Questione delle donne: no chiacchiere e quote rosa, sì alla meritocrazia

Cristina Bowerman interviene dopo le polemiche sollevate dal panel tutto al maschile dei recenti 50Best Talks a Parigi

30-09-2019
Una foto di qualche anno fa, ritrae Cristina Bower

Una foto di qualche anno fa, ritrae Cristina Bowerman. Le richieste sono sempre le stesse: rispetto, parità per le donne. Da raggiungere però, dice lei, attraverso la meritocrazia

Il verso della pecora. È proprio quello che sento ogni volta che si parla di donne, parità e rapporto con gli uomini. Il verso della pecora è quello che sento ogni volta che gli uomini giustificano il perché le donne non hanno il posto che si meritano.

Ero seduta tra la folla ai 50Best Talks a Parigi la settimana scorsa e quello che ho sentito non mi ha sorpreso: sempre la solita solfa sullo stato dell’arte e che «sì, credeteci, le cose stanno cambiando». E poi: sottolineature su quanto gli stessi protagonisti del panel siano sempre stati generosissimi nel darci posizioni all’interno delle loro cucine e rassicurazioni sul fatto che questo mondo maschilista finirà presto e allora, sì, che ci sarà vera parità!

La domanda che spesso mi pongo è come si sia arrivati a questo punto; il tema sulla parità delle donne si affronta da anni e i passi in avanti sono stati davvero da formica. Nulla da fare: non si riesce a superare questa impasse forse nata per la differenza di potenza fisica, ma nella notte dei tempi. O forse sarà che la natura umana ha bisogno di classificare tutto e i ruoli sono una necessità: i deboli (donne) e i forti. Sarà per un milione di ragioni... Ma quello che rimane inspiegabile è come, nonostante il tema sia di assoluta attualità, al panel di Parigi ci fossero solo uomini. Faux pas, un passo falso. Nessuno sulle prime se n’era accorto e si immaginava che le cose si sarebbero concluse come al solito. E invece…

Il panel dei 50Best Talks, tutto al maschile

Il panel dei 50Best Talks, tutto al maschile

Ne è scaturita una piccola room with a view sulla realtà, quella che viviamo quotidianamente. Il paradosso è infatti questo: nonostante il problema sia davanti ai nostri occhi tutti i giorni, sembra che per la prima volta il mondo, il nostro mondo del food, si sia accorto che esiste ed è pure grande, evidente e probabilmente sta creando un ulteriore effetto domino generazionale. È altrettanto chiaro come gli chef di nuova generazione non percepiscano la questione poiché per loro, com'è persino giusto, non esiste.

Oggi però non voglio focalizzarmi su quello che verrà fatto e che viene giornalmente attuato per finalmente raggiungere la parità: per quello abbiamo una lista infinita di donne e uomini che giornalmente si sforza per dare alla meritocrazia un senso compiuto. Quello che invece vorrei che ci si chiedesse è la ragione per cui sia potuto sfuggire al vigile occhio dell'organizzazione un panel tutto al testosterone.

Sono certissima che gli organizzatori abbiano fatto tutto nella migliore maniera possibile e la società organizzatrice creda nella parità (difatti al suo interno la presenza di donne, anche in ruoli rilevanti, è evidente). Questa svista mi ha fatto riflettere e la mia inner voice mi ha urlato “Hey, told you: wrong direction!”

La vignetta postata (e diventata virale) qualche mese fa dal miliardario indiano Anand Mahindra, presidente del Mahindra Group. Il suo intento: dimostrare come nella corsa a ostacoli che una donna, soprattutto se mamma, deve affrontare per affermarsi professionalmente trova molti ostacoli, quando invece gli uomini hanno corsia libera davanti a loro

La vignetta postata (e diventata virale) qualche mese fa dal miliardario indiano Anand Mahindra, presidente del Mahindra Group. Il suo intento: dimostrare come nella corsa a ostacoli che una donna, soprattutto se mamma, deve affrontare per affermarsi professionalmente trova molti ostacoli, quando invece gli uomini hanno corsia libera davanti a loro

Per me questa svista è figlia di una direzione non giusta, per la quale cambia l'apparenza ma non la sostanza. La creazione di una categoria femminile protetta in molti campi (quote rosa) spesso ha effetti controproducenti e vanifica l’unica regola che vale ai miei occhi: meritocrazia. La creazione di premi per donne non ottiene, sempre secondo la sottoscritta, il risultato sperato. Io, donna, non voglio essere considerata una minoranza, una categoria da proteggere, laddove gli skills richiesti non comportano fare 100 metri in 20 secondi oppure sollevare sacchi di farina da 25 chili (e a proposito, per favore ditelo anche a chi voi sapete che il gesto del sollevamento è sempre lo stesso: piegarsi, afferrare, sollevare. Sia che si tratti di un sacco di farina, che di un bimbo o di un cane).

Ossia: stiamo parlando di abilità che vanno oltre la forza fisica. E meno male. Anche se, inspiegabilmente, ancora oggi, si dà la parola a personaggi che hanno chiaramente e palesemente un approccio maschilista. Womanizers del cavolo che monopolizzano i giornali, i panel, la televisione e hanno più spazio rispetto a coloro, uomini o donne, che rappresenterebbero invece un esempio culturale positivo, da seguire. E che potrebbero davvero ispirare donne e uomini a immaginare un mondo in cui se vali, vai avanti, e basta. Lo sforzo deve essere comune e aggregante ma soprattutto non deve avere mezzi termini: ask without shame è il mio motto.


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