Che cosa significa davvero essere liberi quando si parla di cibo? È stata questa una delle domande al centro dell'incontro promosso da Fondazione Cotarella nell'ambito di Identità Milano, dove il tema della “libertà di pensare” è stato affrontato attraverso il rapporto tra alimentazione, salute, cultura e condizionamenti sociali.
«Dopo una prima riflessione dedicata al rapporto tra agricoltura, territorio e professionisti del settore, l'attenzione oggi si vuole spostarsi su un tema più delicato: il legame tra cibo e disturbi del comportamento alimentare. È facile dichiararsi liberi nelle proprie scelte alimentari mentre spesso non riusciamo a riconoscere quanto queste decisioni siano influenzate da regole non scritte, aspettative sociali, mode, prescrizioni e modelli culturali che spesso finiscono per limitare la nostra autonomia. Il nostro vuole essere un confronto affrontato con uno sguardo positivo, attraverso testimonianze e contributi capaci di trasmettere speranza e valorizzare il ruolo della collaborazione tra istituzioni, esperti e associazioni», spiega Paolo Vizzari che ha moderato l’incontro di ieri, domenica 7 giugno.

Tra il pubblico dello Spazio Arena, a partire da destra Marta e Dominga Cotarella di Fondazione Cotarella
Ad aprire l'incontro
Francesca Caproni, rappresentante dell'istituzione partner dell'iniziativa, che ha evidenziato il ruolo degli enti nel sostenere progetti dedicati ad alimentazione, salute e sostenibilità. Un impegno che si traduce nella promozione dello sviluppo locale, valorizzazione del territorio e diffusione di pratiche agricole più consapevoli e vicine ai cittadini. «I temi dell'alimentazione sono strettamente legati all'identità culturale, alla tutela della salute e alla sostenibilità ambientale. Tra i nostri obiettivi prioritari, in linea con gli indirizzi dell'Unione Europea, ci sono il sostegno a modelli agricoli più sostenibili, la promozione di stili di vita salutari e l'attenzione alle nuove sfide che interessano il settore agroalimentare».
Ha poi preso la parola Veronica Torricelli, psicologa, psicoterapeuta founder Centro NuMeCo - psicologa Fondazione Cotarella, che ha scelto di affrontare il tema della libertà alimentare attraverso una storia semplice, ma significativa. «Vi invito a immaginare una giovane donna seduta a tavola con la propria famiglia, davanti a una pizza. Intorno a lei si svolge una normale conversazione, ma nella sua mente si consuma una battaglia silenziosa: da una parte il desiderio di mangiare ciò che le piace, dall’altra la paura di ingrassare e delle possibili conseguenze sulla sua immagine e sulle relazioni con gli altri». Un conflitto interiore che, come ha spiegato Torricelli, accomuna molte persone e porta a interrogarsi sul vero significato della libertà alimentare. «Quando mangiamo, siamo davvero liberi?», ha quindi domandato alla platea. Secondo Torriccelli, la libertà non si limita alla possibilità di scegliere cosa mangiare, ma riguarda il farlo senza paura, sensi di colpa o condizionamenti culturali, sociali e mediatici. Un tema al centro anche del suo libro, dedicato ai pensieri disfunzionali che possono trasformare il rapporto con il cibo in una gabbia mentale. In chiusura l’interessante e non banale riflessione a guardare con maggiore consapevolezza le proprie scelte alimentari, interrogandosi su se derivino da bisogni autentici o da regole e paure interiorizzate nel tempo.

Riprendendo il tema della libertà alimentare introdotto da
Torricelli,
Cinzia Arancio, psichiatra e specialista in endocrinologia sperimentale dell'Ospedale San Raffaele, ha dato una prospettiva clinica sul fenomeno dei disturbi del comportamento alimentare. La specialista ha evidenziato come i casi siano in aumento e si manifestino sempre più precocemente, rendendo fondamentale riconoscere i segnali di disagio fin dalle prime fasi. «Spesso chi soffre di un disturbo alimentare, non sceglie semplicemente di non mangiare. Alla base ci sono paure profonde e meccanismi psicologici complessi che richiedono un lavoro graduale e costante. Il recupero non è lineare», ha spiegato, sottolineando come il percorso verso il benessere richieda tempo, supporto specialistico e un progressivo recupero di un rapporto sereno con il cibo. L'obiettivo della terapia, ha concluso, non è soltanto ristabilire corrette abitudini alimentari, ma aiutare la persona a ridurre la paura associata agli alimenti, recuperando nel tempo libertà, equilibrio e qualità della vita.
Simone Pampanelli, direttore del Servizio Nutrizionale dell'Azienda Ospedaliera di Perugia e responsabile nutrizionale del Centro DAI di Città della Pieve, ha parlato del ruolo dell'alimentazione nei percorsi di cura e ha fatto notare come, negli anni, molti ospedali abbiano progressivamente perso le cucine interne, allontanando il cibo dalla dimensione terapeutica. «Ricordo che la nutrizione è parte integrante della cura: molti pazienti ospedalizzati sono malnutriti o a rischio malnutrizione, e questa condizione può rallentare il recupero e aumentare la probabilità di dover tornare in ospedale». Partendo dall'esperienza dell'ospedale di Città della Pieve, dove la cucina interna è stata valorizzata e collegata al territorio attraverso l'utilizzo di prodotti locali, Pampanelli ha messo in risalto la necessità di recuperare una vera cultura dell'alimentazione in ambito sanitario. Un cambiamento che, secondo l'esperto, sta iniziando a trovare maggiore attenzione anche a livello istituzionale, perché «il cibo non rappresenta un elemento secondario ma una componente essenziale della salute e del percorso di cura».

Il panel Libertà, Restrizione Salute: il rapporto con il cibo tra scienza e cultura a Identità Milano 2026
Nel suo intervento,
Elisabetta Righi, biologa nutrizionista della
Fondazione Cotarella, ha affrontato il tema della libertà alimentare partendo dalla riflessione sul rapporto quotidiano con il cibo e sui condizionamenti che influenzano le scelte individuali. Secondo la nutrizionista, «oggi è difficile parlare di reale libertà a tavola, perché le decisioni alimentari sono spesso condizionate da fattori esterni: da un lato l’industria e la forte esposizione a messaggi e informazioni sul cibo, dall’altro il contesto culturale e sociale in cui si mangia». In questo scenario, il cibo tende spesso ad assumere una connotazione morale, venendo classificato come “buono” o “cattivo”, con il rischio di generare senso di colpa e rigidità. Da qui, ha spiegato
Righi, il cambiamento del ruolo del nutrizionista, sempre meno centrato su indicazioni prescrittive e sempre più orientato alla comprensione del rapporto complessivo tra persona e alimentazione. «L’obiettivo è superare schemi rigidi e giudicanti e aiutare le persone a vivere il cibo in modo più consapevole e sereno, senza trasformarlo in una gabbia di regole ma in un nuovo spazio di equilibrio e serenità».
Un’emozionata Camilla Boggiali, studentessa dell’Università Bocconi e vicepresidente dello Starting Finance Club Bocconi, ha condiviso una riflessione personale sul rapporto tra cibo, identità e percezione di sé. Partendo da esperienze familiari e quotidiane, ha raccontato come «il momento del pasto possa assumere significati diversi nel tempo: da gesto automatico a occasione di relazione e consapevolezza». Un percorso che si intreccia anche con il cambiamento del proprio sguardo sul cibo e sul corpo. La studentessa ha quindi posto l’accento sull’influenza dei social media e dei modelli estetici contemporanei, che spesso contribuiscono a generare confronto, insicurezza e un senso di controllo eccessivo. In questo contesto, anche la danza - sua grande passione - e l’osservarsi allo specchio possono assumere un valore ambivalente, oscillando tra crescita personale e pressione verso standard di perfezione. Da qui l’esortazione a instaurare un rapporto più armonioso con il cibo, percependolo non come motivo di autocritica, ma come strumento di cura del corpo, con l’obiettivo di ritrovare un’alimentazione più libera e consapevole.

Eugenio Boer e Carlotta Perilli del ristorante Bu:r a Milano
Lo chef
Eugenio Boer, owner del ristorante
Bu:r di Milano, e
Carlotta Perilli, maître e restaurant manager dello stesso ristorante, coppia nella vita e sul lavoro, hanno offerto due prospettive complementari sul mondo del cibo, intrecciando dimensione professionale e visione personale.
Boer ha raccontato un rapporto con la cucina costruito sin dall’infanzia e maturato nel tempo come percorso di conoscenza e identità. Per lo chef, «il cibo non è mai semplice nutrimento, ma rappresenta uno strumento culturale attraverso cui leggere il mondo, al pari dello studio e dell’apprendimento». Una visione che si riflette anche nella sua evoluzione personale, segnata da diverse fasi e da una crescente consapevolezza, fino a una rielaborazione più equilibrata del proprio rapporto con l’alimentazione. Centrale, nel suo intervento, anche il richiamo alla perdita della trasmissione domestica delle tradizioni gastronomiche, letta come segnale di un cambiamento profondo nella cultura contemporanea del cibo.
Di diverso taglio ma in continuità tematica la riflessione di Perilli, che ha portato lo sguardo sulla sala e sulla relazione con l’ospite. «Il lavoro di accoglienza non si esaurisce nel servizio ma richiede la capacità di interpretare il momento e fare da ponte tra cucina e cliente. La sala diventa spesso il luogo in cui emergono fragilità e insicurezze legate al cibo, talvolta espresse attraverso comportamenti che rimandano a senso di colpa o disagio. È quindi fondamentale un approccio al cibo privo di giudizio, attento all’esperienza umana che ogni pasto porta con sé. Per questo abbiamo creato percorsi di degustazione più brevi, pensati per aiutare a riscoprire un modo di mangiare più libero e gratificante».
L’ultimo ospite sul palco è stato
David Scatolla, responsabile e coordinatore della
Fondazione Cotarella, che ha portato una testimonianza personale intensa, intrecciando esperienza professionale e vissuto individuale all’interno di
Identità Milano.
Scatolla ha ricordato la sua partecipazione all’edizione 2024, avvenuta in un momento particolarmente complesso della sua vita, segnato da paura e incertezza. «A distanza di tempo il rapporto con quello stesso contesto è cambiato profondamente ed è diventando uno spazio di confronto, crescita e consapevolezza». Al centro del suo intervento il tema della libertà di scelta, anche in relazione al cibo, intesa come conquista quotidiana e non come condizione scontata.
Scatolla ha richiamato anche il lavoro della
Fondazione Cotarella, impegnata in attività di sensibilizzazione e divulgazione sui temi legati all’alimentazione e ai disturbi del comportamento alimentare, attraverso percorsi educativi e testimonianze dirette. «Ci tengo a sottolineare quanto sia importante “portare fuori” la conoscenza: dialogare con il mondo della ristorazione e della formazione ci permette di diffondere consapevolezza sul valore del cibo, non solo come nutrimento, ma anche come cultura ed esperienza condivisa. Coinvolgere i giovani nei progetti della
Fondazione significa restituire loro speranza e possibilità, perché il cibo torna a essere parte di una vita possibile, libera e orientata al futuro», conclude l’incontro con il consueto sorriso e il tono canzonatorio che lo contraddistingue.