17-06-2026

La terra stropicciata di Virgilio Martínez: gastro-geografia tra Ande e Amazzonia

Lo chef del Central di Lima racconta a Identità Milano la filosofia di Mater Iniciativa attraverso un viaggio verticale no-waste, da dieci metri sotto il livello del mare ai theobroma della foresta amazzonica

Virgilio Martinez è chef del ristorante Central

Virgilio Martinez è chef del ristorante Central a Lima e ideatore di Mater Iniciativa, centro di ricerca andino che coordina insieme alla sorella Malena; una realtà che dimostra come un ristorante contemporaneo debba oggi operare da una piattaforma culturale capace di connettere scienza, arte e territorio. Lo ha dimostrato in maniera brillante nel corso della sua lezione a Identità Milano 2026. Foto a cura di Brambilla/Serrani

Nessuno può mettere freni all’immaginazione. Anzi, ci sono voci capaci di trasformare sogni in emozioni visive, natura in tecnica gastronomica, mondo in cibo. La voce e la figura dal Main Stage di Identità Milano è quella di un rivoluzionario sudamericano. Non indossa il basco ma una virtuale toque da chef  e non è argentino ma peruviano: Virgilio Martínez. La vera rivoluzione, in questo caso, è la visione: la cucina abbandona i confini rassicuranti del piatto per farsi strumento di indagine antropologica e geografica.

Così, lo chef del Central di Lima ha spiegato con i piatti la filosofia di Mater Iniciativa, centro di ricerca andino che coordina insieme alla sorella Malena, dimostrando come un ristorante contemporaneo debba oggi operare da una piattaforma culturale capace di connettere scienza, arte e territorio. Il messaggio è chiaro fin dalle prime battute: la cucina non può restare chiusa dentro le proprie mura. «Noi chef non dovremmo così tanto identificarci o definirci cuochi. Questa definizione, questa identificazione, quest'idea ci limita, ci lascia nel piccolo mondo della nostra cucina e ci fa perdere di vista il mondo che c'è fuori». Smettere di guardarsi le mani è un atto di libertà necessario: «Nell'enorme mondo infinito si può trovare tantissima ispirazione».

Nella narrazione di Martínez, il territorio diventa una carta geografica stropicciata: «Il Perù è come una carta corrugata. Se poi espandi questa carta corrugata, troverai un sacco di pieghe, e ogni piega per noi rappresenta un ecosistema». Considerare il passato per identificarsi nel presente e proiettarsi verso il futuro: questo è il fulcro di un lavoro che da oltre dieci anni mappa l’immensità biologica peruviana, traducendola in un menu che si snoda attraverso quattordici diversi ecosistemi.

La coerenza di questo approccio si manifesta anche nella materia tangibile che circonda il cibo, come le ceramiche e i biomateriali realizzati recuperando ciò che la ristorazione classica liquida come scarto, dalle bucce di cacao al carapace dei cirripedi: «Quando in una cucina arrivano così tanti prodotti, ci saranno anche tanti rifiuti. Noi cerchiamo di utilizzare tutto e buttare il meno possibile».

Il primo piatto presentato dallo chef racconta il mare: «A meno dieci metri sotto il livello del mare, troviamo questi sapori». L’Oceano Pacifico lambisce il deserto costiero con correnti fredde e ricchissime. Il piatto celebra l’ecosistema marino unendo cirripedi, polpo e ricci in un torchon avvolto nella lattuga di mare. «Non c'è bisogno del sale perché il gusto è già salato», sottolinea Martínez mentre ricopre la superficie con alghe disidratate e idratate, come lo yuyo e il codium.

Nel frattempo, un riccio marinato per trenta giorni nel brodo di alghe rilascia una gelatina densa e primordiale, specchio fedele della concentrazione marina.

Dall'oceano alle Ande, a tremilacinquecento metri di altitudine, la salita è verticale.

Martinez al pass in Main Stage

Martinez al pass in Main Stage

La storia narra che gli Inca usavano le colcas, magazzini tradizionali per la conservazione delle sementi. «La tecnologia antica ci insegna che gli Inca avevano 3900 varietà di patate e di mais perché li conservavano in questo modo».

Tra le qualità di questo cuoco eccezionale, la capacità di costruire una dispensa identitaria, a dir poco unica, ed espressione del Perù nella sua interezza

Tra le qualità di questo cuoco eccezionale, la capacità di costruire una dispensa identitaria, a dir poco unica, ed espressione del Perù nella sua interezza

Qui il focus si stringe attorno al mais d'altura, presentato in sette varietà portate direttamente dal Perù subito dopo il raccolto. Martínez non si limita a usare il chicco, ma caramellizza le bucce per ricavarne un'infusione a freddo, mentre l'endosperma fresco viene ridotto in un purè vellutato. Il piatto si arricchisce di nuance ancestrali con la mashwa e l’olluco liofilizzati, l'amaranto viola e giallo e una corda intrecciata ricavata dalle bucce di patata tostata.

A coronare la complessità di questa terra d'alta quota interviene il kushuru, alga sferica che cresce nei laghi andini a oltre quattromila metri, inserita nel piatto al momento del servizio per restituire la freschezza delle vette.

La terza idea gastronomica parte dai respiri della foresta amazzonica, dal cacao e dalla relativa famiglia dei theobroma. Martínez introduce varietà sconosciute all'industria tradizionale, come il mocambo e il subincanum, specie di cacao che vanno molto oltre l'idea più comune di cioccolato. «Per fare il cioccolato viene usato solo il 15% della pianta. Il resto solitamente viene scartato. Da anni rimuginiamo su questa idea». L'obiettivo è rendere commestibile l'intera pianta superando i vecchi limiti. Nel piatto entrano il mesocarpo, l'endocarpo e la mucillagine fresca dal sapore zuccherino che dolcifica naturalmente la preparazione: «Non usiamo altre polverine magiche di non conosciamo l’origine. Nessuno zucchero raffinato, niente».

Anche la colonna vertebrale del frutto, la vena centrale che tiene uniti i semi, viene disidratata per diventare elemento croccante. La provocazione tecnica più radicale si materializza in una tavoletta di cacao verde ottenuta liofilizzando le foglie dell'albero: «Molti penseranno, è matcha. Invece no. È polvere di foglia di cacao». Un dessert che si anima su contrasti poco comfort: «Non vuole essere un rassicurante e goloso dolcetto al cioccolato, che puoi trovare ovunque. Questo è un dessert amazzonico dai sentori amari, in linea con la nostra idea di cucina». Ultima sorpresa è un baccello di cacao di tre settimane, solitamente potato per dare forza alla pianta, che qui viene servito sul piatto: «Si può tagliare come se fosse carne semplicemente con un coltello».

È l'atto finale di un'immersione totale in un’idea di cucina no-waste celebrativa di una storia, di un territorio, di una cultura: mangiare il mondo per salvare il mondo. Perché la vera avanguardia, oggi, non è conquistare lo spazio, ma reimparare ad abitare la Terra.


IG2026: Identità Future

Tutto sulla ventunesima edizione del congresso organizzato da Identità Golose, dal dal 7 al 9 giugno 2026 nei grandi spazi dell’Allianz MICo North Wing di Milano. Tre giorni di lezioni, approfondimenti, novità.

Davide Visiello

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Davide Visiello

classe 1974, sommelier, assaggiatore di caffè e verace uomo del Sud, è alla costante ricerca di sole e cieli azzurri. Nato a Vico Equense e cresciuto a Castellammare di Stabia, ama la cucina quando è innovativa e ha solide basi. Epicureo di cuore e palato, vive e scrive a Palermo, ma mangia e beve ovunque. Collabora con Identità Golose dal 2016

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