Assaggi ad esempio un suo piatto – nel nostro caso un meraviglioso Zucca arrosto, roveja, vongole e olivello spinoso – e ti vengono subito in mente gli iconici Cappuccino Murrina di Max Alajmo e/o Patata soffice, uovo e uova di Enrico Bartolini, riferimento in questo caso nient’affatto incidentale perché, a volerlo incasellare, Ronald Bukri davvero si colloca stilisticamente in pieno “classico contemporaneo”. Ossia sa fare benissimo un’alta cucina in grado di unire gola e pensiero, cuore e tecnica; pare naturalmente dotato di un estro da architetto del gusto senza infingimenti né didascalismi, ché la sua tavola è credibile, per nulla posticcia, mostra anzi grande struttura, è curatissima anche esteticamente ma mai dà l’impressione che vi sia un solo elemento gratuito, inutile, volgarmente dimostrativo.
E insomma: Bukri splende. Ancor più nel ristorante che è diventata la sua casa dal dicembre 2023, il bellissimo Coro di Orvieto, approdo lavorativo per un cuoco serio e appassionato, tenace e talentuoso, approdato in Umbria dopo una traiettoria lunga, mobile, internazionale. Nato a Durazzo, in Albania, nel 1987 e cresciuto professionalmente in Toscana, ha costruito la sua formazione attraverso cucine molto diverse: Arnolfo con Gaetano Trovato, Paolo Lopriore, Sketch a Londra, Guillaume at Bennelong a Sydney, poi Igles Corelli, Terry Giacomello e l’esperienza all’Osticcio di Montalcino.
Ora, appunto, il Coro, a Orvieto, aperto con Francesco Perali. Il ristorante si trova all’interno di una chiesa sconsacrata del Cinquecento, nel complesso di Palazzo Petrvs, a pochi passi dal Duomo: un luogo scenografico ma non decorativo, dove la verticalità della sala, la penombra, la pietra e la memoria dell’edificio sembrano dialogare con una cucina che cerca raccoglimento, essenzialità e profondità. La tavola di Bukri è precisa, asciutta, mai sovraccarica. Lui lavora su memoria e materia prima, su gesto e identità, con una sensibilità che viene dalla grande scuola italiana ma anche da una biografia di attraversamenti. Non cerca l’effetto speciale: costruisce piatti che sciorinano sapori netti, tecnica controllata, equilibrio e una certa idea artigiana. Il fascino sta proprio qui: Bukri non appartiene alla narrazione più prevedibile della cucina regionale. Arriva da fuori, ma non cucina “da straniero”; porta invece uno sguardo laterale, capace di cogliere l’Umbria non come repertorio di prodotti tipici, ma come materia viva. Trovando nella chiesa sconsacrata di Orvieto una metafora quasi perfetta: un luogo antico, rifondato da un rito nuovo.