In una Ortigia attraversata dai venti d'autunno, la città ha ospitato la seconda edizione di Vinacria, l'evento voluto da Giada Capriotti che ha coinvolto 89 espositori complessivi tra cui 73 cantine siciliane. Due giornate intense quelle di domenica 23 e lunedì 24 novembre 2025 all'Antico Mercato che hanno raccontato la Sicilia attraverso il vino, con un linguaggio popolare e contemporaneo con l'obiettivo di fare network e promuovere il lavoro dei produttori siciliani.
L'evento, considerato tra i più interessanti sull'isola, per numero di aziende partecipanti, qualità dei produttori e approfondimenti, ha messo al centro storie, identità e visioni che rendono la Sicilia una terra enologica unica.
Qui la nostra
Cinzia Benzi ha guidato una degustazione tra i vini dolci dell'isola, un vero e proprio viaggio tra i territori siciliani e il tempo scandito dall'uva che si trasforma e diventa vino perché di questo, prima di tutto, parlano i vini dolci: del tempo che scolpisce, del tempo che educa, del tempo che rivela: «Quando ci avviciniamo a questa tipologia di vini – racconta
Benzi – ci avviciniamo a un valore del tempo. Il tempo va rispettato, e soprattutto compreso».
Così, il primo sorso è stato il Diamante di Tasca d'Almerita, nato per una storia d'amore lunga sessant'anni tra il Conte Giuseppe e la Contessa Franca, un vino a base di Traminer aromatico e Moscato Giallo che si immaginerebbe opulento e zuccherino, e che invece accarezza il palato con una delicatezza sorprendente, la stessa che Benzi rivendica come la sua verità più autentica.
Poi il
Kaid vendemmia tardiva di
Alessandro di Camporeale, Syrah dolce e speziato, ha portato tutti fuori dagli schemi del fine pasto, ricordando che la dolcezza può muoversi libera, dialogando con spezie, sapori decisi, cucine che profumano d'Oriente. Il
Moscato di Noto di
Feudo Maccari ha introdotto un respiro più teso, luminoso, quasi mentolato, come una brezza che arriva a pulire l'aria in un pomeriggio caldo.
E subito dopo è arrivato il
Grillodoro di
Gorghi Tondi, l'unico muffato di Sicilia, nato da una botrytis capricciosa che compare solo quando vuole lei: «Esteticamente l'acino botritizzato è orribile, ma gustativamente è meraviglioso». Racconta
Cinzia da grande conoscitrice di vini dolci e di
Château d'Yquem, raccontando quel paradosso che ogni degustatore impara presto ad amare.
Il Passo di Nero di Tenute Lombardo, Nero d'Avola appassito ad alta quota, ha introdotto una balsamicità inattesa, figlia dell'altitudine e del vento, mentre la Malvasia delle Lipari di Caravaglio, arrivata dalle isole, ha aperto una dimensione soffusa, quasi carezzevole, come un raggio di sole filtrato nel Mar Tirreno. La parte finale del viaggio ha toccato Pantelleria con lo Zibibbo due volte, prima con il NES di Pellegrino, opulento e solare, vino che Benzi invita a bere persino come aperitivo, «perché basta giocare con la temperatura e tutto cambia».
Per poi concludere con il
Bukkuram Sole d'Agosto di
Marco De Bartoli, che è molto più di un vino: è un luogo, un ricordo, un ritorno. «Se bevo questo vino a occhi chiusi, torno sull'isola». Dice qualcuno in sala e in quella frase era racchiusa l'essenza stessa della degustazione.
Perché il tempo dei vini dolci non è solo quello del riposo, dell'appassimento o dell'attesa: è il tempo della memoria, il tempo che custodisce e restituisce. È il tempo che la Sicilia sa raccontare come pochi altri posti al mondo.