Parlare in generale di vini rossi toscani non è facile. Il pensiero comune va veloce verso i grandi classici, dal Brunello di Montalcino, al Chianti Classico, al Nobile di Montepulciano, oppure si rivolge ai grandi vini che hanno trasformato la storia dell’enologia italiana, i Super Tuscan, con uno sguardo fiero verso Bolgheri.
La Maremma, da questo punto di vista, si è un po’ sempre trovata “tra l’incudine e il martello”, con paragoni spesso ingombranti nonostante la qualità del vino fosse sempre elevata. Ma allora, cosa fare? Puntare sul Sangiovese, anima autoctona, oppure sui tagli internazionali, con una proiezione verso il mondo? In realtà la Maremma ha un asso nella manica, che si chiama Ciliegiolo. Premessa: non stiamo parlando per forza di un vino toscano importante, strutturato, corposo, come se si trattasse della bottiglia delle grandi occasioni. Ma l’idea di questi prodotti è maggiormente rivolta alla freschezza, all’immediatezza e all’eleganza.

Il presidente del Consorzio Vini Maremma, Francesco Mazzei
Il
Ciliegiolo è il futuro o già il presente della Maremma per il mondo dei vini rossi? «Dire che sia il futuro unico della Maremma “in rosso”, mi sembra difficile – premette il presidente del
Consorzio Tutela Vini della Maremma Toscana Francesco Mazzei – anche perché la nostra zona ha una serie di tipologie di vini importanti. Penso che sia una delle direttrici di sviluppo, perché è autoctono e contemporaneo. È un vitigno molto interessante per intercettare i giovani, perché è molto moderno e identitario: semplice ma non banale. Quindi vedo nel
Ciliegiolo una grossa opportunità».
Un Ciliegiolo che deve mantenere l'identità e non andare a “scimmiottare” altri vini, anche con una struttura importante. «Senza dubbio c’è una questione interpretativa, abbiamo un po' tutto –sottolinea ancora Mazzei – Noi, come azienda Belguardo, abbiamo scelto la strada di un ciliegiolo identitario ma molto approcciabile, non troppo complicato».

Un grappolo di Ciliegiolo
E i produttori ci credono, tanto che come vitigno in Maremma è attualmente coltivato su circa 350 ettari, mentre pochi anni fa erano meno di 200. «È sempre una quota piccola, ma è quasi raddoppiata. Bisogna considerare che il
Ciliegiolo era abbastanza presente in Toscana un po’ dappertutto, ma veniva utilizzato sempre come vitigno complementare. E anche in piccole dosi».
Attualmente nella provincia di Grosseto sono presenti circa 9mila ettari, considerando le differenti denominazioni (tra cui Montecucco, Morellino, Pitigliano, per fare alcuni esempi). Come Maremma Toscana Doc sono rivendicati circa 2.400 ettari, a cui si devono aggiungere quelli legati all’Igt.

Vigneti in Maremma nella zona di Manciano
Bisogna considerare sempre che c’è sempre l’altra anima della Maremma, quella in bianco, in particolare al
Vermentino, che negli ultimi anni sta avendo uno sviluppo molto importante, sempre più rivolto alla qualità.
In una recente degustazione avvenuta a Firenze, è stato possibile assaggiare 15 diverse espressioni di Ciliegiolo Doc della Maremma, passando da prodotti più freschi e immediati, a vini eleganti fino a bottiglie di maggiore struttura. Per l’esattezza sono stati degustazioni GagiaBlu 2024, Maestrale 2024 di Mantellassi, Canapone 2024 di Santa Lucia, Aquilaia 2024 di Tenuta Aquilaia, Neltufo 2024 di Cantina di Pitigliano, Sequerciani 2023, Le Vigne 2023, Belguardo 2023, Silio 2023 di Tenuta Montauto, Poggio ai Quadri 2022 di Podere Poggio ai Quadri, I Cavallini 2022, Albarese 2022 di Cantina I Vini di Maremma, Il Ciliegiolo 2021 di Val delle Rose, San Lorenzo 2021 di Sassotondo e Capoccia Riserva 2021 di Vignaioli di Scansano.

I vini degustati a Firenze
Personalmente abbiamo trovato più interessanti i vini più identitari, quelli che maggiormente davano valore al vitigno stesso, senza sovrastrutture determinate da eccessive estrazioni o da affinamenti in legno, certe volte invasivi. Tra questi ci piace citare
Canapone 2024, con note di frutta fresca,
Poggio ai Quadri 2022, per la sua finezza,
Silio 2023, per le note di macchia mediterranea, e
Belguardo 2023, per la sua naturale complessità.
Tutti vini, comunque, allineati sulla scelta di puntare a una buona facilità di beva, una certa spensieratezza, senza mai dimenticare l’identità territoriale.