08-04-2026

Produttori di Manduria: storie di identità, comunità, territorio

Da vino da concia a espressione riconoscibile della Puglia nel mondo. Un viaggio che parte dal Museo della Civiltà del Vino Primitivo

Immagini dal Museo della Civiltà del Vino Primiti

Immagini dal Museo della Civiltà del Vino Primitivo di Manduria (Taranto)

La Puglia è una regione lunga. Lo diciamo spesso, quasi per abitudine, ma finché non la attraversi davvero, non ti rendi conto. È lunga nelle distanze, certo, ma soprattutto nelle identità.

Chi scrive viene dalla parte nord, la Capitanata, quel Tavoliere che ha un altro passo, un altro ritmo, un altro modo di vivere e raccontare il cibo e soprattutto il vino. E proprio da lì ci siamo ritrovati a scendere verso Sud, fino a incontrare una delle espressioni più riconoscibili della Puglia nel mondo: il Primitivo di Manduria. Un percorso partito dalla terra.

All’inizio del Novecento il Primitivo non aveva ancora un’identità. Era un vino anonimo, venduto ai sensali e destinato alle grandi cantine del Nord come semplice vino da taglio. Serviva a dare struttura, ma non portava mai il suo nome. Il 9 luglio 1932 cambia tutto. In una giornata torrida, oltre 200 viticoltori si riuniscono a Manduria e decidono di unirsi. Nasce quello che allora si chiamava Consorzio Produttori Vini e Mosti Rossi Superiori da Taglio. Un nome che racconta perfettamente il punto di partenza. Ma l’obiettivo è un altro.

Non è solo una scelta produttiva, ma una presa di posizione: smettere di essere fornitori invisibili e iniziare a costruire un’identità propria. Sotto la guida dell’enologo Corrado Benecchi e del presidente Raffaele Pasanisi, il progetto prende forma. Non solo come struttura produttiva, ma come sistema sociale: una cooperativa che diventa anche sostegno economico, una cassa comune capace di dare autonomia ai soci.

È lì che cambia la visione. Il Primitivo smette di essere un vino “da concia” e diventa un vino identitario. Pasanisi è tra i primi a leggere il territorio: terre rosse, ricche di ferro, suoli calcarei. Non più un vino che serve agli altri, ma un vino che può rappresentare sé stesso. Ci vorranno decenni per consolidare tutto questo. Fino agli anni Novanta, quando arriva la seconda svolta: si abbandona lo sfuso come destinazione principale e si punta sull’imbottigliamento, sulla qualità, sulla costruzione di un’identità riconoscibile. È da lì che il nome evolve, fino a diventare quello che conosciamo oggi: Produttori di Manduria.

Eppure, nonostante tutto questo percorso, la cantina non ha mai smesso di essere un luogo vissuto. Ancora oggi una parte della produzione resta legata al vino sfuso. C’è un via vai continuo di persone che arrivano, riempiono, ripartono. Non è una struttura chiusa nel racconto del vino imbottigliato: è un posto che continua a far parte della quotidianità del territorio. Lo si vede soprattutto durante la vendemmia. Arriva chi conferisce con mezzi moderni, organizzati, strutturati. E arriva anche chi ha piccoli appezzamenti e si presenta con l’Ape car, carico d’uva. Due mondi diversi che convivono nello stesso spazio, senza creare distanza. Ed è forse questa la fotografia più reale di cosa sia oggi questa realtà. Per molti soci, la cantina è qualcosa che va oltre il lavoro. È un punto di riferimento, quasi un monumento. Un luogo da mostrare con orgoglio: non è raro che portino amici e parenti a visitarla, a fare il giro del museo, a raccontare cosa significa farne parte.

Arrivarci da fuori cambia la prospettiva. Perché quello che fino a quel momento è racconto, diventa spazio. Luogo. Materia. Il passaggio nel Museo della Civiltà del Vino Primitivo, ricavato nelle cisterne ipogee, è uno dei momenti più significativi del percorso. Si scende sotto terra e si entra in un racconto di attrezzi, ambienti domestici, strumenti di lavoro, ma soprattutto di gesti. Dalla vita contadina alle prime forme di vinificazione, fino ai passaggi che hanno accompagnato l’evoluzione tecnica.

Non è una sequenza di oggetti, è un salto nel tessuto agricolo di una comunità. Ci sono torchi antichi, utensili agricoli, ricostruzioni di ambienti di lavoro e di vita quotidiana che raccontano cosa significava produrre vino quando non esistevano mezzi, strutture o filiere organizzate. Ma la cosa più interessante è che questo racconto non si ferma al passato.

Il museo accompagna fino alla trasformazione, fino a quando quella stessa comunità ha iniziato a organizzarsi, a strutturarsi, a diventare quello che è oggi. Non è nostalgia, è continuità. E infatti basta risalire per ritrovarsi nella cantina di oggi: impianti moderni, controllo delle temperature, linee di imbottigliamento efficienti. Due dimensioni che convivono senza bisogno di essere spiegate: da una parte la memoria, dall’altra la capacità di stare dentro il presente.

Anche quando si parla di sostenibilità, il discorso resta concreto. Negli ultimi anni si è lavorato sull’alleggerimento delle bottiglie: si è passati da pesi importanti — oltre il chilo — a formati che oggi si attestano intorno ai 500 grammi, con l’obiettivo di scendere ancora. Una scelta che riduce l’impatto ambientale in modo reale, tra minor utilizzo di vetro e riduzione delle emissioni. A questo si aggiunge un impianto fotovoltaico che contribuisce alla gestione energetica della cantina. Poi, inevitabilmente, si torna al vino.

E anche qui il senso cambia, perché non si tratta più solo di degustare, ma di leggere quello che c’è dentro il calice. Etichette come Lirica rappresentano una delle espressioni più riconoscibili del Primitivo di Manduria: struttura, calore, ma anche equilibrio e bevibilità. È probabilmente la sintesi più immediata del lavoro della cooperativa. Accanto a questo, il Madrigale si muove su un altro piano. Qui entra in gioco il tempo: uve lasciate appassire sulla pianta, concentrazione maggiore, una costruzione più profonda che porta il Primitivo verso una dimensione più complessa, ma sempre leggibile.

E poi c’è tutta una gamma che racconta le diverse possibilità del territorio: dalle versioni più strutturate e da affinamento, fino a quelle più fresche e immediate, passando anche per rosati e interpretazioni che allargano il racconto oltre il Primitivo stesso.  Ma al di là delle singole bottiglie, quello che resta è il contesto da cui nascono. Perché qui il vino non è mai separato da chi lo produce: è parte della vita quotidiana, del lavoro, delle persone.


In cantina

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Antonio Mercaldi

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Antonio Mercaldi

imprenditore foggiano, racconta da anni sui social le sue esperienze gastronomiche vissute sempre dal punto di vista del cliente seduto a tavola. Si definisce "cliente professionista" proprio per questo approccio: osservare, vivere e narrare il mondo della ristorazione con curiosità, rispetto e passione. Noto sui social come Iron Foodie - un progetto nato dall'incontro tra l'amore per Iron Man e la cultura gastronomica - si muove con entusiasmo tra artigiani del gusto e grandi chef, alla ricerca di emozioni autentiche

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