09-01-2026

Tenuta di Trinoro, il gioiello incastonato nella selvaggia Toscana

La visione di Andrea Franchetti, che iniziò a fare vino a Sarteano. «Gli dicevano che qui potevano crescere solo patate e grano». Ora è diventata una cantina di riferimento

Un'immagine dall'alto di Tenuta di Trinoro

Un'immagine dall'alto di Tenuta di Trinoro a Sarteano

«Guardatevi attorno. Questo sembra un luogo remoto, siamo un po’ nel niente. Ecco, trent’anni fa qui era il niente nel niente».

Lorenzo Fornaini, enologo di Tenuta di Trinoro a Sarteano, guarda l’orizzonte dall’alto di uno dei vigneti che si trovano poco sopra l’azienda. A ben vedere, infatti, in questo angolo di Toscana la natura regna quasi incontaminata, selvaggia, e immaginarsi una realtà vitivinicola sembra impossibile o quasi.

Lorenzo Fornaini tra le vigne dell'azienda

Lorenzo Fornaini tra le vigne dell'azienda

Sembra impossibile, ma non per Andrea Franchetti, che più di trent’anni fa aveva avuto una visione, tanto semplice quanto ambiziosa: trasportare la sua passione in quel luogo del quale si era innamorato, forse proprio per il suo essere selvaggio e incontaminato, da un certo punto di vista puro, vergine.

Erano gli anni Ottanta. Dopo aver lavorato negli Stati Uniti, vendendo vino, in particolare vino francese, Franchetti si trova a Roma e vuole scappare dalla frenesia della capitale, da una Roma che “spingeva forte”.

Un'altra immagine della tenuta

Un'altra immagine della tenuta

Così, tramite amici, scopre Sarteano. Il nulla nel nulla. Ma è un vero innamoramento. E decide di fare qualcosa di diverso, di unico, di visionario. Parte da un rudere, un casale malridotto, e lo trasforma, lo riporta in vita. Qui vuole starci, senza una reale e immediata prospettiva, ma semplicemente per disintossicarsi dalla frenesia di Roma. «Raccontava – ricorda Fornaini – che all’inizio c’era giusto un materasso buttato per terra, senza elettricità e acqua corrente. Così si arrangiava con l’acqua delle sorgenti e con alcune batterie attaccate insieme per fare luce con le lampadine. All’inizio non aveva ancora idea di fare il vino, semplicemente era un modo di ritrovare sé stesso».

Ma poi entra in gioco un altro fattore, che potremmo definire destino. «Scavando in questi suoli, scopre un’argilla blu che era molto simile a quella della riva destra di Bordeaux, quindi di Saint Emilion e Pomerol. Ma non era tutta argilla blu, che se fosse stata troppa non andava bene per la produzione del vino, ma c’erano alcune zone miste a sabba e roccia, ideali per poter realizzare una viticoltura sostenibile».

Andrea Franchetti mentre cammina in mezzo alle vigne: il suo ricordo è ancora vivo

Andrea Franchetti mentre cammina in mezzo alle vigne: il suo ricordo è ancora vivo

E qui ha la visione: fare nella selvaggia Sarteano vini di ispirazione francese, ma con un’anima profondamente toscana. L’unione delle sue passioni. «Andrea ha piantato tanti ettari – ricorda ancora Fornaini – ma poi tanti ne ha anche tolti, scegliendo alla fine solo quegli spicchi di terra che davvero potessero permettergli di fare un vino bordolese di altissimo livello, senza le influenze del Sangiovese come tanti Supertuscan, ma che avesse comunque delle caratteristiche uniche e identitarie». Insomma, un Bordeaux con l’accento toscano, tra eleganza e profondità, tra finezza e sostanza. Ora l’azienda, che si estende su un territorio di circa 220 ettari, conta di 25 ettari vitati.

«Ho iniziato a lavorare con Andrea Franchetti nel 2014 – si confida Fornaini – Di lui ho sempre stimato la sua caparbietà, perché è partito senza un reale background enologico, ma ha iniziato un’avventura per la quale molti suoi amici gli davano del matto, perché si trovava in un posto dove si possono fare solo patate e grano, dove nessuno aveva mai fatto vino realmente. Ma aveva ragione lui. Ha scommesso su un territorio vergine e non si è fermato al primo scoglio, ed è andato avanti con caparbietà».

Il momento della vendemmia

Il momento della vendemmia

Una caparbietà che lo ha portato a fare scelte estreme. «Ha piantato senza compromessi – continua Fornaini – Si vuole fare un vero bordolese? Bene, lui ha voluto fare alta densità, con diecimila piante per ettaro, con pendenze importanti a un’altitudine tra i 400 e i 650 metri. Negli anni Ottanta/Novanta non era cosa da poco, anzi. E poi punta sul Cabernet Franc, quando tutti per i Supertuscan piantavano Cabernet Sauvignon e Merlot. Lui parte con dieci ettari di Cabernet Franc: non è una prova, ma è la convinzione di aver scelto il vitigno chiave».

Tuttora Tenuta di Trinoro a 12,5 ettari di Cabernet Franc, altri 10 di Merlot e il resto sono pochissime parcelle di Cabernet Sauvignon e Petit Verdot.

La cantina di affinamento

La cantina di affinamento

La decisione di puntare sui singoli “fazzoletti” di terra sui quali realizzare i diversi vigneti, si traduce in cantina con la vinificazione parcella per parcella. «Facciamo dalle 35 alle 50 vinificazioni separate. Da qui passiamo poi a fare le cuvée per il primo e il secondo vino. L’obiettivo è esaltare ogni singola parcella. Per Andrea forse la scelta più importante era legata al momento della raccolta. Con lui assaggiavo le uve parcella per parcella. E ogni anno c’è qualche vigneto che ci stupisce, che durante quella vendemmia si esprime in modo particolare».

Andrea Franchetti, purtroppo, a dicembre del 2021 ci ha lasciato, all’età di 72 anni. La sua eredità è portata avanti soprattutto dal figlio Benjamin, che ha voluto proseguire sulle orme del padre, con rispetto e con la consapevolezza che quella visione era ancora più che attuale.

Un altro dei vigneti di Tenuta di Trinoro

Un altro dei vigneti di Tenuta di Trinoro

I vini sono la traduzione nel bicchiere della filosofia di produzione di Andrea e Benjamin Franchetti. Gli assaggi iniziano con una piccola chicca, cioè il Trinoro Bianco, realizzato da una piccola parcella sabbiosa dove è stato impiantato nel 2001 del Semillon. La produzione di questo vino è iniziata nel 2008, per fare un prodotto “da casa” e non da vendere. Poi nel 2018 è stato messo in commercio, conquistando per sapidità e per bevibilità. Lo stile, ovviamente, è francese.

La collezione “I Campi”, invece, riguarda una limitatissima produzione di Cabernet Franc in purezza su tre singoli vigneti: Magnacosta, Tenaglia e Camagi. Magnacosta ha un terreno con maggiore presenza di ghiaia e limo, a 400 metri di altitudine; Tenaglia ha un suolo più sabbioso e argilloso, con il sole tutto il giorno, a circa 500 metri di altitudine; Camagi, infine, si trova a 550 metri, con uno strato di quarzo e calcare. Nell’annata 2023, che ha avuto forti piogge primaverili seguite poi da un’estate calda, il Magnacosta dimostra la sua capacità di essere un po’ più avvolgente, mentre Tenaglia ha una maggiore struttura, e infine Camagi esce alla distanza. Tre espressioni diverse a terreni che distano pochissimo tra loro.

Il campo di Magnacosta al tramonto

Il campo di Magnacosta al tramonto

Palazzi, invece, è un Merlot in purezza: non è un vino da singola vigna, ma vuole essere la migliore espressione del vitigno nella singola annata. Così il 2023 si presenta ben fruttato, ma non invadente, con piccoli accenni di spezie, mentre al sorso è equilibrato e profondo.

Tenuta di Trinoro, invece, è il vino principale dell’azienda, la punta di diamante. Ogni anno l’uvaggio è differente perché, nelle intenzioni di Andrea Franchetti poi sposate anche dal figlio Benjamin, deve essere la migliore rappresentazione della produzione della singola annata. Per questo motivo le varie parcelle vengono assaggiate e riassaggiate, e poi assemblate fino a quando non viene trovato il risultato più soddisfacente. Le Cupole è, alla francese, il second vin: quello che non viene utilizzato per Tenuta di Trinoro, passa a questo vino. Attenzione: non si tratta un vino realizzato dagli “scarti” di produzione, bensì arriva da quelle parcelle che, seppur ottime, non vengono scelte anche solo per questioni stilistiche nel Tenuta di Trinoro.

Tutte le singole vinificazioni seguono lo stesso percorso: affinamento di 8 mesi in barriques per poi concludere con 12 mesi in cemento.

Tenuta di Trinoro 2022 è composto da 44% Cabernet Franc, 44% Merlot, 6% Cabernet Sauvignon e 6% Petit Verdot: il naso è elegante e complesso, dove le note fruttate vanno pian piano ad amalgamarsi con sentori di erbe aromatiche e spezie dolci. Al sorso è un vino di carattere e struttura, con un tannino ancora ben presente ma non aggressivo. Un vino nato per sfidare il tempo.

Le Cupole, Tenuta di Trinoro e Trinoro Bianco

Le Cupole, Tenuta di Trinoro e Trinoro Bianco

Le Cupole 2023, invece, è realizzato con 41% Merlot, 39% Cabernet Franc, 14% Cabernet Sauvignon, 6% Petit Verdot. Sicuramente è un vino più immediato, con un naso ampio e ricco, ma soprattutto con una grandissima facilità di beva, ma anche con una pregevole duttilità nell’abbinamento a tavola.

«Siamo nel nulla» si diceva all’inizio. Forse è proprio questo il segreto di Tenuta di Trinoro: un gioiello che spunta dove nessuno poteva mai immaginare. Nessuno, tranne Andrea Franchetti.


In cantina

Storie di uomini, donne e bottiglie che fanno grande la galassia del vino, in Italia e nel mondo

Raffaele Foglia

di

Raffaele Foglia

giornalista de La Provincia di Como, sommelier e appassionato di birra artigianale. Crede che ogni bicchiere di vino possa contenere una storia da raccontare. Fa parte della redazione vino di Identità Golose

Consulta tutti gli articoli dell'autore