Quella di Fausto Maculan è una storia per molti versi difficile da raccontare. Di certo, è complicato riuscire a tirare le fila di 50 vendemmie costellate di incontri, viaggi, persone, aneddoti, esperimenti, successi (ma anche fallimenti).
Per certi versi è come entrare nel suo caveau privato, dove conserva i più blasonati vini del mondo, in diverse annate. Ogni cassetto che apre è una bottiglia diversa, un mondo differente. Ma soprattutto sono ricordi, esperienze ed emozioni. Vita.

Un momento dell'appassionato racconto di Fausto Maculan
Quelle di
Fausto Maculan non sono semplicemente storie di vino, ma racconti che attraversano il mondo di un’enologia che quando ha iniziato, negli anni Settanta, era molto più “rustica”, ben lontana dalle conoscenze e dalle tecnologie attualmente in uso nella maggior parte delle cantine del mondo.
«Mio nonno commerciava vini a Breganze dal 1923 – racconta – Mio papà Giovanni, nel periodo della Seconda Guerra Mondiale, non fa il militare, sia per un problema a un occhio, sia perché aveva due fratelli alle armi, ma anche perché era figlio di madre vedova. Ma nel 1942 gli danno l’incarico di fare il vino per i militari. Allora dovette acquistare vinificatori più grandi, che poi dopo il conflitto gli sono rimasti».

La giornata di celebrazione delle 50 vendemmie
Nasce la
Fratelli Maculan, fino al 1964, quando rimase il solo
Giovanni. «Io mi diplomo nel 1970 – racconta
Fausto Maculan – ma il vino che facciamo in azienda non mi piace. Nel 1973 chiedo di licenziare l’enologo, e faccio i miei primi vini. Non vendo nemmeno una bottiglia. Poi nel 1975 c’è il primo
Vinitaly, dove vado con
Primo Franco. Riesco a fare tre ordini, tra i quali uno al ristorante dove andavamo dopo la fiera e uno all’albergo dove alloggiavamo».
Fausto Maculan capisce che bisognava fare qualcosa, era necessario cambiare. E da subito punta ai grandi, punta in alto. Assaggia i vini di Bordeaux. Punta alla Francia. «Dovevo studiare i francesi». Così si chiude il primo cassetto dei ricordi.
I tempi del racconto sono dettati da alcuni vini, scelti appositamente da Maculan. Si assaggia lo
Chardonnay Ferrata 2023, vino dell’ultimo decennio dove in azienda sono entrate le figlie
Maria Vittoria, che segue la parte enologica, e
Angela, che si occupa del commerciale. Ma
Fausto rilancia subito con un altro pezzetto della sua storia. «Il
Ferrata è un progetto nato a metà degli anni Ottanta, con un’idea di viticoltura completamente nuova rispetto al passato, con densità a diecimila ceppi per ettaro, in stile francese, con solo 35 centimetri di altezza delle vigne. Allora non c’era tutto questo caldo, e venivano bene solo tre annate su dieci. L’idea di questo progetto era aumentare la superficie foliare da portare al sole e mettere le viti in competizione. Inoltre la vicinanza al terreno serviva per avere più calore».
E anche lo storico cantiniere di Maculan, Pino Xausa, ricorda come fossero partiti alla volta della Borgogna, di Beaune, per osservare i vigneti. «Siamo andati a misurare le viti, con il centimetro – racconta Maculan – L’obiettivo era fare i vini buoni come i francesi».

Una storia lunga 50 vendemmie è il vino che celebra questo mezzo secolo di storia
Si chiude un cassetto, se ne apre un altro. E si apre un’altra bottiglia,
Palazzotto 1987,
Cabernet Sauvignon. Siamo negli anni Ottanta. Ma il racconto è affidato a
Eddy Furlan, storico sommelier e ristoratore. «Siamo partiti per il
Vinexpo di Bordeaux, era la prima edizione del 1981. L’obiettivo era arrivare ad
Émile Peynaud, un guru dei vini rossi. Lui ci accoglie con grande simpatia, e c’è un confronto con
Fausto.
Vinexpo era ancora chiuso, eravamo arrivati troppo presto».
«Lui inizia a parlare – incalza Fausto Maculan – Io prendo una bottiglia di Fratta del 1978 (vino che diventerà una delle colonne dell’azienda, ndr), la assaggiamo. E Peynot ci chiede: quanti giorni sulle bucce? E io: 6 o 7. No, bisogna raddoppiare. Livello di solforosa? 15. No, bisogna raddoppiare. Mesi in barriques? 8. Bisogna raddoppiare. Quale è il prezzo? Avevo capito che bisognava raddoppiare anche quello».

Fausto Maculan ha mille aneddoti da raccontare
Il viaggio nel mondo, ma anche nel tempo, per arrivare agli anni Duemila, proprio con un’eccezionale bottiglia di
Fratta 2006, realizzato con
Cabernet Sauvignon e
Merlot. Ma anche qui c’è un incontro fondamentale, quello con
Paul Pontallier, enologo di
Château Margaux.
Maculan ha sempre detto che bisogna imparare da quelli bravi. Non bisogna copiare da loro, ma ispirarsi. Studiare.
Così ragiona anche sugli assemblaggi, in linea con quanto gli aveva raccontato proprio Pontallier, arrivando alla conclusione che le scelte si fanno solo alla fine. «Quando i vini sono pronti. L’assaggio fa la differenza: così il Fratta è il primo vino, il Palazzotto il secondo e il Brentino, per forza di cose, deve essere un gradino sotto. È il frutto di una degustazione severa, devi saper dare un giudizio obiettivo ai tuoi vini».

Nei calici anche il Dindarello, uno dei quattro vini dolci prodotti dall'azienda di Breganze
Con un calice di un suadente ed emozionante
Dindarello 1992, si apre il cassetto degli anni Novanta, per poi con ritornare indietro nel passato, ricordando i primi vini novelli. «Sono stato uno dei primi a produrlo – sottolinea ancora – insieme a
Gaja,
Antinori,
Nino Negri e
Ca’ del Bosco. Non doveva essere un vino banale, ma doveva essere finito, pronto, senza zuccheri e con la malolattica svolta».
Nel racconto di Fausto Maculan si aprono e si chiudono i cassetti della memoria, in un viaggio che può sembrare confuso e confusionario, ma che in realtà è una continua ricerca. «Come quando Nick Belfrage mi invitò a parlare al simposio dei Master of Wine, sul tema dei Metodi francesi al di fuori della Francia. A me stava stretto. Allora scrivo: “La via di Maculan alla qualità”. C’era anche Paul Pontallier. Ed è stato un successo incredibile».

Un altro momento della giornata dedicata alle 50 vendemmie
Si torna alle origini, al
Torcolato, vino simbolo di Breganze. La bottiglia del 1971 è qualcosa di indescrivibile, tra balsamicità e ancora tanta freschezza. «Anni fa – racconta – ho trovato una bottiglia di
Torcolato del 1911, che aveva un tappo ammalorato. Nel 2011 decidiamo di assaggiarlo, riusciamo a togliere il tappo senza perdere nulla. Abbiamo poi usato proprio il 1971 per rabboccare. Quel 1911 era incredibilmente vivo al naso, e poi c’era stata un’esplosione di sensazioni. Un’emozione».
Il Torcolato è anche il vino che Maculan porta a uno dei riferimenti assoluti della cucina italiana, cioè Gualtiero Marchesi. «Volevo presentarmi con il vino che più mi rappresentava – racconta, anche con una certa emozione – Era il 1978 e con mia moglie vengo a Milano, in via Bonvesin della Riva. In sala c’è anche Giuseppe Vaccarini. Porto un Torcolato del 1977, incontro Gualtiero Marchesi e divento suo amico. Lui doveva andare a Ginevra, per un evento di lusso con 1.780 persone sedute. L’ho portato io in auto. I vini? Ca’ del Bosco, Anselmi, Antinori e… io. Quella volta avevo anche ballato sul pianoforte».

I vini che hanno accompagnato il racconto: da sinistra Acininobili 2011, Torcolato 1971, Dindarello 1992, Fratta 2006, Palazzotto 1987 e Ferrata Chardonnay 2023
Si va verso la conclusione del viaggio, con un
Acininobili 2011. E questa volta la parola passa alla figlia
Angela: «Per noi vini dolci rappresentano il 20 percento circa della produzione aziendale. Noi siamo tra i pochi che fanno 4 vini dolci. Il
Torcolato è stato scelto da papà come vino simbolo negli anni Settanta. Nel 1983 però va con
Mattia Vezzola (allora enologo di
Bellavista) a
Château d’Yquem e vede che raccolgono gli acini ammuffiti. E allora lo vuole fare anche lui. La prima volta esce come un
Torcolato riserva, che compra tutto
Gualtiero Marchesi». Gli altri vini dolci sono il
Dindarello, che proviene da un vigneto di
Moscato fior d’arancio, e il
Madoro, da
Marzemina e
Cabernet Sauvignon.

La nascita di Una storia lunga 50 vendemmie: Angela, Fausto e Maria Vittoria Maculan versano le loro bottiglie nella barrique celebrativa
La storia non finisce qui. Perché alla fine sono stati aperti solo alcuni di questi cassetti della memoria, viaggiando virtualmente nello spazio e nel tempo. C’è ancora un tassello, che riguarda proprio la celebrazione delle 50 vendemmie di
Fausto Maculan. E il nome è emblematico:
Una storia lunga 50 vendemmie. Nell’estate 2023, infatti, per festeggiare il suo mezzo secolo nel mondo del vino, ha chiamato 150 ospiti, persone che hanno contribuito al suo successo, e ha dato loro due bottiglie prelevate dalla cantina con diversi vini di varie annate. Quindi le 300 bottiglie sono state svuotate direttamente in una barrique. «Per l’occasione volevamo realizzare qualcosa di imprevedibile e irreplicabile – spiega
Fausto Maculan –. Un vino nato come un divertissement dal valore simbolico per coinvolgere gli ospiti: ciascuno di loro ha contribuito a edificare cinquant’anni di storia della nostra realtà così come a creare l’etichetta che li celebra. Il risultato finale era impossibile da predire in quanto la componente d’azzardo estremamente sostanziosa».
L’edizione limitata di Una storia lunga 50 vendemmie consiste in 300 bottiglie numerate a mano dallo stesso Fausto e vergate con la sua grafia, custodite in una raffinata cassetta in legno. Un vino pieno di emozioni, storie e ricordi.