L'ospitalità del futuro sarà davvero tale solo se saprà essere accessibile a tutti. È questo il messaggio forte e concreto emerso dal talk «Il futuro dell'ospitalità è accessibile. Unbarrier to move everyone», che si è tenuto durante la ventunesima edizione del congresso di Identità Milano. Un confronto che ha riunito esperienze diverse ma accomunate da una stessa convinzione: abbattere le barriere non significa soltanto eliminare ostacoli fisici, ma soprattutto cambiare il modo in cui guardiamo le persone e costruiamo le relazioni.
Sul palco Arianna Talamona, DE&I Specialist di YAM112003, Lorenzo Sirabella di DRY Milano e Martina Federici di Levoni hanno raccontato il percorso del progetto Unbarrier, nato dall'incontro tra aziende, professionisti e associazioni con l'obiettivo di rendere i luoghi della socialità più inclusivi e accoglienti.
Arianna Talamona ha ricordato come il tema dell'accessibilità riguardi una parte significativa della popolazione. Eppure, nonostante la crescente attenzione verso l'inclusione, molti ostacoli restano ancora presenti. Un dato colpisce più di altri: in Italia il 51% delle scuole non è completamente accessibile. Un numero che racconta quanto il percorso verso una reale partecipazione sia ancora lungo e quanto il cambiamento debba essere prima di tutto culturale.
Proprio da qui nasce il senso del progetto: aiutare persone e organizzazioni a sviluppare una nuova consapevolezza. Non si tratta di imparare regole rigide, ma di acquisire uno sguardo diverso: «farsi domande» è una delle espressioni ricorrenti dell'intervento di
Talamona, chiedersi cosa possa vivere una persona di fronte a una barriera, interrogarsi sui propri comportamenti, essere disponibili ad ascoltare e imparare.
Un approccio che ha trovato terreno fertile in realtà come DRY Milano. Lorenzo Sirabella ha raccontato come il concetto di accoglienza sia da sempre al centro del progetto del locale. L'idea dei grandi tavoli condivisi, che favoriscono l'incontro tra persone provenienti da esperienze e culture differenti, nasce proprio dalla volontà di creare comunità. Per questo aderire a un percorso dedicato all'accessibilità è apparso naturale: se l'ospitalità significa far sentire ogni ospite benvenuto, allora non può esistere senza inclusione.
Anche Levoni ha scelto di sostenere questa visione. Come ha spiegato Martina Federici, dietro ogni marchio ci sono persone e valori. La collaborazione con associazioni come Centro Anch'io, realtà mantovana impegnata sui temi della disabilità, ha permesso di trasformare principi e intenzioni in azioni concrete, coinvolgendo dipendenti, collaboratori e territorio.
Tra i passaggi più significativi dell'incontro c'è stato il racconto delle attività formative svolte con il personale. Spesso non è la mancanza di sensibilità a creare distanza, ma la paura di sbagliare. Attraverso il confronto diretto emergono invece piccoli gesti quotidiani che fanno la differenza: rivolgersi direttamente alla persona e non a chi l'accompagna, evitare automatismi e imparare a riconoscere esigenze diverse.
Particolarmente interessante è stata anche la riflessione sulle disabilità invisibili, ancora poco conosciute dall'opinione pubblica. I simboli che le rappresentano diventano strumenti preziosi per diffondere consapevolezza e aiutare tutti a comprendere meglio realtà che spesso non sono immediatamente riconoscibili.
Il talk si è chiuso con una convinzione condivisa da tutti i relatori: l'accessibilità non è un favore concesso a qualcuno, ma un valore che migliora l'esperienza collettiva. Rendere più inclusivi ristoranti, aziende, scuole e luoghi di incontro significa costruire comunità più aperte, dove ogni persona possa sentirsi accolta, rispettata e libera di partecipare. E forse è proprio questa la forma più autentica di ospitalità.