Non è solo un vino, ma è il simbolo di una trasformazione. È forse la bottiglia che maggiormente rappresenta quella “House of the unconventional” che è diventata, negli ultimi anni, l’azienda Pasqua.
Se è vero che l’azienda ha le sue profonde radici nella Valpolicella dei grandi Amaroni, Hey French è qualcosa che sicuramente va oltre. Non un semplice vino bianco ma, come raccontato anche dal giornalista e comunicatore Filippo Bartolotta, è un progetto che non fotografa solo un attimo, una singola vendemmia, ma è una immagine con “lunga esposizione”, capace di andare in profondità, di superare la tridimensionalità aggiungendo il fattore tempo.

L'amministratore delegato Riccardo Pasqua durante la degustazione delle cinque diverse edizioni di Hey French
Hey French you could have made this but you didn't (questo è il nome completo del vino) è infatti un
multivintage, che in ogni edizione trova un’espressione diversa, che supera il limite dell’annata per andare a fondo nel terroir ma anche nella maestria umana.
Il progetto nasce oltre 10 anni fa, come racconta l’amministratore di Pasqua Vigneti e Cantine, Riccardo Pasqua: «Mi ricordo ogni singolo momento, perché è stato un progetto che veramente ha cambiato il corso della nostra storia, uno dei progetti che più rappresenta tutto quello per cui lottiamo ogni giorno».

Il vigneto sul Monte Calvarina, sulle colline vulcaniche del Soave
L’idea di
Hey French nasce nel 2013. «Volevamo di mostrare di essere una casa che potesse fare un grandissimo bianco. Allora noi eravamo molto noti soprattutto per i rossi classici della Valpolicella, l’
Amarone e il
Ripasso, il
Superiore. Era un'altra
Pasqua. Però avevamo grandi ambizioni, ispirandoci anche alle aree vitivinicole più importanti, in Italia e nel Mondo. Per fare un grandissimo bianco, prima di tutto abbiamo bisogno di un vigneto straordinario. Troviamo questo piccolo appezzamento di 5 ettari, in Monte Calvarina, una delle zone più ambite e evocate del Soave. L’area è a 600 metri sul livello del mare, fresca, pulita, ben ventilata, con un suolo nero come la pece per l’evidente prevalenza vulcanica: tutto fantastico. Iniziamo a lavorarci, con l’80% di
Garganega, e poi
Sauvignon Blanc e
Pinot Blanc per i rimanenti 10 e 10%. Le prime vinificazioni vengono molto bene, eravamo contenti».
Ma non bastava. Bisognava fare un passo in più, andare oltre. Non era sufficiente fare un ottimo vino, ma qualcosa di diverso. Di non convenzionale. «Eravamo all'inizio di House of the Unconventional, il cuore pulsava e la mente viaggiava. La nostra squadra, composta tutta di giovani, aveva un sacco di idee. Abbiamo preso ispirazione dai grandi Champagne, che uniscono le diverse annate. Ci siamo detti: perché no? Dove sta scritto che non possiamo farlo anche noi? Perché non si può fare il primo bianco fermo italiano con questa tecnica?».

La cantina e sede di Pasqua
Ma
Riccardo Pasqua, in quegli anni, era consapevole che c’erano ostacoli da superare. «Il primo era il pregiudizio – conferma l’amministratore delegato di
Pasqua – C’era il concetto che il grande vino era legato a una singola annata. E ci chiedevamo: come reagiranno gli opinion makers? E poi per noi era anche un investimento enorme. Fare un vino con questa tecnica comporta mettere da parte una libreria di prodotti negli anni, che per una famiglia indipendente è un investimento importante. Però noi eravamo troppo convinti di questo progetto ce lo sentivamo cucito addosso. Volevamo uscire con il primo
multivintage per dare più profondità e più complessità. Il tutto è maggiore della somma delle parti».
A seguire la produzione e soprattutto l’evoluzione è stato l’enologo Carlo Olivari, da più di vent’anni insieme alla famiglia Pasqua. Nel 2018 viene realizzato il primo assemblaggio, con le annate 2013, 2015, 2016, 2017. «Eravamo molto contenti di quello che avevamo nel bicchiere – riprende Riccardo Pasqua – L’avremmo lanciato al Vinitaly del 2019. Però ci mancava un nome, un’etichetta, un'idea che esprimessero questo concetto così audace. Allora lì mi era venuta l'idea di contattare l’artista CB Hoyo, che aveva il coraggio di imitare pezzi iconici di arte contemporanea, scrivendo frasi molto provocatorie che mettevano autoironicamente in discussione tutto il mondo dell'arte contemporanea. Dopo avergli spiegato la nostra idea, lui ci propose la sua idea: Hey French you could have made this but you didn't. Caro francese, potevi farlo tu, ma non lo hai fatto. Era un tributo alla Francia, come fonte di ispirazione per i vini, ma anche una provocazione, con le nostre colline vulcaniche del Soave che non sono seconde a nessuno».

La famiglia Pasqua: da sinistra, Andrea, Alessandro, Umberto e Riccardo
Da quelle prime bottiglie uscite nel 2019, il progetto
Hey French ha avuto un’evoluzione costante, declinate in altre quattro edizioni, l’ultima delle quali uscita proprio quest’anno. La fortuna di averle assaggiate in una degustazione in verticale, ci ha permesso di capire come questo vino riesca davvero a rompere gli schemi, senza pensare troppo all’influenza della singola annata, ma valutando maggiormente il terroir e la mano del produttore, nell’aspirazione di poter realizzare un vino che fosse contemporaneo e classico nello stesso tempo, pronto da apprezzare appena uscito ma anche longevo.
La prima edizione di Hey French è stata quella che ha “abbattuto” il muro del pregiudizio: le diverse annate prese in percentuali differenti vanno a comporre un quadro variegato, dove ognuna va a trovare una sintonia con l’altra.

Le cinque edizioni di Hey French degustate in verticale
Il compito dell’enologo
Carlo Olivari e del team di
Pasqua non è certo facile: ogni anno, o meglio, ogni assaggio ci sono differenze di sfumature, e anche i singoli vitigni (
Garganega,
Sauvignon e
Pinot Blanc) si esprimono in maniera diversa, dimostrando come l’assemblaggio sia una vera arte che si affina con l’esperienza.
La seconda edizione con le annate 2015, 2016, 2017 e 2018 è quella che più di tutte, probabilmente, fa sentire la mineralità dei suoli del Monte Calvarina, ma anche con note ricche al naso che, ovviamente, ha una grande complessità.
La terza edizione, invece, con le annate 2019, 2018, 2020, 2017 e 2016 (in ordine di presenza percentuale nel vino) va a mostrare come tutte le componenti vadano alla fine a trovare un equilibrio tra di loro, tra note fruttate, balsamiche, erbacee per un naso che, al bicchiere, continua a evolvere, mentre al sorso è particolarmente lungo e avvolgente.

Gli straordinari colori dei vini
La quarta edizione si fa forte dei vini del 2019, 2016, 2021, 2020, 2018, 2017 e 2013: ritornando al concetto iniziale, si può intuire come non si tratti di una semplice “fotografia”, ma di una serie di scatti, di immagini, di colori, che vanno a comporre un quadro che si esprime nello spazio e nel tempo. È un continuo rincorrersi tra note floreale, speziate, fruttate, dolci e pungenti allo stesso momento, e in bocca l’espressione è di vivacità, di continuo cambiamento, ma soprattutto di grande bevibilità.
L’ultima edizione, recentemente presentata, è il risultato dell’assemblaggio dei vini realizzati con le annate 2020, 2022, 2019, 2018, 2024 e 2015: quindi, nella stessa bottiglia, convivono prodotti con ben 9 anni di differenza. Maturità e freschezza che vanno a interagire e a stimolare l’appassionato che cerca qualcosa di unico. Oltretutto siamo certi che questa quinta edizione possa esprimersi molto bene anche nel futuro, sfruttando – ancora una volta – il fattore tempo.
«In Francia – riprende Filippo Bartolotta – non sia andava a comprare la singola annata, bensì si acquistava il territorio: Bordeaux, Borgogna, Champagne. Non si facevano troppe domande sull’andamento di una vendemmia piuttosto che di un’altra. Pasqua, con questo progetto di assoluta trasparenza, fa lo stesso, rimettendo al centro il terroir. Con Hey French è come se creasse un “uvaggio temporale”, cioè il tempo diventa parte integrante del percorso e del terroir». Con vini unici, contemporanei. E che fanno riflettere: perché il tutto è davvero maggiore alla somma delle parti.