rsquo;ospitalit&agrave; e della ristorazione lariana, confermando una tendenza ormai evidente: qualit&agrave;, identit&agrave; territoriale e visione internazionale non sono pi&ugrave; in contrapposizione, ma convivono nello stesso racconto.</p>

<p>&nbsp;</p>

<p><strong>PALAZZO SAN GOTTARDO CON RADIANTE E CAFF&Egrave; LARIANO A COMO</strong><br />
[[ima2]]In pieno centro, <a href="https://palazzosangottardo.com" rel="nofollow">Palazzo San Gottardo</a> torna a vivere grazie all&rsquo;intervento di <em>Radisson</em>, che restituisce alla citt&agrave; un edificio simbolo, oggi trasformato in un hotel contemporaneo ed elegante. All&rsquo;ultimo piano trova spazio <em>Radiante</em>, ristorante fine dining. In cucina, lo chef <strong>Danilo Vella</strong>, classe 1995 (e gi&agrave; vincitore del <em>S.Pellegrino Award for Social Responsibility</em> alla finale italiana del <em>S.Pellegrino Young Chef Academy Competition</em>, nel 2023, quando era sous chef del ristorante <em>Imperialino</em> a Moltrasio, <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/32725/dallitalia/sara-michele-antonelli-il-finalista-italiano-della-spellegrino-young-chef-academy-competition.html">leggi qui</a>), costruisce una proposta che guarda al territorio con sensibilit&agrave; moderna, mettendo al centro materie prime locali e leggerezza espressiva. Al piano terra, il <em>Caff&egrave; Lariano</em> guidato da <strong>Mirko Gatti</strong>, primo chef comasco a ottenere la stella verde Michelin (con il suo ristorante <em>Radici</em> a San Fermo della Battaglia, ora chiuso. <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/33279/dallitalia/vi-raccontiamo-la-sorprendente-cucina-di-ricerca-firmata-mirko-gatti-al-suo-radici-nel-comasco.html">Ne avevamo parlato anche qui</a>), completa l&rsquo;offerta con un format pi&ugrave; immediato, ma coerente con l&rsquo;idea di ospitalit&agrave; sostenibile e consapevole.<br />
<a href="https://palazzosangottardo.com" rel="nofollow">Palazzo San Gottardo Lake Como</a><br />
Via Fratelli Cairoli 2 - Como<br />
Tel. +39 031 346111</p>

<p>&nbsp;</p>

<p><b>SEMPRE A COMO IL CASABIANCA E L&rsquo;ARTE DELLA DOLCEZZA CON COVA</b><br />
[[ima3]]Pochi metri pi&ugrave; avanti sul lungolago apre <a href="https://casabiancacomo.com/it/cova/" rel="nofollow">Casabianca</a>, villa anni Trenta che ospita la collezione d&rsquo;arte della famiglia <strong>De Santis</strong>, proprietaria del <a href="https://www.passalacqua.it/en/" rel="nofollow">Passalacqua</a> e del <a href="https://www.grandhoteltremezzo.com/it/" rel="nofollow">Grand Hotel Tremezzo</a>. Protagonista gastronomica di <em>Casabianca</em> &egrave; la storica pasticceria <a href="https://shop.pasticceriacova.com/" rel="nofollow">Cova</a> di Via Montenapoleone a Milano, che firma sul Lario un&rsquo;offerta pensata per accompagnare gli ospiti dalla colazione all&rsquo;aperitivo. Ne nasce un indirizzo che unisce estetica, memoria e gusto, pensato pi&ugrave; come salotto culturale che come semplice locale.<br />
<a href="https://casabiancacomo.com/it/cova/" rel="nofollow">Cova</a> al <a href="https://casabiancacomo.com/it/cova/" rel="nofollow">Casabianca</a><br />
Lungo Lario Trento 47b, Como<br />
Tel. +39 031 5375035</p>

<p>&nbsp;</p>

<p><b>THE LAKE COMO EDITION CON MAURO COLAGRECO</b><br />
[[ima4]]Spostandosi verso l&rsquo;alto lago, a Cadenabbia, &egrave; ormai prossima l&rsquo;apertura di <a href="https://www.marriott.com/it/hotels/mille-the-lake-como-edition/overview/" rel="nofollow">The Lake Como Edition</a>, struttura che promette una delle viste pi&ugrave; spettacolari su Bellagio. Il ristorante di punta, <em>Cetino</em>, avr&agrave; come riferimento creativo lo chef <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/6/473/chef-e-protagonisti/mauro.html">Mauro Colagreco</a>, chiamato a interpretare il territorio attraverso produttori locali e ingredienti stagionali (<a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/112/41263/news/prima-volta-di-mauro-colagreco-in-italia-firma-il-menu-del-the-lake-como-edition.html">ne abbiamo gi&agrave; parlato qui</a>). L&rsquo;impostazione &egrave; internazionale, ma l&rsquo;intenzione dichiarata &egrave; quella di costruire un dialogo con il lago e con la sua biodiversit&agrave;, portando una firma riconosciuta nel mondo dentro un contesto fortemente identitario.<br />
<a href="https://www.marriott.com/it/hotels/mille-the-lake-como-edition/overview/" rel="nofollow">The Lake Como Edition</a><br />
Via Regina 41 - Cadenabbia (Como)<br />
Tel. +39 0344 490588</p>

<p>&nbsp;</p>

<p><b>A BELLAGIO TRA NUOVE ATTESE E PICCOLE PROMESSE: DON FERRANTE</b><br />
[[ima5]]In attesa della futura apertura del <em>Ritz-Carlton</em>, Bellagio si affida anche a realt&agrave; pi&ugrave; intime. <a href="https://www.donferrantebellagio.com/" rel="nofollow">Don Ferrante</a>, piccolo hotel situato in una delle zone pi&ugrave; suggestive del borgo, in cima alla scalinata dei cipressi e a pochi passi dai Giardini di Villa Melzi, punta a distinguersi grazie a una ristorazione panoramica di forte personalit&agrave;. In cucina lo chef <strong>Stefano Mattara</strong> (vecchia conoscenza di <em>Identit&agrave; Golose</em>, <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/132/33086/carlo-mangio/la-cucina-di-stefano-mattara-al-sottovoce-di-como-come-andare-oltre-alla-territorialita.html">leggi ad esempio qui</a>) firma una proposta che parte dal territorio per svilupparsi in una lettura contemporanea e riconoscibile.<br />
<a href="https://www.donferrantebellagio.com/" rel="nofollow">Don Ferrante</a><br />
Via Paolo Carcano 10/12 - Bellagio (Como)<br />
Tel. +39 031 950322</p>

<p>&nbsp;</p>

<p><strong>LO CHEF FRANCO CAFFARA E IL RISTORANTE NI&Ograve;BĒ A LECCO</strong><br />
[[ima6]]Sul ramo lecchese del lago, una delle aperture pi&ugrave; interessanti &egrave; quella del ristorante <a href="https://niobe-restaurant.it/" rel="nofollow">Ni&ograve;bē</a>, affacciato in prima linea sul lungolago. In cucina c&rsquo;&egrave; <strong>Franco Caffara</strong>, primo chef a portare la stella Michelin a Como e maestro di numerosi giovani chef del territorio. Qui guida una brigata giovanissima, trasferendo la sua visione gastronomica sull&rsquo;altro ramo Lario e costruendo un progetto che guarda al futuro senza dimenticare le radici.<br />
<a href="https://niobe-restaurant.it/" rel="nofollow">Niobe</a><br />
Lungolario 4 Novembre 3B - Lecco<br />
Tel. +39 0341 1551561</p>

<p>&nbsp;</p>

<p>Tra restauri simbolici, firme internazionali e scommesse locali, il Lago di Como conferma cos&igrave; la propria capacit&agrave; di rinnovarsi senza perdere identit&agrave;. Le nuove aperture non sono solo indirizzi da segnare in agenda, ma tasselli di un racconto pi&ugrave; ampio: quello di un territorio che continua a reinventarsi, stagione dopo stagione, mantenendo saldo il legame con la propria storia gastronomica.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/lago-di-como.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/41315/dallitalia/le-nuove-aperture-sul-lago-di-como-in-arrivo-grandi-hotel-e-grandi-chef.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/dallitalia.html">44</category>			</item>			<item>				<title>Nino Pannella, ad Acerra la pizza come atto agricolo e culturale</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/209/41316/mondo-pizza/nino-pannella-ad-acerra-la-pizza-come-atto-agricolo-e-culturale.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Acerra &egrave; una terra che ha imparato a convivere con le sue contraddizioni. Fertile, generosa, storicamente vocata all&#39;agricoltura, ma spesso raccontata solo attraverso le sue fragilit&agrave; ambientali. Eppure, qui, la vera forza non &egrave; mai venuta meno: sono le persone che scelgono di restare, di lavorare bene, di credere nelle potenzialit&agrave; di un territorio che ha ancora moltissimo da dire.</p>

<p>&Egrave; in questo contesto che nasce e cresce il progetto di <strong>Nino Pannella</strong>, giovane pizzaiolo classe 1994, che ad Acerra ha trasformato la pizza in uno strumento di racconto contemporaneo del territorio, con la sua <a href="https://pizzeriadanino.it/" rel="nofollow">Pizzeria da Nino</a>. La sua non &egrave; una storia ereditata, ma costruita. <strong>Nino</strong> &egrave; il primo pizzaiolo della famiglia.</p>

<p>[[ima2]]Quindici anni fa quella che sembrava una scommessa &ndash; una piccola pizzeria inizialmente pensata per l&#39;asporto, mentre lui ancora studiava &ndash; si &egrave; rivelata l&#39;inizio di un percorso fatto di lavoro, studio e continua ricerca. Il padre racconta spesso che tutto &egrave; nato quasi per gioco, osservando la passione del figlio per gli impasti e per il banco. Una passione che negli anni &egrave; diventata professione consapevole.</p>

<p>Dopo i primi passi mossi anche accanto a diversi maestri dell&#39;arte bianc<em>a</em>, <strong>Nino</strong> ha scelto di costruire una formazione personale, approfondendo chimica degli impasti, farine, fermentazioni, tecniche moderne. Oggi propone diversi stili di pizza &ndash; dalla contemporanea alla teglia, dal padellino alla pala, fino alla fritta &ndash; ciascuno pensato non come esercizio di moda, ma come linguaggio diverso per valorizzare ingredienti e consistenze.</p>

<p>[[ima3]]Intorno a lui ruota una squadra giovane ma solida, con la famiglia sempre presente dietro le quinte, e <strong>Martina</strong>, la moglie, che accoglie gli ospiti in sala e segue con attenzione anche la costruzione della carta vini, scelta non semplice per una pizzeria di territorio. Un progetto che resta familiare nell&#39;anima, ma strutturato nella visione.</p>

<p>Il cuore vero della <em>Pizzeria da Nino&nbsp;Pannella</em>, per&ograve;, &egrave; il legame con l&#39;agricoltura locale: la materia prima non &egrave; un&#39;etichetta di tendenza, ma una relazione quotidiana con piccoli produttori dell&#39;agro acerrano e nolano. <strong>Nino</strong> lavora con ortaggi stagionali, farine scelte e prodotti simbolo della zona, molti dei quali rischiavano di scomparire.</p>

<p>[[ima4]]Emblematico &egrave; il lavoro sulla <em>Scarola riccia schiana</em> &ndash; cio&egrave; <em>piana</em> perch&eacute; presenta una foglia larga ma dai margini molto frastagliati &ndash; detta anche <em>paparegna</em>, variet&agrave; storica napoletana recuperata grazie alla collaborazione con un laboratorio scientifico locale che si occupa di salvaguardia dei semi antichi. Lo stesso vale per la <em>torzella</em>, considerata una reliquia genetica del cavolo coltivato gi&agrave; in epoca greco-romana, e per il <em>Fagiolo Dente di Morto di Acerra</em>, oggi <em>Presidio Slow Food</em>. Ingredienti che entrano nel menu non per folklore, ma per costruire sapori identitari e contemporanei.</p>

<p>Accanto agli ortaggi, centrale &egrave; anche il pomodoro <em>San Marzano dell&#39;Agro Sarnese-Nocerino DOP</em>, lavorato attraverso filiere virtuose come quella dell&#39;azienda <em>Nolano</em>, storica realt&agrave; agricola con sede proprio ad Acerra, capace di unire tradizione e trasformazione moderna.&nbsp;Il risultato &egrave; una pizza che parla di territorio senza ostentazioni, semplice nell&#39;impatto, profonda nella ricerca. Un racconto che passa dal gusto e dalla stagionalit&agrave;, ma anche da un impegno sociale concreto verso i piccoli agricoltori, spesso invisibili nella grande distribuzione.</p>

<p>[[ima5]]Negli anni il progetto si &egrave; ampliato in diversi format, unendo la dimensione smart di <em>Pannella Pizza Street</em>, pensata per asporto veloce e pizza in teglia, fino al <em>Pizza Lab</em>, un format degustazione dove la pizza diventa percorso creativo a pi&ugrave; portate, con impasti differenti e condimenti ispirati ai prodotti agricoli locali.</p>

<p>Tra le proposte del percorso degustazione, la <em>Marinara contemporanea</em> con stracotto di pomodoro <em>San Marzano dell&#39;Agro Sarnese-Nocerino DOP</em>, aglio e origano, &egrave; un omaggio alla tradizione napoletana reinterpretata con ingredienti locali selezionati, mentre la <em>A&#39; Maschera</em>, con friarielli, salsiccia, ricotta di fuscella, scorza di limone e pepe, celebra Pulcinella, maschera acerrana. Una pizza semplice fuori, sorprendente dentro, come il personaggio popolare che incarna lo spirito e la tradizione di Acerra.</p>

<p>[[ima6]]Ad Acerra, la pizzeria di <strong>Nino Pannella</strong> &egrave; diventata cos&igrave; molto pi&ugrave; di un luogo dove mangiare bene. &Egrave; un presidio culturale, una vetrina per una biodiversit&agrave; che rischiava di perdersi, un esempio concreto di come la gastronomia possa essere strumento di valorizzazione territoriale.</p>

<p>In un&#39;epoca in cui il racconto del cibo spesso si ferma all&#39;estetica, qui la pizza torna a essere gesto agricolo prima ancora che creativo. Un patto silenzioso tra chi coltiva, chi trasforma e chi assaggia. E forse &egrave; proprio questo il messaggio pi&ugrave; forte che arriva dal forno di <strong>Nino Pannella</strong>: Acerra non ha bisogno di essere reinventata, ma semplicemente ascoltata, rispettata e raccontata attraverso le sue eccellenze quotidiane.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/nino-pannella.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/209/41316/mondo-pizza/nino-pannella-ad-acerra-la-pizza-come-atto-agricolo-e-culturale.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/209/mondo-pizza.html">209</category>			</item>			<item>				<title>227 chilometri di gusto: il viaggio tra Napoli e Roma firmato dallo chef Gentile </title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/41304/dallitalia/227-chilometri-di-gusto-il-viaggio-tra-napoli-e-roma-firmato-dallo-chef-gentile-.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>&nbsp;</p>

<p>Tra fotografie della Dolce Vita scattate da <strong>Elio Sorci</strong>, luci soffuse e vini che si raccontano attraverso scene di film cult, il ristorante <a href="https://www.animaristoranteroma.it/it/" rel="nofollow">Anima </a>del <a href="https://www.editionhotels.com/rome/" rel="nofollow">The Rome Edition</a>, mette in scena un viaggio gastronomico che attraversa due identit&agrave; culinarie, quella campana e quella laziale. Tutto inizia con una colazione: una sfogliatella, un maritozzo e un cappuccino in una sorprendente versione salata. Da qui prende forma il menu degustazione <em>&ldquo;227 km&rdquo;</em>, ideato dall&#39;executive&nbsp;chef <strong>Antonio Gentile</strong> e dalla sua squadra. Un percorso che collega idealmente Napoli e Roma attraverso sapori, ricordi e una cucina mediterranea contemporanea, fatta di tecnica e identit&agrave;.</p>

<p>Nato a Ercolano e alla guida della cucina del ristorante dell&rsquo;hotel romano dal 2024, <strong>Gentile </strong>costruisce un racconto culinario che da gennaio 2026 &egrave; disponibile anche in versione vegetariana. Anche in questo caso il menu&nbsp;si chiama <em>227 km</em>. Non si tratta chiaramente solo di un numero, ma una traiettoria di sapori che tocca diverse tappe, da Formia a Gaeta, da Terracina ad Anzio, da Frosinone a Roma. Il tutto con materie prime selezionate accuratamente tra piccoli produttori locali.&nbsp;Quella di <strong>Gentile</strong> &egrave; una cucina mediterranea contemporanea fatta di memoria, tecnica e stagionalit&agrave;. Ma la sua bussola resta sempre la stessa: ingredienti autentici, stagionalit&agrave; e un equilibrio capace di parlare tanto all&rsquo;ospite gourmet quanto alla nonna di casa. &laquo;Un piatto deve poter essere apprezzato da entrambi i palati&raquo;, commenta lo chef. Ed &egrave; proprio questa filosofia a definire la sua idea di ristorazione: accessibile nella lettura, ma tecnica nell&rsquo;esecuzione.</p>

<p>&nbsp;</p>

<p>[[ima3]]<strong>Un viaggio che inizia con la colazione</strong><br />
Come ogni viaggio che si rispetti, anche questo parte con una colazione. Non una qualsiasi, ma un gioco gastronomico che sintetizza due citt&agrave; simbolo. Arrivano in tavola una <em>Sfogliatella con ricotta di bufala mantecata</em>, un <em>Maritozzo con mousse di pecorino di Sommati</em>&nbsp;(Amatrice) <em>e pepe</em> e un sorprendente <em>Mini cappuccino salato</em>. Si tratta di una spuma realizzata con la patata bianca del Vesuvio, piccola e soda, coltivata sul versante del Monte Somma. Il consiglio dello chef &egrave; di fare esattamente quello che si farebbe al bar: intingere sfogliatella e maritozzo nella tazza. Il pane che accompagna l&rsquo;esperienza &egrave; interamente fatto in casa con lievito madre, grazie al lavoro della pastry chef <strong>Giulia Zarattini</strong>, con un passato importante tra le cucine romane e diversi anni nel laboratorio di <strong>Gabriele Bonci</strong>.&nbsp;</p>

<p>A guidarci in&nbsp;questo viaggio &egrave; lo chef <strong>Antonio Gentile</strong>, campano, classe 1986, nato a Ercolano, alle pendici del Vesuvio. Dal 2024 &egrave; executive chef di <em>Anima</em> e ha portato con s&eacute; il carattere diretto e solare della cucina campana, affinato per&ograve; da un percorso professionale di grande livello. Dopo gli inizi a Roma al fianco dello chef stellato <strong>Antonio Sciullo</strong> al <em>George&rsquo;s</em> di Via Veneto, arriva l&rsquo;esperienza al <em>Faro di Capo d&rsquo;Orso</em> e poi all&rsquo;<em>Im&agrave;go</em> dell&rsquo;<em>Hotel Hassler</em>, dove approfondisce la cucina fine dining. Seguono la Costiera Amalfitana, al <em>Furore Inn</em>, e Londra, nelle cucine di <strong>Heinz Beck</strong> da <em>Apsleys</em>. Tornato in Italia, guida per cinque anni la cucina del <em>Red Fish </em>di Ostia, affinando un linguaggio gastronomico personale prima delle esperienze al <em>47 Circus Roof Garden</em> e da <em>Oro Bistrot</em>.</p>

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<p>[[ima2]]<strong>Il percorso vegetariano</strong><br />
Da gennaio 2026 <em>Anima</em> ha introdotto anche un menu degustazione vegetariano, parte integrante della filosofia del ristorante. Non una semplice alternativa, ma un percorso studiato con la stessa attenzione del menu principale. &laquo;Equilibrare un piatto vegetale &egrave; pi&ugrave; complesso -&nbsp;spiega <strong>Gentile</strong>&nbsp;- Ma se si lavora bene con le verdure si possono ottenere risultati straordinari&raquo;. Il menu&nbsp;degustazione vegetariano, che ha un costo di 80 euro, prevede una <em>Parmigiana di melanzane Edition con mozzarella di bufala e basilico</em>, il <em>Risotto con assoluto di carciofo &ldquo;alla matticella&rdquo; e tuorlo d&rsquo;uovo marinato</em>, <em>Uova &ldquo;Galline Felici&rdquo;, provolone di Formia e fungo cardoncello</em> e <em>Meringa, lampone e nocciole della Tuscia</em>. Noi lo abbiamo provato con qualche variazione.&nbsp;</p>

<p>[[ima4]]Il nostro viaggio &egrave; iniziato, come da menu, con una <em>Parmigiana di melanzane Edition</em>, dove la tradizione viene riletta con precisione: un morbido rettangolino di melanzane, sugo di pomodoro, crema di mozzarella di bufala e basilico. Ad accompagnare il percorso una bottiglia di vino <a href="https://www.manfredistramacci.com/tellenae" rel="nofollow">Tellenae</a> di <strong>Giuliano Manfredi Stramacci</strong>, una Malvasia Puntinata dei vigneti di Fioranello, tra l&rsquo;Ardeatina e l&rsquo;Appia Antica. Un vino inserito da <em>Forbes</em> tra le 100 eccellenze italiane del 2025, morbido e con una lunga persistenza agrumata.</p>

<p>[[ima5]]A questo punto, da menu, &egrave; previsto un piatto che rende omaggio al territorio laziale: <em>Uova &ldquo;Galline Felici&rdquo;, provolone di Formia e fungo cardoncello</em>. Noi abbiamo invece provato un piatto diverso, sempre omaggio alla tradizione laziale, un <em>Carciofo alla romana, con pecorino Sommati e maionese vegana</em> ottenuta da una bevanda alle mandorle ed erbe. Il risultato &egrave; un mix di sapori delicati che si sciolgono in bocca e che lasciano anche una nota dolce grazie a un pizzico di liquirizia. Sempre nell&rsquo;ottica di affidarsi a piccoli produttori &egrave; stata scelta <a href="https://www.gallinefelici.it/" rel="nofollow">Galline Felici</a>, un&rsquo;azienda che alleva le ovaiole a Roma, tra Boccea e Casalotti, con un modello etico che prevede la permanenza delle galline fino alla morte naturale.</p>

<p>[[ima6]]L&rsquo;itinerario prosegue restando nel Lazio, con il <em>Risotto con assoluto di carciofo alla matticella e tuorlo marinato</em>. Il carciofo in questo caso viene cucinato secondo una tradizione dei Castelli Romani - sotto la brace e la cenere - viene trasformato in una crema dal gusto profondo e affumicato. Sopra viene grattugiato il tuorlo d&rsquo;uovo marinato sotto sale, come una bottarga. &laquo;Ai Castelli<strong> </strong>c&#39;&egrave; l&#39;usanza di fare il carciofo alla matticella, mettendolo sotto la cenere&raquo;, racconta lo chef. &laquo;Noi qui la sera lasciamo i carciofi sotto la piccola brace e la mattina prepariamo la crema. Il sapore ha un carattere deciso e avvolgente.</p>

<p>[[ima7]]Tra le portate che completano il racconto, non previste nel menu, emerge lo <em>Spaghetto al pomodoro, con pomodorini gialli del Vesuvio</em>. Un piatto che per <strong>Gentile</strong> rappresenta un ritorno alle origini: nella casa di famiglia a Ercolano, dove il padre coltiva ancora fiori e ortaggi, tra pomodori gialli del piennolo, zucchine e girasoli. Un piatto dal gusto delicato e deciso allo stesso tempo.&nbsp;</p>

<p>[[ima8]]Tra le interpretazioni pi&ugrave; interessanti della cucina vegetale, non presenti nel menu&nbsp;degustazione, ci &egrave; stato servito un tempeh di fagioli di soia fatto in casa, accompagnato da una &ldquo;salsa alla cacciatora vegana&rdquo;: un fondo vegetale intenso realizzato con tuberi, cipollotto nocerino arrosto, capperi e olive. Il risultato ricorda la profondit&agrave; di un fondo bruno, pur restando completamente vegetale.</p>

<p>[[ima9]]A chiudere il percorso, il lato pi&ugrave; goloso della pasticceria: da una parte un dolce di ricotta e visciole che, pur destrutturato nella forma, ricompone al palato la memoria della classica crostata romana; dall&rsquo;altra un dessert vegano con meringa di acquafaba, nocciole della Tuscia, lamponi e sorbetto.</p>

<p>&nbsp;</p>

<p>[[ima10]]<strong>Una cucina che guarda avanti</strong>&nbsp;<br />
Il percorso vegetariano non &egrave; un episodio isolato per il ristorante <em>Anima</em>. Fa parte di una visione pi&ugrave; ampia, che continuer&agrave; a evolversi con le stagioni. Il 24 gennaio ad esempio <em>Anima</em> aveva ospitato la chef americana vegana <strong>Morgan Witkin</strong> di <a href="https://www.morganickitchen.com/?utm_source=ig&amp;utm_medium=social&amp;utm_content=link_in_bio&amp;fbclid=PAZXh0bgNhZW0CMTEAc3J0YwZhcHBfaWQMMjU2MjgxMDQwNTU4AAGnvhLDENFOhRWzvFMUwTidDNUXe1EiZLVFecC04AINYtmj5Yn1kf5v0vV9JDo_aem_pGznoS5hpbPBoz3yofJIyQ" rel="nofollow">Morganic Kitchen</a>&nbsp;per un&rsquo;esperienza #AQuattroMani in occasione del Mese Vegano, con un&#39;elegante selezione di piatti a base vegetale.&nbsp;Dopo Pasqua, spiega <strong>Gentile</strong>, il menu&nbsp;si alleggerir&agrave; ulteriormente con ingredienti primaverili, pur mantenendo la struttura del viaggio dei 227 chilometri. Perch&eacute;, in fondo, <em>Anima</em> &egrave; proprio questo: un itinerario gastronomico tra due regioni e due identit&agrave;, dove ogni piatto diventa una tappa e ogni sapore racconta con autenticit&agrave; e sperimentazione le sue tradizioni.&nbsp;</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/chef-antonio-gentile-menu-227-km-vegetariano-chef-antonio-gentile-ristorante-anima-hotel-the-rome-edition-1.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/41304/dallitalia/227-chilometri-di-gusto-il-viaggio-tra-napoli-e-roma-firmato-dallo-chef-gentile-.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/dallitalia.html">44</category>			</item>			<item>				<title>Inchiesta del New York Times sugli abusi al Noma. Accuse a Redzepi, che si scusa</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/95/41311/dal-mondo/inchiesta-del-new-york-times-sugli-abusi-al-noma-accuse-a-redzepi-che-si-scusa.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Da settimane - o mesi - se ne parla. Ora a far esplodere la controversa questione degli abusi al <a href="https://noma.dk/" rel="nofollow">Noma</a> - il locale di Copenhagen pi&ugrave; volte eletto &quot;migliore ristorante del mondo&quot; - &egrave; un ampio servizio appena uscito sul prestigioso quotidiano statunitense <em>The New York Times</em>, a firma <strong>Julia Moskin</strong> e intitolato <em>Punching, Slamming, Screaming: A Chef&rsquo;s Past Abuse Haunts Noma, the World&rsquo;s Top-Rated Restaurant - Dozens of former employees say Ren&eacute; Redzepi inflicted physical and psychological violence on the staff for years</em>, ossia &quot;Pugni, schianti contro il muro, urla: gli abusi del passato di uno chef perseguitano Noma, il ristorante pi&ugrave; acclamato al mondo - Decine di ex-dipendenti affermano che Ren&eacute; Redzepi avrebbe inflitto per anni violenza fisica e psicologica allo staff&quot;, <a href="https://www.nytimes.com/2026/03/07/dining/rene-redzepi-noma-abuse-allegations.html" rel="nofollow">leggi qui</a>.</p>

<p>&Egrave;, l&#39;articolo, un vero e proprio atto d&#39;accusa nei confronti di <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/6/579/chef-e-protagonisti/rene.html">Ren&eacute; Redzepi</a>, del &quot;sistema&quot; da lui creato e della connivenza della quale avrebbe goduto per anni e anni. Si ricostruiscono, con testimonianze seppure perlopi&ugrave; anonime, numerosi episodi di violenze fisiche e psicologiche subite da chi ha lavorato al <em>Noma</em>, in primis gli stagisti (che non venivano pagati), ma non solo. Il quotidiano parte un fatto esemplificativo datato febbraio 2014: in pieno servizio serale, <strong>Redzepi</strong> avrebbe ordinato a tutta la brigata di seguirlo fuori, al freddo, costringendo circa quaranta cuochi &ldquo;in maniche corte e grembiule&rdquo; a formare il consueto cerchio attorno a lui e a un giovane sous-chef. Il motivo, sempre secondo il <em>New York Times</em>, sarebbe stato banale e simbolico al tempo stesso: in cucina il sous-chef aveva messo musica techno, un genere che <strong>Redzepi</strong> non gradiva. Da l&igrave;, racconta l&rsquo;inchiesta, la scena sarebbe degenerata in una forma di umiliazione pubblica. <strong>Redzepi</strong> avrebbe canzonato ripetutamente il cuoco, per poi &ldquo;escalate the attack&rdquo;: un pugno alle costole e un ultimatum, nessuno sarebbe rientrato finch&eacute; il sous-chef non avesse detto, &ldquo;abbastanza forte per farsi sentire da tutti&rdquo;, una frase volutamente degradante. &ldquo;I suoi colleghi rimasero in silenzio finch&eacute; lui, senza fiato, obbed&igrave;&rdquo;, scrive il <em>New York Times</em>. Poi tutti sarebbero rientrati in cucina e avrebbero ripreso il lavoro. &ldquo;L&rsquo;episodio non venne mai pi&ugrave; menzionato&rdquo;, aggiunge il quotidiano: la consegna del silenzio sarebbe stata &ldquo;customary&rdquo;, abituale, dopo questi fatti.</p>

<p>[[ima2]]Il <em>New York Times</em> riferisce di avere intervistato 35 ex-dipendenti, le cui testimonianze delineerebbero &ldquo;un pattern&rdquo; di punizioni fisiche e pressione psicologica attribuite allo chef tra 2009 e 2017: pugni, spinte, colpi con utensili, persone &ldquo;sbattute contro i muri&rdquo;, oltre a intimidazioni, derisione pubblica e body shaming. Alcuni ex-collaboratori parlano di traumi duraturi e di un clima costante di tensione: <em>going to work felt like going to war</em>, &ldquo;andare al lavoro sembrava andare in guerra&rdquo;, dice al giornale una chef oggi a Londra. Un altro ex-dipendente, citato come <strong>Ben</strong>, ricorda una pratica punitiva collettiva: &ldquo;He just went down the line and punched us in the chest&rdquo;, ossia &ldquo;scendeva lungo la fila e ci dava pugni al petto&rdquo;, mentre urlava insulti in faccia a tutti, &ldquo;anche agli stagisti&rdquo; impegnati in mansioni collaterali.</p>

<p>[[ima4]]L&rsquo;inchiesta inserisce queste accuse nel contesto del mito <em>Noma</em>: dal 2004 <strong>Redzepi</strong>, scrive il <em>New York Times</em>, &ldquo;ha riscritto le regole dell&rsquo;alta cucina&rdquo;, con piatti-manifesto del New Nordic, tre stelle Michelin e cinque primi posti nella classifica dei <em>World&rsquo;s 50 Best</em>. Ma oggi, osserva il quotidiano, il tema torna d&rsquo;attualit&agrave; per due ragioni: la memoria pubblica e il business. Da un lato, l&rsquo;ex-responsabile del laboratorio di fermentazione <strong>Jason Ignacio White</strong> ha iniziato a pubblicare su Instagram racconti e segnalazioni di altri ex-dipendenti o stagisti, totalizzando, secondo il quotidiano, oltre 14 milioni di visualizzazioni. Dall&rsquo;altro, il <em>Noma</em> prepara proprio in questi giorni un pop-up a Los Angeles con cene da 1.500 dollari a persona, a partire dall&rsquo;11 marzo, che ha riacceso la discussione sul prezzo dell&rsquo;esperienza e su ci&ograve; che, secondo gli ex-dipendenti, l&rsquo;impero <strong>Redzepi</strong> avrebbe costruito&nbsp;anche sul lavoro di stagisti non pagati e su una cultura interna aggressiva.</p>

<p>[[ima5]]Lo chef, riporta il <em>New York Times</em>, ha rilasciato pi&ugrave; volte scuse pubbliche nel corso degli anni. Nel 2015 avrebbe ammesso di essere stato una &ldquo;beast&rdquo;, una bestia che spingeva e bullizzava i subordinati. In una dichiarazione inviata ora al giornale, afferma: &ldquo;Voglio affrontare le storie del passato sulla mia leadership in cucina che sono riemerse di recente. Anche se non riconosco tutti i dettagli in queste storie, riesco a vedere abbastanza del mio comportamento passato riflesso in esse da capire che le mie azioni sono state dannose per le persone che lavoravano con me. A coloro che hanno sofferto sotto la mia leadership, il mio cattivo giudizio o la mia rabbia, dico che mi dispiace profondamente e ho lavorato per cambiare&rdquo;. Aggiunge di essersi allontanato da anni dalla guida del servizio quotidiano, di aver fatto terapia e di aver &ldquo;trovato modi migliori&rdquo; per gestire la rabbia.</p>

<p>Molti ex-dipendenti, riconosce l&rsquo;inchiesta, dicono anche che l&rsquo;esperienza al <em>Noma</em> fosse formativa e aprisse porte professionali altrove, grazie alla ricerca su foraging e fermentazione. Ma, conclude il <em>New York Times</em>, la questione resta l&rsquo;<em>accountability</em>: secondo diversi ex-membri dello staff, <strong>Redzepi</strong> non avrebbe mai riconosciuto &ldquo;l&rsquo;entit&agrave;&rdquo; della violenza che gli viene attribuita. E proprio per questo, dicono, oggi scelgono di parlare.</p>

<p>&nbsp;</p>

<p>[[ima3]]Come detto, <strong>Redzepi</strong> dopo la pubblicazione dell&#39;inchiesta ha scelto di intervenire, con un messaggio di scuse pubblicato sul <a href="https://www.instagram.com/reneredzepinoma/" rel="nofollow">proprio profilo Instagram</a>. Eccolo, tradotto integralmente:</p>

<p style="margin-left: 80px;">&quot;Voglio affrontare le storie del passato sulla mia leadership in cucina che sono riemerse di recente. Anche se non riconosco tutti i dettagli in queste storie, riesco a vedere abbastanza del mio comportamento passato riflesso in esse da capire che le mie azioni sono state dannose per le persone che lavoravano con me. A coloro che hanno sofferto sotto la mia leadership, il mio cattivo giudizio o la mia rabbia, dico che mi dispiace profondamente e ho lavorato per cambiare.</p>

<p style="margin-left: 80px;">Quando ho iniziato a cucinare, ho lavorato in cucine dove urla, umiliazione e paura erano semplicemente parte della cultura. Ricordo di essere trovato l&igrave;, giovane cuoco, a pensare che se un giorno avessi mai avuto una cucina tutta mia, non la avrei mai guidata in quel modo. Ma dopo che abbiamo aperto Noma e la pressione ha cominciato a crescere, mi sono ritrovato a diventare il tipo di chef che mi ero promesso un tempo che non sarei mai stato. Per quanto reale potesse sembrarmi questa pressione all&rsquo;epoca, non dovrebbe mai giustificare il fatto di perdere le staffe.</p>

<p style="margin-left: 80px;">Dieci anni fa ho iniziato a parlare apertamente del mio comportamento in cucina &mdash; gli scoppi d&rsquo;ira, la rabbia e, a volte, perfino l&rsquo;aggressione fisica, quando urlavo e spingevo le persone, comportandomi in modi che sono inaccettabili. Non ero in grado di gestire la pressione, piccoli errori potevano sembrarmi enormi, e reagivo in modi di cui oggi mi pento profondamente. Sapevo di dover cambiare, e volevo cambiare. Da allora, sono stato determinato a capire la mia rabbia e a gestirla in modo diverso.</p>

<p style="margin-left: 80px;">Nel corso dell&rsquo;ultimo decennio questo ha significato terapia, profonda riflessione e fare un passo indietro dal guidare il servizio quotidiano. Ho trovato modi migliori per gestire la mia rabbia, e sto ancora imparando. L&rsquo;organizzazione che siamo oggi &egrave; molto diversa da quella con cui abbiamo iniziato. Sono grato al nostro team e al modo in cui hanno aiutato a trasformare la nostra cultura di cucina e alla loro dedizione nel far avanzare il settore. Un team che mi fa venire voglia di fare meglio ogni giorno. Non posso cambiare chi ero allora. Ma me ne assumo la responsabilit&agrave; e continuer&ograve; a lavorare per essere migliore&quot;.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/new-york-times-noma-1.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/95/41311/dal-mondo/inchiesta-del-new-york-times-sugli-abusi-al-noma-accuse-a-redzepi-che-si-scusa.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/95/dal-mondo.html">95</category>			</item>			<item>				<title>La ripartenza di Tema, pizzeria che racconta l’Agro Pontino</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/209/41310/mondo-pizza/la-ripartenza-di-tema-pizzeria-che-racconta-lagro-pontino.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Ricordi indelebili, passione e spirito di squadra, elementi chiave per la riapertura di <a href="https://temaromainunapizza.it/" rel="nofollow">Tema &ndash; Roma in una pizza</a>. Una decisione tutt&#39;altro che scontata, ma che ha permesso alla brigata di <em>Tema &ndash; Roma in una pizza</em> di non far dimenticare <strong>Francesca Marcantognini</strong> e di proseguire il progetto lanciato nel 2024 ad Aprilia, citt&agrave; natale della giovane pizzaiola romana.</p>

<p>&laquo;Abbiamo deciso di continuare perch&eacute; &egrave; un bellissimo progetto, anche i clienti ci hanno chiesto di ripartire&raquo;, racconta <strong>Cristian Clazzer</strong>, capo pizzaiolo di <em>Tema</em> che a <strong>Francesca</strong> &quot;deve&quot; i suoi saperi riguardo la lievitazione. &laquo;Sono entrato nel team poco dopo l&#39;inaugurazione ma avevo sempre lavorato in cucina. <strong>Francesca</strong> mi ha suggerito di passare in pizzeria e mi ha trasmesso la sua passione ed esperienza&raquo;.</p>

<p>[[ima2]]Sin dall&#39;apertura, l&#39;insegna si distingue per un disco lievitato contemporaneo nel ricordo di quella che una volta era la pizza romana: bassa, croccante il giusto e con bordo leggermente bruciato. Lievito madre e un pre-fermento <em>biga</em> sono poi i dettagli tecnici di un impasto digeribile che accoglie il meglio dell&#39;Agro-Pontino: mozzarella di Bufala, pescato di Anzio, salumi e formaggi della filiera locale per un racconto corale del territorio.</p>

<p>Una novit&agrave; per la zona &ndash; ricca di locali dediti alla pizzeria contemporanea e napoletana &ndash;, che ha convinto il pubblico anche di altre parti del Lazio che da Roma o dai Castelli Romani si mettono in viaggio per assaporare la proposta di <em>Tema</em>.</p>

<p>[[ima3]][[ima4]]La carta delle pizze &egrave; distinta in Iconiche, Speciali e Classiche e a suscitare curiosit&agrave; ci sono preparazioni come la <em>Ciao fra!</em> (fior di latte, crumble al burro salato, alici di Anzio, zest di limone) e la buonissima <em>Capricciosa secondo Tema</em> con pomodoro migliarese, olive di Itri e prosciutto crudo di Bassiano.</p>

<p>[[ima5]]La pizzeria pu&ograve; vantare anche un laboratorio artigianale di cucina dove bruschettoni, fritti, pizza in teglia e dolci completano un menu che al cambiare delle stagioni propone sempre nuove ricette. Le paste della tradizione romana sono racchiuse in croccanti suppl&igrave; e il <em>Tonnarello alla gricia</em> si distingue per cremosit&agrave; e per la scelta di utilizzare sette pepi differenti.</p>

<p>Tra gli assaggi vincenti spazio anche alla <em>Annamo ar Mc</em> (lascito di <strong>Francesca</strong>), classica pizza in teglia romana che racchiude un goloso ripieno di cotoletta di pollo <em>homemade</em>, insalata e salsa rosa; pensata inizialmente per accontentare i pi&ugrave; piccoli si &egrave; rivelata uno dei <em>signature</em> di <em>Tema</em>.</p>

<p>[[ima6]][[ima7]]Anche il beverage annovera aziende del territorio tra cui i vini di <em>Cantina Sant&#39;Andrea</em> e le birre artigianali di <em>Oxiana</em>, a completare la visione iper-locale dell&#39;indirizzo. La pizzeria di Aprilia merita un plauso anche per il servizio, sempre sorridente e funzionale nel gestire una sala con numerosi coperti.</p>

<p>&laquo;Ripartire &egrave; stato un salto nel vuoto, ma la risposta del pubblico &egrave; stata emozionante: siamo una pizzeria in salute con lavoratori entusiasti&raquo;, chiosa <strong>Roberta Bortone</strong>, parte integrante del team di sala.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/team-tema-roma-in-una-pizza.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/209/41310/mondo-pizza/la-ripartenza-di-tema-pizzeria-che-racconta-lagro-pontino.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/209/mondo-pizza.html">209</category>			</item>			<item>				<title>I numeri e gli assaggi parlano chiaro: il Vino Nobile è in splendida forma</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/136/41302/in-cantina/i-numeri-e-gli-assaggi-parlano-chiaro-il-vino-nobile-e-in-splendida-forma.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p><em>L&rsquo;Anteprima del Vino Nobile</em> &egrave; giunta alla sua trentaduesima edizione, quest&rsquo;anno con 57 banchi d&rsquo;assaggio. Un colpo d&rsquo;occhio che racconta meglio di qualsiasi slogan lo stato di salute della denominazione. Nel calice, le annate che arriveranno sul mercato nel 2026, quindi, <em>il Vino Nobile di Montepulciano 2023, la Riserva 2022</em>, e soprattutto la novit&agrave; che sta catalizzando l&rsquo;attenzione internazionale: il <em>Vino Nobile di Montepulciano Pieve</em>, gi&agrave; disponibile da qualche mese e destinato a ridefinire la gerarchia qualitativa del territorio.</p>

<p>&nbsp;</p>

<p><strong>UN DISTRETTO CHE HA IMPARATO A REINVENTARSI</strong><br />
La prima giornata, riservata alla stampa, non &egrave; stata soltanto degustazione, ma anche analisi. Lo studio presentato da <em>Santa Chiara Lab</em>, centro per l&rsquo;innovazione interdisciplinare dell&rsquo;Universit&agrave; di Siena, in collaborazione con il <em>Consorzio del Vino Nobile di Montepulciano</em>, ha messo a fuoco un dato chiave: Montepulciano non &egrave; solo un&rsquo;area viticola, &egrave; un laboratorio di multifunzionalit&agrave;. Qui l&rsquo;80% delle aziende &egrave; guidato direttamente dal titolare e l&rsquo;84% ha una gestione familiare. Una struttura che garantisce continuit&agrave;, ma che non si &egrave; chiusa nella tradizione. Al contrario, ha scelto di diversificare.</p>

<p>[[ima5]]<br />
Oggi ospitalit&agrave;, degustazioni e vendita diretta non sono attivit&agrave; collaterali: in alcuni casi arrivano a generare fino all&rsquo;80-90% del fatturato. &Egrave; il modello del vino come fulcro, attorno al quale ruotano <em>esperienza, cultura, relazione</em>. L&rsquo;agriturismo &egrave; presente nel 75% delle aziende, le degustazioni nel 50%, la ristorazione nel 35%. Anche le realt&agrave; pi&ugrave; piccole riescono cos&igrave; a superare i limiti dimensionali puntando su servizi ad alto valore aggiunto, perfettamente in linea con il turismo contemporaneo.</p>

<p>Se c&rsquo;&egrave; una parola che ricorre con insistenza &egrave; <em>credibilit&agrave;.</em> Il territorio del <em>Vino Nobile di Montepulciano</em> &egrave; stato il primo in Italia a ottenere la certificazione di sostenibilit&agrave; territoriale <em>Equalitas</em>, e oltre il 60% delle aziende &egrave; biologico. La sostenibilit&agrave;, qui, non &egrave; solo ambientale: &egrave; anche economica e culturale. Serve formazione, servono nuove competenze. Non a caso le imprese stanno investendo in figure professionali dedicate all&rsquo;ospitalit&agrave; (61%), al marketing (28%) e alla gestione tecnica (22%). Il vignaiolo del futuro, a Montepulciano, parla pi&ugrave; lingue: quella della terra e quella del mercato.</p>

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<p><strong>IL &ldquo;PIEVE&rdquo; ALLA CONQUISTA DELL&rsquo;AMERICA</strong><br />
[[ima4]]Sul fronte internazionale, i riflettori sono puntati sul <em>Vino Nobile di Montepulciano Pieve</em>. L&rsquo;indagine condotta da <em>Nomisma</em> negli Stati Uniti racconta un&rsquo;accoglienza pi&ugrave; che promettente. Per ristoratori, enotecari e distributori americani, le parole chiave sono chiare: qualit&agrave;, eleganza, identit&agrave; toscana, longevit&agrave;, storia. Quasi il 90% degli operatori intervistati ha gi&agrave; inserito o prevede di inserire il <em>Pieve </em>nella propria carta dei vini. E l&rsquo;aspettativa &egrave; quella di un posizionamento alto di gamma, coerente con l&rsquo;identit&agrave; del progetto. Tra i punti di forza emergono l&rsquo;identit&agrave; delle singole Pievi, la forte radice territoriale e l&rsquo;esperienza gustativa distintiva. Non un semplice nuovo vino, ma un racconto pi&ugrave; dettagliato del territorio.</p>

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<p><strong>I NUMERI DI UN MERCATO SOLIDO</strong><br />
[[ima2]]Il 2025 si &egrave; chiuso con un segno positivo in valore. L&rsquo;export rappresenta il 64,5% delle vendite complessive, mentre il mercato italiano assorbe il 35,5%. La vendita diretta continua a crescere e ha ormai superato il 40% delle vendite del mercato interno. In Italia il cuore commerciale resta il Centro (65%), con la Toscana che da sola vale il 45%. All&rsquo;estero la distribuzione &egrave; equilibrata tra Europa ed extra UE. La Germania si conferma primo mercato (36% dell&rsquo;export), seguita dagli Stati Uniti (27,5%), stabili nonostante le tensioni sui dazi. Il Canada prosegue la sua crescita e raggiunge il 5%. Colpisce un dato: il Vino Nobile biologico rappresenta circa la met&agrave; delle vendite in Italia e oltre il 55% sui mercati internazionali. Una percentuale che racconta un&rsquo;identit&agrave; ormai consolidata.</p>

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<p><strong>VENDEMMIA 2025: EQUILIBRIO E QUALIT&Agrave;</strong><br />
Dal punto di vista climatico, il 2025 &egrave; stato un anno di contrasti. Inverno mite e piovoso, con riserve idriche ricostituite. Giugno tra i pi&ugrave; caldi degli ultimi vent&rsquo;anni, seguito da un&rsquo;estate variabile, con piogge abbondanti ad agosto che hanno evitato stress idrico e preservato la sanit&agrave; delle uve. Il germogliamento &egrave; avvenuto regolarmente ad aprile, la fioritura &egrave; stata omogenea e l&rsquo;allegagione soddisfacente, seppur con fertilit&agrave; leggermente inferiore al 2024. La maturazione si &egrave; svolta in modo lineare, garantendo ottima qualit&agrave; aromatica e tecnologica. Bassa la pressione di patogeni. La vendemmia, concentrata nell&rsquo;ultima decade di settembre, ha consegnato quantit&agrave; nella media e prospettive qualitative molto interessanti.</p>

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<p><strong>I NOSTRI ASSAGGI</strong><br />
[[ima3]]<br />
<em>Boscarelli, Vino Nobile di Montepulciano Pieve Cervognano Costa Grande 2022</em><br />
Un&rsquo;etichetta gi&agrave; rodata che accoglie con naturalezza il passaggio alla menzione Pieve. Il profilo olfattivo appare composto e ancora leggermente contratto, mentre la struttura si apre progressivamente mostrando una tessitura tannica fine, equilibrio gustativo e una sapidit&agrave; che lascia intuire una solida capacit&agrave; evolutiva.</p>

<p><em>Poliziano, VNM Pieve Caggiole 2022</em><br />
Vivace fin dall&rsquo;impatto visivo, esprime una maturit&agrave; di frutto rosso intensa, quasi confit, arricchita da sfumature terrose e accenti balsamici. Il tannino, setoso e ben integrato, accompagna una beva gi&agrave; armoniosa e piacevole.</p>

<p><em>Vino Nobile di Montepulciano 2023 &ndash; Le Berne</em><br />
Rosso rubino brillante e cristallino. All&rsquo;olfatto emergono viole e ciliegia matura, affiancate da piccoli frutti di bosco che ne esaltano freschezza e immediatezza espressiva. Il palato &egrave; succoso e avvolgente, con una struttura morbida ed elegante sorretta da tannini ben rifiniti. Il sorso &egrave; fluido e armonico, con una chiusura calda, generosa e appagante.</p>

<p><em>Avignonesi</em><br />
Porpora intenso e luminoso. Il naso si presenta pi&ugrave; introverso e profondo, giocato su ciliegia scura, accenni speziati e delicate note di t&egrave; profumato che ne sottolineano la finezza. In bocca mostra tensione e succosit&agrave;, sostenute da una viva spinta acida che ne definisce la struttura. Finale nitido, caldo e coerente, di elegante compostezza.</p>

<p><em>Il Molinaccio di Montepulciano &ndash; La Spinosa</em><br />
Rubino vivo e trasparente. Il bouquet &egrave; nitido e fresco, con sentori di mentuccia, mirtillo, ciliegia croccante e un leggero tocco di ginepro. Al palato risulta dinamico e vibrante, caldo ma ben bilanciato, con un sorso scorrevole e preciso. La chiusura si allunga con intensit&agrave; e avvolgenza, mantenendo equilibrio ed eleganza.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/montepulciano-vino-nobile-3.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/136/41302/in-cantina/i-numeri-e-gli-assaggi-parlano-chiaro-il-vino-nobile-e-in-splendida-forma.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/136/in-cantina.html">136</category>			</item>			<item>				<title>Colazione in hotel? Ora c'è un libro che ce la racconta bene</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/118/41301/in-libreria/colazione-in-hotel-ora-ce-un-libro-che-ce-la-racconta-bene.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Un caff&egrave; al volo; nel migliore dei casi una ciotola di cereali - o porridge se vogliamo tenerci al passo coi tempi - e per i pi&ugrave; nostalgici qualche fetta biscottata con burro e marmellata: in qualunque caso, la colazione raramente &egrave; un momento da concedersi in piena tranquillit&agrave;. La condiamo, proiettando gi&agrave; l&rsquo;impegno che di l&igrave; a poco ci bloccher&agrave;, e persino il profumo del caff&egrave; - cos&igrave; vitale - quasi ci infastidisce tanto &egrave; poco il tempo da dedicargli.</p>

<p>Grazie al cielo, non &egrave; sempre cos&igrave;: esistono le dovute eccezioni, e oggi a dimostracelo c&rsquo;&egrave; un libro, un viaggio meraviglioso che ci porta a tavola di alcune tra le migliori colazioni d&rsquo;hotel in Italia. Stiamo parlando&nbsp;di <em>The best Italian Breakfast</em> di <strong>Lucrezia Margotti</strong> e <strong>Stefania Petruzzelli</strong>, per <a href="https://marettimanfredi.it/" rel="nofollow" target="_blank">Maretti Editore</a>&nbsp;con gli scatti di <strong>Lido Vannucchi</strong> (205 pagine; costo suggerito euro 55).</p>

<p>[[ima2]]</p>

<p>Cominciamo accedendo a una dimensione temporale &ndash; e non solo fisica &ndash; completamente differente. Abbiamo abbandonato lo spazio domestico, o il baretto di fiducia sotto casa, mentre entriamo in punta di piedi nelle magnifiche sale di 12 alberghi sparsi per il Bel Paese. Il tempo finalmente rallenta, il piacere trattenuto si spande e l&rsquo;animo ancora dormiente, si lascia risvegliare da incursioni sensoriali che d&rsquo;un tratto attivano le nostre emozioni.</p>

<p>Certo non sempre c&rsquo;&egrave; stata cos&igrave; tanta attenzione per le colazioni in hotel, perlomeno qui in Italia. Grandi buffet con un po&rsquo; di tutto, torte fatte in casa nel migliore dei casi, <em>viennoiserie</em> quasi sempre surgelata, macedonie annerite, pacchetti di biscotti confezionati e una selezione di formaggi e prosciutto anemici &ndash; il meglio lo gustavamo in agriturismo dove si aveva l&rsquo;impressione di mangiare una proposta decisamente pi&ugrave; sana, genuina e territoriale. Poi qualcosa finalmente cambia: si sente la necessit&agrave; di iniettare identit&agrave; e qualit&agrave; a questo pasto sacro, lasciando che l&rsquo;essenza del luogo non sia confinata pi&ugrave; nel solo perimetro di una cena meravigliosa, trovando, invece, continuit&agrave; al risveglio, e questo soprattutto se pensiamo alla presenza sempre pi&ugrave; significativa del <em>fine dining</em> nelle strutture d&rsquo;accoglienza di lusso.</p>

<p>Ora, quante volte ci sar&agrave; capitato di consumare una cena da sogno, ma di non ritrovare pari qualit&agrave; a colazione? Tutto diventa un po&rsquo; come indossare un abito sartoriale da urlo,&nbsp;dall&rsquo;orlo rovinato. Non ha alcun senso.</p>

<p>Ecco che, quindi, l&rsquo;autenticit&agrave; inizia a prendersi i suoi spazi anche a colazione per una cura dell&rsquo;ospite a 360&deg;. Sono 12 le strutture visitate dal Nord al Sud Italia dalle autrici &ndash; <em>Casa Maria Luigia, Dalla Gioconda, JK Place Capri, L&rsquo;Albereta Relais e Ch&acirc;teaux, Mandarin Oriental Milan, Masseria Moroseta, Palazzo Venart Luxury Hotel, Petra Segreta Resort, Rosewood Castiglion del Bosco, Villa Crespi, Villa Rosa</em> &ndash; <em>La Casa di Lella e Winkler Hotels</em> -, e ciascuna di esse interpreta territorio e tradizioni attraverso un linguaggio singolare che diviene, in ultimo, un atto di amore, il calco del luogo e di chi lo anima.</p>

<p>[[ima8]]In questa tipicit&agrave;, in questa esclusivit&agrave;, emerge la sensibilit&agrave; di chi accoglie nel provare a immaginare il piacere che un gesto sia in grado di provocare. Perch&eacute;, dopotutto, &egrave; questa la vera arte dell&rsquo;ospitalit&agrave;: comprendere le necessit&agrave;, ma anche i desideri, cogliere le aspettative e poi superarle.</p>

<p>I buffet adesso compaiono sempre meno a favore della carta, decisamente pi&ugrave; sostenibile, e capace di incanalare al meglio le nostre necessit&agrave; e voglie: spesso, infatti, sono gli eccessi a mandarci fuori strada e a indirizzare la nostra scelto verso qualcosa che in realt&agrave; non desideriamo. Il tutto, senza limitare libert&agrave; e variet&agrave;, lasciando cos&igrave; tendere la nostra colazione pi&ugrave; sul versante dolce o salato&hellip; e perch&eacute; no, entrambi.</p>

<p>&nbsp;</p>

<p><strong>Ma come narrare l&rsquo;essenza di un luogo attraverso una colazione?</strong><br />
Un esempio arriva in pieno da <em>Casa Maria Luigia</em>, la dimora nella campagna modenese di <strong>Massimo Bottura</strong> e di sua moglie <strong>Lara Gilmore</strong>. Gocce di aceto balsamico impreziosiscono fette di cotechino servito con zabaglione: questa &egrave; l&rsquo;Emilia, ma &egrave; anche il ricordo intimo di <strong>Massimo</strong> (che ha curato insieme a <strong>Luigi Cremona</strong> la prefazione del libro, ndr) di sua nonna, la quale soleva svegliarsi prima di tutti per preparare questo pasto generoso, a tratti romantico.<br />
[[ima4]]Come &egrave; profondamente commovente affondare il morso in un fico dolcissimo al risveglio da <strong>Peppe Guida</strong> &ndash; <em>Villa Rosa | La casa di Lella</em> (Alberi, Napoli) - con lo sguardo rivolto al Vesuvio, o quel riflesso di laguna nelle alghe che sormontano un burro di malga montato, servito con il pane ai semi di <strong>Donato Ascani</strong> a Palazzo Venart (Venezia)&hellip;</p>

<p>[[ima3]] E questa &egrave; la tipicit&agrave;, che si alterna senza scontrarsi, a un taglio pi&ugrave; globale della colazione affinch&eacute; anche chi arriva da lontano possa ritrovare familiarit&agrave; con piatti a cui &egrave; abituato da sempre. Non &egrave; un caso, quindi, che i mattini al <em>Mandarin Oriental Milan</em> sono segnati anche da ravioli colorati &ldquo;che custodiscono il ripieno come piccoli reliquiari&rdquo;.</p>

<p>La precisione delle <em>viennoiserie</em>, poi, &egrave; vero must, elemento imprescindibile in ogni colazione degna di questo nome.</p>

<p>[[ima6]]Eppure resisteremmo a un piatto di <em>Culurgiones</em>? Alla bellezza senza tempo di uno<em> Spaghetto al pomodoro</em>, o alla raffinatezza di una <em>Pasta in bianco</em>? Anche questo &egrave; colazione: la libert&agrave; di godersi il momento preservando il resto del giorno, traghettandoci con energia fino alla cena.<br />
[[ima7]]Ma &egrave; anche una possibilit&agrave;: perch&eacute; se una cena o un pranzo fine dining spesso risultano proibitivi, una colazione aperta al pubblico regala la delizia della grande ospitalit&agrave; a un prezzo accessibile.</p>

<p>Sono dettagli che cogliamo tra le righe, emozioni che viviamo attraverso le parole di <strong>Stefania</strong> e <strong>Lucrezia, </strong>le quali hanno preferito una prosa piena, densa, tagliata su misura del luogo affinch&eacute; chiunque stringa tra le mani questo volume possa per un attimo staccarsi dalla realt&agrave; e vivere un prolungato viaggio di piacere.&nbsp;</p>

<p>A seguire un estratto dal libro <em>The Best Italian Breakfast</em>, memoria di un risveglio firmato&nbsp;<a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/36446/ristoranti/dalla-gioconda-davide-di-fabio.html" target="_blank">Dalla Gioconda</a>, regno dello chef&nbsp;<strong>Davide Di Fabio</strong>,&nbsp;a Gabicce Monte, Pesaro Urbino.<br />
[[ima5]]</p>

<blockquote>
<p>Secondo il principio aristotelico di non-contraddizione, ci&ograve; che &egrave; non pu&ograve;, nello stesso istante e nello stesso senso, essere altro da s&eacute;. Due le violazioni a tale logica. L&rsquo;inconscio: non solo luogo della rimozione, ma spazio in cui opera un funzionamento radicalmente diverso da quello cosciente. L&rsquo;emozione: parzialmente consapevole, ma quanto pi&ugrave; intensa e irradiata, tanto pi&ugrave; capace di contenere &laquo;infinite esperienze&raquo; &ndash; scriveva Matte Blanco; non mero atto di rievocazione, ma comunicazione di dimensioni lontane, attraversamento di livelli temporali e identitari che ricompone ci&ograve; che la superficie del pensiero separa. Varco mediante cui la coscienza accede a una dimensione indivisa e potenzialmente infinita. &Egrave; questo il tentativo di spiegazione, affiorato da distanti letture impegnate, che la mente ha convocato per razionalizzare il mattino Dalla Gioconda. Nulla di comune: la bellezza &egrave; assoluta, verticale.</p>

<p>Su un monte, pavimenti di pietra rosa o di graniglia; sopra, tavoli di ceramica incorniciati dal legno e rivolti verso il mare; qua e l&agrave;, memorie stampate o cucite di una moda trascorsa e mai passata; intorno, pareti impresse dal motivo di canzoni a lungo ascoltate. Valicata la soglia della sala delle colazioni, una natura morta di vasi, emersa da un dipinto di Giorgio Morandi, mette quiete; d&rsquo;altronde, ne hai bisogno dopo lo spossamento febbrile dovuto al continuativo assaggio del sublime della sera precedente. A proposito &ndash; allunghi lo sguardo, in silenzio &ndash; grazie, mare, per aver donato quel calamaretto alle mani di Davide Di Fabio e poi a me.</p>

<p>Il problema &egrave; proprio l&igrave;, accanto alle teiere: Davide. O meglio, il suo palmo appoggiato sul mento e gli occhi fissi a colpire un punto invisibile. Sta ammirando &ndash; pensi, ricordando che admirare significa scovare ci&ograve; che scivola dai quadri consueti della conoscenza delle cose. &laquo;La creativit&agrave;&raquo; &ndash; afferma Davide, mostrandoti una singolare crescia &ndash; &laquo;&egrave; parte del puzzle che hai nella mente; lo componi con l&rsquo;urgenza dell&rsquo;opera&raquo;.</p>

<p>In raccoglimento, ti predisponi ad affrontare il secondo capitolo del travalicamento dell&rsquo;ordinario, iniziato a cena e appena confermato. Ma mentre sorseggi un succo alla pesca, appare un ciambellone: olio, acqua e limone. Domestico e mite. Ne prendi, calmo, una fetta. Nel momento in cui le briciole toccano il palato, il trasalimento: un piacere delizioso, isolato, senza cognizione di causa; il cuore leggero, indifferente alle illusioni della vita, al peso greve delle incombenze. Non ricordi, vivi. Sei tu e, simultaneamente, il tu che eri; con le mani piccoline e la sola inquietudine di conquistare la bicicletta senza rotelle. Una gioia violenta, con le ginocchia sbucciate: &egrave; l&rsquo;infanzia. Lontana e fuggita, ma ora cos&igrave; prossima da udirla &ndash; suono onirico rarefatto dal dormiveglia. Chino sullo stupore, torni sul piano inclinato delle tre dimensioni che abiti.</p>

<p>La sospensione ti ha distratto da sottili ferratelle abruzzesi, come le mani che ancora sorreggono il mento dell&rsquo;ispirazione. Con la laica devozione di chi accoglie un&rsquo;ostia, spezzi la cialda, offrendo un intonso frammento alle labbra. &Egrave; la cialda del cono gelato che ti spettava vuoto: la gioia vitale del dolce tutto senza niente. Spalmi la sublimazione genuina della felicit&agrave; in barattolo: nocciole caramellate e crema di cioccolato. &Egrave; il gelato non pi&ugrave; gelato che tua nonna, come una gazza, posava di nascosto su un pezzettino del tuo cono. Incroci le linee sottili e curvate dello sguardo di Davide: ti dicono che sanno cosa hai provato.</p>
</blockquote>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/foto-the-best-italian-breakfast-1.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/118/41301/in-libreria/colazione-in-hotel-ora-ce-un-libro-che-ce-la-racconta-bene.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/118/in-libreria.html">118</category>			</item>			<item>				<title>Pino Cuttaia arriva a Identità Golose Milano con i suoi nuovi piatti</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/413/41307/identita-golose-milano/pino-cuttaia-arriva-a-identita-golose-milano-con-i-suoi-nuovi-piatti.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>C&#39;&egrave; un filo lungo e luminoso che attraversa la cucina di <strong>Pino Cuttaia</strong>, ed &egrave; quello della memoria. Memoria di una Sicilia che profuma di mare e di terra, di gesti domestici e di sapori d&#39;infanzia, di partenze e di ritorni. Su queste pagine lo abbiamo raccontato molte volte: in ogni occasione&nbsp;il racconto di <strong>Cuttaia</strong> si rivela capace di aggiungere un nuovo capitolo a una narrazione gastronomica tra le pi&ugrave; affascinanti della cucina italiana contemporanea.</p>

<p>Licata, costa meridionale della Sicilia, provincia di Agrigento: &egrave; qui che tutto ha inizio, ed &egrave; qui che tutto ritorna. <strong>Cuttaia</strong> nasce nel 1967, ma la famiglia fa presto fagotto in direzione Piemonte. Torino, gli studi, il lavoro in fabbrica: la cucina, all&#39;inizio, &egrave; solo un piacevole passatempo relegato ai fine settimana. Ma quel sacro fuoco per i fornelli non tarda a trasformarsi in vocazione. Le esperienze al <em>Sorriso</em> di Soriso e al <em>Patio</em> di Pollone sono decisive: &egrave; l&igrave; che il giovane cuoco siciliano apprende quella precisione nel lavoro che, accostata ai sapori della sua terra e a un talento invidiabile, lo porter&agrave; lontano.</p>

<p>[[ima2]]Il millennio si apre con il viaggio a ritroso: origine Piemonte, direzione Licata. Nel 2000, insieme alla moglie <strong>Loredana Cipriano</strong>, apre <em>La Madia</em> in corso Re Capriata. All&#39;inizio sono solo in due, lui in cucina e lei in sala, ma la dedizione &egrave; totale. &laquo;Non avrebbe avuto senso cucinare in qualsiasi altro luogo che non fosse la Sicilia&raquo;, ha raccontato <strong>Cuttaia</strong> proprio sulle nostre pagine. E da Licata, in effetti, non si &egrave; pi&ugrave; mosso: la prima stella Michelin arriva nel 2006, la seconda nel 2009. Nel mezzo e dopo, una serie di riconoscimenti che ne consacrano lo status di maestro della cucina italiana, con anche il&nbsp;celebre <em>Uovo di Seppia</em> diventato simbolo dell&#39;edizione&nbsp;2014 del congresso di <em>Identit&agrave; Golose</em>.</p>

<p>Ma al di l&agrave; dei premi, ci&ograve; che rende unica la tavola de <em>La Madia</em> &egrave; quella capacit&agrave; rara di trasformare il ricordo in pietanza. &laquo;Una cucina in cui reinventare i ricordi, trasformandoli in piatti perfetti per celebrare stagioni e simboli della storia gastronomica della mia gente&raquo;, spiega lo stesso <strong>Cuttaia</strong>. &Egrave; una cucina che affonda le radici nel gesto antico, nella conoscenza profonda degli ingredienti e della stagionalit&agrave;, nella sapienza tramandata dalla madre e dalla nonna. Come ci raccontava nel 2018: &laquo;Il primo ricordo gastronomico della mia infanzia &egrave; quello della polpetta fritta che si sprigionava la domenica&raquo;. Da quel ricordo olfattivo, da quel mix di aglio, formaggio e prezzemolo a contatto con l&#39;olio caldo, &egrave; germogliata un&#39;intera filosofia culinaria.</p>

<p>[[ima3]]Oggi quella de <em>La Madia</em> &egrave; una cucina del ricordo matura, consapevole, poetica per la sua capacit&agrave; di compenetrare i sussurri pi&ugrave; profondi della terra e del mare.&nbsp;Mercoled&igrave; 11 marzo <strong>Pino Cuttaia</strong> porter&agrave; a <em>Identit&agrave; Golose Milano</em> un menu di quattro portate pi&ugrave; una entr&eacute;e che racconter&agrave; alcune delle ultime idee su cui lo chef sta lavorando. Ecco cosa troverete nell&#39;Hub di via Romagnosi:</p>

<p><em>Creme brul&egrave;e di polpo</em><br />
<em>Ipogeo terramare</em><br />
<em>Scampagnata di una cernia</em><br />
<em>La nuova cassata all&#39;olio evo</em><br />
<em>Torta sfogliata con zabaglione al vecchio samperi</em></p>

<p>Per questa serata il menu sar&agrave; proposto al prezzo di 110 euro a persona, vini inclusi. Vi aspettiamo <strong>mercoled&igrave; 11 marzo a partire dalle 19:30</strong>: per prenotare il vostro posto, <a href="https://www.identitagolosemilano.it/prenotazioni/" rel="nofollow">visitate subito il sito ufficiale dell&#39;hub</a>.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/chef-pino-cuttaia-1.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/413/41307/identita-golose-milano/pino-cuttaia-arriva-a-identita-golose-milano-con-i-suoi-nuovi-piatti.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/413/identita-golose-milano.html">413</category>			</item>			<item>				<title>Dalle cucine d'Italia al Gargano: Diana Pignatelli e il ritorno a Le Caselle</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/41303/dallitalia/dalle-cucine-ditalia-al-gargano-diana-pignatelli-e-il-ritorno-a-le-caselle.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p><strong>Diana Pignatelli</strong> &egrave; quel tipo di persona che quando entra in una stanza, con una risata, la riempie. Ha un&#39;energia che mette tutti a proprio agio. Che sia seduta a un tavolino per un caff&egrave; o in sala a raccontare la sua cucina, <strong>Diana</strong> porta con s&eacute; un modo di stare al mondo fatto di forza e leggerezza insieme, di responsabilit&agrave; e gioia di vivere.</p>

<p>Classe 1992, la sua storia professionale parte da lontano, da una visione familiare che ha radici profonde nella terra del Gargano. Nel 2000 suo padre <strong>Dario Pignatelli</strong> acquista circa 150 ettari di terreni a Rignano Garganico. All&#39;epoca non c&#39;era nulla: niente strada, niente luce, niente acqua, solo pascoli abbandonati e una cascina semidistrutta. Quella cascina oggi &egrave; il cuore dell&#39;<a href="https://www.agriturismolecaselle.com/" rel="nofollow">Agriturismo Le Caselle</a>, ma ci sono voluti anni di lavoro, pazienza e ostinazione per renderlo possibile.</p>

<p>[[ima2]][[ima3]]Quando arriva il momento di scegliere la scuola superiore, <strong>Diana</strong> &egrave; ancora una ragazzina con un&#39;anima fortemente artistica. Disegna, dipinge, frequenta corsi, espone. L&#39;artistico sarebbe la strada naturale. E invece accoglie il consiglio del padre e sceglie l&#39;alberghiero, consapevole che dietro quel progetto agricolo c&#39;&egrave; anche un futuro da costruire. &Egrave; una scelta di maturit&agrave; precoce, fatta di sveglie all&#39;alba, di semi-convitto a Lucera, di pullman presi da sola alle sei del mattino. Nessuna spinta, nessuna forzatura. Solo senso di responsabilit&agrave;.</p>

<p>Cucinare, del resto, le &egrave; sempre appartenuto. In casa della nonna paterna si cucinava <em>forte</em>, come dice lei. E la cucina non era solo nutrimento, ma linguaggio affettivo: la nonna non abbracciava, cucinava il tuo piatto preferito. <strong>Diana</strong> questa cosa se l&#39;&egrave; portata dentro. Ancora oggi, per lei cucinare &egrave; un gesto d&#39;amore, un abbraccio silenzioso. &Egrave; da l&igrave; che nasce quella visione romantica e sentimentale della cucina che resta anche dopo anni di tecnica e rigore.</p>

<p>[[ima4]]Le prime esperienze arrivano prestissimo. A Campobasso, all&#39;<em>Hotel Eden</em>, con lo chef <strong>Nicola Vizzarri</strong>, all&#39;epoca membro della Nazionale Italiana Cuochi. &Egrave; il 2005&ndash;2006 e quel mondo, per una ragazza giovanissima, &egrave; quasi fantascienza: finger food, piatti moderni, un&#39;idea di cucina avanti rispetto ai tempi. Si lavora tantissimo, matrimoni a raffica, grandi numeri, ritmi durissimi. &Egrave; l&igrave; che <strong>Diana</strong> impara cosa significa organizzazione, concentrazione, tenuta mentale. All&#39;epoca non si parlava di stelle Michelin: si faceva il cuoco, punto. Ed &egrave; proprio per questo che quella scuola &egrave; stata cos&igrave; formativa.</p>

<p>Seguono alberghi, villaggi, grandi strutture. Esperienze che <em>fanno le ossa</em>. Poi arriva una proposta dal Sudafrica, da Johannesburg, per cucinare italiano. Un&#39;esperienza di vita prima ancora che professionale, preparata con entusiasmo e saltata all&#39;ultimo per la malattia del padre. Anche un progetto legato a un&#39;idea di ristorante in una metropolitana abbandonata di New York con <strong>Davide Scabin</strong> non andr&agrave; in porto per un Green Pass non ottenuto. Ma <strong>Diana</strong> non si ferma.</p>

<p>Inizia allora il suo personale &quot;corteggiamento&quot; ad <strong>Angelo Sabatelli</strong>. Lo segue, lo studia, lo contatta con costanza. Un messaggio ogni mese, ogni mese e mezzo. Educazione, determinazione, pazienza. Dopo un anno arriva la risposta: non uno stage, ma un lavoro vero. Due anni nelle cucine di <strong>Sabatelli</strong> che le aprono un mondo nuovo. Tecniche, ingredienti, polveri, disidratazioni, influenze asiatiche. <strong>Diana</strong> racconta di aver passato i primi mesi a fare foto di nascosto: non per vanit&agrave;, ma per imparare, per fissare nella memoria cose che non aveva mai visto.</p>

<p>[[ima7]]Dopo <strong>Sabatelli</strong> torna alle <em>Caselle</em>, ma capisce che non &egrave; ancora il momento. Non si sente pronta, non sente di poter dare. Riparte. Va da <strong>Irina Steccanella</strong>, collabora all&#39;apertura del ristorante quando &egrave; ancora un cantiere, e resta un anno perch&eacute; ci tiene, perch&eacute; vuole capire la cucina emiliana, perch&eacute; &egrave; curiosa. Poi tornano le stagioni, questa volta all&#39;<em>AdiV&egrave;</em> di Vieste, e l&#39;incontro con <strong>Domingo Schingaro</strong> e <strong>Angelo Convertini</strong>, che la porter&agrave; a un anno di lavoro ai <em>Due Camini</em>.</p>

<p>C&#39;&egrave; anche il passaggio delicato tra <em>Venissa</em> e <em>Borgobrufa</em>. A Mazzorbo affronta uno dei colloqui pi&ugrave; duri della sua vita: prova pratica, test scritto, una conoscenza richiesta a 360 gradi. <strong>Francesco Brutto</strong> le offre il ruolo di capo partita, ma nello stesso momento arriva l&#39;opportunit&agrave; a Perugia, con <strong>Andrea Impero</strong>, al <em>Borgobrufa Resort</em>. <strong>Diana</strong> sceglie Perugia. Una scelta di pancia e di crescita. Pochi mesi, ma intensi, in una cucina che proprio in quell&#39;anno conquista la stella Michelin.</p>

<p>[[ima8]]Poi il ritorno verso casa, passando da <strong>Rosario Didonna</strong> a <em>&Ugrave; Vulesce</em>. Un avvicinamento graduale, necessario. Fino alla decisione definitiva: il 7 gennaio 2024 <strong>Diana</strong> torna alle <em>Caselle</em>. Non &egrave; un ritorno semplice. Significa ridefinire equilibri, convincere i genitori, cambiare abitudini. Oggi lavora in cucina fianco a fianco con il padre <strong>Dario</strong>, mentre in sala ci sono la madre <strong>Cristina La Pietra</strong> e la sorella <strong>Federica Pignatelli</strong>. Un&#39;impresa familiare vera, dove il ristorante &egrave; solo una parte di un&#39;azienda agricola complessa.</p>

<p>Essere nel Parco Nazionale del Gargano &egrave; una ricchezza e una difficolt&agrave; continua. Ogni progetto richiede tempo, autorizzazioni, pazienza. Nulla &egrave; immediato. E forse &egrave; anche per questo che la cucina di <strong>Diana</strong> &egrave; cos&igrave;: concreta, agricola, di sentimento. Una cucina che parte dalla tradizione, la rispetta, la usa come base per creare. Non fine dining, non ricerca esasperata.</p>

<p>[[ima10]]Lo si capisce bene da piatti come <em>Baccal&agrave; e broccoli</em>, che nasce dalla memoria del Natale foggiano. La base &egrave; una crema di broccoli stufati, morbida e avvolgente, su cui viene adagiato il baccal&agrave; fritto in pastella, croccante e asciutto. A completare il piatto ci sono le senapi saltate in padella &ndash; le <em>sinapi</em>, come vengono chiamate in altre zone del Sud &ndash; che aggiungono una nota vegetale pi&ugrave; amara e rustica. Un gioco di consistenze e di equilibrio che resta profondamente riconoscibile e legato alla cucina di casa.</p>

<p>[[ima9]]C&#39;&egrave; poi <em>Brace e conserva</em>, probabilmente il piatto che racconta meglio la fase attuale della cucina di <strong>Diana Pignatelli</strong>. Il protagonista &egrave; il midollo alla brace, cotto sul fuoco vivo per asciugarne la grassezza e arricchirlo di una nota affumicata. Accanto, il broccolo in giardiniera, conservato come si faceva una volta, porta acidit&agrave; e tensione vegetale. Il piatto &egrave; completato da una riduzione di manzo, intensa e profonda, che richiama i sapori della cucina di recupero, dalla farinella di ceci che aggiunge una nota tostata e asciutta, e da un olio verde allo sponzale, ottenuto dalla parte verde del cipollotto, che lega il tutto con un aroma vegetale deciso ma elegante. Sapori decisi, consistenze contrastanti, equilibrio costruito senza forzature. Una cucina che ragiona di recupero, stagionalit&agrave; e rispetto.</p>

<p>[[ima5]][[ima6]]E poi c&#39;&egrave; la <em>Focaccia</em>, che qui non &egrave; contorno ma gesto quotidiano. Un grande lavoro sull&#39;impasto &ndash; semola rimacinata al 100%, alta idratazione, lunghe maturazioni &ndash; e un condimento che resta fedele alla tradizione: pomodoro, aglio, prezzemolo e pecorino. Un pane che accompagna e racconta il Gargano nella sua forma pi&ugrave; semplice.</p>

<p>[[ima11]][[ima12]]La filosofia &egrave; sempre la stessa: pochi sprechi, recupero totale, attenzione alla materia prima e al tempo, dall&#39;acqua del peperone arrosto per farne il caramello, alle foglie di sedano o di limone essiccate e ridotte in polvere, alle bucce di cipolla arrostite e frullate. Rosoli fatti in casa e offerti a fine pasto, come una volta. &laquo;Recupero anche nei contenitori: non compro barattoli apposta, li recupero. Faccio conserve come si facevano in casa: giardiniere, marmellate, e tutto quello che il tempo e la stagione permettono&raquo;.</p>

<p><strong>Diana Pignatelli</strong> &egrave; cos&igrave;: una donna di carattere, che ha scelto la fatica senza rinunciare alla gioia. Una condottiera gentile, che costruisce il futuro restando ancorata alla terra. E alle <em>Caselle</em>, oggi, questa storia si sente tutta.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/image0-86.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/41303/dallitalia/dalle-cucine-ditalia-al-gargano-diana-pignatelli-e-il-ritorno-a-le-caselle.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/dallitalia.html">44</category>			</item>			<item>				<title>Incontro (e confronto) di mari: a tu per tu con Gianfranco Pascucci e il mito Elkano</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/41297/dallitalia/incontro-e-confronto-di-mari-a-tu-per-tu-con-gianfranco-pascucci-e-il-mito-elkano.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>C&rsquo;&egrave; una grande differenza tra la cucina di pesce e la cucina di mare. Se la prima si identifica in un singolo elemento, la seconda diventa equivalenza e riflesso di un ecosistema complesso in cui mare e terra si intersecano, dialogano, divenendo territorio, dove il mare &egrave; pensiero, linguaggio, attitudine. Lo sanno bene <strong>Gianfranco Pascucci </strong>e <strong>Aitor Arregui </strong>del ristorante <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/30155/ristoranti/elkano.html" target="_blank">Elkano</a><strong> </strong>di Getaria, Paesi Baschi, due grandi interpreti del mare e delle sue storie, che lo scorso luned&igrave; 2 marzo hanno trasformato l&rsquo;insegna di Fiumicino in uno spazio di incontro e racconto.</p>

<p>[[ima4]]La cucina di mare &egrave; l&rsquo;idea sintetica della visione olistica di&nbsp;<strong>Pascucci</strong>, che sta portando avanti negli ultimi anni, tracciando una direzione identitaria e alternativa. Nella consapevolezza del patron di <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/11451/ristoranti/pascucci-al-porticciolo.html" target="_blank">Pascucci al Porticciolo</a> di Fiumicino (Roma) c&rsquo;&egrave; l&rsquo;esigenza e la volont&agrave; di creare una rete sinergica tra gli chef europei che hanno scelto il mare come concetto caratterizzante della loro cucina e che ogni giorno lo ridisegnano a seconda della loro visione di ricerca. Un progetto di cultura gastronomica che si esprime attraverso una vera e propria antropologia di mare.</p>

<p>[[ima8]]Proprio da qui prende forma <em>Incontro dei Mari</em>,&nbsp;una serie di serate-degustazione dove -&nbsp;in questo caso - l&rsquo;intera squadra di <em>Elkano</em>, con <strong>Aitor Arregui, Pablo Vicari, Nicolas Boise</strong> e <strong>Koldo Manterola</strong>, &egrave; stata ospite di <strong>Gianfranco Pascucci</strong> e di sua moglie, nonch&egrave; anima della sala,&nbsp;<strong>Vanessa Melis</strong>.</p>

<p>[[ima5]]Una cena che ha celebrato l&rsquo;incontro tra il Mar Mediterraneo e il Mar Cantabrico attraverso&nbsp;un dialogo costruito sull&rsquo;identit&agrave; e&nbsp;sul lavoro congiunto tra le due brigate.</p>

<p>[[ima9]]A partire dalla narrazione del piatto ci siamo addentrati insieme ai due protagonisti in un racconto di visioni e idee con una doppia intervista che mette il mare sempre al centro tra passato, presente e futuro.</p>

<p>&nbsp;</p>

<p><strong>L&#39;INTERVISTA<br />
Elkano e Pascucci al Porticciolo sono due ristoranti di famiglia&nbsp;che attraversano il tempo, oltre&nbsp;le mode. Qual &egrave; l&rsquo;eredit&agrave; familiare che vi hanno lasciato in cucina e che custodite ancora?<br />
Pascucci: </strong>&laquo;La voglia di far bene, che fa parte della relazione con il cliente e rappresenta il senso e la misura del mio quotidiano&raquo;.<br />
<strong>Arregui: </strong>&laquo;In realt&agrave; non &egrave; solo una questione di sangue, &egrave; un retaggio territoriale. Siamo un villaggio di pescatori con pi&ugrave; di cinque generazioni e secoli vissuti in questi luoghi. Direi che siamo parte di una famiglia marittima, con un senso di appartenenza che ci unisce fino alla gente di Fiumicino, per esempio&raquo;.</p>

<p>&nbsp;</p>

<p><strong>Alla parola &ldquo;mare&rdquo; qual &egrave; il vostro primo pensiero?<br />
Pascucci</strong>: &laquo;Ricerca continua&raquo;.<br />
<strong>Nicolas Boise: &laquo;</strong>Sicuramente bellezza&raquo;<strong>.</strong></p>

<p>&nbsp;</p>

<p><strong>Pescare significa anche rispettare il mare. Oggi che rapporto ha l&rsquo;uomo con il mare?<br />
Pascucci: </strong>&laquo;Secondo me l&#39;uomo oggi vive un rapporto di grande contrasto con il mare. &Egrave; consapevole delle difficolt&agrave;, ma non ha ancora il coraggio di affrontarle. Una paura che nasce da una mancanza di conoscenza&raquo;.<br />
<strong>Boise </strong>&laquo;Ovunque andiamo ci sono evidenti differenze nel rapporto tra uomo e mare e da qui si deduce una maggiore o minore sensibilit&agrave; verso di esso. A Getaria, nei Paesi Baschi, cos&igrave; come a Fiumicino, emerge chiaramente il desiderio di prendersi cura del esso, di proteggerlo. Ed &egrave; necessario lavorare in questa direzione, perch&eacute; questo &egrave; il nostro futuro&raquo;.</p>

<p>&nbsp;</p>

<p><strong>Mare, uomo, cucina. Che tipologia di ecosistema ne viene fuori e qual &egrave; il suo grado di salute?<br />
Pascucci:</strong> &laquo;Io credo che fare una cucina di mare sia diverso dal fare una cucina di pesce. La prima, infatti,&nbsp;porta&nbsp;all&#39;attenzione tutto ci&ograve; che &egrave; interessato e influenzato dal mare: non si tratta solo di pesce, ma di culture e colture. Sono tanti e validi gli interpreti di questo splendido ecosistema - e forse neanche ne sono coscienti &ndash;: il mio desiderio &egrave; quello di cercarli e incontrarli cos&igrave; come ho fatto con <em>Elkano</em> per raccontare tante e nuove storie di mare&raquo;.<br />
<strong>Boise:</strong> &laquo;Dobbiamo essere molto selettivi: il modo migliore per rendere il consumo sano e sostenibile &egrave; scegliere gli ingredienti al momento giusto. Verdure, pesce e ogni prodotto vanno presi nella loro stagione, quando la natura li offre al meglio. Noi nei Paesi Baschi, ad esempio, prendiamo il pesce solo quando arriva nella nostra zona, senza andare lontano a cercarlo. &Egrave; cos&igrave; che si gusta al massimo e in modo responsabile&raquo;<strong>.</strong></p>

<p>&nbsp;</p>

<p><strong>Il cambiamento climatico sta trasformando il mare (e non solo): secondo voi si pu&ograve; trasformare questo problema in opportunit&agrave;?<br />
Pascucci: </strong>&laquo;Non vedo grandi opportunit&agrave; in questo, se&nbsp;non forse quella di avere la piccola fortuna di pescare pesci che prima non c&rsquo;erano, ma a pensarci bene non &egrave; nemmeno una fortuna&raquo;.<br />
<strong>Boise: </strong>&laquo;&Egrave; sicuramente una sfida. Se prima c&rsquo;era una distinzione molto chiara tra ci&ograve; che accadeva fuori e dentro il mare, oggi &egrave; pi&ugrave; difficile leggerlo e interpretarlo. Il mare sta letteralmente cambiando; prima sapevi quando pescare e che pesce arrivava;&nbsp;oggi &egrave; un continuo adattarsi alle nuove situazioni. Forse l&rsquo;adattamento potrebbe essere un&rsquo;opportunit&agrave;&raquo;.</p>

<p>&nbsp;</p>

<p><strong>Aitor Arregi sul palco di Identit&agrave; Golose ha dichiarato: &laquo;Il futuro della pesca e dei pescatori &egrave; in forte pericolo&hellip; La sostenibilit&agrave; &egrave; sacrificata in nome del profitto&raquo;. Forse dietro al termine sostenibilit&agrave; c&rsquo;&egrave; solo una bella favola o possiamo fare qualcosa di veramente concreto?<br />
Pascucci: </strong>&laquo;Sacrificare il mare per i nostri interessi &egrave; qualcosa di svilente. Tutti noi dovremmo affrontare il tema del mare, viverlo direttamente: andarci, camminargli accanto, immergerci in esso senza paura di ci&ograve; che possiamo provare o scoprire. &Egrave; un rapporto che non tutti coltivano&nbsp;perch&eacute; richiede dedizione e tempo. Il mare non restituisce subito ci&ograve; che gli doniamo: &egrave; paziente, attende, e chi si dedica davvero a lui riceve sempre qualcosa in cambio. In un mondo dove abbiamo a portata di mano tutte le risposte possibili, rischiamo di perdere la nostra capacit&agrave; di osservare, attendere, comprendere. Il mare ci ricorda che ci sono tempi pi&ugrave; lunghi, tempi di osservazione, che non possiamo ignorare se vogliamo davvero prendercene cura. Se non impariamo a instaurare questo rapporto profondo con lui, ci perderemo, perch&eacute; il mare non &egrave; solo un territorio: &egrave; memoria, vita, futuro. E il nostro futuro dipende dalla capacit&agrave; di ascoltarlo e proteggerlo&raquo;.<br />
<strong>Arregi: </strong>&laquo;Penso che il mare ci stia dicendo qualcosa e che noi, come sempre, non sappiamo ascoltarlo, non sappiamo guardarlo e comprenderlo, n&eacute; tantomeno sappiamo prendercene cura. E se non ci prendiamo cura del mare, ci perderemo. Ci aspetta un duro lavoro&raquo;.</p>

<p>&nbsp;</p>

<p><strong>Nicolas Boise</strong><strong> che legame c&rsquo;&egrave; tra il mare e il fuoco?</strong><br />
&laquo;Per noi &egrave; un legame molto speciale, perch&eacute; il modo in cui cuciniamo &egrave; lo stesso che usavano i pescatori un tempo sulle barche. Si cucinava con il carbone durante i lunghi viaggi, perch&eacute; occupava meno spazio a bordo, ed &egrave; cos&igrave; che cuciniamo ancora oggi. Fuoco e mare lavorano nella stessa direzione&raquo;.</p>

<p>&nbsp;</p>

<p><strong>Gianfranco Pascucci, la tua idea di mare abbraccia l&rsquo;intero ecosistema marino e il territorio che lo accoglie: cosa ti ispira, cosa prediligi, cosa ti rappresenta di pi&ugrave;? </strong><br />
&laquo;Mi rappresenta di pi&ugrave; l&#39;ingegno umano che ha a che fare col mare. Mi interessa la cultura, che quindi non &egrave; un attaccamento alla natura. Credo profondamente nella cultura, nell&#39;ingegno, nella curiosit&agrave;, in&nbsp;chi si pone domande. E per ogni domanda c&rsquo;&egrave; sempre una o pi&ugrave; risposte, senza la necessit&agrave; di dover avere sempre ragione. Non dobbiamo lasciarci ossessionare dalla perfezione o farci giudicare da&nbsp;condizionamenti esterni. &Egrave; il momento di essere noi stessi, di esprimere la nostra individualit&agrave;. Le classifiche e i titoli non definiscono il valore: i veri &quot;migliori&quot; non sono quelli che seguono schemi gi&agrave; stabiliti, ma chi crea la propria strada e diventa il migliore nella propria categoria. Questo &egrave; ci&ograve; che rende il percorso davvero stimolante e autentico&raquo;.</p>

<p>&nbsp;</p>

<p><strong>Da Elkano la griglia si colloca tra passato e futuro: &egrave; un modo per sublimare la cucina di mare? </strong><br />
[[ima10]]&laquo;S&igrave;, la griglia si colloca tra passato e futuro ed &egrave; cos&igrave; che cuciniamo. Una scelta profonda perch&eacute; con la griglia non puoi barare. Deve essere tutto autentico, perch&eacute; sul fuoco devi mettere il prodotto migliore. Non puoi imbrogliare, perch&eacute; non hai modo di mascherare nulla. Ci sono solo il prodotto e il fuoco. Quindi devi partire dal miglior ingrediente possibile, altrimenti te ne accorgi subito e non c&rsquo;&egrave; modo di rimediare&raquo;.</p>

<p>&nbsp;</p>

<p><strong>Gianfranco Pascucci, quali sono le storie che oggi il mare ti racconta e che voce hai scelto di dare loro? </strong><br />
&laquo;Ah, questa &egrave; una domanda incredibile, difficile. Cogliere idee, avere intuizioni, sono cose che ti capitano e magari nemmeno te n&rsquo;accorgi, poi ti ritrovi a ragionare su un concetto per giorni e giorni, pensieri fluidi che spariscono e ricompaiono.</p>

<p>[[ima6]]A volte tutto arriva da quello che vedi quotidianamente come &egrave; successo con <em>Mare di plastica</em>, o <em>l&rsquo;Occhio del mare </em>che racconta un metodo di osservazione. &Egrave; una questione di sensibilit&agrave; ed empatia, non solo di materia prima. La cosa bella &egrave; che gli stimoli sono continui e chi come me fa cucina di mare li vive, li condivide e questa cosa ci rende pi&ugrave; uniti&raquo;.</p>

<p>&nbsp;</p>

<p><strong>Due cucine distinte, un unico percorso </strong><br />
[[ima3]]Missione di questa cena era quella di raccontare con la propria voce territori e mare, facendoli coesistere sulla stessa tavola, senza contaminarli. Due storie distinte e ugualmente intense, che hanno giocato tra forma ed essenza, tra gusto ed estetica, tra rappresentazioni e autenticit&agrave;. Protagonista della serata per <em>Elkano,</em> la grande griglia posta nel dehors del ristorante, messa a disposizione dalla <em>Sartoria del BBQ</em> di Turi (BA), dove sono stati preparati alla loro maniera il <em>Branzino e lo Sgombro al fumo<strong>, </strong></em>ma soprattutto<em> il Rombo,</em> uno dei piatti simbolo dei pescatori baschi. Il <em>rodaballo</em> viene grigliato intero sulla brace all&rsquo;interno di una struttura di ferro, cotto molto vicino al fuoco e irrorato con salsa vinaigrette. Fumo e mare, in un rituale che viene tramandato da generazioni.</p>

<p>[[ima2]][[ima7]]<strong>Pascucci</strong>, invece, porta in questo viaggio piatti vecchi e nuovi, rivisitazioni arricchite da inediti punti di vista e riflessioni, come per <em>l&rsquo;Occhio del Mare</em>, una variazione contemporanea sul calamaro, in cui lo chef utilizza tutte le parti del mollusco, accompagnato dalle pannocchie con i loro finti &ldquo;occhi&rdquo;, o come l&rsquo;ultima versione di<em> Mare di Plastica</em>, piatto di denuncia di <strong>Pascucci </strong>contro l&rsquo;inquinamento marino, nato nel 2019 e realizzato con tutti gli scarti del calamaro, che vede nel 2026 l&rsquo;aggiunta delle <em>orecchie di maiale</em>. O ancora per il suo <em>Estratto di Mare</em>, un piatto conviviale di cucina contemporanea, con pasta mista, estratto realizzato con le teste e le pelli del pesce.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/pascucci-e-aitor-arregui-phslevin.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/41297/dallitalia/incontro-e-confronto-di-mari-a-tu-per-tu-con-gianfranco-pascucci-e-il-mito-elkano.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/dallitalia.html">44</category>			</item>			<item>				<title>Cristiano Tomei a ruota libera a Identità Golose Milano</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/413/41300/identita-golose-milano/cristiano-tomei-a-ruota-libera-a-identita-golose-milano.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Come avevamo scritto nel presentare la serata, <strong>Cristiano Tomei</strong> &egrave; un cuoco che sfugge a qualsiasi definizione, autodidatta per vocazione, creativo per natura, capace di trasformare ogni piatto in un gesto personale e libero. E la cena di mercoled&igrave; 4 marzo a <em>Identit&agrave; Golose Milano</em> lo ha confermato in pieno: non solo per quello che ha cucinato, ma per il modo in cui ha vissuto e animato l&#39;intera serata, con un&#39;energia e una generosit&agrave; che hanno coinvolto la sala, la cucina e ogni persona presente nell&#39;Hub.</p>

<p>Per l&#39;occasione, il format abituale delle serate speciali di <em>Identit&agrave; Golose Milano</em> &egrave; stato scompaginato. Non le consuete quattro portate pi&ugrave; un&#39;entr&eacute;e, ma un percorso di degustazione pi&ugrave; ampio e articolato, pi&ugrave; rappresentativo dell&#39;approccio di uno chef che tra i primi in Italia ha scelto di abbandonare il concetto tradizionale di menu, proponendo ai suoi ospiti de <em>L&#39;Imbuto</em> un percorso senza carta. La cena si &egrave; aperta con quattro assaggi di grande spessore, per poi proseguire con i piatti del menu vero e proprio (le foto e le descrizioni dei piatti, le trovare in fondo a questo articolo).</p>

<p>Sin dall&#39;arrivo nell&#39;Hub si &egrave; creata una complicit&agrave; calorosa e immediata tra<strong> Tomei </strong>e lo chef resident di <em>Identit&agrave; Golose Milano</em> <strong>Edoardo Traverso</strong>, e con le brigate di cucina e di sala: un&#39;intesa che ha dato alla serata un&#39;atmosfera di familiarit&agrave; e di gioia che i clienti hanno percepito chiaramente.</p>

<p>[[ima2]]A fine servizio, la nostra conversazione con lo chef &egrave; stata pi&ugrave; un ascolto che un&#39;intervista. Per quasi venti minuti, <strong>Tomei</strong> ha parlato a ruota libera, senza bisogno di domande, in un flusso di pensieri, provocazioni e riflessioni che ben restituiscono il temperamento e la visione di questo cuoco fuori dagli schemi. Prima di rivolgersi a noi, ha voluto lasciare un messaggio ai ragazzi della cucina e della sala di <em>Identit&agrave; Golose Milano</em>: un invito appassionato a non inseguire la perfezione, ma ad abbracciare l&#39;imperfezione come cifra autentica dell&#39;artigianalit&agrave;; a ricordare che si cucina sempre per gli altri, mai per s&eacute; stessi; e che un sorriso, nell&#39;accoglienza, apre tutte le porte.</p>

<p>Ecco alcuni dei pensieri che <strong>Cristiano Tomei</strong> ci ha regalato a fine serata.</p>

<p>[[ima3]]&laquo;Nel nostro paese non riusciamo a capire e a valorizzare&nbsp;il nostro spessore culturale. Il riconoscimento dell&#39;Unesco non &egrave; al tortellino, non &egrave; al prosciutto crudo di Parma, non &egrave; al risotto alla milanese: &egrave; alle nostre abitudini alimentari. Noi siamo l&#39;unico popolo al mondo che parla di cibo mentre mangia. Nella ristorazione, storicamente, siamo quelli degli assaggini, del &quot;quello che c&#39;&egrave;&quot;, delle osterie di una volta in cui il menu era scritto al momento, ogni giorno, su un foglietto. CI deve fare riflettere&raquo;.</p>

<p>&laquo;Noi siamo un popolo orgogliosamente contaminato, e continuamente contaminato. Se mangiamo gli spaghetti lo dobbiamo alla dominazione araba in Sicilia, cos&igrave; come molte altre specialit&agrave; che consideriamo &quot;nostre&quot;. Pensiamo anche ai tortelli cremaschi, con le mentine&nbsp;dentro: &egrave; una cosa che arriva dall&#39;Iran. Dobbiamo essere orgogliosi di quello che siamo e difendere questa ricchezza&raquo;.</p>

<p>&laquo;Dobbiamo essere onesti con chi viene nei nostri ristoranti: quando il carciofo non c&#39;&egrave;, non si fa. Non si va a cercarlo per forza. Il mio approccio &egrave; nato anche da questo: da un senso di onest&agrave; verso la materia prima e verso il cliente&raquo;.</p>

<p>&laquo;Dai giapponesi ho imparato che quando si va in crisi non si butta tutto all&#39;aria, ma ci si concentra e si cerca una soluzione. Loro si sono specializzati: c&#39;&egrave; chi fa solo i noodles, chi fa solo la cucina kappo, chi fa solo l&#39;anguilla. Perch&eacute; non lo facciamo anche noi, invece di inseguire sempre nuove mode?&raquo;.</p>

<p>&laquo;Non si pu&ograve; piangere e arrendersi ogni volta che cambia il vento. Bisogna avere dignit&agrave;, e dignit&agrave; significa portare avanti un percorso e un pensiero. Ci sono locali che resistono al tempo perch&eacute; ci hanno creduto. Io devo piacere a chi ama il mio stile, e quando mi trova deve trovare una cosa che mi rispecchia in tutto e per tutto&raquo;.</p>

<p>&laquo;La cucina &egrave; una cultura in continuo movimento. Bisogna domandarsi il perch&eacute; si fa un soffritto, non farlo perch&eacute; l&#39;hai visto fare. Bisogna fare domande:&nbsp;agli chef, ai professori, a chi ti fa una masterclass, ma anche a un cliente che viene da lontano, chiedergli come mai fate i canederli lass&ugrave; da dove vieni tu? &Egrave; questo lo spirito&raquo;.</p>

<p>&laquo;La mia cucina &egrave; basata sul gusto. L&#39;amaro fa parte della cucina classica: faceva <em>compar&igrave;ta</em>, come si dice dalle mie parti, ti riempiva di gusto. Sto studiando con dei diabetologi un modo per non togliere tutto ai malati, ma concentrarsi sulla qualit&agrave; e sull&#39;intensit&agrave; del gusto. Se ti mangi una mela saporita sei soddisfatto; se ti mangi una Granny Smith che sa d&#39;acqua, ne vorrai sempre un&#39;altra e non sarai mai soddisfatto&raquo;.</p>

<p>&laquo;Ristorante ha una radice, che &egrave; ristorare. E ristorare significa mangiare bene, stare in un ambiente che ti stimola in modo positivo. La gente ha bisogno di emozioni. Chi ha veramente i soldi non gliene importa nulla del caviale: vuole la pasta al pomodoro fatta bene, nella zuppiera, nel mezzo del tavolo, da condividere con chi gli va&raquo;.</p>

<p>Di seguito, trovate le foto e le descrizioni dei piatti che <strong>Cristiano Tomei</strong> ha presentato al pubblico dell&#39;hub.</p>

<p>[[ima4]][[ima5]][[ima6]][[ima7]][[ima8]][[ima9]][[ima10]][[ima11]][[ima12]]</p>

<p>&nbsp;</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/fe3d7786-41b1-435a-b471-242509ffd2b3.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/413/41300/identita-golose-milano/cristiano-tomei-a-ruota-libera-a-identita-golose-milano.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/413/identita-golose-milano.html">413</category>			</item>			<item>				<title>Chianti e Morellino di Scansano, un positivo sguardo al futuro
</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/136/41298/in-cantina/chianti-e-morellino-di-scansano-un-positivo-sguardo-al-futuro.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p><em>Chianti </em>e <em>Morellino di Scansano</em> sulla strada della modernit&agrave;. &Egrave; questa l&rsquo;indicazione che arriva dall&rsquo;Anteprima congiunta <em>Chianti Lovers &amp; Rosso Morellino</em> che si &egrave; svolta a febbraio alla Fortezza da Basso a Firenze.</p>

<p>La sensazione &egrave; che si stia sempre di pi&ugrave; viaggiando alla ricerca di prodotti dalla maggiore bevibilit&agrave;, senza snaturare la natura dei vini e limitando gli eccessi di concentrazioni e di influenze di legni.</p>

<p>[[ima2]]La realt&agrave; &egrave; descritta anche dai due presidenti dei rispettivi consorzi, <strong>Giovanni Busi</strong>, del <a href="https://www.consorziovinochianti.it/" rel="nofollow">Consorzio Vino Chianti</a>, e&nbsp;<strong>Bernardo Guicciardini Calamai</strong>, del <a href="https://www.consorziomorellino.it/it/" rel="nofollow">Consorzio di Tutela Morellino di Scansano</a>.</p>

<p>&laquo;La produzione del <em>Chianti</em> si &egrave; attestata quest&rsquo;anno intorno ai 620 mila ettolitri, contro una previsione che parlava di circa 750 mila. Questo cambia il quadro e ridimensiona un po&#39; le preoccupazioni&nbsp;&ndash; ha spiegato <strong>Busi</strong> &ndash;&nbsp;anche perch&eacute; la riduzione rispetto alle aspettative &egrave; legata soprattutto all&rsquo;andamento climatico primaverile, che hanno inciso sulle rese, ma non sulla qualit&agrave;, che &egrave; risultata molto buona&raquo;.</p>

<p>[[ima3]]Per quanto riguarda l&rsquo;andamento del mercato, il presidente del&nbsp;<em>Consorzio Vino Chianti</em>&nbsp;ha sottolineato che l&rsquo;export resta determinante, rappresentando tra il 65% e il 70% della produzione del <em>Chianti</em>. &laquo;Il nostro &egrave; un <em>Consorzio</em> fortemente orientato all&rsquo;estero. L&rsquo;Italia vale circa il 30%, ma sono i mercati internazionali a trainare la denominazione. Malgrado i dazi e le tensioni geopolitiche, gli Stati Uniti continuano a comprare e le ultime rilevazioni parlano di una flessione minima, intorno all&rsquo;1%. Non &egrave; un dato che giustifichi allarmismi&raquo;.</p>

<p>Sul fronte del <em>Morellino di Scansano</em>, invece, ci sono importanti novit&agrave;, con l&rsquo;introduzione della menzione <em>Superiore</em>, come ha rivelato <strong>Bernardo Guicciardini Calamai</strong>: &laquo;Con la menzione <em>Superiore</em> rafforziamo il nostro percorso di valorizzazione, continuando a puntare su una sempre maggiore selezione e identit&agrave;. &Egrave; un segnale concreto della volont&agrave; di continuare a investire sulla qualit&agrave; e sulla riconoscibilit&agrave; del nostro <em>Sangiovese</em> della costa, offrendo al mercato una garanzia di coerenza e valore&raquo;.</p>

<p>&nbsp;[[ima4]]La nuova menzione <em>Superiore</em> identifica una tipologia che prevede un impiego minimo dell&rsquo;85% di <em>Sangiovese</em>, con la possibilit&agrave; di utilizzare altri vitigni a bacca nera non aromatici fino a un massimo del 15%, caratterizzata da rese massime pi&ugrave; contenute rispetto alla versione <em>Annata</em> e da un periodo di affinamento pi&ugrave; lungo. Il tempo minimo di immissione al consumo &egrave; fissato al 1&deg; gennaio del secondo anno successivo alla vendemmia. L&rsquo;obiettivo &ndash; come spiegato dal <em>Consorzio</em> &ndash; &egrave; di avere una maggiore struttura e complessit&agrave; espressiva, mantenendo al contempo le caratteristiche peculiari di freschezza ed equilibrio.</p>

<p>Ma qual &egrave; la realt&agrave; nei bicchieri? Il <em>Chianti</em> ha presentato le annate 2025 e 2024 delle differenti zone produttive, oltre ai <em>Superiori</em> 2024 e alle <em>Riserve</em> 2023, con numerosi campioni da vasca/botte, per un totale di circa cento campioni. L&rsquo;impressione &egrave; che i vini assaggiati fossero meno a quel &ldquo;vecchio stile&rdquo; legato a una tradizione produttiva superata, che andava alla ricerca assoluta di concentrazione e struttura. Sono vini pi&ugrave; &ldquo;gentili&rdquo;, freschi e moderni, proiettati verso bevibilit&agrave; e immediatezza, limitando magari l&rsquo;alcolicit&agrave; ma mantenendo comunque la complessit&agrave;.</p>

<p>[[ima5]]Per il <em>Chianti</em> annata 2025 un ottimo esempio arriva dal <em>Chianti Docg &ldquo;Agricola Casale&rdquo;</em> di <a href="https://www.casalebio.com/0italiano.htm" rel="nofollow">Azienda Agricola Casale</a> di Certaldo. Per i vini delle diverse zone, segnaliamo il <em>Colli Fiorentini &ldquo;Darno&rdquo; 2024</em> della <a href="https://www.san-vito.com/" rel="nofollow">Tenuta San Vito in Fior di Selva</a> a Montelupo Fiorentino. Tra i Superiore, <em>il Chianti Superiore Docg &ldquo;La Leccia&rdquo;</em> di <a href="https://www.laleccia.it/it.html" rel="nofollow">Fattoria La Leccia</a> di Montespertoli e il <em>Chianti Superiore Docg 2024</em> di <a href="https://poggiotondowines.com/?lang=it" rel="nofollow">Poggiotondo di Alberto Antonini</a>, a Cerreto Guidi. Sulle Riserve 2023, ancora molto interessante il prodotto di <em>Fattoria La Leccia</em> e il <em>Chianti Docg Riserva Renzo Masi</em> dell&rsquo;azienda <a href="https://www.renzomasibasciano.it/" rel="nofollow">Masi Renzo &amp; C &ndash; Fattoria di Basciano</a>, a Rufina. &nbsp;</p>

<p>[[ima6]]Il <em>Morellino di Scansano</em>, che ha presentato in anteprima l&rsquo;annata 2025 (tutti campioni da botte) e la <em>Riserva 2023</em>, per un totale di 21 campioni, l&rsquo;impressione &egrave; che si cerchi anche in questo caso un approccio meno complesso a un vino che, comunque, di natura ha una struttura piuttosto importante. Diventa fondamentale, in questo periodo storico, trovare il giusto equilibrio tra le richieste del mercato e le condizioni dettate da clima e terroir. Per l&rsquo;annata 2025, segnaliamo <a href="https://www.guicciardini1199.it/massi-di-mandorlaia/" rel="nofollow">Massi di Mandorlaia &ndash; Conte Guicciardini</a>, <a href="https://www.fattorialepupille.it/en/" rel="nofollow">Fattoria Le Pupille</a> e <a href="http://www.antoniocamillo.it/" rel="nofollow">Antonio Camillo</a>; per la <em>Riserva</em> invece puntiamo sul <em>&ldquo;Bronzone&rdquo;</em> di <a href="https://mazzei.it/pages/tenuta-belguardo?srsltid=AfmBOopOS5qq7-cJD6Jcp9-1omZCwub5uXUQKjdFkwr1lqrJGJNVo9P1" rel="nofollow">Belguardo</a> e ancora su <em>Fattoria Le Pupille</em>, quest&rsquo;ultimo &egrave; l&rsquo;unico campione gi&agrave; in bottiglia.</p>

<p>In conclusione, sono tutti vini che guardano al futuro. Con ottimismo.&nbsp;</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/u-nl0r6q.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/136/41298/in-cantina/chianti-e-morellino-di-scansano-un-positivo-sguardo-al-futuro.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/136/in-cantina.html">136</category>			</item>			<item>				<title>Come sarà la pizzeria del futuro? Tutti i trend di un settore in continua crescita</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/209/41299/mondo-pizza/come-sara-la-pizzeria-del-futuro-tutti-i-trend-di-un-settore-in-continua-crescita.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>&nbsp;</p>

<p>Quali trend stanno interessando il mondo della pizza, che gi&agrave; &egrave; cos&igrave; cambiato negli ultimi anni ma pare ancora in piena evoluzione? Osservando quanto sta accadendo si ha l&#39;impressione che il 2026 possa segnare un punto di svolta. La ristorazione in generale cambia pelle, spinta da tecnologia, social media e nuove esigenze dei consumatori, sempre pi&ugrave; attenti a benessere, identit&agrave; e qualit&agrave; dell&rsquo;esperienza. E in pizzeria cosa succede? La pizza si rinnova ancora e si arricchisce di nuove visioni: non &egrave; pi&ugrave; solo una questione di gusto, ma di valori, condivisione e racconto. Le tendenze 2026 raccontano un settore sempre pi&ugrave; consapevole, dove l&rsquo;esperienza conta quanto il piatto e la pizza diventa racconto, cultura e identit&agrave;.<br />
&nbsp;</p>

<p><strong>Pizzerie sostenibili, inclusive ed healthy&nbsp; </strong><br />
L&rsquo;anno cominciato da poco, ce lo ha detto anche l&rsquo;ultima edizione del&nbsp;<em>Sigep</em>, sembra intanto essere&nbsp;quello del &quot;<em>comfort food&nbsp;senza</em>&quot;:&nbsp;gelato&nbsp;ma senza lattosio, pizza&nbsp;ma senza glutine (e sempre pi&ugrave; inclusivo) e cos&igrave; via. Nelle pizzerie vedremo&nbsp;un&rsquo;attenzione maggiore verso allergie e intolleranze, senza nessuna modifica al piacere del sapore. Da qui si intuisce che la pizza segue sempre pi&ugrave; da vicino l&rsquo;evoluzione delle abitudini alimentari, con una crescente attenzione a salute e benessere che orienta i consumatori verso ingredienti naturali, poco processati, locali, biologici e da filiere sostenibili, oltre a impasti alternativi realizzati con farine ricercate come farro o kamut. In parallelo, l&rsquo;aumento delle scelte vegetariane e vegane spinge i pizzaioli a superare la classica <em>Ortolana</em> per dare spazio a pizze creative, dove gli ortaggi diventano protagonisti assoluti, lavorati con diverse tecniche e consistenze, anche in chiave mono-ingrediente, valorizzando ogni parte e riducendo gli sprechi. A completare il quadro, cresce il successo delle pizze healthy, pensate per offrire equilibrio nutrizionale. Altra evidenza &egrave; la crescita del numero di locali impegnati su temi sociali, come inclusione e sostenibilit&agrave; ambientale. Tra i consumatori &egrave; sempre pi&ugrave; forte l&rsquo;attenzione a questi aspetti, lo si percepisce analizzando i comportamenti alimentari e le scelte d&rsquo;acquisto, che nel tempo si stanno trasformando in abitudini virtuose. E nel settore della pizza questo approccio si traduce in alcuni cambiamenti significativi: stagionalit&agrave;, filiera corta, orti di propriet&agrave;, pi&ugrave; presenza di vegetale, no waste, valorizzazione della biodiversit&agrave; e dei produttori locali. A questi&nbsp;si aggiungono anche l&rsquo;utilizzo di fonti energetiche alternative o fonti di produzione autonoma, con macchine ed elettrodomestici a basso impatto ambientale e risparmio energetico; attenzione al packaging e all&rsquo;utilizzo di materiali naturali anche all&rsquo;interno della pizzeria, nel servizio e negli arredi<span style="font-size: 10.8333px;">.</span><br />
&nbsp;</p>

<p><strong>I menu del 2026 in pizzeria </strong><br />
Passiamo ora ai menu. Tra le tendenze da osservare con attenzione c&rsquo;&egrave; l&rsquo;affermazione &ndash; sempre pi&ugrave; solida &ndash; di alcuni stili che si candidano a diventare le pizze del futuro. Dalla &quot;romana&quot; alla &quot;ruota di carro&quot;, passando per la &quot;teglia&quot; e alcune varianti regionali, il movimento &egrave; gi&agrave; in atto: oggi li intercettiamo in aree precise del Paese, ma la sensazione &egrave; quella di una diffusione progressiva, quasi inevitabile. Stili destinati a entrare stabilmente nell&rsquo;offerta delle pizzerie e a diventare tappe fisse dei menu degustazione. Passiamoli in rassegna.<br />
&nbsp;</p>

<p>[[ima2]]<strong>Il passato &egrave; la chiave del futuro: ruota di carro, gusti classici e pizze local</strong><br />
Dopo un decennio passato ad alzare cornicioni e a celebrare volumi importanti, il mondo pizza sembra oggi compiere un elegante passo indietro. Si riprende&nbsp;la scena la &quot;ruota di carro&quot;, lo stile napoletano pi&ugrave; arcaico e popolare, alternativa verace alla classica contemporanea. La previsione &egrave; chiara: la variante extralarge torner&agrave; a comparire stabilmente nei menu di molte pizzerie napoletane veraci, ma anche in quelle di nuova generazione, con una sezione dedicata e con il chiaro intento di abbassare i bordi. La cosiddetta pizza &ldquo;bassa&rdquo; diventa l&rsquo;alternativa pi&ugrave; richiesta dal pubblico negli ultimi mesi.<br />
&nbsp;</p>

<p><strong>Il classico non passa mai di moda</strong><br />
Il classico non tramonta,&nbsp;semmai, cambia passo. Le pizze della tradizione rimangono centrali, rinnovate nello stile ma fedeli all&rsquo;anima. <em>Margherita</em> e <em>Marinara</em> &ndash; anche nelle loro versioni &ldquo;sbagliate&rdquo; e provocatorie &ndash; convivono con il ritorno deciso della <em>Capricciosa</em>, protagonista di un vero e proprio restyling che ne ha alleggerito l&rsquo;immagine senza tradirne l&rsquo;identit&agrave;. Accanto a loro ricompaiono prepotentemente in carta la <em>Cosacca</em>, la <em>Provola e pepe</em>, la <em>Diavola</em> e persino la <em>Mastunicola</em>, una delle pizze pi&ugrave; antiche in assoluto, oggi rivendicata con orgoglio da molte pizzerie lungo tutta la Penisola. &Egrave; il segnale chiaro di un ritorno alle pizze originarie, ma anche a quelle degli anni &rsquo;80 e &rsquo;90, che grazie a un potente effetto amarcord incontrano un successo immediato. Una sorta di nouvelle vague del classico, che non lo cristallizza ma lo rilegge, e che sembra destinata a durare.<br />
&nbsp;</p>

<p>[[ima3]]<strong>Fortissimamente local</strong><br />
Tra le tendenze in fase di definizione, ma gi&agrave; chiaramente leggibili, c&rsquo;&egrave; la riscoperta delle tipicit&agrave; locali e della tradizione contadina. Un patrimonio gastronomico vastissimo, che oggi si propone come terreno fertile per nuove narrazioni. Pizze e focacce regionali, reinterpretate con topping attuali o presentate nella loro forma pi&ugrave; autentica, rappresentano proposte ad alto valore culturale, capaci di creare un legame territoriale forte e distintivo, e anche un&rsquo;opportunit&agrave; concreta per riportare al centro le cucine del territorio. Un ritorno al &ldquo;tipico&rdquo; che non guarda indietro con nostalgia, ma avanti con visione: perch&eacute; oggi, pi&ugrave; che mai, il locale &egrave; bello. E anche molto contemporaneo.<br />
&nbsp;</p>

<p><strong>Le ricette della tradizione conquistano la pizza</strong><br />
La cucina della tradizione vive una nuova stagione di entusiasmo e trova nel disco di pasta &ndash; tondo o in teglia &ndash; una superficie narrativa sorprendentemente naturale. Ogni regione presta il proprio repertorio, trasformando la pizza in un manifesto identitario e diventa racconto contemporaneo, senza perdere autenticit&agrave;. Tradizione e ricettario domestico si confermano cos&igrave; solide fondamenta su cui la pizzeria moderna rinnova il proprio concept, cavalcando una maturit&agrave; gastronomica sempre pi&ugrave; consapevole. Un&rsquo;evoluzione che non riguarda solo il gusto, ma anche la dimensione culturale e del marketing turistico: la pizza &egrave; a tutti gli effetti un attore e narratore del territorio.</p>

<p>&nbsp;</p>

<p><strong><u>IL FUTURO &Egrave; CRUNCH. STILI E MOOD DI PIZZA IN ASCESA</u></strong><br />
[[ima4]]<strong>Pizza romana: il nuovo stile nazionale</strong><br />
Da quando si &egrave; iniziato a parlare di un <em>Rinascimento della pizza romana, </em>stiamo assistendo a una fase di piena riabilitazione gastronomica e culturale. Una rinascita che non si esaurisce nella citt&agrave; eterna, ma si completa in un&rsquo;evoluzione ampia e trasversale: la pizza bassa, sottile e dai bordi bruciacchiati &egrave; oggi una delle tipologie pi&ugrave; osservate, replicate e reinterpretate. Tradizione che si fa stile, che a sua volta diventa linguaggio comune in&nbsp;tutta la Pensiola. Accanto ai format monotematici, si sviluppa in parallelo un altro segnale forte: l&rsquo;ingresso della tonda romana nei menu degustazione, come prova di virtuosismo del pizzaiolo. Se finora abbiamo assistito a una diffusione massiccia della romana in teglia, lo scenario futuro sembra indicare una crescita capillare della tonda romana, anche nella versione stesa al mattarello. Un formato destinato a sedurre pizzaioli e pizza lovers dal Nord al Sud, fino a diventare una presenza strutturale nei menu.<br />
&nbsp;</p>

<p><strong>La pizza teglia, nuova scommessa </strong><br />
Il padellino comincia a lasciare il posto a nuove forme e impasti e nella pizza in teglia si intravede uno degli scenari pi&ugrave; interessanti del prossimo futuro gastronomico. &Egrave; un formato che sta vivendo una nuova e consapevole stagione di successo, per originalit&agrave;, versatilit&agrave; ed eclettismo. Anche la percezione del pubblico &egrave; cambiata radicalmente: da &ldquo;sorella minore&rdquo; della tonda, la teglia &egrave; oggi considerata alla pari. D&agrave; il massimo spazio alla libert&agrave; creativa, entra stabilmente nei menu e nei percorsi degustazione come elemento dinamico, capace di arricchire l&rsquo;esperienza del commensale. La direzione &egrave; chiara. Ora la sfida sta nel saper cogliere queste opportunit&agrave;: ampliare la visione, osare nelle proposte, ripensare l&rsquo;offerta e &ndash; ancora una volta &ndash; rimodulare le abitudini di consumo.</p>

<p>&nbsp;</p>

<p><u><strong>TREND A TAVOLA </strong></u><br />
<strong>Percorsi degustazione e pizza in condivisione </strong><br />
Dal giropizza al percorso strutturato, si delinea un racconto in cui entrano in gioco impasti, formati, topping e abbinamenti beverage: si sta definendo un format che permette di assaggiare pi&ugrave; tipologie di prodotto, condividendole tra i commensali. Abitudine sempre pi&ugrave; diffusa, ma il salto di qualit&agrave; sar&agrave; il costruire un percorso coerente, pensato come esperienza completa. Un filo conduttore chiaro, gustativo o narrativo, che accompagni il cliente che consenta di entrare davvero nella filosofia, nello stile e nella visione del pizzaiolo. E le degustazioni si arricchiscono ancora di pi&ugrave; con le esperienze di consumo al bancone, con tavoli sociali e chef&rsquo;s table.<br />
&nbsp;</p>

<p>[[ima5]]<strong>Pane, olio e cocktail </strong><br />
Altre tendenze in forte crescita e che saranno le nuove protagoniste sono quelle delle carte degli oli e del pane in pizzeria. L&rsquo;introduzione di una carta degli oli&nbsp;per valorizzare l&rsquo;extravergine di oliva &egrave; un trend&nbsp;per chi vuole distinguersi, anche con coraggio (e spesso peraltro riprende il rinnovato legame col territorio). Il pane dal canto suo conquista uno spazio sempre pi&ugrave; centrale nel menu, disegnando un&rsquo;esperienza di comfort food evoluto. &Egrave; il riflesso di una dinamica di mercato che spinge l&rsquo;offerta verso il modello del <em>bakery bistrot</em>: un luogo dove i prodotti da forno ampliano le occasioni di consumo, incrementano le vendite e rafforzano la reputazione del pizzaiolo. C&rsquo;&egrave; poi l&rsquo;abbinamento con i miscelati che si afferma sempre pi&ugrave; come nuova frontiera del pairing in pizzeria. Una scelta affascinante per la complementarit&agrave; dei sapori e per il valore multisensoriale che porta con s&eacute;. Dai grandi classici ai drink signature, alla base c&rsquo;&egrave; una riscoperta ragionata della liquoristica, dell&rsquo;arte della miscelazione e di nuovi profili gustativi, particolarmente in sintonia con le generazioni pi&ugrave; giovani, curiose e aperte alla sperimentazione. Forse, anzi, bisognerebbe osare di pi&ugrave;.<br />
&nbsp;</p>

<p><strong>Tra umano e tecnologico: sala specializzata e intelligenza artificiale </strong><br />
Il tema del personale qualificato in pizzeria non &egrave; pi&ugrave; una tendenza, ma una nuova regola del gioco. Se l&rsquo;obiettivo &egrave; lasciare un ricordo positivo e distintivo, tutto ruota intorno all&rsquo;esperienza. E il servizio diventa cos&igrave; un elemento strategico, parte integrante del concept e non semplice supporto operativo. La brigata si amplia e si struttura come quella di un ristorante contemporaneo e in sala entrano in gioco nuovi professionisti, come&nbsp;sommelier e mixologist. Sono loro gli ultimi narratori del percorso: perch&eacute; una grande pizzeria si costruisce s&igrave; sull&rsquo;impasto, ma anche sulle persone che lo raccontano. Tra le principali tendenze food 2026 spicca infine l&rsquo;ingresso strutturale dell&rsquo;intelligenza artificiale. Menu pi&ugrave; efficienti, gestione ottimizzata del magazzino, controllo delle scorte, supporto al pricing e alle offerte stagionali: l&rsquo;AI semplifica il lavoro quotidiano e libera tempo da dedicare alla creativit&agrave; e all&rsquo;accoglienza. Un&rsquo;innovazione silenziosa, ma destinata a cambiare profondamente il settore.</p>

<p><br />
Il futuro della pizzeria parla una lingua ibrida: tecnologica e artigianale, globale e locale, tra tradizione e creativit&agrave;, anche salutista ma sempre appagante. Buona pizza!</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/trend-pizza.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/209/41299/mondo-pizza/come-sara-la-pizzeria-del-futuro-tutti-i-trend-di-un-settore-in-continua-crescita.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/209/mondo-pizza.html">209</category>			</item>			<item>				<title>Controvento, ovvero la libertà di essere sé stessi in cucina</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/41240/dallitalia/controvento-ovvero-la-liberta-di-essere-se-stessi-in-cucina.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Nel lessico della ristorazione contemporanea la parola &ldquo;libert&agrave;&rdquo; circola con una certa disinvoltura, spesso associata all&rsquo;autonomia espressiva dello chef e alla possibilit&agrave; di emanciparsi dai codici del passato - o comunque da quelli mainstream. Pi&ugrave; raramente, viene ricondotta al suo presupposto meno romantico: la sostenibilit&agrave; economica del progetto. La libert&agrave; &egrave;, infatti, una variabile strutturale che si espande o si contrae in funzione della solidit&agrave; finanziaria del ristorante; ristorante che &egrave; insieme laboratorio culturale e impresa produttiva, dove ogni scelta incide sul bilancio finale. Ignorare queste interdipendenze significherebbe astrarre la cucina dal suo contesto reale.</p>

<p>Tuttavia, la questione non si esaurisce in un calcolo. Perch&eacute; mentre si invocano creativit&agrave;, visione e identit&agrave;, molte cucine &ndash; anche quelle che si dichiarano avanguardiste &ndash; finiscono per gravitare entro perimetri sorprendentemente omogenei, replicando codici estetici e linguistici ormai consolidati. In questo scenario, essere liberi non coincide con il fare &ldquo;ci&ograve; che si vuole&rdquo;, n&eacute; con l&rsquo;esibizione di una diversit&agrave; forzata. &Egrave; piuttosto la capacit&agrave; di sostenere nel tempo una posizione, accettandone i costi &ndash; economici e reputazionali &ndash; e sottraendosi alla ricerca sistematica del consenso.</p>

<p>&Egrave; a partire da questa riflessione, che il confronto tra due cuochi italiani apparentemente lontani per stile comunicativo e risultati formali - ma di certo &quot;spiriti liberi&quot;, per cos&igrave; dire - diventa particolarmente rilevante.</p>

<p>Da un lato <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/6/21301/chef-e-protagonisti/alberto.html">Alberto Gipponi</a>, che con il suo ristorante <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/19369/ristoranti/dina.html" rel="nofollow">Dina</a><strong> </strong>di Gussago (Brescia) ha costruito una cucina che rifiuta l&rsquo;idea di stabilit&agrave; come valore e fa della ridefinizione continua del linguaggio la propria grammatica. Dall&rsquo;altro <strong>Luigi Coppola</strong>, ex-<a href="https://www.tenutaducamarigliano.it/portfolio-item/tenuta-paestum-zona-archeologica/" rel="nofollow">Casa Coloni</a><b> </b>di Paestum (Salerno) e da poco al ristorante <a href="https://www.aquadulcis.it" rel="nofollow">Aquadulcis</a> di Massa, frazione di Vallo della Lucania (Salerno), dove la libert&agrave; si misura in una cucina che disconosce le gerarchie tradizionali del gusto, esplorando territori sensoriali inusuali, talvolta estremi.</p>

<p>Due modi diversi di vivere la cucina, entrambi capaci di aprirsi alla gente ma senza rifugiarsi nell&#39;omologazione.</p>

<h3><br />
<strong>Gipponi e la libert&agrave; come condizione non negoziabile</strong></h3>

<p>[[ima3]]Nel racconto che spesso accompagna il ristorante <em>Dina</em> di Gussago, il termine &ldquo;provocazione&rdquo; viene utilizzato con una certa disinvoltura, diventando una scorciatoia lessicale per descrivere tutto ci&ograve; che non rientra nel <em>&ldquo;gi&agrave; visto-gi&agrave; provato&rdquo;, </em>nei codici gi&agrave; assimilati. &laquo;Quando mi chiedono se cucino per me o per gli altri, rispondo sempre: cucino con gli altri. <em>Dina</em> &egrave; un luogo che esiste anche grazie alle persone che lo attraversano. La libert&agrave;, in questo senso, &egrave; figlia del luogo: nasce dal desiderio di accogliere, ma attraverso una ricerca di profondit&agrave;. Sono un professionista, faccio questo mestiere &mdash; cucino &mdash; e quindi critiche, aspettative e mercato entrano inevitabilmente in un discorso riflessivo interno a <em>Dina</em>&raquo;, precisa <strong>Alberto Gipponi</strong>. Lui ha fama di essere chef &quot;che va in profondit&agrave;&quot;,&nbsp;ed &egrave; vero. Ma sempre di pi&ugrave; tiene a sviluppare un percepito anche diverso, perch&eacute; certo la sua &egrave; una tavola fortemente pensata, ma nello stesso tempo che vuole essere in grado di dilogare con tutti: &laquo;Il percepito esterno pu&ograve; raccontare una cosa, ma la realt&agrave; del ristorante &egrave;, secondo me, molto meno provocatoria di quanto si immagini. &Egrave; piuttosto una ricerca di profondit&agrave; e di accoglienza. Se poi questo risulta emotivamente forte, se genera un impatto o una reazione, &egrave; una conseguenza,&nbsp;ma sempre legata al fatto di essere fedeli a se stessi. In questo senso la libert&agrave;, per me, c&rsquo;&egrave; sempre stata. E alla fine, tra un casoncello e un cannellone d&rsquo;aria non vedo necessariamente la distanza che molti credono di vedere&raquo;.</p>

<p>Si riferisce a due suoi piatti celebri,&nbsp;<em>Casoncello crudo ma cotto</em> e <em>Cannellone d&rsquo;aria</em>: che possono risultare destabilizzanti a livello percettivo, poich&eacute; lo sguardo e la mente vengono disorientati da una forma che non &egrave; quella abituale, &laquo;qui non facciamo le cose perch&eacute; si sono sempre fatte cos&igrave;, ma perch&eacute; pensiamo che possano essere migliori&raquo;. Ma &laquo;ogni giorno proviamo a tenere insieme queste due dimensioni &mdash; gusto e senso &mdash; senza metterle in opposizione, ma facendole camminare una dentro l&rsquo;altra. &Egrave; necessario venga ristabilita una connessione con ci&ograve; che &egrave; noto, che avvenga il cosiddetto ancoraggio cognitivo. Se un piatto non ci riporta a casa, se non ci solletica la memoria gusto-olfattiva, allora non &egrave; un piatto che funziona&raquo; conclude <strong>Gipponi</strong>. Con l&rsquo;assaggio l&rsquo;esperienza si ricompone, riportando il commensale su un terreno riconoscibile, una dimensione domestica e confortante.</p>

<p>&nbsp;</p>

<h3><strong>Coppola: fare ordine per essere liberi, fino a diventare riconoscibili</strong></h3>

<p>[[ima2]]Se in <strong>Gipponi</strong> la libert&agrave; assume una forma dichiaratamente espressiva, in <strong>Coppola</strong> si manifesta con disciplina e per sottrazione.&nbsp;&laquo;Ogni piatto che appare naturale e spontaneo nasce in realt&agrave; da un processo lungo e articolato, fatto di prove, errori e analisi, con l&rsquo;obiettivo di riordinare prima il pensiero e poi la cucina. <em>Fare ordine</em> significa <em>togliere</em>: eliminare il superfluo, ci&ograve; che non &egrave; realmente necessario. Se aggiungi per insicurezza, come se la bont&agrave; di un piatto dipendesse dal numero degli ingredienti o dalla complessit&agrave; dei passaggi tecnici, allora stai gi&agrave; rinunciando alla tua libert&agrave;&raquo; precisa lo chef campano. E aggiunge: &laquo;Non utilizzo una tecnica per distinguermi o per apparire. La utilizzo solo quando &egrave; funzionale al risultato finale. Nel momento in cui la tecnica si trasforma in esercizio di stile, perde automaticamente senso&raquo;.</p>

<p>In un panorama che premia l&rsquo;eccesso visivo e la narrazione ipertrofica, il minimalismo di <strong>Coppola</strong> pu&ograve; apparire quasi anacronistico. In realt&agrave;, nasce da una necessit&agrave; precisa: concentrazione, ordine, eliminazione del non necessario. &Egrave; un <em>modus vivendi</em>, oltre che <em>operandi.</em></p>

<p>&nbsp;</p>

<h3><strong>Quanto il personaggio mediatico pu&ograve; sostituire il cuoco?</strong></h3>

<p>[[ima5]]Sia <strong>Gipponi</strong> che <strong>Coppola</strong>, seppur con approcci diversi, si confrontano con una pressione sempre pi&ugrave; pervasiva: quella che spinge lo chef a diventare &ldquo;personaggio mediatico&rdquo;. <strong>Gipponi</strong> non nega il piacere del riconoscimento ma rifiuta che questo diventi un criterio operativo. Osserva:&nbsp;&laquo;Non ho mai cucinato per costruire un personaggio attorno alla mia figura. Se per esistere diventa necessario farlo, allora stiamo parlando di un altro mestiere. L&rsquo;immagine pubblica &egrave; un ambito interessante ma appartiene a chi si occupa di comunicazione. Io preferisco trascorrere le mie giornate in cucina&raquo;. <strong>Coppola</strong> converge, con una sobriet&agrave; speculare: &laquo;Se inizi a cucinare pensando a come verr&agrave; raccontato il piatto, hai gi&agrave; spostato il baricentro del tuo lavoro. La visibilit&agrave; pu&ograve; essere una conseguenza ma non deve mai diventare il criterio che orienta le tue scelte. Non serve essere ovunque: serve restare coerenti con la propria visione. La riconoscibilit&agrave; non nasce dall&rsquo;effetto immediato ma dalla continuit&agrave; del nostro lavoro&raquo;.</p>

<p>Dal confronto emerge con chiarezza che il racconto pu&ograve; accompagnare il lavoro di un cuoco ma non sostituirlo. Quando l&rsquo;immagine prende il posto del mestiere, l&rsquo;identit&agrave; professionale tende a&nbsp;offuscarsi<em>.</em> Restare cuochi, prima ancora che narratori di s&eacute; stessi, diventa una scelta di responsabilit&agrave; verso il proprio lavoro e anche il proprio pubblico.</p>

<p>&nbsp;</p>

<h3><strong>Tecnica, intuizione, continuit&agrave;</strong></h3>

<p>[[ima4]]La contrapposizione tra tecnica e creativit&agrave;, tanto cara a una certa retorica gastronomica, qui perde rapidamente consistenza.&nbsp;&laquo;<meta charset="UTF-8" />All&rsquo;inizio la mia cucina era pi&ugrave; istintiva.&nbsp;Nel tempo si creano conoscenze, consapevolezze, gestualit&agrave; che ti portano ad avere un controllo maggiore su quello che fai. L&rsquo;intuizione resta fondamentale, ma non &egrave; pi&ugrave; un salto nel vuoto: diventa un movimento costruito su tecnica, memoria e ripetizione. Io faccio questo: mi sveglio la mattina e vado a dormire la notte pensando alla cucina, cercando di fare nel modo migliore il mio lavoro. Non penso alla creativit&agrave; come a un atto incontrollabile: se c&rsquo;&egrave;, sei stato fortunato, oppure hai una buona dose di capacit&agrave; in quella direzione; se non c&rsquo;&egrave;, non c&rsquo;&egrave;. Il rigore tecnico, invece, &egrave; qualcosa che si pu&ograve; sviluppare con disciplina e tempo&raquo; ammette <strong>Gipponi</strong>. L&rsquo;intuizione resta, dunque, un motore fondamentale ma non &egrave; pi&ugrave; un &ldquo;salto nel vuoto&rdquo;: si trasforma in un gesto costruito su conoscenza, memoria e ripetizione. <strong>Luigi Coppola</strong> &egrave; altrettanto netto: &laquo;L&rsquo;improvvisazione non &egrave; libert&agrave; ma mancanza di controllo. Io ho bisogno di capire perch&eacute; una cosa funziona oppure no&raquo;. In entrambi i casi, la libert&agrave; non coincide con l&rsquo;assenza di struttura ma con la capacit&agrave; di abitarla senza irrigidirla: evitando che il metodo si trasformi in maniera e che l&rsquo;intuizione scivoli in automatismo.</p>

<p>&nbsp;</p>

<h3><strong>L&rsquo;ospite come interlocutore, non come parametro</strong></h3>

<p>Resta infine il tema pi&ugrave; delicato: il ruolo dell&rsquo;ospite. <strong>Coppola</strong> sottolinea che &laquo;il compito dello chef non &egrave; educare n&eacute; inseguire, ma offrire una visione. L&rsquo;ascolto &egrave; fondamentale, per&ograve; non deve compromettere il pensiero di un cuoco e, dunque, la sua identit&agrave;. Se restiamo coerenti con noi stessi, prima o poi troveremo i nostri interlocutori&raquo; <strong>Gipponi</strong>, pur partendo da una posizione pi&ugrave; dialogica, arriva a&nbsp;una conclusione affine: &laquo;Credo che il tempo rafforzi l&rsquo;autorevolezza di un cuoco e che, di conseguenza, l&rsquo;ospite ascolti con pi&ugrave; fiducia ci&ograve; che gli viene servito. All&rsquo;inizio di un percorso c&rsquo;&egrave; spesso pi&ugrave; fragilit&agrave;: magari c&rsquo;&egrave; una grande energia, ma un&rsquo;energia ancora scomposta, che non sempre arriva al centro del punto.&nbsp;Quindi il tempo, da un lato, consolida l&rsquo;autorevolezza e rende pi&ugrave; possibile essere liberi; dall&rsquo;altro fa s&igrave; che cose inizialmente scomode diventino, poco alla volta, accettabili&raquo;.&nbsp;Non si tratta di convincere tutti, n&eacute; di restringere il campo a pochi iniziati: si tratta di lavorare in modo coerente, lasciando che siano affinit&agrave; e sensibilit&agrave; a creare l&rsquo;incontro, avvicinando cuoco e target.</p>

<h3><br />
<strong>La via italiana alla libert&agrave; gastronomica esiste</strong></h3>

<p>&laquo;Se per restare dentro un sistema devo cambiare ci&ograve; che penso, allora non sto pi&ugrave; facendo il mio mestiere. L&rsquo;appartenenza non pu&ograve; diventare il criterio che orienta le mie scelte&raquo;&nbsp;conclude <b>Coppola</b>.<b>&nbsp;</b>E&nbsp;<b>Gipponi</b>:&nbsp;&laquo;Il mio essere libero in maniera espressiva parte da un dato semplice: io faccio accoglienza e faccio ristorazione. Sono fedele a due cose nella vita, alle persone e alla cucina&raquo;. In questa convergenza si chiarisce il senso del loro percorso: controvento, non per strategia ma per necessit&agrave;. Perch&eacute;, per alcuni, cucinare senza essere liberi non &egrave; un compromesso possibile: &egrave; semplicemente un&rsquo;altra cosa.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/alberto-gipponi-e-luigi-coppola-1.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/41240/dallitalia/controvento-ovvero-la-liberta-di-essere-se-stessi-in-cucina.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/dallitalia.html">44</category>			</item>			<item>				<title>Feuerstein, il lusso formato famiglia tra nuove avventure e cucina d’autore</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/205/41286/hotellerie/feuerstein-il-lusso-formato-famiglia-tra-nuove-avventure-e-cucina-dautore.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Tempo condiviso, esperienze su misura e cura autentica per ogni membro della famiglia. Tra i silenzi delle alte vette della Val di Fleres, in Alto Adige, c&rsquo;&egrave; un luogo dove la vacanza in famiglia si declina in un progetto disegnato su misura, tra natura, architettura e servizi pensati per ogni et&agrave;. &Egrave; il <a href="https://www.feuerstein.info/it" rel="nofollow">Feuerstein Nature Family Resort</a>, cinque stelle incastonato in Val di Fleres, a pochi chilometri dal Brennero, ai piedi del maestoso Monte Tribulaun. Come in ogni stagione, anche quest&rsquo;inverno sono state tante le novit&agrave;, tra ampliamenti, nuove esperienze e una proposta gastronomica completamente rinnovata.</p>

<p>[[ima2]]Alla guida dei ristoranti del resort &egrave; arrivato infatti l&rsquo;executive chef <strong>Andrea Moccia</strong>, classe 1980, origini campane di Napoli e un percorso professionale maturato tra alcune delle pi&ugrave; prestigiose strutture del Trentino-Alto Adige. La sua cifra stilistica spicca all&rsquo;<em>Artifex</em>, il ristorante gourmet del resort, uno spazio intimo e luminoso con soli quattro tavoli, pensato per un&rsquo;esperienza esclusiva. La sua cucina &egrave; raffinata e sobria, si concentra sull&rsquo;essenziale e gioca con i contrasti con equilibrio ed estro. Il suo approccio? Valorizzare la tradizione, esaltare gli ingredienti locali, ricercare la qualit&agrave; assoluta delle materie prime, senza esitare a varcare i confini regionali per portare in tavola prodotti eccellenti.</p>

<p>[[ima3]]Lo chef non si limita a preparare piatti: costruisce ponti tra terre lontane e valli alpine, tra tradizione e modernit&agrave;. Diventa un artigiano del gusto, capace di combinare la profondit&agrave; dei sapori mediterranei con la purezza dei prodotti alpini. La sua cucina &egrave; un dialogo tra territorio, stagione e memoria, un tributo al prodotto e a chi lo coltiva. &laquo;All&rsquo;<em>Artifex</em> vivo la mia filosofia: con dedizione, chiarezza e tanto cuore&raquo;. Non solo tecnica e rigore: lo chef &egrave; anche curiosit&agrave; continua, istinto e voglia di esplorare nuovi equilibri, nuovi abbinamenti. Si mette in ascolto della natura, predilige ingredienti locali, stagionali e trattati con grande rispetto, combinati con quel tocco di leggerezza e luminosit&agrave; che raccontano le sue origini. In un ambiente raccolto e silenzioso, ogni piatto diventa una narrazione.<br />
<br />
[[ima4]]Si sceglie tra due percorsi degustazione di sei portate, <em>Altitudine</em> e <em>Giro del Mondo</em>, oppure ci si pu&ograve; affidare a un itinerario di otto portate a sorpresa. Facendo il &ldquo;giro del mondo&rdquo; si degustano piatti che convincono per qualit&agrave; della materia prima, freschezza, delicatezza e capacit&agrave; di trovare sempre il giusto equilibrio tra gusto e consistenza. Dall&rsquo;<em>Acqua di sorgente</em>, un battuto&nbsp;di scampi con insalata&nbsp;iceberg, kimchi, bergamotto e&nbsp;acqua di mare, al <em>Jacques</em>, tiramisu di capasanta, zucca, tartufo nero, capasanta, mela e&nbsp;umeboshi. Una volta a settimana, il venerd&igrave;, l&rsquo;alta cucina diventa affare di famiglia: nasce la serata dedicata anche ai bambini, con un menu di tre portate studiato appositamente per avvicinarli al mondo gourmet.</p>

<p>[[ima5]]Ma il Feuerstein resta prima di tutto un paradiso per i pi&ugrave; piccoli. L&rsquo;attenzione al mondo dell&rsquo;infanzia, da sempre cuore del progetto, si traduce in nuovi spazi appena inaugurati. La Baby &amp; Mini Room &egrave; un grande ambiente progettato secondo la filosofia di <strong>Maria Montessori</strong>, con arredi e giochi ispirati all&rsquo;autonomia e alla creativit&agrave;. Tra le attrazioni pi&ugrave; amate, la pista per macchinine Frechling&reg; Flitzer in legno sostenibile, completa di autolavaggio e officina, e una casa delle bambole su due piani con cucina attrezzata e ogni dettaglio a misura di bambino. Non manca un piccolo negozio di alimentari in miniatura, un angolo creativo per dipingere e lavorare materiali naturali &ndash; spesso raccolti nel bosco circostante &ndash; e una zona relax per leggere o riposare.</p>

<p>[[ima6]]Per i ragazzi pi&ugrave; grandi e per gli adulti c&rsquo;&egrave; l&rsquo;Action Room, dove il movimento incontra la tecnologia: un percorso Ninja Warrior che mette alla prova agilit&agrave; e resistenza, una iWall interattiva che stimola coordinazione. E ancora, il fienile dei giochi, le sale dedicate ai giochi da tavolo, la stanza della sabbia, il grande maneggio e la fattoria didattica dove incontrare alpaca, asini, pecore, capre, galline e conigli. E con la bella stagione entra in scena anche una nuova piscina esterna che ricorda un laghetto alpino, immersa nella quiete del paesaggio montano.</p>

<p>[[ima7]]Il regno del benessere &egrave; la <em>Mountain Spa</em> di 3.000 metri quadrati con quattro piscine (una esterna), un grande scivolo d&rsquo;acqua e una Family Sauna pensata per momenti di relax condivisi. Per mamma e pap&agrave;, invece, c&rsquo;&egrave; la spa Adults Only che si sviluppa su tre piani tra saune, stanze del silenzio, una vasca idromassaggio panoramica sul rooftop e una suggestiva ice pool con vista sulle montagne.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/2017-aussenbereich-mit-pool-4.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/205/41286/hotellerie/feuerstein-il-lusso-formato-famiglia-tra-nuove-avventure-e-cucina-dautore.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/205/hotellerie.html">205</category>			</item>			<item>				<title>Un mondo che si chiama onigiri</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/41293/dallitalia/un-mondo-che-si-chiama-onigiri.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p><em>Onigiri</em>.</p>

<p>Li abbiamo visti divorare negli anime, li abbiamo scartati dopo km e km tra le strade di Tokyo all&rsquo;ennesima tappa al <em>7-Eleven</em>. Ma ora stacchiamoci solo un attimo dal Giappone e torniamo nelle cucine delle nostre nonne, mentre osserviamo le loro mani muoversi attorno a una montagnetta di carne macinata che piano piano prende forma e a si fa polpetta. Ecco, in Giappone c&rsquo;&egrave; un gesto molto simile che, per&ograve; vede protagonista una manciata di riso. Il movimento cambia appena: compatti il riso prima orizzontalmente, poi appiattisci dall&rsquo;alto e continui con delicatezza trasferendo tutto l&rsquo;affetto che riversi nei confronti di chi ricever&agrave; quella formella, fino a rappresentare quello che somiglia a un piccolo monte Fuji: nasce cos&igrave;, tra mani e tanto amore, un onigiri, snack tra i pi&ugrave; consumati in terra nipponica.</p>

<p>[[ima2]]</p>

<p>Ce lo racconta <strong>Aya Yamamoto</strong> in un contesto appena appena lontano dalla sua <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/24273/ristoranti/gastronomia-yamamoto.html" target="_blank">Gastronomia Yamamoto</a> in zona Missori a Milano: ci troviamo, infatti, ad <a href="https://www.instagram.com/avellinoscalo/?hl=en" rel="nofollow" target="_blank">Avellino Scalo</a>, l&rsquo;hub permanente di <em>Irpinia Mood</em>, spin-off dell&rsquo;evento che si tiene puntualmente, ormai da 10 anni, nella citt&agrave; irpina per valorizzare la cultura gastronomica e riflettere sui temi pi&ugrave; attuali che l&rsquo;attraversano. Ed ecco che, negli spazi di una vecchia stazione in disuso (ve ne abbiamo parlato <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/38682/dallitalia/prossima-fermata-avellino-scalo-il-primo-polo-gastronomico-dirpinia.html" target="_blank">qui</a>), ora vive un bistrot e un laboratorio che regolarmente si anima con ospiti da tutta Italia che condividono racconti, gesti e il piacere di ritrovarsi a tavola. Questo in una citt&agrave; che vibra poco di iniziativa, ma che cibata di idee e progetti diviene a poco a poco culla di realt&agrave; valide, pi&ugrave; affezionate al futuro che al passato e che non hanno timore di rappresentare dei punti di interruzione con la tradizione pur onorandola fino in fondo.</p>

<p><em>Onigiri</em> dicevamo e con onigiri <em>riso</em>. Per questa preparazione in particolare occorre la variet&agrave; <em>Selenio</em>, dal chicco tondeggiante, come una goccia appena allargata, ben diverso quindi da un basmati che presenta invece una forma affusolata. Ora, meno scheggiato &egrave;, pi&ugrave; alta sar&agrave; la qualit&agrave; e amabile risulter&agrave; al palato una volta cotto, fase quella della cottura a dir poco cruciale considerato che gran parte della preparazione &egrave; composta proprio da riso: innanzitutto, il riso va sciacquato ben bene, quasi sfregando un chicco contro l&rsquo;altro, fino a renderli limpidi; resta in acqua minerale per circa due ore (qualora non aveste tempo, anche mezz&rsquo;ora pu&ograve; bastare) cos&igrave; da ammorbidirsi e prepararsi al meglio alla cottura.</p>

<p>[[ima8]]</p>

<p>E qui abbiamo due opzioni. Cottura &ldquo;premium&rdquo;: possedete un cuociriso e, quindi, c&rsquo;&egrave; poco da fare; misurate pari quantit&agrave; di acqua e riso, lasciate che la magia accada. Se, invece, non avete che una cucina &ldquo;normale&rdquo;, senza attrezzature particolari, userete una qualsiasi pentola con il suo coperchio, perfetta se in ghisa, o comunque con un coperchio in grado di trattenere bene il vapore interno, indispensabile per ottenere una cottura ottimale. In una prima fase portare a bollore a fuoco alto il riso senza mai sollevare il coperchio, pena un riso scotto o non cotto abbastanza. Quando l&#39;acqua bolle, &egrave; tempo di abbassare la fiamma e di cuocere a fuoco medio per 10 minuti. Quindi si abbassa ulteriormente la fiamma e si continua la cottura a fuoco basso per altri 5 minuti. Spegnere, e lasciare il riso nella pentola col coperchio sigillato per altri 10 minuti. Quando il riso &egrave; pronto, va smosso delicatamente con una spatola o cucchiaio di legno.</p>

<p>[[ima5]]</p>

<p>&nbsp;</p>

<p>Come farcire i nostri onigiri? Partiamo da <em>tonno e maionese</em>, la versione pi&ugrave; venduta in Giappone; potete senn&ograve; utilizzare una marmellata fatta in casa, semplicissima da realizzare a casa utilizzando le foglie di alga nori un po&rsquo; ammollate, ormai inutilizzabili per il sushi &ndash; basta cuocerle con un po&rsquo; di zucchero di canna, sake (o vino bianco da cucina) e salsa di soia. Quindi, foglio di pellicola, un pugno di riso, la farcia desiderata posta al centro, e altro riso a coprire; si chiude tutto nella pellicola e si comincia a lavorare con le mani come indicato in precedenza. In alternativa, esistono dei praticissimi stampi per onigiri, da consumare nudi o avvolti in una foglia di alga, ma anche di lattuga.</p>

<p>[[ima7]]</p>

<p>Onigiri freschi&hellip; eppure possiamo assaggiarli anche cotti, tanto &egrave; vero che in Giappone sono il must in una grigliata e vengono passati al bbq. Poi qualora volessimo concederci un piacere sconfinato, lasciamo sciogliere del burro in padella con un po&rsquo; di salsa di soia, e rosoliamo l&rsquo;onigiri di solo riso in questa salsina <em>umami</em> fino a creare una crosticina sottile; lattuga intorno per afferrare il nostro triangolino di riso e via. Ad ogni modo, tutto &egrave; nel gesto che accompagna questa preparazione, ed &egrave; proprio quello che ci aiuter&agrave; ad apprezzare ancora di pi&ugrave; ci&ograve; che stringeremo tra le mani, che &egrave; tanto.</p>

<p>[[ima6]]</p>

<p>Lo &egrave; per <strong>Aya</strong> che, appena arrivata in Italia, li portava a scuola per merenda, e questo non le piaceva, non la rendeva serena perch&eacute; intanto tutti i compagni italiani addentavano panini, merendine, cracker. Poi, per&ograve; ci ha fatto pace, perch&eacute; cos&igrave; accade quando inizi a vivere in un Paese che non &egrave; tuo e il cibo diventa a tutti gli effetti un elemento che definisce la tua identit&agrave;, che tiene uniti, stretti tra di loro, passato e presente, plasmando chi saremo nel nostro futuro.</p>

<p>Oggi <strong>Aya</strong> sente che casa sua &egrave; Milano, e lo ha capito quando si &egrave; accorta che il suo pasto preferito &egrave; la <em>pasta al forno</em>. Cibo &egrave; anche famiglia, casa, identit&agrave;: cibo &egrave; vita.</p>

<p>[[ima3]]</p>

<p>Ce lo spiega bene <strong>Mariachiara Montera</strong>, foodwriter, content creator e autrice del libro <em>Sugo</em>, un testo che andrebbe letto almeno una volta l&rsquo;anno perch&eacute; puntualmente smuove e, come raramente accade ormai, ci invita a porci delle domande, a cui solo noi possiamo dare le giuste risposte, mettendo insieme genere, il modo in cui siamo cresciuti, la nostra relazione con la tavola e quindi con il cibo, con quegli strumenti che ci portiamo dietro tra un trasloco e l&rsquo;altro e che divengono la nostra storia; ingredienti che a poco a poco subentrano nella nostra dispensa e descrivono il modo in cui evolviamo.</p>

<p>[[ima4]]</p>

<p><strong>Mariachiara</strong> parla anche di casa, che raccontiamo attraverso le sue parole:</p>

<blockquote>
<p>E quindi, come rispondiamo alla domanda: cosa &egrave; casa? Sono mura, sono accenti, sono i sensi: gusto, olfatto, tatto sono legati ai ricordi personali quanto alla storia collettiva. E se non vogliamo chiamarla nostalgia, allora invochiamola come memoria: la ricerca dei piatti tradizionali, e di certi ingredienti, per mantenere una continuit&agrave; emotiva e culturale col nostro luogo di nascita. Gli alimenti internazionali ed etnici contribuiscono poi a sviluppare il senso di appartenenza: troppo spesso la definizione di casa, e di radici, viene circoscritta a una sintesi di vantaggi burocratici, economici, sociali. Come se &ldquo;casa&rdquo; fosse quello che otteniamo, come riconoscimento esterno: votare, capire cosa stiamo comprando al mercato, avere una busta paga. Ma insieme a tutto questo, &ldquo;casa&rdquo; &egrave; un sentimento, &egrave; come ci sentiamo per strada, o nel posto dove dormiamo: siamo felici? Ci sentiamo al sicuro? Siamo dove vorremmo essere o vorremmo andare via? Apparteniamo a un luogo quando, in egual modo, apparteniamo a noi stesse, e a uno spazio, emotivo e fisico, che chiamiamo casa. In quest&rsquo;ottica, cucinare le ricette del paese d&rsquo;origine in terra straniera aiuta a sviluppare quel sentimento, a rendere pi&ugrave; grande quella casa. Il cibo consente di rievocare il passato, di idealizzarlo, di mantenere vive le radici. E, ricetta dopo ricetta, le memorie preservano le identit&agrave; nazionali, e rafforzano le comunit&agrave;.</p>
</blockquote>

<p>Ecco perch&eacute; anche un triangolino di riso non &egrave; solo cibo, ma un pezzo di vita che si muove con noi e con noi muta.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/sugo-e-onigiri-4.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/41293/dallitalia/un-mondo-che-si-chiama-onigiri.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/dallitalia.html">44</category>			</item>			<item>				<title>Basilicata autentica: cinque trattorie moderne dove assaporare, ma con calma</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/41282/dallitalia/basilicata-autentica-cinque-trattorie-moderne-dove-assaporare-ma-con-calma.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Basilicata autentica: prodotti tipici e cultura del territorio. Trattorie e osterie moderne da assaporare, ma con calma. I nostri consigli in cinque tappe fondamentali, diverse per stile e posizione geografica, che descrivono bene una realt&agrave; contemporanea ma fedele alle sue radici. Il dehor con vista sul lago Sirino di &ldquo;Marie-laboratorio di cucina&rdquo;</p>

<p>In Basilicata la cucina non ha smesso di essere atto identitario di una terra schiva che non ama urlare ma raccontare. Anche a tavola. Una terra dove ogni ricetta e ogni prodotto tipico ha un nome diverso, in base alla provincia di appartenenza. A Rotondella puoi trovare i <em>zanzan&eacute;dde</em>, a Lauria gli <em>gnummaridd</em> e a Pisticci gli <em>n&rsquo;druocchil</em>, ma sono sempre i famosi involtini di interiora di agnello che si mangiano di solito durante le festivit&agrave; pasquali. Zone diverse, stesso prodotto, stessa ricetta ma diverso nome e modo di narrarlo.</p>

<p>Negli ultimi anni alcune trattorie e osterie hanno scelto una strada precisa: partire dalla cucina tradizionale lucana e rileggerla con sensibilit&agrave; contemporanea, senza snaturarla, senza effetti speciali inutili e nel contempo dimostrando l&rsquo;eccezionale variet&agrave; della gastronomia del territorio. Abbiamo selezionato perci&ograve; cinque realt&agrave; ancora poco conosciute, che invitano a scoprire la regione attraverso la proposta gastronomica di ciascuno e i differenti menu, tra piatti legati al Parco Nazionale del Pollino, al Lago Sirino e allo splendido mare della costa jonica.</p>

<p>Ognuno di questi locali, con il suo carattere unico, celebra i prodotti tipici della Basilicata: dal peperone crusco di Senise Igp, all&rsquo;arancia Staccia di Tursi (prodotto Pat), alla fragola della Basilicata Igp, ai salumi e formaggi locali (canestrato di Moliterno Igp, caciocavallo podolico e lucanica di Picerno Igp), facendo della cucina di territorio il vero protagonista dell&rsquo;esperienza. Ne &egrave; venuta fuori non certo una classifica, ma cinque tappe, cinque luoghi che meritano una sosta per capire come il gusto lucano stia evolvendo pur restando profondamente legato alle proprie radici. &Egrave; un invito a fermarsi, assaggiare, ascoltare. Perch&eacute; in Basilicata, il cibo &egrave; ancora una forma di racconto.</p>

<p>&nbsp;</p>

<p><strong><a href="https://www.tavernanonnavera.it/" rel="nofollow">TAVERNA NONNA VERA</a> a Latronico (Potenza)</strong><br />
[[ima2]]Nel 2022 lo chef <strong>Valerio Elefante</strong> insieme a sua moglie <strong>Francesca</strong> apre <em>Taverna Nonna Vera</em> a Latronico, nel cuore del Parco Nazionale del Pollino, dedicandola appunto alla nonna che gli ha trasmesso la passione per la cucina. <strong>Valerio</strong> si &egrave; formato al <em>Gambero Rosso</em> e ha maturato esperienze in tutta Italia e in Spagna; mentre <strong>Francesca</strong>, grazie al padre, ha acquisito competenze imprenditoriali a Napoli, sia in sala che in cucina, e coltivato con particolare dedizione la pasticceria. Fin dal primo giorno, la taverna punta sulla qualit&agrave; delle materie prime e sulla provenienza locale, grazie anche all&rsquo;esperienza di <strong>Valerio</strong> in <em>Slow Food</em> e nel <em>Geoportale della Cultura Alimentare</em>, che gli permette di selezionare piccoli produttori e prodotti d&rsquo;eccellenza del territorio. La cucina si ispira principalmente alla tradizione letta in chiave moderna, con una forte influenza campana, ma utilizzando esclusivamente prodotti lucani. Il menu stagionale varia in base alla disponibilit&agrave; dei prodotti, con alcune proposte fisse. Tra i piatti che raccontano meglio la filosofia della <em>Taverna Nonna Vera</em>, il <em>Tortino di patate con salsiccia di Latronico, fonduta di canestrato del Pollino e peperoni cruschi</em> &egrave; una vera icona. La <em>Zuppetta di fagiolo rosso scritto, scarola e salsiccia lucanica</em> porta invece con s&eacute; un pezzo di storia familiare: &egrave; una ricetta del nonno di <strong>Francesca</strong> con prodotti locali. I <em>Cappellacci maritati</em> trasformano la tradizione della minestra maritata in un&rsquo;esperienza nuova, verdure e carne si fondono nella pasta ripiena, accompagnate dal brodo, dalle chips di canestrato del Pollino e dalla salsiccia lucanica. Lo <em>Stracotto di manzo alla genovese</em> &egrave; un omaggio a nonna <strong>Vera</strong>: &egrave; tenero, profumato, preparato con carne di podolica locale. Anche i dolci portano con s&eacute; ricordi e emozioni: <em>Ops&hellip;mi &egrave; caduto il bocconotto</em>, oltre a omaggiare gi&agrave; nel nome un piatto celebre di <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/6/447/chef-e-protagonisti/massimo.html">Massimo Bottura</a>, &egrave; un viaggio nell&rsquo;infanzia di <strong>Valerio</strong>: il classico bocconotto rivive in chiave moderna con crumble di frolla, crema pasticciera e due consistenze di amarena. <em>Pane, latte e caff&egrave;</em> richiama invece la colazione dei nonni, trasformando la zuppa di latte in una crema vellutata, accompagnata dal caff&egrave; caldo e dal pane tostato, semplice ma capace di evocare conforto e nostalgia. La carta vini conta oltre 400 etichette, include piccoli produttori, vignaioli indipendenti e vini naturali.<br />
<a href="http://tavernanonnavera.it" rel="nofollow">tavernanonnavera.it</a></p>

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<p><strong><a href="https://www.instagram.com/marie_lagosirino" rel="nofollow">MARIE, LABORATORIO DI CUCINA</a> a Nemoli (Potenza)</strong><br />
[[ima3]]A Nemoli, la vista incantevole del Lago Sirino accoglie gli avventori in questa moderna osteria, calda e raffinata. Il nome &ldquo;Marie&rdquo; &egrave; ispirato alla nonna dello chef-patron <strong>Carmine Cantisani</strong>, che dopo una laurea in Cinema e Letteratura, decide di ritornare in Basilicata per lavorare nel panificio di nonna <strong>Maria</strong>. Il nuovo lavoro accende in lui la passione per la cucina e il mondo della ristorazione, tanto da portarlo anche all&rsquo;estero. Nell&rsquo;aprile 2018, grazie a una serie di fortunati eventi ed alla complicit&agrave; di mamma <strong>Adele</strong>, nasce il suo progetto di osteria: <em>Marie, Laboratorio di cucina</em>. <strong>Adele</strong>, autodidatta anche lei, riesce a trasformare in piatti emozionanti le idee del figlio. La territorialit&agrave; &egrave; fondamentale durante lo sviluppo dei suoi menu e di ogni singolo piatto, ma incontra ingredienti e tecniche di cottura differenti, maturate dall&rsquo;esperienza in giro per il mondo. &ldquo;Territorio come punto di partenza e mai come punto d&rsquo;arrivo&rdquo; &egrave; essenzialmente il mantra. I piatti pi&ugrave; iconici e rappresentativi sono sicuramente, il <em>Cannolo salato con fegatini di agnello, parmentier e funghi porcino</em>, i <em>Tortelli ripieni di genovese con caciocavallo podolico, Amaro Lucano e limone bruciato</em> e la signature <em>Trota salmonata del Lago Sirino</em> pescata a meno di dieci metri dall&rsquo;osteria. La cantina e la carta dei vini seguono un po&#39; il medesimo discorso, prediligendo piccoli produttori, aziende che raccontano i territori, con una predilezione ai vini naturali, ma senza fanatismi. Ovviamente attenzione particolare &egrave; riservata ai vini della Basilicata, ma con un&rsquo;ampia scelta di etichette: Piemonte, Toscana, Veneto, Trentino Alto Adige, Campania e Calabria. Un&rsquo;ottima selezione &egrave; riservata anche alla Francia e al resto del mondo. Dallo scorso 12 febbraio &egrave; arrivata anche una novit&agrave;: la collaborazione con <a href="https://www.facebook.com/civacibovagabondo/" rel="nofollow">CiV&agrave; - Cibo Vagabondo</a>, vera e propria brigata mobile guidata dallo chef <strong>Tony Granieri</strong> con cui quelli di <em>Marie</em> creeranno percorsi condivisi; una sorta di hub di maestranze innervato di idee e giovani talenti, nuove generazioni con una visione professionale, sostenibile e attenta alla qualit&agrave; sia del lavoro che della vita sociale.<br />
<a href="https://www.instagram.com/marie_lagosirino" rel="nofollow">@marie_lagosirino</a></p>

<p>&nbsp;</p>

<p><strong><a href="https://www.tierramatera.com/" rel="nofollow">TIERRA OSTERIA CONTEMPORANEA</a> a Matera</strong><br />
[[ima4]]Lo chef-patron di <em>Tierra</em>, <strong>Domenico Zingaro</strong>, nato a Bisceglie ma lucano di adozione, porta avanti gi&agrave; da qualche anno il suo personale progetto di osteria contemporanea. Il primo amore &egrave; la pasticceria, infatti inizia il suo percorso formativo come pasticcere proprio a Bisceglie, con il maestro <strong>Mauro Colangelo</strong>, per poi trasferirsi in Svizzera: a soli 21 anni gli viene affidata la gestione della brigata di pasticceria dell&rsquo;<em>Hotel Splendide Royal</em> di Lugano. Il suo percorso prende poi una deviazione inaspettata: decide di credere in un progetto chiamato <em>Meta</em>, un ristorante affacciato sul Lago Ceresio. Qui passa in cucina, continuando per&ograve; a curare personalmente il lato dolce, al fianco dello chef <strong>Luca Bellanca</strong>. Anni di sperimentazione e ricerca che culminano nel raggiungimento della stella Michelin. Nel 2020 nasce <em>Tierra Osteria Contemporanea</em>: insieme alla compagna di vita <strong>Roberta</strong>, <strong>Domenico</strong> decide infatti di tornare al Sud e individua Matera come punto di equilibrio tra le rispettive origini. Al <em>Tierra</em> pare incarnare la metafora di <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Paul_%C3%89luard" rel="nofollow">Paul &Eacute;luard</a>: &ldquo;Il passato &egrave; un uovo rotto, il futuro &egrave; un uovo da accudire&quot;. Entrare nel locale significa immergersi in un&rsquo;esperienza che va oltre il semplice pasto: &egrave; un viaggio tra sapori, ricordi e territorio. In una location come quella di Matera (intima ed elegante, situata all&rsquo;interno di una suggestiva casa-grotta ristrutturata con un piccolo terrazzino panoramico che regala una vista incantevole su Sassi e Cattedrale), ogni portata sorprende, ogni ingrediente &egrave; scelto con cura e ogni abbinamento &egrave; pensato per valorizzare tecnica e sapori della Basilicata. I piatti non sono solo da gustare, ma anche da ammirare: stimolano tutti i sensi La cucina di <em>Tierra</em> si basa su due principi fondamentali: sostenibilit&agrave; e stagionalit&agrave;. Ossia: rispetto per l&rsquo;ambiente e i prodotti che la natura ci offre stagionalmente; lavoro quotidiano in collaborazione con piccoli produttori, con grande attenzione al mondo vegetale e al recupero delle tradizioni rilette in chiave attuale. <strong>Roberta</strong>, sommelier Ais, completa l&rsquo;esperienza facendoti sentire accolto e coccolato. Per scoprire davvero <em>Tierra</em> consigliamo di provare il menu degustazione di sei portate. Tra i piatti: <em>Uovo 65&deg;, burro noisette, spuma ai ceci e ribes</em>, poi <em>Spaghettoni, baccal&agrave;, &#39;nduja e limone</em>, quindi <em>Ravioli, salsiccia, mandorle, tartufo nero e rafano</em> e <em>Pancia di suino nero lucano, mela, mole al peperone crusco e verza</em>. Conclusione dolce e raffinata con <em>Spuma di ricotta, fichi secchi, mandorle e amarene</em>.<br />
<a href="http://tierramatera.com" rel="nofollow">tierramatera.com</a></p>

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<p><strong><a href="https://www.instagram.com/camelot_bistrot_/" rel="nofollow">CAMELOT BISTROT</a> a Policoro (Matera)</strong><br />
[[ima5]]Il <em>Camelot Bistrot</em> nasce nel 2016 in uno dei luoghi pi&ugrave; iconici di Policoro, il Borgo dei Casalini: casette familiari dove i contadini risiedevano con le loro numerose famiglie. La genuinit&agrave; che pervade questi edifici sembra riflettersi nei piatti proposti dalla chef <strong>Giuliana Vitarelli</strong>, che sa far rivivere antiche tradizioni culinarie ormai in disuso. Ci riesce grazie all&rsquo;uso di prodotti stagionali come quelli che utilizzavano le nonne e che ritroviamo nei &ldquo;fuori menu del venerd&igrave;&rdquo;, una proposta speciale accanto al menu principale proposto tutte le sere. Chef e sommelier Ais dal 2004, <strong>Giuliana</strong> ha seguito corsi con grandi nomi della gastronomia, tra cui <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/6/456/chef-e-protagonisti/antonino.html">Antonino Cannavacciuolo</a>, portando tutta questa esperienza nella sua cucina. La sala, accogliente e informale, &egrave; curata dal <strong>Michele</strong>, che contribuisce a creare un servizio familiare e attento. <em>Camelot</em> si distingue per la valorizzazione dei prodotti del territorio e la qualit&agrave; delle materie prime, offrendo piatti autentici e legati alla tradizione lucana, ma rivisti con estro. Si pu&ograve; iniziare con la <em>Rafanata morbida</em>, una crema di patate al rafano con pescato del giorno, salsa al peperone crusco di Senise Igp e mollica &ldquo;arraganata&rdquo; con pecorino di Moliterno Igp, per proseguire poi con gli <em>Spaghettoni con pur&egrave; di fave secche, cozze e mollica croccante al crusco</em>, piatto nato da un ricordo d&rsquo;infanzia della chef: tarantina di origini, <strong>Giuliana</strong> racconta come, un tempo, il pur&egrave; di fave avanzato senza le cicorie venisse cucinato con i tubettini, un formato di pasta tipico che oggi rivive in una ricetta semplice ma ricca di memoria e identit&agrave;. Grande attenzione &egrave; riservata al pesce locale e in particolare al pesce azzurro, protagonista dei secondi piatti come la <em>Seppia arrosto con salsa all&rsquo;olio nero e talli di zucchine</em> e lo <em>Sgombro con salsa di albicocca di Rotondella, cipolla caramellata e zucchine</em>. I dolci, realizzati da <strong>Giuliana</strong>, che &egrave; anche eccellente pastry chef, chiudono il pasto con eleganza e ricordo. Tra le proposte spicca la <em>Panna cotta montata con salsa al caramello, arancia staccia di Tursi, scorzette d&rsquo;arancia, crema al cioccolato, olio e crumble di pane di Matera Igp</em>, ispirata ai gusti della nonna della chef, che amava abbinare arancia, cioccolato e pane. In stagione, non mancano ovviamente le proposte a base di fragola della Basilicata Igp.<br />
<a href="https://www.instagram.com/camelot_bistrot_/" rel="nofollow">@camelot_bistrot_</a></p>

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<p><strong><a href="https://www.instagram.com/pitty_ristorante_enoteca_/" rel="nofollow">PITTY RISTORANTE ENOTECA</a> a Policoro (Matera)</strong><br />
[[ima6]]Nato nel 1995, <em>Pitty Ristorante Enoteca</em> rappresenta uno dei riferimenti storici della ristorazione di mare in Basilicata. Non &egrave; un&rsquo;osteria n&eacute; una trattoria tradizionale, ma un indirizzo solido e riconoscibile, da inserire senza esitazioni tra i luoghi imprescindibili per chi desidera assaggiare pesce fresco e locale lungo la costa jonica. Guidato dallo chef <strong>Giovanni Chiaromonte</strong>, il locale costruisce la propria identit&agrave; sulla qualit&agrave; del pescato e su una cucina che evita la banalit&agrave;, affiancando ai prodotti ittici le eccellenze del territorio a km zero, come l&rsquo;olio proveniente dai frantoi della zona o il tartufo, sempre nel rispetto della stagionalit&agrave;. La sala &egrave; gestita da <strong>Tonino Chiaromonte</strong>, padre dello chef, che accoglie gli ospiti con lo stile e l&rsquo;attenzione di un vero oste. Tra i piatti simbolo spiccano gli <em>Spaghettoni con caviale, battuta di gambero e gambero rosso crudo con zest di limone di Rocca Imperiale Igp</em>, vera firma della cucina. Degni di nota anche gli antipasti interamente homemade e i primi piatti come i <em>Mezzi paccheri con scorfano, datterino giallo, basilico, fiocchi di pomodoro disidratato e granella di olive nere</em> o i <em>Ravioli ripieni di burrata con tartare di tonno rosso e nocciole del Piemonte tartufate</em>. La <em>Frittura di calamari e riccioli</em>, asciutta e impeccabile, &egrave; uno dei motivi per cui molti clienti tornano regolarmente, cos&igrave; come lo straordinario <em>Rombo con patate</em>, di grande equilibrio e precisione, disponibile solo quando il pescatore fornisce il prodotto freschissimo (tutti i piatti variano a seconda del pescato locale disponibile). <strong>Giovanni Chiaromonte</strong> unisce alla passione per la cucina anche una grande competenza nel mondo dei vini, selezionando abbinamenti tra etichette italiane e internazionali. L&rsquo;area bar, ideale per un aperitivo, propone una selezione curata di bollicine. Completano l&rsquo;esperienza gin d&rsquo;autore e distillati di pregio, spesso abbinati a dolci firmati da alcune delle pi&ugrave; importanti pasticcerie italiane.<br />
<a href="https://www.instagram.com/pitty_ristorante_enoteca_/" rel="nofollow">@pitty_ristorante_enoteca_</a></p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/peperoni-cruschi-lamie-di-bitonte.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/41282/dallitalia/basilicata-autentica-cinque-trattorie-moderne-dove-assaporare-ma-con-calma.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/dallitalia.html">44</category>			</item>			<item>				<title>Non solo piatti gourmet: la pera dell'Emilia Romagna IGP sorprende anche nella mixology</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/167/41290/ricette-dautore/non-solo-piatti-gourmet-la-pera-dellemilia-romagna-igp-sorprende-anche-nella-mixology.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>&nbsp;</p>

<p><strong>PANCIA DI MORA ROMAGNOLA, GAMBERI E LEVISTICO&nbsp;</strong>con pera Decana del Comizio<br />
<em>Ingredienti</em></p>

<p><em>Per la pancia di Mora Romagnola</em><br />
500 g di pancia di Mora Romagnola<br />
1 spicchio di aglio<br />
1 stecca di cannella<br />
1 stelo di menta<br />
Sale e pepe q.b.</p>

<p><em>Per la &ldquo;cotognata&rdquo; di Decana</em><br />
300 g di Pere dell&rsquo;Emilia Romagna IGP Decana del Comizio<br />
100 g di zucchero semolato<br />
10 g di succo di limone<br />
1,5 g di agar agar</p>

<p><em>Per i gamberi rossi</em><br />
4 gamberi rossi di pezzatura media<br />
50 g di olio evo<br />
Zest di 1 limone</p>

<p><em>Per la composizione del piatto</em><br />
2 steli di levistico<br />
100 g di fondo di manzo e suino<br />
Pera dell&rsquo;Emilia Romagna IGP Decana del Comizio q.b.<br />
Olio evo q.b.<br />
Sale q.b.</p>

<p><strong>PROCEDIMENTO</strong><br />
<em>Per la pancia di Mora Romagnola</em><br />
In un sacchetto per sottovuoto mettere la pancia di Mora Romagnola con aglio, sale e pepe, la stecca di cannella e lo stelo di menta. Chiuderlo al 100% e cucinare per 20 ore a 60&deg;C. Scolare dal succo di cottura e asciugare la pancia;&nbsp;tagliarne una&nbsp;fetta lunga 1,5 cm, scottarla in padella creando una leggera crosta e condire con sale.</p>

<p><em>Per la &ldquo;cotognata&rdquo; di Decana</em><br />
La pera Decana &egrave; molto versatile in cucina, adatta sia per il consumo fresco sia per preparazioni come marmellate e torte. Mondare le Decana togliendo il torsolo e la buccia;&nbsp;tagliarla&nbsp;a pezzetti dallo spessore di 1 cm, metterli in casseruola con dello zucchero semolato e del succo di limone, quindi cuocere per 90 minuti. Unire l&rsquo;agar agar e continuare la cottura per altri 5 minuti. Versare il composto in uno stampo e lasciare raffreddare.</p>

<p><em>Per i gamberi rossi</em><br />
Pulirli rimuovendo carapace, testa e budello;&nbsp;tagliarli per ottenere pezzi da&nbsp;2 cm e condirli con olio evo, sale e zest di limone.</p>

<p><em>Per la composizione finale</em><br />
Porzionare la &ldquo;cotognata&rdquo; di pere, metterne un pezzo sul piatto, adagiarvi sopra i gamberi rossi, le foglie di levistico fresche e unire una dadolata di Decana -&nbsp;ideale in cucina anche per ricette salate -&nbsp;condita con sale e olio. Completare con il fondo di manzo e suino caldo.</p>

<p>&nbsp;</p>

<p><strong>&nbsp;IL DRINK 1951</strong> con pera Santa Maria<br />
[[ima2]]</p>

<p><em>Ingredienti</em><br />
30 ml di Pera dell&rsquo;Emilia Romagna IGP cordial<br />
30 ml di rye whiskey<br />
20 ml di vermouth rosso<br />
10 ml di sherry fino<br />
10 l di cacao bianco<br />
3 gocce di pepe di Sichuan<br />
Acido citrico q.b.<br />
Acido malico q.b.<br />
Acqua q.b.<br />
Agar-agar q.b.<br />
1 cubo di ghiaccio</p>

<p><strong>PROCEDIMENTO</strong><br />
Il 1951 &egrave; un cocktail costruito sui contrasti: fresco ma profondo, gentile ma deciso. Con il suo gusto fresco e poco zuccherino, la <em>Santa Maria</em> dona equilibrio e misura a&nbsp;ogni sorso.</p>

<p>Pelare le pere, tenere da parte le bucce, tagliare la polpa a pezzetti e unirla a pepe di Sichuan, acido citrico e acido malico. Cuocere il tutto sottovuoto a 60&deg;C per circa un&rsquo;ora ottenendo cos&igrave; il cordiale. Prendere la polpa avanzata di pera, frullarla e allungarla con un po&rsquo; di acqua, versare il tutto in un pentolino e, aggiungendo a filo l&#39;agar-agar, scaldare lentamente ottenendo una gelatina: unendola assieme alla buccia sottile inizialmente tenuta da parte, si otterr&agrave; una caramella gelatinosa di pera.</p>

<p><em>Per la composizione finale</em><br />
Nel mixing glass unire gli ingredienti e mescolarli con lo stirrer, versare in un tumbler basso con un cubo di ghiaccio, e guarnire con la caramella.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/i-conoscenti-bologna-piatto-e-cocktail-1.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/167/41290/ricette-dautore/non-solo-piatti-gourmet-la-pera-dellemilia-romagna-igp-sorprende-anche-nella-mixology.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/167/ricette-dautore.html">167</category>			</item>			<item>				<title>Con Himanshu Saini, alla scoperta della tradizione dei brodi nella cucina indiana</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/95/41262/dal-mondo/con-himanshu-saini-alla-scoperta-della-tradizione-dei-brodi-nella-cucina-indiana.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Se si pensa alla cucina indiana, vengono subito in mente spezie profumate e colori accesi, ma anche piatti iconici quali il butter chicken (<a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Murgh_makhani" rel="nofollow">murgh makhani</a>), il <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Biryani" rel="nofollow">biryani</a>, il <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Dal_(gastronomia)" rel="nofollow">dal</a>, i <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Samosa" rel="nofollow">samosa</a> fino al <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Naan" rel="nofollow">naan</a>. In realt&agrave; anche i brodi e le preparazioni liquide svolgono un ruolo importante pur se molto diverso da come lo intendiamo noi, perch&eacute; non esiste una tradizione di &ldquo;brodo da cucina&rdquo; come &egrave; nella tradizione gastronomica francese o italiana. Piuttosto, abbiamo a che fare con una serie di zuppe saporite che funzionano sia come piatti autonomi, sia come basi aromatiche per altre preparazioni.</p>

<p>Per saperne di pi&ugrave; abbiamo chiesto lumi a un talentuoso chef indiano (nonch&eacute; fervente sostenitore del futuro della cucina del subcontinente): parliamo di <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/6/30614/chef-e-protagonisti/himanshu.html">Himanshu Saini</a> (ve ne abbiamo parlato molte volte, <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/95/33055/dal-mondo/tresind-studio-himanshu-saini-dimostra-che-la-cucina-indiana-non-esiste.html">l&#39;ultima qui</a>, un po&#39; provocatoria) che considera i brodi elementi centrali e distintivi dell&rsquo;esperienza gastronomica al <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/36458/ristoranti/tresind-studio.html">Tr&egrave;sind Studio</a>. &laquo;In India i brodi esistono da sempre e custodiscono memoria, nutrimento ed equilibrio. Per me rappresentano un filo di continuit&agrave; culturale: attraverso di loro il cliente entra in contatto con la tradizione e ne coglie il profondo valore affettivo&raquo;, ci spiega. Non semplici accompagnamenti quindi, ma vere e proprie micro-esperienze di gusto, ciascuna con una funzione precisa: detergere il palato, stimolare l&rsquo;appetito o favorire la digestione, creare un filo conduttore tra le diverse regioni gastronomiche dell&rsquo;India presenti nel menu e sorprendere per la profondit&agrave; e la complessit&agrave; delle spezie, che non sovrastano mai - quando sono realizzati a regola d&#39;arte - gli altri elementi del piatto<em>.</em></p>

<p>[[ima2]]Le preparazioni liquide di <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/6/30614/chef-e-protagonisti/himanshu.html">Himanshu Saini</a> racchiudono sapori delicati ma intensi, in cui i profumi della tradizione indiana si fondono con tecniche moderne per dare vita ad aromi profondi e perfettamente bilanciati. Per <strong>Saini</strong> rappresentano serenit&agrave; e armonia, oltre a essere una portata che lui ama cucinare perch&eacute; gli consente di esplorare, in un solo cucchiaio, una molteplicit&agrave; di sfumature di gusto: &laquo;Quando preparo un brodo parto dalla semplicit&agrave; e dalle tecniche tradizionali, come la cottura lenta e la cura degli aromi. Gli ingredienti sono semplici - ossa, verdure, spezie, talvolta solo gambi o bucce &ndash; ma valorizzati al massimo delle loro potenzialit&agrave;. Questo &egrave; un lavoro che richiede cura e sensibilit&agrave;, calma e pazienza, perch&eacute; &egrave; necessario lasciare che il tempo faccia il suo corso: al cuoco spetta il compito di accompagnare la cottura con delicatezza, senza mai forzarla. La realizzazione di un buon brodo richiede un equilibrio sottile tra spezie ed estrazione dei sapori, senza mai sovrastarli. &Egrave; un lavoro complesso, in cui ogni scelta - dal controllo del calore ai tempi di estrazione, fino all&rsquo;armonia del condimento - si esprime nella tazzina di portata del <em>Tr&egrave;sind Studio</em> dove il brodo si fonde con il piatto e diventa espressione di una tavola in cui semplicit&agrave; e sensibilit&agrave; sono fondamentali per un brodo vero e genuino&raquo; sottolinea lo chef.</p>

<p>[[ima3]]<strong>Saini</strong> ribadisce che, proprio come in Italia, anche in India i brodi, pur nelle loro forme diverse, hanno un potere profondamente rassicurante. Devono confortare e persistere delicatamente, senza essere troppo invadenti. Possono essere delicati e al tempo stesso sostanziosi, con proteine tradizionali o interamente vegetariani. Se preparato comme il faut, un brodo non solo nutre il corpo, ma calma anche la mente. &laquo;Nel menu del <em>Tr&egrave;sind Studio</em>, il brodo accompagna spesso i piatti, giocando un ruolo fondamentale nell&rsquo;esperienza gastronomica. Tra i nostri snack per esempio c&rsquo; &egrave; sempre il <em>Pani puri</em>, un piatto di strada indiano incredibilmente popolare che noi reinterpretiamo in chiave innovativa e teatrale: in un bicchiere dalla forma molto allungata viene aggiunto, su un brodo fresco e piccante, del ghiaccio secco che crea vapori suggestivi e scenografici; il tutto poi &egrave; versato all&rsquo;interno di un pane croccante fatto a ciambella. Questo piatto, oltre a essere spettacolare e creare interazione tra sala e cliente, sostiene il nostro impegno nello sviluppo di una ricetta a chilometro zero grazie all&rsquo;uso di erbe aromatiche, fiori e verdure fresche provenienti dal nostro giardino terrazzato. Ma anche il <em>Medu vada</em>, ciambelle croccanti di lenticchie rivisitate, &egrave; servito insieme a un <em>Saaru al parmigiano</em> (il <em>saaru</em> &egrave; un classico brodo della regione indiana del <a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Karnataka" rel="nofollow">Karnataka</a>, realizzato con l&rsquo;acqua del riso bollito e consumato come una zuppa). Questo brodo &egrave; preparato con cura, combinando l&rsquo;acqua di cottura del riso con spezie e aromi delicati e arricchito dal parmigiano per un tocco pi&ugrave; intenso di umami. La combinazione crea un equilibrio perfetto: la croccantezza del <em>vada</em> si fonde con la ricchezza sapida e vellutata del brodo, dando vita a un contrasto di texture e sapori sorprendente&raquo;.</p>

<p>[[ima5]][[ima6]]Proseguiamo: &laquo;Anche il <em>Naan</em>, molto amato nella cucina indiana, trova nel <em>Tr&egrave;sind Studio</em> una reinterpretazione: la nostra zuppa <em>Soup&rsquo;fl&eacute;</em> ne cattura calore, aroma e leggerezza senza appesantire. Una schiuma lievitata, a base di purea di pasta, aglio bruciato, coriandolo e uova, si gonfia al contatto con un brodo di pomodoro speziato ispirato al <a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Dal_makhani" rel="nofollow">makhani</a>, regalando un sapore immediatamente riconoscibile e apprezzato sia dagli ospiti indiani che da quelli internazionali. Infine, anche se non &egrave; pi&ugrave; presente nel menu degustazione attuale, il popolare <em>Chai ai funghi</em> continua a vivere in altri ristoranti del nostro portfolio <a href="https://passionfandb.com/" rel="nofollow">Passion F&amp;B</a> (gruppo internazionale di hospitality e ristorazione con sede a Dubai, specializzato nello sviluppo e nella gestione di concept gastronomici contemporanei &mdash; soprattutto legati alla nuova cucina indiana. <strong>Saini</strong> ne &egrave; il corporate chef, <em>ndr</em>). Un ricordo che testimonia la continuit&agrave; e l&rsquo;evoluzione della nostra cucina&raquo;.</p>

<p>[[ima7]][[ima8]]<strong>Himanshu Saini</strong> predilige i brodi caldi: &laquo;Il calore amplifica gli aromi e questi evocano i ricordi. Detto ci&ograve;, anche i brodi freddi hanno la loro eleganza, a patto che siano preparati con cura e attenzione, risultando particolarmente piacevoli nei climi torridi. A casa mia, in India, si preparavano liquidi leggeri e speziati quando qualcuno stava male. Erano semplici: pepe, cumino, aglio o, a volte, solo sale. Non li chiamavamo mai medicine, eppure avevano il potere di guarire&raquo; ricorda lo chef con il suo sorriso aperto.</p>

<p>Nel suo futuro i brodi continueranno a essere protagonisti, perch&eacute; sono &laquo;un punto fermo e trovano sempre il loro posto nei miei menu. Anche se la cucina si evolve, si innova e si arricchisce, ci aiutano a ricordare che la complessit&agrave; nasce dalla semplicit&agrave;&raquo;.</p>

<p>[[ima4]]Intanto, da poco &egrave; uscito il libro di cucina di <strong>Saini</strong>, intitolato <em>The Rise of Indian Food - Recipes Reimagined by Tr&egrave;sind Studio</em> (di <strong>Himanshu Saini</strong> per <a href="https://www.phaidon.com/en-eu" rel="nofollow">Phaidon</a>, <a href="https://www.phaidon.com/en-eu/products/the-rise-of-indian-food-recipes-reimagined-by-tresind-studio?variant=47539259932772" rel="nofollow">se vuoi acquistarlo clicca qui</a>), che apre le porte del suo ristorante e guida i lettori in un viaggio nel suo mondo gastronomico. Il libro celebra la profondit&agrave; e la diversit&agrave; del patrimonio culinario dello chef, elevandolo a livelli straordinari. Tra fotografie suggestive e ricette che coniugano originalit&agrave; e tradizione, ogni pagina riflette l&rsquo;innovazione e la creativit&agrave; dei piatti firmati <strong>Saini</strong>. Un&rsquo;opera sorprendente quanto la sua cucina, che testimonia la continua evoluzione di questa amata tradizione gastronomica.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/tresindstudio-panipuri.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/95/41262/dal-mondo/con-himanshu-saini-alla-scoperta-della-tradizione-dei-brodi-nella-cucina-indiana.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/95/dal-mondo.html">95</category>			</item>			<item>				<title>Tavola Mos, Stefano Zanini raddoppia sul Lago di Garda</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/41275/dallitalia/tavola-mos-stefano-zanini-raddoppia-sul-lago-di-garda.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Che lo chef <strong>Stefano Zanini</strong> si stia facendo notare per la sua filosofia culinaria e il suo imprinting centrato sulla sperimentazione ancorata alla sponda bresciana del lago di Garda lo avevamo gi&agrave; notato facendo visita al suo <a href="https://ristorantemos.it/" rel="nofollow">Mos</a>&nbsp;a Desenzano del Garda.&nbsp;Che lo stesso sia in una nuova fase creativa, inebriato dalla bellezza artistica-culturale di un luogo come la <a href="https://www.fondazioneugodacomo.it/" rel="nofollow">Fondazione Ugo da Como</a> di Lonato del Garda e di come questo luogo abbia mosso in lui nuove corde e vibranti energie positive tali da indirizzarlo e condurlo alla creazione di <em>Tavola Mos</em>&nbsp;lo abbiamo scoperto giusto qualche giorno fa. &nbsp;<br />
&ldquo;Siamo ancora in una fase embrionale ma tutto sta procedendo nella giusta direzione&rdquo;, Zanini inizia a raccontarci la&nbsp;nuova avventura, una sfida di fascino e attrattiva, cibo e cultura, materia e bellezza.<br />
<br />
Gli arbori partono da lontano:&nbsp; &ldquo;Da anni frequento la Fondazione&nbsp;- ci racconta Zanini &ndash; che &egrave; solita organizzare eventi artistici e culturali sia per portare avanti il nome di quest&rsquo;uomo cos&igrave; importante per questo territorio, illuminato e avanguardista, sia per donare a chi ne fruisce un&rsquo;esperienza di arricchimento interiore. Proprio nel corso di una delle mie incursioni mi fu proposto di cimentarmi nel progetto di apertura del ristorante all&rsquo;interno della Fondazione. Da l&igrave; &egrave; nato un nuovo sogno e&nbsp;nel vedere la location mi&nbsp;sono innamorato.&rdquo;<br />
<br />
Come dargli torto: <a href="https://widget.thefork.com/it/066ac600-befa-418a-b406-fdeafbff9ce5?step=date" rel="nofollow">Tavola Mos</a> nasce all&rsquo;interno della casa del bibliotecario della Fondazione Ugo da Como, un palazzo storico del &lsquo;600 che si affaccia proprio sul Duomo di Lonato del Garda, imponente e affascinante, visibile da ogni angolatura del ristorante grazie alle sue ampie pareti vetrate. Gi&agrave; prima di entrare si percepisce la sensazione di un luogo in cui la cultura del cibo ma anche delle tradizioni, del buono e del bello convivono in perfetta armonia. Le opere d&rsquo;arte di <strong>Stefano Bombardieri </strong>ci accolgono fin dal giardino e ci accompagnano sino al portone d&rsquo;ingresso di questa casa signorile d&rsquo;epoca.<br />
<br />
&ldquo;Un luogo in dialogo con il territorio e con il tempo&rdquo; si legge nel men&ugrave; di Tavola Mos, ed entrambi gli elementi giocano e hanno giocato un ruolo essenziale per lo chef Zanini: &ldquo;Il tempo &egrave; un elemento prezioso e fondamentale perch&eacute; permette di ponderare bene, valutare, scegliere, riflettere.&rdquo; Dalla proposta di apertura alla nascita ufficiale di Tavola Mos infatti &egrave; stato necessario pi&ugrave; di un anno e mezzo: &ldquo;Non ho accettato subito, ci ho pensato bene. Ero entusiasta e lusingato della proposta ricevuta ma anche conscio dell&rsquo;impegno che avrebbe richiesto. Il tempo per&ograve; ci ha portati qui oggi, a vedere i primi frutti di questo percorso appena iniziato.&rdquo; &Egrave; entusiasta ma &egrave; anche sereno: nella sua voce non si avverte l&rsquo;affanno degli impegni da compiere o della fatica di quelli gi&agrave; fatti quanto piuttosto la gioia di aver intrapreso una strada che sa gi&agrave; che lo porter&agrave; lontano.<br />
<br />
[[ima2]][[ima3]]Il territorio &egrave; l&rsquo;altra componente che in questa partita gioca un ruolo essenziale. Se <em>Mos</em>&nbsp;a Desenzano resta il laboratorio creativo che lo chef Zanini si &egrave; cucito&nbsp;su misura, dandogli un&rsquo;identit&agrave;, un&rsquo;anima e una filosofia difficilmente replicabili altrove, a Lonato la logica &egrave; diversa: qui vige il diktat della valorizzazione di questo areale in senso stretto, la rinascita di alcune ricette regionali e popolari attraverso le materie prime dei produttori locali, lavorate artigianalmente in coerenza con quello che &egrave; lo spirito della Fondazione. Cos&igrave; come la cultura per Ugo da Como doveva essere accessibile a tutti, la cucina per Stefano Zanini deve essere fruibile da tutti, senza fronzoli. Non un lavoro di aggiunta bens&igrave; di sottrazione, di essenza e ritorno alle origini.<br />
<br />
Per realizzare tutto questo e dare le giuste attenzioni sia al nuovo progetto in fase di lancio ma anche per non trascurare quello che &egrave; il cuore pulsante della fase creativa e di sperimentazione che resta Mos, risulta tanto necessaria quanto preziosa per lo chef la collaborazione con un altro giovane chef, <strong>Giorgio Montanari</strong>. Nel suo curriculum ha all&rsquo;attivo una collaborazione come sous chef di <strong>Norbert Niederkofler</strong> &ndash; esperienza che accomuna i due &ndash; successivamente da amico e assiduo frequentatore del Mos ne &egrave; diventato parte integrante, coadiuvando soprattutto alla nuova apertura lonatese, a dimostrazione di come le idee, la voglia di fare e anche un po&rsquo; il destino se si mettono insieme possano condurre verso felici &nbsp;prospettive.<br />
<br />
La cucina di Tavola Mos &egrave; conviviale, familiare ma non banale: del resto gi&agrave; dal nome ci ricorda quel gesto di sedersi insieme proprio attorno a&nbsp;un tavolo per trascorrere dei momenti di piacevolezza e autenticit&agrave;. Pochi ingredienti ma una grande pulizia al gusto capace di far emozionare chi li assapora. Il rimando, non troppo celato, &egrave; verso alcuni piatti della tradizione, recuperati dallo chef non solo attraverso i suoi ricordi ma anche grazie ai preziosi &nbsp;testi e manuali storici custoditi all&rsquo;interno della Fondazione. Tra le portate del men&ugrave; di tavola Mos c&rsquo;&egrave; il <em>Risotto alla p&igrave;lota</em> o meglio conosciuto nella sua forma dialettale come <em>Riso al tastasal&nbsp;</em>- letteralmente &quot;assaggia il sale&rdquo; - un piatto che rievoca affettuosamente allo stesso chef la sua et&agrave; fanciullesca: &ldquo;Tastasal era il gesto dei nostri norcini quando verificavano la sapidit&agrave; dell&rsquo;impasto del salame prima di insaccarlo. Nel nostro riso abbiamo deciso di adottare una tecnica di cottura per assorbimento in cui il riso viene posto all&rsquo;interno di speciali contenitori in ceramica, creati da un artigiano locale, capaci di resistere ad altissime temperature; il tutto viene posto su un fuoco fatto con cenere e legna sopra un camino ricavato con delle tegole. &Egrave; una tecnica di cottura quasi ancestrale che conferisce al piatto un sentore di affumicatura naturale.&rdquo;</p>

<p>Altro piatto destinato a diventare un&rsquo;icona di questo menu &egrave; quello dei <em>Tortellini in brodo madre</em>,&nbsp;5 cocotte per 5 ripieni diversi, 5 texture e consistenze differenti per una grande esplosione di gusto finale. Si parte dalla componente della carne pi&ugrave; dolce del cappone per poi passare a&nbsp;una maggiore ricchezza di gusto con il tortellino ripieno di gallina; aumenta la sapidit&agrave; con il tortellino ripieno di lingua al cui brodo si aggiunge la freschezza dell&rsquo;erba cipollina, si struttura con una persistenza maggiore il tortellino ripieno di bue sino ad arrivare all&rsquo;ultimo ripieno, quello di vitello che, arricchito di rafano, va a esaltare e suggellare con grinta e decisione il percorso degustativo svolto. Un crescendo di sensazioni per le nostre papille gustative che ringraziano.</p>

<p>La tradizione torna in maniera evidente nel <em>Taco&nbsp;di polenta con crema al Bag&ograve;ss</em>: nelle preparazioni casalinghe la parte croccante della polenta, che &egrave; quella che solitamente resta attaccata al tegame di preparazione, viene generalmente staccata aggiungendo latte o formaggio per renderla pi&ugrave; appetitosa; lo chef ha pensato di seguire la stessa congettura aggiungendo uno dei formaggi simbolo della tradizione bresciana. La parte croccante del taco&nbsp;all&rsquo;esterno si sposa perfettamente con la parte morbida, calda e goduriosa che si trova all&rsquo;interno, soddisfacendo il palato ma non solo.</p>

<p>[[ima4]][[ima5]]In altre portate si nota invece il background professionale di Stefano Zanini e delle sue esperienze in Italia e non solo: dalle Eolie, e in particolare da Salina &ndash; dove ha collaborato nella brigata del ristorante una stella Michelin Signum della chef <strong>Martina Caruso</strong> -&nbsp; arriva la <em>Zuppetta ai ricci di mar</em>e: qui la spuma di mandorle avvolge i ricci che, accompagnati da un&rsquo;emulsione al prezzemolo, vengono aggiunti durante la mise en place. La crema di patate arricchisce donando consistenza alla portata mentre il pop corn di mandorla aggiunge l&rsquo;effetto crunch.</p>

<p>Ha invece una reminescenza francese il <em>vitello</em> che ci viene servito in una doppia versione: la parte della coscia avvolta su s&eacute; stessa e arricchita con un intingolo ricavato dal brodo dello stesso vitello; mentre la parte della costata &egrave; laccata al pomodoro per caratterizzare e aggiungere gusto e freschezza al piatto.</p>

<p>Per la scelta delle materie prime si prediligono ovviamente i produttori locali, anche per la carta del vino la scelta &egrave; stata quella di inserire soprattutto le cantine delle zone limitrofe, dalla Valtenesi al Lugana passando per la Franciacorta. Un discorso a s&eacute; meritano gli ortaggi: in continuit&agrave; con quella che &egrave; la filosofia dello chef - che gi&agrave; con Mos a Desenzano predilige quelli che sono gli ortaggi locali per la salvaguardia e la riscoperta di molte erbe spontanee grazie alla preziosa fornitura proveniente dalla Valsabbia e dall&rsquo;azienda Zeruna - a Lonato con Tavola Mos ci sar&agrave; la possibilit&agrave; di creare il proprio orto sui terreni della Fondazione. Su una superficie di circa 250 metri, l&rsquo;orto diventa il plus che fa la differenza, sinonimo di freschezza e biodiversit&agrave; dove biologico e naturale convivono in simbiosi.</p>

<p>Sono circa 50 i coperti presenti all&rsquo;interno di Tavola Mos che possono raddoppiare se si prendono in considerazione i terrazzamenti esterni, diventando quindi una location ideale per eventi di natura diversa. Al momento le aperture si concentrano soprattutto nel fine settimana ma entreranno a pieno regime da qui a breve, sicuramente prima dell&rsquo;arrivo della stagione estiva. &ldquo;Quello che per me &egrave; fondamentale &ndash; conclude lo chef prima di salutarci - &egrave; avere la possibilit&agrave; di continuare a migliorare e la possibilit&agrave; di continuare a sognare, progettare e fantasticare su tutto quello che si potr&agrave; fare in questo posto magico.&rdquo;</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/1-zanini-1.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/41275/dallitalia/tavola-mos-stefano-zanini-raddoppia-sul-lago-di-garda.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/dallitalia.html">44</category>			</item>			<item>				<title>«Il vino è vita»: Federica Boffa Pio e la quinta generazione di Pio Cesare</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/136/41287/in-cantina/il-vino-e-vita-federica-boffa-pio-e-la-quinta-generazione-di-pio-cesare.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Classe 1997, <strong>Federica Boffa Pio</strong> rappresenta, insieme al cugino <strong>Cesare</strong>, la nuova generazione alla guida della storica cantina di famiglia di Alba, <a href="https://www.piocesare.it/" rel="nofollow">Pio Cesare</a>. Una formazione accademica legata all&#39;economia si &egrave; intrecciata con la passione per il vino trasmessa dal nonno e dal padre, prematuramente scomparso nel 2021.</p>

<p>Un padre capace di insegnarle che nulla si ottiene senza fatica, visione, ragionamento e lavoro quotidiano. Principi che oggi abitano con chiarezza lo sguardo della giovane erede. Fondata nel 1881, la cantina racconta 145 anni di storia e, attraverso i suoi grandi vini, interpreta una porzione autentica di Langhe. Oggi &egrave; la quinta generazione a essere in prima linea. <strong>Federica</strong> ha condiviso con noi la sua visione presente e futura, dei vini e della vita.</p>

<p>[[ima2]][[ima3]]<strong>Esistono profumi che non ci abbandonano mai. Se chiude gli occhi e pensa alle cantine di suo nonno, quale aroma La accoglie per primo? &Egrave; un profumo di mosto, di pietra umida o di un&#39;infanzia che non se n&#39;&egrave; mai andata?</strong><br />
&laquo;Io sono nata e vissuta sopra la cantina, quindi per me il vino &egrave; vita. Il suo profumo &egrave; una piccola <em>madeleine</em> che mi ha accompagnata nell&#39;infanzia e continua a guidarmi&raquo;.</p>

<p><strong>Ci sono eredit&agrave; che nutrono e altre che rischiano di soffocare. Lei come impara, giorno dopo giorno, a far respirare la sua storia di famiglia?</strong><br />
&laquo;La nostra &egrave; una lunga eredit&agrave; di 145 anni, una sintesi di persone, cambiamenti e vini. Cerco di viverla come uno stimolo e non come una gabbia. Guardare al futuro mettendo ognuno la propria firma, senza copiare il passato ma facendolo nostro, con l&#39;entusiasmo della giovent&ugrave;&raquo;.</p>

<p>[[ima4]]<strong>C&#39;&egrave; un vino che Le assomiglia pi&ugrave; degli altri? Uno che, assaggiandolo, sente raccontare qualcosa di lei, anche senza pronunciare il suo nome?</strong><br />
&laquo;In verit&agrave; sono due vini, uno bianco e uno rosso. Il primo &egrave; lo <em>Chardonnay di Langa</em> &#39;<em>Piodilei</em>&#39;, che mio padre dedic&ograve; a sua mamma e a sua nonna: un vino elegante, fine, quasi immortale. Lo sento molto mio. L&#39;altro &egrave; il <em>Barbaresco</em> &#39;<em>Il Bricco</em>&#39;, dove sorge una dimora estiva immersa nei vigneti che mi ricorda l&#39;infanzia e la vendemmia. &Egrave; un vino che sprigiona eleganza, equilibrio e gentilezza. Un <em>Barbaresco</em> che ha bisogno di tempo per evolversi&raquo;.</p>

<p>[[ima5]]<strong>Il vino insegna la pazienza, ma anche la resa. C&#39;&egrave; stato un momento in cui ha imparato che lasciar andare pu&ograve; essere un gesto d&#39;amore verso la terra?</strong><br />
&laquo;Ho avuto un pap&agrave; molto piemontese, che ha dedicato anima e corpo all&#39;azienda di famiglia, sacrificando anche alcuni momenti della mia adolescenza. Oggi comprendo la sua scelta di viaggiare per il mondo e ho capito, ho perdonato. Un episodio che mi ha segnata profondamente &egrave; stata la grandinata del 2023, che ha colpito duramente le vigne di Barbaresco. Mi ha messa di fronte alla forza della natura, capace di mettere in ginocchio anche il vignaiolo pi&ugrave; sensibile. La terra &egrave; anche questo&raquo;.</p>

<p>[[ima6]]<strong>Ci piace pensare che l&#39;eleganza, nel vino come nelle persone, non si dichiari mai, ma si riveli piano. Lei, dove la riconosce? In un dettaglio, in un silenzio, in un gesto che non ha bisogno di parole?</strong><br />
&laquo;Negli ultimi anni abbiamo lavorato molto su eleganza, equilibrio e gentilezza nei nostri vini. La mia sensibilit&agrave; femminile mi porta a prediligere vini eleganti ma anche pi&ugrave; immediati e contemporanei: tannini pi&ugrave; gentili, astringenze meno marcate, un frutto pi&ugrave; delicato. Il nebbiolo &egrave; raffinatezza. I nostri vini non sono facili n&eacute; semplificati, ma caparbi&raquo;.</p>

<p>[[ima7]]<strong>Se dovesse scrivere una lettera alla Federica di domani, quella che continuer&agrave; a portare avanti questa storia, cosa le direbbe sul coraggio di cambiare senza tradire ci&ograve; che si ama?</strong><br />
&laquo;Le direi di portare avanti questa storia con determinazione, di non distrarsi. Di restare una persona che ragiona di pancia e di cuore, ma senza dimenticare la testa. Di ponderare le decisioni, studiare, e cercare un equilibrio tra famiglia e lavoro&raquo;.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/pio-cesare-federica-boffa-1.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/136/41287/in-cantina/il-vino-e-vita-federica-boffa-pio-e-la-quinta-generazione-di-pio-cesare.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/136/in-cantina.html">136</category>			</item>			<item>				<title>Antologia di Gioco al Cioccolato: Alajmo e 24 anni di affascinanti esplorazioni sensoriali, sociali, antropologiche </title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/98/41272/zanattamente-buono/antologia-di-gioco-al-cioccolato-alajmo-e-24-anni-di-affascinanti-esplorazioni-sensoriali-sociali-antropologiche-.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Alla fine di un percorso sontuoso, il cameriere si avvicina al nostro tavolo da due <i>pax</i> e ci chiede di disporci frontalmente. Poco dopo arrivano due taglieri levigati, ognuno con una forchetta e un cucchiaio di legno. La prima regge un detonante micro-sorbetto di gin tonic, servito con polvere effervescente, meringa di ceci e resina di lentisco su una foglia di <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Perilla_frutescens" rel="nofollow">perilla</a>.<br />
<br />
&Egrave; la <i>Sberla</i>, il principio dei 14 assaggi che compongono&nbsp;<i>Relazioni, Gioco al Cioccolato 2026</i>, &laquo;Un dessert composto che rende visibile come la relazione si compia appieno solo nel riconoscimento e nella cura del prossimo&raquo;, &egrave; scritto su un foglio illustrato verticale che dettaglia tutte le componenti in tavola e quelle&nbsp;che verranno. &laquo;La Sberla &egrave;&nbsp;la rottura che interrompe il tuo dialogo con se stesso&raquo;, precisa <b>Massimiliano Alajmo</b>, &laquo;una condizione sempre pi&ugrave; comune di un mondo sempre pi&ugrave; incline alla chiusura,&nbsp;sordo alla comprensione dell&rsquo;altro&raquo;. Un ceffone gustativo che richiama l&#39;ospite al valore della relazione, al riconoscimento del prossimo, &laquo;l&rsquo;unica via che abbiamo per sciogliere l&rsquo;alienazione e il materialismo del nostro tempo&raquo;.<br />
<br />
Non &egrave; un esercizio di storytelling esperienziale o <i>retailteinment</i> ma l&rsquo;ultimo capitolo di una saga pluridecennale in cui il cuoco padovano utilizza il cioccolato come spunto per riflettere su temi di valenza antropologica e sociale, che ci colpiscono puntualmente. &laquo;Il primo Gioco ebbe inizio nel 2002&raquo;, rammenta Max, &laquo;All&rsquo;epoca davamo la possibilit&agrave; di chiedere in un colpo solo tutti i nostri dessert, in versione mini. Mio fratello <b>Raffaele</b> rimarc&ograve; che i clienti chiedevano sempre pi&ugrave; specialit&agrave; al cioccolato e cos&igrave; decidemmo di partire col <em>Gioccolato</em>. Nel tempo, abbiamo associato a ogni gioco piccoli messaggi che non danno risposte o sentenze ma invitano a riflessioni sul nostro tempo&raquo;.<br />
<br />
In 24 anni di girandole al cacao (le riassumiamo tutte in fondo a questa pagina) abbiamo assaggiato inviti ad ammettere le proprie <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/98/37563/zanattamente-buono/la-fragilita-e-un-punto-di-forza-nel-gioco-al-cioccolato-2024-di-massimiliano-alajmo.html">Fragilit&agrave;</a>, <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/98/19606/zanattamente-buono/vibrazioni-di-massimiliano-alajmo-mettersi-allascolto-di-un-dessert.html">Vibrazioni</a> generate &laquo;per calare l&rsquo;ospite nel respiro della materia&raquo;, architetture capaci&nbsp;di&nbsp;demolire labili dogmi e false certezze, tromp l&#39;oeil sensoriali congegnati per dare attenzione a input spesso ignorati. Strategie ludiche concepite per&nbsp;innescare piccole rivoluzioni interiori, come accade col cucchiaio <i>Intro.verso</i>, l&rsquo;assaggio successivo alla Sberla dell&rsquo;ultimo Gioco. &Egrave; un medaglione di puntinismi deliziosi - gel di albicocca, lamponi e menta, cremosi al pino mugo e lavanda, marmellate di <i>azuki</i>, chicci di ribes, ganache scoppiettanti al caff&egrave; o sandalo, pralinati alle nocciole &ndash;, che rappresentano l&rsquo;ultimo sguardo rivolto a se stessi prima di aprirsi alla simbiosi con l&rsquo;altro.<br />
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[[ima2]][[ima3]]Che si realizza, appena dopo,&nbsp;col servizio di altre posate pi&ugrave; piccole, legate tra loro da fili di lana che si dipartono dalla guarnizione di un vaso da cucina. I fili&nbsp;connettono le mani dei due commensali nell&rsquo;esercizio di gustare altri 12 favolosi assaggi, da un plastico mochi di orzo e prugne al nocino a un etereo cristallo di bucce di fava di cacao, da un fresco raviolo di mora ghiacciata al pino mugo a un gommoso gelato al gianduia. Il solipsismo dell&rsquo;assaggio diventa cos&igrave; interdipendenza del gesto, subordina il tuo assaggio a quello di chi ti sta di fronte - se siete in 2 o anche accanto, se al tavolo siedono 3, 4 o pi&ugrave; commensali. Un garbuglio di fili che scoraggia iniziative isolate e favorisce il concerto, la reciprocit&agrave; della condivisione. Un momento, per dirla con Alajmo, &laquo;In cui misuri la tua vibrazione con l&rsquo;altro attraverso gli sguardi, il gioco, l&rsquo;ironia&raquo;. Una relazione armonica, premessa di ogni convivio in cui &laquo;Non &egrave; pi&ugrave; importante ci&ograve; che mangi ma come lo fai, una modalit&agrave; pi&ugrave; profonda. Sentire, partecipare, capire che ogni materia &egrave; innanzitutto spirito. Scegliere la semplicit&agrave; per avvicinarsi all&rsquo;altro&raquo;.<br />
<br />
Sono espressioni articolate in passaggi tecnicamente laboriosi e complessi, quest&rsquo;anno con un accento importante sulle consistenze spalmabili e cremose, e a tutte quelle &laquo;tensioni palatali scioglievoli che creano piccole resistenze e trattenimenti&raquo;. &nbsp;Un lavoro profondo sull&rsquo;architettura complessiva che genera strutture in bocca diversissime, con profumi travolgenti come da tradizione Alajmo. Un percorso concettuale prima che tecnico, in cammino da quasi&nbsp;un quarto di secolo. Con l&#39;aiuto del libro <a href="https://alajmo.it/products/in-gredienti-edizione-inglese" rel="nofollow">In.Gredienti</a>,&nbsp;abbiamo cercato di riepilogare la sequenza anno dopo anno.<br />
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<strong>TUTTI I GIOCHI AL CIOCCOLATO (2002-2026)</strong><br />
[[ima5]][[ima6]][[ima7]][[ima8]][[ima9]][[ima10]][[ima11]][[ima12]][[ima13]][[ima14]][[ima15]][[ima17]][[ima23]][[ima16]][[ima24]][[ima25]][[ima18]][[ima19]][[ima20]][[ima21]][[ima22]][[ima4]]</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/1-relazioni-gioco-al-cioccolato-2026-3-by-riccardo-andreatta.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/98/41272/zanattamente-buono/antologia-di-gioco-al-cioccolato-alajmo-e-24-anni-di-affascinanti-esplorazioni-sensoriali-sociali-antropologiche-.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/98/zanattamente-buono.html">98</category>			</item>			<item>				<title>Semplice, il bistrot di Max Mascia</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/14/41285/cibi-divini/semplice-il-bistrot-di-max-mascia.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Ogni occasione &egrave; buona per scoprire un nuovo ristorante, una tavola che non conoscevi come a met&agrave; gennaio a Imola, la citt&agrave; illuminata dal San Domenico il cui chef-patron, <strong>Massimiliano <em>Max</em> Mascia</strong>, ha aperto da poco pi&ugrave; di un anno un bistrot, battezzato <a href="https://sempliceimola.it/" rel="nofollow"><em>Semplice</em></a>, al 7 di piazza Giacomo Matteotti, l&rsquo;ombelico di Imola, una 40ina di coperti in due sale, una importante attenzione per i cocktail e zero polvere, un bistrot coi fiocchi, con uno spirito contemporaneo, affidato alle cure dello chef <strong>Samuele Mazzocchetti</strong>. Con quest&rsquo;utlimo ecco pure il sommelier <strong>Marino Russo</strong>, la pasticciera <strong>Anna Corrado</strong> e il ma&icirc;tre <strong>Francesco Zeba</strong>.</p>

<p>[[ima2]]Non aspettatevi una caricatura della trattoria emiliana, bens&igrave; una signora insegna, viva e vegeta, dove <strong>Mascia</strong> ha semplificato l&rsquo;alta cucina della casa madre, una formula presentata come &ldquo;cucina generosa&rdquo;, con un men&ugrave; per chi si concentra sugli aperitivi e una seconda lista per coloro che si accomodano a tavola, come nel mio caso in compagnia di <strong>Alessandro Costa</strong>, produttore e curatore del documentario nel quale viene raccontata la storia del <em>Trigabolo</em> di Argenta.</p>

<p>[[ima3]]Il via da <em>Semplice</em> nel segno di una gradevole Insalata di puntarelle, pecorino e acciughe del Cantabrico; quindi un Risotto cacio e pepe, sapido ma non aggressivo grazie all&rsquo;eleganza del pecorino romano dop del caseificio <em>Pinna</em>, stagionato qualche mese, con attenzione, e brillanti Polpette e friggione, da scarpettare altrimenti che senso avrebbe il tutto; per contorno Cardoncelli grigliati al dragoncello e per dolce un Sorbetto ai mirtilli e lemongrass.</p>

<p>[[ima4]]La prossima volta non mancher&ograve; i Tortellini, crema di parmigiano e tartufo nero, con l&rsquo;opzione bianco a 15 euro, totale 40 e non pi&ugrave; 25. Ma guai non ritrovare il friggione con il quale accompagnare la carne del giorno. Semplice s&igrave;, banale proprio no.</p>

<p><a href="https://sempliceimola.it/" rel="nofollow"><strong>SEMPLICE</strong></a><br />
Piazza Giacomo Matteotti 7<br />
40026 Imola (Bologna)<br />
Telefono: +39.0542.363026<br />
E-mail: info@sempliceimola.it<br />
Turni: chiuso a pranzo da luned&igrave; a gioved&igrave;, marted&igrave; anche a cena&nbsp;<br />
Prezzi medi: antipasti 16,50; primi 21; secondi 23; contorni 7,50; dolci 8 euro.<br />
Men&ugrave; degustazione: 55 euro<br />
Pane e coperto: 3<br />
[[ima5]]</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/semplice-imola-piazza.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/14/41285/cibi-divini/semplice-il-bistrot-di-max-mascia.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/14/cibi-divini.html">14</category>			</item>			<item>				<title>L’umami non è un’opinione: lezione di taglio col maestro Hirotoshi Ogawa</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/41281/dallitalia/lumami-non-e-unopinione-lezione-di-taglio-col-maestro-hirotoshi-ogawa.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Quando il maestro <strong>Hirotoshi Ogawa</strong>&nbsp;impugna uno <em>yanagiba</em> (il leggendario coltello a lama singola) e spiega che in Giappone &ldquo;tagliare&rdquo; non &egrave; un gesto meccanico, ma il quinto metodo di cottura, capisci che devi prestare attenzione. Per un maestro giapponese il taglio &egrave; l&#39;atto finale che sigilla il sapore. &laquo;Se schiacci il pesce invece di accompagnare la lama, l&rsquo;umami scappa via&raquo;,&nbsp;ci spiega.</p>

<p>A portarlo a Milano, presso l&#39;<a href="https://www.artedelconvivio.it/" rel="nofollow">Arte del Convivio</a>, &egrave; stata <a href="https://www.jetro.go.jp/italy/" rel="nofollow">Jetro</a>&nbsp;(<em>Japan External Trade Organization</em>). L&rsquo;obiettivo? Raccontare agli chef stellati e ai professionisti del fine dining italiano come il &quot;sogno chiamato Giappone&quot; non sia&nbsp;fatto di salse piccanti e decorazioni barocche, ma di una triade sacra: <em>shari</em> (riso), tecnica e fermentazione.</p>

<p>[[ima2]][[ima3]]Partiamo dal primo: il riso. &quot;&laquo;Tutti spendono fortune per il pesce, ma il valore del sushi sta per il 50% nel riso&raquo;, ammonisce <strong>Ogawa</strong>. In Giappone esistono 500 variet&agrave; di riso, e il segreto non &egrave; solo la scelta del Koshihikari - ossia il cultivar&nbsp;pi&ugrave; adatto&nbsp;al sushi -&nbsp;ma come lo si &quot;concia&quot;. La tendenza attuale? Un ritorno allo stile Edomae di 200 anni fa, con l&rsquo;uso dell&rsquo;<em>akazu</em>, l&#39;aceto rosso ottenuto dai residui della produzione del sake. &Egrave; low cost, &egrave; intenso, &egrave; pura esplosione di umami. E se siete in Italia e l&#39;acqua &egrave; troppo dura? Il maestro suggerisce di congelarla. Le impurit&agrave; e il calcare migreranno verso l&#39;esterno del blocco di ghiaccio; usate il cuore puro dell&#39;acqua sciolta per cuocere il riso. Et voil&agrave;, il <em>shari</em> perfetto &egrave; servito.</p>

<p>Per il secondo punto, la tecnica, <strong>Ogawa</strong> ha illustrato i quattro tagli rituali: <em>hiki-zukuri</em> (per i filetti spessi), <em>hira-zukuri</em> (quello diagonale, per far sembrare la fetta pi&ugrave; grande e bella), <em>usu-zukuri</em> (sottile come un velo per i pesci a carne dura) e <em>sogi-zukuri</em> (il taglio specifico per il <em>neta</em>, la fetta che sposa il riso). La filosofia &egrave; quasi marziale. &laquo;Ai tempi dei samurai -&nbsp;racconta sorridendo l&#39;interprete mentre <strong>Ogawa</strong> mima il gesto - un taglio netto con una spada affilata non faceva sentire dolore. Con il pesce &egrave; lo stesso: se il coltello &egrave; un rasoio e il gesto &egrave; fluido, le fibre non vengono &quot;stressate&quot;, le cellule restano integre e il gusto rimane l&igrave;, intrappolato tra le nervature&raquo;. Non &egrave; un caso che <strong>Ogawa</strong> abbia iniziato a girare il mondo come ambasciatore (la carica &egrave; &quot;Goodwill Ambassador for Japan&quot;) dopo che il terribile terremoto del 2011 ha distrutto il suo ristorante a Tokyo. Oggi la sua missione &egrave; la sicurezza alimentare e la tecnica pura. &laquo;Se non avessi fiducia in quello che faccio, non sarei qui&raquo;,&nbsp;dice.</p>

<p>[[ima4]]Per spiegare la fermentazione, ci domanda se conosciamo il motivo per cui i giapponesi vivono fino a 90 anni (in realt&agrave; l&#39;aspettativa di vita media &egrave; di poco pi&ugrave; di 87 anni, ma solo per le donne. &Egrave; comunque una delle pi&ugrave; alte di tutto il globo, <em>ndr</em>). Secondo <strong>Ogawa</strong>, il segreto &egrave; il <em>koji</em>, la muffa nobile che d&agrave; vita a soia, mirin e miso. &Egrave; un antibiotico naturale che uccide i batteri e coccola l&#39;intestino. &laquo;Se non usate questi prodotti fermentati, non state facendo cucina giapponese&raquo;,&nbsp;sentenzia il maestro. E ci ha mostrato come creare una salsa <em>ponzu</em> &quot;high level&quot; partendo proprio dalla tostatura manuale del <em>katsuobushi</em>, toccandolo con le mani per sentire la temperatura: &laquo;La mano non mente mai, il termometro s&igrave;&raquo;.</p>

<p>[[ima5]]Tra i prodotti, ha brillato l&#39;<em>uni frozen</em> (il riccio di mare surgelato). Un prodotto che ha abbattuto i pregiudizi: grazie alla certificazione Haccp e a tecnologie di surgelazione d&#39;avanguardia, mantiene una cremosit&agrave;, una dolcezza salina e un finale amaro e persistente. Pu&ograve; essere utilizzato e abbinato in maniera polivalente.</p>

<p>[[ima6]]In chiusura, il maestro ci ha regalato una visione estetica: un piatto di sushi deve essere 3D, ossia&nbsp;avere altezza, profondit&agrave; e rispettare i cinque colori (rosso, verde, nero, bianco e giallo).&nbsp;<em>Arigatou gozaimasu</em>.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/close-up-piatto-masterclass-jetro-1.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/41281/dallitalia/lumami-non-e-unopinione-lezione-di-taglio-col-maestro-hirotoshi-ogawa.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/dallitalia.html">44</category>			</item>			<item>				<title>Il valore del pane oggi, e perché saperlo fare può innescare una piccola rivoluzione ogni giorno

</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/41277/dallitalia/il-valore-del-pane-oggi-e-perche-saperlo-fare-puo-innescare-una-piccola-rivoluzione-ogni-giorno.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Quanto ne sappiamo sul pane?</p>

<p>Non ci riferiamo tanto ai nerd, ma a chi lo acquista abitualmente lasciandosi guidare dalle preferenze di gusto, dal prezzo, senza dare troppo peso agli ingredienti che lo compongono, n&eacute; tantomeno al procedimento richiesto per realizzarlo. Sappiamo sempre quali farine vengono impiegate, da dove provengono? Sappiamo che tipo di lievito &egrave; stato usato, e quanto tempo deve passare dalla lievitazione alla cottura? Dietro a ogni pezzo di pane c&rsquo;&egrave; un mondo che ignoriamo. E se questi sono elementi pressoch&eacute; basilari di investigazione, in campo in realt&agrave; c&rsquo;&egrave; molto di pi&ugrave;.</p>

<p>Perch&eacute; il pane, e ancora di pi&ugrave; il grano, hanno modellato la nostra identit&agrave; in quanto Occidente, esattamente come il riso lo ha fatto con l&rsquo;Oriente e il mais con il Sudamerica. A ciascuno il suo.</p>

<p>[[ima4]]</p>

<p>Esistono tesi interessanti, come quelle contenute nel testo del saggista israeliano <strong>Yuval Noah Harari,</strong> <em>&ldquo;Sapiens: da animali a dei&rdquo;</em>, secondo il quale non siamo stati noi ad addomesticare il grano, ma il grano noi, costringendo l&rsquo;uomo a vivere in un luogo fisso, a lavorare dall&rsquo;alba al tramonto, a difendere il raccolto da parassiti e nemici, convincendo l&rsquo;uomo a cibarsi principalmente di cereali, fino a diventare sudditi della pianta stessa.</p>

<p>Il grano proviene originariamente dall&rsquo;Iran; l&rsquo;uomo ha poi cominciato a farlo viaggiare, usarlo e a trasformarlo dando vita a ci&ograve; che in natura non esiste, il pane appunto. E la cosa magnifica di questo prodotto &egrave; che, nella sua preparazione e nelle sue componenti, diventa a tutti gli effetti un elemento vivo che &ldquo;si alimenta&rdquo; ed evolve proprio come gli uomini che lo impastano. L&rsquo;attivazione degli enzimi, la formazione del glutine, la fermentazione, la vita del lievito madre e le cure necessarie perch&eacute; questo resti attivo, &egrave; un processo affascinante e, diciamocelo, nonostante il pane sia spesso associato a un concetto di semplicit&agrave; a tavola, in realt&agrave; &egrave; un alimento estremamente complesso.</p>

<p>[[ima3]]</p>

<p>Lo sanno bene <strong>Francesca Casci Ceccacci</strong> del panificio <a href="https://pandefra.it/" rel="nofollow" target="_blank">Pandefr&agrave;</a> a Senigallia (Ancona) e <strong>Davide Longoni</strong>, <a href="https://www.davidelongoni.com/" rel="nofollow" target="_blank">maestro panificatore</a> radicato a Milano, che abbiamo incontrato in occasione del primo appuntamento con <em>Il Pane che ti forma</em>, un workshop indirizzato a chi ha voglia di imparare a fare il pane a livello amatoriale, dal rinfresco del lievito madre alla realizzazione dell&rsquo;impasto (il corso si svolge negli spazi del <a href="https://www.instagram.com/ilcircolinodel_pane/?hl=en" rel="nofollow" target="_blank">Circolino del pane</a>, a Milano. Per info, <a href="https://www.davidelongoni.com/corsi/921-124-corso-di-panificazione-amatoriale.html" rel="nofollow" target="_blank">clicca qui</a>). Un&rsquo;occasione per riflettere su come questo prodotto centrale sulle nostre tavole, non sia solo un elemento fatto e finito, ma il punto di inizio per una riflessione ben pi&ugrave; ampia che abbraccia territori, culture, etica, filiere e un sistema di relazioni forti, spesso determinanti per produrre nel tempo un cambio concreto di prospettive.</p>

<p>[[ima2]]</p>

<p>&nbsp;</p>

<p>Ambedue fanno parte di <em>Breaders</em>, un collettivo di panificatori e artigiani assieme al <em>Forno Brisa</em> di Bologna, <em>MAMM</em> Udine, e al <em>Mercato del Pane</em>&nbsp;(con diverse sedi in Abruzzo - Pescara, Francavilla al mare, Montesilvano, San Silvestro, Chieti Scalo), che hanno fondato una <em>public company</em> a cui hanno partecipato 1.200 investitori raccogliendo negli ultimi anni all&rsquo;incirca 13 milioni di euro. E questo per creare un impatto sociale e ambientale positivo, oltre che un pane dalla qualit&agrave; altissima. Tanto &egrave; vero che in tutti questi panifici, si comincia gi&agrave; a macinare la propria farina, una piccola grande rivoluzione che assicura un controllo totale dell&rsquo;evoluzione del prodotto finale, a partire da ci&ograve; che proviene dai campi (anche questi di propriet&agrave;). Quanto hanno insegnato i monaci cistercensi al principio dell&rsquo;anno mille vale ancora adesso: in quegli anni, infatti, in preda a un calo drastico della fertilit&agrave;, i monaci (quelli dell&rsquo;Abbazia di Chiaravalle, per esempio, non molto lontano da Milano) iniziano a bonificare le paludi, i cui terreni risultavano ricchi di elementi nutritivi preziosi, avviando una rotazione funzionale a bilanciare il rilascio e l&rsquo;assorbimento degli stessi a seconda della coltura selezionata per ciascun appezzamento. Un insegnamento che ancora fa eco nelle coltivazioni gestite dai panificatori in questione.</p>

<p>&nbsp;</p>

<p><strong>Ma perch&eacute; iniziare a fare pane?</strong><br />
A questo ci risponde <strong>Francesca</strong>, che in realt&agrave; proviene da tutt&rsquo;altro percorso. Si iscrive a Giurisprudenza e sin dalla fine dei suoi studi, comprende che quello non poteva essere il suo futuro. Masterclass, libri, assaggi: il suo tempo libero lo dedica interamente a un processo di culturalizzazione sul cibo da ogni punto di vista &ndash; politico, ambientale, sociale, culturale, e naturalmente anche tecnico, riuscendo a portare questa passione anche nel lavoro, in qualit&agrave; di responsabile nel controllo qualit&agrave; dei pasti realizzati per le mense scolastiche. Non basta: la svolta arriva un&rsquo;estate quando visita l&rsquo;azienda agricola di un amico del padre che coltiva il suo grano - e non solo &ndash; e le chiede di raggiungerla, e rimanere l&igrave; per dargli una mano. Qualcosa scatta. Quella linearit&agrave;, quel filo che collega coltivazione, lavorazione, macinatura della farina, impastare, cuocere, l&rsquo;aiuta a capire che era quello il suo posto nel mondo, il trampolino per andare oltre e cambiare la sua vita. Cruciali le connessioni, le relazioni con aziende agricole locali che porter&agrave; tutte nel suo personale progetto, quello che oggi porta il nome di <em>Pandefr&agrave;</em>: ogni pane, sin dall&rsquo;inizio, non viene definito secondo la sua forma, o per assecondare guizzi creativi, ma prende il nome del cereale utilizzato, che rappresenta, infine, chi lo ha prodotto. Cos&igrave; c&rsquo;&egrave; il <em>Farro, la Segale</em>, e via dicendo. Questo era un tipo di lavoro che nessuno mai prima di allora aveva svolto sul territorio con il fine di creare cultura e una nuova consapevolezza su un prodotto usato su larga scala, presente nella casa di quasi tutti gli italiani. Per esempio: ci aggrappiamo spesso alla narrativa, a quella visione un po&rsquo; poetica del grano coltivato e prodotto dal contadino; ma sappiamo come vengono nutriti i suoi suoli? Perch&eacute; il rischio, senza conoscere a fondo la filiera, &egrave; quello di vedere impiegati chicchi di grano che hanno assorbito solo diserbanti e zero nutrienti, fondamentali per l&rsquo;assimilazione di tutto il buono che il pane ha da dare.</p>

<p>Informare &egrave; necessario per comprendere perch&eacute; utilizzare una farina piuttosto che un&rsquo;altra, indirizzando le nostre scelte ragionando a mente aperta, guardando oltre il punto bianco sull&rsquo;immensa tela bianca.</p>

<p>Del corso (<a href="https://www.davidelongoni.com/corsi/921-124-corso-di-panificazione-amatoriale.html" rel="nofollow" target="_blank">qui il calendario completo</a>), della tecnica che <strong>Francesca</strong> e <strong>Davide</strong> suggeriscono di usare per chi &egrave; alle prime armi, non vi sveleremo molto perch&eacute; pensiamo che ascoltare e soprattutto mettere le mani in pasta sia molto pi&ugrave; utile che leggere. Certo, ci procureremo presto una pentola di ghisa che facilita considerevolmente la cottura del pane in un forno domestico, impiegheremo tutte le nostre energie per tenere vivo il nostro lievito madre che &egrave; vita, e che possiamo arricchire dandogli un&rsquo;identit&agrave; tutta sua; faremo attenzione all&rsquo;apporto proteico della farina quando l&rsquo;acquistiamo, meglio da piccoli mulini che al supermercato per assicurarci una fonte di nutrienti perch&eacute; il nostro pane sia digeribile e sano, supportando le produzioni locali che agiscono eticamente e che porteranno il nostro sguardo a posarsi su campi e filiere.</p>

<p>Perch&eacute; cos&igrave; si diventa artigiani e non solo fermentatori quali sono i panificatori a tutti gli effetti, creando una cultura del prodotto dettata non tanto dal nostro ego, ma dalla maniera in cui percepiamo la materia, fino a comprenderla intimamente per cambiare a piccoli, minuscoli passi, il mondo in cui mangiamo e, perchp no, quello in cui viviamo.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/davide-longoni-1-1.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/41277/dallitalia/il-valore-del-pane-oggi-e-perche-saperlo-fare-puo-innescare-una-piccola-rivoluzione-ogni-giorno.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/dallitalia.html">44</category>			</item>			<item>				<title>La cucina istintiva e creativa di Cristiano Tomei arriva a Identità Golose Milano
</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/413/41284/identita-golose-milano/la-cucina-istintiva-e-creativa-di-cristiano-tomei-arriva-a-identita-golose-milano.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Sono anni che sulle pagine di <em>Identit&agrave; Golose</em> seguiamo con ammirazione il percorso di <strong>Cristiano Tomei</strong>: lo abbiamo intervistato, raccontato, celebrato come uno dei cuochi pi&ugrave; originali e affascinanti del panorama italiano. Un cuoco che non si piega alle mode, che ha tolto la carta dal suo ristorante quando farlo era considerato un gesto quasi eversivo, e che da Viareggio &ndash; dove &egrave; nato nel 1974, figlio di un padre gran gourmet e di una madre grande cuoca, nipote di un nonno contadino &ndash; ha costruito una visione gastronomica del tutto personale, radicata nel territorio toscano eppure aperta al mondo con una curiosit&agrave; che non conosce confini.</p>

<p>[[ima2]]Autodidatta in purezza, diplomato all&#39;Istituto Nautico, <strong>Tomei</strong> si &egrave; formato viaggiando: tra le onde dei surfisti che lasciava sulle spiagge per esplorare mercati e bettole dei Paesi Baschi, di Cuba, del Per&ugrave;, del Madagascar e dell&#39;India. Ha aperto il suo primo ristorante a 27 anni direttamente in spiaggia, poi lo ha trasferito nel centro di Viareggio e infine a Lucca, dove ha conquistato la stella Michelin nel 2014.</p>

<p>Un percorso costellato di spostamenti anche all&#39;interno della citt&agrave;: prima all&#39;interno del <em>L.U.C.C.A &ndash; Lucca Center of Contemporary Art</em>, poi negli spazi del secentesco <em>Palazzo Pfanner</em> con il suo giardino all&#39;italiana. Oggi <a href="https://www.limbuto.it/" rel="nofollow">L&#39;Imbuto</a> ha trovato la sua dimensione pi&ugrave; autentica in un antico casolare immerso nella campagna lucchese, con travi a vista, luci calde e un giardino che d&#39;estate si trasforma in teatro di cene sotto le lucciole.</p>

<p>La filosofia &egrave; rimasta la stessa: nessun menu scritto, percorsi alla cieca, ogni pasto un viaggio sensoriale irripetibile. &laquo;La cucina &egrave; come il jazz: la partitura &egrave; fissa, ma l&#39;armonia &egrave; frutto dell&#39;improvvisazione del musicista&raquo;, ha spiegato pi&ugrave; volte <strong>Tomei</strong>, sintetizzando in questa immagine un approccio che rifiuta gli schemi e abbraccia l&#39;istinto.</p>

<p>[[ima3]]Materia prima esclusivamente locale &ndash; pesce del Tirreno, carni e latticini della Garfagnana, erbe, bacche, germogli e fiori selvatici raccolti ogni giorno in pineta e nei prati &ndash;, tecniche che non devono pesare nel piatto, e una capacit&agrave; rara di accostare la memoria gastronomica toscana a suggestioni esotiche mai gratuite, sempre rilette con gli occhi di una contemporaneit&agrave; tutta nostrana.</p>

<p>Per la serata di <strong>mercoled&igrave; 4 marzo</strong>, il menu non sar&agrave; alla cieca &ndash; una piccola eccezione alla regola &ndash; ma siamo certi che i piatti che <strong>Cristiano Tomei</strong> porter&agrave; all&#39;Hub di via Romagnosi sapranno comunque trasformare la cena in quel racconto vivo, tra rigore, piacere e sorpresa che &egrave; la cifra inconfondibile de <em>L&#39;Imbuto</em>.</p>

<p>Tra le portate figura la leggendaria <em>Bistecca primitiva</em> &ndash; manzo della Garfagnana stracciato al coltello, servito su corteccia di pino marittimo con bucce di patata fritta, uno dei piatti-simbolo della sua cucina, nato da un&#39;intuizione folgorante in pineta nel 2009 &ndash; insieme ad altri piatti che raccontano il suo modo di intendere la cucina: territorio, ironia, tecnica e una libert&agrave; che non chiede permesso.</p>

<p>[[ima4]]Ecco il menu della serata:</p>

<p><em>Ravioli burro e salvia</em><br />
<em>Riso terra mare</em><br />
<em>Pasta al pesto di elicriso</em><br />
<em>La lasagna che non c&#39;&egrave;</em><br />
<em>Bistecca primitiva</em><br />
<em>Collo ripieno di cortile</em><br />
Dessert: <em>Pizza e Bombolone lucchese</em></p>

<p><br />
Il menu sar&agrave; proposto al prezzo di 85 euro a persona, vini inclusi. Orario unico di prenotazione: ore 19:30. Per riservare il vostro posto, visitate <a href="https://www.identitagolosemilano.it/prenotazioni/" rel="nofollow">il sito ufficiale dell&#39;Hub</a>.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/481675972-1046299267320505-2457015649456709305-n-1.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/413/41284/identita-golose-milano/la-cucina-istintiva-e-creativa-di-cristiano-tomei-arriva-a-identita-golose-milano.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/413/identita-golose-milano.html">413</category>			</item>			<item>				<title>L'Altra Toscana dei vini non è più una sorpresa, ma una piacevole certezza</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/136/41267/in-cantina/laltra-toscana-dei-vini-non-e-piu-una-sorpresa-ma-una-piacevole-certezza.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>&laquo;Nella grande orchestra che pu&ograve; essere considerata la Toscana del vino, noi siamo quella componente che non sta in prima fila, ma dietro. Per&ograve; senza di noi non si suona&raquo;.</p>

<p><strong>Francesco Mazzei</strong>, alla guida dell&rsquo;<em>Associazione L&rsquo;Altra Toscana </em>e presidente del <a href="https://www.consorziovinimaremma.it/" rel="nofollow">Consorzio Tutela Vini della Maremma Toscana</a>, non ha dubbi: la Toscana dei vini &egrave; un quadro immensamente complesso, composto non soltanto dalle denominazioni pi&ugrave; blasonate, ma anche da realt&agrave; meno note ma ugualmente importanti e affascinanti.</p>

<p>[[ima2]]Sono 11 denominazioni Dop e una Igt, rappresentate da 8 Consorzi, che erano presenti a L&rsquo;Altra Toscana, l&rsquo;anteprima che si &egrave; svolta a Firenze al palazzo degli Affari: <em>Bianco di Pitigliano e Sovana</em>, <em>Chianti Rufina</em>, <em>Maremma Toscana</em>, <em>Montecucco</em> e <em>Montecucco Sangiovese</em>, <em>Orcia</em>, <em>Suvereto</em>, <em>Rosso della Val di Cornia</em> e <em>Val di Cornia</em>, <em>Terre di Casole</em> e <em>Vino Toscana</em>. Un panorama complesso, che ricopre il 40% dell&rsquo;intera produzione vitivinicola toscana. In totale sono stati presentati ben 238 vini di circa 130 aziende.</p>

<p>Quello dell&rsquo;<em>Altra Toscana </em>&egrave; un racconto corale, dove le singole realt&agrave;, alcune davvero piccolissime, riescono a unirsi e a presentarsi in maniera uniforme. Un po&rsquo; come se fosse un puzzle: i singoli tasselli, presi alla rinfusa, possono sembrare insignificanti, ma se ognuno viene posizionato al suo posto, alla fine, si realizza un quadro d&rsquo;insieme dove, alla fine, ogni pezzo conta.</p>

<p>[[ima3]]&laquo;Nell&rsquo;<em>Altra Toscana </em>non ci sono solo le piccolissime denominazioni &ndash; sottolinea <strong>Mazzei</strong> &ndash; ma c&rsquo;&egrave; il <em>Chianti Rufina</em>, l&rsquo;<em>Igt Toscana</em>, la <em>Maremma</em>, il <em>Montecucco</em>&hellip; C&rsquo;&egrave; molta storia e una dimensione diversa, un&rsquo;articolazione di prodotti che non c&rsquo;&egrave; nelle altre <em>Anteprime</em>&raquo;. Il tutto passando da vini che hanno magari un ottimo rapporto qualit&agrave; prezzo a bottiglie importanti e rinomate.</p>

<p>&laquo;Questo &egrave; lo spirito dell&rsquo;<em>Altra Toscana </em>&ndash; prosegue <strong>Mazzei</strong> &ndash; cerchiamo di far vedere tutto quello che gli altri non hanno. E non per questo &egrave; meno interessante, anzi. Non siamo i &ldquo;cugini poveri&rdquo;, ma siamo quelli meno conosciuti, quelli ancora da scoprire, anche da un punto di vista del consumatore&raquo;.</p>

<p>[[ima4]]La qualit&agrave; nel bicchiere &egrave; ben presente, ma soprattutto c&rsquo;&egrave; la consapevolezza di non dover imitare nessuno, ma anzi di voler esaltare le singole caratteristiche legate alla zona di origine. Senza, oltretutto, vincolarsi eccessivamente ai vitigni autoctoni, ma avendo la possibilit&agrave; di andare a cercare anche tra gli internazionali per comprendere a fondo la realt&agrave; di un territorio.</p>

<p>Non solo grandi rossi, ma anche vini bianchi importanti, dal <em>Bianco di Pitigliano</em> al <em>Vermentino</em> che caratterizza in particolare la <em>Maremma</em>. Anche per variare rispetto alle altre anteprime, gli assaggi si sono dedicati proprio a questa tipologia di vino, anche se alcuni campioni del 2025 sono risultati davvero troppo giovani, messi in bottiglia a pochissimi mesi dalla loro realizzazione. D&rsquo;altronde &egrave; un&rsquo;anteprima&hellip;</p>

<p>[[ima5]]Detto questo, gli assaggi che ci hanno maggiormente convinto sono stati: <em>Bianco di Pitigliano Fattucchiero 2024</em> di <a href="https://cantinadellaluce.com/" rel="nofollow">Cantina della Luce</a> (<em>Trebbiano</em> 100%), <em>Bianco di Pitigliano Superiore Ildebrando 2024</em> di <a href="https://cantinadipitigliano.it/" rel="nofollow">Cantina di Pitigliano</a> (<em>Trebbiano</em> 85%, <em>Chardonnay</em> 10% e <em>Malvasia</em> 5%), <em>Maremma Toscana Bio Fonte di Bestiale</em> 2024 di <a href="https://www.agricolabragaglia.it/" rel="nofollow">Bragaglia</a> (<em>Chardonnay</em> 60% e <em>Viognier</em> 40%), <em>Maremma Toscana Vermentino Lucumone 2025</em> di <a href="http://www.fattoriamantellassi.it/" rel="nofollow">Mantellassi</a>, <em>Maremma Toscana Vermentino Bio Melacce 2025</em> di <a href="https://collemassari.it/" rel="nofollow">Collemassari</a>, <em>Maremma Toscana Vermentino Bio Leopoldino 2025</em> di <a href="https://www.agriturismocasalone.com/" rel="nofollow">Fattoria il Casalone</a>, <em>Maremma Toscana Vermentino Superiore Belguardo V 2024</em> di <a href="https://mazzei.it/pages/tenuta-belguardo?srsltid=AfmBOorz1qLy9ADrOjrfCtOLQDO48xsMbU8cCrTzAXRXDq0wtFekFIXD" rel="nofollow">Belguardo</a>, <em>Maremma Toscana Viognier Bio 2024</em> di <a href="http://www.muralia.it/" rel="nofollow">Muralia</a>, <em>Toscana Bianco Uni 2024</em> di <a href="https://fattorialamaliosa.it/" rel="nofollow">Fattoria La Maliosa</a> (<em>Procanico</em>&ndash;<em>Trebbiano</em> 100%) e <em>Costa Toscana Fiano 2023</em> di <a href="https://www.giannimoscardini.com/it/welcome.html" rel="nofollow">Gianni Moscardini</a> (<em>Fiano</em> 85% e <em>Vermentino</em> 15%).</p>

<p>Per quanto riguarda i vini rossi, un discorso a parte lo meritano &ndash; anche per motivi apparentemente contrapposti &ndash; il <em>Ciliegiolo</em> della Maremma e la denominazione di <em>Suvereto</em>, ai quali dedicheremo in seguito un focus a parte.</p>

<p>L&rsquo;anteprima <em>L&rsquo;Altra Toscana</em> quest&rsquo;anno era aperta solo ai media, ma per il futuro si sta studiando una nuova formula. &laquo;Prima di tutto &ndash; conferma <strong>Mazzei</strong> &ndash; si cerca di informare, per questo la giornata dell&rsquo;anteprima &egrave; dedicata alla stampa. E siamo pieni: vuole dire che c&rsquo;&egrave; molto interesse nei nostri confronti. Ora c&rsquo;&egrave; un secondo passaggio, quello di diffondere questo format de <em>L&rsquo;Altra Toscana </em>anche agli operatori e poi ai consumatori. Per questo stiamo pensando per l&rsquo;anno prossimo di fare un&rsquo;operazione simile a quanto propone il <em>Chianti Classico</em> con la <em>Collection</em>, magari allungando di un giorno la nostra presenza per dare spazio anche agli operatori e ai consumatori&raquo;. &nbsp;</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/altra-toscana-26gca-3129.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/136/41267/in-cantina/laltra-toscana-dei-vini-non-e-piu-una-sorpresa-ma-una-piacevole-certezza.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/136/in-cantina.html">136</category>			</item>			<item>				<title>La forza di Lombardi a Maddaloni, che unisce pizza contemporanea e pasticceria</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/209/41280/mondo-pizza/la-forza-di-lombardi-a-maddaloni-che-unisce-pizza-contemporanea-e-pasticceria.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>A Maddaloni, in provincia di Caserta, <a href="https://www.instagram.com/lombardipizzeria/" rel="nofollow">Lombardi Pizzeria</a> si inserisce nel panorama dell&#39;arte bianca mettendo in relazione due ambiti affini ma raramente integrati in modo strutturato: la pizza e la pasticceria. Operativa dal 2023, la pizzeria nasce accanto alla storica e omonima pasticceria di famiglia, attiva dagli anni Cinquanta. Le due insegne restano autonome, ma condividono una visione comune fondata su lavorazioni dirette, controllo delle filiere e centralit&agrave; del prodotto lievitato. Aperta a pranzo e a cena, <em>Lombardi Pizzeria</em> si sviluppa in spazi sobri e funzionali, con forno e banco di lavoro a vista, circa 70 coperti interni e una trentina all&#39;esterno.<br />
[[ima2]][[ima3]]</p>

<h3><strong>Il format</strong></h3>

<p>Il progetto pizza &egrave; seguito da <strong>Alessandro Mango</strong>, lievitista e pasticciere di formazione, oggi anche pizzaiolo, che ha costruito un&#39;offerta capace di far dialogare le tecniche della pasticceria moderna con il linguaggio della pizza contemporanea. La ricerca si concentra sulle farine, sulla gestione del lievito madre, sulle fermentazioni e sulle modalit&agrave; di cottura, con l&#39;utilizzo combinato di forno a legna ed elettrico. La selezione delle materie prime segue criteri di stagionalit&agrave; e territorialit&agrave;, con aperture mirate a ingredienti esterni quando funzionali al piatto. Da <em>Lombardi Pizzeria</em> si pu&ograve; scegliere una fruizione essenziale, centrata esclusivamente sulla pizza, oppure optare per un percorso pi&ugrave; articolato costruito in dialogo con il mondo della pasticceria. In questo caso, l&#39;esperienza si apre e si chiude con preparazioni di pasticceria salata e dessert pensati appositamente per il contesto pizzeria.<br />
[[ima4]]</p>

<h3><strong>I nostri assaggi</strong></h3>

<p>Il menu &egrave; strutturato in tre momenti distinti. Al centro c&#39;&egrave; la pizza contemporanea, caratterizzata da un impasto a lievitazione naturale, morbido e alveolato, e cornicione pronunciato. Accanto alle pizze di impronta classica, come <em>Margherita</em> e <em>Marinara</em>, trovano spazio proposte pi&ugrave; articolate, tra cui la <em>Maddaloni</em>, con crema di carciofi arrostiti, fior di latte di Agerola, mortadella d&#39;asina artigianale, provolone del Monaco Dop e gel di prezzemolo.</p>

<p>[[ima7]][[ima8]]Tra le proposte fuori dal repertorio tradizionale, segnaliamo anche l&#39;<em>Assoluto di scarola</em>, pizza in pala cotta in forno elettrico, con la scarola lavorata in pi&ugrave; consistenze &ndash; cremosa, saltata in padella e cruda &ndash; completata da alici, capperi, olive di Caiazzo e pinoli. Apertura e chiusura del percorso sono affidate alla pasticceria salata e ai dessert, gli elementi distintivi del format.</p>

<p>[[ima5]][[ima6]]Le preparazioni salate si basano su laminazioni e sfogliature di derivazione francese, applicate a farciture di matrice mediterranea. Tra queste, la <em>Zeppolina di Santa Lucia</em>, realizzata con <em>p&acirc;te &agrave; choux</em> al pomodoro e acciughe del Mar Cantabrico, il <em>Pain du p&acirc;tissier</em> con pomodoro, prosciutto cotto affumicato e provolone del Monaco e il <em>Pain suisse sfogliato</em> con <em>genovese napoletana</em> e pecorino romano. La parte dolce riprende, nemmeno a dirlo, le tecniche della pasticceria e le adatta a un fine pasto da ristorazione. Emblematico il <em>Trancio di pizza sfogliata</em>: un impasto pizza laminato al burro, lavorato come un croissant e completato con limone candito, burro di arachidi salato e crema profumata allo yuzu. Una preparazione che sintetizza il dialogo tra i due mondi senza sovrapposizioni e forzature.<br />
[[ima9]][[ima10]]</p>

<h3><strong>In conclusione</strong></h3>

<p><em>Lombardi Pizzeria</em> si configura come un progetto autonomo, ben inserito nel percorso imprenditoriale di una famiglia storica. La pasticceria resta un&#39;attivit&agrave; parallela, non subordinata n&eacute; accessoria, ma funzionale ad ampliare l&#39;esperienza complessiva. Un modello che applica un sapere artigianale consolidato a un linguaggio contemporaneo, mantenendo coerenza, misura e riconoscibilit&agrave;. Ben costruita anche la carta dei vini.<br />
&nbsp;</p>

<p><em>Lombardi Pizzeria</em><br />
Via Forche Caudine, 56<br />
Maddaloni (Caserta)<br />
0823.202049<br />
Chiuso l&#39;intera&nbsp;domenica</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/alessandro-mango-1.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/209/41280/mondo-pizza/la-forza-di-lombardi-a-maddaloni-che-unisce-pizza-contemporanea-e-pasticceria.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/209/mondo-pizza.html">209</category>			</item>			<item>				<title>Sapio alla riscoperta della memoria selvatica e agreste della Sicilia</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/41212/dallitalia/sapio-alla-riscoperta-della-memoria-selvatica-e-agreste-della-sicilia.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Nel cuore di Catania, <a href="https://www.sapiorestaurant.it/" rel="nofollow">Sapio</a> continua a costruire la propria identit&agrave; attorno a un principio chiaro: la cucina come dispositivo culturale, prima ancora che gastronomico. E oggi, pi&ugrave; che mai, lo fa attraverso un tema profondamente radicato nella tradizione siciliana ma raramente indagato con questa precisione contemporanea: la cacciagione e il mondo pastorale. Trinacria agreste, insomma.</p>

<p>Il lavoro di <strong>Alessandro Ingiulla</strong> parte da qui, da un ritorno consapevole a una memoria rurale che non &egrave; nostalgia, ma materia viva. La campagna etnea, la pratica agricola quotidiana, la stagionalit&agrave; estrema diventano la lente attraverso cui leggere anche carni e sapori un tempo centrali nell&rsquo;alimentazione dell&rsquo;isola e poi progressivamente marginalizzati nella ristorazione d&rsquo;autore.</p>

<p>[[ima2]][[ima3]][[ima4]]Il percorso di chef<strong>&nbsp;Ingiulla</strong> resta una delle chiavi di lettura pi&ugrave; solide del progetto. Dopo le esperienze formative tra Italia, Francia e Austria, il ritorno a Catania&nbsp;non &egrave; stato un ripiegamento, ma la scelta di dare forma a una cucina profondamente personale: riportare l&rsquo;alta cucina dentro una geografia personale, legata alla campagna etnea e a un&rsquo;idea di ricerca culturale prima ancora che gastronomica.&nbsp;</p>

<p>Al&nbsp;<em>Sapio</em>, la cacciagione e la tradizione gastronomica pastorale non sono mai esercizio di forza o virtuosismo tecnico. Rappresentano&nbsp;piuttosto uno strumento narrativo. Servono&nbsp;a parlare di territorio, di clima, di paesaggio umano e naturale. Il <em>Risotto Riserva 7 anni con castagne, lepre e sommacco</em> ne &egrave; una sintesi precisa. Il tempo &egrave; ingrediente tanto quanto la materia: sette anni di studio, prove, fermentazioni, maturazioni. La lepre restituisce una dimensione selvatica ma non aggressiva, accompagnata dalla dolcezza terrosa delle castagne e da una nota acida, quasi balsamica, del sommacco. Il piatto non cerca la potenza, ma una forma di equilibrio che rimanda ai ritmi della campagna e alla lentezza della cucina domestica.</p>

<p>Lo stesso approccio si ritrova in <em>Ragabo,&nbsp;lichene, nocciola, manzo e midollo affumicato,</em>&nbsp;dove la componente animale entra in dialogo con elementi apparentemente marginali del paesaggio etneo. Il lichene, raro in cucina, introduce una dimensione minerale e boschiva, mentre il midollo affumicato richiama il gesto antico della conservazione e del fuoco come centro della vita rurale. Il risultato &egrave; un piatto che si muove tra terra e sottobosco, tra tecnica contemporanea e memoria primitiva.</p>

<p>[[ima5]][[ima6]][[ima9]][[ima7]]La <em>Pappardella con pecora, alloro e limone bruciato</em> porta il discorso su un terreno ancora pi&ugrave; identitario. La pecora, carne profondamente legata alla cultura pastorale siciliana, viene trattata con rispetto quasi domestico, evitando qualsiasi eccesso di manipolazione. L&rsquo;alloro restituisce una dimensione aromatica tradizionale, mentre il limone bruciato introduce una tensione acida e amara che alleggerisce la struttura e riporta il piatto dentro una grammatica contemporanea.</p>

<p>In tutti questi casi la carne e la cacciagione&nbsp;diventano linguaggio. Non &egrave; mai elemento isolato, ma parte di una filiera che inizia nella terra e prosegue in cucina con coerenza. Il legame con l&rsquo;azienda agricola di famiglia, la conoscenza diretta dei cicli naturali, il lavoro sulle autoproduzioni permettono a Ingiulla di affrontare queste materie senza filtri folkloristici. Il punto non &egrave; recuperare la tradizione in senso estetico. &Egrave; comprenderne la funzione originaria. La cacciagione, in Sicilia, nasce come necessit&agrave;: integrazione proteica, adattamento a un territorio complesso, relazione diretta con l&rsquo;ambiente. A <em>Sapio</em> questa necessit&agrave; si trasforma in consapevolezza gastronomica, mantenendo per&ograve; intatta la sua dimensione etica.</p>

<p data-end="972" data-start="523">[[ima8]]E, se la terra rappresenta il lato pi&ugrave; profondo&nbsp;della proposta, resta sempre presente la componente marina: gamberi, ricciola e triglia attraversano il menu con continuit&agrave;, interpretati in chiave elegante e contemporanea e spesso accostati ai vegetali del territorio,&nbsp;in un equilibrio continuo tra costa e interno, tra freschezza e profondit&agrave;. La cucina diventa cos&igrave; un&rsquo;estensione del paesaggio etneo: aspra, stratificata, mai addomesticata del tutto. Anche quando la tecnica internazionale entra in gioco, resta sempre subordinata a un&rsquo;identit&agrave; precisa. L&rsquo;obiettivo non &egrave; stupire, ma restituire senso.</p>

<p>In questo percorso, la cacciagione assume un ruolo quasi simbolico. &Egrave; il punto di contatto tra l&rsquo;infanzia rurale dello chef, la ricerca contemporanea e una visione sostenibile della ristorazione. Racconta una Sicilia meno turistica e pi&ugrave; interna, fatta di boschi, pascoli, altitudini, stagioni dure.&nbsp;Accanto alla cucina, la cantina svolge un ruolo centrale nel definire l&rsquo;identit&agrave; del ristorante. Il lavoro congiunto della sala e del sommelier costruisce un percorso fortemente orientato ai vini siciliani, con un&rsquo;attenzione particolare all&rsquo;Etna e alle sue diverse contrade, senza trascurare piccole produzioni artigianali e annate storiche. Il vino diventa cos&igrave; una prosecuzione naturale del racconto agricolo e territoriale che parte dalla cucina.</p>

<p><em>Sapio</em> continua cos&igrave; a funzionare come una soglia: un luogo dove il gusto diventa conoscenza e dove ogni piatto, anche il pi&ugrave; complesso, rimane ancorato a una geografia precisa. La cacciagione, con la sua carica ancestrale, rende questo racconto ancora pi&ugrave; nitido. Non come esercizio di stile, ma come gesto di appartenenza.</p>

<p><br />
<a href="https://www.sapiorestaurant.it/" rel="nofollow">Sapio</a><br />
Piazza Antonino Gandolfo11 - Catania<br />
Tel.&nbsp;+ 39 095 0975016 o +39 350 1947542<br />
<a href="http://sapiorestaurant.it" rel="nofollow">sapiorestaurant.it</a><br />
Aperto solo a cena, a pranzo solo su prenotazione. Chiuso lunedi</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/sapio-2024-032-chef-alessandro-ingiulla.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/41212/dallitalia/sapio-alla-riscoperta-della-memoria-selvatica-e-agreste-della-sicilia.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/dallitalia.html">44</category>			</item>			<item>				<title>Çobo Winery, vini d'Albania proiettati nel futuro</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/136/41253/in-cantina/cobo-winery-vini-dalbania-proiettati-nel-futuro.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Alle porte di Berat, citt&agrave; Patrimonio dell&rsquo;Umanit&agrave; Unesco, sorge una cantina che non &egrave; soltanto un luogo di produzione, ma un ponte tra passato e futuro. <a href="https://cobowine.com/" rel="nofollow">&Ccedil;obo Winery</a> nasce tra le colline che abbracciano la &ldquo;citt&agrave; dalle mille finestre&rdquo;, dove il fiume Osum scorre lento e il monte Tomorr osserva silenzioso un paesaggio che sembra sospeso nel tempo. In questo angolo autentico dell&rsquo;Albania centro-meridionale, il vino parla di territorio e radici, restituendo dignit&agrave; ai vitigni autoctoni e rivelando una storia di rinascita che unisce tradizione e contemporaneit&agrave; con elegante armonia.<br />
<br />
Berat non &egrave; solo uno sfondo suggestivo, ma una presenza viva. Case ottomane, chiese, moschee e il castello ancora abitato disegnano un centro storico che conserva intatta la sua atmosfera d&rsquo;altri tempi, mentre tutt&rsquo;intorno vigneti, uliveti e terrazze agricole raccontano una storia rurale antichissima. &Egrave; in questo mosaico agricolo che si estendono i 38 ettari di vigneti terrazzati della famiglia <b>&Ccedil;obo</b>, tra i 50 e i 350 metri di altitudine, in una zona dal raro equilibrio climatico, dove le brezze dell&rsquo;Adriatico mitigano le temperature, le correnti del Tomorr favoriscono escursioni termiche ideali e i terreni calcarei donano ai vini profili aromatici netti e riconoscibili.<br />
<br />
[[ima2]]La storia di &Ccedil;obo Winery &egrave; prima di tutto familiare e parla di resilienza. All&rsquo;inizio degli anni Novanta, mentre l&rsquo;Albania cercava di ricostruire la propria identit&agrave; agricola ed enologica dopo decenni di isolamento, <b>Pashko &Ccedil;obo</b> inizi&ograve; a produrre vino insieme ai figli <b>Petrit</b> e <b>Muharrem</b>. Nel 1998 la fondazione ufficiale della cantina segn&ograve; una scelta chiara: recuperare i vitigni autoctoni di Berat e restituire dignit&agrave; a una tradizione frammentata, trasformando la memoria agricola in un progetto contemporaneo credibile a livello internazionale.<br />
<br />
Il cuore pulsante di &Ccedil;obo Winery sono i vitigni storici del territorio: Vlosh, Puls, Shesh i Zi, Shesh i Bardh&euml; e Kallmet. Variet&agrave; che raccontano un&rsquo;Albania diversa, agricola e colta, capace di esprimere una personalit&agrave; enologica autonoma. Tra le bottiglie simbolo della cantina troviamo <i>E Kuqja e Beratit</i>, rosso intenso ottenuto da uve Vlosh, vitigno rarissimo coltivato esclusivamente in quest&rsquo;area. Un prodotto che nel 2024 &egrave; entrato nella Guida Vini de <i>L&rsquo;Espresso</i> tra i tre migliori vini al mondo, accendendo i riflettori internazionali su Berat e sull&rsquo;intera scena enologica albanese.<br />
<br />
Dal vitigno Puls nasce invece <i>Sh&euml;ndever&euml;</i>, spumante metodo classico fresco e vibrante, definito dal Guardian &laquo;straordinario, buono quanto i migliori mai assaggiati&raquo;, mentre <i>E Bardh&euml; e</i> Beratit offre una lettura luminosa del territorio e Kashmer, blend di Cabernet Sauvignon, Shesh e Merlot, rappresenta il dialogo tra identit&agrave; locale e linguaggio internazionale.<br />
<br />
[[ima3]]L&rsquo;approccio produttivo di &Ccedil;obo Winery &egrave; improntato al rispetto dell&rsquo;ambiente: interventi minimi in vigna e in cantina, pratiche a basso impatto e una filosofia sostanzialmente biologica, anche senza certificazioni ufficiali. Il vino &egrave; inteso come espressione naturale del territorio, non come esercizio di stile.<br />
<br />
Negli anni, la cantina ha consolidato la propria presenza nei principali appuntamenti del settore: da Vinitaly al Merano WineFestival, fino a Wine Paris, costruendo un ponte tra l&rsquo;identit&agrave; albanese e la scena enologica internazionale. Parallelamente, la famiglia &Ccedil;obo sta investendo nello sviluppo dell&rsquo;ospitalit&agrave;, concepita come estensione culturale del progetto: accogliere significa raccontare, accompagnare il visitatore nella scoperta del paesaggio, della storia e delle radici di Berat.&nbsp;<br />
<br />
&Ccedil;obo Winery non &egrave; solo una cantina, ma il racconto di un&rsquo;Albania che riaffiora lentamente, attraverso il lavoro della terra e le scelte consapevoli di una famiglia. Ogni bottiglia &egrave; un frammento di memoria ritrovata, un invito a conoscere un Paese che oggi si esprime con maggiore consapevolezza, senza perdere la propria identit&agrave;. Nel silenzio delle colline di Berat, il vino ha ripreso a respirare. E con lui, un&rsquo;intera cultura.[[ima4]]</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/1-cobo-winery-copertina.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/136/41253/in-cantina/cobo-winery-vini-dalbania-proiettati-nel-futuro.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/136/in-cantina.html">136</category>			</item>			<item>				<title>Dai piatti &quot;estremi&quot;... alla Steak frites. La scelta di Roncoroni Classici Gastronomici</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/41269/dallitalia/dai-piatti-estremi-alla-steak-frites-la-scelta-di-roncoroni-classici-gastronomici.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>La <em>Steak frites</em> &egrave; il piatto che si sceglie per comodit&agrave;; se vogliamo, &egrave; l&rsquo;equivalente della tagliata che alcuni ristoranti propongono da millenni. Carne, patate, una salsa. Fine.</p>

<p>Trovarla in carta da <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/98/39364/zanattamente-buono/prodotti-super-e-tanta-carne-di-matrice-classica-il-debutto-felice-del-ristorante-roncoroni.html">Roncoroni Classici Gastronomici</a>, a Milano, dove ci siamo appena abituati a <em>carpacci di cuore, anatre frollate, foie gras e salumi estremi</em>, pu&ograve; confondere un po&rsquo;. Ma basta sedersi al banco e fare due chiacchiere con <strong>Eugenio Roncoroni </strong>e la sua socia<strong> Cristina Giordano</strong> per capire che non solo questo &egrave; a tutti gli effetti un piatto da <em>Classici Gastronomici</em>, ma &egrave; anche un atto di democratizzazione. E, in un mondo gastronomico fondato sul &ldquo;mangi quello che piace a me perch&eacute; sei nel mio ristorante&rdquo;, questa &egrave; una piccola rivoluzione.</p>

<p>[[ima3]]</p>

<p><strong>Eugenio Roncoroni</strong> ha costruito questo progetto con un&rsquo;idea molto precisa sulle proposte. Lo ha fatto insieme a <strong>Cristina Giordano</strong>, cultura gastronomica piemontese. Il risultato &egrave; un ristorante identitario che, diciamocelo, non &egrave; per tutti. Eppure, dopo i primi mesi, qualcosa &egrave; cambiato.</p>

<p>&laquo;Dopo un po&rsquo; di mesi di esplorazione e di conoscenza della clientela, ci siamo resi conto che mancava un ponte&raquo;, racconta <strong>Roncoroni</strong>. &laquo;Milano oggi &egrave; piena di persone che amano mangiar bene, ma che a volte sono impaurite da alcuni format o da certi nomi. Anche la televisione ha creato una separazione tra il cuoco e il pubblico. Si pensa: l&igrave; chiss&agrave; quanto spendo, l&igrave; chiss&agrave; cosa mi faranno mangiare&raquo;.</p>

<p><em>Classici</em> &egrave; partito &ldquo;molto spinto&rdquo;, parole sue. Proposte dritte per palati che amano un certo tipo di ingredienti e texture. Ma la sensazione era che tutto questo potesse apparire, per alcuni, respingente.</p>

<p>&laquo;Io non voglio che la mia cucina sembri esclusiva&raquo;, continua. &laquo;Vedo questo posto come un ristorante da tutti i giorni: il professionista che finisce di lavorare qui intorno, viene per un bicchiere e mangia qualcosa senza dover spendere cento euro. Voglio aprirmi anche a un pubblico pi&ugrave; easy. Mi rendo conto che questi sapori per alcuni possano sembrare di una cucina respingente. Ed &egrave; un peccato&raquo;.</p>

<p>L&rsquo;immagine &egrave; semplice: una coppia a cena. Uno dei due ama frattaglie e selvaggina, l&rsquo;altro no. &laquo;Magari rinunciano a venire perch&eacute; pensano: l&igrave; si mangia solo piccione, trippa, cuore, cervella. E io quella roba non la mangio&raquo;. Ecco allora l&rsquo;idea: un piatto che non snaturi nulla, ma che allarghi il tavolo.</p>

<p>&nbsp;</p>

<p><strong>LA STEAK FRITES, UN NUOVO CLASSICO GASTRONOMICO CHE &Egrave; GI&Agrave; ICONA</strong><br />
La <em>Steak frites</em> &egrave; uno dei piatti pi&ugrave; riconoscibili della tradizione francese. O belga, a seconda delle scuole di pensiero. Carne e patate. Semplice e, in quanto tale, un banco di prova. Taglio giusto, temperatura, cottura, gestione dei succhi, equilibrio con la salsa, struttura delle patate. Cos&igrave; quello che &egrave; il piatto rassicurante per eccellenza, si pu&ograve; trasformare in delusione (non da <em>Roncoroni</em>, per fortuna).</p>

<p><strong>Cristina</strong> lo dice senza girarci intorno: &laquo;Io arrivo da Torino, una citt&agrave; in cui se in gruppo si decide di andare in un ristorante e qualcuno ha dei gusti che non sono allineati con quel posto, con lui ci si vede dopo cena. Questo piatto per me ha una logica giusta. Volevamo qualcosa di democratico&raquo;. L&rsquo;hamburger sarebbe stata la soluzione pi&ugrave; ovvia e <strong>Cristina</strong> conferma: &laquo;Alcuni ci hanno chiesto di riproporlo. Ma l&rsquo;hamburger fa parte di uno spettro importante del passato di <strong>Eugenio</strong>. Volevamo una cosa nuova&raquo;.</p>

<p>[[ima4]]</p>

<p>&laquo;Quando prendi un grande classico non lo copi&raquo;, precisa <strong>Roncoroni</strong>. &laquo;Lo riproponi nella tua maniera. &Egrave; un modo per avvicinare. Se il cliente scettico si fida di me con un piatto cos&igrave;, magari la prossima volta prova il cuore o il cervello&raquo;. E continua: &laquo;Io non posso pretendere che tutti mi capiscano le corde pi&ugrave; profonde della mia cucina. Dobbiamo aiutare gli altri a capire chi siamo. Questo &egrave; un po&rsquo; un biglietto da visita per chi non mi conosce ancora&raquo;.</p>

<p>A <strong>Roncoroni </strong>piace dunque avere le porte aperte a tante tipologie di clienti, che poi pian piano scoprono sempre qualcosa in pi&ugrave;. Secondo lui la cucina &egrave; un atto umano. E un atto umano pi&ugrave; democratico di cos&igrave; non c&rsquo;&egrave;. La <em>Steak frites</em> diventa, quindi, un codice pi&ugrave; comprensivo e comprensibile per accedere a un ristorante che ha tantissimo da offrire. Non ne addolcisce la cucina, ma la rende leggibile a chi non conosce ancora il suo linguaggio. E funziona. &laquo;Stiamo vedendo tante facce nuove che vengono apposta per la <em>steak</em>&raquo;, racconta <strong>Roncoroni.</strong> &laquo;E poi tornano qualche settimana dopo e magari ordinano anche il piccione&raquo;.</p>

<h2>&nbsp;</h2>

<p><strong>SENZA GRIGLIA, SENZA FUMO, SENZA SANGUE: LA STEAK FRITES DI EUGENIO RONCORONI</strong><br />
<em>Classici Gastronomici </em>non ha la possibilit&agrave; di grigliare bistecche da un chilo a fiamma viva. &Egrave; un tema strutturale del locale. L&rsquo;ispirazione arriva da <strong>Peter Luger</strong> a New York: carne nel piatto caldo, forno rovente, servizio sfrigolante.<br />
Qui si parte da <em>fettine di roastbeef sottilissime</em> adagiate su un piatto caldo che va in forno con grasso d&rsquo;oca e un filo di extravergine.</p>

<p>[[ima2]]</p>

<p>La <em>salsa al pepe verde</em> &egrave; calda, avvolgente, aromatica, in perfetto stile <em>Roncoroni</em>. Il pepe viene messo in infusione in latte e panna, dentro ci sono salvia e dragoncello, un eccellente equilibrio di acidit&agrave;. &laquo;Abbiamo tolto qualche grano di pepe rispetto alla prima versione perch&eacute; risultava troppo forte&raquo;. Le <em>patate</em>, croccantissime, sono lavorate per un giorno intero: acqua fredda e aceto il giorno prima, per dare struttura, un&rsquo;asciugatura accurata, un primo passaggio di frittura e poi forno per &ldquo;rinvigorirle&rdquo;. Sottili, asciutte, &ldquo;rumorose&rdquo;. Sopra, <em>una vinaigrette di prezzemolo e Parmigiano </em>che aggiunge aromaticit&agrave;.</p>

<p>La porzione nasce per uno, ma &egrave; pensata anche per essere condivisa al tavolo. &laquo;A volte facciamo un giro di antipasti, poi mettiamo una steak frites centrale, la spiluccano e poi ordinano il principale&raquo;, dice <strong>Cristina</strong>. &laquo;Secondo me &egrave; perfetta anche al bancone, con un calice, all&rsquo;ora dell&rsquo;aperitivo&raquo;.</p>

<p>&nbsp;</p>

<p><strong>E AL CALICE?</strong><br />
&laquo;Mi piace abbinarla ai rossi&raquo;, commenta <strong>Cristina</strong> senza esitazioni.&nbsp;<em>Barbera</em> leggera del Monferrato, <em>Pelaverga</em> oppure <em>Malbec francese</em>, non argentino. &laquo;Ha sentori amarognoli, ma una beva semplice e intelligente. Perfetto per questo piatto&raquo;.</p>

<p>La cosa pi&ugrave; interessante della <em>Steak frites</em> di Roncoroni &egrave;, oltre alla sua aromaticit&agrave; e alle frites perfette, il suo obiettivo.&nbsp;<em>Classici Gastronomici</em> non rinnega nulla della sua identit&agrave;, anzi. Non smette di proporre quinto quarto o foie gras, ma decide di inserire un elemento in pi&ugrave;. Un piatto che permette a chi &egrave; curioso, ma titubante, di fare un passo dentro. E forse &egrave; proprio questa la mossa pi&ugrave; intelligente: ricordarsi che la cucina pu&ograve; essere identitaria e radicale, ma accogliente nell&rsquo;accesso.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/foto-roncoroni-classici-gastronomici-4.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/41269/dallitalia/dai-piatti-estremi-alla-steak-frites-la-scelta-di-roncoroni-classici-gastronomici.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/dallitalia.html">44</category>			</item>			<item>				<title>Con Rise, Roma è diventata protagonista del turismo del lusso</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/41271/dallitalia/con-rise-roma-e-diventata-protagonista-del-turismo-del-lusso.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Grande partecipazione alla seconda edizione di&nbsp;<a href="https://www.riserome.it/" rel="nofollow">Rise&nbsp;- Rome Insights Style Experience</a>, il prestigioso workshop esperienziale che dal 12 al 14 febbraio ha celebrato l&rsquo;anima pi&ugrave; elitaria della Capitale, riconfermandosi un appuntamento chiave per la promozione di Roma e del Lazio come destinazione del luxury travel.</p>

<p><em>Rise</em> &egrave; un evento della <em>Fondazione per l&rsquo;Attrazione Roma &amp; Partners</em>, organizzato dal <em>Convention Bureau Roma e Lazio</em> e promosso dall&rsquo;Assessorato ai Grandi Eventi, Sport, Turismo e Moda di Roma Capitale, con l&rsquo;obiettivo di rafforzare il posizionamento di Roma come destinazione attrattiva per il mercato del lusso internazionale, in un percorso condiviso tra istituzioni, operatori e player locali del settore. In questa prospettiva, l&rsquo;iniziativa - fortemente voluta dall&rsquo;Assessore <strong>Alessandro Onorato</strong> - nasce per intercettare una domanda sempre pi&ugrave; attenta alla qualit&agrave; dell&rsquo;offerta e al valore identitario delle destinazioni.</p>

<p><em>&laquo;Rise</em> &egrave; stata una scommessa vinta, con numeri in crescita rispetto all&rsquo;anno scorso. Siamo felici che con noi, per la prima volta, il tessuto imprenditoriale della citt&agrave; ha capito che, facendo sistema e investendo sulla citt&agrave; i benefici sono di tutti. Per troppi anni a Roma il turismo &egrave; stato gestito in modo casuale. Noi invece abbiamo adottato un approccio scientifico con una costante attivit&agrave; di comunicazione e marketing. Organizzare <em>Rise</em> rientra in questa strategia, per rafforzare il posizionamento di Roma come meta per il turismo di lusso. Non &egrave; un caso che veniamo da un triennio da record. Nel 2025con 52,9 milioni di presenze abbiamo battuto il record storico del 2024, l&#39;occupazione cresce del 5,5% all&#39;anno da un triennio, gli investimenti in citt&agrave; sono tantissimi con 27 alberghi a 5 stelle e 79 a 4 stelle aperti dal 2021 e l&#39;indotto economico del turismo, stimato da <em>Il Sole 24 ore</em> nel 2024, &egrave; pari a 13,3 miliardi di euro. E secondo le ultime stime di <em>Ernst &amp; Young</em> nel 2025 ci sono stati 630 milioni di investimenti nell&rsquo;h&ocirc;tellerie a Roma e le previsioni sul 2026 sono ancora pi&ugrave; rosee<em>&raquo;</em>, ha dichiarato <strong>Alessandro Onorato</strong>, assessore allo Sport, Turismo, Moda e Grandi Eventi di Roma Capitale.</p>

<p>[[ima2]]Il segmento degli hotel di alta gamma continua a essere trainante per l&rsquo;economia turistica della citt&agrave;, grazie alle nuove aperture e all&rsquo;aumento dell&rsquo;attrattivit&agrave; sui visitatori internazionali. Nello scenario del mercato alberghiero italiano - che ha registrato investimenti per 2,5 miliardi di euro nel 2025, il livello pi&ugrave; alto dall&rsquo;inizio degli anni 2020 secondo l&rsquo;<em>EY Italy Hotel Investment report 2025 </em>- con il 55% degli investimenti dell&rsquo;ultimo anno concentrati tra Roma, Milano, Venezia e Firenze, la Capitale guida il mercato con 630 milioni di euro, pari al 25% dei volumi totali, che continuano ad attrarre l&rsquo;interesse degli investitori per prodotti luxury e trophy asset nei principali hub turistici e finanziari del Paese.</p>

<p>&laquo;Come DMO di Roma Capitale, il nostro compito &egrave; trasformare l&rsquo;attrattivit&agrave; della citt&agrave; in valore strategico ed economico per il tessuto imprenditoriale del territorio. La seconda edizione di RISE ha consolidato questo percorso, offrendo una piattaforma premium per promuovere le eccellenze dell&rsquo;ospitalit&agrave; e dei servizi della destinazione sui mercati globali pi&ugrave; influenti, rafforzando la leadership della Capitale nel segmento del luxury travel internazionale. Desidero ringraziare l&rsquo;Assessore Alessandro Onorato per la visione che ha reso possibile questo progetto e il Presidente Onorio Rebecchini che, insieme al Convention Bureau Roma e Lazio, ha tradotto la strategia in un modello operativo efficace, oltre a tutti i partecipanti che hanno contribuito al successo dell&rsquo;evento&raquo;, ha commentato <strong>Gianluca Lo Presti</strong>, direttore generale della <em>Fondazione per l&rsquo;Attrazione Roma &amp; Partners</em>.</p>

<p>Protagonisti di questa seconda edizione, oltre 60 operatori e stakeholder della destinazione, che hanno incontrato circa 70 top buyer provenienti da tutto il mondo, con una significativa partecipazione dall&rsquo;Europa, Nord America, Middle East, LATAM e Far East. Presenti anche selezionati giornalisti, content creator e opinion leader internazionali. Nel complesso, <em>Rise</em>&nbsp;ha generato oltre 2.500 nuovi lead qualificati, confermandosi una piattaforma consolidata e strategica per la creazione di sinergie e opportunit&agrave; di business a favore dei brand della destinazione sui mercati globali.</p>

<p>[[ima3]]<em>&laquo;La seconda edizione di Rise </em>ha confermato il successo di un modello di collaborazione pubblico-privata, in cui abbiamo operato per trasformare le strategie pubbliche in opportunit&agrave; concrete. La forza dell&rsquo;evento risiede nella partecipazione attiva e nella professionalit&agrave; degli operatori locali, con i quali &egrave; stato creato un ecosistema virtuoso in cui relazioni commerciali, networking ed esperienze della destinazione si intrecciano in armonia, rafforzando in modo significativo la visibilit&agrave; internazionale dei brand di Roma e del Lazio. Ringrazio l&rsquo;assessore <strong>Onorato</strong> per il sostegno e l&rsquo;impegno nella valorizzazione della destinazione, il direttore <strong>Lo Presti</strong> per il contributo strategico alla crescita di <em>Rise</em>, e tutti gli operatori, partner e sponsor che hanno reso possibile il pieno successo dell&rsquo;iniziativa&raquo;, ha dichiarato <strong>Onorio Rebecchini</strong>, presidente del <em>Convention Bureau Roma e Lazio</em>.</p>

<p>Ad aprire i lavori &egrave; stato l&rsquo;Ice Breaker Registration presso l&rsquo;<em>Hotel de La Ville, a Rocco Forte Hotel</em>, momento introduttivo che ha favorito i primi incontri tra operatori e buyer. La giornata inaugurale &egrave; proseguita con la Grand Opening Reception nella storica Sala della Protomoteca (Campidoglio), alla presenza del sindaco di Roma, <strong>Roberto Gualtieri</strong>. A seguire, una visita privata ai Musei Capitolini, prima di raggiungere Terrazza Caffarelli. Gli incontri B2B tra operatori del territorio e buyer internazionali, gli Insight Meetings, si sono svolti nei prestigiosi hotel 5 stelle <em>The St. Regis Rome</em> e <em>Rome Cavalieri Waldorf Astoria</em>. A chiudere la manifestazione, la serata conclusiva Italian Passion - The Closing Night presso L&rsquo;Opificio Italiacamp, venue culturale nata dalla riqualificazione dell&rsquo;area Ostiense-Marconi, ideale cornice contemporanea per celebrare il dinamismo e l&rsquo;evoluzione della Capitale d&rsquo;Italia. A dare ritmo alla kermesse, le Style Experiences, esperienze immersive nell&rsquo;eleganza romana, tra artigianato, cultura, moda, design, lifestyle ed enogastronomia. Un viaggio emozionale ed emozionante che &egrave; proseguito oltre le mura cittadine fino al 17 febbraio, grazie ai post-tour organizzati alle porte di Roma, tra cui Bracciano e Cerveteri, oltre a Firenze, Napoli e nell&rsquo;entroterra dell&rsquo;Irpinia.</p>

<p><em>Rise 2026</em> segna cos&igrave; un nuovo capitolo per Roma, riaffermando il suo ruolo nel panorama internazionale del lusso e rafforzando la sua ambizione di essere capitale globale del turismo di alta gamma: una citt&agrave; in perenne trasformazione, che cambia, si evolve, restando eterna.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/rise-day-2-1.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/41271/dallitalia/con-rise-roma-e-diventata-protagonista-del-turismo-del-lusso.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/dallitalia.html">44</category>			</item>			<item>				<title>Alla (ri)scoperta dei putagé, identità dimenticata della cucina contadina</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/118/41268/in-libreria/alla-riscoperta-dei-putage-identita-dimenticata-della-cucina-contadina.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>&nbsp;</p>

<p><strong><a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/40394/ristoranti/cacciatori.html">CACCIATORI</a> a Cartosio (Alessandria)</strong><br />
[[ima4]]La Delfi della cucina del <em>putag&eacute;</em> &egrave; il ristorante <em>Cacciatori</em> di Cartosio con oltre due secoli di storia documentata (1818). Qui, a officiare e predicare il primato di quella che &egrave; una vera e propria arte del fare, &egrave; <strong>Federica</strong>. Bandite la retorica e l&rsquo;oleografia delle lente cotture, l&rsquo;approccio all&rsquo;imprescindibile stufa a legna &egrave; altamente professionale e pienamente rispondente alle pi&ugrave; esigenti contemporanee richieste di gusto e di bellezza. Pertanto, la tradizione elaborata da <strong>Federica</strong> sul glorioso <em>putag&eacute; Fargas</em> &egrave; moderna eleganza. (&hellip;) Ecco piatti iconici di una mappa del gusto tracciata sulla piastra del <em>putag&eacute;</em> con orbite di millimetrica precisione.</p>

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<p><strong>MOLLO a Torresina (Cuneo)</strong><br />
[[ima5]]A Torresina, sulle Langhe pi&ugrave; alte, all&rsquo;<em>Osteria</em> <em>Mollo</em> &egrave; l&rsquo;infaticabile <strong>Santina</strong> (classe 1946) a perpetuare una saggezza di cucina che ha come cifra la semplicit&agrave; casalinga contadina, resa possibile dal rapporto empatico con i luoghi e da una continuit&agrave; familiare che data dal 1870. E da un <em>putag&eacute;</em> entrato nell&rsquo;epica paesana. Anche qui (&hellip;), la stufa a legna &egrave; religione totalizzante praticata anche nei mesi estivi. Sul <em>putag&eacute;</em> dell&rsquo;<em>Osteria Mollo</em> vincono le verdure dell&rsquo;orto. Vince la <em>b&agrave;gna c&agrave;da</em>. Vincono le carni: il pollo alla cacciatora, il coniglio o il cinghiale al civet. Vince il rag&ugrave;. Vincono le stagioni. (&hellip;).</p>

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<p><strong><a href="https://www.trattoriasalvetti.it/" rel="nofollow">SALVETTI</a> a Paroldo (Cuneo)</strong><br />
[[ima6]]Sono ancora i boschi delle alte Langhe a nutrire il fuoco dei <em>putag&eacute;</em> di <strong>Clelia</strong> nella Paroldo delle <em>m&agrave;sche d&circ;r&ograve;le</em> e di <strong>Maria</strong> nella verticale Levice. Qui il <em>putag&eacute;</em> &egrave; stagionale. Sempre pronto comunque a ravvivarsi per situazioni particolari o specifiche richieste. Fieramente compresa della secolare storia dell&rsquo;osteria <em>Salvetti</em> (documentata dal 1920) e della cultura dei luoghi, <strong>Clelia</strong> (classe 1958) &egrave; la perfetta attualizzazione della mitica figura della <em>chisin&eacute;&circ;ra</em> langhetta: laboriosa, caparbia e schietta, dedita al benfare. (&hellip;) Tiene cara la compagnia del fuoco a legna. Un dialogo che si traduce in sapori di marcata personalit&agrave;, come la <em>b&agrave;gna c&agrave;da</em> qui identitaria (&hellip;).</p>

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<p><strong><a href="https://www.instagram.com/trattoria_il_muletto/" rel="nofollow">IL MULETTO</a> a Levice (Cuneo)</strong><br />
[[ima7]]Quella di <strong>Maria</strong> (classe 1938) &egrave;, invece, una storia figlia del Dopoguerra: nata in Sicilia; emigrata a Torino; approdata in Langa (nel 1966); diventata langhetta che pi&ugrave; langhetta non si pu&ograve; proprio attorno al <em>putag&eacute;</em> e agli insegnamenti della suocera che usava solo <em>di&agrave;n</em> e <em>dian&agrave;t</em>. Alla trattoria <em>Muletto</em> di Levice, si respira il fascino delle atmosfere d&rsquo;antan e della cucina come un dono: lungo la settimana bisogna telefonare e ... sperare; bisogna cercarla, quasi indovinarla tra le vie in discesa del paese; si entra in casa e non in trattoria; il saluto, il sorriso, i piatti di Maria sono medicamentosi come le coccole della nonna. (&hellip;).</p>

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<p><strong><a href="https://ristorantemadonnadellaneve.it/" rel="nofollow">MADONNA DELLA NEVE</a> di Cessole (Asti)</strong><br />
[[ima8]]Alla romita <em>Madonna della Neve</em> di Cessole ci sono tutti gli elementi del mito di osteria: un santuarietto agreste con il miracolo delle origini e la festa agostana; la trattoria con epiteto popolare (<em>Mad&ograve;na dla Cuca</em>) e il campo da bocce; il <em>putag&eacute;</em> con il piatto tipico. Rigorosa padrona dei riti connessi a una concezione sacrale della cucina, <strong>Piera</strong> (classe 1936) cura amorevolmente l&rsquo;operosa piastra del <em>putag&eacute; Lume</em>. Ne conosce ogni segreto e per nulla al mondo ci rinuncerebbe. &Egrave; questa l&rsquo;anima del favoleggiato ripieno delle <em>raviole del</em> <em>pl&igrave;n</em> servite alla <em>curdun&agrave;</em>, secondo l&rsquo;antica tradizione della Langa (&hellip;).</p>

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<p><strong><a href="http://www.ristorantedellaposta.it/" rel="nofollow">TRATTORIA DELLA POSTA DA GEMINIO</a> a Olmo Gentile (Asti)</strong><br />
[[ima9]]&Egrave; invece un <em>Vulkan</em> il casalingo <em>putag&eacute;</em> su cui <strong>Annita</strong> (classe 1934) a Olmo Gentile ha scritto il racconto bello della <em>Trattoria della Posta Da Geminio</em>. Il minestrone come emblema di una cucina <em>a ogg</em> e <em>a st&igrave;m</em> che rasenta la perfezione. Semplice soltanto nelle parole della dolce <strong>Annita</strong> nella descrizione di bellezza, di generosit&agrave; langhette e di influssi liguri del piatto identitario, quel &ldquo;piatto campagnolo&rdquo; che &egrave; un manifesto di bellezza e di generosit&agrave; langhette. Saperi orgogliosamente professati dalle figlie <strong>Maria Grazia</strong> e <strong>Giuseppina</strong> e dal nipote <strong>Guido</strong>. Un racconto appassionante giacch&eacute; appassionato &egrave; il loro legame con i luoghi. (&hellip;).</p>

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<p><strong>RIOSCONE ad Asti</strong><br />
[[ima10]]Fuoriporta di Asti, la <em>Trattoria Rioscone</em> &egrave; un manifesto del piemontesissimo <em>esageruma nen</em>. In un contesto di agreste essenzialit&agrave;, dal 1901 testimonia un benfare di cucina genuino, fondato sulla sopraffina conoscenza contadina della qualit&agrave; dei prodotti. Il <em>putag&eacute;</em> &egrave; il segno dell&#39;attaccamento a sapori irrinunciabili, proposti a tavola da <strong>Piero Berzano</strong> con semplicit&agrave; e senza alcun orpello. Una naturalezza che discende dal patrimonio di ricette codificato da &ldquo;nonna <strong>Vigina</strong>&rdquo;, passato per le mani di <strong>Angela</strong>, oggi rispettosamente seguito da <strong>Luciana</strong> e <strong>Svetlana</strong>. Il salame cotto e il cotechino sono aviti saperi di norcineria che rendono pieno onore alla celebrata scuola monferrina. Cos&igrave; come i sapori propriamente da <em>putag&eacute;</em>, dalla b&agrave;gna c&agrave;da alla polenta ai peperoni arrosto.</p>

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<p><strong><a href="https://www.albergoristorantelagenzianellaselvapiana.it/" rel="nofollow">LA GENZIANELLA</a> e <a href="https://www.labaitasalogni.it/" rel="nofollow">LA BAITA</a> a Fabbrica Curone (Alessandria)</strong><br />
[[ima11]][[ima12]]Nell&rsquo;alessandrina Val Curone, prodiga di boschi, di funghi e di tartufi, le sorprese. La storia di due volitivi <em>putag&eacute;</em> che, costretti per sopravvivere a venire a patti col gas, pur di non rinunciare all&rsquo;amata piastra, accettano ingegnose modifiche artigianali. Ancora: in una civilt&agrave; parca di testimonianze, ecco due santuari nello stesso comune, nelle selvose frazioni Selvapiana e Salogni di Fabbrica Curone. (&hellip;)A <em>La Genzianella</em> e a <em>La Baita</em> sono <strong>Cristiana</strong> (classe 1969) ed Elena (classe 1982) a svolgere con linguaggio contemporaneo la ricchezza di una cucina che per storia e geografia incrocia i sapori appenninici con quelli della pianura padana e della riviera ligure. Meticolose pazienti cotture regalano sapori fragranti, manifesti della modernit&agrave; della tradizione. Negli stagionali <em>vesp&egrave;n di santa Caterina</em> e nella elaborata <em>turta</em> <em>in tra biela</em> <strong>Cristiana</strong> inserisce tra gli ingredienti fondamentali i racconti e la dedizione al <em>putag&eacute;</em> di mamma <strong>Lina</strong> (classe 1941). Cos&igrave; come <strong>Elena</strong> per la stupenda <em>panissa</em> e per la <em>torta in</em> <em>pessa</em> attinge alla storia della valle, ai gesti e ai sentimenti della vita da putag&eacute; della nonna <strong>Eugenia</strong> (classe 1935) e della mamma <strong>Gabriella</strong> (classe 1959).</p>

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<p><strong><a href="https://www.albergoristorantegaribaldi.it/it/" rel="nofollow">GARIBALDI</a> a Cisterna d&rsquo;Asti (Asti)</strong><br />
[[ima13]]Nel cuore del percorso ma fuori dalla cucina, a Cisterna d&rsquo;Asti ecco la storia dell&rsquo;anziano <em>putag&eacute;</em> errante. In una stanza tutta sua del ristorante <em>Garibaldi</em>, uno dei santuari della civilt&agrave; di osteria, il vecchio <em>putag&eacute;</em> vive il riverito e coccolato riposo. Lindo nel pitturato vestito originario. Pronto ad accendersi per occasioni speciali di convivialit&agrave;. Pronto a corrispondere con chi vuole ricucire il saggio rapporto con il tempo e con i sapori della tradizione. (&hellip;) &nbsp;Protagonista &egrave; il <em>putag&eacute;</em> errante e non la cucina del <em>putag&eacute;</em>. Ma, qui, la <em>Polenta con mostarda</em> &egrave; un rito cos&igrave; intenso da indurre gli occhi e l&rsquo;animo a cercare l&rsquo;acciuga appesa al soffitto. Lo zabaglione un abbraccio.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/putage-copertina.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/118/41268/in-libreria/alla-riscoperta-dei-putage-identita-dimenticata-della-cucina-contadina.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/118/in-libreria.html">118</category>			</item>			<item>				<title>La prima Master of Wine italiana: intervista con Cristina Mercuri </title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/136/41273/in-cantina/la-prima-master-of-wine-italiana-intervista-con-cristina-mercuri-.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Toscana d&#39;origine e milanese d&#39;adozione, <strong>Cristina Mercuri</strong> ha scelto di abbandonare la carriera forense per dedicare la propria vita al vino. Prima fonda la sua societ&agrave; di consulenza, <em>Mercuri Wine Club</em>, poi affina ulteriormente il suo talento attraverso un&#39;academy specializzata in strategia, posizionamento e comunicazione del vino. &Egrave; wine editor per <em>Forbes Italia</em> e giudice internazionale per <em>Decanter</em>.</p>

<p>Dopo aver conseguito il diploma <em>WSET</em>, prosegue il percorso verso il <em>Master of Wine</em>. Con la nostra guida <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/455/bollicine-del-mondo.html">Bollicine del Mondo</a> l&#39;abbiamo premiata con grande orgoglio nel 2023. Questa la motivazione: &laquo;Per l&#39;inclinazione a formare se stessa e altri enonauti, lasciando gli abiti forensi per indossare quelli enoici e dirigersi verso una meta mai raggiunta da una donna italiana&raquo;. E quella meta <strong>Cristina</strong> l&#39;ha raggiunta. Oggi tutto il mondo del vino applaude la prima donna italiana Master of Wine.</p>

<p>[[ima2]]Chi diventa Master of Wine deve conoscere ogni aspetto del vino: enologia, viticoltura, mercati internazionali, storia e legislazione, degustazione e marketing. &Egrave; l&#39;<em>Institute of Masters of Wine</em> a esaminare prove scritte, orali, degustazioni pratiche e ad analizzare la tesi che ciascun candidato deve presentare su un tema innovativo. Occorre un mentor che ti proponga, ma il percorso resta profondamente solitario, costellato di difficolt&agrave; da superare anno dopo anno. Abbiamo raggiunto <strong>Cristina</strong> per farci raccontare il suo presente e il suo futuro dopo questo importante traguardo.</p>

<p><strong>Il titolo di Master of Wine &egrave; percepito come il vertice tecnico del settore. Nel 2026, quali competenze ritiene davvero distintive rispetto al passato?</strong><br />
&laquo;Sicuramente i titoli sono importanti e io ho lottato con tutta me stessa per raggiungere questo traguardo. Non mi stancher&ograve; mai di dire che le mie competenze, il mio studio e il mio modo di lavorare sono gli stessi di quando non avevo ancora ricevuto questo riconoscimento. Oggi le competenze essenziali nel nostro settore sono legate all&#39;empatia, all&#39;ascolto e all&#39;umilt&agrave; di dire: arrivo fino a qui, il resto lo lascio a qualcun altro. Il vino si &egrave; evoluto; la capacit&agrave; di comprenderlo come business &egrave; una scoperta relativamente recente. Forse in passato la comunicazione era zoppicante, non a caso la mia tesi parla di semiotica&raquo;.</p>

<p><strong>Programmazione e metodicit&agrave; assolute sono elementi imprescindibili per affrontare un percorso di esami teorici e pratici, culminato nella tesi finale. Ci sono stati attimi in cui &egrave; stata tentata di mollare tutto?</strong><br />
&laquo;No, mai. Ci sono stati momenti di disperazione, di incomprensione su cosa dovessi fare, ma non ho mai pensato di mollare. Il mio carattere &egrave; tenace, non mollo mai&raquo;.</p>

<p>[[ima3]]<strong>L&#39;esame finale dura quattro giornate consecutive: si degustano 36 vini alla cieca, suddivisi in batterie da 12. Le prime tre mattine sono dedicate alle prove pratiche su rossi, bianchi, rosati, spumanti e fortificati. Occorre totalizzare 300 punti, con almeno il 60% di risposte corrette sull&#39;intero esame. Cristina, alla fine di queste quattro giornate che cosa ha provato?</strong><br />
&laquo;In verit&agrave; ero stanchissima. In passato avevo gi&agrave; provato e non ero passata. Mi ero accorta di non essere in piena forma, cosa che invece non &egrave; accaduta in questa sessione. Mi sono allenata per un anno: dieta, simulazioni d&#39;esame, esercizio fisico e mentale, ginnastica e meditazione. Alla fine non ho rimuginato. Non si ha mai la certezza di aver fatto bene: solo gli sbruffoni lo pensano, e io non appartengo a quella categoria&raquo;.</p>

<p><strong>Tra cambiamenti climatici, vini dealcolati e nuove sensibilit&agrave; salutistiche, quale trasformazione crede incider&agrave; di pi&ugrave; sul concetto stesso di qualit&agrave; dei vini nei prossimi vent&#39;anni?</strong><br />
&laquo;Secondo me il trend futuro abbraccer&agrave; tutte e tre le dimensioni. Il cambiamento climatico e il mutamento dei gusti dei consumatori ci porteranno verso vini pi&ugrave; slanciati e bevibili. Sar&agrave; necessario controllare l&#39;accumulo di zuccheri e di alcol. Il vino del domani rester&agrave; alcolico, ma il dealcolato avr&agrave; un ruolo importante per ampliare l&#39;offerta in modo contemporaneo, soprattutto per i giovani consumatori&raquo;.</p>

<p>[[ima4]]<strong>La sua visione in veste di Master of Wine: oggi che altri obiettivi si pone?</strong><br />
&laquo;L&#39;obiettivo &egrave; lo stesso che avevo prima del titolo: fare sempre pi&ugrave; consulenza, offrendo strumenti alle cantine per migliorare la rete distributiva internazionale. Serve una comunicazione vicina al cliente finale. Un altro impegno per me fondamentale &egrave; quello nel sociale: sto collaborando con un&#39;associazione che lavora contro la violenza sulle donne e abbiamo creato 20 borse di studio per accedere ai diplomi <em>WSET</em>, cos&igrave; da offrire loro un futuro in questo settore. Se posso dare a queste donne un diploma internazionale, posso permettere loro di accedere a un lavoro e affrancarsi dalla dipendenza economica che spesso accompagna questo tipo di violenza&raquo;.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/400-edited.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/136/41273/in-cantina/la-prima-master-of-wine-italiana-intervista-con-cristina-mercuri-.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/136/in-cantina.html">136</category>			</item>			<item>				<title>A Busto Arsizio c'è un'insegna che gli appassionati di pizza devono tener d'occhio</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/209/41266/mondo-pizza/a-busto-arsizio-ce-uninsegna-che-gli-appassionati-di-pizza-devono-tener-docchio.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Siamo sempre alla ricerca di indirizzi da inserire sulla nostra mappa della pizza di qualit&agrave;, e questa volta la nostra implacabile passione ci porta a circa una quarantina di km da Milano, nel varesotto; mezz&rsquo;ora di auto, o comunque poco pi&ugrave; di quello che impiegheresti abitualmente per attraversare la citt&agrave;. Poi ce ne fossero anche stati altri, l&rsquo;assaggio conferma che la meta vale assolutamente il viaggio. Destinazione Busto Arsizio e la sua <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/462/37679/locali/antica-pizza.html" target="_blank">Antica Pizza</a>.</p>

<p>Si trova appena fuori dal centro di questa cittadina che sta vivendo un vivace risveglio gastronomico, proponendo tanta qualit&agrave; con un&rsquo;offerta svariata che soddisfa tutti i gusti: pensiamo al <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/462/37679/locali/antica-pizza.html" target="_blank">DEG</a>, il ristorante di <strong>Stefano De Gregorio </strong>- praticamente vicino di casa di <em>Antica Pizza</em> - con la sua tavola mediterranea, o <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/462/35382/locali/bar-is-the-name.html" target="_blank">Bar is the name</a>, cocktail bar premiato dalla <em>Guida ai Cocktail bar d&rsquo;autore</em> <em>di Identit&agrave; Golose 2026</em> aggiudicandosi il riconoscimento <em>Identit&agrave; Future</em>, che valorizza chi ha scommesso sul proprio talento e sulle proprie idee per raggiungere traguardi importanti.</p>

<p>[[ima2]]</p>

<p>Ma torniamo ad <em>Antica Pizza</em>. Entriamo: la sala &egrave; gremita e a darci il benvenuto c&rsquo;&egrave; subito il pass, dove sfilano le creazioni appena sfornate da <strong>Luigi Vaccaro</strong>, pizzaiolo poco pi&ugrave; che trentenne. Inizia il suo percorso con pap&agrave; <strong>Pino</strong>, sempre al suo fianco, supportato dal fratello <strong>Nicola</strong> e da sua mamma <strong>Viviana</strong>, all&rsquo;accoglienza. Uniti, coesi anche quando quest&rsquo;insegna proponeva solo pizza d&rsquo;asporto.</p>

<p>La storia di <em>Antica Pizza</em>, dopotutto, comincia molto prima, quando <strong>nonno Gigino</strong> porta per la prima volta la tradizione dei Monti Lattari &ndash; Costiera Amalfitana - a Busto. Quindi, il passaggio di consegne a <strong>Pino</strong> e <strong>Viviana</strong> che cominciano con pizze takeaway, mantenendo l&rsquo;identit&agrave; del luogo che diventa un locale con posti a sedere nel 2016, per concludere con l&rsquo;ultima ristrutturazione del &rsquo;24.</p>

<p>Questa, assieme a un look tutto nuovo, apporta nuova linfa a tavola. Ed &egrave; qui che subentra quell&rsquo;animo un po&rsquo; irrequieto &ndash; nel senso pi&ugrave; intraprendente del termine - di <strong>Luigi</strong>, che sceglie di alzare l&rsquo;asticella di un prodotto gi&agrave; amato diffusamente, per quel bisogno tutto suo di evolvere, certo, ma anche per abituare il pubblico di <em>Antica Pizza</em> a un livello qualitativo ed &ldquo;esplorativo&rdquo; sempre pi&ugrave; ambizioso. Lo fa a prezzi contenuti (un menu degustazione da 5 assaggi qui costa 32 euro a persona), ragionati, senza rinunciare a un lavoro di culturalizzazione di chi frequenta il locale, che una volta provato il buono, difficilmente torna indietro. Ed &egrave; qui che subentra la forza dell&rsquo;identit&agrave;: non conta dove un locale si trovi -&nbsp;in provincia o in citt&agrave; per intenderci -; quel che conta sono le idee, la determinazione nel portarle avanti, certi che quella sia l&rsquo;unica strada possibile.</p>

<p>[[ima3]]</p>

<p>Un intento che nelle pizze di <strong>Luigi</strong> si manifesta in un grande lavoro sulle cotture e sugli impasti, diversi, tutti realizzati con estrema cura: gusto, consistenza e dopo 5 assaggi piuttosto sostanziosi, proseguiremmo ancora. Il palato &egrave; sereno senza aggressioni provocate da eccessiva sapidit&agrave;, mentre al risveglio non sentiamo traccia alcuna di quanto degustato la sera precedente, se non la eco di un piacere prolungato.</p>

<p>[[ima4]]</p>

<p>L&rsquo;avvio &egrave; segnato dalla <em>Margherita</em>, una tonda classica cotta in forno a legna. Questo conferisce un gusto originario, antico, amplificato da un filo d&rsquo;olio a crudo che esalta la ricchezza del pomodoro e di un buon fiordilatte. Caratteristica &egrave; la sofficit&agrave; dell&rsquo;impasto, che si estende dalla punta al cornicione.</p>

<p>[[ima5]]</p>

<p>Il secondo passaggio ci porta in Costiera Amalfitana. Che non &egrave; solo mare, ma una terra preziosa con i suoi profumi scalfiti nel ricordo, perpetuato da <strong>Luigi</strong> nell&#39;uso del finocchietto. Quest&rsquo;ultimo arricchisce un impasto integrale, diretto, preparato al mattino per la sera. La struttura cambia nettamente: quella scioglievolezza iniziale &egrave; sostituita da un morso ruvido. C&rsquo;&egrave; un accenno di croccante, il cornicione si mantiene pi&ugrave; basso mentre questa farina grezza regala una sensazione di gusto piena, che esprime calore. Si sposa perfettamente con una farcia tradizionale e goduriosa: salsiccia, friarielli, provola affumicata e un po&rsquo; di peperone crusco fritto, che sprigiona una dolcezza equilibrata al morso.</p>

<p>[[ima6]]</p>

<p>Terza fase: un croccante assoluto esplode al primo morso, aprendo la strada verso un impasto arioso. &Egrave; la <em>pizza in doppia cottura,</em> fritta e ripassata in forno; viene immersa in olio bollente e poi asciugata in forno elettrico, necessitando di temperature pi&ugrave; basse rispetto a un forno a legna. La proviamo nella versione <em>Pi&ugrave; che una provola e pepe,</em> condita con rag&ugrave; ai tre pomodori, provola affumicata, pepe tostato e parmigiano a profusione. Divina.</p>

<p>Prima del gran finale, si torna all&rsquo;impasto classico, con una tonda cotta a legna e questa volta <strong>Luigi</strong> punta su una ricetta a lui cara: sfiziosa, ricca, ma bilanciata &egrave; la <em>Ricordo di una pasta e patate</em>. Queste non vengono lavorate eccessivamente e rese cremose, ma mantengono ruvidit&agrave;, consistenza per poter gustare a pieno l&rsquo;ingrediente, cotte con un po&rsquo; di carota e cipolla; poi provola affumicata, guanciale, pepe e parmigiano.</p>

<p>Solitamente il fritto &egrave; riservato all&rsquo;inizio, ma qui viene proposto in conclusione al percorso e la scelta non ci sembra affatto azzardata: intanto, il fritto non aggredisce un palato ancora pulito, quale &egrave; al principio. E poi, esiste dessert migliore di una&nbsp;montanara?&nbsp;O&nbsp;per meglio dire, della sua <em>Scarpetta</em>. Questa nuvola fritta, dorata, soffice, non viene condita in cima, ma servita nuda, accompagnata da una scodella piena di sugo al pomodoro nella quale intingere fino alla fine ogni boccone.</p>

<p><em>Antica Pizza</em>, piacere contemporaneo.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/exp-78.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/209/41266/mondo-pizza/a-busto-arsizio-ce-uninsegna-che-gli-appassionati-di-pizza-devono-tener-docchio.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/209/mondo-pizza.html">209</category>			</item>			<item>				<title>Nel cuore del Chianti, da Ristorante Nello non si mangia &quot;il Chianti&quot;</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/41270/dallitalia/nel-cuore-del-chianti-da-ristorante-nello-non-si-mangia-il-chianti.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Nel Chianti succede spesso una cosa curiosa: si mangia Chianti anche quando non se ne avrebbe voglia. &Egrave; un territorio cos&igrave; identitario da diventare quasi prescrittivo. Bistecca, crostini, rag&ugrave;, sangiovese. Comfort, ripetizione, rassicurazione. Poi, a San Casciano in Val di Pesa, qualcuno decide che la campagna pu&ograve; essere un luogo di libert&agrave; invece che di replica. E lo fa proprio partendo da una trattoria storica, una di quelle dove per decenni si &egrave; mangiato esattamente ci&ograve; che ci si aspettava.</p>

<p><a href="https://nelloristorante.it/" rel="nofollow">Ristorante Nello</a> oggi &egrave; un cortocircuito geografico prima ancora che gastronomico. Sta nel cuore del Chianti, ma rifiuta di cucinare il Chianti come lo si immagina. Non per provocazione, non per snobismo, ma per necessit&agrave; espressiva. <strong>Federico Migliori</strong> e <strong>Chiara Zanetti</strong> arrivano qui dopo aver girato l&#39;Italia, dopo essersi formati, dopo aver capito che la citt&agrave; avrebbe imposto compromessi. La campagna invece no. La campagna, se scelta bene, permette di essere radicali con discrezione.</p>

<p>[[ima2]]<strong>Federico</strong> &egrave; uno chef giovane ma con un&#39;idea sorprendentemente lucida di cosa significhi cucinare oggi. <strong>Chiara</strong> governa la sala e il mondo dolce con la stessa precisione emotiva. Insieme prendono un luogo carico di memoria e decidono di non cancellarla. Il nome resta, la cantina resta, il resto cambia. &Egrave; una scelta sottile e intelligente: non rinnegare settant&#39;anni di storia ma dichiarare che il presente ha diritto a un linguaggio nuovo. Anche lontano dai centri urbani. Anzi soprattutto l&igrave;.</p>

<p>Da <em>Nello</em> la semplicit&agrave; non &egrave; nostalgia, ma sottrazione. I piatti sono costruiti con pochi elementi, scelti con una cura quasi ossessiva, lavorati attraverso tecniche contemporanee che non si vedono ma si sentono. Fermentazioni, <em>garum</em>, <em>miso</em>, <em>koji</em> entrano in cucina senza travestimenti folkloristici. Non sono citazioni esotiche ma strumenti. La tradizione toscana rimane come memoria gustativa, non come gabbia.</p>

<p>[[ima4]]Il menu &egrave; pensato come una serie di possibilit&agrave;, non come un percorso obbligato. C&#39;&egrave; l&#39;istinto carnivoro, quello marino, quello vegetale, quello pi&ugrave; legato alle radici. E poi c&#39;&egrave; la fiducia totale, quella di chi accetta di mangiare senza sapere cosa arriver&agrave;. In ogni caso il filo conduttore resta lo stesso: piatti essenziali che colpiscono con precisione, senza rumore inutile. La cucina di <strong>Migliori</strong> non cerca l&#39;effetto speciale ma lo spostamento percettivo. Ti porta dove pensavi di sapere gi&agrave;, poi cambia leggermente l&#39;angolazione.</p>

<p>[[ima5]]Il manifesto di questa filosofia &egrave; un piatto che sembra una <em>Fiorentina</em> ma non lo &egrave; affatto. Una <em>Tartara</em> che riproduce l&#39;idea della bistecca senza copiarne la forma, con affumicature, midollo, <em>garum</em> e patate ridotte a <em>chips</em> sottilissime. &Egrave; un gioco serio, un omaggio che non scimmiotta. Come a dire che si pu&ograve; rispettare un mito senza replicarlo.</p>

<p>E poi c&#39;&egrave; il dessert, che fa esattamente la stessa cosa da un altro punto di vista. Un <em>Tiramis&ugrave;</em> che non vuole essere <em>Tiramis&ugrave;</em>, che unisce Friuli e Toscana, tabacco e caff&egrave;, dolcezza e affumicatura. Un sigaro che si mangia, una cenere che non sporca. Anche qui l&#39;idea &egrave; chiara: la tradizione &egrave; un materiale vivo, non una formula.</p>

<p>[[ima3]]La sala accompagna tutto questo con coerenza. Gli arredi eleganti, i velluti blu, le opere di <strong>Mirko Buoni</strong> che esplodono sulle pareti come traduzioni cromatiche dei piatti. Non decorazione ma dialogo. Il colore diventa gesto, la materia pittorica richiama quella culinaria. L&#39;esperienza &egrave; pensata come un insieme, non come una sequenza di portate.</p>

<p>La carta dei vini segue lo stesso principio: Toscana ben presente ma non monopolista, aperture intelligenti al resto d&#39;Italia e qualche deviazione francese. Senza dogmi, senza provincialismi. Il servizio &egrave; attento ma mai rigido, consapevole che oggi l&#39;alta cucina non ha bisogno di distanza per essere credibile.</p>

<p>[[ima4]]<em>Ristorante Nello</em> &egrave; la dimostrazione che la campagna non &egrave; un limite ma un amplificatore. Che si pu&ograve; fare ricerca senza essere urbani, che si pu&ograve; essere contemporanei senza essere metropolitani. E soprattutto che anche nel Chianti si pu&ograve; mangiare qualcosa di diverso dal Chianti. Senza sensi di colpa. Con molto piacere.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/coppia-titolari.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/41270/dallitalia/nel-cuore-del-chianti-da-ristorante-nello-non-si-mangia-il-chianti.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/dallitalia.html">44</category>			</item>			<item>				<title>Non solo una lista di piatti: il menu come contratto tra ristorante e cliente</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/41261/dallitalia/non-solo-una-lista-di-piatti-il-menu-come-contratto-tra-ristorante-e-cliente.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Quando si sente parlare di menu, spesso lo si liquida come una semplice lista: antipasti, primi, secondi, dessert. Una specie di inventario gastronomico, utile giusto per scegliere cosa mangiare. Eppure, chiunque abbia mai aperto un ristorante &ndash; o semplicemente si sia seduto al tavolo con un po&rsquo; di attenzione &ndash; sa che il menu&nbsp;&egrave; molto di pi&ugrave;. &Egrave; il primo dialogo tra il locale e il cliente. Racconta una storia, suggerisce un&rsquo;atmosfera, promette un&rsquo;esperienza ancora prima che arrivi il piatto.</p>

<p>Pensiamo a quando entriamo in un ristorante dove non siamo mai stati precedentemente. Prima ancora di assaggiare qualcosa, iniziamo a farci un&rsquo;idea: il menu&nbsp;&egrave; essenziale o prolisso? Elegante o informale? Tradizionale o creativo? In quelle pagine (o su quella lavagna) c&rsquo;&egrave; gi&agrave; l&rsquo;identit&agrave; del locale. Ed &egrave; proprio per questo che progettare un menu&nbsp;non &egrave; solo un esercizio di fantasia culinaria: serve metodo, consapevolezza commerciale e &ndash; dettaglio tutt&rsquo;altro che secondario &ndash; attenzione alle regole.</p>

<p>Perch&eacute; il menu, al di l&agrave; del suo fascino narrativo, ha anche un suo peso giuridico. Non &egrave; un semplice supporto informativo: &egrave; una parte vera e propria del contratto che si conclude tra cliente ed esercente.</p>

<p>La scena &egrave; quotidiana. Il cliente legge il menu, sceglie un piatto, lo ordina. Il ristoratore (o il cameriere, in sua vece) accetta l&rsquo;ordine. In quel preciso istante nasce un accordo. Da un lato, il locale si impegna a servire ci&ograve; che ha promesso, alle condizioni descritte; dall&rsquo;altro, il cliente si obbliga a pagare il prezzo indicato per quanto consumato. Proprio perch&eacute; il menu&nbsp;&egrave; la base di questo accordo, la legge pretende che sia chiaro, leggibile e trasparente. I prezzi devono essere indicati in modo comprensibile, senza giochi di prestigio. Non solo quelli delle singole portate e delle bevande, ma anche eventuali costi aggiuntivi: coperto, supplementi, maggiorazioni. Il principio &egrave; semplice: il cliente deve sapere, prima di ordinare, quanto spender&agrave;. Solo cos&igrave; la sua scelta pu&ograve; dirsi davvero consapevole.</p>

<p>[[ima2]]A rendere questo obbligo ancora pi&ugrave; concreto c&rsquo;&egrave; una norma che arriva da lontano, ma che &egrave; tutt&rsquo;altro che superata. L&rsquo;articolo 180 del Regio Decreto n. 635 del 1940 impone agli esercizi di somministrazione di rendere visibile il listino prezzi, attraverso il menu&nbsp;o altri strumenti idonei all&rsquo;interno del locale. Violarlo pu&ograve; costare una sanzione amministrativa fino a 308 euro. Lo stesso vale per i piatti del giorno, le proposte dello chef, le tentazioni fuori menu:&nbsp;devono rispettare la stessa logica di trasparenza.</p>

<p>Se il prezzo non &egrave; indicato per iscritto, deve essere comunicato chiaramente a voce prima dell&rsquo;ordine. Diversamente, il rischio &egrave; quello di trasformare una sorpresa culinaria in una spiacevole sorpresa al momento del conto. Ecco perch&eacute; il menu&nbsp;non &egrave; un semplice foglio di carta o una schermata digitale. &Egrave; uno strumento strategico che incide sull&rsquo;esperienza dell&rsquo;ospite, sulla reputazione del locale e sulla solidit&agrave; del suo modello di business. Un buon menu&nbsp;deve sedurre, raccontare e guidare. Ma deve anche essere corretto, trasparente e conforme alle regole.</p>

<p>&Egrave; una questione di fiducia. Un cliente che si sente informato e rispettato &egrave; un cliente che torna. Un cliente che scopre costi inattesi difficilmente dimentica l&rsquo;esperienza, anche se il piatto era eccellente.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/contratto-menu-klun.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/41261/dallitalia/non-solo-una-lista-di-piatti-il-menu-come-contratto-tra-ristorante-e-cliente.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/dallitalia.html">44</category>			</item>			<item>				<title>Al Plénitude, dove chef Arnaud Donckele propone un menu dedicato alle salse</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/95/41225/dal-mondo/al-plenitude-dove-chef-arnaud-donckele-propone-un-menu-dedicato-alle-salse.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Pu&ograve; una cucina essere barocca e allo stesso tempo contemporanea? Avere le rotondit&agrave; del tempo, della grandiosit&agrave; del bagaglio culturale che porta con s&eacute;, e nonostante questo risultare gioiosa, sorridente, piacevolmente d&#39;intrattenimento?&nbsp;Il gioco sembrerebbe difficile, quasi impossibile, se non si fosse alla corte di uno dei pi&ugrave; lussuosi e interessanti tristellati di Francia, il <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/38676/locali/plenitude-al-cheval-blanc.html">Pl&eacute;nitude</a> di<strong> Arnaud Donckele,</strong> custodito come un gioiello all&#39;interno di uno dei pi&ugrave; begli hotel del mondo, quel <a href="https://www.chevalblanc.com/en/" rel="nofollow">Le Cheval Blanc</a> che offre ai suoi ospiti una vista sulla Senna e un servizio straordinario fatto di piccole attenzioni e dettagli eccellenti.&nbsp;</p>

<p>Le parole chiave per descrivere il <em>Pl&eacute;nitude</em>, e questa magia di equilibri che riesce a creare, sono diverse, ma pi&ugrave; di tutte ne spicca una: <em>ospitalit&agrave;</em>. Non &egrave; un caso che il ristorante - quattordicesimo nella <a href="https://www.theworlds50best.com/" rel="nofollow">The World&#39;s 50 Best Restaurants</a> - abbia vinto nel 2024 l&#39;<em>Art of Hospitality Award</em>, il premio alla capacit&agrave; di accogliere e di far sentire il cliente a proprio agio. &Egrave; proprio in quell&#39;alchimia che si crea, con un servizio giovane e sorridente, garbato e accudente, preciso ma mai ingessato, che si trova una delle chiavi di riuscita di una cena sontuosa, francesissima, importante ma mai, neanche per un momento, noiosa.&nbsp;</p>

<p>[[ima4]]Ed &egrave; in questa sala d&#39;orchestra perfetta, dove nessuna sbavatura avviene e la musica viaggia in precisa armonia con chi l&#39;ascolta, che va in scena, un piatto dopo l&#39;altro, la bravura di <strong>Arnaud Donckele</strong>. Un costante omaggio alla Francia e alle sue tecniche, al gusto e al suo piacere, con un menu che pone al centro ci&ograve; che pi&ugrave; di ogni altra cosa rappresenta l&#39;alta cucina d&#39;Oltralpe: la salsa. In ogni portata di un menu che dichiara il suo intento fin dal nome (&quot;<em>Sauces</em>&quot;), &egrave; sempre la salsa ad essere al centro, protagonista assoluta del concetto, compressione dei sapori in potenza. Il resto - carne, vegetale, pesce - &egrave; contorno.&nbsp;</p>

<p>Anche quando la materia prima &egrave; preziosa, come nel caso di un gambero, il suggerimento &egrave; di partire dalla salsa, di assaggiare quella, e solo in seguito di usare ci&ograve; che c&#39;&egrave; nel piatto per accompagnarla, facendone un uso generoso. Perch&eacute; &egrave; la salsa che esalta la complessit&agrave; della sardina grigliata di <em>Eden</em>, un piatto a cui lo chef ha lavorato dieci anni prima di servirlo al <em>Pl&eacute;nitude</em> il primo giorno dell&#39;apertura, il 7 settembre 2021, e mai pi&ugrave; toglierlo dalla carta. Ed &egrave; il consomm&eacute; ci&ograve; che porta in bocca il sapore concentrato dello scampo in un piatto come <em>Buisson divin</em>, che prosegue la strada di un percorso dai nomi evocativi che pare avere un suo apice in un piatto pieno e ricco come <em>Ocre tannique</em>, con due diverse salse ad abbracciare la triglia e un tortellino di riccio di mare. Si scende poi nella delicatezza di <em>Plume sauvage</em>, un consomm&eacute; caldo, servito per tutti allo <em>chef&#39;s table</em>, mentre la cucina continua a danzare per tornare a picchiare sul palato con il basilico, totale protagonista della cr&egrave;me marbr&eacute;e <em>Terra botanica</em>, servita con pollo al burro al tartufo.&nbsp;</p>

<p>[[ima2]][[ima3]]Prima del dolce, con la sua salsa al kiwi con infusione di zenzero e agastache, vale la pena di dedicare un momento (e un po&#39; di spazio) alla sala dei formaggi, un autentico paradiso per gli amanti del genere. Si sceglie un piatto, pescandolo tra porcellane decorate dal grazioso effetto vintage, e ci si lascia guidare nel mondo dell&#39;eccellenza casearia francese (e non solo).&nbsp;</p>

<p>Poi, si torna in equilibrio, sul filo che separa la grandiosit&agrave; dall&#39;opulenza, il passato dalla storia, in bilico come solo i grandi acrobati sanno dominare. Il risultato, da <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/38676/locali/plenitude-al-cheval-blanc.html">Pl&eacute;nitude</a>, &egrave; una cena di cui godere, una di quelle che aprono gli occhi su quanto pu&ograve; essere un universo meraviglioso e ricco il fine dining d&#39;autore.&nbsp;</p>

<p>Dopotutto, siamo a Parigi, e qui tutto &egrave; speciale.&nbsp;</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/cheval-blanc-paris-plenitude-chef-arnaud-donckele-laurent-dupont.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/95/41225/dal-mondo/al-plenitude-dove-chef-arnaud-donckele-propone-un-menu-dedicato-alle-salse.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/95/dal-mondo.html">95</category>			</item>			<item>				<title>Lavorare gratis? Quando uno stage può essere davvero utile (oppure no)</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/95/41265/dal-mondo/lavorare-gratis-quando-uno-stage-puo-essere-davvero-utile-oppure-no.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>&nbsp;</p>

<p>Ho lavorato otto mesi gratis nel miglior ristorante del mondo, nel 2006:&nbsp;una pratica che da allora &egrave; diventata molto comune nel settore della ristorazione. L&rsquo;anno prima avevo gi&agrave; fatto un altro stage di quattro mesi e entrambi hanno segnato l&rsquo;inizio della mia carriera. Sono passati vent&rsquo;anni e molte cose sono cambiate. Nei miei ristoranti ho avuto il piacere di accogliere e ospitare molti stagisti e credo possa essere utile, dalla mia posizione &mdash; che mi ha permesso di vivere entrambe le situazioni &mdash; chiarire cosa significhi davvero fare uno stage, quali benefici si possano trarre e quali insidie evitare.</p>

<p>&nbsp;</p>

<p><strong>Cos&rsquo;&egrave; davvero uno &ldquo;stage&rdquo;</strong><br />
Uno stage non &egrave; un apprendistato e non dovrebbe essere considerato tale. Va visto come un accordo temporaneo con un impegno limitato da entrambe le parti. Non sei assunto, quindi puoi andartene. Non sei pagato, quindi c&rsquo;&egrave; un limite a ci&ograve; che ci si pu&ograve; aspettare da te e a ci&ograve; che tu puoi aspettarti in cambio. Vai per imparare e, in cambio, svolgi il lavoro che pu&ograve; rendere la vita pi&ugrave; facile a chi dedica tempo a insegnarti cose che altrove non potresti imparare.</p>

<p>&nbsp;</p>

<p>[[ima2]]<strong>Perch&eacute; l&rsquo;ho fatto</strong><br />
Nel 2005, prima dell&rsquo;iPhone, non c&rsquo;era praticamente modo di capire cosa stessero facendo davvero le migliori cucine del mondo se non andando l&igrave; di persona. Non esistevano YouTube o Instagram: solo leggende e voci. L&rsquo;unico modo per accedere a quella conoscenza era essere fisicamente presenti. Avevo cinque anni di esperienza in ristoranti di fascia media a Copenaghen e Parigi. Volevo vedere il vertice. Cos&igrave; mandai email a tutti i ristoranti tre stelle Michelin di Parigi. Uno solo rispose, <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/40393/ristoranti/le-taillevent.html">Le&nbsp;Taillevent</a>. Vi andai per quattro mesi. Mi apr&igrave; la mente, soprattutto per il livello delle materie prime, che non avevo mai visto prima. E mentre ero l&igrave; conobbi qualcuno che mi mise in contatto con <em>ElBulli</em>.</p>

<p>All&rsquo;epoca <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/ElBulli" rel="nofollow">ElBulli</a> era, sotto ogni punto di vista, il miglior ristorante del mondo. Quattromila persone si candidavano ogni anno per lavorarci gratis per otto mesi. Io diventai una di loro. Molto del lavoro era noioso &mdash; passavamo ore a bollire zucche e togliere i semi perch&eacute; <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/6/157/chef-e-protagonisti/ferran.html">Ferran</a> riteneva che quello fosse il loro sapore essenziale. Una visione eseguita da un esercito di mani senza un vero modello economico che la giustificasse. Ne &egrave; valsa la pena? Per me s&igrave;, totalmente. Quando tornai a Copenaghen, dopo aver lavorato nel miglior ristorante del mondo, ottenni il lavoro in quello che presto sarebbe diventato il miglior ristorante del mondo: <a href="https://noma.dk/" rel="nofollow">Noma</a>.</p>

<p>Ma voglio essere chiaro: per molte persone che erano a <em>ElBulli</em> nello stesso periodo, non ne &egrave; valsa la pena. Ci&ograve; che ottieni dipende da quello che porti con te, ma non solo. Pianificazione sbagliata, motivazioni errate e aspettative distorte possono comportare grandi rischi.</p>

<p>&nbsp;</p>

<p><strong>Il rischio</strong><br />
Puoi ritrovarti in una cucina a fare lavori ripetitivi e senza senso per settimane, senza accesso alle cose che volevi vedere e senza modo di usare davvero ci&ograve; che hai imparato quando te ne vai. Succede. Pi&ugrave; spesso di quanto si pensi. Accade spesso nelle grandi cucine dei ristoranti pi&ugrave; prestigiosi. Il prestigio attira molti giovani cuochi con poca esperienza, e quello che ne ricavano pu&ograve; essere davvero poco. Il problema &egrave; andare nel posto sbagliato nel momento sbagliato della propria carriera.</p>

<p>In entrambi i miei stage mi offrirono di restare. Rifiutai. Mi piaceva la libert&agrave; dell&rsquo;impegno limitato. Ma quella stessa libert&agrave; significa che devi usarla: se un posto non ti d&agrave; nulla, vai via. Educatamente, professionalmente, ma vai via.</p>

<p>&nbsp;</p>

<p>[[ima3]]<strong>Come evitare di perdere tempo? &mdash; Scegliere il posto giusto</strong><br />
Uno stage dovrebbe essere visto come una vacanza lavorativa: 2-3 mesi in cui investi per ampliare i tuoi orizzonti. Non scegliere nomi enormi solo perch&eacute; fanno bella figura sul curriculum vitae: non ne vale la pena oltre il prestigio.</p>

<ol>
	<li data-end="4445" data-start="4220"><strong>Fai esperienza prima di partire</strong>. Almeno cinque anni. Uno stage &egrave; osservazione, e non puoi osservare ci&ograve; che non hai ancora le basi per capire. Non sei l&igrave; per imparare il mestiere da zero. Sei l&igrave; per ampliare i tuoi orizzonti.</li>
	<li data-end="4801" data-start="4447"><strong>Scegli dove andare in base a ci&ograve; di cui hai davvero bisogno, non al prestigio</strong>. Vai dove puoi colmare una lacuna specifica della tua cucina. Sei debole sul pesce? Vai nei Paesi Baschi. Curioso della cucina nordica? Vai a Copenhagen o Stoccolma. Lo stage giusto per te non &egrave; la cucina pi&ugrave; famosa, ma quella che ti ispira adesso. Non il tuo curriculum vitae o il tuo ego.</li>
	<li data-end="4967" data-start="4803"><strong>Scegli una citt&agrave;</strong>. Una grande citt&agrave; gastronomica ti d&agrave; opzioni. Se il primo posto non funziona, puoi trovarne un altro. Questa flessibilit&agrave; vale pi&ugrave; di quanto pensi.</li>
	<li data-end="5327" data-start="4969"><strong>Scegli una cucina piccola</strong>. Dieci persone al massimo. Dieci persone valide in una cucina che merita il viaggio sono dieci persone da cui puoi davvero imparare. Cinquanta persone significano quarantanove persone tra te e tutto ci&ograve; che sei venuto a vedere. Gestire cos&igrave; tante persone &egrave; un inferno (lo so, ci ho provato) e la maggior parte del tempo &egrave; solo caos.</li>
	<li data-end="5612" data-start="5329"><strong>Massimo due mesi</strong>. Pensalo come una vacanza lavorativa. Non resteresti in vacanza per sei mesi. Il rendimento diminuisce. Due mesi, ben pianificati, bastano. Puoi dividerli tra pi&ugrave; posti e lasciare spazio anche per mangiare in citt&agrave; o conoscere altri locali: &egrave; una mossa intelligente.</li>
</ol>

<p>&nbsp;</p>

<p><strong>Lo stage: cosa ricordare quando entri</strong><br />
Hai deciso di partire e trovato uno o pi&ugrave; posti che vuoi esplorare. Ecco cosa tenere a mente quando entri in cucina:</p>

<ol>
	<li data-end="5977" data-start="5744"><strong>Non accettare abusi</strong>. Inutile dirlo: se non ti senti a tuo agio, esci. Nessun datore di lavoro futuro che valga la pena conoscere si aspetter&agrave; mai che tu accetti abusi fisici o mentali. Una blacklist non esiste; se esistesse, lo saprei, fidati.</li>
	<li data-end="6318" data-start="5979"><strong>Comportati bene</strong>. Rispetta le persone attorno a te e ti rispetteranno. Se hai viaggiato per vedere cosa fanno, probabilmente la pressione &egrave; alta e l&rsquo;intensit&agrave; molto forte. Sii una risorsa per chi si prende il tempo di insegnarti e la maggior parte degli chef ti ripagher&agrave;. Se non succede? Aspetta qualche giorno e, se ancora nulla, vai via.</li>
	<li data-end="6450" data-start="6320"><strong>Allinea le tue aspettative</strong>. Un grande ristorante &egrave; un ristorante molto impegnato, gli orari saranno lunghi e i piedi faranno male.</li>
	<li data-end="6922" data-start="6452"><strong>Lascia l&rsquo;ego fuori dalla porta</strong>. Qualunque sia la tua esperienza, ascolta e prendi appunti. Non hai viaggiato per insegnare loro i tuoi trucchi. Rendi piacevole insegnarti qualcosa. Ricorda che chi ti segue nella tua partita non necessariamente ti ha scelto. Ha il suo lavoro da fare e tu puoi essere una risorsa oppure un problema. Sii concentrato, umile, utile. L&rsquo;ego &egrave; il modo pi&ugrave; veloce per finire in un angolo senza fare nulla di interessante per il resto del tempo.</li>
	<li data-end="7179" data-start="6924"><strong>Goditela</strong>. Fai domande, crea amicizie, sviluppa idee e lasciati ispirare. Si impara sia da ci&ograve; che ti piace sia da ci&ograve; che non ti piace. La bellezza &egrave; che potrai cercare di ottenere la prima cosa e correggere la seconda quando sar&agrave; il tuo turno di guidare.</li>
</ol>

<h2 data-end="7198" data-section-id="1ediqlg" data-start="7181">&nbsp;</h2>

<p data-end="7198" data-section-id="1ediqlg" data-start="7181">[[ima4]]<strong>In conclusione</strong><br />
Esiste un dibattito legittimo sullo stage come istituzione: potere, lavoro e chi ne trae davvero beneficio. &Egrave; un dibattito benvenuto e devo essere onesto sulla mia posizione: credo prima di tutto nella capacit&agrave; delle persone di prendere decisioni giuste per s&eacute;. &Egrave; importante raggiungere un certo livello di maturit&agrave; professionale e personale prima di esporsi a un sistema che pu&ograve; darti molto, ma dove tu conti poco. Chiamandolo per ci&ograve; che &egrave; e comprendendolo bene, puoi trarne beneficio invece di esserne sfruttato.</p>

<p data-end="8168" data-start="7716">Uno stage non pu&ograve; formarti come chef. Pu&ograve; solo ampliare i tuoi orizzonti e, al massimo, ispirarti. Se parti prima di essere pronto, senza una ragione chiara, solo per inseguire il prestigio, sprecherai tempo e potresti perfino perdere la voglia di cucinare. Ma se vai con cinque anni di esperienza alle spalle, una curiosit&agrave; precisa, una citt&agrave; in cui arrivare e una piccola cucina in cui lavorare,&nbsp;pu&ograve; aprirti porte che non sapevi nemmeno esistessero.</p>

<p data-end="8464" data-start="8170">Nessuno &egrave; obbligato a fare uno stage. Non esiste un unico percorso verso la vetta di questa professione. Ma, se fatto bene, una vacanza lavorativa in una cucina che ti interessa davvero &egrave; una delle cose pi&ugrave; stimolanti che puoi fare e pu&ograve; valere assolutamente il tuo tempo e il tuo investimento.</p>

<p data-end="8710" data-start="8466"><a href="https://youtu.be/33Wqn9AxkmQ" rel="nofollow">Ho anche realizzato un video che &egrave; online</a>. Consideralo un&rsquo;introduzione. Molto va ancora detto &mdash; quali sono i segnali d&rsquo;allarme, come entrare davvero in un ristorante da stagista, cosa rende uno stage una grande esperienza o uno spreco di tempo. Guarda il video&nbsp;<a href="https://youtu.be/33Wqn9AxkmQ" rel="nofollow">qui</a> e dimmi di cosa hai bisogno. Costruir&ograve; il resto attorno alle tue domande, che <a href="https://www.puglisi.co/p/the-stage" rel="nofollow">potrai rivolgermi anche qui</a>.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/stage.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/95/41265/dal-mondo/lavorare-gratis-quando-uno-stage-puo-essere-davvero-utile-oppure-no.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/95/dal-mondo.html">95</category>			</item>			<item>				<title>Perché leggere &quot;Prendo fiato&quot;, il libro sulla cucina italiana premiata dall’Unesco</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/118/41252/in-libreria/perche-leggere-prendo-fiato-il-libro-sulla-cucina-italiana-premiata-dallunesco.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>&nbsp;</p>

<p>Cinque anni di lavoro, una rete di istituzioni, studiosi e cuochi: in primis&nbsp;<strong>Massimo Bottura</strong>, senza dimenticare&nbsp;<strong>Antonino Cannavacciuolo,&nbsp;Carlo Cracco</strong>,&nbsp;<strong>Davide Oldani,&nbsp;Niko Romito,&nbsp;Antonia Klugmann </strong>e molti altri. &Egrave; il dietro le quinte raccontato da <em>Prendo fiato: come ho portato la cucina italiana all&rsquo;Unesco</em>&rdquo; (<a href="https://marettimanfredi.it/prodotto/prendo-fiato/" rel="nofollow">per acquistarlo, clicca qui</a>), un libro scritto da <strong>Maddalena Fossati Dondero&nbsp;</strong>con passione, tenacia e rara eleganza. Che, parola dopo parola, attraversa il cuore e fa riflettere su come e quando sia necessario fare sistema. Il 10 dicembre 2025, a Nuova Delhi, l&rsquo;<em>Organizzazione delle Nazioni Unite per l&#39;Educazione, la Scienza e la Cultura</em> (UNESCO) ha iscritto il dossier &ldquo;La cucina italiana, tra sostenibilit&agrave; e diversit&agrave; bioculturale&rdquo; nella Lista Rappresentativa del Patrimonio Culturale Immateriale dell&rsquo;Umanit&agrave;.</p>

<p>[[ima2]]&Egrave; un riconoscimento che non consacra un piatto, un ingrediente o una scuola di alta ristorazione, ma un sistema di pratiche quotidiane: gesti, saperi, rituali domestici e collettivi, stagionalit&agrave;, cura, trasmissione tra generazioni, attenzione agli sprechi e ai territori. La &ldquo;cucina italiana&rdquo; entra cos&igrave; nell&rsquo;<em>Unesco</em> come gesto sociale che cambia, dalla Valle d&rsquo; Aosta alla Sicilia&nbsp;e che, proprio per questo, resta immediatamente riconoscibile nel mondo.</p>

<p>[[ima3]]Il libro racconta, attraverso le parole di&nbsp;<strong>Maddalena Fossati Dondero</strong>, come il percorso sia stato avviato nel 2020 e trasformato in una candidatura capace di far convergere istituzioni, studiosi e cuochi, fino all&rsquo;ufficializzazione del 23 marzo 2023 (fatalit&agrave;, giorno del suo compleanno), per poi chiudersi con un tripudio di festa a dicembre. Nel testo sono citati&nbsp;molti personaggi a lei vicini, tra cui anche noi di <em>Identit&agrave; Golose</em>&nbsp;- in primis <strong>Claudio Ceroni&nbsp;</strong>e&nbsp;<strong>Paolo Marchi</strong>&nbsp;- che hanno offerto in pi&ugrave; edizioni un palco al congresso con stima profonda e sostegno assoluto, per un risultato che non arriva per caso.</p>

<p><em>Prendo fiato: come ho portato la cucina italiana all&rsquo;Unesco&nbsp;</em>di <strong>Maddalena Fossati Dondero,&nbsp;</strong>Maretti Editore, 16 euro,&nbsp;<a href="https://marettimanfredi.it/prodotto/prendo-fiato/" rel="nofollow">per acquistarlo, clicca qui</a></p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/maddalena-fossati-unesco.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/118/41252/in-libreria/perche-leggere-prendo-fiato-il-libro-sulla-cucina-italiana-premiata-dallunesco.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/118/in-libreria.html">118</category>			</item>			<item>				<title>Identità Golose Milano: ecco le prime cene del mese di marzo</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/413/41260/identita-golose-milano/identita-golose-milano-ecco-le-prime-cene-del-mese-di-marzo.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Anche nel 2026 continuano&nbsp;settimana dopo settimana a&nbsp;<a href="https://www.identitagolosemilano.it/prenotazioni/" rel="nofollow">Identit&agrave; Golose Milano</a>, hub internazionale della gastronomia, gli appuntamenti con l&#39;eccellenza della cucina d&#39;autore&nbsp;italiana e internazionale in via Romagnosi 3, nel cuore di Milano. Vi illustriamo oggi tutti gli eventi speciali, con prestigiosi chef ospiti, programmati per la prima parte del mese di marzo.</p>

<p>Ricordatevi inoltre che la Carta di&nbsp;<em>Identit&agrave; Golose Milano</em>, curata dal nostro chef executive&nbsp;<strong>Edoardo Traverso</strong>, la trovate&nbsp;a pranzo dal marted&igrave; al venerd&igrave;, mentre a cena &egrave; disponibile dal marted&igrave; al sabato nelle serate in cui non ospitiamo i nostri chef speciali: per riservare il vostro posto all&#39;hub, visitate il sito&nbsp;<a href="https://www.identitagolosemilano.it/prenotazioni/" rel="nofollow">cliccando qui</a>.</p>

<p><br />
<strong>Mercoled&igrave; 4 marzo</strong><br />
<em>La cucina istintiva e creativa di Cristiano Tomei | L&#39;Imbuto, Lucca</em><br />
<br />
[[ima2]]<a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/12838/ristoranti/limbuto.html">L&rsquo;Imbuto</a> di Lucca &egrave; un ristorante che incarna perfettamente la filosofia del cuoco viareggino <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/6/18888/chef-e-protagonisti/cristiano.html"><strong>Cristiano Tomei</strong></a>: un luogo dove la cucina &egrave; avventura, emozione e connessione con la natura. &laquo;La cucina &egrave; come il jazz: la partitura &egrave; fissa, ma l&rsquo;armonia frutto dell&rsquo;improvvisazione del musicista&raquo;, spiega lo stesso Tomei, mettendo in campo quell&#39;approccio istintivo che lo porta a coinvolgere i commensali in percorsi alla cieca, per cui ogni pasto diventa un viaggio sensoriale inaspettato. Ironia, tecnica e autenticit&agrave; guidano questo cuoco, che accoglieremo con grande piacere per una serata unica: il menu non sar&agrave; alla cieca per questa volta, ma siamo certi che le quattro portate (pi&ugrave; una entr&eacute;e) che preparer&agrave; Tomei faranno di questa cena un racconto vivo, tra rigore, piacere e sorpresa.&nbsp;<br />
ORARIO: dalle 19:30<br />
PREZZO: 85 euro, vini inclusi</p>

<p><br />
<strong>Mercoled&igrave; 11 marzo</strong><br />
<em>La Sicilia di Pino Cuttaia | La Madia, Licata (Agrigento)</em></p>

<p>[[ima3]]<a href="http://www.identitagolose.it/sito/it/6/483/chef-e-protagonisti/pino.html"><strong>Pino Cuttaia</strong></a> si muove nella gastronomia italiana come un signore d&rsquo;altri tempi: ha un&rsquo;eleganza innata, scaldata dal tocco ineguagliabile del suo profondo Sud. Perch&eacute; Licata, affacciata sulla costa meridionale della Sicilia, &egrave; la sua casa, la terra in cui affondano le sue radici, esattamente dove vive il suo ristorante, <a href="http://www.guidaidentitagolose.it/it/62/11536/ristoranti/la-madia.html?p=0&amp;q=cuttaia&amp;hash-city=cs-city-licata&amp;" rel="nofollow">La Madia</a>, due stelle Michelin, aperto con la moglie Loredana nel 2000. Una tavola che fa eco alla memoria del cuoco, trascinato dalla vita fino in Piemonte dove plasma il suo talento fino a quando, un richiamo naturale, lo riconduce a casa, &laquo;perch&eacute; non avrebbe avuto senso cucinare in qualsiasi altro luogo che non fosse la Sicilia&raquo;. Oggi quella de La Madia &egrave; una cucina del ricordo matura, consapevole, poetica per quella sua capacit&agrave; di compenetrare i sussurri pi&ugrave; profondi della terra e del mare, interpretata da chi sente ancora di aver tanto da imparare col susseguirsi delle stagioni. Proporr&agrave; un menu di 4 portate pi&ugrave; una entr&eacute;e per raccontare attraverso le sue creazioni la storia di una delle tavole pi&ugrave; sorprendenti della storia gastronomica italiana contemporanea.<br />
ORARIO: dalle 19:30<br />
PREZZO: 110 euro, vini inclusi</p>

<p><br />
<strong>Luned&igrave; 16 marzo</strong><br />
<em>La nuova cucina rurale di Daniele Lippi | Acquolina, Roma e Gian Marco Bianchi | Al Madrigale, Tivoli (Roma)</em></p>

<p>[[ima4]]A meno di un anno dall&rsquo;apertura, il ristorante <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/40038/ristoranti/al-madrigale.html">Al Madrigale</a>, a Tivoli, ha gi&agrave; conquistato il suo primo macaron aggiudicandosi, inoltre, il prestigioso premio <em>Opening of the Year Award</em> per la Michelin. A guidarlo in cucina c&rsquo;&egrave; lo chef <strong>Gian Marco Bianchi</strong> con la supervisione di <strong><a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/6/36171/chef-e-protagonisti/daniele.html">Daniele Lippi</a></strong>, classe 1990, due stelle Michelin all&rsquo;<a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/19053/ristoranti/acquolina.html">Acquolina</a> di Roma, l&igrave; dove inizia una profonda amicizia tra i due. Tra i migliori chef della sua generazione perch&eacute; fonde lo stimolante spunto gastroculturale al pieno esito gustativo, Lippi d&agrave; voce al Mediterraneo, esplorandolo attraverso una ricerca sensibile in grado, per&ograve; di tenersi saldo alle radici, e per questo pi&ugrave; potente e vero. Alla stessa maniera, in un contesto rilassato, accogliente e di gran gusto, Bianchi, ex-studente di Giurisprudenza, ex-calciatore, si concentra su un areale ben definito, fino a rendere Al Madrigale casa della nuova cucina rurale: una definizione che non vuole essere pura etichetta, bens&igrave; esplorazione intima del territorio, valorizzazione della materia prima locale, filtrate dallo sguardo di un cuoco che si &egrave; formato intorno al mondo, partendo dalla base per poi puntare alle stelle. Per una sera li troveremo fianco a fianco al pass di Identit&agrave; Golose Milano: i loro percorsi si intrecceranno in un menu composto da 4 portate pi&ugrave; una entr&eacute;e.<br />
ORARIO: dalle 19:30<br />
PREZZO: 110 euro, vini inclusi</p>

<p><br />
Vi aspettiamo in via Romagnosi 3: per prenotare il vostro tavolo, visitate <a href="https://www.identitagolosemilano.it/prenotazioni/" rel="nofollow">il sito ufficiale di Identit&agrave; Golose Milano</a>.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/hub-portone-1-1-2-1-2.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/413/41260/identita-golose-milano/identita-golose-milano-ecco-le-prime-cene-del-mese-di-marzo.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/413/identita-golose-milano.html">413</category>			</item>			<item>				<title>La sfida di Gino Sorbillo a Milano &quot;troppo cara&quot;: nasce POP, menu a 9,90 euro</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/41242/dallitalia/la-sfida-di-gino-sorbillo-a-milano-troppo-cara-nasce-pop-menu-a-990-euro.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>I prezzi lievitano: Milano si riconferma la citt&agrave; pi&ugrave; cara d&#39;Italia, la vita costa il 60% in pi&ugrave; rispetto a Napoli, secondo un recente studio del Codacons. E allora ecco che ci pensa proprio un napoletano a portare nel capoluogo lombardo subbuglio nella ristorazione facendo quello che nessuno ha osato fare: abbassare i prezzi senza togliere qualit&agrave; al prodotto. Mossa di marketing, provocazione o intuizione di mercato? <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/6/1360/chef-e-protagonisti/gino.html">Gino Sorbillo</a> ci ha abituato da tempo a fare rumore; lo fa guardando avanti senza mai dimenticarsi da dove &egrave; partito: Via dei Tribunali a Napoli, dove i suoi nonni <strong>Luigi</strong> <strong>Sorbillo</strong> e <strong>Carolina Esposito</strong> aprirono nel 1935 la prima pizzeria, che divenne poi il punto di partenza per i 21 figli, tutti pizzaioli.<strong> Gino</strong>, figlio di <strong>Salvatore</strong>, impara l&igrave; i segreti della vera pizza napoletana, &laquo;quella dei vicoli poveri della citt&agrave;&raquo;, ma intuisce in fretta che quel patrimonio antico non &egrave; altro che un progetto in divenire da far crescere fuori dagli schemi, usando la potenza dei social meglio di un nativo digitale della Generazione Z e intercettando il momento in cui nella ristorazione il prezzo diventa una variabile decisiva nella scelta.</p>

<p>[[ima5]]E se &egrave; vero che un pizzico di follia aiuta gli audaci, ecco che sulla ruota di Napoli esce l&#39;ambo delle meraviglie, 9 e 90, che guarda caso &egrave; anche il prezzo del menu del suo nuovo progetto, inaugurato a Milano, in Via Cappellari 3, a 150 metri dal Duomo: <a href="https://www.peopleofpizza.it/" rel="nofollow">POP</a><em>,</em> abbreviazione di &ldquo;popolare&rdquo;, ma anche acronimo di<em> People of Pizza</em>, &egrave; un locale da 200 posti che sferra un montante al fast food ameicano per antonomasia. S&igrave;, da oggi anche la pizza napoletana ha il suo fast food con menu essenziali, totem digitali per ordinare e pagare, servizio rapido, colori accesi, nessuna tovaglia, aboliti camerieri e attese, ma &egrave; tutto racchiuso in un vassoio dove appoggiare una pizza <em>Margherita </em>tonda al piatto (di carta), un <em>Fritto napoletano</em> (crocch&egrave;, frittatine, arancini, mozzarelline...) e bibita alla spina. Il tutto appunto a 9,90 euro, prezzo che strizza l&#39;occhio a giovani e studenti, ma vuole essere anche un incentivo a riportare le famiglie a concedersi qualche uscita in pi&ugrave;.</p>

<p>[[ima2]]&laquo;La parola pizza &ndash; mi spiega <strong>Gino</strong> - &egrave; unica, ma da sempre punto a dimostrare che ci possono essere variazioni nella proposta, negli abbinamenti, nel servizio, nella tipologia di impostazione dei locali e persino di pagamento, come in questo caso. Con la pizza, prodotto sempre pi&ugrave; globalizzato e globalizzante, scendo in pista per dare filo da torcere alla catena del fast food americano che ha conquistato il mondo e l&#39;Italia. <em>POP</em> vuole avviare il processo inverso&raquo;. Qui, come al <em>Mc Donald&#39;s</em>, &egrave; il cliente a fare tutto in autonomia, l&#39;ordine arriva in cucina e una volta evaso si ritira e ci si accomoda a sedere: &laquo;Pizza sette giorni su sette &ndash; afferma <strong>Sorbillo </strong>- come facciamo a Napoli dal 1935&raquo;.</p>

<p>Il fast food a stelle e strisce incassa un secondo montante perch&eacute;, nei menu, oltre alla linea delle pizze napoletane (13 diverse, prezzo massimo 11,90 euro, dalla <em>Mimosa </em>alla <em>Diavola bianca</em>, dalla S<em>alsiccia e friarelli</em> alla <em>&#39;Nduja piccante...</em>) c&#39;&egrave; quella <em>American style </em>(4 combinazioni, prezzo massimo 13,90 euro), dove svettano la <em>Pepperoni</em> e pure l&#39;<em>Hawayana </em>con l&#39;ananas che, criticata dai puristi della pizza, resta un punto di orgoglio di <strong>Gino</strong>: &laquo;Il canadese che la invent&ograve; negli anni &#39;60 non sapeva farla e da allora questa pizza ha avuto una cattiva fama. Io l&#39;ho sdoganata e ho dimostrato che basta saperla fare bene per resituirle dignit&agrave;. Molti la bocciano senza averla assaggiata, a loro dico di provarla e poi vediamo se non cambiano idea... &raquo;.</p>

<p>[[ima3]]Ma la domanda &egrave; d&#39;obbligo: perch&egrave; portare un fast food della pizza in una Milano che assiste a un proliferare di aperture gourmet? &laquo;Io credo &ndash; afferma <strong>Sorbillo</strong> - che ne abbiamo abbastanza della pizza gourmet e pure delle cucine stellate che si aggrappano a questo termine. &Egrave; un concetto abusato, la parola francese significa &ldquo;buono&rdquo;, ma la pizza o un piatto buoni devono esserlo sempre e in modo naturale. Non c&#39;&egrave; bisogno della definizione &ldquo;gourmet&rdquo; che finisce solo per far lievitare i prezzi. Non a caso, proprio per provocazione, poco prima della pandemia ho ideato le pizzerie <em>Sorbillo Gourmand,</em> per mettere in ombra il gourmet e assegnare a ogni regione italiana la sua pizza eccellente. La gente vuole una cucina saporita, popolare e accessibile tanto al ristorante quanto in pizzeria. Ho 30 locali coinvolti in svariati progetti, ma era giunto il momento di restituire la pizza al popolo per riportarla a essere un alimento quotidiano e per consentire al maggior numero di persone di sfamarsi. Che &egrave; poi la missione della ristorazione: offrire l&#39;alta qualit&agrave; degli ingredienti a un prezzo accessibile a tutti. A un prezzo, diciamolo pure, mai visto&raquo;.</p>

<p>[[ima4]]Quando gli chiedo se il prezzo popolare porter&agrave; a una qualit&agrave; inferiore degli ingredienti, <strong>Sorbillo</strong> &egrave; perentorio: &laquo;Semplifichiamo il servizio mantenendo alta la qualit&agrave; dei nostri prodotti&raquo;, specificando come i fornitori delle materie prime restano quelli abituali, con la farina del <em>Mulino Caputo</em>, il fiordilatte di <em>Latteria Sorrentina</em> e il pomodoro <em>La Fiammante</em>. Ma perch&eacute; &egrave; stata scelta proprio la Milano fighetta per una proposta cos&igrave; controcorrente? &laquo;Perch&eacute; Milano per me &egrave; casa &ndash; mi spiega - Questo &egrave; l&#39;ottavo locale che apro in citt&agrave;. Sono arrivato nel capoluogo lombardo poco prima di Expo, a molti sembrava una scelta azzardata, avrebbero viasto meglio Roma. Io ero sicuro di averci visto giusto, i risultati mi hanno dato ragione&raquo;. Ed &egrave; talmente affezionato a Milano che sta gi&agrave; pensando a dove aprire un&#39;altra <em>POP</em> in citt&agrave;, dopo quella appena inaugurata e l&#39;altra nel Centro Commerciale di Marcianise, in provincia di Caserta. Del resto il nuovo format di <strong>Sorbillo</strong> &egrave; una sfida che pu&ograve; essere replicata ovunque nel mondo, proprio come il pi&ugrave; tradizionale dei fast food: New York, Sidney, Amburgo, Toronto, Barcellona, Tokyo, Parigi....E qui torna il concetto anticipatomi da <strong>Sorbillo</strong>: &laquo;La pizza &egrave; un prodotto sempre pi&ugrave; globalizzato e globalizzante&raquo;. I primi dati e le recensioni di chi ci &egrave; gi&agrave; stato dicono che l&#39;avventura milanese &egrave; partita bene, confermando che &ldquo;popolare&rdquo; non significa per forza mediocre. Non solo, <em>POP</em> sta anche creando nuovi posti di lavoro e li ricerca alla sua maniera, fuori dai rigidi schemi del curriculum ingessato: &ldquo;<em>POP</em> &egrave; movimento - dice l&#39;inserzione - . &Egrave; forno acceso, mani in pasta, sorrisi al banco. Cerchiamo persone concrete, veloci, presenti. Persone che sappiano lavorare in squadra senza perdere il carattere&rdquo;. Senza perdere il carattere, come <strong>Gino</strong> vuole che sia anche per la pi&ugrave; <em>POP</em> delle pizze.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/gino-sorbillo-2.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/41242/dallitalia/la-sfida-di-gino-sorbillo-a-milano-troppo-cara-nasce-pop-menu-a-990-euro.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/dallitalia.html">44</category>			</item>			<item>				<title>Alma, nasce il Comitato d'indirizzo per lo sviluppo della formazione gastronomica</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/41249/dallitalia/alma-nasce-il-comitato-dindirizzo-per-lo-sviluppo-della-formazione-gastronomica.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Il grande psicologo umanista statunitense <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Carl_Rogers" rel="nofollow">Carl Rogers</a> sosteneva che <em>&laquo;</em>l&rsquo;unica persona che si pu&ograve; ritenere istruita &egrave; quella che ha imparato come si fa a imparare &mdash; e a cambiare&raquo;. Evolversi significa ristrutturare continuamente conoscenze e abilit&agrave;. &Egrave; in questa prospettiva che <a href="https://www.alma.scuolacucina.it/" rel="nofollow">Alma</a>, la <em>Scuola internazionale di cucina italiana</em> di Colorno (Parma), da oltre vent&rsquo;anni continua a innovarsi, ripensando in modo autonomo la propria didattica e individuando nuove strategie e obiettivi. Perch&eacute; apprendere non &egrave; uno stato finale, ma un processo dinamico di crescita.</p>

<p>Dal 2004, sotto la guida dello chef <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/6/544/chef-e-protagonisti/gualtiero.html">Gualtiero Marchesi</a> &mdash; rettore dalla fondazione fino al 2017 &mdash; la scuola ha intrapreso un percorso che l&rsquo;ha condotta, negli anni successivi, a dotarsi di un Comitato scientifico: un gruppo di grandi professionisti che ha rappresentato fino a ieri un punto di riferimento e di ispirazione per gli allievi di <em>Alma</em>. Dall&rsquo;inizio di quest&rsquo;anno, questo organismo &egrave; stato sostituito da un nuovo <em>Comitato di indirizzo</em>, organo consultivo indipendente a supporto del consiglio di amministrazione e della direzione della scuola.</p>

<p>Il <em>Comitato di indirizzo</em> ha il compito di valutare la domanda professionale e i trend occupazionali, avanzare proposte di aggiornamento e innovazione curriculare, rafforzare le relazioni con il mondo del lavoro e sviluppare networking e internazionalizzazione.</p>

<p><strong>I componenti e gli ambiti di competenza:</strong><br />
<em>Cucina</em>: <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/6/447/chef-e-protagonisti/massimo.html">Massimo Bottura</a><br />
<em>Pasticceria</em>: <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/6/16344/chef-e-protagonisti/andrea.html">Andrea Tortora</a><br />
<em>Sala</em>: <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/6/21677/chef-e-protagonisti/mariella.html">Mariella Organi</a><br />
<em>Comunicazione, storia e cultura</em>: <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/6/22142/chef-e-protagonisti/davide.html">Davide Rampello</a><br />
<em>Fisica gastronomica</em>: <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/6/463/chef-e-protagonisti/davide.html">Davide Cassi</a><br />
<em>Panificazione</em>: <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/458/36175/ig2024-la-disobbedienza/davide-longoni-una-disobbedienza-che-parte-dal-grano.html">Davide Longoni</a></p>

<p>[[ima2]]<a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/6/19058/chef-e-protagonisti/andrea.html">Andrea Grignaffini</a>, critico e giornalista enogastronomico, da sempre parte della storia e dell&rsquo;evoluzione di <em>Alma</em>&nbsp;&mdash; prima come fondatore, poi come consulente e docente &mdash; parteciper&agrave; ai lavori del Comitato con il ruolo di portavoce e referente tra il <em>Comitato di indirizzo</em> e il consiglio di zmministrazione della scuola.</p>

<p>&laquo;Per <em>Alma</em>, la nascita di un <em>Comitato di indirizzo</em> rappresenta il terzo momento della vita didattica della scuola, dopo il lungo rettorato di <strong>Gualtiero Marchesi&nbsp;</strong>- sottolinea <strong>Grignaffini</strong> - <strong>Marchesi</strong> ha dato una linea tecnica e concettuale alla giovane <em>Alma</em>. Successivamente si &egrave; scelta la strada della pluralit&agrave;, non sostituendo il rettore ma affiancandogli un Comitato scientifico di altissimo livello. Oggi &egrave; arrivato il momento di recepire le istanze sempre pi&ugrave; mutevoli della ristorazione &mdash; e, pi&ugrave; in generale, della societ&agrave; contemporanea. Questa terza fase &egrave; affidata a un <em>Comitato di indirizzo</em> che, nell&rsquo;ottica del cuoco &ldquo;pensante&rdquo;, rimette al centro la dimensione umanistica e culturale della cucina e di chi la pratica: il cuoco&raquo;.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/comitato-di-indirizzo-alma.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/41249/dallitalia/alma-nasce-il-comitato-dindirizzo-per-lo-sviluppo-della-formazione-gastronomica.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/dallitalia.html">44</category>			</item>			<item>				<title>Cristina Bowerman e la quinta stagione: «Il calendario è tutto da aggiornare»</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/41248/dallitalia/cristina-bowerman-e-la-quinta-stagione-il-calendario-e-tutto-da-aggiornare.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>&nbsp;</p>

<p>[[ima2]]<strong>La costruzione della propria identit&agrave;</strong><br />
Ogni fase della mia carriera &egrave; un&#39;espressione fedele di chi ero a in quel momento. Ritengo veramente che tutto ci&ograve; che si incontra, tutto, serva a qualcosa e abbia contribuito a costruire la <strong>Cristina Bowerman</strong> dell&rsquo;oggi. Dico sempre che la vita &egrave; come uno zaino che, all&rsquo;inizio, risulta completamente vuoto; poco a poco inizia per&ograve; a riempirsi di tante cose, senza che noi si riesca a farci nulla, anche quando ci sembrano inutili, anche quando uno magari dice: &ldquo;Ma questo non mi servir&agrave; affatto!&rdquo;. Invece, man mano che si procede, pure ci&ograve; che pareva solo un peso di troppo, privo di un&#39;apparente connessione col resto, finisce colll&rsquo;acquisire un senso, un&rsquo;importanza. E a contribuire alla costruzione di s&eacute; stessi non soltanto dal punto di vista culturale oppure tecnico o professionale, ma proprio come persona.</p>

<p>&nbsp;</p>

<p>[[ima3]][[ima4]][[ima5]][[ima6]]<strong>La tavolozza del pittore</strong><br />
Le materie prime, per chi fa il mio lavoro, sono come i colori sulla tavolozza del pittore. Si parte sempre da l&igrave;. NeI mio processo creativo, quando immagino e poi definisco un nuovo piatto, posso farmi ispirare inizialmente da un&rsquo;immagine oppure da una tecnica, certo; per&ograve;, nella maggior parte dei casi, l&rsquo;elemento che innesca la mia fantasia &egrave; in realt&agrave; un ingrediente specifico di cui mi innamoro follemente e sul quale inizio cos&igrave; a pianificare, a progettare, a inventare, persino a sognare su come poterlo utilizzare al meglio, e in maniera nient&rsquo;affatto scontata.</p>

<p>&nbsp;</p>

<p>[[ima7]][[ima8]][[ima9]]<strong>La quinta stagione</strong><br />
Seguire la stagionalit&agrave; degli ingredienti &egrave; importante, ovvio: &egrave; una considerazione quasi banale. Per&ograve; facciamo un passo in avanti e diciamo anche: oggi risulta molto difficile riuscire a individuare veramente quali siano i prodotti stagionali! Conosciamo tutti il problema del global warming: stiamo assistendo a un cambiamento climatico evidentissimo che ha molte conseguenze. Una tra queste, per esempio, &egrave; trovare i piselli a gennaio o a febbraio, una cosa che non &egrave; mai successa. Cos&igrave;, si pu&ograve; avere ancora come riferimento una classica tabella degli ingredienti cosiddetti stagionali, per&ograve; bisognerebbe nel contempo aggiornarla, perch&eacute; non funziona pi&ugrave;. Stiamo facendo conoscenza con una sorta di quinta stagione, dai contorni ancora non ben definiti, che deriva dal necessario un update del calendario tradizionale. La quinta stagione &egrave; qualcosa che gi&agrave; esiste, ma non &egrave; stato ancora codificato.<br />
Io mi sento molto una &ldquo;quinta stagione&rdquo;, diciamo cos&igrave;, perch&eacute; non mi sono piegata al chilometro zero n&eacute; ad alcuna altra tendenza. Ho sempre cercato di essere coerente con il mio modo di vedere la vita, il mondo e la cultura, anche del cibo. Se dovessimo prendere tutte le culture della Terra, ridurle a fogli di carta e affastellarli assieme, ci saranno sempre dei pezzi, degli angoli che si sovrappongono. A me piace cercare proprio quegli angoli.<br />
Credo fermamente esista un fil rouge tra tutte le persone del mondo. Nella maggior parte dei casi - se non la quasi totalit&agrave; &ndash; questo collegamento avviene attraverso il cibo, che &egrave; la maniera pi&ugrave; potente di trasmettere non solo una identit&agrave; specifica, ma pure tale unione, tale interconnessione fra le varie culture.</p>

<p>&nbsp;</p>

<blockquote>
<p><em><strong>&laquo;Si pu&ograve; avere ancora come riferimento una classica tabella degli ingredienti cosiddetti stagionali, per&ograve; bisognerebbe nel contempo aggiornarla, perch&eacute; non funziona pi&ugrave;. Stiamo facendo conoscenza con una sorta di quinta stagione&raquo;</strong></em></p>
</blockquote>

<p>&nbsp;</p>

<p>[[ima10]][[ima11]][[ima12]]<strong>Le donne e la cucina</strong><br />
Partiamo da un assunto che deve essere chiaro: lo chef &egrave; il cuoco a capo di una brigata. Lo dico perch&eacute; oggigiorno tutti si definiscono &ldquo;chef&rdquo; (per una donna &ldquo;cheffesse&rdquo;, come a volte dicono in Francia, o &ldquo;cheffe&rdquo;, che mi piace di pi&ugrave;), ma non &egrave; cos&igrave;. Quindi, se il ruolo &egrave; quello di comandare una brigata, la qualit&agrave; migliore di uno chef &egrave; la capacit&agrave; di creare un gruppo solido, organico, che riesca a conseguire dei risultati quando lavora insieme, in modo coordinato e nell&rsquo;ambito di una relazione professionale. Ecco, qui sta il punto: alle donne non vengono date automaticamente n&eacute; l&#39;autorevolezza n&eacute; l&#39;autorit&agrave;. L&#39;autorevolezza si conquista dimostrando di saper fare, con competenza e risultati concreti; l&#39;autorit&agrave; si costruisce con la tempra e lo sforzo continuo. Troppe volte non si riconosce a una donna il livello di autorevolezza necessario per guidare un gruppo, mentre per un uomo questo viene dato per scontato. Per una donna ottenere autorit&agrave; &egrave; una vittoria faticosa: bisogna tenere duro, imporsi quando serve e mostrare costantemente di poter reggere la responsabilit&agrave;. Io stessa non mi sono mai fatta troppi scrupoli &mdash; ho alzato la voce, ho rimproverato o cacciato qualcuno dalla cucina durante il servizio &mdash; perch&eacute; &egrave; stato proprio cos&igrave; che mi sono fatta spazio e ho ottenuto il riconoscimento del mio ruolo. Forse perch&eacute; sono la prima di tre figli, o forse perch&eacute; sono donna del Sud: fatto sta che da sempre desidero lasciare il segno. Ho sempre pensato troppo in grande? Assolutamente no. Ritengo di dover operare il massimo sforzo per cambiare anche solo di un poco la realt&agrave; che mi circonda.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/cristina-bowerman-la-quinta-stagione.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/41248/dallitalia/cristina-bowerman-e-la-quinta-stagione-il-calendario-e-tutto-da-aggiornare.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/dallitalia.html">44</category>			</item>			<item>				<title>Treviso da mangiare: gli undici ristoranti assolutamente da non perdere</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/41164/dallitalia/treviso-da-mangiare-gli-undici-ristoranti-assolutamente-da-non-perdere.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>&nbsp;</p>

<h3><a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/38482/locali/al-turbine.html?_gl=1*1om4dcd*_up*MQ..*_ga*MTUwMTU2NjU1MS4xNzcwMDI2Mzk2*_ga_ETRESG9H8Y*czE3NzAwMjYzOTYkbzEkZzAkdDE3NzAwMjYzOTYkajYwJGwwJGgw">Al Turbine</a>, <strong>Mogliano Veneto</strong>, <strong>Treviso</strong></h3>

<p>Una lenta rivoluzione ha portato il <em>Turbine </em>a trasformarsi da classica (e mitica) osteria nascosta nella campagna fra <strong>Venezia</strong> e <strong>Treviso</strong> (pasta e fagioli, gnocchi al rag&ugrave;, trippa, cotoletta alla milanese) a qualcosa di differente, forse una trattoria di lusso, anche se in realt&agrave; qui il lusso sta essenzialmente nella cura dei piatti, nell&rsquo;attenzione alla materia prima, nell&rsquo;empatia con il cliente. La svolta arriva dopo un pranzo a <em>Le Calandre</em>, da <strong>Massimiliano Alajmo</strong>: &laquo;Autentica folgorazione - spiega lo chef patron <strong>Andrea Lombardini </strong>-, l&igrave; ho capito cosa fosse l&rsquo;alta cucina, ho cambiato il mio modo di vedere, ho capito che si pu&ograve; fare innovazione senza perdere i sapori e i prodotti della tradizione&raquo;. Prodotto, tecnica, pensiero, e quella eco potente di uno <em>Spaghettone alla brace</em>, a ricalcare l&#39;anima di uno dei primi di pesce pi&ugrave; amati di sempre, con vongole e quel sussurro di bottarga. Per poi virare verso una classicit&agrave; d&#39;Oltralpe che trova continuit&agrave; nel minimo comune denominatore della qualit&agrave; con le <em>Lumache alla Bourguinonne</em>. Ecco, sembra proprio che qui, i pi&ugrave; spietati desideri dei gourmand trovino casa. Quando si dice, il lusso della semplicit&agrave;.</p>

<h2>&nbsp;</h2>

<h3><a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/24208/locali/le-cementine.html?_gl=1*1om4dcd*_up*MQ..*_ga*MTUwMTU2NjU1MS4xNzcwMDI2Mzk2*_ga_ETRESG9H8Y*czE3NzAwMjYzOTYkbzEkZzAkdDE3NzAwMjYzOTYkajYwJGwwJGgw">Le Cementine</a>, <strong>Roncade</strong>, <strong>Treviso</strong></h3>

<p>[[ima2]]Il nome <em>Le Cementine</em> &egrave; un omaggio alle antiche pavimentazioni in cemento tipiche delle corti venete. Ma trae in inganno: la sala da pranzo, al contrario, &egrave; stata progettata per ridurre al minimo l&#39;impatto ambientale e immergere i commensali in un ambiente che di cementizio non ha nulla. Le grandi vetrate, infatti, danno sull&#39;orto di propriet&agrave; e sui cinquanta ettari di parco alberato del campus H-Farm. La sensazione &egrave; di pranzare nel verde, indipendentemente dalla stagione. La sfida, per <strong>Massimiliano Alajmo</strong>, &egrave; quella di valorizzare al massimo l&#39;autoproduzione di frutta, ortaggi, erbe aromatiche, miele, uva, in una cucina che profumi di campagna, rispettosa dell&#39;alternarsi delle stagioni. Nei piatti, la cui fase esecutiva &egrave; affidata a <strong>Roberto Ienna</strong>, gli elementi vegetali sono i protagonisti indiscussi, anche quando vengono accostati a carne e pesce. Lo dimostrano i <em>Ravioli con musso (asino) e fagioli freschi al basilico</em> e il <em>Branzino con panzanella di melanzane, capperi e pomodoro</em>. La brigata di sala, giovane e in prevalenza femminile, &egrave; guidata con misura e competenza da <strong>Laura Roncaccioli</strong>.<br />
<strong>Davide Scapin Giordani </strong></p>

<h2>&nbsp;</h2>

<h3><a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/12127/locali/nidaba.html?_gl=1*15ykcn3*_up*MQ..*_ga*MTU4ODM1MTkyNC4xNzcwMDI2MDk3*_ga_ETRESG9H8Y*czE3NzAwMjYwOTckbzEkZzAkdDE3NzAwMjYwOTckajYwJGwwJGgw">Nidaba</a>, <strong>Montebelluna</strong>, <strong>Treviso</strong></h3>

<p>C&rsquo;&egrave; un locale che dagli anni Settanta continua a reinventarsi senza perdere la sua anima: un luogo dove il mondo della birra di qualit&agrave; &egrave; sempre stato fonte di ispirazione. I fratelli fondatori <strong>Andrea</strong> e <strong>Daniela De Bortoli</strong> sono ancora sul pezzo: lui continua a selezionare etichette di nicchia, lei supervisiona il lavoro nella cucina che &egrave; stato il suo regno prima di cederne lo scettro al giovane e ispirato <strong>Lorenzo Torresan</strong>, chef che sta sviluppando un proprio percorso incentrato sull&#39;utilizzo della birra come ingrediente. Qualche esempio? I <em>Bottoni al rag&ugrave; sfumato nella birra e malto tostato</em>, un succulento <em>Brasato di manzo alla Chimay Grand Reserve</em> o il <em>Gelato all&rsquo;Imperial stout con malto d&rsquo;orzo caramellato</em>. Accanto, non mancano tanti snack d&#39;autore preparati con eccellenti carni (dalla macelleria dei stellati fratelli <strong>Damini</strong>) e pane fatto in parte in casa e in parte nel celeberrimo forno di <strong>Renato Bosco</strong>. In sala spiccano la naturalezza e la competenza di <strong>Anna Vendramini</strong> (figlia di <strong>Daniela</strong>), capace di un servizio accurato e misurato, frutto di esperienze internazionali di rilievo. C&#39;&egrave; il suo zampino anche nella notevole crescita della lista di cocktail e mocktail.<br />
<strong>Andrea Ciprian </strong></p>

<h2>&nbsp;</h2>

<h3><a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/29872/locali/pierre.html?_gl=1*1om4dcd*_up*MQ..*_ga*MTUwMTU2NjU1MS4xNzcwMDI2Mzk2*_ga_ETRESG9H8Y*czE3NzAwMjYzOTYkbzEkZzAkdDE3NzAwMjYzOTYkajYwJGwwJGgw">Pierre</a>, <strong>Treviso </strong></h3>

<p>[[ima3]]Quando <strong>Luca Tartaglia</strong> ha aggiunto al nome del suo ristorante l&#39;aggettivo &#39;sartoriale&#39;, non lo ha fatto per moda, n&eacute; per darsi un tono. Lo ha scelto perch&eacute; aveva la certezza di poter offrire ai clienti un&#39;esperienza gastronomica realmente confezionata su misura. Lo slogan, da allora, &egrave; rimasto intatto: &#39;Il menu &egrave; morto. Viva la cucina dell&rsquo;attimo&#39;. Quando si sceglie <em>Pierre</em>, ci si mette nelle sue mani: il menu viene composto, secondo stagione e mercato, sulla base di poche, mirate, domande, volte a comprendere le preferenze del cliente. Comprese, se serve, quelle di rapidit&agrave; e leggerezza di un business lunch. L&#39;alta qualit&agrave; dell&#39;ingrediente e la capacit&agrave; di restituirlo nella sua migliore versione sono gli elementi fondanti della sua cucina. Se ne ha la percezione, per esempio, nel <em>Ceviche di zucchine al vapore, tonno obeso e insalatina di nasturzio</em>. Ma l&#39;inventiva negli accostamenti non manca: lo dimostra il contrastato <em>Risotto con friggitelli, cipollotto, kiwi e caviale d&#39;aringa,</em> che centra un equilibrio gustativo impeccabile. Carta dei vini intelligente e servizio premuroso, guidato dallo stesso <strong>Tartaglia</strong>, che si divide tra sala e cucina.<br />
<strong>Davide Scapin Giordani</strong></p>

<h2>&nbsp;</h2>

<h3><a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/12531/locali/gellius.html?_gl=1*qz178i*_up*MQ..*_ga*MTU4ODM1MTkyNC4xNzcwMDI2MDk3*_ga_ETRESG9H8Y*czE3NzAwMjYwOTckbzEkZzAkdDE3NzAwMjYwOTckajYwJGwwJGgw">Gellius</a>, <strong>Oderzo</strong>, <strong>Treviso </strong></h3>

<p>Uno stratificato, armonico connubio tra passato e presente, tra archeologia dell&#39;epoca romana e architettura moderna, crea un&#39;atmosfera affascinante. Nonostante l&#39;ambiente sia cos&igrave; suggestivo, al <em>Gellius</em> protagonista assoluta &egrave; la cucina dell&#39;esperto <strong>Alessandro Breda</strong>, autore di piatti originali, di fine composizione, in cui la materia prima si mostra nella sua migliore espressione. I menu proposti sono addirittura cinque: Da ieri a oggi, Mare in guscio, Itinerario di stagione, <em>Sintesi vegetale e Spazio libero</em>: una carrellata di creazioni che in un primo momento disorienta. Ma comunque si scelga, non si sbaglia: che sia l&#39;<em>Astice europeo glassato al barbecue con cr&ecirc;pes al prezzemolo, yogurt e anguria</em> oppure l&#39;estivo <em>Agnello alla camomilla con scarola e fragoline di bosco</em>, le presentazioni sono sempre eleganti e i sapori intensi ed equilibrati. La cantina, visibile all&#39;ingresso del locale, custodisce bottiglie pregiate italiane e straniere; particolarmente curata la selezione di vini proposti al calice. Al piano terra, affacciata sulla piazza, la <em>Terrazza Gellius</em> propone cocktail e piatti pi&ugrave; semplici in ambiente informale.<br />
<strong>Davide Scapin Giordani </strong></p>

<h2>&nbsp;</h2>

<h3><a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/36098/locali/feria.html?_gl=1*1om4dcd*_up*MQ..*_ga*MTUwMTU2NjU1MS4xNzcwMDI2Mzk2*_ga_ETRESG9H8Y*czE3NzAwMjYzOTYkbzEkZzAkdDE3NzAwMjYzOTYkajYwJGwwJGgw">Feria</a>, <strong>Treviso</strong></h3>

<p>[[ima4]]Non &egrave; facile aprire un ristorante indonesiano a <strong>Treviso</strong>, ma <strong>Marco Feltrin</strong>, c&#39;&egrave; riuscito. Proveniente da una famiglia di designer, si avvicina alla cucina per caso lavorando come pizzaiolo. Dopo esperienze a <strong>Londra</strong> in ristoranti prestigiosi come <em>Nobu</em> e <em>Hibiscus</em>, trova ispirazione nella cucina indonesiana grazie alla moglie, originaria di <strong>Giacarta</strong> conosciuta durante il suo soggiorno a <strong>Sydney</strong>. Tornato in <strong>Italia</strong> durante la pandemia, apre <em>Feria</em> con l&rsquo;amico <strong>Regis Ramos Freitas</strong>, sommelier brasiliano, che si &egrave; formato grazie a molte esperienze fatte in locali di citt&agrave; e dintorni dedicati al vino. Il tempo a tavola lo scandisce il desiderio che l&rsquo;ospite ha di viaggiare: piccoli assaggi, una cena meno impegnativa o anche solo un aperitivo suggeriscono una sosta al <em>Sat&egrave; bar</em>, dal nome degli iconici spiedini della tradizione indonesiana, che trova ampio respiro nel menu del ristorante, con la possibilit&agrave;, oltre alla carta, di seguire un percorso da 5 o 7 portate. Must have: le <em>Animelle con macis e cappalunga</em> o il <em>Riso jasmine saltato con quinto quarto e nam prik pao</em>. Complessi, armonici, vibranti. I vini selezionati completano ogni piatto, creando armonie originali e sorprendenti.</p>

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<h3><a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/11633/locali/dalla-libera.html?_gl=1*1xnkhyn*_up*MQ..*_ga*NDM0MTcyNzQxLjE3NzAwMjU4ODE.*_ga_ETRESG9H8Y*czE3NzAwMjU4ODEkbzEkZzAkdDE3NzAwMjU4ODEkajYwJGwwJGgw">Dalla Libera</a>, <strong>Sernaglia della Battaglia</strong>, <strong>Treviso</strong></h3>

<p><strong>Andrea Stella</strong> &egrave; un vero autodidatta cresciuto nella trattoria di famiglia. Dopo la scuola alberghiera avrebbe avuto l&#39;opportunit&agrave; di un apprendistato da <strong>Gualtiero Marchesi</strong> a <em>Il Marchesino</em>, ma la zia cuoca lo trattenne: il locale stava crescendo e c&#39;era bisogno che il giovane di casa desse una mano in cucina. Una scelta indotta quindi, sulla quale per&ograve; <strong>Andrea</strong> non sembra avere particolari rimorsi. Da allora sono passati trent&#39;anni, spesi conquistandosi il consenso di pubblico e critica. Perch&egrave; &egrave; tanta la passione che muove questo cuoco, in grado di tenere in equilibrio sapori e ingredienti della Marca trevigiana, e poi di spalancarsi a visioni inattese, frutto di una creativit&agrave; infaticabile. Con grande abilit&agrave; <strong>Stella</strong> elabora, unisce, allontanandosi dall&#39;essenzialit&agrave; del monoingediente, prediligendo, invece, piatti che vertono su pi&ugrave; elementi sorretti da una vibrante armonia. Ce lo ricorda la <em>Melanzana servita con battuto di fassona, erbe aromatiche e balsamico di 25 anni</em>. Onorando lo spirito della trattoria, qui ancora si pu&ograve; sguazzare in un trionfo di primi: prevista in carta una degustazione fino a sei assaggi. Cantina dal respiro internazizonale, aria di casa, godimento assicurato.</p>

<h2>&nbsp;</h2>

<h3><a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/11205/locali/feva.html?_gl=1*1cbxjup*_up*MQ..*_ga*MTU4ODM1MTkyNC4xNzcwMDI2MDk3*_ga_ETRESG9H8Y*czE3NzAwMjYwOTckbzEkZzAkdDE3NzAwMjYwOTckajYwJGwwJGgw">Feva</a>, <strong>Castelfranco Veneto</strong>, <strong>Treviso</strong></h3>

<p>[[ima6]]Che bella la storia di <strong>Nicola</strong> (<strong>Dinato</strong>, lo chef) ed <strong>Elodie</strong> (<strong>Dubuisson</strong>, responsabile di sala), compagni nella vita e nel lavoro: si conobbero pi&ugrave; 20 anni fa a Londra e nel 2011 decisero che era il momento di dare vita alla loro avventura in una tipica barchessa del Seicento, alle porte del centro storico di <strong>Castelfranco Veneto</strong>, non distanti dai luoghi di origine di lui. Paladino dell&#39;autoproduzione e dello spreco zero, lo chef padovano coltiva alcune variet&agrave; di cereali per produrre il pane e la pasta, dai suoi orti sinergici arrivano gli ortaggi, frutti e bacche, ed &egrave; molto abile nell&#39;utilizzo delle erbe spontanee e aromatiche. I menu degustazione del ristorante sono ancora due: <em>&quot;Anima&quot;</em>, un percorso che riscopre la grande cucina di italiana con assaggi vegetali, di carne e pesce, brace compresa - e <em>&quot;Corpo&quot;</em>, un percorso tra i piatti storici dell&rsquo;insegna come i <em>Paccheri alla carbonara di canestrelli, pesto ricci di mare e santoreggia</em> o l&rsquo;<em>Anguilla croccante con ostriche e rafano</em>. Per la scelta del vino, affidatevi alla passione e competenza di <strong>Elodie</strong>.</p>

<h2>&nbsp;</h2>

<h3><a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/24653/locali/la-corte-del-villa-abbazia.html?_gl=1*1nz69bh*_up*MQ..*_ga*MTAzOTYwMDg4My4xNzcwMDI0NjAx*_ga_ETRESG9H8Y*czE3NzAwMjQ2MDEkbzEkZzAkdDE3NzAwMjQ2MDEkajYwJGwwJGgw">La Corte del Villa Abbazia</a>, <strong>Follina</strong>, <strong>Treviso</strong></h3>

<p>Nel cuore di <strong>Follina</strong>, suggestivo borgo tra le colline del Prosecco, sorge il <em>Relais &amp; Ch&acirc;teaux Villa Abbazia</em>, una struttura alberghiera dove si intrecciano storia e charme. Al suo interno, un ristorante fine dining intimo ed elegante in cui si esprime con brio la cucina dello chef <strong>Giuseppe Francica</strong>. Dopo significative esperienze internazionali a Londra, al fianco di maestri come <strong>Jason Atherton</strong> al <em>Pollen Street Social </em>e al <em>C London</em> di <strong>Cipriani</strong>, nonch&eacute; al <em>Villa Giulia</em> di <strong>Gargnano</strong>, il giovane cuoco ha trovato qui il palcoscenico ideale per la propria visione culinaria. La sua mano si riconosce nell&rsquo;equilibrio tra concretezza e spunti creativi personali: firma una cucina fondata sulla stagionalit&agrave; e sulla ricerca accurata della materia prima, capace di coniugare raffinatezza richiami al territorio. I fratelli <strong>Zanon</strong>, proprietari dell&rsquo;hotel, completano l&rsquo;esperienza con un servizio cordiale, professionale, ma senza formalismi: <strong>Rosy</strong> accoglie gli ospiti con innata gentilezza nelle sale dall&rsquo;allure discreta e signorile, mentre <strong>Giovanni</strong> li accompagna con esperienza nelle scelte enologiche, guidandoli attraverso una cantina che esprime passione e competenza.<br />
<strong>Andrea Ciprian </strong></p>

<h2>&nbsp;</h2>

<h3><a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/36065/locali/marcandole.html?_gl=1*1cbxjup*_up*MQ..*_ga*MTU4ODM1MTkyNC4xNzcwMDI2MDk3*_ga_ETRESG9H8Y*czE3NzAwMjYwOTckbzEkZzAkdDE3NzAwMjYwOTckajYwJGwwJGgw">Marcandole</a>, <strong>Salgareda</strong>, <strong>Treviso</strong></h3>

<p>[[ima5]]Una scelta di vita e di amore ha portato <strong>Waldemarro Leonetti</strong> a lasciare il mondo dell&#39;alta cucina dolomitica e a scendere nella Marca trevigiana, pi&ugrave; vicino a casa, insieme alla compagna conosciuta a <strong>Cortina</strong> al <em>Rosapetra</em>, l&#39;escusivo hotel 5 stelle dove lui era il sous chef di <strong>Alessandro Favrin</strong> e lei la maitre. Per stabilirsi in pianura cercava una realt&agrave; solida e di livello, dove potersi esprimere in prima persona. Con la famiglia <strong>Rorato</strong> &egrave; stato amore a prima vista e fin da subito si &egrave; creata un&#39;alchimia che ha dato nuova linfa a questo storico locale, da sempre votato soprattutto alla cucina di mare. Sia per le proposte pi&ugrave; tradizionali sia per quelle creative, a dettare i ritmi &egrave; la stagionalit&agrave; del pesce: la materia prima &egrave; eccellente e trattata con delicatezza e sapienza. La riprova arriva da bont&agrave; quali l&#39;imperdibile <em>Degustazione di crudi</em>, lo <em>Scampo marinato con erba cipollina</em>, le <em>Mazzancolle alla Parmigiana fum&egrave;</em> o il <em>Rombo alla brace servito con patata al limone, cuor di lattuga e salsa all&rsquo;arrabbiata</em>. Cantina ben intonata e servizio preciso e cordiale. Nella bella sala dal design moderno ed elegante e nel comodo dehors si sta proprio tanto bene.</p>

<h2>&nbsp;</h2>

<h3><a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/26984/locali/seda-della-locanda-la-candola.html?_gl=1*1ux69ki*_up*MQ..*_ga*MTUxOTI0MjM0Mi4xNzcwMDI1Njg2*_ga_ETRESG9H8Y*czE3NzAwMjU2ODUkbzEkZzAkdDE3NzAwMjU2ODUkajYwJGwwJGgw">Seda della Locanda La Candola</a>, <strong>Farra di Soligo</strong>, <strong>Treviso</strong></h3>

<p>A <strong>Soligo</strong>, nel cuore delle colline del Prosecco Docg, <strong>Alessandro Favrin</strong> ha trovato la nuova casa del suo <em>Seda</em>, trasferito la scorsa primavera da Vittorio Veneto alla panoramica <em>Locanda La Candola</em>. A 350 metri d&rsquo;altitudine, il ristorante si affaccia su un paesaggio che non lascia indifferenti: da qui, nelle giornate terse, lo sguardo spazia dalla pianura trevigiana fino alla Laguna di <strong>Venezia</strong> e al golfo di <strong>Trieste</strong>! Insieme alla moglie <strong>Sabina Zanuto</strong>, <strong>Favrin </strong>ha rinnovato gli interni con gusto e misura, creando ambienti intimi e luminosi, in sintonia con lo splendido terrazzo dove i tavoli sono disposti sotto l&rsquo;ombra di un ippocastano monumentale di 450 anni. La cucina resta ancorata al territorio, ma con un approccio contemporaneo: piatti che giocano con la tradizione, la alleggeriscono, la reinterpretano senza cedere alla complicazione. Dalla famiglia di pasticceri da cui proviene, lo chef ha ereditato il talento per i lievitati: ecco perch&eacute; pane e dolci sono buonissimi. La carta dei vini, ampia e coerente, d&agrave; risalto a etichette biologiche e produttori locali, in un bel dialogo con i sapori della tavola e con il paesaggio che la circonda.<br />
<strong>Andrea Ciprian </strong></p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/al-turbine-1.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/41164/dallitalia/treviso-da-mangiare-gli-undici-ristoranti-assolutamente-da-non-perdere.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/dallitalia.html">44</category>			</item>			<item>				<title>Tommaso Foglia approda a Milano: cos'è Sfoglia Pastry Bar, che apre il 27 febbraio</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/97/41235/dolcezze/tommaso-foglia-approda-a-milano-cose-sfoglia-pastry-bar-che-apre-il-27-febbraio.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Il prossimo 27 febbraio apre a Milano&nbsp;<a href="https://www.instagram.com/sfoglia.pastrybar/" rel="nofollow" target="_blank">Sfoglia Pastry Bar</a>&nbsp;del pasticciere <strong>Tommaso Foglia</strong>. Accogliente, funzionale, moderno: sar&agrave; un luogo che&nbsp;promette bene, e&nbsp;gioca&nbsp;con il cognome del pastry-chef campano e con il prodotto simbolo della sua offerta. La <em>sfoglia</em> come tecnica, come gesto, come identit&agrave;.&nbsp;<a href="https://www.instagram.com/sfoglia.pastrybar/" rel="nofollow" target="_blank">Sfoglia</a>&nbsp;la proporr&agrave; anche in formato da viaggio e da passeggio, guarnita di varie creme (ma non si riesce a sapere di pi&ugrave;, per ora), pensata su misura per una citt&agrave; che si muove veloce, ma che non rinuncia alla qualit&agrave;. <em>Sfoglia</em> - in Via Nicola Piccinni 3, zona loreto-Buenos Aires&nbsp; -&nbsp;condivider&agrave; il numero civico (e il giorno di inaugurazione) con il nuovo&nbsp;<a href="https://www.instagram.com/bonci_pizzainteglia/" rel="nofollow">Bonci - Pizza in teglia</a>, ossia <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/6/446/chef-e-protagonisti/gabriele.html">Gabriele Bonci</a> nella citt&agrave; della Madonnina, altro esordio speciale. A unire i due grandi professionisti, un&#39;amicizia nata nelle aule di <a href="https://www.incibum.it/" rel="nofollow">In Cibum</a>, &quot;scuola di alta formazione gastronomica&quot; a&nbsp;Pontecagnano Faiano (Salerno), che sar&agrave; anche loro partner dell&#39;iniziativa.</p>

<p>[[ima2]]Abbiamo fatto due chiacchiere con il &ldquo;giudice pi&ugrave; dolce della tv&rdquo; (<strong>Foglia</strong> &egrave; nell&rsquo;entourage di <em>Bake Off Italia, nda)</em>&nbsp;e c&rsquo;&egrave; una parola che torna spesso nel suo racconto: casa.</p>

<p>Non &egrave; nostalgia, n&eacute; un espediente narrativo. Per il pasticciere campano, casa&nbsp;&egrave; una misura, un criterio con cui valutare il lavoro e s&eacute; stesso. Casa &egrave; l&rsquo;antico panificio di famiglia a Nola, in provincia di Napoli, dove <strong>Foglia</strong> nasce nel 1990 e dove impara che si comincia prima dell&rsquo;alba, quando la citt&agrave; dorme ancora e il forno &egrave; gi&agrave; acceso. &Egrave; l&igrave; che comprende come il profumo del lievito non ammetta distrazioni e che la disciplina sia una condizione non opzionale. Un imprinting silenzioso, che lo educa al lavoro senza bisogno di proclami.</p>

<p>Poi c&rsquo;&egrave; un&rsquo;altra casa, quella professionale, trovata giovanissimo nelle cucine del <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/29279/ristoranti/don-alfonso-1890.html">Don Alfonso 1890</a>, allora due stelle Michelin. Una palestra meticolosa, dove apprende standard altissimi e un&rsquo;idea di cucina in cui il dettaglio non &egrave; ornamento, ma sostanza. &laquo;<strong>Alfonso Iaccarino</strong> &egrave; il mio mentore indiscusso&raquo;, racconta<strong>&nbsp;Foglia</strong> ricordando gli esordi alla corte del grande cuoco e imprenditore di Sant&rsquo;Agata sui Due Golfi. &laquo;Ero l&igrave; da loro e, dopo lunghi viaggi di lavoro, il primo desiderio dello chef era gustare un piatto di spaghetti al pomodoro. In quella quotidianit&agrave; ho sempre letto una lezione fondamentale: si pu&ograve; fare tutto, ma l&rsquo;amore per la semplicit&agrave; resta l&rsquo;accento che ti definisce, come uomo e come professionista&raquo;.</p>

<p>[[ima3]]Oggi la parola casa&nbsp;assume una nuova declinazione a Milano, citt&agrave; che era gi&agrave; per lui un punto di riferimento durante i lunghi periodi di registrazione di&nbsp;<em>Bake Off Italia</em>, dove &egrave; impegnato come giudice. <strong>Tommaso Foglia</strong> porta tutto il suo know-how nella nuova apertura meneghina, ma avverte: &laquo;Se cercate la tradizione pasticcera partenopea nella sua forma pi&ugrave; ortodossa, faccio un passo indietro: ci sono maestri perfetti per rappresentarla. Io punto a qualcosa di diverso&raquo;.</p>

<p>Il Sud non &egrave; un lasciapassare per il successo, ma un elemento che <strong>Foglia</strong> trasforma con delicatezza nel suo lavoro, soprattutto nel gusto. Il grande classico &quot;crema e amarena&quot;&nbsp;diventa un linguaggio personale, una memoria reinterpretata con tecnica contemporanea e cura nei dettagli. &laquo;Per ottenere fragranza e leggerezzan -&nbsp;spiega <strong>Foglia</strong>&nbsp;- preferisco una pasticceria preparata al momento, con basso contenuto di zuccheri, contrasti calibrati tra temperature e consistenze, e dove ogni scelta tecnica serve a far emergere pienamente i sapori&raquo;.</p>

<p>[[ima4]]Anche l&rsquo;estetica segue la stessa logica: ogni proposta deve risultare armonica e coerente. A Milano, dove il pubblico urbano &egrave; particolarmente ricettivo verso esperienze diverse, questo equilibrio tra gusto, forma e tecnica diventa il vero discrimine, pi&ugrave; di qualsiasi effetto speciale. &laquo;Innovare non significa svuotare di senso un classico&raquo;, osserva <strong>Foglia</strong>, &laquo;piuttosto equivale a comprenderlo cos&igrave; a fondo da poterlo rendere attuale, senza tradirlo&raquo;.</p>

<p>Milano &egrave; un crocevia gastronomico, una corte in cui convivono grandi energie e <strong>Foglia</strong> non cerca sponde facili, n&eacute; rivalit&agrave; dichiarate. Oggi, se deve fare colazione nel capoluogo lombardo, sceglie <em>Marl&agrave;</em> senza pensarci due volte. Magari dal 27 febbraio il suo indirizzo del cuore sar&agrave; un altro, ma di sicuro la nuova sfida milanese, pi&ugrave; che un traguardo, &egrave; una tappa importante. Del resto, da <em>In Cibum</em>, dove insegna, lo chiamano <strong>Tornado Sfoglia</strong>, un soprannome che racconta temperamento e proattivit&agrave;. <strong>Tommaso Foglia</strong> &egrave; vulcanico,&nbsp;ma &egrave; nel dialogo a cuore aperto che emerge un professionista che ha fatto della coerenza la propria cifra. E, come in ogni ricetta, ci vogliono tempo, mani esperte e una memoria viva, capace di trasformarsi senza perdere il suo sapore originario.</p>

<p>&nbsp;</p>

<p><em>Sfoglia Pastry Bar</em><br />
Via Nicola Piccinni, 3<br />
20131 Milano<br />
+39&nbsp;<a href="https://www.google.com/search?client=safari&amp;rls=en&amp;q=sfoglia+milano&amp;ie=UTF-8&amp;oe=UTF-8" rel="nofollow">345 166 2856</a><br />
<a href="https://www.instagram.com/sfoglia.pastrybar/" rel="nofollow">https://www.instagram.com/sfoglia.pastrybar/</a></p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/sfoglia-tommaso-foglia.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/97/41235/dolcezze/tommaso-foglia-approda-a-milano-cose-sfoglia-pastry-bar-che-apre-il-27-febbraio.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/97/dolcezze.html">97</category>			</item>			<item>				<title>Alta cucina negli stadi di Serie A: gli esempi Cerea ed Emanuele Scarello</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/98/41239/zanattamente-buono/alta-cucina-negli-stadi-di-serie-a-gli-esempi-cerea-ed-emanuele-scarello.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Udinese-Inter, 17 gennaio 2026: il padrone di casa <strong>Emanuele Scarello</strong>&nbsp;accoglie al Bluenergy Stadium di Udine&nbsp;il collega <strong>Bobo Cerea</strong>&nbsp;per un pranzo a 4 mani e 13 stelle (5 il primo, 8 il secondo). Prima della partita, un centinaio tra imprenditori, politici, sportivi e appassionati si accomodano al meeting center, un enorme anfiteatro da 250 posti dentro allo stadio, per ascoltare e applaudire la saga sessantennale e i piatti simbolo di DaVittorio. Poi ci si sposta a tavola al President Club della famiglia <strong>Pozzo</strong> accanto, 140 sedute andate fully booked in tempo zero con un menu studiato sull&rsquo;asse Udine-Bergamo: gli ormai&nbsp;celebri paccheri espressi di Cerea, la guancia di Scarello e l&rsquo;elettricit&agrave; in sala di Bobone che chiude il pasto farcendo cannoli ai tavoli.<br />
<br />
Dopo alcune episodiche avventure (ricordiamo&nbsp;<strong>Davide Oldani</strong> ed <strong>Enrico Bartolini</strong> a San Siro, <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/18267/dallitalia/oldani-non-stop-tra-san-siro-e-don-gino.html">8 anni fa</a>), le societ&agrave; di calcio hanno capito l&rsquo;importanza di affidare stabilmente cucina e hospitality a firme importanti e soprattutto capaci della cucina italiana. Succede in quei pochi stadi italiani che possono dirsi adeguati alla contemporaneit&agrave;, come&nbsp;Udine e Torino,&nbsp;in un panorama in cui quasi tutti gli impianti sono fermi alle ristrutturazioni dei Mondiali di Italia 90.<br />
<br />
La cucina dello stadio della Juve &egrave; gestita da 5 anni dalla famiglia Cerea, i campioni di questa partita speciale&nbsp;perch&eacute; curano anche i menu&nbsp;di San Siro (Milan e Inter) e dell&rsquo;Atalanta nello stadio di casa, a Bergamo. &laquo;Sono interista&raquo;, scherza&nbsp;<strong>Chicco Cerea</strong>, &laquo;ma non ho problemi a dire che lo stadio della Juve &egrave; quello pi&ugrave; vicino agli standard eccellenti di inglesi o americani, gli esempi a cui guardare. Da loro, stadi, arene e palazzetti contengono negozi di ogni tipo, organizzano spettacoli, pensano a far star bene le famiglie e guardano avanti anche sul fronte cucina e hospitality. E cos&igrave; succede a Torino&raquo;.<br />
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[[ima2]][[ima3]]Ogni volta che i bianconeri giocano in casa, ma anche in occasione dei concerti che si tengono allo Stadium in estate,&nbsp;i Cerea, col marchio <a href="https://vicook.it/" rel="nofollow">Vicook</a>, spostano un&rsquo;armata: &laquo;Impieghiamo dalle 300 alle 350 persone per preparare dai 4mila ai 4.500 pasti in 12 outlet diversi. La macchina organizzativa e formativa &egrave; piuttosto complessa e, agli inizi, l&rsquo;abbiamo messa a punto spiando i modelli di Chelsea e Tottenham a Londra. Nella Sala Agnelli prepariamo, due ore e mezza prima del match, una mini carta da 2 portate, e la cucina &egrave; sempre espressa: mantechiamo sempre le pappardelle sul posto&raquo;. Le variabili non sono trascurabili: &laquo;Non ci sono ascensori o montacarichi, andiamo su e gi&ugrave; per le scale, ci sono da gestire le intolleranze di ognuno e tanti ospiti vogliono mangiare un menu completo mezz&rsquo;ora prima che inizi il match. Ma siamo abituati a correre&nbsp;e le opportunit&agrave; di networking che si accendono&nbsp;in uno stadio sono impagabili: in nessun altro luogo ci si relaziona&nbsp;cos&igrave; tanto con impresari, industriali, politici, gente dello spettacolo&raquo;<br />
<br />
Capita che, nella stessa domenica, i Cerea debbano gestire un migliaio di cuochi e camerieri tra i 3 stadi. E gli altri impianti non sono attrezzati come Udine o Torino. &laquo;A San Siro &egrave; complicato perch&eacute; lo stadio &egrave; vecchio e non ci sono cucine vere e proprie.&nbsp;Prepariamo cibo trasportato, non espresso:&nbsp;300 persone pensano alla ristorazione di due settori, le tribune del primo anello rosso e arancio. Milan e Inter hanno esigenze diverse: i rossoneri vogliono far sedere gli ospiti e pensano a pre e post-partita, per l&rsquo;Inter &egrave; solo buffet e fanno solo il pre-partita. Ci chiedono anche menu pi&ugrave; ristretti a marchio DaVittorio: solo a Milan-Parma abbiamo mantecato 250 chili di paccheri&raquo;. E per il nuovo stadio che dovrebbe vedere la luce nel 2031? &laquo;Siamo gi&agrave; al lavoro con la societ&agrave; Mi-Stadio per definire il back delle cucine e la gestione dei vari flussi. La cucina sar&agrave; certamente una priorit&agrave;&raquo;.<br />
<br />
E alla New Balance Arena dell&rsquo;Atalanta? &laquo;&Egrave; una collaborazione che dura 8 anni, frutto del nostro rapporto pluriennale&nbsp;con la famiglia <strong>Percassi</strong>. La cucina&nbsp;non &egrave; agevole da gestire ma il ristorante &egrave; molto bello, con 220 sedute. Ci sono anche diverse sale a buffet dove proponiamo guance di vitella, baccal&agrave; mantecato, i nostri pani, una selezione di formaggi bergamaschi&hellip; I tifosi apprezzano&raquo;. I Cerea non si limitano al calcio: &laquo;Curiamo la ristorazione delle Atp Finals di Torino: il tennis &egrave; un contesto pi&ugrave; raffinato e civile, ci piace molto&raquo;. Altri progetti in vista? &laquo;Ci hanno cercato altri stadi importanti d&rsquo;Italia ma abbiamo rinunciato. Nel nostro lavoro bisogna anche saper dire anche di no, riconoscere i propri limiti&raquo;.<br />
<br />
[[ima4]][[ima5]]Qui Bergamo, a te Udine. &laquo;Abbiamo iniziato il progetto della ristorazione al Friuli a&nbsp;settembre&raquo;, rammenta Scarello, &laquo;assumendoci una responsabilit&agrave; anche geografica: lo stadio di Serie A&nbsp;pi&ugrave; vicino a noi &egrave; Verona, che sta a due ore e mezzo di macchina, in pratica siamo gli unici due stadi nel Triveneto. Siamo felici di portare lo stile Agli Amici dentro al nostro stadio gioiello&raquo;. Nel match day lo Scarello team si occupa delle 140 sedute del President Club della famiglia <strong>Pozzo</strong> pi&ugrave; altri 80 coperti negli Sky Box: &laquo;&Egrave; un palestra complessa nel calcolo dei tempi di servizio e nel rispetto dei desideri degli ospiti, che comunque vengono l&igrave; soprattutto per vedere la partita, cerchiamo di non dimenticarcelo: siamo in 10 e dobbiamo essere veloci, iper-performanti, far da mangiare molto bene e in breve tempo, servendo 4 portate in un&rsquo;ora&raquo;.<br />
<br />
Le cucine del Friuli sono&nbsp;molto ben attrezzate: &laquo;Ci sono celle, abbattitori e persone straordinarie a supporto. Facciamo su e gi&ugrave; per gli ascensori, ci si lavora comodi, non solo durante le partite ma per 120 eventi all&rsquo;anno: i parcheggi comodi, la vicinanza alla tangenziale e al centro citt&agrave; sono un plus importante, anche per gli eventi extra-calcio&raquo;. Nei match di cartello, lo chef invita a cucinare con lui amici e&nbsp;colleghi illustri: oltre a Bobo Cerea e suoi paccheri, sono gi&agrave; passati di qui <strong>Alessandro Negrini</strong> con riso al salto e ossobuco e midollo, <strong>Alessandro Pipero</strong> con la carbonara, <strong>Gennaro Esposito</strong> con pasta, patate e provola e il suo leggendario bab&agrave;. &laquo;A met&agrave; marzo, per Udinese-Juve verr&agrave; <strong>Christian Costardi</strong> a cucinare agnolotti e vitello tonnato. E se non pu&ograve; venire un collega, ci pensiamo noi a sintonizzarci sulle specialit&agrave; della squadra ospite: tra pochi giorni c&rsquo;&egrave; la Fiorentina e faremo Gnocchi con rag&ugrave; di chianina. La carne ce la&nbsp;d&agrave; <strong>Simone Fracassi</strong>, non uno qualsiasi&raquo;. Calcio,&nbsp;buon cibo ma soprattutto&nbsp;organizzazione.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/1-img-1358.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/98/41239/zanattamente-buono/alta-cucina-negli-stadi-di-serie-a-gli-esempi-cerea-ed-emanuele-scarello.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/98/zanattamente-buono.html">98</category>			</item>			<item>				<title>Loto, carrubo e vacca modicana: da Pensiero la cucina è dialogo con la terra</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/41251/dallitalia/loto-carrubo-e-vacca-modicana-da-pensiero-la-cucina-e-dialogo-con-la-terra.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Nella campagna di Modica, due giovani chef hanno rilevato una vecchia masseria per darle nuova vita. <a href="https://pensieroristorante.it/" rel="nofollow">Pensiero ristorante con camere</a> sorge circondato dal silenzio e dalla poesia di un luogo rurale dove l&#39;agricoltura ha sempre scandito i tempi, in accordo con le stagioni. Ulivi e carrubi ne coronano il perimetro, insieme alla calma e ai profumi che la natura generosamente rimanda. Siamo in contrada Cannizzara Ciancia, frazione Cannizzara, un intreccio di viuzze tracciate tra i campi agricoli e i casali dove si allevano bovini di razza modicana e si produce lo straordinario caciocavallo ragusano.</p>

<p><strong>Alessandro</strong> e <strong>Pierclaudio</strong> hanno scelto di raccontare i prodotti della loro terra prevalentemente in purezza: preparati al momento, con metodi poco invasivi, nel rispetto di una materia prima nobile e irriducibile. Il loro &egrave; un linguaggio gastronomico diretto, scevro da sovrastrutture tecniche &ndash; in un certo senso, un ritorno al passato. Va detto anche che la cucina di <em>Pensiero</em> non &egrave; confinata nel territorio intorno a Modica: dialoga con la cultura culinaria di altri luoghi italiani, noti per le loro specialit&agrave;. Aperti sette giorni su sette, solo su prenotazione, propongono una cucina giornaliera ed espressa, articolata in quattro percorsi degustazione che cambiano mensilmente.</p>

<p>[[ima2]]In questo periodo dell&#39;anno, due proposte molto territoriali hanno catturato la nostra attenzione: una esalta il loto ragusano, l&#39;altra il carrubo, legato all&#39;antica memoria di questi luoghi.</p>

<p>Il <em>Risotto con loti maturi</em> &egrave; un piatto che ha riscosso molto successo. &Egrave; preparato con la polpa del frutto carnoso messa a crudo, insieme alla stracciatella di bufala iblea resa vellutata, mantecato con burro acido di vacca modicana. A chiudere, per giocare di contrasto, cubetti di limone siracusano fermentato otto mesi secondo lo stile marocchino, che marca l&#39;accento sulle culture del Mediterraneo.</p>

<p>[[ima3]]Nella sua apparente semplicit&agrave; il piatto rivela una complessit&agrave; originale: l&#39;utilizzo dei loti crudi &egrave; insolito, la pienezza dei sapori che si rincorrono tra contrasto e concordanza &egrave; indotta non solo dagli ingredienti, ma anche dalle diverse temperature dei vari elementi.</p>

<p>Il carrubo, nell&#39;areale intorno a Modica e Ragusa, gode di un rispetto quasi reverenziale. Largamente diffuso in questa zona &ndash; mentre altrove in Italia &egrave; quasi scomparso &ndash; &egrave; protagonista indiscusso del paesaggio modicano: con la sua grande e fitta chioma diventa rifugio d&#39;ombra per le mandrie nella calura estiva. I due ragazzi tengono una traccia continua del carrubo in cucina e hanno ripreso l&#39;antica usanza di utilizzarlo in panificazione.</p>

<p>[[ima4]]Ne nasce una pagnotta straordinaria nei profumi e nei sapori, impastata con farina di polpa di carrubo e farina integrale di grano Tumminia. Dalla sala del ristorante si ha una vista rilassante sui due grandi carrubi e sulla piscina. Ai piedi del tronco, a met&agrave; settembre, si raccoglie il fungo di carrubo: una festa nella cucina di <em>Pensiero</em>, per la preparazione del risotto e della pasta fresca, quest&#39;ultima un&#39;altra peculiarit&agrave; molto gradita.</p>

<p>La masseria si trova a cinque chilometri da Modica centro, immersa in una zona molto interna della campagna: vale la pena venirci.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/i-carrubi.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/41251/dallitalia/loto-carrubo-e-vacca-modicana-da-pensiero-la-cucina-e-dialogo-con-la-terra.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/dallitalia.html">44</category>			</item>			<item>				<title>Chianti Classico, segnali di moderato ottimismo. E vini sempre più identitari</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/136/41250/in-cantina/chianti-classico-segnali-di-moderato-ottimismo-e-vini-sempre-piu-identitari.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Sul volto del presidente del <a href="https://www.chianticlassico.com/" rel="nofollow">Consorzio</a> <strong>Giovanni Manetti</strong> il sorriso non manca quasi mai. E quest&rsquo;anno, alla <a href="https://www.chianticlassico.com/consorzio/chianti-classico-collection/" rel="nofollow">Chianti Classico Collection</a>, si tratta di un sorriso di moderato ottimismo, in un periodo certo non particolarmente facile sui mercati internazionali, in particolare per i vini rossi importanti.</p>

<p>Proprio <strong>Manetti</strong> &egrave; consapevole che alla qualit&agrave; ormai assodata dei vini &egrave; necessario abbinare un grande supporto di marketing e comunicazione. &laquo;La <em>Chianti Classico Collection</em> &egrave; come ogni anno l&rsquo;occasione per fare il punto sullo stato di salute della denominazione &ndash; spiega il presidente &ndash; Navighiamo in acque agitate e stiamo vivendo un periodo pieno di criticit&agrave; e incertezza: il perdurare dei conflitti, gli attacchi salutisti che criminalizzano il consumo di vino e la diminuzione del potere di acquisto dei consumatori. Nonostante questo scenario critico il <em>Chianti Classico</em> gode di buona salute e i numeri lo dimostrano: aumento delle vendite in volume di oltre 1% e del 2,6% in valore rispetto al 2024. Aumento delle vendite negli USA, da sempre il mercato pi&ugrave; importante per il <em>Chianti Classico </em>con volumi che passano dal 36 al 37%, nonostante i dazi aumentati al 15%. Risultato altamente significativo considerato che le vendite di vino italiano negli USA sono diminuite di oltre il 10% e solo 3 denominazioni sono in positivo e una di queste &egrave; il <em>Chianti Classico</em>. Segno tangibile di attaccamento del consumatore americano che non ha rinunciato a comprare il nostro vino. Rimanendo in Nord America segnalo anche il forte aumento delle vendite dei vini del <em>Gallo Nero</em> in Canada che passa dal 10 al 12% delle vendite totali. Usa e Canada insieme fanno il 49%: una bottiglia su due attraversa quindi l&rsquo;oceano Atlantico&raquo;.</p>

<p>[[ima2]]</p>

<p><strong>Manetti</strong> ha anche sottolineato l&rsquo;importanza dei singoli viticoltori, che si impegnano giorno dopo a giorno a migliorarsi, in una sfida non in competizione con le altre aziende, ma in collaborazione e confronto, nella certezza che fare gruppo, soprattutto in questo momento, aiuti a superare le difficolt&agrave;. &laquo;Non dobbiamo per&ograve; accontentarci &ndash; esorta <strong>Manetti</strong> &ndash; ma fare sempre meglio e di pi&ugrave; perch&eacute; il momento &egrave; difficile e non &egrave; ammesso alcun rilassamento. Dobbiamo mantenere la barra dritta nella direzione della qualit&agrave; e dell&rsquo;autenticit&agrave; continuando a lavorare tutti insieme in modo coeso, con passione e sono sicuro che il futuro del <em>Chianti Classico</em> sar&agrave; sempre pi&ugrave; ricco di successi&raquo;.</p>

<p>Questa visione del presidente <strong>Manetti</strong> &egrave; assolutamente coerente a quanto ritrovato nei bicchieri della <em>Chianti Classico Collection</em>. La 2024, presentata in anteprima, non &egrave; stata certamente un&rsquo;annata facile da interpretare, soprattutto da un punto di vista legato alle piovosit&agrave;, che hanno interessato la zona nel periodo primaverile fino a giugno, con rischio di malattie, per poi lasciare spazio al caldo, quindi tornare prepotentemente tra la fine di agosto e l&rsquo;inizio di settembre e poi attorno alla met&agrave; di ottobre. Fondamentale, quindi, &egrave; stata l&rsquo;attenzione dei produttori nell&rsquo;intervenire prontamente in vigna, per poi trovare il momento giusto per la vendemmia.</p>

<p>[[ima3]]Gli assaggi dell&rsquo;annata 2024 ci hanno dato alcune chiare indicazioni: si tratta di vini che mantengono la loro forte caratterizzazione territoriale, grazie a un <em>Sangiovese</em> particolarmente identitario (anche grazie al lungimirante <em>Progetto Chianti Classico 2000</em>, <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/136/40718/in-cantina/progetto-chianti-classico-2000-dopo-25-anni-i-risultati-si-bevono.html">leggi qui l&rsquo;articolo</a>), che non si esprimono per&ograve; in strutture e complessit&agrave;, ma in freschezze e bevibilit&agrave;. Non aspettiamoci quindi dei <em>Chianti Classico 2024 </em>robusti e alcolici, la parola chiave &egrave; acidit&agrave;. Un&rsquo;acidit&agrave; che in alcuni casi &egrave; particolarmente accentuata, ricordando alcuni vini del passato, che per&ograve; lascia spazio a evoluzioni nel tempo.</p>

<p>Assaggiando quindi i circa 70 campioni della 2024, i nostri preferiti sono stati <a href="https://casaemma.it/" rel="nofollow">Casa Emma</a>, <em>Coste di Felice </em>di <a href="https://www.aziendacastellaccio.it/" rel="nofollow">Castellaccio</a>, <a href="https://www.castellodiquerceto.it/" rel="nofollow">Castello di Querceto</a>, <em>Guado alto</em> di <a href="https://www.vicchiomaggio.it/" rel="nofollow">Castello Vicchiomaggio</a>, <a href="https://www.collebereto.it/" rel="nofollow">Colle Bereto</a>, <em>Rubiolo</em> di <a href="https://www.gagliole.com/" rel="nofollow">Gagliole</a>, <em>Brolio</em> di <a href="https://www.ricasoli.com/" rel="nofollow">Ricasoli</a>, <a href="https://riecine.it/" rel="nofollow">Riecine</a> e <a href="https://www.tolaini.it/" rel="nofollow">Tolaini</a>.</p>

<p>[[ima4]]La <em>Gran Selezione</em> ha visto i produttori presentare le annate 2023 e 2022. Per quanto riguarda la 2023, i vini erano sicuramente di grande piacevolezza e immediatezza, gi&agrave; abbastanza equilibrati e di buon corpo. Rispetto alla 2024, gli spigoli sono molto pi&ugrave; smussati e solo il tempo ci dir&agrave; il reale potenziale di affinamento di questi vini.</p>

<p>In questo caso, tra la quindicina di campioni presenti, i preferiti sono stati <em>Campolupi</em> di <a href="https://www.tenutadiarceno.com/it" rel="nofollow">Tenuta di Arceno</a> e <em>Casasilia</em> di <a href="https://poggioalsole.com/it/" rel="nofollow">Poggio al Sole</a>.</p>

<p>[[ima5]]Molto pi&ugrave; numerosi i vini presentati per la <em>Gran Selezione 2022</em>, oltre i 50. I nostri preferiti sono stati <a href="https://casaemma.it/" rel="nofollow">Casa Emma</a>, <em>Badiola</em> di <a href="https://mazzei.it/" rel="nofollow">Castello di Fonterutoli</a>, <a href="https://www.felsina.it/" rel="nofollow">F&egrave;lsina</a>, <em>Vigna Casanova dell&#39;Aia</em> di <a href="https://www.istine.it/" rel="nofollow">Istine</a>, <em>Vigna Gittori</em> di <a href="https://riecine.it/" rel="nofollow">Riecine</a> e <a href="https://www.castellodibossi.it/" rel="nofollow">Castello di Bossi</a>. C&rsquo;&egrave; da dire che &ndash; permetteteci la battuta &ndash; per quanto riguarda l&rsquo;annata 2022 &ldquo;si casca sempre in piedi&rdquo;, con una qualit&agrave; media elevata tra tutti i produttori.</p>

<p>Nell&rsquo;ambito delle <em>Anteprime Toscane</em>, dalla <em>Chianti Classico Collection</em> arrivano segnali confortanti, anche se permane l&rsquo;incertezza. Ma come spiegato anche da alcuni produttori, la migliore arma a disposizione in questo momento &egrave; quella di proseguire sulla strada tracciata, indicata come qualit&agrave; senza compromessi, identit&agrave; e valore culturale. Tutti aspetti che devono essere comunicati con puntualit&agrave; e attenzione.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/chianti-classico-collection-2026-1.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/136/41250/in-cantina/chianti-classico-segnali-di-moderato-ottimismo-e-vini-sempre-piu-identitari.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/136/in-cantina.html">136</category>			</item>			<item>				<title>La Chiocciola: nel Ferrarese una cucina di memoria e identità locale</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/41153/dallitalia/la-chiocciola-nel-ferrarese-una-cucina-di-memoria-e-identita-locale.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>[[ima1]]&nbsp;<a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/207/23805/guida-alla-guida/i-ristoranti-dellestate-2021-la-romagna.html" target="_blank">La Chiocciola Trattoria e Locanda</a> rappresenta il luogo in cui l&rsquo;eredit&agrave; culinaria della famiglia <strong>Migliari</strong> continua a vivere, alla guida della cucina troviamo <b>Adalberto &ldquo;Athos&rdquo; Migliari</b>, chef che unisce continuit&agrave; e rinnovamento, mantenendo vivo il legame con le ricette di casa e con il territorio. Siamo a&nbsp;Quartiere, a circa venti chilometri da Ferrara ma le radici di questa insegna storica si trovano lungo il Canale Rio Morto di Primaro a Marrara, antico ramo del fiume Po. L&rsquo;affluente, quasi &ldquo;morto&rdquo;, attraversa una zona rurale che conserva i segni della storia fluviale ferrarese e dove tra il 1947 e il 1948, la prima generazione di ambasciatori dell&rsquo;accoglienza di questa famiglia apre un&rsquo;osteria di paese. Qui la domenica pomeriggio si servivano pesce e anguilla fritti per merenda, mentre durante la settimana era latteria, per trasformarsi con il tempo in bar e infine in un ristorante che ha rappresentanto un&rsquo;istituzione nel panorama della ristorazione ferrarese e non: <em>Da Ido</em><b>.</b></p>

<p>[[ima2]]Oggi <b>Ido </b><b>Migliari</b> ha ottantacinque anni e lo si pu&ograve; ancora incontrare in sala per salutare gli ospiti de <em>La Chiocciola</em>&nbsp;mentre il figlio <strong>Adalberto </strong>guida la cucina; il logo del ristorante simboleggia la rana e la lumaca, due elementi che hanno portato fortuna alla loro famiglia. <font face="Liberation Serif, serif">&laquo;</font>Nel 1966, durante il viaggio di nozze a Parigi, <strong>Ido</strong> and&ograve; a trovare alcuni parenti e l&igrave; scopr&igrave; le <i>escargot</i> e le rane, che assaggi&ograve; come risotto, lasciandogli un ricordo indelebile<font face="Liberation Serif, serif">&raquo;</font>, racconta <strong>Adalberto</strong>. <font face="Liberation Serif, serif">&laquo;</font>Abbiamo sempre vissuto nel vecchio locale, sul Canale Rio Morto che parte dal Volano e raggiunge il Reno. Il canale, navigabile e ricchissimo di rane, attraversava le nostre campagne, dove abbondavano anche lumache. Tornato in Italia, mio padre inizi&ograve; a lavorare con questi due prodotti, studiandoli e offrendoli alla gente per testarli, continuando a trasmettermi l&rsquo;importanza di creare un&rsquo;identit&agrave;<font face="Liberation Serif, serif">&raquo;</font>.</p>

<p>Tra il 1997 e il 1998, il locale cambia sede e nome, il progetto era quello di creare una locanda con sei camere, cambiando insegna per non identificarlo pi&ugrave; con <strong>Ido </strong>ma con il figlio. <font face="Liberation Serif, serif">&laquo;</font>Il menu&nbsp;&egrave; rimasto sostanzialmente lo stesso, con tantissimo pesce. Ho portato molti prodotti del Delta, dalla caccia agli uccelli fino all&rsquo;anguilla, per valorizzare le nostre zone. Cerchiamo di dare sempre importanza al territorio, lavorando molto con le materie prime e con i prodotti di aia, come pollo o faraona, con il coniglio e l&rsquo;anatra, sia selvatica che di allevamento<font face="Liberation Serif, serif">&raquo;</font>.</p>

<p>[[ima8]]Quando si parla di anguilla, &egrave; doveroso sottolineare come, a <em>La Chiocciola</em>, questo prodotto iconico venga trattato con profondo rispetto e grande precisione tecnica. Viene prima cotta <i>sous-vide</i> e successivamente passata in forno tradizionale, per raggiungere la temperatura ideale e ottenere la classica doratura: questa lavorazione rende il piatto pi&ugrave; leggero, trasformando il grasso in un confit delicato. Da questa tecnica nasce il piatto <i>Terrina di </i><i>a</i><i>nguilla con cipolla all&rsquo;agro di lamponi, pesto di taggiasche e capperi e pat&egrave; del suo fegato. </i>Una sorta di aspic raffreddato e servito a fette, diventato un antipasto stabile nel menu. La cipolla all&rsquo;agro di lampone apporta acidit&agrave;, richiamando l&rsquo;anguilla marinata di Comacchio, mentre il pesto di olive taggiasche e capperi restituisce parte della grassezza persa con il sottovuoto e aggiunge una nota che ricorda l&rsquo;alga marina e il fondale, il luogo simbolico dove l&rsquo;anguilla &ldquo;muore e rinasce&rdquo;. A completare il piatto, una spuma di fegato d&rsquo;anguilla per omaggiare il quinto quarto, un elemento considerato fondamentale nella cucina di <strong>Migliari</strong>: <strong><font face="Liberation Serif, serif">&laquo;</font></strong>Gi&agrave; nel 1998, la cucina lavorava nell&rsquo;ottica di utilizzare ogni parte della materia prima, integrando ad esempio la cottura della carne macinata con tutto il gusto che le ossa potevano offrire<font face="Liberation Serif, serif">&raquo;</font>, racconta <strong>Adalberto</strong>.</p>

<p>[[ima3]]<em><i>Vitello cotto sui carboni e salsa tonnata</i></em><em> </em>&egrave; un classico della cucina italiana che viene cotto sul carbone con la fiamma mantenuta a grande distanza e spennellato con <em>Mop Sauce</em>, una salsa a base di aceto di mele e birra, la cui preparazione tradizionale viene rivisitata utilizzando birra senza glutine, elemento che rappresenta il leitmotiv di &ldquo;<strong>Athos</strong>&rdquo; <strong>Migliari</strong>.<em>&nbsp;</em><i>Lumache alla Borgogna </i>e<i>&nbsp;Ri</i><em><i>sotto alle </i></em><em><i>r</i></em><em><i>ane </i></em><em>rappresentano</em> i due pilastri del menu de <em>La Chiocciola</em>, due ricette imprescindibili, il cui fascino risiede nel rimanere le stesse &ldquo;da sempre&rdquo;.</p>

<p>[[ima4]][[ima5]]<i>Tortelloni di zucca al rag&ugrave; &ldquo;bianco&rdquo; di anatra </i>&egrave; un piatto in cui <font face="Liberation Serif, serif">&laquo;</font>Il cappellaccio di zucca, classico della cucina ferrarese, viene servito con un rag&ugrave; di anatra cotto in bianco, invece del tradizionale rag&ugrave; di carne. Prediligo una nota pi&ugrave; dolce, andando consapevolmente contro a quelle che sono le tendenze contemporanee<font face="Liberation Serif, serif">&raquo;, </font>prosegue Migliari. Seguono poi i piatti di cortile e quelli della tradizione tout court: <em><i>Pap</i></em><em><i>p</i></em><em><i>ardelle con rag&ugrave; di </i></em><em><i>l</i></em><em><i>epre, Faraona arrosto con patate al forno e funghi porcini: </i></em><font face="Liberation Serif, serif">&laquo;</font>Per la faraona, lascio che sia la materia prima a fare la differenza. Utilizzo una faraona adulta, con la pelle spessa, e la preparo in modo tecnico ma delicato: la carne resta umida e succosa, mentre la pelle diventa croccante<font face="Liberation Serif, serif">&raquo;</font>, una faraona arrostita con la maestria di chi la tradizione la vive per davvero: dando sapidit&agrave; e croccantezza, lasciando i succhi all&#39;interno della carne.</p>

<p>[[ima6]]Per concludere, il<em> </em>pre-dessert: un cucchiaio di <em>Salama da sugo</em> accompagnato da pur&egrave;, un piatto che racchiude la storia di un territorio.</p>

<p>Il dessert rompe le regole, trascendendo le convenzioni: <em>Crema caramellata al Parmigiano Reggiano con gelato al sedano e gocce di aceto balsamico</em>. Ispirata al latte portoghese di <b>Pellegrino Artusi</b>, nella crema il tuorlo &egrave; ridotto per lasciare spazio a una nota delicata di cioccolato bianco, evocando i sapori dell&rsquo;infanzia. Il dolce, leggermente salino grazie all&rsquo;aceto balsamico, racconta la Via Emilia e la regione. La freschezza del gelato, preparato con le foglie di sedano, pulisce il palato e introduce un tocco di recupero &ldquo;creativo&rdquo; nel piatto, mentre il cremoso di nocciola e la terra di cioccolato completano il contrasto di consistenze e sapori.&nbsp;</p>

<p>[[ima7]]A<em> </em><em>La Chiocciola </em>l&rsquo;ospitalit&agrave; va ben oltre la cucina:&nbsp;<strong><font face="Liberation Serif, serif">&laquo;</font></strong>Il nostro ristorante vuole essere un vero e proprio lunapark: un luogo dove staccare dal quotidiano, sentirsi a proprio agio e vivere un&rsquo;esperienza rilassante sotto diversi aspetti. Ritrovare il divertimento nella tradizione &egrave; quello che ci muove: lavoriamo il meno possibile materie prime autentiche e di qualit&agrave;, valorizzandone al massimo il gusto, affiancando tecniche classiche a abbinamenti audaci. L&rsquo;obiettivo &egrave; portare in tavola piatti tradizionali che siano sempre contemporanei, sorprendenti ma riconoscibili<font face="Liberation Serif, serif">&raquo;</font>.</p>

<p>Questa &egrave; la filosofia di <b>Adalberto Migliari</b> per il quale la cucina &egrave; tutto; rappresenta il suo parcogiochi, lo diverte, lo appassiona e lo stimola a una continua ricerca, sopratutto quando si parla di tradizione. La cucina diventa anche motivo di orgoglio: trasmettere conoscenze alle nuove generazioni, condividere la propria esperienza e far vivere emozioni attraverso i piatti, &egrave; parte essenziale del suo percorso professionale e umano.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/foto-la-chiocciola-1.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/41153/dallitalia/la-chiocciola-nel-ferrarese-una-cucina-di-memoria-e-identita-locale.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/dallitalia.html">44</category>			</item>			<item>				<title>Cesare Battisti e il suo pastrami in Santeria: un pop up tra Milano e New York</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/41245/dallitalia/cesare-battisti-e-il-suo-pastrami-in-santeria-un-pop-up-tra-milano-e-new-york.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Per cinque gioved&igrave; sera, dal 5 febbraio al 5 marzo, <strong>Cesare Battisti</strong> porta il suo pastrami artigianale in <a href="https://www.santeria.milano.it/paladini-8/" rel="nofollow">Santeria Paladini</a>, lo spazio milanese che, insieme all&#39;altra sede di <a href="https://www.santeria.milano.it/toscana-31/" rel="nofollow">Santeria Toscana</a>, &egrave; da tempo un punto di riferimento per la musica e le iniziative culturali in citt&agrave;. Il <em>Pastrami Club</em> &mdash; questo il nome del pop-up &mdash; &egrave; gi&agrave; alla sua terza serata: restano due appuntamenti, il 26 febbraio e il 5 marzo, dalle 18.00 alle 23.30.</p>

<p>L&#39;iniziativa nasce da una collaborazione tra lo chef patron del <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/12017/ristoranti/ratana.html">Ratan&agrave;</a> e <em>Santeria</em> che dovrebbe presto dare nuovi frutti. Ma intanto il primo risultato&nbsp;&egrave; questo: un men&ugrave; dedicato (25 euro, con panino, contorno a scelta tra patatine fritte e insalata di patate, e una bevanda) pensato e curato direttamente da <strong>Battisti</strong>.</p>

<p>[[ima2]][[ima3]]Chi conosce il pastrami di <strong>Battisti</strong> al <em>Ratan&agrave;</em>&nbsp;(e che viene raccontato <a href="https://www.instagram.com/reel/DTQjmPVCin4/?utm_source=ig_web_copy_link&amp;igsh=MzRlODBiNWFlZA==" rel="nofollow">in questo video</a> sul seguitissimo account Instagram del ristorante) sa che lo chef lo prepara con la lingua salmistrata, in una versione servita in focaccia. Per <em>Santeria</em> la scelta &egrave; stata diversa: &laquo;Abbiamo mantenuto il profilo del pastrami classico, ma anzich&eacute; farlo col brisket di manzo, lo standard USA,&nbsp;abbiamo scelto la carne di vitellone, un po&#39; pi&ugrave; delicata&raquo;, spiega <strong>Battisti</strong>.</p>

<p>Una scelta ragionata, in linea col suo approccio: &laquo;Noi siamo persone pi&ugrave; delicate degli americani, e penso che lo dimostriamo in tutte le scelte che facciamo nel corso della giornata&raquo;.</p>

<p>[[ima4]]Non avendo a disposizione un barbecue, l&#39;affumicatura avviene in camera stagna con trucioli di legno di melo. Quanto al rub, il mix di spezie che riveste la carne, &egrave; un lavoro in evoluzione da oltre un anno e mezzo: &laquo;Ogni volta&nbsp;aggiungiamo qualcosa in pi&ugrave;, qualcosa in meno, finch&eacute; non troviamo una quadra perfetta. Cambia il sapore a seconda della carne: lo stesso rub che metto sulla lingua, sulla punta di petto non d&agrave; lo stesso effetto. La quantit&agrave; di grasso presente nel muscolo ti cambia la percezione. &Egrave; una ricerca meticolosa&raquo;.</p>

<p>Il risultato &egrave; un pastrami molto goloso e molto classico, con una morbidezza aromatica maggiore rispetto al punto di riferimento newyorkese per eccellenza. Il pane &egrave; molto morbido, anche qui una specie di focaccia: un&#39;interpretazione fedele e essenziale, che convince anche nella versione vegetariana, realizzata col sedano rapa. Il servizio segue il modello americano, con cetriolini sottaceto e insalata di patate.</p>

<p>[[ima5]]Il pastrami di lingua salmistrata, intanto, continua a essere uno dei piatti pi&ugrave; richiesti al <em>Ratan&agrave;</em>, dove i clienti lo ordinano da condividere: &laquo;Fino a non molto tempo fa, non avrei immaginavo che in molti sarebbero venuti al <em>Ratan&agrave;</em> per ordinare una focaccia col pastrami? Ma in questo momento &egrave; uno dei best seller del menu&raquo;, racconta <strong>Battisti</strong>, che annuncia l&#39;arrivo della stessa preparazione anche da <em>Silvano</em>, il suo altro locale milanese. La produzione rester&agrave; centralizzata al <em>Ratan&agrave;</em>, l&#39;unico dei suoi locali dotato delle camere stagne necessarie per l&#39;affumicatura.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/pastrami3.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/41245/dallitalia/cesare-battisti-e-il-suo-pastrami-in-santeria-un-pop-up-tra-milano-e-new-york.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/dallitalia.html">44</category>			</item>			<item>				<title>Nasce Fuori Carta, il progetto di Pasqua Vini nel segno del Passito di Pantelleria &quot;Sangue d'Oro&quot;</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/136/41244/in-cantina/nasce-fuori-carta-il-progetto-di-pasqua-vini-nel-segno-del-passito-di-pantelleria-sangue-doro.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>L&rsquo;Ambasciata d&rsquo;Italia a Parigi &egrave; stata la casa di Pasqua Vini per il lancio del progetto &ldquo;Fuori Carta&rdquo;, legato al <i>Passito di Pantelleria &ldquo;Sangue d&rsquo;Oro&rdquo;</i>, ultima acquisizione della storica famiglia veronese, come ha saputo mettere in rilievo <i>l&rsquo;&eacute;toile</i> del cinema francese <b>Carole Bouquet</b>, ideatrice e produttrice del progetto pantesco, da pochi mesi partner dei <b>Pasqua</b>.</p>

<p><b>Riccardo</b> e <b>Andrea Pasqua</b> hanno condiviso con un gruppo selezionato di ospiti la loro visione su questo nuovo progetto legato al Passito di Pantelleria. In primis, come ha dichiarato <b>Riccardo Pasqua</b>, Ceo di <i>Pasqua Vini</i>: &laquo;Questo progetto nasce da una scelta condivisa che unisce la nostra visione di tutela della cultura vitivinicola, mettendo in discussione le categorie di vino per esplorarne la versatilit&agrave; di abbinamento&raquo;.</p>

<p>[[ima3]]</p>

<p><i>Sangue d&rsquo;Oro</i> &egrave; un Passito di Pantelleria che sorprende per una sensazione sapida ben definita, per il raro equilibrio tra zuccheri residui, acidit&agrave; naturale e ricca mineralit&agrave; tipica del <i>terroir</i> vulcanico. Pantelleria &egrave; un&rsquo;isola nera, bruciata dal vento, dove ogni grappolo &egrave; una conquista. Qui il sole non scalda: doma. E la dolcezza diventa una forma di eroismo. C&rsquo;&egrave; un equivoco enorme sui vini dolci: li immaginiamo relegati al dessert, confinati alla fine del pasto, come una parentesi. Ma i vini dolci non sono un dopo. Sono un altro luogo. Sono vini da meditazione, da conversazione, da silenzio. Non si bevono: si ascoltano. Questo perch&eacute; contengono un&rsquo;intensit&agrave; che altri vini inseguono invano: la concentrazione del tempo. Mi piacerebbe definire <i>Sangue d&rsquo;Oro</i> sapido-marino-vulcanico: una salinit&agrave; che conferisce al sorso una tensione gustativa di rara eleganza.</p>

<p>[[ima4]]</p>

<p>Proprio <b>Andrea Pasqua</b>, Head of Business Development di <i>Pasqua Vini</i>, illustra il progetto <i>Fuori Carta</i> mentre si degusta una <i>Tartelletta al cioccolato</i>, <i>capperi e caviale</i> proposta dal celebre chef bistellato non convenzionale <b>Bruno Verjus </b>di Parigi: &laquo;Sin dalla genesi di questo progetto, &egrave; stato chiaro che la natura stessa di Sangue d&rsquo;Oro, &egrave; quella di nascere lavorando fuori dalle regole e dagli schemi precostituiti. &Egrave; un vino profondamente tradizionale quanto eccezionalmente contemporaneo: &egrave; legato al tempo, al vento, alla mano dell&rsquo;uomo, ma non vuole essere ingabbiato in un momento preciso del pasto. Quando abbiamo discusso con <b>Carole Bouquet</b> di restituire al Passito di Pantelleria la centralit&agrave; che gli spetta, si &egrave; subito dimostrata entusiasta. Con <i>Fuori Carta</i> abbiamo la possibilit&agrave; di sottolineare, in maniera ancora pi&ugrave; potente, quanto la forza di <i>Sangue d&rsquo;Oro</i> risieda nell&rsquo;emozione che crea&raquo;.</p>

<p>[[ima5]]</p>

<p>L&rsquo;Ambasciatrice d&rsquo;Italia a Parigi, <b>Emanuela D&rsquo;Alessandro</b>, ha dichiarato: &laquo;Sono davvero lieta di accogliere questa sera, e proprio all&rsquo;interno del teatro siciliano dell&rsquo;Ambasciata, un evento cos&igrave; simbolico: un nuovo connubio tutto italo-francese, ma anche mediterraneo, intorno a quella che &egrave; una delle nostre pi&ugrave; secolari e prestigiose passioni in comune, quella per il vino. La sua storia, la sua tradizione, ma anche il suo significato pi&ugrave; profondo&raquo;.</p>

<p>[[ima2]]</p>

<p>E <b>Madame Bouquet</b> conferma: &laquo;Quando ho immaginato <i>Sangue d&rsquo;Oro</i>, l&rsquo;ho pensato come un vino capace di sorprendere, accompagnare, essere condiviso senza timore, perch&eacute; non chiede di essere definito, ma attraversato. Lo amo perch&eacute; evolve e cambia insieme al cibo. Mi emoziona vederlo incontrare abbinamenti inaspettati: &egrave; l&igrave; che diventa davvero libero e viene pienamente valorizzato&raquo;.</p>

<p>La nuova narrativa di <i>Sangue d&rsquo;Oro</i> da parte di <i>Pasqua Vini</i>, testimonia l&rsquo;impegno che la cantina veronese porta avanti nel rileggere i grandi vini italiani con interpretazioni contemporanee che non ne tradiscono l&rsquo;identit&agrave;, utilizzando codici espressivi e suggerendo nuove modalit&agrave; di approccio che parlano alle nuove generazioni di consumatori.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/foto-vini-pasqua-sangue-doro-2.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/136/41244/in-cantina/nasce-fuori-carta-il-progetto-di-pasqua-vini-nel-segno-del-passito-di-pantelleria-sangue-doro.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/136/in-cantina.html">136</category>			</item>			<item>				<title>I 25 anni dalla morte di Gianni Cosetti: l’alchimia dell’Orso che inventò il futuro</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/41227/dallitalia/i-25-anni-dalla-morte-di-gianni-cosetti-lalchimia-dellorso-che-invento-il-futuro.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>A venticinque anni dalla sua scomparsa, avvenuta il 20 febbraio 2001, la figura di <strong>Gianni Cosetti</strong> ((Villa Santina, 12 maggio 1939 &ndash; Tolmezzo, 20 febbraio 2001) non appartiene solo alla memoria del Friuli, ma rappresenta un pilastro della cultura gastronomica italiana ed europea. Definito da <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Luigi_Veronelli" rel="nofollow">Luigi Veronelli</a> come &laquo;il cuoco pi&ugrave; moderno che l&#39;Italia abbia mai avuto&raquo;, <strong>Cosetti</strong> &egrave; stato il pioniere di una rivoluzione che oggi chiamiamo sostenibilit&agrave;, ma che per lui era semplicemente &quot;Carniasofia&quot;: l&rsquo;arte di innovare restando ancorati alla propria Terra Madre, la Carnia per l&#39;appunto.</p>

<p>&nbsp;</p>

<h3>Il &quot;Cuocosauro&quot; che guardava avanti</h3>

<p>Per molti era semplicemente &quot;l&rsquo;Orso di Carnia&quot;, un appellativo che rifletteva il suo carattere schivo, ruvido e profondamente legato alle sue origini. Il grande <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Gianni_Mura" rel="nofollow">Gianni Mura</a> lo battezz&ograve; &quot;Cuocosauro&quot;, un termine nato per sottolineare le sue radici ancestrali in un&#39;epoca di mode effimere e passeggere. Eppure, lo stesso <strong>Mura</strong> dovette ammettere che <strong>Cosetti</strong> era &quot;sporto sul futuro&quot;: un precursore di concetti oggi scontati come il chilometro zero, la stagionalit&agrave; e la trasparenza della filiera. Prima che il foraging diventasse una tendenza globale, <strong>Cosetti</strong> setacciava i boschi della Carnia insieme alle massaie locali, arrivando a catalogare oltre settanta tipi di erbe spontanee e funghi. La sua tavola non nasceva da laboratori ultra-tecnologici, ma dallo &quot;spolert&quot;, la tradizionale cucina a legna, che preferiva ai fuochi a gas per la sua capacit&agrave; di conferire profumi, aromi e dinamiche termiche uniche ai piatti.</p>

<p>[[ima5]]</p>

<blockquote>
<p><em><strong>&quot;Fu un precursore di concetti oggi scontati come il chilometro 0, la stagionalit&agrave; e la trasparenza della filiera. La sua tavola non nasceva da laboratori ultra-tecnologici, ma dallo &quot;spolert&quot;, la tradizionale cucina a legna, che preferiva per la sua capacit&agrave; di conferire profumi, aromi e dinamiche termiche uniche&quot;</strong></em></p>
</blockquote>

<p>[[ima6]][[ima7]][[ima11]]</p>

<h3>La &quot;Carniasofia&quot; e il segreto del To&ccedil; in braide</h3>

<p>L&rsquo;eredit&agrave; di <strong>Cosetti</strong> &egrave; racchiusa nel concetto di &quot;Carniasofia&quot;: innovare conservando. Al &quot;mitico&quot; <a href="https://www.albergoromatolmezzo.it/it/home/" rel="nofollow">Albergo Roma</a> di Tolmezzo, <strong>Cosetti</strong> comp&igrave; un vero e proprio miracolo: trasformare ingredienti umili in piatti &laquo;immensi e superiori&raquo;, come sono stati definiti da <strong>Luigi Veronelli</strong>. &Egrave; qui che nacque la sua famosa ricetta del <em>To&ccedil; in braide</em>, un tempo semplice intingolo contadino, elevato da <strong>Cosetti</strong> a una vellutata di formaggi e polenta morbida impreziosita dalla &quot;morchia&quot; (burro chiarificato e farina di mais tostata). Ma la sua ricerca non si fermava ai confini regionali: <strong>Cosetti</strong> gest&igrave; anche il bar del Quirinale a Roma e ottenne la stella Michelin nel 1991, portando la Carnia sul <em>New York Times</em> e all&#39;attenzione di maestri come <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/98/18745/zanattamente-buono/paul-bocuse-20-cose-da-sapere-sul-cuoco-del-secolo.html">Paul Bocuse</a> e <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/6/495/chef-e-protagonisti/alain.html">Alain Ducasse</a>.&nbsp;[[ima8]][[ima9]][[ima10]]</p>

<h3>&nbsp;</h3>

<h3>Un&#39;eredit&agrave; immortale</h3>

<p><strong>Cosetti</strong> era un uomo che sapeva incantare: si racconta che nel 2000 tenne il regista <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Ermanno_Olmi" rel="nofollow">Ermanno Olmi</a> e <a href="https://www.grappanonino.it/storia-famiglia-nonino/" rel="nofollow">Giannola Nonino</a>&nbsp;(<strong>Gianni</strong> dopo la chiusura del <em>Roma</em> cucin&ograve; per il <em>Risit d&#39;aur</em>&nbsp;dei <a href="https://www.grappanonino.it/" rel="nofollow">Nonino</a>) inchiodati per due ore ad ascoltare la storia della polenta e delle erbe. La sua grandezza era fatta di &quot;umile, fiera e schiva ostinatezza&quot;. Ancora oggi, il suo libro, <em>Vecchia e nuova cucina di Carnia</em>, un vero &quot;trattato di cucina alchemica&quot;, continua a disegnare gli orizzonti creativi di chiunque voglia raccontare il Friuli. <strong>Gianni</strong> ci ha insegnato che il futuro non &egrave; nel progresso tecnologico fine a se stesso, ma nel ritorno consapevole alla vita contadina, riscoprendo una qualit&agrave; superiore dell&#39;esistenza attraverso il linguaggio poetico dei suoi piatti. Per noi friulani, <strong>Cosetti</strong> &egrave; la prova che anche dalla montagna pi&ugrave; aspra pu&ograve; nascere un&#39;arte capace di parlare al mondo intero.&nbsp;[[ima2]]</p>

<h3>&nbsp;</h3>

<h3>I discepoli e l&#39;insegnamento di Cosetti</h3>

<p>Oggi il suo insegnamento vive attraverso i suoi &quot;allievi&quot; ideali. <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/6/2494/chef-e-protagonisti/antonia.html">Antonia Klugmann</a>, chef patron de <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/12554/ristoranti/largine-a-venco.html">L&rsquo;Argine a Venc&ograve;</a>, lo definisce il suo principale punto di riferimento regionale e un &laquo;<a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/6/579/chef-e-protagonisti/rene.html">Ren&eacute; Redzepi</a> ante-litteram&raquo;. Per la <strong>Klugmann</strong>, <strong>Cosetti</strong> &egrave; stato l&#39;esempio straordinario di come nobilitare un ingrediente locale rendendolo moderno e complesso. Accanto a lei, ci sono figure come <strong>Carmen Florit</strong>, che ha lavorato con lui per 25 anni considerandolo un padre professionale, o <strong>Daniele Cortiula</strong>, suo allievo negli anni Ottanta e Novanta, o ancora la figlia <strong>Anna Cosetti</strong>, che oggi porta avanti la magia della cucina paterna a Pesariis. Anche il mondo della scuola lo ricorda con il &quot;Premio Gianni Cosetti&quot;, dove i giovani studenti dell&#39;ISIS Paschini-Linussio di Tolmezzo (Udine) si sfidano nel rivisitare piatti storici come i <em>Cjals&ograve;ns</em>, di cui <strong>Cosetti</strong> document&ograve; ben 40 varianti diverse in un concorso del 1973.&nbsp;[[ima12]][[ima13]][[ima14]]</p>

<h3>&nbsp;</h3>

<h3>L&rsquo;omaggio di Antonia Klugmann</h3>

<p>[[ima3]]&laquo;Molti cuochi sono stati Maestri per me ben prima che io li conoscessi di persona e potessi provare la loro cucina al ristorante. Il loro lavoro, lo studio, le tecniche, lo stile mi hanno formato al pari dei cuochi con cui fisicamente ho condiviso la cucina. Questo &egrave; stato possibile e lo &egrave; ancora perch&eacute; la profondit&agrave; della loro ricerca &egrave; stata unica. Si tratta di pochi professionisti che lasciano un solco per quelli che verranno dopo. Il libro di <strong>Gianni Cosetti</strong>, i racconti di quelli che hanno mangiato al <em>Roma</em>, le leggende dei suoi fornitori e collaboratori, i ragazzi che ha formato &hellip; tutto questo ci permette di sentirlo come vivo e presente qui in Friuli-Venezia Giulia&raquo;, ci racconta <strong>Antonia Klugmann</strong>. Che prosegue: &laquo;Il suo lavoro &egrave; stato innovativo. Ha scavato nel territorio che amava, nelle tradizioni che sentiva sue e ha sublimato ogni cosa, elevandola. &Egrave; stato in grado di interiorizzare, rielaborare, interpretare, creare, giocare. Perch&eacute; la sua sensibilit&agrave; era fuori dal comune come la sua intelligenza. Le sue tecniche in cucina erano e sono al contempo semplici e complesse perch&eacute; sono frutto del lavoro di un cesellatore capace di sentire dove fosse il superfluo con la sicurezza di un maestro e di eliminarlo. Le ricette che ci ha tramandato sono lo specchio di questo lavoro, prive di complicazioni o orpelli. L&rsquo;ingrediente &egrave; al centro, certo. Ingrediente povero, comune tra le montagne e nelle campagne friulane. Ingrediente per&ograve; prezioso perch&eacute; di qualit&agrave; eccelsa, nel pieno della sua stagionalit&agrave;. Frutto del sapere di contadini, allevatori, cacciatori, artigiani, raccoglitori. C&rsquo;&egrave; una magia nelle sue ricette. Perch&eacute; non &egrave; pedissequo nel tramandare ma creativo. Crea nuove tradizioni&raquo;.</p>

<h3>&nbsp;</h3>

<h3>L&rsquo;omaggio di Walter Filiputti</h3>

<p>[[ima4]]Per completare il nostro ritratto di <strong>Gianni Cosetti</strong>, chiediamo aiuto a<strong> Walter Filiputti</strong>, una delle voci pi&ugrave; autorevoli dell&rsquo;enogastronomia friulana, narratore capace di tenere insieme storia, gusto e visione del futuro. Nato e cresciuto in Friuli, <strong>Filiputti </strong>ha scelto il vino e la cucina come linguaggio per raccontare la sua terra, partendo da una formazione giornalistica e da una curiosit&agrave; quasi ossessiva per il modo in cui si parla di cibo e vino. Figura di spicco tra i fondatori dell&rsquo;<em>Associazione italiana sommelier</em> del Friuli-Venezia Giulia, ha formato generazioni di studenti, spiegando che una bottiglia non &egrave; solo un prodotto, ma un racconto di persone, paesaggio e lavoro. Nel suo percorso ha affiancato all&rsquo;attivit&agrave; di studioso e divulgatore quella di consulente e produttore, con una propria azienda agricola a Manzano. Da oltre vent&rsquo;anni &egrave; il patron del <a href="https://www.friuliviadeisapori.it/" rel="nofollow">Consorzio Friuli Venezia Giulia Via dei Sapori</a>, una sorta di laboratorio itinerante in cui cuochi, vignaioli, distillatori e artigiani del gusto si presentano insieme al mondo come &ldquo;sistema Friuli&rdquo;. In parallelo ha firmato opere come la &ldquo;Modern History of Italian Wine&rdquo; e la recente &ldquo;Storia moderna della cucina del Friuli Venezia Giulia&rdquo;, in cui mette nero su bianco una convinzione chiave: la tradizione non &egrave; nostalgia, ma innovazione che ha funzionato e si &egrave; sedimentata nel tempo.</p>

<p><strong>Walter, ci regali un tuo ricordo personale di Cosetti, pensando a chi non ha avuto la fortuna di conoscerlo?</strong><br />
&laquo;La prima risposta &egrave;: fortunato chi l&#39;ha conosciuto, perch&eacute; <strong>Gianni</strong> era una persona irripetibile sia sotto il profilo personale ed umano sia come cuoco. Era un uomo dolcissimo, altruista (aveva il piacere di insegnare la sua cucina, senza segreti) e amava in maniera viscerale la sua terra che raccontava attraverso i sapori. Fu lui a raccogliere le ricette antiche vallata per vallata; fu lui a coinvolgere 40 donne chiamandole, in una giornata memorabile, a preparare i propri <em>Cjarsons</em> (sorta di agnolotti le cui ricette cambiano in ogni famiglia) che dir si voglia. Voleva capire quale meritava di rappresentare meglio la Carnia&raquo;.</p>

<p>[[ima20]]<strong>A tuo parere, che cosa resta oggi dei suoi insegnamenti? </strong><br />
&laquo;La sua &egrave; una cucina inimitabile e irripetibile perch&eacute; si basava esclusivamente sui prodotti della Carnia che, vista la particolare situazione climatica e territoriale, d&agrave; agli stessi un carattere unico. Inoltre, lui faceva davvero una cucina stagionale perch&eacute; era legato ai prodotti naturali della sua terra. E poi aveva una sensibilit&agrave; straordinari a sia creativa che di presentazione del piatto. Il suo capolavoro &egrave; il <em>To&ccedil; in braide</em> (intingolo del contadino), preparato con prodotti semplicissimi (crema di formaggi e polenta molto tenera) e che lui variava, sulla stessa base, ogni stagione. Ancora oggi un piatto modernissimo. Una cucina povera che lui rendeva regale&raquo;.</p>

<p><strong>Quali chef incarnano oggi in modo pi&ugrave; autentico la sua eredit&agrave;?</strong><br />
&laquo;Vedo ben pochi chef che incarnino il suo sapere, la sua sensibilit&agrave; e umilt&agrave;. Potrei citare il suo allievo prediletto, <strong>Daniele Cortiula</strong>, ma che non ha ristorante (fa servizio catering). Tra i ristoranti: <a href="http://www.trattoriaparadiso.it/" rel="nofollow">Al Paradiso</a> di Pocenia, in provincia di Udine (<strong>Carlo Passera</strong> ne ha scritto recentemente, <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/132/41111/carlo-mangio/al-paradiso-in-un-antico-borgo-disabitato-la-grande-cucina-friulana-di-tradizione.html">leggi qui</a>, <em>ndr</em>), dove <strong>Gianni</strong> ha insegnato per un anno il suo sapere e dove hanno assorbito la sua filosofia; poi <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/32895/ristoranti/al-cacciatore-de-la-subida.html">Al Cacciatore de La Subida</a> di Corm&ograve;ns (Gorizia) il cui chef, <strong>Alessandro Gavagna</strong>, interpreta la propria cucina con lo spirito di <strong>Cosetti</strong>&raquo;.&nbsp;[[ima16]][[ima17]][[ima18]][[ima19]]</p>

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<h3>&ldquo;Il cuoco pi&ugrave; moderno che l&#39;Italia abbia avuto&rdquo;</h3>

<p><strong>Luigi Veronelli</strong> defin&igrave; <strong>Cosetti</strong> &ldquo;Il cuoco pi&ugrave; moderno che l&#39;Italia abbia avuto&rdquo;. <strong>Gianni Mura</strong>, era la met&agrave; degli anni Ottanta, scrisse: &ldquo;Si parla di filiera, di mappatura di trasparenza del percorso produttore-consumatore e quasi sempre &egrave; il cuoco a garantire in prima persona la qualit&agrave; del cibo, &egrave; lui a individuare non solo le materie prime, ma anche a rinsaldare il legame con i produttori, allevatori, cacciatori. Queste cose <strong>Cosetti</strong> le ha sempre fatte. Per questo i suoi piatti gli sono sopravvissuti. Perch&eacute; <strong>Cosetti</strong>, attraverso un&#39;espressione culinaria popolare, tenta di interpretare l&rsquo;indole spiccatamente individualista della gente di montagna. <strong>Gianni</strong> &egrave; uno storico della cucina e antepone la pratica alla teoria. Un poeta che evidenzia una passione intrecciata per l&#39;umano e il suo ambiente, elemento scatenante per il recupero della memoria e dei fondamenti della propria identit&agrave;.</p>

<p>[[ima15]]Nel 1995 diede alle stampe il suo gi&agrave; citato libro <em>Vecchia e nuova cucina di Carnia</em>. Scrisse: &ldquo;Questo libro non vuole essere un trattato di cucina, ma una raccolta di ricette della mia terra. Ognuna di esse trova le sue origini nell&#39;ingegnosa cucina delle donne carniche&rdquo;. Commenta&nbsp;<strong>Annalisa Bonfiglioli</strong>, autrice di&nbsp;<em>Il mondo di Gianni Cosetti Cuoco di Carnia</em>&nbsp;(si pu&ograve; richiedere alla <a href="http://www.comunitamontanacarnia.it" rel="nofollow">Comunit&agrave; Montana della Carnia</a>):&nbsp;&ldquo;Il suo lavoro ha un carattere scientifico, ma al tempo stesso il lettore ha l&rsquo;impressione di trovarsi di fronte a un romanzo popolare che narra la storia di una terra dove i piatti ricoprono il ruolo dei protagonisti&quot;.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/gianni-cosetti-storico-chef-del-ristorante-roma-di-tolmezzo-foto-tratta-da-vecchia-e-nuova-cucina-di-carnia-1995-arti-grafiche-friulane.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/41227/dallitalia/i-25-anni-dalla-morte-di-gianni-cosetti-lalchimia-dellorso-che-invento-il-futuro.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/dallitalia.html">44</category>			</item>			<item>				<title>Non è come ce l’aspettavamo: la sorpresa del ristorante Pepe by Langosteria</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/132/41243/carlo-mangio/non-e-come-ce-laspettavamo-la-sorpresa-del-ristorante-pepe-by-langosteria.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>No, non ce l&rsquo;aspettavamo davvero cos&igrave; il ristorante <a href="https://www.pepe.it/it" rel="nofollow">Pepe &ndash; Barra italiana</a>, nuova idea partorita dalla fertile mente di <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/6/21744/chef-e-protagonisti/enrico.html">Enrico Buonocore</a>, fondatore, ceo nonch&eacute; proprietario, a parit&agrave; di quote con quell&rsquo;<em>Archive</em> che &egrave; family office della famiglia <strong>Ruffini</strong> (<em>Moncler</em>, per dire uno dei suoi brand), del <em>Gruppo Langosteria</em>&nbsp;(<em>Pepe</em> ha aperto al quarto piano di quel prestigioso Palazzo Lancia al cui quinto ha preso sede <em>Langosteria Montenapoleone</em>, insegna numero quattro in citt&agrave;, e al sesto il <em>Langosteria Ally&rsquo;s Bar</em>).</p>

<p>Dicevamo dunque come non ce l&rsquo;aspettassimo cos&igrave;, <em>Pepe</em>: perch&eacute; poco meno un paio di mesi fa, quando &egrave; iniziata a girare la voce che per questo progetto <strong>Buonocore</strong> aveva prima a lungo corteggiato uno stimato chef di puro fine dining, il veneto <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/6/9299/chef-e-protagonisti/luca.html">Luca Fantin</a>, infine inducendolo a dire s&igrave; e dunque riconducendolo in Italia dopo i <em>lustri-durati-tre-lustri</em> al <em>Bulgari</em> di Tokyo, si poteva ben pensare che la visionaria creativit&agrave; imprenditoriale di &quot;mister Langosteria&quot; avesse ceduto a una tentazione in passato sempre respinta, quella di puntare a quello che si definisce solitamente &ldquo;ristorante stellato&rdquo;. <strong>Fantin</strong> pareva la persona giusta, la sede prestigiosa, il gruppo tanto solido da poterselo permettere. Insomma, uno scenario&nbsp;ovvio.</p>

<p>[[ima2]][[ima3]]Ma appunto: no.&nbsp;<em>Pepe</em> non &egrave; come ce l&rsquo;aspettavamo. E a occhio e croce non &egrave; un male, <strong>Buonocore</strong> ha avuto una bellissima idea differente e ha spiazzato. (D&rsquo;altra parte, che sia un gran talento nell&rsquo;imprenditoria di settore &egrave; dimostrato dall&rsquo;aver creato e condotto al successo in pochi anni un brand che oggi fattura sui 65 milioni di euro all&rsquo;anno, che ha colonizzato uno degli hotel pi&ugrave; prestigiosi di Parigi, che fa 600 coperti al giorno servendo pesce ai 1.800 metri sul livello del mare di St.Moritz, direttamente sulle piste da sci, e che si prepara ad atterrare anche a Londra e Porto Cervo, se ne dovrebbe parlare nei prossimi mesi, &laquo;siamo un po&rsquo; in ritardo&raquo;).</p>

<p><em>Pepe</em> non sar&agrave; l&rsquo;insegna fine dining del gruppo, nonostante la presenza di <strong>Fantin</strong>. Lo scontrino medio si dovrebbe anzi collocare un po&rsquo; al di sotto dell&rsquo;usuale <em>quota</em>-<em>Langosteria</em>, &laquo;saremo attorno agli 80 euro a pranzo, 100 a cena. Poi, ovvio, dipende dal vino&raquo;. <em>Pepe</em> sar&agrave; un format di casual dining, pur d&rsquo;alto livello, replicabile e soprattutto esportabile: un modello molto metropolitano e assai adatto a varcare le frontiere, &egrave; gi&agrave; nei piani aprire a Parigi e Londra &laquo;entro due o tre anni&raquo;, ma il sogno confessato &egrave; New York &laquo;dove una cosa come questa sono certo avrebbe (avr&agrave;? <em>Ndr</em>) un grandissimo successo&raquo;. <em>Pepe</em> &egrave; bellissimo, d&rsquo;eleganza non affettata, tra banconi scultorei in noce massello, cappe sospese color rosso mattone, superfici in terracotta e marmi Rosso Alicante &ndash; l&rsquo;interior design &egrave; stato curato dal team di architettura di <em>Fendi</em>. &Egrave; luminoso, dinamico. L&rsquo;elemento centrale &egrave; fornito dai suddetti tre massicci banconi, cui sono accostati 36 comodi sgabelli made in Friuli, per&ograve; la parola &ldquo;bancone&rdquo; piaceva poco a <strong>Buonocore</strong>, ecco allora la decisione di sostituirla con l&rsquo;equivalente spagnolo &ldquo;barra&rdquo; in&nbsp;<a href="https://www.pepe.it/it" rel="nofollow">Pepe &ndash; Barra italiana</a>. L&rsquo;italianit&agrave; &egrave; infatti l&rsquo;altro elemento caratterizzante, l&#39;obiettivo &egrave;&nbsp;celebrare la nostra cucina attraverso i suoi piatti pi&ugrave; iconici.</p>

<p>[[ima4]]Domanda: ma che c&rsquo;azzecca allora <strong>Luca Fantin</strong>? Ch&eacute;, gi&agrave; a vederli uno accanto all&rsquo;altro, <strong>Fantin</strong> e <strong>Buonocore</strong> paiono la notte e il giorno, il primo riservato e di poche parole, l&rsquo;altro esuberante e istrionico. &laquo;L&rsquo;ho dovuto corteggiare a lungo&raquo; spiega il patron, riferendosi allo chef. Chiaro che sulle prime quest&rsquo;ultimo possa aver nicchiato, di fronte a una proposta food diversa dalla sua usuale che era&nbsp;pi&ugrave; legata al fine dining classico, e all&rsquo;interno di un gruppo in cui dichiaratamente conta la forza del brand, il suo posizionamento, la sua visibilit&agrave;, la sua replicabilit&agrave;, ben pi&ugrave; di chi sia la toque in cucina (sfida: quanti di voi sanno il nome dell&rsquo;head chef di <em>Langosteria</em>?). E allora? <strong>Fantin</strong> &egrave; stato convinto dalla visionariet&agrave; del progetto, dall&rsquo;ambizione che sottende; <strong>Buonocore</strong> cita come concept di riferimento quello de <a href="https://jrobuchon.com/" rel="nofollow">L&rsquo;Atelier di Jo&euml;l Robuchon</a> &ndash; attualmente ce ne sono sei nel mondo, ma con insegne affini il gruppo vanta 29 locali in 4 continenti &ndash; per&ograve; il parallelismo ci sembra&nbsp;corretto solo in parte, l&igrave; l&rsquo;elemento fondante del gruppo era lo chef&nbsp;<a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Jo%C3%ABl_Robuchon" rel="nofollow">Jo&euml;l Robuchon</a>, mentre qui il gruppo gi&agrave; c&rsquo;&egrave; gi&agrave;, e si chiama <em>Langosteria</em>.</p>

<p>Ci vengono allora in mente similitudini alternative. <strong>Fantin</strong>, che assume la guida di tutta la proposta food del neonato brand <em>Pepe</em> - qui a Milano col flagship restaurant e poi nella prossime aperture &ndash; fa una scelta simile a quella di <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/6/2560/chef-e-protagonisti/enrico.html">Enrico Panero</a>, che gi&agrave; da anni ha accantonato le ambizioni stellate per diventare chef-manager &ldquo;di sistema&rdquo;, figura chiave del mondo <em>Eataly</em>; e per qualche verso persino simile anche a quella di <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/6/19982/chef-e-protagonisti/diego.html">Diego Rossi</a>, che ha raggiunto il vero successo non col suo fine dining tradizionale degli inizi ma quando ha scelto di portare tecniche e know how dell&rsquo;alta cucina nel mondo della trattoria contemporanea.</p>

<p><strong>Fantin</strong> far&agrave; una cosa simile, solo che a un livello pi&ugrave; alto: casual dining, dicevamo, quindi i grandi piatti italiani, golosi, in condivisione, reinterpretati con la sua sapienza, &laquo;abbiamo lavorato sulla tecnica per alleggerire le ricette tradizionali, senza perdere in profondit&agrave;. Volevamo piatti ancora pi&ugrave; gustosi, ma anche pi&ugrave; delicati. La nostra &egrave; una proposta chiara, immediata, con poche regole e nessuna pressione per l&rsquo;ospite. Conta la generosit&agrave;, non l&rsquo;ego. Siamo tornati all&rsquo;essenza della cucina italiana, al di l&agrave; delle mode&raquo;. <em>Pepe</em> vuole diventare portabandiera di una cucina italiana classica-contemporanea, soprattutto all&rsquo;estero, un po&rsquo; come <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/6/583/chef-e-protagonisti/niko.html">Niko Romito</a> coi <em>Bulgari</em> sparsi nel mondo (qui c&rsquo;&egrave; un curioso corto circuito tra i due chef), ma in un ambiente pi&ugrave; informale, &laquo;io penso ai prossimi <em>Pepe</em> come locali che dialogano col circostante, al piano terra, aperti a un pubblico di passaggio, anche come working place e spazi&nbsp;per team building. No, non credo che collocarli dentro agli hotel possa essere la scelta pi&ugrave; giusta. Ma vedremo&raquo;, conclude <strong>Buonocore</strong>.</p>

<p>[[ima5]][[ima6]]A differenza dei <em>Langosteria</em>, da <em>Pepe</em> protagonista assoluto non &egrave; il pescato, il menu anzi risulta equamente suddiviso tra carne-pesce-verdure, &laquo;33% ciascuno&raquo; sintetizza il patron. Che ci regala anche un aneddoto interessante, sulla genesi di un piatto: &laquo;Avevo in mente il carpaccio anni Ottanta. Hai presente quel carpaccio di sottofiletto, condito con olio, pepe e sale e servito su un piatto rovente, che era un must di certa ristorazione borghese di 40/50 anni fa? Ho detto a <strong>Luca</strong>: studiami qualcosa del genere, come sai fare tu, ovviamente con grande materia prima. Lui all&#39;inizio era perplesso, mi diceva che era un piatto troppo semplice&raquo;. Poi s&#39;&egrave; deciso e l&#39;esito &egrave; eccellente: ecco in menu il <em>Carpaccio di filetto anni 80</em>, con la carne marinata, poi rapidamente rosolata, tagliata a fettine, servita sul piatto caldo con una salsa speciale a base di brodo di manzo ridotto pi&ugrave; una pioggia rucola e lamelle di grana. Assaggio delizioso, che indica bene il plus che <strong>Fantin</strong> pu&ograve; apportare, e anche il sapore della sfida che ha deciso di affrontare: prendere piatti &ldquo;ovvi&rdquo; e dare loro linfa, in una lettura insieme semplice ma raffinata.</p>

<p>[[ima7]][[ima8]][[ima9]][[ima10]]Ci riesce anche con altri bocconi che ci siamo goduti. Quali? <em>Insalata&hellip;alla brace</em>, buonissima, sette tipologie di insalata in tre cotture diverse (nonch&eacute; a crudo), con vinaigrette al miele e pomodoro e lamelle di pecorino sardo; poi <em>Peperoni alla brace con salsa tonnata e capperi</em>, ovviamente voluttuosi; quindi una impegnativa <em>Valdostana di vitello</em>, dalla panatura perfetta, farcita con fontina Dop e prosciutto cotto affumicato Capitelli, fa gi&agrave; pasto a s&eacute;; quindi un&#39;altra gemma, squisitissime <em>Tagliatelle giallo a Milano</em>, &laquo;l&rsquo;unione delle <em>Fettuccine all&#39;Alfredo</em> col <em>Risotto alla milanese</em>&raquo;, ossia tagliatelle ben condite con burro, parmigiano e zafferano, poi innaffiate di strepitoso ristretto di ossobuco e pistilli di zafferano di Navelli:&nbsp;<strong>Fantin</strong> trova un equilibrio magistrale, il piatto far&agrave; furore, diverr&agrave; un signature. Si chiude con <em>Riso e&nbsp;latte</em> con vaniglia e nocciole caramellate, i dessert sono a cura di <strong>Daniele Bonzi</strong>.</p>

<p>[[ima11]]Cosa invece ci ha convinto di meno? Il <em>Pollo allo spiedo con cavolo riccio e patate</em> &egrave; uno spiedino di pollo (buono) con cavolo riccio (dalle foglie meravigliosamente croccanti) ma con un eccesso di golosit&agrave; nel pur&egrave; di patate, che diventa un di troppo un po&#39; pasticciato. Poi il pane, morbido, all&rsquo;olio, invece di fragranti pagnotte che preferiremmo e alle quali siamo ormai avvezzi, ma <strong>Buonocore</strong> ce lo spiega cos&igrave;: &laquo;&Egrave; per facilitare la scarpetta. D&#39;altra parte, io il pane quasi non l&#39;avrei neanche messo... Per&ograve; era impossibile, fa Italia&raquo;. Finir&agrave; che avr&agrave; ragione lui anche questa volta.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/pepe-fantin-buonocore-2-1.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/132/41243/carlo-mangio/non-e-come-ce-laspettavamo-la-sorpresa-del-ristorante-pepe-by-langosteria.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/132/carlo-mangio.html">132</category>			</item>			<item>				<title>Sci, panorama, gusto: AlpiNN e il nuovo sguardo sulla montagna di Niederkofler</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/41237/dallitalia/sci-panorama-gusto-alpinn-e-il-nuovo-sguardo-sulla-montagna-di-niederkofler.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Con le Olimpiadi, la montagna &egrave; tornata a essere protagonista. Tra una gara e una premiazione, discese sugli sci, ciaspolate e panorami che lasciano senza fiato, il momento del pranzo in quota pu&ograve; trasformarsi in un vero e proprio rito: non pi&ugrave; una semplice pausa funzionale, ma un&rsquo;esperienza capace di raccontare il territorio attraverso il gusto. Pranzare sulle piste significa lasciarsi sorprendere da proposte gastronomiche che vanno oltre i grandi classici della tradizione alpina, aprendo la strada a interpretazioni contemporanee e creative, sempre legate agli ingredienti locali.</p>

<p>Tra le vette delle Alpi e le Dolomiti altoatesine, a 2.235 metri di altitudine sulla cima del Plan de Corones, Kronplatz in tedesco, sorge il ristorante <a href="https://alpinn.it/it/" rel="nofollow">AlpiNN by Norbert Niederkofler</a>, un luogo in cui alta cucina, paesaggio e cultura dialogano in modo armonico.&nbsp;</p>

<p><em>AlpiNN</em> nasce come parte di un ambizioso progetto di riqualificazione dell&rsquo;ex stazione a monte della vecchia funivia e viene inaugurato nel dicembre 2018 (la struttura originale &egrave; del 1962) e si trova all&rsquo;interno dello stesso edificio che ospita <a href="https://www.lumenmuseum.it/it-it" rel="nofollow">Lumen</a>, il museo dedicato alla fotografia di montagna, e a poche decine di metri dal <a href="https://www.messner-mountain-museum.it/it/" rel="nofollow">Messner Mountain Museum</a>, il museo dedicato all&rsquo;alpinismo progettato dallo studio di <strong>Zaha Hadid</strong>. Fin dai primi mesi dell&rsquo;apertura, si afferma come una destinazione obbligatoria per gli appassionati di cucina d&rsquo;autore e per chi vive la montagna come esperienza autentica, diventando rapidamente un punto di riferimento nel panorama gastronomico alpino.</p>

<p>[[ima2]]Perfettamente integrato in uno scenario naturale di rara bellezza, <em>AlpiNN</em> interpreta la montagna non solo come contesto, ma come vera protagonista. Il design degli interni, firmato da <strong>Martino Gamper</strong>, riflette e traduce nello spazio la filosofia &ldquo;Cook the Mountain&rdquo; di Niederkofler, un approccio che valorizza il territorio, le sue risorse e il suo ritmo, tutela la biodiversit&agrave; e promuove una cucina etica trasformando l&rsquo;altitudine in un elemento essenziale dell&rsquo;esperienza culinaria.</p>

<p><em>AlpiNN</em> racchiude sotto lo stesso tetto diverse anime, ognuna raccontata attraverso una proposta gastronomica in continua evoluzione. Il <em>Food Space</em> &egrave; il bistrot dinamico e informale che interpreta la filosofia di Niederkofler con piatti stagionali, creativi e accessibili, pensati per chi cerca un&rsquo;esperienza autentica e conviviale in alta quota.&nbsp;</p>

<p>[[ima3]]Novit&agrave; del 2026 &egrave; <a href="https://alpinn.it/it/explore-alpinn/186-3-the-view-it" rel="nofollow">The View</a>, la nuova avventura gourmet pensata per ridefinire il concetto di alta cucina in quota. Con soli 8 tavoli affacciati sulle grandi vetrate panoramiche, The View regala una delle vedute pi&ugrave; spettacolari dell&rsquo;arco alpino, dalle Dolomiti alle Alpi della Valle Aurina, trasformandosi in una vera e propria finestra sospesa sulla montagna. Un luogo intimo e privilegiato, dove lo sguardo si perde tra vette innevate e nuvole in movimento, mentre il palato intraprende un percorso degustazione, a 115 euro, che alterna alcuni dei piatti iconici dello chef - <em>C&rsquo;era una volta una trota, Risotto al pino mugo e faraona, Vitello e midollo</em> - alle creazioni del nuovo executive <strong>Matteo Gecchele</strong> (che da questo inverno ha preso il posto di <strong>Fabio Curreli</strong>) e abbinamenti studiati con cura dalla sommelier <strong>Valeria Hinna Danesi</strong>.</p>

<p>The View per&ograve; non &egrave; solo un ristorante ma vuole essere un&rsquo;esperienza multisensoriale in cui la bellezza del paesaggio dialoga con la precisione e l&rsquo;eleganza della cucina in un equilibrio perfetto tra natura e innovazione gastronomica.</p>

<p>Gli interni, sempre progettati da <strong>Gamper</strong>, lo hanno trasformato in un rifugio contemporaneo dal design sostenibile che dialoga con la natura circostante e prende forma grazie al lavoro degli artigiani locali. Il legno &egrave; l&rsquo;elemento dominante: interpretato in chiave attuale, richiama le geometrie essenziali dei paesaggi montani. Le sedute reinterpretano la tradizionale <em>stube</em>, mentre i tavoli modulari e le lampade in pergamena che scorrono su binari offrono flessibilit&agrave; e dinamismo allo spazio. Il soffitto &egrave; rivestito con pannelli in loden, tessuto tipico tirolese, e il pavimento in legno di larice della Valle Aurina rielabora in chiave attuale il classico parquet tirolese.</p>

<p>[[ima4]]&laquo;Volevo due elementi fondamentali&raquo;, racconta <strong>Norbert Niederkofler</strong>, &laquo;portare nel ristorante la filosofia del cucinare in montagna, cio&egrave; ci&ograve; che facciamo in cucina, e tradurre l&rsquo;essenza stessa della montagna nel linguaggio del design. L&rsquo;obiettivo era creare un autentico salotto alpino, una sfida non semplice in uno spazio caratterizzato da ampie pareti di vetro, completamente aperte sul paesaggio circostante. La trasformazione della location &egrave; nata da una naturale esigenza di evoluzione: continuare a raccontare la montagna con uno sguardo nuovo, senza mai perdere il legame con le sue radici profonde&raquo;.</p>

<p><em>AlpiNN</em> diventa cos&igrave; un luogo in cui design e gastronomia dialogano con il paesaggio, trasformando ogni visita in un&rsquo;esperienza multisensoriale, dove la montagna non &egrave; solo osservata, ma vissuta attraverso il gusto e l&rsquo;emozione.&nbsp;&laquo;Attraverso esperienze diverse in un&rsquo;unica destinazione&raquo;, spiega lo chef, &laquo;puntiamo a portare l&rsquo;alta cucina a nuove altezze. Non si tratta solo di celebrare il territorio e i suoi sapori autentici ma ispirando anche a un modo pi&ugrave; consapevole di vivere la cucina e la natura&raquo;.</p>

<p>A completare l&rsquo;offerta a met&agrave; dicembre ha aperto <em>The Lounge</em>, la nuova welcome area pensata come luogo di incontro e relax tra una discesa e l&rsquo;altra o per un aperitivo con le tapas creative dello chef <strong>Gecchele</strong>, accompagnate da cocktail e una selezione di vini ricercata, musica dal vivo e performance artistiche.&nbsp;In vista della stagione estiva, la <em>Terrace</em> sar&agrave; completamente rinnovata, trasformandosi in un elegante spazio all&rsquo;aperto dove ritrovarsi, sorseggiare un drink e lasciarsi avvolgere dalla luce e dai panorami mozzafiato della montagna.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/1-alpinn-interior-8.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/41237/dallitalia/sci-panorama-gusto-alpinn-e-il-nuovo-sguardo-sulla-montagna-di-niederkofler.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/dallitalia.html">44</category>			</item>			<item>				<title>Bere come viaggiare: l’Italia raccontata da Manifattura</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/212/41181/shake-shock/bere-come-viaggiare-litalia-raccontata-da-manifattura.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Ci sono locali che inseguono le tendenze e altri che, pi&ugrave; semplicemente, continuano a farsi riconoscere. A Firenze, <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/462/35223/locali/manifattura.html">Manifattura</a> appartiene senza sforzo alla seconda categoria. Non perch&eacute; resti fermo, ma perch&eacute; sceglie una direzione precisa e ci lavora sopra, giorno dopo giorno, senza bisogno di dichiararlo a voce alta. L&rsquo;idea di fondo &egrave; sempre la stessa e proprio per questo funziona. Raccontare l&rsquo;Italia attraverso il bere, senza stereotipi e senza nostalgia di maniera. Qui l&rsquo;Italia non &egrave; una bandiera sventolata, ma una somma di gesti, materie prime, scelte nette. &Egrave; fatta di strade percorse davvero, di soste improvvisate, di ricordi che hanno pi&ugrave; a che fare con un bar di provincia o una curva vista mille volte che con l&rsquo;immaginario patinato da rivista.</p>

<p>[[ima2]]I cocktail seguono questa logica. Non cercano l&rsquo;effetto speciale n&eacute; l&rsquo;esotismo a tutti i costi. Preferiscono costruire un racconto fatto di equilibrio e carattere, dove ogni ingrediente ha un senso e una provenienza riconoscibile. Ci sono bicchieri che evocano l&rsquo;aria fredda delle montagne, altri che portano addosso il sole e la sapidit&agrave; del mare, altri ancora pi&ugrave; asciutti e diretti, come certi paesaggi dell&rsquo;entroterra. Tutto scorre in modo naturale, senza bisogno di spiegazioni infinite. A tenere il volante c&rsquo;&egrave; <strong>Francesco De Rosa</strong>, insieme a <strong>Niccol&ograve; Desiati</strong> e ai bartender <strong>Edoardo Fortini, Marco Stefanelli </strong>e <strong>Kristen Pirot</strong>. Loro&nbsp;hanno dato forma a una geografia liquida che attraversa l&rsquo;intera penisola. Il risultato &egrave; una miscelazione che non cerca l&rsquo;effetto wow facile, ma costruisce identit&agrave;. Un&rsquo;Italia liquida che attraversa boschi, coste, campagne, porti e isole senza mai cadere nel folklore.</p>

<p>[[ima5]]In questo viaggio liquido<strong> </strong>emergono tappe che raccontano l&rsquo;Italia con linguaggi e sensibilit&agrave; diverse,<strong> </strong>nel nuovo menu lanciato da pochi mesi che prende il nome di <em>Autostrade</em>. Perch&eacute; tutte le strade italiane portano a<strong> </strong><em>Manifattura.</em>&nbsp;Dal <em>Trentino&ndash;Alto Adige</em> arriva un cocktail che profuma di boschi e rifugi, costruito su Rum Walcher, sciroppo di strudel, acido tartarico e una soda al pino che restituisce l&rsquo;aria fresca delle quote alte. Scendendo verso il mare, la<em> </em><em>Liguria</em> prende forma in un drink che unisce Gin Gino, cordiale al basilico, pinoli e limone: un&rsquo;uscita autostradale che sa di pesto, vento salmastro e luce mediterranea. Nel cuore del Centro Italia, la <em>Toscana</em> diventa un intreccio deciso di Trasversale gin, Baldoria rosso, Baldoria dry rosso e Bitter Campari: un sorso che sembra attraversare colline, strade bianche e vecchi bar di paese. La strada piega poi verso Sud, fino alla <em>Puglia</em>, dove Muma gin incontra pomodoro all&rsquo;acqua di cozze, Bloody Mary mix, lime e un tocco di birra: un omaggio diretto al mare, ai porti, all&rsquo;estate infinita del tacco d&rsquo;Italia. La <em>Sicilia</em>, infine, si accende in un bicchiere che intreccia Grappa Nardini, liquore Etna al fico d&rsquo;India, latte di mandorla e crema di pistacchio, restituendo la sensazione di un&rsquo;isola che &egrave; sempre un mondo a parte, fatta di contrasti, dolcezze e lava.</p>

<p>[[ima3]]Anche l&rsquo;atmosfera accompagna questo modo di pensare. Il richiamo ai Seventies non &egrave; un esercizio di stile, ma un invito a rallentare, a guardarsi intorno, a vivere il tempo del bar come uno spazio sospeso. Colori morbidi, dettagli che parlano di viaggio e movimento, un&rsquo;estetica che non invade. Come una vecchia playlist messa al momento giusto. Negli ultimi mesi, questa visione si &egrave; allargata anche al cibo. Non come contorno distratto, ma come parte dello stesso racconto. La collaborazione con il pizzaiolo <strong>Jos&eacute; Pereira </strong>va in questa direzione.</p>

<p data-end="1650" data-start="1293">[[ima4]]Piccole pizze pensate per stare accanto ai cocktail. Un dialogo fatto di impasti, sapori e abbinamenti che non cercano di stupire, ma di funzionare davvero. Alla fine <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/462/35223/locali/manifattura.html">Manifattura</a> resta fedele a se stessa. Un luogo&nbsp;che continua a costruire un&rsquo;identit&agrave; solida, bicchiere dopo bicchiere. Un posto dove le strade contano pi&ugrave; della destinazione e dove, seduti al bancone, &egrave; facile riconoscere quella sensazione rara di sentirsi nel posto giusto, senza dover sapere esattamente perch&eacute;.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/shooting-manifattura-81.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/212/41181/shake-shock/bere-come-viaggiare-litalia-raccontata-da-manifattura.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/212/shake-shock.html">212</category>			</item>			<item>				<title>Jacopo Ticchi e il nuovo menu di Da Lucio: «Per me rappresenta una svolta»</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/41236/dallitalia/jacopo-ticchi-e-il-nuovo-menu-di-da-lucio-per-me-rappresenta-una-svolta.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Di <strong>Jacopo Ticchi</strong> e del suo ristorante <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/27760/ristoranti/da-lucio.html?geo=1">Da Lucio</a> a Rimini scriviamo da diversi anni su queste pagine, seguendone la costante evoluzione e trovando, ogni volta, qualcosa di nuovo da raccontare. Dalla <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/132/28234/carlo-mangio/la-frollatura-del-pesce-spiegata-da-jacopo-ticchi-e-gustata-da-noi-in-una-ventina-di-assaggi.html">frollatura del pesce</a> che ha fatto conoscere il giovane chef romagnolo, <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/30546/dallitalia/condivisione-gioco-spettacolo-il-menu-degustazione-di-jacopo-ticchi-e-uno-straordinario-spiedo.html">all&#39;approccio nose to tail</a> applicato ai prodotti ittici, <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/31443/dallitalia/da-lucio-a-rimini-il-menu-del-fermo-pesca-apre-nuovi-orizzonti-per-la-cucina-di-jacopo-ticchi.html">dal fermo pesca</a> affrontato con un coraggioso cambio di proposta alla riorganizzazione del menu <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/458/35946/ig2024-la-disobbedienza/come-profondo-il-mare-di-jacopo-ticchi-che-arrivera-anche-a-identita-milano-2024.html">attorno alle tecniche di cottura</a>, fino <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/36955/dallitalia/il-nuovo-jacopo-ticchi-intervista-con-lo-chef-di-da-lucio-che-dal-17-settembre-traslochera-in-mezzo-al-mare.html">al trasloco alla Darsena</a> &mdash; &laquo;letteralmente in mezzo al mare&raquo; &mdash; con l&#39;abbandono della denominazione di trattoria, nell&#39;autunno 2024. Un percorso che &egrave; valso al ristorante anche una meritata e attesa prima stella Michelin, pochi mesi fa.</p>

<p>&Egrave; proprio per questa natura mutevole che una cronaca puntuale della nostra ultima visita, a met&agrave; gennaio, non avrebbe avuto senso pubblicarla: era gi&agrave; in arrivo un nuovo cambiamento, come abbiamo scoperto mentre eravamo impegnati a godere della <em>Ricciola cruda, alloro e cannella</em>, degli <em>Spaghetti caramellati alla cipolla, polpo crudo e granita di pompelmo e acqua di mare</em>, e ancora del meraviglioso <em>Brodetto di pesci, molluschi e crostacei cotto nel forno a legna</em>...</p>

<p>[[ima2]][[ima3]]Eccoci arrivati all&#39;annuncio: da venerd&igrave; 20 febbraio <em>Da Lucio</em> propone un percorso degustazione rinnovato, che <strong>Ticchi</strong> ci ha raccontato in anteprima. Sono passate alcune settimane, poich&eacute; questo &egrave;&nbsp;un menu su cui lo chef ha ragionato a lungo, insieme al suo team. Una riflessione che inizialmente lo aveva portato a ipotizzare due percorsi degustazione distinti: uno ispirato ai codici del grande ristorante di pesce classico, l&#39;altro pi&ugrave; orientato alla ricerca e all&#39;indagine sulla materia marina. Ma nelle settimane di lavoro, <strong>Ticchi</strong> si &egrave; reso conto che quella separazione non reggeva.</p>

<p>&laquo;Nella costruzione di quei due menu mi sono accorto che i piatti che avrebbero dovuto essere di puro godimento, senza troppo ragionamento dietro, erano in realt&agrave; piatti in cui il pensiero restava comunque forte. I codici classici della cucina italiana &mdash; il gran crudo, il pesce al forno con le patate, il fritto &mdash; sono esattamente il nostro punto di partenza. &Egrave; stato questo a convincermi di concentrare tutto in un unico menu, una sola proposta&raquo;.</p>

<p>[[ima4]][[ima5]]Un unico percorso, dunque, che lo chef presenta come un passaggio importante. Gi&agrave; nel 2024, raccontandoci la precedente evoluzione del menu, <strong>Ticchi</strong> aveva scelto la parola &laquo;profondit&agrave;&raquo; per descrivere la direzione della propria ricerca. Quella profondit&agrave; sembra aver prodotto oggi una nuova sintesi.</p>

<p>&laquo;In questo menu sento di aver superato&nbsp;un ulteriore gradino nel nostro percorso. Nonostante cambiamo i piatti quasi ogni giorno, lo schema &egrave; stato a lungo lo stesso e facevo fatica a trovare un punto di svolta: un passaggio che voltasse pagina senza tornare indietro, senza perdere il filo. Per me questo menu lo rappresenta. &Egrave; un lasciar andare qualcosa che mi legava: sono piccoli gesti, magari impercettibili per gli altri, ma per me hanno molto significato&raquo;.</p>

<p>&laquo;Il nostro lavoro oggi - spiega ancora -&nbsp;si afferma nell&#39;indagare il mare con uno sguardo da bambini, uno sguardo puro. Partiamo dalla cucina tradizionale italiana, da quei ragionamenti pi&ugrave; consolidati, e li interpretiamo con quello sguardo. Non c&#39;&egrave; bisogno di separare le due cose: sono la stessa&raquo;.</p>

<p>[[ima6]][[ima7]]Il menu si apre con un benvenuto che racconta bene questa unione di radicamento e ricerca: una piadina, tirata e cotta al momento, servita con un brodo caldo di accompagnamento e con canocchie maturate per tre giorni. &laquo;Le canocchie crude vengono lasciate in frigorifero ad asciugare&raquo; spiega <strong>Ticchi</strong>. &laquo;Si concentrano e assumono una consistenza quasi appiccicosa, molto golosa, simile a una bottarga fresca&raquo;.&nbsp;Seguono la <em>Rana pescatrice cruda in tre differenti maturazioni</em> e il <em>Gran crudo</em> &mdash; pesci, crostacei, molluschi e bivalvi &mdash; che aprono il percorso degustazione vero e proprio.</p>

<p>Le <em>Patate al pesce</em> sono tra le portate che meglio raccontano lo spirito del nuovo menu. L&#39;ispirazione viene da un classico che ogni cuoco conosce bene.&nbsp;&laquo;Il rombo al forno con le patate l&#39;ho fatto una marea di volte nei ristoranti in cui ho lavorato. E ho sempre avuto una passione particolare per quelle patate: in quel tipo di cottura il rombo rilasciava tutti i suoi liquidi e le patate diventavano il vero protagonista, morbide e croccanti allo stesso tempo, saporite di mare. Quelle patate mi hanno sempre emozionato: questa volta ci abbiamo dedicato un piatto intero&raquo;.</p>

<p>[[ima8]][[ima9]]Un piatto di patate che sa di pesce, dunque. Un approccio che richiama, nella nostra memoria, il lavoro sulle conserve e i condimenti ittici che <strong>Ticchi</strong> aveva messo a punto nell&#39;estate 2022, quando per il periodo del fermo pesca in Adriatico aveva proposto carni e verdure abbinate a salse e colature ricavate dal pesce: un&#39;esperienza che lo chef, allora, ci aveva detto avrebbe lasciato il segno.</p>

<p>Si prosegue con il <em>Rombo alla brace, la sua pelle e pelle di pollo</em>, e poi con il <em>Cefalo fritto, erbe amare e limoni di mare</em>, un piatto nato da una domanda precisa.&nbsp;&laquo;Mi sono chiesto perch&eacute; il fritto di pesce sia sempre buono, ma anche sempre omologato. Si dice che sia buona fritta anche una suola di scarpe, ed &egrave; perch&eacute; ci sono dei passaggi che rendono tutto uguale. Ho ragionato sulla polpa, creando una pastella molto croccante fuori ma tenendo il pesce praticamente crudo all&#39;interno, in modo che la sua carne sia riconoscibile al morso. Di solito il fritto &egrave; croccante fuori e si scioglie dentro: io volevo mantenere quella carnosit&agrave; che ci contraddistingue&raquo;.</p>

<p>&laquo;E poi - continua <strong>Ticchi</strong> - i condimenti: il fritto si accompagna quasi sempre a qualcosa di grasso e acido, una maionese o del succo di limone, con le aromatiche piuttosto basse. Noi abbiamo ragionato sull&#39;amaro come possibilit&agrave; di allungare il profilo aromatico: un trito di erbe amare e una granita al pompelmo. Il limone di mare &egrave; un elemento ricorrente nel nostro menu, che in questo caso allunga la profondit&agrave; del gusto del mare. A tre quarti del percorso, ti rigenera&raquo;.</p>

<p>[[ima10]][[ima11]]La <em>Razza cotta in crosta di pepe nero nel forno a legna, trippa di pesce al pomodoro</em> ripropone una tecnica gi&agrave; presente nel primissimo repertorio di <em>Da Lucio</em>, la crosta di pepe nero che restituisce l&#39;aromatica del pepe, caratteristica della Romagna, senza la persistenza piccante della macinatura.</p>

<p>La <em>Pasta con salsa italiana e terrina di quinto quarto</em> mantiene la posizione che le portate di pasta hanno da tempo&nbsp;nei menu di <em>Da Lucio</em>, verso la chiusura del percorso. In questo caso <strong>Ticchi</strong> ha scelto di servire una parte della pasta soltanto bollita, accanto a quella condita. &laquo;Volevo dare importanza alla pasta in s&eacute;, al suo gusto. &Egrave; una pasta di <strong>Filippo Drago</strong>, fatta con grano Perciasacchi. La pasta &egrave; sempre un veicolo di condimento: questa volta volevo che si sentisse anche da sola. Poi viene completata al tavolo con una terrina di teste e quinto quarto di pesce, che si scioglie e completa il piatto&raquo;.</p>

<p>A chiudere, un&#39;ulteriore esplorazione del mare, e di un suo protagonista nobile, trasportato per&ograve; in un dolce:&nbsp;il <em>Riso latte alla vaniglia, astice, gelato all&#39;astice e Hampden</em>.</p>

<p>Il nuovo percorso degustazione &egrave; disponibile da venerd&igrave; 20 febbraio.<br />
&nbsp;</p>

<p><em>Da Lucio</em><br />
viale Ortigara, 80<br />
Rimini<br />
+39.0541.1612020<br />
Chiuso gli interi mercoled&igrave; e gioved&igrave;, il venerd&igrave; a pranzo, la domenica a cena</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/fotojet-500.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/41236/dallitalia/jacopo-ticchi-e-il-nuovo-menu-di-da-lucio-per-me-rappresenta-una-svolta.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/dallitalia.html">44</category>			</item>			<item>				<title>Wine Paris 2026: come è andata al più grande palcoscenico del vino al mondo</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/95/41234/dal-mondo/wine-paris-2026-come-e-andata-al-piu-grande-palcoscenico-del-vino-al-mondo.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>&nbsp;</p>

<p>Si &egrave; appena chiuso il sipario su&nbsp;<i>Wine Paris</i><i>&nbsp;2026</i>, e i numeri raccontano una storia molto chiara: oltre 6.500 cantine presenti di cui 1.350 italiane. Una coralit&agrave; imponente, un&rsquo;energia diffusa che ha attraversato padiglioni, lingue, stili e visioni. La sensazione - sempre pi&ugrave; condivisa tra gli addetti ai lavori - &egrave; che Parigi stia assumendo un ruolo centrale, quasi naturale, come nuovo baricentro internazionale del vino, insidiando il primato storico di&nbsp;<i>ProWein</i>, mentre&nbsp;<i>Vinitaly</i>&nbsp;resta, con coerenza, il grande palcoscenico identitario del vino italiano.</p>

<p>[[ima2]]</p>

<p>&nbsp;</p>

<p>Parigi, del resto, non &egrave; soltanto una citt&agrave;: &egrave; un sistema. Tre aeroporti che la connettono al mondo, trasporti fluidi, un&rsquo;ospitalit&agrave; rodata che non si lascia travolgere dai picchi fieristici. Hotel e ristoranti non si trasformano in fortini inaccessibili, e l&rsquo;atmosfera resta quella di sempre, elegante e funzionale. Parigi &egrave; Parigi - e non &egrave; solo una formula.&nbsp; Una Francia ben rappresentata nel padiglione 7 e un clima di business misto a pubbliche relazioni dove esserci &egrave; fondamentale.</p>

<p>[[ima5]]</p>

<p>&nbsp;</p>

<p>Ma oltre la superficie seducente dell&rsquo;organizzazione e dei numeri, resta la domanda che interessa davvero alle aziende: cosa si porta a casa? Parlando con diversi produttori - anche quelli del padiglione 5 dove primeggiava l&rsquo;Italia e una collettiva dell&rsquo; ICE diretto da <b>Luigi Ferelli,</b> delegato proprio a Parigi che ha elevato il valore delle relazioni. Il servizio di <i>matching</i> ha funzionato discretamente.</p>

<p>&Egrave; finita l&rsquo;epoca dell&rsquo;incontro fortuito che cambia le sorti di una cantina. Aspettare il contatto &ldquo;per caso&rdquo; &egrave; una strategia romantica, non commerciale. Oggi serve preparazione, analisi, una regia precisa. E soprattutto serve uno sguardo lucido sui mercati. Le aree mature - come gli Stati Uniti - restano imprescindibili, ma sempre pi&ugrave; complesse. Accanto a esse, si aprono territori meno saturi, forse meno immediati, ma capaci di offrire spazi di crescita e collaborazioni pi&ugrave; sostenibili come l&rsquo;India, per esempio.</p>

<p>[[ima3]]</p>

<p>Non a caso nella meravigliosa serata del <i>V d&rsquo; Or</i> sono arrivati i premi straordinari che hanno consacrato la modalit&agrave; internazionale di Wine Paris: una su tutte <b>Sonal C. Holland</b>, l&#39;unica Master of Wine dell&#39;India, che noi di <i>Bollicine del mondo</i> premiammo lo scorso anno con il premio Comunicatore 2025.</p>

<p>[[ima6]]</p>

<p>Ha ricevuto <i>l&rsquo;Awards V d&rsquo; Or &ldquo;Best Education &amp; Trasmission Wine&quot;</i> con la sua<b> </b><i>Sonal Holland Academy X Wine &amp; Spirit Education</i>. Con grande emozione sul palco ha detto una frase meravigliosa:&laquo;Col vino si pu&ograve; cambiare il mondo<b>, </b>dobbiamo farlo e mai come in questo momento storico&raquo;.</p>

<p>[[ima4]]</p>

<p>In effetti, essere in fiera ci ha permesso di esplorare il mondo del <i>no alcool</i> con curiosit&agrave;, un tema attuale sul quale sarebbe meglio comprendere il futuro del consumatore. Intervistando molti produttori stranieri, espositori di vini rossi, bianchi, rosati e bollicine zero alcool, il risultato &egrave; questo: non &egrave; una moda, ma una nicchia di mercato in crescita. Le generazioni pi&ugrave; giovani bevono meno vino dei propri genitori. Le persone in generale sono pi&ugrave; attente al proprio corpo, alla guida consapevole ma i prodotti in degustazione non ci hanno convinto, specie le variet&agrave; a bacca rossa, troppo dolci e con seri problemi di abbinamento con il cibo. Resta un mercato di nicchia da osservare. Non ci resta che attendere il 2027 quando Parigi dal 15 al 17 febbraio torner&agrave; ad essere la capitale mondiale del vino e non solo.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/foto-wine-paris-cinzia-4.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/95/41234/dal-mondo/wine-paris-2026-come-e-andata-al-piu-grande-palcoscenico-del-vino-al-mondo.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/95/dal-mondo.html">95</category>			</item>			<item>				<title>Dagli Scarello, al Agli Amici di Udine: come una grande maison all'italiana</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/132/41231/carlo-mangio/dagli-scarello-al-agli-amici-di-udine-come-una-grande-maison-allitaliana.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Qualche considerazione al termine di una bellissima cena in un indirizzo ormai classico dell&rsquo;alta cucina in Italia, <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/32487/ristoranti/agli-amici-1887.html">Agli Amici</a> di Udine.<br />
&nbsp;</p>

<ol>
	<li>Da tempo gli <strong>Scarello</strong> - <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/6/597/chef-e-protagonisti/emanuele.html">Emanuele</a>&nbsp;e <strong>Michela</strong> - hanno intrapreso un percorso virtuoso volto a definire la propria casa madre di Udine come vera e propria maison, alla francese. Significa interpretare <em>Agli Amici 1887</em> come luogo del gusto prima che come cucina d&rsquo;autore, una &ldquo;casa&rdquo; &nbsp;con la sua storicit&agrave;, la continuit&agrave; familiare e il rapporto col territorio; significa, ancora, fare dello chef quasi il custode di tale h&eacute;ritage, in una linea genealogica o comunque temporale (non a caso, una delle ultime iniziative degli <strong>Scarello</strong> &egrave; stata creare una sezione nel menu dedicata ai &ldquo;<em>Piatti del cuore della famiglia Scarello</em>&rdquo; - qui si noti l&rsquo;uso del termine &ldquo;famiglia&rdquo;, non sono i &ldquo;piatti del cuore di <strong>Emanuele Scarello</strong>&rdquo;), con proposte che risalgono persino al 1960 (<em>Gnocchi di Godia e tartufo bianco</em>) e al 1989 (<em>Torta alla crema pasticciera e mele con gelato alla ricotta</em>). Come dice lo chef, non a caso utilizzando il concetto di &ldquo;custodia&rdquo;: &laquo;La memoria &egrave; l&rsquo;unico ingrediente che non si pu&ograve; comprare, ma si pu&ograve; soltanto custodire&raquo;. L&rsquo;accento non &egrave; tanto sull&rsquo;ego creativo ma sulla continuit&agrave;, tra classicismo e nuova eleganza. Incardinare <em>Agli Amici</em> a questa dimensione coerente consente poi di differenziale/dislocare la propria proposta: se <em>Agli Amici</em> &egrave; cos&igrave; forte da poter in qualche modo prescindere da <strong>Emanuele Scarello&nbsp;</strong>fisicamente presente e/o cucinante, diventa un brand &ldquo;esportabile&rdquo;, da qui la creazione delle nuove sedi di successo a&nbsp;<a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/35961/ristoranti/agli-amici.html">Rovigno</a> (2021. Unico due stelle di tutta la Croazia) e a Venezia (&ldquo;<a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/36034/ristoranti/agli-amici-dopolavoro.html">Agli Amici Dopolavoro</a>&rdquo; sull&rsquo;Isola delle Rose, 2023).<br />
	<br />
	[[ima16]]</li>
	<li>Gli <strong>Scarello</strong> scelgono allora una prospettiva precisa: gestire da garanti/custodi &ndash; nonch&eacute; imprenditori del gusto &ndash; il loro brand, consolidandolo. E, in questo passo in avanti, farne uno all&rsquo;indietro, affidandosi maggiormente alla brigata, ai propri collaboratori. Presentano ad esempio <strong>Elia Calcinotto</strong> &ndash; teoricamente sous - come &ldquo;chef di <em>Agli Amici 1887</em>&rdquo; tout court. A&nbsp;un certo punto, durante la nostra cena,&nbsp;<strong>Scarello</strong> ci sta spiegando un piatto ma si interrompe, rivolgendosi a <strong>Elia</strong>: &laquo;Ma non far parlare me, racconta tu. &Egrave; la tua cucina!&raquo;.<br />
	&nbsp;</li>
	<li>Tale atteggiamento &egrave; tipico di chi progetta appunto di consolidare la propria maison, garantendole presente (anche con l&rsquo;attribuzione di responsabilit&agrave; ai propri collaboratori, dando loro spazio per stringerli a s&eacute;, ma fidelizzarli al gruppo) e futuro, grazie a una continuit&agrave; che viene costruita nel tempo. Viene in mente l&rsquo;<a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/12827/ristoranti/osteria-francescana.html">Osteria Francescana</a>, negli ultimi anni interpretata da <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/6/447/chef-e-protagonisti/massimo.html">Massimo Bottura</a> come luogo dove &laquo;esprimiamo la nostra biodiversit&agrave; culturale&raquo; data dal concorso di pi&ugrave; voci &ndash; e di pi&ugrave; imprinting gastronomici &ndash; apportati dai vari elementi della brigata. O <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/11086/ristoranti/arnolfo.html">Arnolfo</a> di <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/6/25607/chef-e-protagonisti/gaetano.html">Gaetano Trovato</a>. Un cambio di paradigma.<br />
	&nbsp;</li>
	<li>L&rsquo;operazione &egrave; affascinante e fertile. Comporta per&ograve; sempre un unico rischio: che, specie nella fase in cui tale meccanismo &egrave; ancora in costruzione e deve dunque sedimentarsi e rinforzarsi, sbiadisca un poco il fil rouge dato dalla mano e dalla personalit&agrave; forte di chef <strong>Scarello</strong>, a favore di un&rsquo;identit&agrave; gastronomica pi&ugrave; multiforme ma inevitabilmente non ancora del tutto consolidata. In questo, <strong>Scarello</strong> deve essere bravo a fare da elemento di sintesi, a riportare i tanti stimoli a un&rsquo;unicit&agrave; d&rsquo;autore, a far da guardia a un pensiero gastronomico comune, in modo tale che la sua firma &ndash; o la firma de <em>Agli Amici</em>, pi&ugrave; propriamente &ndash; rimanga riconoscibile.<br />
	<br />
	[[ima17]]</li>
	<li>In questo, <strong>Scarello</strong> &egrave; peraltro coraggioso. Proprio nel momento in cui tale processo &egrave; in atto, ha pensato a un menu &ndash; quello da noi assaggiato, si chiama <em>NuovaMente agliAmici</em> &ndash; che dichiaratamente &ldquo;apre&rdquo; moltissimo, anche col rischio appunto di perdere in termini di riconoscibilit&agrave;. Cos&igrave;, accanto a preparazioni che rappresentano l&rsquo;essenza del luogo, il suo spirito (e la dispensa sontuosa che va dalle Alpi Carniche all&#39;Adriatico), introduce elementi &quot;foresti&quot;, come il mole messicano interpretato per&ograve; &ldquo;all&rsquo;italiana&rdquo; (con peperone crusco e spezie calde: anice stellato, cannella, chiodi di garofano) o l&#39;aguachile (<strong>Scarello</strong> &egrave; stato molto colpito durante i suoi viaggi mex) che incorpora il friggitello.&nbsp;Noi siamo pi&ugrave; legati all&rsquo;identit&agrave; che gi&agrave; conoscevamo, perch&eacute; distingue <em>Agli Amici</em> - un luogo cos&igrave; legato al proprio terroir, un unicum distintivo &ndash; dai millemila ristoranti d&rsquo;haute cuisine che abbracciano sempre pi&ugrave; il cosmopolitismo culinario&nbsp;spesso imperante e alla fine standardizzante. Chi scrive, insomma, preferisce meno contaminazione, quando ci si trova distanti dalle grandi metropoli e vi &egrave; un&rsquo;areale di riferimento che &egrave; di per s&eacute; giacimento infinito. Ma, come dire, &egrave; solo un punto di vista, mentre l&rsquo;operazione complessiva dei nuovi <em>Agli Amici</em>&nbsp;risulta&nbsp;fruttifera e di prospettiva, quindi giustifica da sola s&eacute; stessa.<br />
	<br />
	[[ima18]]</li>
	<li>Anche dare tanto spazio agli agrumi &egrave; un &ldquo;esotismo&rdquo;, per un ristorante di Udine? Pu&ograve; essere: ma diventa una tentazione irresistibile, culturalmente stuzzicante e gastronomicamente eccellente quando ci si imbatte nel catalogo della <em>Fondazione Todol&iacute;</em>. La <a href="https://todolicitrusfundacio.org/en/" rel="nofollow">Todol&iacute; Citrus Fundaci&oacute;</a> &egrave; un progetto culturale e botanico creato da <strong>Vicente Todol&iacute;</strong> &mdash; storico direttore della <a href="https://www.tate.org.uk/visit/tate-modern" rel="nofollow">Tate Modern</a> e grande appassionato di agrumi &mdash; a Palmera, vicino a Gand&iacute;a (Valencia). &Egrave; una fondazione privata dedicata allo studio, alla conservazione e alla diffusione della biodiversit&agrave; degli agrumi. Non &egrave; solo un giardino, ma una piattaforma che unisce botanica, cultura gastronomica, arte contemporanea, ricerca agricola. L&rsquo;aspetto pi&ugrave; affascinante &egrave; il &ldquo;giardino degli agrumi&rdquo;, un grande agrumeto con mezzo migliaio di variet&agrave; provenienti da tutto il mondo. Tali prodotti finiscono in un catalogo destinato alla vendita, dal quale pescano grandissimi chef come <strong>Quique Dacosta, Ricard Camarena, Albert Adri&agrave;, Bruno Verjus, Jeremy Chan</strong>. Ed <strong>Emanuele Scarello</strong>, appunto. Che spiega: &laquo;Abbiamo scoperto veramente tantissimi agrumi di cui non sapevamo nemmeno l&#39;esistenza. E abbiamo scoperto una stagionalit&agrave; sorprendente: siamo abituati a pensare agli agrumi solo in alcuni periodi dell&rsquo;anno, mentre il novero della <em>Fondazione Todol&iacute;</em> copre come minimo dieci mesi, praticamente in ogni momento dell&rsquo;anno possiamo ricevere agrumi freschi, sempre diversi, che ci donano mille sfumature&raquo;. Ecco la loro presenza diffusa nel menu.</li>
</ol>

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<p>Tutto ci&ograve; detto, vi lasciamo a immagini, parole e impressioni della nostra bellissima cena al <em>Agli Amici</em>.&nbsp;[[ima19]]</p>

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<p><strong>TUTTI I NOSTRI ASSAGGI, foto di Tanio Liotta</strong></p>

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					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/amicifabrice-gallina-2022-1182.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/132/41231/carlo-mangio/dagli-scarello-al-agli-amici-di-udine-come-una-grande-maison-allitaliana.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/132/carlo-mangio.html">132</category>			</item>			<item>				<title>Confine e gli altri: gli indirizzi più amati da Stanley Tucci in Italia</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/41232/dallitalia/confine-e-gli-altri-gli-indirizzi-piu-amati-da-stanley-tucci-in-italia.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Oltre 10 milioni di pizze sono state ordinate durante il <em>Super Bowl</em>, tra gli eventi sportivi pi&ugrave; attesi e amati negli States. E per quanto abbiamo applaudito al&nbsp;messaggio lanciato dalla star latina <strong>Bad Bunny</strong>, protagonista dell&rsquo;intervallo musicale, c&rsquo;&egrave; un highlight che ci ha entusiasmati ancora di pi&ugrave;, da pizza-lover quali siamo: tra gli spot in onda, ecco comparire un che di familiare. E no, non ci riferiamo solo all&rsquo;attore statunitense (con solide radici calabresi) <strong>Stanley Tucci</strong>&hellip;&nbsp;Perch&eacute; accanto alla superstar, ecco il duo <strong>Francesco Capece</strong> e <strong>Mario Ventura</strong> e con loro, la grande pizza di <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/462/35119/locali/confine.html" target="_blank">Confine</a> a Milano. Fritta, poi passata in forno: morso croccante, pomodoro, mozzarella di bufala, olio extravergine d&#39;oliva. &ldquo;Semplice non vuol dire facile&rdquo; direbbero i <em>Confine boys</em>, e noi aggiungiamo: vuol dire semplicemente spaziale.&nbsp;</p>

<p>[[ima2]]</p>

<p><strong>Tucci </strong>impazzisce, trovando unica quella consistenza attraverso la quale questi ragazzi il confine lo hanno abolito, dando vita a qualcosa di unico nel suo genere. Ma <em>Confine</em> &egrave; solo uno dei tanti indirizzi che <strong>Tucci</strong> ha scovato e osannato durante i suoi viaggi in Italia, insegne ormai note al mondo intero, assaporate e prese a morsi negli episodi delle serie televisive di successo <em>Stanley Tucci: searching for Italy</em>, in onda su CNN,&nbsp;<em>Tucci in Italy</em> prodotta da<em> National Geographic</em> e distribuita su <em>Disney+&nbsp;</em>e, la pi&ugrave; recente, <em>La Tucci Vita </em>trasmessa sul&nbsp;canale<em> NBC Sports</em>.</p>

<p>In tutti i casi la missione &egrave; una sola: raccontare il gusto verace d&rsquo;Italia, attraverso trattorie, grandi ristoranti, pizzerie, cocktail bar, osterie, ma anche prodotti e tradizioni in un itinerario entusiasmante, che prosegue di regione in regione. Pendiamo dalle labbra dei suoi assaggi, amiamo seguirlo nelle cucine mentre si lascia incuriosire da profumi, gesti e dalla sapienza che le attraversano, minimizzando del tutto la spettacolarizzazione: protagonista assoluta della scena altro non &egrave; che la semplice grandiosit&agrave; della nostra tavola. Il morso, il gusto, la persistenza dei sapori sul palato, il senso di sorpresa: la capacit&agrave; narrativa di <strong>Tucci</strong> &egrave; un invito a riscoprire ci&ograve; che forse gi&agrave; conosciamo a menadito, ma che raccontato da chi arriva da lontano, assume una luce nuova, e si riveste di una bellezza seducente che inorgoglisce.</p>

<p>Quanta pi&ugrave; attenzione daremo adesso al &ldquo;crunch&rdquo; di quella fetta beata in un menu degustazione da <em>Confine</em>. Poi, diciamocelo: <strong>Tucci </strong>piace perch&eacute;, vuoi per le sue origini italiane, vuoi perch&eacute; non rappresenta il classico belloccio, trasuda una naturalezza che conquista, una raffinata normalit&agrave;; &egrave; ambasciatore del buono&nbsp;che non ha bisogno di mettersi in posa: insomma, <strong>Tucci </strong>piace perch&eacute; ha l&rsquo;aria di essere uno di noi.</p>

<p>Ma quali sono gli indirizzi da gustare in Italia che l&rsquo;attore porta nel cuore? Ne abbiamo raccolti una piccola parte, perch&egrave; a questi si aggiungono tante altre realt&agrave; di qualit&agrave;.&nbsp;Dal ristorante <em>Da Vittorio</em> a Brusaporto (Bergamo), poi il <em>Qafiz</em> a Santa Caterina d&#39;Aspromonte (Reggio Calabria),&nbsp;<em>I Pupi</em> a Bagheria (Palermo), la <em>Trattoria da Nino</em> a Taormina, <em>Armando al Pantheon</em> a Roma, <em>l&#39;Osteria del Cinghiale bianco </em>a Firenze, l&#39;<em>Osteria del Sole</em> a Bologna, <em>Luigi Pomata</em> a Carloforte (Sulcis Iglesiente). E ancora, e ancora e ancora...</p>

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<p><strong>RATAN&Agrave;</strong>, Milano<br />
[[ima7]]Non &egrave; solo uno dei migliori ristoranti di Milano per <strong>Stanley Tucci:</strong> il <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/12017/ristoranti/ratana.html" target="_blank">Ratan&agrave;</a> di <strong>Cesare Battisti</strong> &egrave; tra le sue insegne preferite al mondo, tanto da tornarci ogni volta che pu&ograve; per godersi i <em>the best of Ratan&agrave;,</em> cotoletta, risotto, ma soprattutto quella narrazione di prodotto e tradizione della terra lombarda cos&igrave; autentica, filtrata da chi l&rsquo;ha saputa trasportare in una contemporaneit&agrave; golosissima.</p>

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<p><strong>TRIPPA</strong>, Milano<br />
[[ima3]]Restiamo ancora a Milano, e questa volta ci spostiamo in zona Porta Romana, alla <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/12680/ristoranti/trippa.html" target="_blank">trattoria Trippa</a> di <strong>Diego Rossi</strong>. Un indirizzo da applausi per quella straordinaria capacit&agrave; di riportare in tavola frattaglie, vegetali, ingredienti tutto sommato poveri, preparati per&ograve; con estrema cura, tanto da rendere l&rsquo;insegna in via Vasari tra le pi&ugrave; imprenotabili d&rsquo;Italia. Si tuffa <strong>Tucci:</strong> <em>trippa fritta, lumache, rognoni, l&rsquo;iconico vitello tonnato</em> e poi quelle meravigliose <em>Tagliatelle burro e parmigiano</em>, o come ama definirle lo stesso <strong>Stanley,</strong> &ldquo;<em>pure gold</em>&rdquo;.</p>

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<p><strong>MARCHESI 1824</strong>, Milano<br />
[[ima8]]Siamo nel cuore della Galleria Vittorio Emanuele. L&igrave; dove si respira la&nbsp;Storia di questa citt&agrave; che splende, la sua magnificenza, ma, spostandoci nel meraviglioso salotto di <a href="https://www.marchesi1824.com/eu/it.html" rel="nofollow">Marchesi 1824</a>, anche&nbsp;l&#39;odore di un ottimo caff&egrave;, di quell&#39;<em>espresso ristretto</em> che Stanley Tucci ordina al banco per godersi una dolce pausa&nbsp;dalle Olimpiadi Milano-Cortina 2026. &laquo;Don&#39;t go to the Olympics. Just come here!&raquo; pronuncia convinto.&nbsp;<br />
[[ima9]]Gli basta affondare un morso deciso in una delle tante delizie&nbsp;proposte al banco, firmate dal maestro pasticciere di Marchesi 1824, <strong>Diego Crosara</strong>. La sua preferita? Un <em>Tortino di riso</em>, specialit&agrave; milanese: riso, crema pasticcera, uvetta. Tutto ci&ograve; che una giornata d&#39;inverno ti porta a desiderare.&nbsp;<br />
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<p><strong>DIEGO FISH CLUB</strong>, Napoli<br />
[[ima4]]Da Milano&nbsp;alla Riviera di Chiaia a Napoli: probabilmente non avremmo conosciuto questa insegna se l&rsquo;attore americano non si fosse fermato qui per sublimarne innanzitutto l&rsquo;atmosfera, il cuore che pulsa nella cucina di questa locanda di mare superlativa dove arriva solo pesce locale, lavorato in maniera impeccabile dai fratelli <strong>Diego</strong> e <strong>Mario</strong> del <a href="https://www.instagram.com/diegoascensione/?hl=en" rel="nofollow" target="_blank">Diego Fish Club</a> in Piazza dell&rsquo;Ascensione.</p>

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<p><strong>PIZZERIA LA NOTIZIA</strong>&nbsp;e&nbsp;<strong>PIZZA FRITTA DA FERNANDA</strong>, Napoli<br />
Rimaniamo ancora un po&rsquo; a Napoli e, naturalmente, non possiamo fare a meno che parlare di pizza: &laquo;Per farla cos&igrave; buona, ci ho impiegato 40 anni; per cuocerla solo 45 secondi&raquo;. &Egrave; il maestro <strong>Enzo Coccia</strong> della pizzeria <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/462/35255/locali/la-notizia-53.html" target="_blank">La Notizia</a> ad accompagnare <strong>Stanley</strong> nella preparazione della pizza napoletana verace: l&rsquo;emozione parte da un profumo pazzesco che coglie poi il palato. E la pizza fritta? Fino a qualche anno fa, la tappa obbligata era nei Quartieri Spagnoli dove&nbsp;la <strong>signora Fernanda</strong>&nbsp;friggeva&nbsp;questi capolavori dorati: olio, amore, fantasia e quella magia che regala la combinazione di <em>mozzarella, cicoli, ricotta e pomodoro</em>.&nbsp;</p>

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<p><strong>LA PIOLA DA CELSO</strong>, Torino<br />
Si lascia tentare <strong>Stanley</strong>, si lascia incuriosire e poi convincere da parole che, nella loro musicalit&agrave;, accentuano il gusto, pronto a dipanarsi sul palato. E quando si parla di <em>bagna cauda</em>, c&rsquo;&egrave; solo una cosa da dire, solo una parola da ricordare:&rdquo;Puccia&rdquo;. Ed &egrave; esattamente quello che fa nella cucina di <strong>Elisabetta</strong> alla <a href="https://www.facebook.com/p/Piola-Da-Celso-100063452150637/" rel="nofollow" target="_blank">Piola da Celso</a>: <strong>Tucci </strong>puccia un gambo di cardo gobbo in una densa bagna cauda&hellip; La persistenza dell&rsquo;aglio poco gli frega, perch&eacute; questa specialit&agrave; &egrave; un sogno.</p>

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<p><strong>CASEIFICIO DICECCA</strong>, Altamura (Bari)<br />
[[ima6]]Non solo ristoranti, ma anche botteghe, e tra le tappe immancabili per <strong>Stanley Tucci</strong> in Puglia c&rsquo;&egrave; sicuramente il <a href="https://vitodicecca.it/" rel="nofollow" target="_blank">caseificio Dicecca</a>, e il cheese bar di famiglia, il <a href="https://www.instagram.com/baby.dicecca/" rel="nofollow" target="_blank">Baby.Dicecca</a>: un luogo idilliaco per gli amanti di qualsiasi diavoleria a base di latte da consumare immersi nella natura. <em>Caciocavalli, scamorze, burrate</em>, fino alle creazioni fuori di testa di <strong>Vito Di Cecca</strong> che, dopo aver viaggiato il mondo, torna ad Altamura con la convinzione di poter creare un <em>blue cheese</em> di Puglia. E ci riesce con sperimentazioni folli, e amatissime: da un incrocio a base di ripieno di burrata vaccina con blu di capra, grassezza assoluta, fino all&rsquo;<em>Amore primitivo</em>, un signor formaggio che si presenta a tutti gli effetti come una torta. In sostanza parliamo di un Blu della Murgia affinato per 100 giorno nel vino Primitivo passito, arricchito con amarene.&nbsp; &ldquo;Intense!&rdquo;</p>

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<p><strong>URBAN ASSASSINERIA</strong>, Bari<br />
C&rsquo;&egrave; un&rsquo;insegna che manda fuori di testa <strong>Tucci</strong>, e lo fa perch&eacute; testimonia come anche noi italiani, cos&igrave; devoti alla tradizione, alla maniera originaria di fare le cose, spesso ci lasciamo corrompere dalla tentazione di infrangere le regole: come accade, per esempio, da <a href="https://www.urban.bio/" rel="nofollow" target="_blank">Urban Assassineria</a> di Bari, tempio dell&rsquo;Assassina. Qui, non solo la pasta non viene fatta cuocere in acqua bollente, come da canovaccio, ma viene bruciata. Calda, rovente, e anche piccantissima: da qui il nome assassina. Rientra cos&igrave;, tra le creazioni pi&ugrave; assurde mai assaggiare dall&rsquo;attore, un piatto che somiglia tanto alle persone che gli hanno dato i natali: focose, senza compromessi e in grado di andare oltre le regole.</p>

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<p><strong>ANTICO FORNO DELLA CASANA</strong> e <strong>THE COOK</strong>, Genova<br />
[[ima5]]Bari e la Liguria hanno in comune un prodotto da forno (strutturalmente molto diverso) che, in entrambi i casi, entra nel cuore al primo morso: la focaccia. Ora, chiunque bazzichi per Genova avr&agrave; in mente una risposta ben precisa alla richiesta di un indirizzo di riferimento per la migliore focaccia della citt&agrave;. <strong>Tucci </strong>pare abbia scelto la sua puntando su quella dell&rsquo;<a href="https://www.instagram.com/antico_forno_della_casana/?hl=en" rel="nofollow" target="_blank">Antico Forno della Casana</a>. Affonda felice il morso in quella massa soffice, bella unta. Quello che non conosceva &egrave; la tradizione tutta ligure di intingere la focaccia in una tazza di caff&egrave; latte. &ldquo;Un&rsquo;assurdit&agrave;&rdquo;, pensa all&rsquo;inizio, almeno prima di abbandonarsi all&rsquo;assaggio, e ogni dubbio si dissolve: &egrave; la svolta. Seconda tappa, invece, alla tavola di <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/38113/ristoranti/the-cook-ivano-ricchebono.html" target="_blank">The Cook</a>, un luogo sontuoso, almeno quanto lo &egrave; il suo <em>Cappon magro</em>, che supera l&rsquo;idea originaria di realizzazione con prevalenza di pesce azzurro, merenda sostanziosa dei pescatori. Oggi, a comporre questo quadro iodato ci sono astice, scampi, gamberoni e, naturalmente, l&rsquo;immancabile apporto del pane ammollato nell&rsquo;aceto condito con salsa verde.</p>

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<p><strong>FRADIS MINORIS</strong>, Pula (Cagliari)<br />
In Sardegna ci arrivi per tanti motivi: <strong>Tucci </strong>approda sull&rsquo;isola passando per una delle insegne pi&ugrave; interessanti, innanzitutto per la sua posizione, sospesa tra la laguna e il mare, e poi quel lavoro di ricerca immane sull&rsquo;ecosistema circostante e tutto ci&ograve; che questo regala, applicando tecnica e pensiero. Eppure &egrave; un gesto legato alla tradizione pi&ugrave; pura a ipnotizzare gli occhi di <strong>Tucci</strong> che seguono infaticabili le mani di <strong>Francesco Stara</strong> e quell&rsquo;abilit&agrave; tutta sua nel lavorare la fregola da cui nasce un piatto inamovibile nel menu del <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/11671/ristoranti/fradis-minoris.html" target="_blank">Fradis Minoris</a> servito con pescato crudo, sempre freschissimo. Poesia, tra mare e gesto.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/tucci-new-collage.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/41232/dallitalia/confine-e-gli-altri-gli-indirizzi-piu-amati-da-stanley-tucci-in-italia.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/dallitalia.html">44</category>			</item>			<item>				<title>Il Capodanno Cinese è alle porte: tutti gli indirizzi dove festeggiarlo in Italia</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/41224/dallitalia/il-capodanno-cinese-e-alle-porte-tutti-gli-indirizzi-dove-festeggiarlo-in-italia.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>&nbsp;</p>

<p><strong>THE ST. REGIS FLORENCE CON IL GUSTO DI XINGE</strong>, Firenze&nbsp;</p>

<p>[[ima2]]Il 18 febbraio a partire&nbsp;dalle 19:00, il <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/33099/ristoranti/winter-garden-del-st-regis-gentian-shehi.html" target="_blank">Winter Garden Restaurant<strong> </strong></a>del<em> The St. Regis Florence</em> ospita una cena d&rsquo;autore dedicata al Capodanno Cinese, firmata dalla chef <strong>Xinge Liu</strong> de<em> <a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/33099/ristoranti/winter-garden-del-st-regis-gentian-shehi.html" target="_blank">Il Gusto di Xinge</a></em>. L&rsquo;evento celebra l&rsquo;arrivo dell&rsquo;Anno del Cavallo con un percorso gastronomico ispirato al viaggio e al rinnovamento, tra atmosfere eleganti e suggestioni anni Venti. La serata unisce cucina creativa e intrattenimento tradizionale, con danza del dragone, performance dei leoni e musica dal vivo, trasformando l&rsquo;hotel in un palcoscenico culturale internazionale. &laquo;Continuare a coltivare un dialogo culturale aperto alla citt&agrave; &egrave; parte della nostra identit&agrave; pi&ugrave; autentica&raquo;, spiega <strong>Domenico Colella</strong>, General Manager di <em>The St. Regis Florence</em>. &laquo;Il percorso che propongo &egrave; un&rsquo;esplorazione multisensoriale che supera ogni confine -&nbsp;racconta chef <strong>Xinge Liu </strong>-&nbsp;Ho voluto trasporre la logica sartoriale dell&rsquo;alta moda nell&rsquo;arte culinaria, permettendo ai sapori asiatici di incontrarsi con un&rsquo;estetica lussuosa&raquo;.</p>

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<p><strong>BON WEI</strong>, Milano<br />
[[ima3]]Il ristorante<em> </em><a href="https://www.identitagolose.it/sito/it/62/11340/ristoranti/bon-wei.html" target="_blank">Bon Wei </a>celebra il Capodanno Cinese con una cena speciale in programma oggi, 17 febbraio, firmata dallo chef<strong> Zhang Guoqing</strong>. Protagonista un <em>menu degustazione di dieci portate </em>ispirato alla simbologia dello zodiaco, accompagnato da champagne d&rsquo;autore le cui bottiglie sono state decorate&nbsp;dal creative designer <strong>Teo KayKay</strong>. L&rsquo;evento unisce alta cucina regionale cinese, arte e ritualit&agrave; contemporanea, trasformando la serata in un&rsquo;esperienza immersiva tra gusto e design. Dal benvenuto con<em> t&egrave; rosso </em>alla<em> Zuppa agropiccante di cernia</em>, dai <em>Longevity lamian </em>al<em> Branzino laccato alla shanghainese</em> fino al dessert al cioccolato e sesamo nero in forma di cavallo, il percorso racconta energia e trasformazione. In abbinamento, <em>Champagne Pol Roger R&eacute;serve Brut </em>e una selezione di vini curata da <em>Distribuendo Wine &amp; Spirits</em>, con possibilit&agrave; di wine pairing dedicato.</p>

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<p><strong>DRAGON KITCHEN,</strong> Milano<br />
A Milano c&rsquo;&egrave; anche chi sceglie un approccio pi&ugrave; informale per celebrare il nuovo anno lunare.<em> </em><a href="https://dragonkitchen.it/" rel="nofollow" target="_blank">Dragon Kitchen </a>dedica tutto il mese di febbraio a percorsi degustazione accessibili, pensati per un pubblico dinamico e curioso. Tra ravioli, riso saltato, anatra e proposte vegetariane, l&rsquo;esperienza punta su convivialit&agrave; e semplicit&agrave;, trasformando pranzo e cena in un&rsquo;occasione quotidiana per avvicinarsi alla cucina cinese contemporanea senza formalismi.</p>

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<p><strong>DAO RESTAURANT</strong>, Roma<br />
[[ima4]]Ci spostiamo a Roma, dove <a href="https://www.daorestaurant.it/" rel="nofollow" target="_blank">Dao Restaurant </a>rappresenta un indirizzo raffinato in cui festeggiare il Capodanno Cinese tra piatti simbolici e atmosfera elegante. Nato dal progetto di <strong>Jianguo Shu </strong>e guidato in cucina dallo chef <strong>Xue Denglong</strong>, propone una cucina autentica che unisce tradizione regionale e sensibilit&agrave; contemporanea, con ravioli, anatra alla pechinese e percorsi degustazione pensati per la condivisione. Frequentato anche per banchetti e ricorrenze della comunit&agrave; cinese, &egrave; una scelta ideale per celebrare il nuovo anno lunare nel cuore della Capitale.</p>

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<p><strong>SONG</strong>, Roma<br />
Sempre a Roma, il ristorante <a href="https://www.songdimsum.it/" rel="nofollow" target="_blank">Song </a>accoglie il Capodanno Cinese oggi, 17 febbraio, nella sede di via Valadier, nel quartiere Prati. Per l&rsquo;occasione il Maestro<strong> Lin San Chu</strong> firma un percorso ispirato alla tradizione cantonese, creato esclusivamente per la serata: <em>Ravioli dalla pasta colorata ripieni di lonza di maiale</em>, <em>Ravioli al carbone vegetale con Wagyu</em> e <em>Pancia di maiale cotta lentamente al vapore con riduzione di soia, cipollotto e spezie</em>. A chiudere, il <em>Tangyuan</em>, dolci praline di riso glutinoso, simbolo di buon auspicio. Un appuntamento molto atteso dagli appassionati, dove celebrare il nuovo anno lunare attraverso una cucina autentica e curata.</p>

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<p><strong>YEZI</strong>, Roma<br />
[[ima5]]<meta charset="UTF-8" />Da <a href="https://www.yezirestaurant.com/?lang=it" rel="nofollow" target="_blank">YEZI Rome</a> il Capodanno Cinese si celebra dal 17 febbraio al 3 marzo, con un menu degustazione speciale disponibile a cena per tutta la durata della rassegna accanto al menu alla carta. Tra i piccoli piatti d&rsquo;apertura, <em>Anatra croccante giocata su spezie e note agrumate&nbsp;</em>e <em>Spiedini di maiale iberico</em> ravvivati da un dressing all&rsquo;Aji Panca. I dim sum sono centrali: <em>Wonton di pollo e gamberi e shumai al foie gras</em> in chiave pi&ugrave; raffinata. Poi un secondo pi&ugrave; deciso, <em>Orata croccante con salsa orientale e verdure al wok</em>, con i contorni essenziali di riso jasmine e spinaci al vapore. Chiusura di buon auspicio con la&nbsp;<em>Mousse al mandarino &ldquo;portafortuna&rdquo;</em>, firma dolce pensata per accompagnare l&rsquo;inizio del nuovo anno. Tra masterclass e momenti dedicati agli ospiti, il ristorante invita a vivere la festa come un viaggio culturale prima ancora che culinario. Un appuntamento che trasforma la ricorrenza in occasione d&rsquo;incontro e scoperta nel cuore di Roma. (Testo a cura di&nbsp;<strong>Francesca Feresin</strong>)</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/capodanno-cinese-2026.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/41224/dallitalia/il-capodanno-cinese-e-alle-porte-tutti-gli-indirizzi-dove-festeggiarlo-in-italia.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/dallitalia.html">44</category>			</item>			<item>				<title>Arriva a Roma la sakaba giapponese: ecco Ie Koji, ovvero il rito urbano del sake</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/41213/dallitalia/arriva-a-roma-la-sakaba-giapponese-ecco-ie-koji-ovvero-il-rito-urbano-del-sake.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>A Roma il sake trova una nuova casa e una nuova grammatica gastronomica. Si chiama <a href="https://www.instagram.com/iekoji_sakaba/" rel="nofollow">Sakaba Ie Koji,</a> apre in via Emilio F&agrave;a di Bruno 31 e rappresenta il progetto pi&ugrave; recente dello chef <strong>Koji Nakai</strong> insieme al socio <strong>Roberto Salvati</strong>: un luogo che prende le mosse dall&rsquo;esperienza dell&rsquo;izakaya <em>Ie Koji</em> e la porta in una dimensione pi&ugrave; fluida, contemporanea e conviviale, dove il bere e l&rsquo;assaggio diventano il vero centro della serata.</p>

<p>[[ima2]]Qui il modello &egrave; quello del sakaba giapponese, rifugio urbano dedicato prima di tutto al sake e a una cucina fatta di piccoli piatti da condividere. Una proposta agile, costruita per accompagnare il ritmo della socialit&agrave;: si entra per un bicchiere e si finisce a ordinare ancora, tra porzioni intere e mezze porzioni, con una ventina di preparazioni che cambiano, si evolvono, si contaminano. L&rsquo;idea &egrave; semplice: lasciare libert&agrave; all&rsquo;ospite e trasformare ogni visita in un&rsquo;esperienza diversa.</p>

<p>Il cuore del locale &egrave; il bancone. In legno, lineare, con otto posti affacciati sulla preparazione dei crudi, restituisce alla cucina la dimensione del gesto e della relazione diretta. Qui si osserva lo chef al lavoro, si dialoga, si assaggia in sequenza, si costruisce un percorso spontaneo fatto di piccoli assaggi e abbinamenti. Attorno, due sale con tavoli alti e sedute pi&ugrave; tradizionali, in un ambiente essenziale e dinamico che invita a sostare senza formalit&agrave;.</p>

<p>[[ima3]][[ima4]][[ima5]]Ma il vero filo conduttore &egrave; il sake. La collaborazione con <em>Shibataya</em> porta in carta una selezione di circa venti etichette, disponibili in mescita e anche da acquistare, con degustazioni periodiche pensate per accompagnare il pubblico dentro un universo complesso e sorprendente. Il personale di sala &egrave; formato per guidare gli abbinamenti, suggerire percorsi, costruire dialoghi tra calici e piatti. Il risultato &egrave; una proposta che non si limita a servire sake,&nbsp;ma lo integra nella narrazione gastronomica: ogni preparazione diventa un&rsquo;occasione per esplorare profumi, temperature, consistenze.</p>

<p>La cucina segue lo stesso principio di movimento continuo. Tecnica giapponese, sensibilit&agrave; italiana e incursioni panasiatiche si intrecciano in piatti che cambiano spesso e non cercano definizioni rigide. Erbe fresche, spezie, brace, marinature: il menu si muove tra contrasti e leggerezza, pensato per essere attraversato pi&ugrave; che consultato.</p>

<p>Tra i piatti che raccontano meglio l&rsquo;identit&agrave; del locale ci sono l&rsquo;<em>Hakozushi con pesce marinato e riso pressato</em>, pensato per accompagnare sake pi&ugrave; strutturati, il ceviche<em> </em>in chiave giapponese preparato al bancone con agrumi e dashi, l&rsquo;<em>Houbayaki di ricciola cotta sulla foglia di magnolia alla brace</em> e il <em>kasu jiru</em>, zuppa intensa a base di pesce e sake kasu. Accanto, piccole proposte vegetali e assaggi stagionali che cambiano spesso, costruiti proprio per dialogare con le degustazioni e rendere ogni visita diversa.</p>

<p>[[ima6]]In questo equilibrio si inserisce anche una linea sempre pi&ugrave; evidente di dialogo tra Giappone e Italia. Non un semplice incontro di ingredienti, ma una fusione progressiva di tecniche e sensibilit&agrave;: acidit&agrave; pi&ugrave; familiari al palato italiano, uso della brace e della stagionalit&agrave;, attenzione alla materia prima locale. I piatti si trasformano, si adattano, nascono e scompaiono con naturalezza, come accade nelle cucine vive.</p>

<p><em>Sakaba Ie Koji</em> &egrave;, in fondo, il capitolo pi&ugrave; maturo del percorso romano di <strong>Koji Nakai</strong>. Nato a Kobe, cresciuto tra cucine e mercato ittico, formato anche nella cucina italiana e approdato a Roma nel 2008, lo chef ha costruito negli anni un linguaggio personale che mette in dialogo due culture senza forzature. Dopo <a href="https://nakairoma.com/" rel="nofollow">Nakai </a>e <em>Ie Koji</em>, questo nuovo spazio rappresenta una sintesi: pi&ugrave; libero, pi&ugrave; urbano, pi&ugrave; orientato alla condivisione.</p>

<p>Un luogo dove il sake diventa racconto, il bancone esperienza e la cucina un territorio in continua evoluzione. E dove l&rsquo;idea di fusione non &egrave; una dichiarazione, ma una pratica quotidiana fatta di assaggi, piccoli piatti e abbinamenti che cambiano ogni sera.</p>

<p><br />
<a href="https://www.instagram.com/iekoji_sakaba/" rel="nofollow">Sakaba Ie Koji</a><br />
Via Emilio F&agrave;a di Bruno&nbsp;31 &ndash; Roma<br />
Tel. 392 4799773<br />
Aperto a pranzo dal marted&igrave; alla domenica dalle 12.30 alle 15,&nbsp;a cena tutti i giorni dalle 19&nbsp;alle 23</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/unnamed-2-13.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/41213/dallitalia/arriva-a-roma-la-sakaba-giapponese-ecco-ie-koji-ovvero-il-rito-urbano-del-sake.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/dallitalia.html">44</category>			</item>			<item>				<title>Collari di pesce e altre delizie: creatività di Luca Pezzetta e la &quot;nuova&quot; Clementina</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/209/41228/mondo-pizza/collari-di-pesce-e-altre-delizie-creativita-di-luca-pezzetta-e-la-nuova-clementina.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Ci sono pizzerie capaci di andare oltre al prodotto pizza, di andare oltre agli impasti - fino a qualche anno fa protagonisti indiscussi - per trasformarsi in un ecosistema esperienziale. Qui la pizza oggi non &egrave; solo qualcosa da mangiare, ma diventa soprattutto un&#39;idea da plasmare, vivere e condividere.</p>

<p><em>Clementina Pizzeria</em> a Fiumicino &egrave; un esempio lampante di questo &quot;ecosistema di esperienze&quot;. In pochi anni la pizzeria di <strong>Luca Pezzetta</strong>, tra i luoghi simbolo della riscoperta della pizza romana secondo tradizione, ha oltrepassato i confini naturali ideologicamente assegnati al settore e creato commistioni importanti con l&#39;alta cucina, sperimentando in pi&ugrave; direzioni e anticipando tendenze.</p>

<p><strong>Pezzetta</strong> e il suo staff viaggiano lungo un percorso sperimentale di esaltazione di gusto e materie prime che mai ti aspetteresti in una pizzeria. Osano, disorientano, conquistano. Un progetto ambizioso che sta riscrivendo nel Lazio la pizzeria come luogo di consumo.</p>

<p>[[ima2]][[ima3]]Superati i padellini e i tranci, introdotti gli sfogliati, come <em>Croissant</em>, <em>Pain suisse</em> e <em>Pain au chocolat</em> che si combinano in modo eccentrico con crostacei o molluschi, fondi di carne e bisque, rimessa la tonda al centro del menu ora ci sono tutti gli elementi per un viaggio completo alla scoperta della creativit&agrave; del talentuoso lievitista. In questo viaggio, ogni fermata non &egrave; solo un assaggio, ma un gioco tra elementi che a prima vista possono sembrare scombinati, un divertissement per tutti i sensi a cui partecipa il servizio e una grande carta dei vini.</p>

<p>Ovviamente nel locale di via di Torre Clementina si pu&ograve; anche ordinare una pizza e una birra e decidere di rimanere nella propria comfort zone.<br />
&nbsp;</p>

<h3><strong>La grande novit&agrave;: il menu degustazione e i collari di pesce</strong></h3>

<p>Sempre pi&ugrave; presente nelle pizzerie il menu degustazione segue la strada dei ristoranti fine dining, ma ci piace dire che serve a unire i punti e disegnare l&#39;esperienza di cui tanto si predica. Anche da <em>Clementina</em>, dall&#39;autunno del 2025 c&#39;&egrave; un menu degustazione (disponibile solo su prenotazione) che possiamo definire - dopo averlo provato e materialmente vissuto &ndash; come una summa della filosofia di questo posto, direttamente raccontata al tavolo da <strong>Luca</strong> o <strong>Daniele Mari</strong>, direttore di sala e sommelier.</p>

<p>[[ima12]]Fritti, grandi lievitati, sfogliati, pane e pizza romana al mattarello, dessert ci sono tutti i pezzi del puzzle che messi insieme danno come risultato il magico mondo di <em>Clementina</em>.</p>

<p><em>Pane e Collari</em> &egrave; la portata protagonista di questo percorso (ma si pu&ograve; ordinare anche singolarmente), quella che attira l&#39;attenzione e la curiosit&agrave;. Si tratta dei collari di pesce serviti con i loro fondi di cottura sul pane a lievitazione naturale del <em>Micro Forno</em> o sulla pizza romana sottile.</p>

<p>[[ima4]]&Egrave; sempre <strong>Luca Pezzetta</strong> l&#39;artefice di questo esperimento in pizzeria, &egrave; lui a preparare i collari, cos&igrave; come gi&agrave; fa con il resto della salumeria di mare. I collari sono quella parte sotto la testa del pesce, solitamente non utilizzata, reputata &quot;scarto&quot; ma particolarmente saporita e ricca di grasso nobile. In questo caso troviamo tonno, spada, cernia, ombrina o ricciola, di pezzature medio-grandi che vengono precedentemente frollati in cella frigo per almeno 10 giorni (massimo 15) e poi marinati con olio extravergine d&#39;oliva, aglio, rosmarino, scorza di limone, pepe nero, erbe di macchia e aceto di riso e cotti infine, lentamente sul barbecue, a brace indiretta.</p>

<p>[[ima10]]Un piatto che in ogni stagione trova la sua forma, nei mesi invernali il pizzaiolo porta in tavola i collari accostandoli a uno spicchio di pizza romana al pomodoro, poi completata con la sua <em>salsa mediterranea</em> (il fondo dei collari, puntarelle, capperi e aceto); in estate c&#39;&egrave; il pane servito con il pomodoro schiacciato, negli altri mesi dell&#39;anno la bruschetta che accompagna i collari &egrave; condita con il loro fondo di cottura o con il burro acido. I Collari vengono serviti su un vassoio con tutti gli ingredienti per il condimento della base che vengono assemblati davanti agli ospiti, coinvolti in toto anche dal racconto di <strong>Pezzetta</strong> che spiega ingredienti e preparazioni. &laquo;Ho scelto di finire i condimenti delle degustazioni direttamente a tavola perch&eacute; volevo rompere la distanza tra cucina e sala. Quel gesto rende il cliente partecipe: non pi&ugrave; spettatore, ma testimone della creazione. Ogni finitura diventa rito: un segnale di rispetto e di attenzione, il modo per dire &quot;questo piatto nasce adesso, davanti a te&quot;. E allo stesso tempo crea attesa, dialogo, scena. La degustazione diventa cos&igrave; non solo cibo, ma esperienza teatrale&raquo;.</p>

<p>[[ima5]]Un piatto dalle molteplici declinazioni, sostenibile e nella sua semplicit&agrave; geniale. Da mangiare rigorosamente con le mani: si scava la polpa con le dita (vengono forniti dei guanti, tranquilli!) per poi posarla sul pane o sul trancio di pizza e creare qui un sapore nuovo. Tutti i sensi cos&igrave; vengono coinvolti, tatto compreso.</p>

<p>La cottura al bbq sprigiona profumi intensi aumentati anche dalle erbe aromatiche e dai loro oli essenziali che si fondono con la polpa, la parte di grasso e collagene si scioglie regalando morbidezza e scioglievolezza in bocca, che si contrappone al croccante della pizza o del pane e si completa con il fondo che esalta il gusto.</p>

<p>Con <em>Pane e Collari</em>, entrato a pieno titolo tra i piatti signature di <em>Clementina</em>, siamo andati ancora una volta oltre all&#39;immagine della pizza, anche di quella gourmet ormai inflazionata.<br />
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<h3><strong>Un nuovo linguaggio per Luca Pezzetta</strong></h3>

<p><strong>Luca Pezzetta</strong> ci fa capire che qui si parla una nuova lingua e portata dopo portata ne siamo sempre pi&ugrave; consapevoli. Dopo i collari di tonno e pizza romana condita la sua <em>salsa mediterranea</em>. &Egrave; il turno del <em>Croissant con cocktail di gamberi rossi e Parmigiano 36 mesi</em>, un classico oramai di <em>Clementina</em> che porta in tavola anche una gustosa provocazione, dove il parmigiano gioca un ruolo di esaltatore dello sfogliato al burro.</p>

<p>[[ima6]]Rimanendo sempre in tema di sfogliati arriva il <em>Pain au chocolat</em>, che dopo il coniglio fondente, ora &egrave; servito con spiedino di cozze e pomata di burro acido. Anche in questo caso si gioca alla ricomposizione del piatto, le cozze vanno affondate nel burro e sfilate dal piccolo spiedo di metallo e poste all&#39;interno del lievitato che viene portato su un cubo di pietra calda.</p>

<p>Per il capitolo fritti nella nostra degustazione abbiamo avuto la fortuna di assaggiare il <em>Suppl&igrave; sfera risotto alla pescatora con tartare di gambero e zuppa di pesci da scoglio</em>. Un amarcord del piatto pi&ugrave; gettonato nei ristoranti di mare che qui si riveste di una croccante panatura. Da rompere e bagnare con la zuppa per avere un boccone dal sapore intenso di iodio e salinit&agrave;.</p>

<p>[[ima7]][[ima9]]Dopo questo preludio esaltante si passa alla pizza con tre diversi assaggi: <em>Margherita</em>, <em>Saltimbocca</em> e <em>Verza e Pecorino</em>.</p>

<p>La prima spicchiata e piegata per esaltarne i bordi bruciati elemento identitario della pizza romana sottile e di cui <strong>Pezzetta</strong> va fiero. La seconda &egrave; una riproposizione del saltimbocca alla romana con fiordilatte, vitella, salsa al vino bianco, maionese alla salvia, puntarelle, prosciutto crudo: ricca, complessa ma dritta nel sapore finale riconoscibile e godibile.</p>

<p>[[ima8]]E infine una delle nuove pizze del menu invernale che, forse per la prima volta, mette sulla pizza la verza rossa stufata insieme a fiordilatte, verza rossa marinata, semi di zucca tostati, Pecorino Romano e senape al miele. Un concentrato di colore e di sapore, una danza in bocca di consistenze e di toni dolci e acidi, di sapidit&agrave;.</p>

<p>Dagli impasti, sono quattro le variet&agrave; in men&ugrave;, ai topping tutto diventa la sintesi del mondo di <strong>Luca Pezzetta</strong>: esperienze pregresse tra impasti e cucina, ricerca, vita vissuta. Ogni prodotto &egrave; pensato per esaltare l&#39;identit&agrave; di <em>Clementina</em> e del territorio nel quale si trova. Alla base, infatti, c&#39;&egrave; sempre il territorio di Fiumicino e dintorni, fatto di mare e non solo, con cui <em>Clementina</em> lavora in stretta sinergia, dai pescatori all&#39;Asta del Pesce di Fiumicino, passando per le aziende agricole di zona. Tutte le materie prime selezionate prima di arrivare sulle pizze vengono trasformate in modo artigianale, compresi tonni, cernie e pesci spada che diventano salumi di mare e bottarghe, e sono lavorati in ogni parte, senza nessuno spreco.</p>

<p>[[ima11]]Ultima tentazione il dolce, tutti realizzati da <em>Clementina</em> e <em>Micro Forno</em> e ricordiamo tra questi il panettone artigianale di <strong>Luca Pezzetta</strong>, realizzato con lievito madre vivo e presente tutto l&#39;anno, la <em>Crostatina con crema e frutti rossi</em> e la <em>Millefoglie al cacao</em>.<br />
&nbsp;</p>

<h3><strong>Carta dei vini e wine pairing</strong></h3>

<p>Lungo il percorso degustazione ci sono le proposte del sommelier <strong>Daniele Mari</strong> e direttore di <em>Clementina</em> che propone seguendo l&#39;ispirazione del momento o studia dalla sua carta onirica, che prende a prestito i cinque elementi in natura (etere compreso) per cercare dei vini tra Italia e Francia unici nella loro espressione.</p>

<p>Carta che si presenta come un testo di 28 pagine dinamico, identitario, fruibile con illustrazioni, spiegazioni e approfondimenti didattici e un totale di 300 referenze.</p>

<p>Qui i vini presentati in combination dal sommelier <strong>Daniele</strong>, in abbinamento alle proposte di <strong>Luca Pezzetta</strong> sono stati:</p>

<p><em>Domaine Jacques Tissot</em>,<em>&nbsp;</em>Cr&eacute;mant du Jura Brut:&nbsp;Pinot Nero 100%, 36 mesi sui lieviti</p>

<p><em>Domaine de la Galiniere</em>, Vouvray Brut 2009: millesimato, con sboccatura nel 2025</p>

<p><em>Ch&acirc;teau Cazebonne</em>, La Mac&eacute;ration Graves 2022: Sauvignon in anfora macerato. Sono solo 500 bottiglie prodotte in esclusiva in tutta Italia per <em>Clementina</em> per il 2026.</p>

<p><em>Davide Fragonese</em>, Nebbiolo Langhe 2023 100%</p>

<p><em>Domaine Pouderoux</em>, Serbat: Rolle al 100%</p>

<p><em>Bitter Meridies</em>, pugliese artigianale, in esclusiva per <em>Clementina</em> su Roma e a base di Bombino bianco</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/luca-pezzetta-ritratto-new-oriz-ph-slevin.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/209/41228/mondo-pizza/collari-di-pesce-e-altre-delizie-creativita-di-luca-pezzetta-e-la-nuova-clementina.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/209/mondo-pizza.html">209</category>			</item>			<item>				<title>Chiacchiere, frittelle, ragù e altre bontà: il giro d'Italia goloso nei giorni di Carnevale</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/41222/dallitalia/chiacchiere-frittelle-ragu-e-altre-bonta-il-giro-ditalia-goloso-nei-giorni-di-carnevale.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Sottili, friabili, rigorosamente fritte. Sono le regine del Carnevale italiano e anche se cambiano nome ogni manciata di chilometri, restano riconoscibili al primo morso. Se si prova a seguire la loro traiettoria sulla carta geografica, da Nord a Sud, emerge una mappa lessicale che attraversa Alpi, pianure e coste e racconta di come un impasto di farina, uova, zucchero, burro (o strutto) e una parte alcolica che cambia a seconda delle regioni, si sia adattato ai diversi dialetti mantenendo intatta una tradizione che risale ai tempi dei Saturnalia romani.<br />
<br />
In Valle d&rsquo;Aosta si chiamano <em>merveilles</em>. In Piemonte prevalgono le <em>bugie</em>, che nel Cuneese diventano anche <em>gale</em> o <em>ris&ograve;le</em>, mentre ad Alessandria compaiono le <em>gasse</em>. In Lombardia restano per lo pi&ugrave; <em>chiacchiere</em>, ma c&rsquo;&egrave; chi le chiama <em>lattughe</em>, e tra Bergamo e Brescia si incontrano <em>saltas&ugrave;</em> o <em>galarane</em>. In Veneto sono <em>galani</em> o <em>crostoli</em>. Anche in Friuli Venezia Giulia e in Trentino si chiamano <em>crostoli</em>, ma anche <em>grostoli</em> e <em>cr&ograve;stui</em>. In Emilia-Romagna i nomi si moltiplicano: <em>frappe</em> e <em>sfrappole</em> a Bologna, <em>intrigoni</em> a Reggio Emilia, <em>sprelle</em> a Piacenza, <em>fiocchetti </em>tra Rimini e Forl&igrave;-Cesena. In Liguria le etichette riportano <em>bugie</em>, mentre in Toscana diventano <em>cenci</em>, e in Val di Chiana, <em>crogetti</em>. Nelle Marche sono <em>cresciole</em>. In Umbria si torna alla tradizione con <em>chiacchiere</em> e <i>frappe</i>, nel Lazio alle <i>frappe</i> si affiancano le <em>fettuccine</em>. In Abruzzo diventano anche <em>cioffe</em> e in Molise <em>cunchielli</em>. Al Sud, dalla Campania in gi&ugrave; il nome resta quello pi&ugrave; diffuso, <em>chiacchiere</em>, forse perch&eacute; leggenda vuole che questo nome sia stato dato da <strong>Raffaele Esposito</strong>, cuoco napoletano di corte che cos&igrave; le serv&igrave; alla regina Margherita di Savoia e ai suoi ospiti impegnati in una chiacchierata.<br />
<br />
[[ima14]]Se le chiacchiere sono il fil rouge che unisce il Paese, il Carnevale si conferma una festa che parla soprattutto la lingua dolce. Il fritto domina anche con le frittelle. Il salato esiste, ma &egrave; meno diffuso e quasi sempre ha come protagonista il maiale. Carnevale arriva alla fine dell&rsquo;inverno, periodo che era dedicato alla macellazione. Compaiono, infatti, rag&ugrave; ricchi, fagioli con le cotenne, salsicce fresche, piatti sostanziosi che in passato precedevano la Quaresima quando la penitenza cristiana imponeva digiuni.</p>

<p>Poi ci sono le citt&agrave; che il Carnevale lo hanno trasformato in un affare serio anche quando si parla di cibo.</p>

<p>&nbsp;</p>

<p><strong>CARNEVALE DI VENEZIA</strong><br />
[[ima2]][[ima3]]A Venezia, dove il Carnevale &egrave; nato come grande teatro urbano, le <em>frittelle (o fr&igrave;tole) veneziane</em> hanno avuto perfino una corporazione dedicata, quella dei fritoleri. Ripiene di crema o zabaione, oppure nella versione pi&ugrave; antica con uvetta e pinoli, sono tutte figlie della ricetta originale conservata nella Biblioteca Nazionale Casanatense a Roma.</p>

<p>&nbsp;</p>

<p><strong>CARNEVALE DI IVREA</strong><br />
[[ima4]][[ima5]]Spostandosi in Piemonte, a Ivrea, con il Carnevale, che porta con s&eacute; la tradizionale &ldquo;battaglia delle arance&rdquo;, alla tradizione dolce si affianca quella salata dei <em>fagioli grassi (faseuj grass)</em>, cotti in grandi paioli di coccio (<i>tofeje</i>) con cotenne e salamini. Sono 11 le fagiolate storiche, tra cui la fagiolata del Castellazzo, con i piatti di fagioli distribuiti alla popolazione.</p>

<p>&nbsp;</p>

<p><strong>CARNEVALE DI CENTO</strong><br />
[[ima17]][[ima18]]Accanto alle <em>sfrappole</em>&nbsp;a Cento, per tutti la &quot;piccola Bologna&quot;, c&#39;&egrave; il <em>tortellone dolce</em>, una sorta di raviolo farcito di mostarda bolognese o di un mix di&nbsp;mandorle, cacao, canditi. Sulle tavole del Carnevale non manca mai&nbsp;la <em>salama da sugo</em> che per&ograve;, a onor del vero, nelle zone del Ferrarese si mangia tutto l&#39;anno.</p>

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<p><strong>CARNEVALE DI VIAREGGIO</strong><br />
[[ima6]][[ima7]]In Toscana, a Viareggio, mentre i Carri allegorici sfilano, accanto ai <em>cenci</em>, compare il <em>berlingozzo</em>, ciambellone senza latticini che, in tutta la Toscana, &egrave; legato al Gioved&igrave; grasso. &Egrave; un dolce radicato nelle case che pu&ograve; anche essere aromatizzato con semi di anice.</p>

<p>&nbsp;</p>

<p><strong>CARNEVALE DI FANO</strong><br />
[[ima19]][[ima20]]&nbsp;Nato nel 1347, il Carnevale di Fano viene considerato il &quot;pi&ugrave; dolce&quot; d&#39;Italia. Il motivo &egrave; la tradizione del &quot;getto&quot;, il lancio di dolciumi dai carri verso la folla. Chiacchiere e tortelli a parte, non ci sono piatti carnascialeschi. Ma si pu&ograve; sempre approfittare del tipico <em>Brodetto fanese </em>che ha anche una sagra dedicata.</p>

<p>&nbsp;</p>

<p><strong>CARNEVALE DI RONCIGLIONE</strong><br />
[[ima8]][[ima9]]&Egrave; secolare la tradizione del Carnevale di Ronciglione, nel Viterbese, dove i <i>maccheroni al sugo</i> <em>di carne</em> vengono consumati durante una mangiata collettiva, chiamata <i>pitalata </i>perch&eacute; la tradizione vuole che vengano serviti caldi, per goliardia, direttamente da un pitale. S&igrave;, proprio &ldquo;quel&rdquo; pitale!</p>

<p>&nbsp;</p>

<p><strong>CARNEVALE DI PUTIGNANO</strong><br />
[[ima10]][[ima11]]In Puglia, per il Carnevale di Putignano si friggono le <em>Pettole</em>: palline di pasta lievitata, che possono essere mangiate direttamente o dopo essere state passate nello zucchero.</p>

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<p><strong>CARNEVALE DI ACIREALE E DI SCIACCA</strong><br />
[[ima12]][[ima13]]In Sicilia, sono due i Carnevali di spicco, quello di Acireale e quello di Sciacca. A unirli sotto il profilo gastronomico sono i <i>maccaruna co&rsquo; sugu</i>. Il sugo &egrave; di maiale ed &egrave; preparato con cotenna e salsiccia. Ad Acireale, e in tutto il Catanese, i maccheroni di Carnevale hanno 5 buchi. Un formato attraversato da piccoli fori per trattenere il sugo.</p>

<p>&nbsp;</p>

<p><strong>CARNEVALE DI MAMOIADA</strong><br />
[[ima15]][[ima16]]Il Carnevale di Mamoiada, nel cuore della Barbagia sarda, &egrave; uno dei riti carnevaleschi pi&ugrave; antichi e identitari d&rsquo;Italia, lontano dall&rsquo;idea festosa dei carri allegorici. Protagonisti assoluti sono i Mamuthones, figure scure con maschere lignee e pesanti campanacci sulla schiena, e gli Issohadores, vestiti di bianco e rosso, che guidano il corteo con corde rituali. I&nbsp;piatti si riempiono di <em>sa fava e lardu</em>,<em> </em>zuppa di fave secche e carne di maiale.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/carnevale.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/41222/dallitalia/chiacchiere-frittelle-ragu-e-altre-bonta-il-giro-ditalia-goloso-nei-giorni-di-carnevale.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/dallitalia.html">44</category>			</item>			<item>				<title>Vino in crisi d'identità? La ricetta Cuzziol per crescere tra le incertezze</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/136/41223/in-cantina/vino-in-crisi-didentita-la-ricetta-cuzziol-per-crescere-tra-le-incertezze.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>Crescere in un periodo cos&igrave; gravato da incognite, accanto alle opportunit&agrave;, per il vino richiede s&igrave; strategia, innovazione, visione. Ma anche quella passione che spinge un imprenditore come <strong>Luca Cuzziol</strong> ad andare fino a Jerez de la Frontera e prendersi a cuore la storia di una piccola, coraggiosa realt&agrave; come quella di <a href="https://santapetronila.com/" rel="nofollow">Santa Petronila</a>. &laquo;Perch&eacute; ci vuole anche la parte romantica,&nbsp; Come con questa coppia di ultrasettantenni con gli occhi che brillano per i loro prodotti. &Egrave; la parte che ci fa divertire di pi&ugrave;&raquo;, ci dice il presidente di <a href="https://cuzziolgrandivini.it/" rel="nofollow">Cuzziol Grandi Vini</a>, azienda italiana leader nella selezione e distribuzione di vini fini e prodotti gastronomici di alta qualit&agrave;, italiani e internazionali, focalizzata sul canale Ho.Re.Ca. &nbsp;</p>

<p>L&rsquo;occasione per fare il punto &egrave; il tradizionale evento all&rsquo;<em>Hotel Gallia</em> di Milano, in cui si affacciano novit&agrave; e conferme. Due giornate rivolte ad agenti, clienti e stampa di settore, organizzate non solo come occasione di degustazione del pur importante prodotto, ma di incontro e relazione. Nel walk-around tasting, risuona un messaggio pi&ugrave; forte e quest&rsquo;anno la &ldquo;geografia&rdquo; di sale e banchi ha permesso pi&ugrave; che mai di cogliere analogie e identit&agrave;. &nbsp;&nbsp;</p>

<p>[[ima3]]Con <strong>Luca Cuzziol</strong> mettiamo a fuoco il percorso dell&rsquo;azienda di Santa Lucia di Piave, che ha concluso il 2025 con fatturato di 25.280.000 euro ed Ebitda 8,9%. &laquo;Quello alle spalle &egrave; stato sicuramente un anno complesso &ndash; ci spiega &ndash; Secondo me siamo verso la fine di un percorso cominciato nel 2024, in cui abbiamo iniziato a percepire una sorta di cambiamento di costume, pi&ugrave; che contrazione pura di mercato. Temo che il 2026 sia ancora la coda di tale scenario. Ma noi, forti di un buon bilancio del 2024, abbiamo investito molto sul 2025 e questo ci ha permesso di reggere il mercato&raquo;. Ecco perch&eacute; il conto economico &egrave; migliorato rispetto all&rsquo;anno prima, tornando ai volumi e alle rese precedenti.</p>

<p>L&rsquo;azienda serve&nbsp;7.300 clienti all&#39;anno, come media dell&rsquo;ultimo triennio, con annualmente ben 2.700 clienti nuovi o &quot;di ritorno&quot; (sono i compratori&nbsp;che non acquistavano pi&ugrave; nulla da oltre 30 mesi). Dietro tutto ci&ograve; c&rsquo;&egrave; un lavoro enorme, specie di fronte alla consapevolezza che il mercato &egrave; molto volatile e con una crisi di identit&agrave;: &laquo;Una volta il vino importante veniva venduto al bicchiere esclusivamente dalla grande ristorazione, poi c&#39;&egrave; stato il boom della vendita online, rientrato&nbsp;e pi&ugrave; contenuto&nbsp;&ndash; prosegue&nbsp; &ndash; Sono situazioni per cui la gestione diventa complessa. Il nostro lavoro &egrave; far s&igrave; che i vini&nbsp;di qualit&agrave; del catalogo arrivino sulle tavole. Sembra di andare in mare aperto e quando i marosi sono alti, bisogna stare sottocoperta e remare tutti nella stessa direzione&raquo;.&nbsp; &nbsp;</p>

<p>[[ima2]]Uno sguardo d&rsquo;obbligo sulle nuove generazioni, allora: &laquo;Abbiamo il problema che per i giovani bere un bicchiere di vino non &egrave; pi&ugrave; cool, come nei film di <strong>Woody Allen</strong>. Non sono attratti per un motivo culturale, nonostante l&rsquo;offerta enorme in Italia, ma poi non dimentichiamo un altro fattore che incide: il costo di un bicchiere di buon vino&raquo;. Infine, i discorsi &ndash; e bufale - sulla salute: &laquo;Bisogna lavorare cercando di fare un po&rsquo; di cultura. Il riconoscimento Unesco della cucina italiana come patrimonio immateriale dell&#39;umanit&agrave; &egrave; una pietra miliare. Il&nbsp;mondo del vino ne ha parlato poco,&nbsp;potremmo fare di pi&ugrave;, il fondo il vino &egrave; nato come alimento. E potremmo fare di pi&ugrave; anche dal punto di vista imprenditoriale&raquo;.</p>

<p>[[ima4]]Sulla scia delle parole del presidente, bussiamo alle porte proprio di&nbsp;<em>Santa Petronila</em>, in Andalusia, e percepiamo la felicit&agrave; di portare avanti un progetto che viene da lontano: &laquo;Nella nostra zona area si produce vino&nbsp;con continuit&agrave;&nbsp;fin dai tempi dei Fenici &ndash; ci raccontano <strong>Agustin Benjumeda</strong> e <strong>Brita Hektoen</strong> &ndash; La nostra vineria &egrave; registrata nel 1722. Io e mio marito abbiamo iniziato l&rsquo;attivit&agrave; nel 2006, quando abbiamo comprato la propriet&agrave;&raquo;. <strong>Agustin</strong> e la norvegese <strong>Brita</strong> si incontrarono a Barcellona studiando, solo pi&ugrave; avanti hanno trasformato questa comune passione in impresa. Ci conducono nel mondo dello sherry, &laquo;che era diventato troppo industriale. Noi abbiamo cercato di recuperare la lavorazione tradizionale, facendo tutto a mano&raquo;. <em>Fino</em>, <em>Oloroso</em>, <em>Pedro <em>Xim&eacute;nez</em></em>: ciascuna bottiglia svela un approccio, un&rsquo;anima, anche sorprendente. Il loro mercato principale era Madrid, con i suoi ristoranti, e non erano mai stati in Italia: per loro &egrave; stata un&rsquo;emozione ricevere la visita di <strong>Luca Cuzziol</strong>.</p>

<p>[[ima5]][[ima6]]Che ha guardato inoltre pure alla Francia, con il <a href="https://www.domainedepanisse.fr/" rel="nofollow">Domaine de Panisse</a> o il <a href="https://www.chablis-dauvissat.com/" rel="nofollow">Domaine Jean Dauvissat</a>. Il catalogo di <em>Cuzziol GrandiVini</em> si &egrave; arricchito infine di zone che non hanno bisogno di essere &ldquo;scoperte&rdquo;, di protagonisti che portano una loro nota precisa. Come quella di <strong>Andrea Cortonesi</strong>&nbsp;che, figlio unico di mezzadri, inizia a lavorare nei vigneti assorbendo i segreti di questo mondo. La sua passione e la sua competenza hanno portato alla nascita di&nbsp;<a href="http://www.uccelliera-montalcino.it/it/home/home" rel="nofollow">Uccelliera</a>, intercettata da <strong>Cuzziol</strong>: &laquo;Abbiamo fatto un&rsquo;operazione sul <em>Brunello</em>, convincendo <strong>Andrea</strong>&raquo;. Ma anche sul <em>Barbaresco</em>&nbsp;- e qui siamo sul fronte delle Langhe - con&nbsp;l&rsquo;arruolamento di un&rsquo;altra azienda, <a href="https://www.cascinabaricchi.com/" rel="nofollow">Cascina Baricchi</a>, &laquo;viticoltori che possiedono una visione&raquo;.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/cuzziol-2026-2.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/136/41223/in-cantina/vino-in-crisi-didentita-la-ricetta-cuzziol-per-crescere-tra-le-incertezze.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/136/in-cantina.html">136</category>			</item>			<item>				<title>Valeria Piccini e i suoi ricordi d'autunno, quando si cenava con le code, che bontà</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/41221/dallitalia/valeria-piccini-e-i-suoi-ricordi-dautunno-quando-si-cenava-con-le-code-che-bonta.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>&nbsp;</p>

<p>[[ima2]]<strong>Cos&rsquo;&egrave; per me l&rsquo;autunno</strong><br />
Sapete cosa accadeva dalle mie parti, un tempo, in autunno? Era il momento in cui mangiavi le code degli agnelli. Succedeva questo: gli agnelli giovani venivano inseriti nel gregge prima di eliminare le pecore pi&ugrave; vecchie. Per riconoscerli, veniva loro tagliata la coda. Ma non si buttava! (Non si buttava nulla, un tempo). Veniva semmai pelata con l&#39;acqua bollente e quindi cotta in tegame con i fagioli. &Egrave; una cosa che a raccontarla oggi, uno dice: &laquo;Beh, <strong>Valeria</strong>! Ma che stai dicendo? Che ci stai raccontando?&raquo;. Ma avveniva proprio cos&igrave;, giuro. Ecco: quella delle code di agnello era una cena autunnale meravigliosa. Vi potete immaginare quanta carne ci fosse nella parte finale di una coda di un agnello... Per&ograve; non potete invece capire quel sapore incredibile avesse, me lo ricordo ancora.... Era veramente una cena particolare, molto ma molto appetitosa. Rappresentava bene, nel mio ricordo, l&#39;autunno in Maremma. Era una stagione durante la quale si susseguivano determinate faccende da portare a termine, per chi viveva in campagna. Erano proprio indispensabili! La prima credo fosse la raccolta delle noci. La seconda quella dei cachi. Finita quella dei cachi, si incominciava con le olive, che era la raccolta pi&ugrave; importante di tutte perch&eacute; ci garantiva una scorta di olio per tutto l&#39;anno, e sapete quanto &egrave; importante l&#39;olio per tutti quanti, ma soprattutto per la nostra cucina maremmana, dove l&#39;olio d&#39;oliva &egrave; onnipresente.</p>

<p>[[ima3]]Un&#39;altra cosa che mi ricorda l&#39;autunno &egrave; la merenda. Le giornate incominciavano a essere pi&ugrave; corte e pure la merenda cambiava, dal tardo autunno ne diventava protagonista l&#39;arancio condito. Che &egrave; un po&rsquo; quello che fanno in Sicilia, no? L&#39;arancio condito. Per&ograve;, il nostro, era un&#39;altra cosa: davvero una ghiottoneria, una bont&agrave; dolce: l&rsquo;arancio cosparso di zucchero, condito con una grattatina di pepe e con l&#39;olio, meglio ancora se quello nuovo. Era una cosa semplice, anzi semplicissima: arancio, zucchero e olio&hellip; Ma era strepitosa! &Egrave; da l&igrave; che &egrave; nato un nostro dolce ormai celebre, <em>Gelato di latte di capra, emulsione di olio extravergine di oliva e arance</em>, gli elementi sono gli stessi: le arance (in emulsione), l&rsquo;olio d&#39;oliva, il gelato di latte di capra e una grattatina di pepe.</p>

<p>Tornando con la memoria a quei momenti, penso: il pi&ugrave; grande valore che la cucina ci insegna &egrave; il rispetto che ognuno di noi deve dimostrare nei confronti della materia prima. Io arrivo da una cucina contadina abituata a centellinare tutto quello che si aveva, che ci veniva regalato dalla nostra campagna. Il rapporto &egrave; simbiotico: la natura nella mia cucina entra indisturbata, trova le porte aperte. Non devi per forza avere a disposizione ingredienti che non fanno parte di quel momento dell&rsquo;anno: tutt&#39;altro, la stagione ti offre sempre il meglio. Ecco: l&rsquo;autunno regala la migliore espressione possibile di tutto quello che ti viene a mente. Almeno, accade cos&igrave; in Maremma.</p>

<p>&nbsp;</p>

<p>[[ima4]][[ima5]][[ima7]]<strong>La carne</strong><br />
Per me la carne &egrave; un elemento molto importante. Io sono un po&rsquo; maniaca nella sua pulizia e sono soddisfatta del lavoro che facciamo, cio&egrave; l&#39;asciugatura delle carni appese. La carne deve essere nell&#39;ottimo delle sue condizioni prima di essere servita al cliente.</p>

<ul>
	<li><em>(Valeria Piccini) Rob&egrave;, quanto &egrave; stata frollata questa carne?</em></li>
	<li>Eh, questa, ora ha 30 giorni circa.</li>
	<li><em>(Valeria Piccini) Bella, profumata. Ha un profumo&hellip; Sa di... Sa di buono! Sa che questa maremmana ha mangiato bene!</em></li>
	<li>Ha fatto un po&rsquo; di finissaggio in stalla, ha una bella copertina grassa, con la frollatura, cos&igrave; non si asciuga.</li>
	<li><em>(Valeria Piccini) Bello, bello davvero. Io per&ograve; vorrei questa parte da qui in su. Meno nobile, ma per me sicuramente saporita.</em></li>
	<li>Il collo.</li>
	<li><em>(Valeria Piccini) Il collo, esatto! Lo sai: io lo preferisco sulla Maremmana, una razza che meno si cuoce, e pi&ugrave; si ottengono risultati migliori.</em></li>
	<li>S&igrave;, s&igrave;, senn&ograve; si perdono tutti i...</li>
	<li><em>(Valeria Piccini) Si perdono i succhi, i sapori. Si perde tutto, in pratica... Col collo proprio gradirei far qualcosa di crudo, senza lavorarci. Crudo! Poi, girando qui nella tua campagna s&rsquo;&egrave; visto corbezzoli, funghi&hellip; Qualcosa di buono ci scapper&agrave; fuori, no? Un piatto autunnale buono.</em></li>
</ul>

<p>[[ima6]]</p>

<p>&nbsp;</p>

<p>[[ima8]][[ima9]]<strong>La mia strada era la cucina</strong><br />
Io penso che la mia strada fosse quella della cucina, fin dall&rsquo;inizio. Anche quando ero piccola, intendo molto piccola, pi&ugrave; che uscire con le amiche mi piaceva stare con nonna Ada per preparare con lei il rag&ugrave;, oppure i tortelli, insomma quello che occorreva predisporre per il pranzo. Le mie compagne magari passavano a bussare alla porta: &ldquo;<strong>Valeria</strong>! Vieni con noi, alla messa?&rdquo;. Io rispondevo, felice: &ldquo;No, oggi cucino con mia nonna&rdquo;. Ci ripenso e dico: la cucina era il mio destino. Nonna <strong>Ada</strong>, detta <strong>Adetta</strong> perch&eacute; era piccina piccina, mi ha insegnato tantissime cose. Era lei che puliva le code degli agnelli. Era lei che preparava il pasto per tutti. Era appassionata di cibo, <strong>Adetta</strong>.</p>

<p>[[ima10]]</p>

<blockquote>
<p><strong><em>&laquo;Se c&#39;&egrave; una cosa che mi piace sempre fare, &egrave; scrivere le mie ricette a mano. Di pi&ugrave;: disegnare i piatti che ho in mente! Immaginarmeli, cos&igrave;, gi&agrave; finiti. Disegnandoli, mi sembra di sentirne gi&agrave; il sapore&raquo;</em></strong></p>
</blockquote>

<p>&nbsp;</p>

<p>[[ima11]][[ima12]]<strong>Formare le nuove generazioni</strong><br />
In cucina, la formazione delle nuove generazioni &egrave; importantissima: se non c&#39;&egrave;, i ragazzi non vanno avanti. Io mi sforzo di dare loro degli insegnamenti, di trasferire tutto ci&ograve; che so. In questo senso, cerco di formarli al meglio, di trasmettere il pi&ugrave; possibile del mio pensiero, del mio sapere, delle mie esperienze&hellip; Tutto! Nei loro confronti, mi sento quasi una madre&hellip; Una madre culinaria, diciamo cos&igrave;. Anche se, poi, non basta neanche: loro vengono da tutte le parti d&#39;Italia e non solo, si ritrovano lontano dalle famiglie d&rsquo;origine, cos&igrave; mi ritrovo a diventare una sorta di madre nel vero senso della parola.</p>

<p>Qualche volta, la sera, quando chiudiamo le porte del ristorante, io dico a loro: &laquo;Ragazzi, che si mangia domani?&raquo;. Si mettono a ridere: &laquo;Ma come! Abbiamo da fare tante cose e te pensi a quello che mangeremo noi!&raquo;. Perch&eacute; io ho sempre mangiato con i miei ragazzi! A me piace mangiare - e quello &egrave; risaputo - e quindi una cosa che mi preme &egrave; che stiano bene anche loro, che tutti stiano bene a tavola. Ecco: perdo del tempo, ci si perde del tempo a far stare bene i miei ragazzi!</p>

<p>&nbsp;</p>

<p>[[ima13]][[ima14]]<strong>Le donne e la cucina</strong><br />
Come essere una brava chef donna? Non farei alcuna distinzione. Mi spiego: capisco che per una donna pu&ograve; essere pi&ugrave; difficile farsi largo in questa professione, per gli orari stressanti e tutto quanto ben sappiamo. Ma penso anche: una donna, che abbia voglia di emergere in questo lavoro, ci riesce perfettamente, non deve avere paura, non ha ostacoli particolari da dover superare. No: una donna che vuole cucinare per lavoro riesce a farlo tanto quanto un uomo. E, secondo me, il cambiamento &egrave; iniziato proprio quando si &egrave; iniziato a capire quanto ho appena detto: si pu&ograve; fare. Io ricevo molte richieste da parte di giovani che vogliono lavorare nella cucina del <em>Da Caino</em>; tanta parte di queste viene da donne. Dico loro: potete riuscirci tranquillamente. Come ci sono riuscita io, che non sono pi&ugrave; giovane da un pezzo, ma che amo lavorare in cucina e andr&ograve; avanti a farlo almeno finch&eacute; continuer&ograve; a sentire questo <em>frizzicorio</em>.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/valera-piccini-la-quinta-stagione.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/44/41221/dallitalia/valeria-piccini-e-i-suoi-ricordi-dautunno-quando-si-cenava-con-le-code-che-bonta.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/44/dallitalia.html">44</category>			</item>			<item>				<title>Speronari Suites: l’arte dell'accoglienza tailor made nel cuore pulsante di Milano</title>				<link>https://www.identitagolose.it/sito/it/205/41175/hotellerie/speronari-suites-larte-dellaccoglienza-tailor-made-nel-cuore-pulsante-di-milano.html</link>				<description>					<![CDATA[						<p>C&rsquo;&egrave; una Milano che non si ferma mai, quella che gi&agrave; corre verso i traguardi olimpici del 2026, e c&rsquo;&egrave; una Milano che sa offrire rifugio, silenzio e bellezza proprio nel suo centro nevralgico. In via Speronari 4, a un respiro da Piazza del Duomo, <a href="https://www.speronarisuites.it/" rel="nofollow">Speronari Suites</a> rappresenta esattamente questo: un punto di equilibrio perfetto tra l&rsquo;energia urbana e l&rsquo;intimit&agrave; di un&rsquo;accoglienza su misura. Nato nel 2019 da una visione lungimirante che unisce l&#39;expertise gestionale di <a href="https://www.hotelsolutions.it/" rel="nofollow">HotelSolutions</a>, rappresentata da <strong>Paolo Catoni</strong> e <strong>Martino Corti</strong>, alla creativit&agrave; ristorativa della <a href="https://www.dorregocompany.com/" rel="nofollow">Dorrego Company</a>, guidata da <strong>Fabio Acampora</strong> e dai fratelli <strong>Sebastian</strong> e <strong>Alejandro Bernardez</strong>, questo spazio non &egrave; solo un hotel, ma un ecosistema di ospitalit&agrave; integrata che dialoga con la citt&agrave;.</p>

<p>[[ima2]]Varcare la soglia di <em>Speronari Suites</em> significa immergersi in un&rsquo;atmosfera curata nei minimi dettagli dallo studio <a href="https://www.fiori.mi.it/" rel="nofollow">Angus Fiori Architects</a> e dall&rsquo;interior designer <a href="https://www.francescaattolini.com/" rel="nofollow">Francesca Attolini</a>. Le 22 suite non sono semplici camere, ma micro-mondi dove il design contemporaneo dialoga con il comfort funzionale, intercettando una clientela giovane, di alto profilo e con una mentalit&agrave; spiccatamente internazionale. L&rsquo;estetica &egrave; nobilitata dalla firma di <a href="https://www.tomdixon.net/eu" rel="nofollow">Tom Dixon</a>, che ha arricchito il progetto con arredi, corpi illuminanti e complementi decorativi che conferiscono un carattere deciso e cosmopolita. A completare l&#39;esperienza sensoriale ci pensa il rinomato ristorante <a href="https://www.elporteno.it/location/milano/el-porteno-gourmet/?_gl=1*1tx7nlr*_up*MQ..*_gs*MQ..&amp;gclid=Cj0KCQiA-YvMBhDtARIsAHZuUzL2jubKkH9c0EaHy5V5zHBmZce--jOvN1ciR478BV4wBy1muoS22rIaArtJEALw_wcB&amp;gbraid=0AAAAA-i7uPqZNK0OTHann73LFeeFai0SM" rel="nofollow">El Porte&ntilde;o Gourmet</a>: qui l&rsquo;identit&agrave; argentina della <em>Dorrego Company</em> si fonde armoniosamente con l&rsquo;ospitalit&agrave; delle suite, creando un polo d&rsquo;attrazione che seduce tanto il turista quanto il pubblico milanese pi&ugrave; attento alle tendenze.</p>

<p>[[ima3]]Abbiamo incontrato <strong>Paolo Catoni</strong>, anima di <em>HotelSolutions</em>, per capire come una struttura indipendente possa non solo competere, ma eccellere in un mercato dominato dai grandi brand:&nbsp;&laquo;La nostra societ&agrave; nasce ad hoc per questo progetto e, visto che il modello funziona bene, l&rsquo;idea &egrave; quella di replicarlo. Stiamo gi&agrave; sondando citt&agrave; come Roma e Firenze, e abbiamo lanciato uno sguardo anche al mercato di New York. La nostra forza &egrave; che ognuno porta il proprio know how specifico nell&#39;area di competenza.&quot;</p>

<p>Nonostante i mutamenti del mercato e l&rsquo;evoluzione dei flussi turistici, <strong>Catoni</strong> guarda a Milano come a una <em>place to be</em> imprescindibile: &laquo;Milano ha la fortuna di essere una citt&agrave; molto amata all&#39;estero, ha la migliore immagine d&#39;Italia in questo momento. Se l&#39;hotel business puro ha perso un po&#39; di terreno, il turismo di destinazione in centro funziona egregiamente. Nonostante l&#39;aumento dei costi energetici e del personale, i margini tengono: il prezzo medio &egrave; salito e l&#39;occupazione resta alta&raquo;.</p>

<p>[[ima4]]In un&rsquo;epoca di algoritmi e tariffe dinamiche, <strong>Catoni</strong> rivendica l&rsquo;importanza strategica del revenue management, senza per&ograve; dimenticare il fattore umano: &laquo;Adattiamo le tariffe alla domanda del mercato, ma la chiave &egrave; la soddisfazione. Chi decide di spendere una determinata cifra deve trovare le proprie aspettative esaudite. Durante i giorni di overpricing, come per il Salone del Mobile, aggiungiamo piccole attenzioni che per noi hanno un costo relativo, ma per l&#39;ospite sono fondamentali: frutta fresca, fiori o champagne in camera. Il cliente apprezza la coccola, specialmente quando la richiesta economica &egrave; pi&ugrave; forte&raquo;.</p>

<p>[[ima5]]In un centro punteggiato da colossi dell&rsquo;hotellerie mondiale, <em>Speronari Suites</em> gioca con orgoglio la carta dell&#39;indipendenza e del servizio tailor made: &laquo;C&rsquo;&egrave; una clientela che cerca il brand famoso, ma c&rsquo;&egrave; anche chi preferisce la dimensione personale &ndash; spiega <strong>Catoni</strong> &ndash; con 22 unit&agrave; e uno staff dimensionato per gestirne il doppio, possiamo permetterci un&#39;attenzione incredibile. Se un ospite chiede di essere accompagnato in via Montenapoleone per acquistare un orologio, noi lo facciamo volentieri. Per noi farlo sentire a casa e aiutarlo a vivere la citt&agrave;, non solo l&rsquo;hotel, &egrave; un imperativo&raquo;.</p>

<p>[[ima6]]Mentre Milano ha gi&agrave; iniziato ad essere palcoscenico dei Giochi Olimpici Invernali, strutture come <em>Speronari Suites</em> si confermano avamposti pi&ugrave; interessanti della nuova ricettivit&agrave; italiana. Non &egrave; solo questione di metri quadri o di posizione privilegiata; &egrave; una questione di passione imprenditoriale che vede il tempo dedicato all&#39;ospite non come un costo, ma come un investimento: &laquo;Se c&rsquo;&egrave; la passione in questo lavoro, c&rsquo;&egrave; tutto&raquo;. In un mondo sempre pi&ugrave; standardizzato, <em>Speronari Suites</em> evidenzia che l&rsquo;ospitalit&agrave; di lusso &egrave;, in fondo, la capacit&agrave; di saper ascoltare e viziare chi ha scelto di chiamare &quot;casa&quot; un angolo di Milano, anche solo per una notte.</p>
					]]>				</description>				<enclosure url="https://www.identitagolose.it/public/images/medium/speronariweb-21.jpg" length="" type="image/jpeg" />				<guid>https://www.identitagolose.it/sito/it/205/41175/hotellerie/speronari-suites-larte-dellaccoglienza-tailor-made-nel-cuore-pulsante-di-milano.html</guid>				<category domain="https://www.identitagolose.it/sito/it/205/hotellerie.html">205</category>			</item>			</channel>		</rss>