Andare oltre la Toscana del Chianti “da fiasco”, mantenendo un’identità territoriale e aggiungendo un’impronta francese di eleganza.
In estrema sintesi, è stata questa la filosofia di partenza di Giuseppe “Pepito” Castiglioni, imprenditore lombardo, che nel 1974 decide di acquistare la tenuta sulla collina di Ruffoli, a Greve in Chianti, per iniziare la sua avventura nel mondo del vino. Castiglioni era spinto soprattutto dalla sua passione per i vini francesi, e non amava l’idea toscana dei vini “del contadino” che in quel periodo era predominante.

Il panorama con i vigneti dalla collina di Ruffoli
Nasce così
Querciabella che, dagli iniziali due ettari acquistati da
Castiglioni, ora può contare di 50 ettari nel Chianti Classico, con vigne che vanno dai 350 ai 650 metri di altitudine, e 40 nell’area della Maremma. Sulla collina di Ruffoli si concentrano in particolare i vitigni internazionali, tra cui
Pinot Bianco,
Chardonnay,
Merlot e
Cabernet Sauvignon, mentre le aree di Lamole e Radda sono destinate esclusivamente al Sangiovese.
Dopo un’iniziale consulenza di Giacomo Tachis, le redini della cantina sono state prese dall’enologo Guido De Santi, che è diventato anche direttore di Querciabella.
Nel 1993
Giuseppe Castiglioni muore e lascia le redini al figlio
Sebastiano, che subito inizia a lavorare per ottenere una certificazione biologica, cosa che all’epoca era tutt’altro che scontata, e anzi c’erano diversi produttori scettici a riguardo.
«C’è stato anche un approccio verso la biodinamica – spiega Daniela Cappuccio, che lavora da diversi anni a Querciabella come responsabile del marketing – ma senza mai arrivare alla certificazione. Ora, invece, abbiamo la certificazione vegana. Ma il messaggio più importante che vogliamo dare è quello di effettuare pratiche sempre meno invasive e più rispettose del territorio».

Il team di Querciabella all'inizio della vendemmia 2025
Attualmente alla guida dell’azienda c’è
Mita Castiglioni, figlia di
Giuseppe, che viveva in Messico, ma due anni fa ha acquisito
Querciabella insieme ai figli
Selene e
Andrea. L’attuale enologo, invece, e
Manfred Ing, che ha anche effettuato diversi studi a riguardo del
Sangiovese.
La storia di Querciabella, quindi, si rispecchia nel presente, unendo la tradizione toscana all’impronta francese.

Il Chianti Classico Gran Selezione
Partendo dal
Chianti Classico 2021, che affina per 12 mesi in tonneaux, il
Sangiovese in purezza si esprime con una notevole eleganza e un finale lungo e piacevole. La
Riserva 2020, con un passaggio per 16 mesi in legno, ha una struttura superiore, mantenendo comunque un’ottima finezza. Di grandissimo spessore, infine, la
Gran Selezione 2019, proveniente da un vigneto di Greve, dove un naso dalla grande espressività, tra frutta e spezie, esalta ancora di più un sorso ricco ma non opulento, vivo e profondo. Bisogna ricordare che un terzo della produzione complessiva dell’azienda è comunque dedicata al
Chianti Classico.
Passando, invece, al “mondo” degli internazionali, il Palafreno 2020 è un Merlot in purezza, con la prima bottiglia vinificata nel 2000. Se il tema della finezza è ancora presente, in questo caso la parte del varietale la fa da padrona, risultando in bocca comunque ancora abbastanza vibrante. Camartina 2020 è il Supertuscan dove il 70% Cabernet Sauvignon incontra un 30% di Sangiovese, in un connubio di ottimo livello dove l’identità italiana trova gioco nell’impronta tipicamente francese di questo vino. La prima annata è stata nel 1981 a dimostrazione della volontà di Castiglioni di arrivare al suo concetto di vino.

Il Batàr, vino simbolo di Querciabella
Ma uno dei primi vini dell’azienda e che l’ha fatta anche conoscere in Italia e nel mondo non è un rosso, bensì un bianco. Nel 1988 infatti nasce il
Batàr. «In realtà all’inizio si chiamava
Batard Pinot – spiega ancora
Daniela Cappuccio – che doveva essere un
Pinot nero, ma poi era
Pinot bianco insieme a
Pinot grigio. Pare che
Giuseppe Castiglioni disse all’enologo
Guido De Santi di divertirsi con queste uve. Da lì nacque l’idea della fermentazione in legno. Successivamente ci fu l’aggiunta di
Chardonnay, fino ad arrivare a oggi, che è metà
Pinot Bianco e metà
Chardonnay, con almeno 9 mesi di barriques, con malolattica svolta e
batonnage, con un affinamento totale di almeno tre anni».
L’annata 2022 al naso è incredibilmente varia: fieno, spezie dolci, zafferano, fico, frutta gialla e anche un tocco di miele, per citare le note principali, che poi si aprono ancora di più con un sorso che spicca per sapidità e bevibilità. Un vino che sa soprattutto invecchiare molto bene, per moltissimi anni.