20-06-2024

Immergersi nel Chianti: storia e futuro dei conti Capponi e dei vini di Villa Calcinaia, che compie 500 anni

A Greve in Chianti, una famiglia alla generazione numero 38 e la sua produzione enologica nella tenuta che spegne mezzo migliaio di candeline. «Emerge una levatura stilistica che la posiziona come uno dei riferimenti dei fine wines italiani»

La storia: presa delicatamente tra le mani, compresa con pazienza declinata in stupore, rilanciata per fortificare un futuro di consapevolezza. Vibra nei vini scelti dai Conti Capponi per vivere i 500 anni di Villa Calcinaia, a Greve in Chianti. Vibra nelle parole dei tre fratelli. In quello che non è un elenco di nomi da menzionare, ma una squadra da ringraziare, tutta - e Sebastiano Capponi di ciascuno si ricorda - senza mascherare la commozione. Quindi nella memoria di Niccolò Capponi che rammenta la domanda rivolta al suo papà: perché sull’etichetta si legge conti e non conte? «Perché non è né mia né tua, né di nessun altro - era stata la risposta - Ma dei conti passati, presenti e futuri». Infine, nella saggezza di Tessa Capponi che vede nel percorso per il riconoscimento Unesco alle ville-fattorie l’occasione di conoscere a fondo questo meraviglioso territorio. Il rispetto (parola più intensa e completa di "sostenibilità") nasce dalla conoscenza. E più si conosce, più c’è coscienza, sottolinea Tessa.

È in occasioni come questa che il vino si presenta nelle sue sfumature più profonde, non prodotto bensì vita, cultura, epoche, volti. Il Chianti Classico ambasciatore, anzi anima di un territorio.

Tessa, Sebastiano e Niccolò Capponi

Tessa, Sebastiano e Niccolò Capponi

La degustazione a Villa Calcinaia, guidata da Filippo Bartolotta, offre bottiglie che sono davvero pagine di storia. Perché 500 anni? Il contratto che vedeva al centro l’acquisizione di "quattro poderi con casa da signore, nella località detta la Calcinaia"  fu stipulato tra Sebastiano del Caccia e Niccola di Andrea Capponi il 23 maggio 1524. Non solo dopo, ma anche prima, quante tracce del cammino di questa famiglia! E poi quell’esclamazione che anche un popolo spesso smemorato rammenta, quando Pier Capponi si oppose alle intimidazioni di re Carlo VIII di Francia: «E se voi suonerete le vostre trombe noi daremo alle nostre campane!».

Villa Calcinaia

Villa Calcinaia

Il cuore dei conti resta sempre lì: a Villa Calcinaia, dove oggi troviamo la trentasettesima generazione (ma quella successiva è già coinvolta nell’attività). Le tracce della vocazione vitivinicola, fin dagli Etruschi. Quindi ci si tuffa nei primi documenti del 1052, nel Rinascimento fiorentino con il suo pungolo tra le famiglie a fare ciascuna meglio dell’altra, il documento precursore delle moderne denominazioni d’origine nel 1716 e della nascita del Consorzio del Chianti Classico nel 1924 (un secolo fa, altro netto anniversario), la dissolvenza della mezzadria e ora il nuovo impegno per la candidatura Unesco del Sistema delle Ville-Fattorie.

Durante quest’appassionante degustazione, ogni capitolo di storia viene abbinato a un vino e racconta la famiglia ma abbraccia pure un orizzonte più vasto. «Questo evento è importante non solo per la famiglia Capponi e per la denominazione del Chianti Classico, ma per la storia dell’enologia e della cultura italiana – sottolinea Bartolotta - Emerge una levatura stilistica che, senza alcun’ombra di dubbio, posiziona Villa Calcinaia come uno dei riferimenti dei “fine wines” italiani. E, come diretta conseguenza, ci costringono a gettare luce sulla straordinaria capacità di invecchiamento dei vini della denominazione del Gallo Nero, in grado di confrontarsi con i più grandi al mondo».

I Capponi stanno investendo costantemente, ad esempio, nella ricerca del genoma delle viti aziendali. Salvaguardare una cultura enologica significa avere uguale riguardo per un paesaggio unico nel pianeta. E unico dev’essere il vino.  

La degustazione

La degustazione

Sfogliamo allora queste etichette e il loro mondo. Mauvais Chapon Metodo Classico 2018, 100% Sangiovese, cremosità e acidità prime testimoni di una complessità intrigante. Poi l’AD 1613 Rosso Toscana Igt 2011: 34% Sangiovese, 33% Mammolo 33% Malvasia 33%, 24 ore di fermentazione in tonneaux aperti da 5 hl, prodotto in magnum per beneficenza, una croccantezza e una ricchezza aromatica speciali. Ancora, Villa Calcinaia Chianti Classico Doc 1969: per il 90% Sangiovese, poi vitigni complementari, difficile non emozionarsi per la freschezza sorprendente che offre dopo 55 anni e alle note di tabacco, caffè, spezie che si uniscono a quelle floreali.

Si prosegue con Vigna Bastignano Rosso Colli Toscana Centrale Igt 2006, infine con Villa Calcinaia Chianti Classico Riserva Docg 2010, da vigneti vecchi, suolo argilloso, una capacità di comunicare ancora la freschezza e accarezzare l’olfatto con aromi floreali, a partire dalla viola. Ma in seguito si potrà ancora viaggiare con altre annate di Villa Calcinaia Chianti classico, le 1975 e 1991.

Lo sguardo intanto si perde attorno alla villa: in questi 200 ettari ettari di proprietà - di cui 27 impiantati a vigneto e 10 a oliveto, poi spazio e respiro al bosco – si porta avanti quella vocazione nel segno del rispetto, con la conduzione biologica (certificata dal 2000) sotto la guida agronomica di Daniele Innocenti e Luca Socci. In cantina - con la consulenza enologica di Federico Staderini - la squadra è guidata da Sabrina Socci. Sebastiano Capponi nomina tutti appunto: dalla cantina alla vigna, ognuno è prezioso e merita un grazie. Cita anche il fondamentale apporto dell’ampelografo Roberto Bandinelli, con il quale si comincia a conservare con cura il patrimonio genetico delle uve: tra di esse, il Mammolo, il Sanforte, l’Occhiorosso (al centro di un progetto in collaborazione con l’Università di Firenze), il Canaiolo, il Buonamico, l’Occhio di Pernice, il San Colombano, la Malvasia Bianca, il Trebbiano, senza contare oltre 150 biotipi di Sangiovese.  

È difficile congedarsi da questo paesaggio, da questa passione familiare oltre i confini del tempo: per fortuna i vini continuano a narrare in ogni luogo. Prima di andare via, scorgiamo nelle mani di Niccolò Capponi dei libretti e non possiamo resistere a sbirciare: già abbiamo in borsa “Un trinciato di nero e d’argento”, di Massimiliano Franci, pubblicato dal Centro Studi Famiglia Capponi, un supporto sorprendente alla narrazione gustata dal vivo.

Da dove deriva il cognome "Capponi"? Tutto ebbe inizio nel Medioevo quando, con la crescita demografica e l'urbanizzazione, diventò cruciale identificare le persone in modo univoco andando oltre oltre il semplice nome, specialmente per la trasmissione dei beni ereditati. Il cognome "Capponi" deriva da un soprannome personale, evidenziando così la discendenza. La citazione del 1052, Ugutius filius Gini qui Cappone vocatur ovvero “Uguccione figlio di Gino detto Cappone”, è significativa poiché introduce due nomi di famiglia ricorrenti nei secoli e soprattutto il soprannome che diventa cognome. Varie forme del cognome si uniformarono nel tempo: da "Compagnus de Capponis" nel 1246 ad "Andrea Capponis de Capponibus" nel 1360, fino ad arrivare ai giorni nostri. L'animale cappone divenne totemico e venne usato come simbolo su monete e dipinti da membri della famiglia Capponi. Tuttavia, amici (e nemici) spesso scherzavano sui membri della famiglia, come nel caso di Luigi di Niccolò Capponi, erede anche dei beni di Francesco Della Stufa, che fu soprannominato "Capponcino stufato". Come non menzionare infine Carlo VIII che si riferì ironicamente a Pier Capponi come "mauvais chapon”, per la sua testardaggine tipicamente fiorentina

Da dove deriva il cognome "Capponi"? Tutto ebbe inizio nel Medioevo quando, con la crescita demografica e l'urbanizzazione, diventò cruciale identificare le persone in modo univoco andando oltre oltre il semplice nome, specialmente per la trasmissione dei beni ereditati. Il cognome "Capponi" deriva da un soprannome personale, evidenziando così la discendenza. La citazione del 1052, Ugutius filius Gini qui Cappone vocatur ovvero “Uguccione figlio di Gino detto Cappone”, è significativa poiché introduce due nomi di famiglia ricorrenti nei secoli e soprattutto il soprannome che diventa cognome. Varie forme del cognome si uniformarono nel tempo: da "Compagnus de Capponis" nel 1246 ad "Andrea Capponis de Capponibus" nel 1360, fino ad arrivare ai giorni nostri. L'animale cappone divenne totemico e venne usato come simbolo su monete e dipinti da membri della famiglia Capponi. Tuttavia, amici (e nemici) spesso scherzavano sui membri della famiglia, come nel caso di Luigi di Niccolò Capponi, erede anche dei beni di Francesco Della Stufa, che fu soprannominato "Capponcino stufato". Come non menzionare infine Carlo VIII che si riferì ironicamente a Pier Capponi come "mauvais chapon”, per la sua testardaggine tipicamente fiorentina

Che cosa sono ora questi volumetti dal volto ugualmente prezioso? Con il suo caloroso sorriso, Niccolò ce li consegna: “Modo di fare il vino alla franzese, secondo l’uso dei migliori vini di Francia”. Era dell’antenato Niccola Capponi. L’obiettivo era sviluppare una produzione per rispondere alle nascenti richieste di mercato dirette – ci spiega - verso vini meno colorati, ritenuti più salutari, maggiormente robusti, in grado di sostenere “l’annacquo” e che rispondevano eccellentemente all’invecchiamento. Tra i primissimi documenti che tracciano la via verso un vino moderno e ispiratore speciale della famiglia: come ogni Capponi che ha investito prima di tutto fatica, sudore e lacrime in questa meravigliosa avventura.


In cantina

Storie di uomini, donne e bottiglie che fanno grande la galassia del vino, in Italia e nel mondo

Marilena Lualdi

a cura di

Marilena Lualdi

responsabile de l'Informazioneonline e giornalista di Frontiera - inserto de La Provincia, scrittrice e blogger, si occupa di economia, natura e umanità: ama i sapori che fanno gustare la terra e le sue storie, nonché – da grande appassionata della Scozia – il mondo del whisky

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