A Identità Milano 2026 il futuro della gastronomia non passa soltanto dai piatti e dagli chef. Passa anche dalle imprese, dalle famiglie, dai prodotti che attraversano le generazioni e dalla capacità di tramandare un’identità senza restarne prigionieri. È questo il cuore dell’incontro “Il passaggio generazionale nelle imprese agroalimentari italiane”, andato in scena allo Spazio Arena e che ha visto protagonisti Marella Levoni, direttrice Relazioni Esterne e Comunicazione di Levoni, Claudio Stefani, amministratore delegato e titolare di Acetaia Giusti, e Cristina Cavalchini Guidobono, founder di Riso Buono e presidente di Coldiretti Piemonte.
Tre storie diverse, unite da una stessa domanda: come si porta avanti un’azienda agroalimentare senza ridurla a memoria immobile?
Nel caso di Levoni, fondata nel 1911, il passaggio generazionale è già avvenuto più volte. Marella Levoni ha ricordato come, nel tempo, siano rimasti centrali i valori familiari e quelli legati al prodotto: qualità, rettitudine, attenzione verso chi lavora in azienda e verso i clienti. Ma il passaggio, ha spiegato, non è solo affettivo: va preparato, strutturato, accompagnato anche attraverso regole, percorsi formativi ed esperienze esterne.

Marella Levoni, Claudio Stefani e Cristina Cavalchini Guidobono
Diversa la traiettoria di
Acetaia Giusti, realtà modenese che affonda le sue radici nel 1605.
Claudio Stefani ha raccontato una storia fatta di continuità, ma anche di rotture. Per molte generazioni l’azienda è stata un negozio con produzione di aceto balsamico. Poi, dagli anni Ottanta, è diventata una realtà capace di vendere in Italia e all’estero. Il vero cambio di passo arriva nel 2005, quando
Stefani entra in azienda dopo un’esperienza nella consulenza e avvia una trasformazione profonda: internazionalizzazione, modernizzazione, attenzione alla qualità più alta.
Il punto più forte del suo intervento riguarda però le persone. Stefani ha spiegato di aver scoperto nel tempo che il valore principale dell’azienda non era soltanto la famiglia, ma il gruppo: una squadra giovane, con forte identità interna, chiamata a condividere decisioni, visione e responsabilità. Per questo, un eventuale futuro passaggio generazionale non potrà riguardare solo la proprietà, ma anche l’accettazione da parte della squadra.
Cristina Cavalchini Guidobono ha portato invece una prospettiva diversa. Riso Buono nasce nel 2013 da un innamoramento personale per la campagna novarese e per terre familiari rimaste a lungo poco valorizzate. Una storia più giovane, quindi, ma già attraversata dal tema del futuro. Il prossimo passaggio potrebbe coinvolgere il figlio Carlo, oggi diciottenne, con la speranza che un giorno possa innamorarsi a sua volta dell’azienda, magari dopo esperienze altrove.
Nel finale, Cavalchini Guidobono ha allargato lo sguardo al mondo agricolo piemontese e italiano, sottolineando le difficoltà delle piccole aziende, schiacciate da costi di produzione sempre più alti e spesso prive di un ricambio generazionale solido. In questo scenario, la sfida resta difendere l’italianità, il Made in Italy e il legame con il territorio, anche quando alcune realtà saranno costrette a fondersi o a essere assorbite.
Dal confronto emerge, quindi, un’idea chiara: il passaggio generazionale non è un semplice cambio di testimone. È un lavoro culturale, imprenditoriale e umano. Significa decidere cosa conservare, cosa cambiare e quali parole usare per parlare a chi arriva dopo. Perché la tradizione, quando resta viva, non è nostalgia: è responsabilità verso il futuro.