Sotto il cielo di Torino (come direbbero i Subsonica) ci sono poche aperture che si fanno notare. AL ha aperto da pochi mesi in uno dei posti più affascinanti della città, i Dokcs Dora, un complesso di edifici industriali ristrutturati che adesso ospitano locali e uffici nella periferia nord della città. Costruiti come deposito merci, datati primo decennio del secolo scorso; un tempo erano collegati direttamente alla linea ferroviaria Torino-Milano con un raccordo, ancora visibile nel terreno, che consentiva di scaricare cibo, vino e non solo in banchina. Mantengono ancora oggi l’impostazione razionale e l’eleganza formale che rimanda all’art nouveau, di cui Torino è particolarmente ricca.
Lo chef è Alberto Fluttero, scuola Alma, con esperienze da Oldani e al Gavroche di Londra della famiglia Roux. Classe 1987, ha un’idea molto precisa del fine dining e di quello che vuole proporre. Sì, perché Alberto ha scelto di uscire dalle grandi cucine di ristoranti affermati per presentare la sua idea di cucina e affermare la sua idea nella gestione di una realtà imprenditoriale complessa. Spende certamente gran parte delle sue giornate dietro ai fornelli e a fare e rifare i suoi piatti. «Non mi veniva un dessert per cui sono stato fino alle 2 del mattino a provare e riprovare fino a che ho capito il problema e sono andato a letto più sereno», ci racconta Alberto.


Risotto, olivello spinoso, porcini, camomilla selvatica, topinambur nero
Per lui il fine dining deve essere responsabile ed equo, fornire una risposta di prezzo coerente con quanto si offre; ma allo stesso tempo permettere la sostenibilità economica del progetto e la sua durata nel tempo, come ogni impresa che vuole restare sul mercato.
Questi sono i sani principi di partenza. Poi viene il resto. L’arredamento del locale, essenziale, nordico nell’aspetto, con legno e cemento, prima di tutto; cucina a vista, senza nemmeno un vetro di separazione; stessi concetti che si intravedono nei piatti: non si da spazio allo sfarzo fine a sé stesso ma a grandi ingredienti, cucinati con gesti precisi e distesi, che danno buon ritmo alla sala e a tutto il ristorante, anche perché con la cucina in primo piano non si nascondono né gli eccessi, né gli errori.
Due menu degustazione, da 8 o da 4 portate (68 e 48 euro) per semplificare le preparazioni e contenere i costi, e si vede quando si chiede il conto, ma anche sulla parete di cemento del locale, dove le cifre sono proiettate in grande e le somme vengono facili.

Sorbetto nespole, yogurt e oxalis

Madeleine, caramello, radice di cicoria
Partendo dal fondo, i piatti sono la Pavlova, un dolce superlativo poco prima di una madeleine rovesciata, che ricorda un’opera di
Maurizio Cattelan e viene subito dopo del Sorbetto nespole, yogurt e oxalis. Prima è stato il posto della carne con un Biancostato di pancia, salsa xo vegetariana, cime di rapa, preceduto dal Risotto, olivello spinoso, porcini, camomilla selvatica, topinambur nero. L’inizio era pane burro e acciughe e i due antipasti che aprivano stomaco e fantasia.
Resta la curiosità del nome del ristorante di Alberto Fruttero, ma su questo lasciamo un po’ di mistero. Andate da AL e chiedete allo chef.