A Identità Milano 2026, dentro il tema più ampio di “Identità Future: la libertà di pensare”, il panel Cucina e personal branding ha provato a mettere ordine in una parola spesso abusata. Perché nel mondo della ristorazione il rischio è sempre lo stesso: confondere il branding con la promozione, la comunicazione con la visibilità, la presenza sui social con una vera identità.
A riportare il discorso a terra è stata Cristiana Pagnottelli, responsabile marketing e comunicazione del gruppo Plena Education, di cui fa parte CAST Alimenti. Il punto, ha spiegato, è che il brand non coincide con un logo, una campagna o una pubblicità. È piuttosto “essenza”: valori, comportamenti, coerenza, modo di stare sul mercato. Vale per un’azienda, ma vale anche per una persona, per uno chef, per una scuola, per chiunque voglia costruire un posizionamento riconoscibile.

Il talk Cucina e personal branding
Desirée Nardone, director e co-founder di
Food Genius Academy, ha collegato il tema alla formazione. La libertà di pensare, ha osservato, ha senso solo se chi lavora in cucina possiede anche gli strumenti per comunicare ciò che pensa e ciò che fa. Non basta rompere gli schemi: prima servono tecnica, consapevolezza e coerenza con la propria identità. Solo dopo può arrivare una comunicazione credibile.
In questo senso, CAST diventa un caso interessante. Nata come scuola fortemente riconosciuta nella pasticceria, oggi lavora per allargare il proprio racconto alla cucina, all’ospitalità e alla formazione manageriale del settore. Non solo mani in pasta, dunque, ma anche cultura, economia, management e comunicazione.
DAL PIATTO ALLA VOCE PUBBLICA

Tra il publico anche Cesare Battisti di Ratanà, Gabriele Zanatta di Identità Golose e Pietro Caroli di Trippa
Il nodo più interessante del confronto è arrivato quando
Carlo Spinelli - coordinatore editoriale di
Italia Squisita - ha spostato il personal branding dal piano tecnico a quello umano. Si possono insegnare strumenti, strategie, coordinate, ma resta sempre un elemento non replicabile: la voce personale. Nessuno ha bisogno di un altro
Massimo Bottura, perché
Massimo Bottura esiste già. La sfida è semmai aiutare i giovani cuochi a trovare qualcosa di proprio.
Da qui nasce una riflessione molto attuale. Il branding, oggi, non sembra più fondarsi soltanto sulla figura verticale del testimonial o dello chef-personaggio. Funziona sempre di più quando costruisce un mondo, una comunità, un movimento. Spinelli ha citato l’esempio di Matias Perdomo, capace di raccontare se stesso parlando anche degli altri: colleghi, trattorie, prodotti, brigata, dettagli del lavoro quotidiano. Non solo ego, quindi, ma ecosistema.
Il talk ha toccato anche il lato più pratico della questione. Comunicare non significa soltanto saper gestire una pagina Instagram: vuol dire presentarsi bene a una fiera, scrivere un profilo LinkedIn sensato, costruire un curriculum chiaro, raccontare il proprio lavoro senza svenderlo. È qui che il personal branding smette di essere vanità e diventa competenza professionale.

Desirée Nardone, Cristiana Pagnottelli e Carlo Spinelli
Il punto, alla fine, è semplice ma non banale: nel food contemporaneo non basta saper cucinare. Bisogna anche saper dire perché lo si fa, da dove arriva la propria idea di cucina e quale mondo si vuole costruire intorno a un piatto. Il rischio della posa è sempre dietro l’angolo. Ma quando il racconto nasce dal mestiere, dalla coerenza e da una vera identità, allora la comunicazione non sostituisce la cucina: la rende più leggibile.