Quello tra Luigi Veronelli e Paolo Panerai era un legame profondo. Ma possiamo parlare anche al presente: è un legame profondo. Perché Panerai non ha mai smesso di celebrare l’uomo – o meglio, l’amico – che «ha cambiato profondamente il mondo della gastronomia».
Panerai, giornalista ed editore, ha potuto lavorare con Veronelli prima nel mondo dell’editoria e poi, dagli anni Settanta in poi, per il vino, dopo aver acquisito Castellare a Castellina in Chianti. Con un pranzo al ristorante Da Vittorio a Brusaporto, che fu anche negli anni uno dei luoghi da loro più frequentati, quando ancora il locale si trovava a Bergamo bassa, Panerai ha voluto celebrare i cento anni dalla nascita di Gino Veronelli, dedicandogli anche un vino al quale entrambi erano molto legati.
«Lui lavorava per
Panorama – spiega
Panerai – quando io venni a Milano. Ero un giovane redattore, mentre i dialoghetti erano già la massima espressione di Gino».
Tra loro c’erano rispetto, stima e profonda amicizia, tanto che anche la voce austera di Panerai, mentre parla di Veronelli, lascia spazio a momenti di emozione. «Un giorno è venuto a Castellare e scendevamo verso la chiesa di San Niccolò, tra e le due vigne. Io gli spiegai che lì avrei fatto “I Sodi”, nome che si riferiva alla struttura compatta del terreno, con il solo Sangioveto. “Se sei un purista degli autoctoni, fai anche la Malvasia nera” mi disse. E decise lui che il nome doveva essere “I Sodi di San Niccolò”, e che non si dovesse mai togliere l’articolo determinativo “I”».

Un'immagine dei vigneti di Castellare di Castellina
Era il periodo in cui stavano nascendo i primi
Supertuscan. «Mentre altrove
Veronelli era più che favorevole all’utilizzo dei vitigni internazionali – continua
Paolo Panerai – con il suo tono perentorio mi disse di dimenticarmi il
Merlot e Il
Cabernet, perché con il
Sangioveto era meglio la
Malvasia Nera». Era l’agosto del 1976 e
I Sodi di San Niccolò divenne uno dei primi
Supertuscan, ma senza vitigni internazionali. Fu
Giacomo Tachis, allora, l’enologo che seguì la nascita di questo vino. Successivamente, dal 1995, la direzione della produzione non solo di
Castellare ma di tutto il gruppo è stata presa in mano da
Alessandro Cellai.
«I Sodi è il vino bandiera, che è riuscito a portare dentro sé il binomio territorio-vitigno – racconta lo stesso Cellai – Che è anche nella mia formazione enologica, grazie a Giacomo Tachis che è stato mio maestro e mi ha accompagnato nella mia crescita. Come diceva Tachis, in un grande vino ci devono essere tre criteri: anima del terreno, ciò si dovevano sentire le caratteristiche del territorio, il vitigno, e l’anima di chi l’ha prodotto. I Sodi ha tutti questi caratteri: vino è generatore di emozione. L’enologo ha la grandissima responsabilità, come generatore di emozioni, di dare unicità al prodotto. Ed è quello che cerchiamo di fare in tutti i vini del nostro gruppo».
«
I Sodi di San Niccolò nasce sui terreni più difficili da lavorare, con molto sasso, ma sono anche quelli che riescono a dare una maggiore caratterizzazione al vino. La selezione delle uve è fondamentale, prima il grappolo e poi il singolo acino. La fermentazione avviene in acciaio, poi il vino passa in cemento dove svolge la malolattica: il cemento favorisce la polimerizzazione dei polifenoli. Poi il vino affina per 24 mesi in botte: è fondamentale la scelta dei legni, affinché non siano mai sovrastanti. Quindi torna in cemento per l’illimpidimento e infine arriva in bottiglia. Un vino piacevole all’inizio, ma che poi evolve in maniera positiva per anni».
In onore dei cento anni dalla nascita di Veronelli, Paolo Panerai ha deciso di omaggiare l’amico con un’edizione limitata: I Sodi di Veronelli. Si tratta di 3mila bottiglie de I Sodi di San Niccolò 2021 con un’etichetta da sfogliare di colore rosso, come il mantello con cui Veronelli era solito avvolgersi. A impreziosire la bottiglia, un libretto che racconta la storia di un incontro importante, quello appunto tra Veronelli e Panerai.

Un momento del pranzo al ristorante Da Vittorio
La giornata di celebrazione è stata inoltre l’occasione per rilanciare un altro progetto importante, che ha preso vita da circa due anni. A raccontarlo è
Gian Arturo Rota, genero di
Veronelli, che nel tempo ha lavorato per preservare il grande patrimonio lasciato. Si tratta de
Il Veronelli (come il nome della sua prima enciclopedia sui vini e sugli alcoli), un luogo dove rivive la storia di questi ultimi cento anni. «Abbiamo riprodotto la sua biblioteca, lo studio, la sala degustazione e la celeberrima cantina. È uno spazio a disposizione di chi vuole studiare l’opera di
Veronelli».
Di storie e aneddoti ce ne sarebbero davvero tanti. Ma forse, più di tutto, Veronelli avrebbe avuto piacere che lo si ricordasse con un bicchiere in mano. E un sorriso di gratitudine.