Il futuro dell’Asti è anche rosa. O meglio, rosé. E il Consorzio dell’Asti Docg assicura: «Non è soltanto una moda».
La nuova tipologia è stata inserita ufficialmente nel disciplinare lo scorso 23 marzo, al termine di un iter avviato a fine 2023. Il primo brindisi, simbolico, si è svolto allo scorso Vinitaly, a metà aprile.
«Questa tipologia – racconta il direttore del Consorzio, Giacomo Pondini –nasce da un percorso comunque storico, non ci siamo inventati un prodotto per affrontare una certa tipologia di consumatore o di mercato».

Da sinistra, Giacomo Pondini e Stefano Ricagno, direttore e presidente del Consorzio dell'Asti Docg
Insomma, il
Consorzio precisa subito che non si è trattato di una scelta di moda. «Comunque la nostra è una zona legata alla produzione tipica del Brachetto d'Acqui Docg. Da alcuni anni si valutava l'opportunità di presentare come
Asti Docg anche una tipologia rosato, perché nelle aziende della nostra zona c'è una presenza forte di
Brachetto. Ora c'è una grande opportunità per parlare in termini quanto mai attuali e contemporanei di una denominazione storica come l'
Asti. Dà una nuova lettura, un nuovo taglio a un prodotto che risulta più che mai contemporaneo secondo i gusti che sembrano emergere maggiormente in questo periodo storico».
Oltretutto si tratta di un periodo dove il Brachetto d’Acqui non è più in voga come lo era negli anni Novanta, con una diminuzione anche delle bottiglie prodotte. «La nostra operazione – continua Pondini – vuole anche tornare a riscoprire il Brachetto in una nuova visione spumantistica. Non dimentichiamo che lo spumante in Italia per decenni è sempre stato solo appannaggio del Piemonte. Lo spumante italiano è nato in Piemonte, ed è stata una caratteristica produttiva proprio di questa zona, prima che di altre. Quindi è un riappropriarsi comunque di un patrimonio che nasce e si evolve negli stessi territori di produzione dell'Asti».

Una splendida immagine dei paesaggi astigiani
Inoltre si va incontro alla richiesta del mercato: vini a bassa gradazione naturale. «Non ci siamo inventati nulla –ribadisce
Pondini – Il grosso della produzione riguarda la tipologia dolce, quindi a 7 gradi. Si tratta di Low alcohol naturali, da sempre. Il
Moscato d’Asti in media ha 5 gradi e mezzo, l’
Asti Spumante sale a 7; con le tipologie fino a brut la gradazione alcolica cresce, ma mai in maniera eccessiva».
Il nuovo Asti Rosé va nella stessa direzione. Il Brachetto, come vitigno, partecipa alla produzione del vino da un minimo del 10% fino a un massimo del 30%. «Ovviamente si è stata lasciata abbastanza mano libera – sottolinea Pondini – per consentire ai produttori di trovare un proprio stile».

La magnum di Asti Rosé stappata per l'occasione al Vinitaly
Per questo motivo, gli
Asti Rosé avranno una gamma cromatica abbastanza ampia, dai rosa più tenui fino a quelli maggiormente carichi.
Come numeri si parte piano, per poi crescere. «Al momento sono sei-sette aziende quelle che già l'hanno messo in cantiere – afferma ancora il direttore del Consorzio – Alcune stanno evadendo degli ordini, soprattutto per l'Inghilterra, che da subito si è interessata al prodotto. Si sta muovendo anche il mercato dell’Est Europa e grande attenzione ci è stata rivolta dall’Asia, zona dove è una tipologia di prodotto piuttosto apprezzata. Rispetto ai 100 milioni potenziali di Asti Spumante e Moscato d'Asti, diciamo che già in una prima fase sarebbe interessante raggiungere un 5% complessivo».