Il Vinitaly 2026 è stato un successo, ma guai fermarsi. Bella idea quella di Raffaele Foglia di scegliere come tema e filo conduttore per questo articolo, tratto dalla newsletter Identità di Vino numero 207, Dal Vinitaly al futuro, bottiglie assaggiate a Verona, ma non solo lì, rosati, low alcol e rossi che non tramonteranno mai. Buon lettura.
Paolo Marchi
Se c’è una cosa che abbiamo notato in questa ultima edizione del Vinitaly è stata la voglia di pensare al futuro da parte degli operatori. Certo, le preoccupazioni non mancano, ci mancherebbe altro. Ma alla fine partecipare a una fiera significa anche questo: credere nel futuro. Perché alla fine, una soluzione si può trovare.
Non è questo il primo periodo di crisi del settore, dopo anni anche di “vacche grasse”, e probabilmente non sarà nemmeno l’ultimo, ma la mentalità non è quella del piangersi addosso, che comunque non porta a risultati. Bisogna guardare avanti, aprirsi nuove strade.
Anche il Congresso di Identità Golose Milano è alle porte, con il tema proprio di Identità Future. Guardare avanti, appunto, oltre gli ostacoli.
Noi della redazione di Identità di Vino abbiamo cercato dei vini che avessero già prospettiva rivolta al domani: basterà semplicemente leggere i nostri appunti di viaggio in questo articolo.
Barolo Orlando di Mura Mura, eleganza e profondità
Tra le etichette più interessanti presentate a Vinitaly 2026 si distingue il Barolo Orlando 2022 di Mura Mura , un vino che interpreta con eleganza e profondità uno dei territori più vocati delle Langhe. Questa realtà è il progetto vitivinicolo fondato da Guido Martinetti e Federico Grom, già noti per aver creato il marchio Grom. Il Barolo Orlando nasce nel comune di Serralunga d’Alba, dalle vigne più giovani del vigneto di Sorano, un’area rinomata per la capacità di generare vini di grande struttura e longevità. Un grande classico insomma che non segue le mode ma che si rinnova continuamente senza mai tradire la vera essenza di quello che viene chiamato “il Re dei Vini, il vino dei Re”.
Prodotto esclusivamente da uve Nebbiolo, si caratterizza per uno stile ricco e avvolgente, in cui la potenza tipica del territorio si unisce a una sorprendente armonia gustativa. La produzione limitata contribuisce a rendere questa etichetta ancora più preziosa, pensata per raccontare con coerenza e personalità il volto più autentico del Barolo.
Salvo Ognibene

Barolo Orlando di Mura Mura, Piz Rosé Pinot Noir di Girlan e PIevica di Dennis Borchia
Piz Rosé Pinot Noir di Girlan, sorprendente novità
Si pensa che il Pinot Noir sia uno di quei vitigni intramontabili, che avrà sempre il suo congruo numero di appassionati. Girlan, importante cantina cooperativa dell’Alto Adige, lo sa bene, e negli anni ha sviluppato sempre di più la valorizzazione di questo vitigno, nelle sue diverse forme. La novità appena presentata al Vinitaly, che andrà a raggiungere una nuova fetta di appassionati, si chiama Piz Rosé Pinot Noir. Le uve provengono dalle parcelle di Pinot Noir situate alle altitudini più elevate della Cantina Girlan, tra i 550 e i 650 metri. Il nome “Piz” deriva dal ladino e significa semplicemente cima.
Il vino – prima annata la 2025 – rispecchia perfettamente quanto dichiarato nel nome. Il mosto resta a contatto con le bucce solo per poche ore, per estrarre un colore tenue e aromi fruttati raffinati. Poi affinamento in acciaio sulle fecce fini, senza malolattica, per essere poi imbottigliato in primavera. Al naso le note sono freschissime, di ribes e lampone, ma anche di fiori rossi, di rosa. Al sorso è fresco e leggiadro, con un tocco di sapidità. Vino ideale per l’estate, ma che può regalare anche sorprese nei mesi successivi.
Raffaele Foglia
Pievica, Dennis Borchia esalta i Piwi
La sigla è decisamente sintetica: Piwi. Quattro lettere da una definizione in tedesco Pilzwiderstandsfaehig che significa “viti resistenti alle principali malattie fungine”, vale a dire infestanti come peronospora e oidio. Ebbene i vini da varietà Piwi - che non sono Ogm, solo frutto d’incroci naturali tra viti classiche e quelle ibride di specie americane - sono ritenuti interpreti del bere gioviale, spensierato, sicuramente ecocompatibile.
Piwi solitamente coltivate in montagna, anche se il Veneto vanta il primato italiano con sostanziosa pattuglia di vignaioli. Coltivano quasi 700 ettari, un centinaio le aziende che mettono sul mercato oltre 200 etichette di vini Piwi. Tra le aziende emergenti - solitamente a gestione familiare - è doverosa la citazione di Dennis Borchia, giovane enologo impegnato da anni in una cantina icona della Valpolicella, e che a Bussolengo, nei poderi della sua famiglia contadina, ha impiantato alcune varietà Piwi. Con risultati enologici decisamente entusiasmanti.
Da un mix di uve Bronner e Johanniter mettono in bottiglia Pievica, vino bianco dedicato ai loro due giovanissimi figli, Pietro e Ludovica, cangiante nel colore verdognolo con schegge d’oro, nuances di frutta esotica, tra richiami di susina, ananas e un grazioso cenno di vaniglia. Sorso aromatico nell’impatto, per poi distendersi sul palato con trama succosa, sinceramente salino, appagante e molto innovativo.
Nereo Pederzolli
Cabreo Il Borgo e la rivoluzione SuperTuscan
Si fa presto a dire SuperTuscan. Una delle rivoluzioni più affascinanti della storia del vino mondiale, nata ormai più di 50 anni fa come ribellione ai limiti dei disciplinari, ha prodotto campioni e fuoriclasse, conosciuti e apprezzati in tutto il pianeta. Il Cabreo Il Borgo ne rappresenta la visione della famiglia Folonari. Siamo a Greve in Chianti, sulle dolci colline dove il Sangiovese si accoppia – in un suadente matrimonio enologico – al Cabernet Sauvignon. Un vino contemporaneo, non possente bensì armonioso e persistente che fa incontrare la tradizione chiantigiana a quello stile internazionale che proprio i promotori della rivoluzione toscana volevano portare nella bottiglia.
L’annata 2021, caratterizzata da un clima equilibrato e una vendemmia eccellente, ha conferito al vino una freschezza vibrante e una profondità aromatica straordinaria.
Nel bicchiere il rosso rubino è intenso e brillante. Al naso il bouquet è complesso e seducente, si percepiscono immediati i frutti rossi maturi, la ciliegia e la prugna che lasciano spazio ai terziari: cuoio, tabacco e vaniglia. In bocca è aristocratico eppure delicato, da bere e da apprezzare con tannini ben levigati e una leggera nota acida che lascia trasparire il potenziale per un lungo affinamento.
Maurizio Trezzi

Cabreo Il Borgo di Folonari, Inbianco di Colline Albelle e Vesuvio Piedirosso Dop "Vipt" di Cantine Olivella
Colline Albelle, viaggio Inbianco nella biodiversità
Colline Albelle è una giovane realtà vitivinicola nata a Riparbella dall’iniziativa di Dilyana Vassileva e Irena Gergova, imprenditrici bulgare con esperienza nel mondo del vino, affiancate dall’enologo francese Julian Reneaud, ormai profondamente legato alla Toscana. Il nome richiama il territorio che ospita la cantina e rende omaggio ai suoli caratteristici di questa zona della Maremma: terreni chiari, tufacei e sabbiosi, detti “albelli” dal latino albus, ovvero bianco. Si tratta di suoli particolarmente vocati alla viticoltura, grazie alla loro freschezza, alla presenza di falde acquifere sotterranee e a un’altitudine di circa 300 metri sul livello del mare.
Il paesaggio incontaminato ha guidato i tre soci verso una gestione agricola biologica, con attenzione al recupero della biodiversità nei boschi circostanti e alla creazione di un orto secondo i principi della permacultura, accanto al casale attualmente in ristrutturazione.
Abbiamo assaggiato Inbianco Igt 2024. Bella la parte visiva con una limpidezza vivace, al naso ha bei cenni vegetali di mentuccia e maggiorana con note agrumate di lime. In bocca piace la parte vivace della freschezza, bel ritmo gustativo con finale succoso e intrigante.
Leonardo Romanelli
Piedirosso Vipt di Olivella, forza del Vesuvio
Situata a Sant’Anastasia, alle pendici del Monte Somma nel complesso vulcanico Somma-Vesuvio, Cantine Olivella – guidata da Ciro Giordano – è una realtà vitivinicola fortemente radicata nel proprio territorio. I vigneti, coltivati secondo i principi dell’agricoltura biologica, si sviluppano su terreni di origine vulcanica e sabbiosa, particolarmente ricchi di minerali.
La produzione si concentra su vitigni autoctoni come Catalanesca, Caprettone, Piedirosso, Aglianico, Guarnaccia e Sciascinoso. Le viti sono allevate a piede franco e riprodotte attraverso l’antica tecnica della “pass annanz”, a testimonianza di un approccio che unisce tradizione, rispetto per la terra e valorizzazione delle varietà locali.
Il Vesuvio Piedirosso Dop "Vipt" rivela al naso i sentori floreali tipici del varietale, con piccoli frutti di bosco, pepe a spezie fini in sottofondo. Fresco, succoso e carnoso al palato, offre un sorso di grande piacevolezza, con un deciso finale sapido. Un vino moderno, versatile ed estremamente gastronomico, alleato ideale del pomodoro vesuviano.
Adele Granieri
Colpo di Coda, Fonzone rilancia l’Irpinia
Tra le campagne di Paternopoli, in provincia di Avellino e nel cuore della Docg Taurasi, l’azienda Fonzone porta avanti un lavoro orientato alla valorizzazione dei vitigni identitari dell’Irpinia, affiancando alle denominazioni più note una ricerca su varietà minori.
In questo percorso si inserisce l’Irpinia Coda di Volpe DOC Colpo di Coda 2024, novità presentata a Vinitaly e dedicata a un vitigno storico oggi sempre più riscoperto. Il progetto nasce da un piccolo vigneto a Villamaina, in provincia di Avellino, a circa 500 metri sul livello del mare, su suoli complessi caratterizzati da sabbie scure e vene sulfuree. Poco più di un ettaro seguito direttamente dall’azienda, inizialmente prova interna e poi diventato scelta identitaria, per una produzione nella prima annata, di appena 1.190 bottiglie numerate.
La vinificazione segue un approccio essenziale, con interventi minimi per lasciare esprimere al meglio il luogo e la varietà. Acciaio e legno dialogano senza protagonismi, con un uso misurato del legno che sostiene il vino senza appesantirlo, mantenendone freschezza ed equilibrio.
Nel calice si esprime con profumi delicati di frutta bianca, fiori e una leggera impronta minerale. Il sorso è dinamico, elegante e scorrevole, e riporta attualità a un vitigno campano noto fin dall’epoca romana e riconoscibile per il suo grappolo allungato, da cui deriva il nome Coda di Volpe.
Fosca Tortorelli

Colpo di Coda di Fonzone, Perrì di Gorghi Tondi e Frappato di Occhipinti
Perrì 2024 di Gorghi Tondi, territorio prima di tutto
Il futuro è il territorio, la sua espressione più profonda, spesso a lungo nascosta o soffocata, ma ora lasciata libera e valorizzata da chi ne conosce il valore. A Vinitaly tra i vini che hanno gridato questa tendenza c’è il nuovo rosso Sicilia Doc Perricone Perrì Bio 2024. Una creatura di Tenuta Gorghi Tondi, che punta con convinzione sulle uve autoctone. Questo perché per parlare a un mondo sempre più vasto, devi essere consapevole del tuo mondo e prendertene cura.
Il Perricone rientra in questa ricerca appassionata delle proprie radici, uva a bacca nera che apparteneva alla storia della Sicilia occidentale e ora sta sfoderando il proprio carattere. Proveniente dalle vigne tra le più giovani della tenuta con un suolo composto da un substrato calcareo, è vinificato in vasche d’acciaio e affinato sulle fecce fini in grandi botti di rovere francese da 20 ettolitri per otto mesi. Altri quattro mesi trascorrono in bottiglia.
Un Perricone in purezza, che sprigiona tutta la grazia mediterranea dalla vegetazione alla carezza del mare, offrendo note di frutti rossi accanto a quelle speziate e balsamiche in un accattivante equilibrio. Questa è appunto la sua prima annata, la sua (ri)partenza verso il futuro.
Marilena Lualdi
Frappato di Occhipinti, il vino che non ti aspetti
Il Frappato di Occhipinti è davvero il “vino che non ti aspetti”: un rosso che gioca sulla leggerezza ma affonda le radici nella complessità delle terre di Vittoria. Per anni considerato minore, oggi il Frappato viene riscritto come interprete autentico di un territorio difficile, capace di parlare con immediatezza ma anche di sorprendere nel tempo. Se è vero che nasce come vino pronto, è altrettanto vero che, con l’evoluzione, sa rivelare profondità inattese, suggerendo una nuova prospettiva sul suo futuro. È proprio in questo equilibrio tra immediatezza e profondità che prende forma la sua nuova identità.
Nel lavoro di Arianna Occhipinti convivono visione e memoria: l’idea di un’agricoltura possibile, che avvicina anche un pubblico giovane, senza rinunciare a quella fatica agronomica che è parte della cultura contadina. Il Frappato diventa così racconto condiviso, dove identità geologica e sensibilità contemporanea si incontrano, restituendo al vino valore, voce e destino.
Stefania Oggioni