Carlin Petrini, mancato poche ore fa dopo lunga malattia, è stato molto più del fondatore di Slow Food. È stato uno degli intellettuali italiani che meglio hanno capito, con largo anticipo, che il cibo non è mai soltanto nutrimento: è politica, agricoltura, economia, paesaggio, salute, piacere, giustizia sociale. Nato a Bra nel 1949, è morto a 76 anni nella sua città, dove aveva continuato a vivere e da cui aveva costruito un movimento diventato globale. La sua rivoluzione partì da un’intuizione semplice e potentissima: difendere il piacere non significava essere conservatori o nostalgici, ma opporsi a un modello industriale che stava impoverendo il gusto, i territori e le comunità. Da qui nacque Slow Food appunto, prima come risposta culturale alla standardizzazione alimentare, poi come rete internazionale capace di mettere insieme contadini, cuochi, artigiani, studiosi, consumatori e comunità locali.
La formula più celebre, “buono, pulito e giusto”, è stata forse la sua eredità più limpida. Buono, perché il piacere resta una categoria politica e non un lusso. Pulito, perché non può esserci gastronomia senza rispetto per la terra, l’acqua, gli animali, la biodiversità. Giusto, perché il cibo non è davvero buono se chi lo produce viene sfruttato o cancellato. In tre parole Petrini riuscì a spostare la gastronomia fuori dalla nicchia del gusto, facendone un discorso civile.
Con Terra Madre ha dato corpo internazionale a questa visione: non più soltanto chef, ristoranti, critici o gourmet, ma comunità del cibo, produttori, pescatori, pastori, custodi di semi, culture minoritarie e saperi fragili. Era probabilmente questo il tratto più profondo del suo pensiero: l’idea che la modernità non dovesse divorare le conoscenze locali, ma ascoltarle. Che un contadino africano, un casaro alpino, un pescatore mediterraneo o una cuoca di villaggio potessero avere qualcosa da insegnare al mondo globalizzato.
Petrini ha avuto anche il merito di cambiare il linguaggio della gastronomia italiana. Prima di lui, parlare di cibo significava spesso discettare di ricette, ristoranti, prodotti tipici, piaceri della tavola. Dopo di lui, è diventato naturale discutere di biodiversità, filiere, diritti, clima, agricoltura, consumo responsabile. La nascita dell’
Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo (Cuneo) è stata la traduzione istituzionale di questa idea: il cibo come sapere complesso, degno di studio accademico e non semplice folklore.
Non era un asceta, Petrini. Anzi, la sua forza stava proprio nell’avere tenuto insieme godimento e responsabilità. Non chiedeva di mangiare “meno felicemente”, ma di capire meglio ciò che si mangia. Non predicava una rinuncia moralistica: proponeva una forma più alta di piacere, fondata sulla conoscenza. Il suo ambientalismo era contadino, conviviale, terrestre; più vicino alla tavola e alla vigna che al manifesto astratto.
Negli ultimi anni il suo pensiero si è intrecciato anche con quello di papa Francesco e con l’enciclica Laudato si’, fino alla nascita delle Comunità Laudato si’. Era un incontro quasi naturale: entrambi parlavano di ecologia integrale, di poveri, di terra ferita, di responsabilità collettiva. La sua grandezza sta forse qui: avere reso politico il gusto senza renderlo ideologico; avere difeso la lentezza senza farne immobilismo; avere parlato di tradizione senza trasformarla in museo. Carlin Petrini ha insegnato che dietro ogni piatto c’è un mondo: chi coltiva, chi raccoglie, chi trasforma, chi cucina, chi mangia. E che la gastronomia, quando è davvero tale, non separa mai il piacere dalla coscienza.