12-07-2026

Due ragazzi conquistano Piacenza: nel loro locale cibo comfort e tanto design

La cucina di Mauro Brina al Sant’Agostino, aperto col socio Christian Dallavalle, «abbiamo dato fondo ai nostri risparmi». Lo chef bergamasco sceglie la via della riconoscibilità del gusto, aprendo un percorso verso una tavola più autoriale

Lo chef Mauro Brina e il suo compagno d'avve

Lo chef Mauro Brina e il suo compagno d'avventura Christian Dallavalle: insieme hanno inaugurato con successo il ristorante Sant'Agostino, a Piacenza, nei locali - legati a spazi dedicati all'arte e al design - che accoglievano l'indirizzo di Luigi Taglienti

C’è un ristorante, giovane, che suscita simpatia, e dove si sta bene. Il Sant’Agostino di Piacenza, aperto da nemmeno un anno, si trova nei bellissimi spazi che ospitavano l’IO di Luigi Taglienti, annessi a una chiesa sconsacrata ora trasformata nel centro espositivo di Volumnia, galleria d’arte e design di Enrica De Micheli. Insomma dialoga col bello, il Sant’Agostino, ma non nasce come indirizzo elitario: al contrario, suscita simpatia perché è frutto dell’intraprendenza, della tenacia e del coraggio di due ragazzi, lo chef Mauro Brina e il suo compagno d'avventura Christian Dallavalle (che ha lasciato il suo precedente lavoro e ora cura la sala), che han dato fondo a tutti i loro risparmi per lanciarsi in una sfida cui - si vede bene - dedicano l’anima, dividendosi tra i compiti esecutivi all’interno del ristorante e l’impegno imprenditoriale, «che ansia, far quadrare i conti!». Per fortuna i conti quadrano - e il Sant’Agostino è un fresco ma ormai consolidato successo - anche perché Brina ha comprensibilmente scelto un approccio prudente: per far avvicinare i piacentini (perdipiù proprio nel luogo in cui operava uno chef di altissimo livello ma tutt’altro che pop, quale è Taglienti), i nuovi titolari han deciso di giocare le loro prime carte su una cucina immediata, di facile lettura, peraltro piacevole e ben eseguita. Infatti, ai tavoli i sorrisi si sprecano; come detto, si sta bene.

Conosciamo Brina da anni e lo sappiamo capace anche di elevare ulteriormente il livello. Insomma: è giusto che l’esordio sia stato all’insegna della cautela, ci aspettiamo poco a poco un’evoluzione che, senza perdere in inclusività, vada a rendere gli assaggi più eleganti. Come ben scrive qui sotto Valentina Rocca, “la vera sfida sarà far evolvere questo linguaggio cercando di avvicinare il pubblico a una cucina più autoriale, mantenendo però intatta quella dimensione schietta, leggibile e accogliente che oggi ne definisce l’identità”.
Carlo Passera

La sala del Sant'Agostino

La sala del Sant'Agostino

Giardino esterno del Sant'Agostino, ideale per l'estate

Giardino esterno del Sant'Agostino, ideale per l'estate

Piacenza è una città in cui il consenso non arriva facilmente. Diffidente per natura e profondamente legata alle sue tradizioni, il capoluogo più a Nord dell’Emilia mangia con memoria lunga ed è abituata a riconoscere immediatamente ciò che appare troppo costruito e distante dal suo lessico gastronomico. Per questo il lavoro che Mauro Brina sta portando avanti al Sant'Agostino merita attenzione: perché riesce a parlare una lingua contemporanea senza spezzare il rapporto con il suo pubblico di riferimento.

Ospitato all’interno di quella che un tempo fu la falegnameria di un ex complesso monastico divenuto splendido spazio espositivo di design (gli stessi spazi dove ha vissuto l'IO di Luigi Taglienti, che rumors danno di ritorno presto con un locale nuovo, a Milano, ndr), il ristorante Sant’Agostino rilegge gli spazi attraverso un’estetica attuale, per costruire la sua identità proprio sul dialogo tra tempo e trasformazione. Materiali, arredi e volumi, insieme alle luci del designer piacentino Davide Groppi, non funzionano come semplice scenografia, ma diventano parte di un pensiero più ampio sul modo in cui un luogo possa generare relazioni e proporsi come punto di incontro tra arte, cultura e vita sociale.

Lo staff del Sant'Agostino

Lo staff del Sant'Agostino

Così estetica, materia, gesti, tempo e pensiero convivono in uno spazio dinamico, che trova un dialogo quotidiano con la città. Un luogo aperto, abitabile e conviviale, pensato per accogliere tanto la ritualità di una cena quanto l’immediatezza di una piacevole pausa pranzo.

Anche la cucina di Mauro Brina si inserisce dentro questa visione. La sala sempre piena e una clientela trasversale che vive questi spazi in maniera abituale, raccontano qualcosa che va oltre il semplice buon momento del locale. Raccontano di una cucina diretta, golosa, costruita su temperature, consistenze e riconoscibilità del gusto. Una cucina che ha scelto la via della leggibilità.

Colazione salata. Le foto dei piatti sono di Tanio Liotta

Colazione salata. Le foto dei piatti sono di Tanio Liotta

Un mare di pisarei

Un mare di pisarei

Brina non cerca un approccio concettuale; al contrario, lavora sull’impatto immediato del piatto, sulla sua capacità di risultare comprensibile fin dal primo assaggio. Anche quando utilizza ingredienti meno popolari, tutto rimane nitido: il gusto è netto, la struttura chiara, le sensazioni sono pensate per creare conforto prima ancora che sorpresa. Accanto a quelli che sono ormai i “grandi classici” dello chef, come Colazione salata e Un mare di pisarei, questo carattere esplicito e rassicurante emerge in più di un passaggio tra i nuovi piatti in carta. Le lumache piacentine, semplicemente saltate in padella con aglio e prezzemolo, dialogano con gli shiitake attraverso una comune tensione carnosa e terrosa, mentre la spuma di polenta taragna aggiunge una morbidezza quasi domestica, amplificata dal panino sfogliato al burro servito in accompagnamento al piatto.

Lumache piacentine, funghi di stagione, spuma di polenta taragna

Lumache piacentine, funghi di stagione, spuma di polenta taragna

Una cucina che eleva la gratificazione ad ogni assaggio, anche grazie all’ottimo lavoro che Brina sta facendo sui lievitati, tanto convincenti e presenti da occupare talvolta uno spazio (fin troppo) importante nell’economia complessiva del percorso.

Anche nei cappelletti, dedicati al riconoscimento della cucina italiana come patrimonio Unesco, emerge questa volontà di immediatezza: il ripieno di cacio e pepe, sostenuto dal caciocavallo podolico e dal pepe del Sichuan, mantiene una forte centralità gustativa, mentre il gambero marinato al lime introduce una nota agrumata senza però modificare davvero l’equilibrio del piatto. Ed è forse proprio qui che si apre oggi il margine evolutivo più interessante della cucina di Brina.

Cappelletti, caciocavallo podolico, pepe di Sichuan, gambero rosso, balsamico invecchiato

Cappelletti, caciocavallo podolico, pepe di Sichuan, gambero rosso, balsamico invecchiato

Perché il talento tecnico c’è. Si vede nelle consistenze, nella gestione delle cotture, nella costruzione tattile dei piatti. Ma soprattutto si intravede una consapevolezza ancora in evoluzione: quella di poter alleggerire senza perdere intensità. Oggi il menu tende a proporre spesso morbidezze, sfogliature, confortevoli richiami burrosi e avvolgenti. Una scelta che di certo incontra il gusto del pubblico locale, ma che un assaggio dopo l’altro comprime il respiro aromatico del percorso. L’acidità e l’amaro, ancora poco esplorati, potrebbero diventare gli strumenti capaci di dare maggiore slancio, rendendo la tavola più dinamica, elegante e profonda.

Ed è probabilmente questa la fase più interessante del Sant’Agostino: non quella della ricerca identitaria, già in buona parte compiuta, ma quella della rifinitura. Brina sembra avere ormai chiaro il tipo di stile che vuole esprimere. La vera sfida sarà far evolvere tale linguaggio cercando di avvicinare il pubblico a una cucina più autoriale, mantenendo però intatta quella dimensione schietta, leggibile e accogliente che oggi ne definisce l’identità.


Dall'Italia

Recensioni, segnalazioni e tendenze dal Buonpaese, firmate da tutti gli autori legati a Identità Golose

Valentina Rocca

di

Valentina Rocca

legata alla sua Val Trebbia, ama viaggiare – soprattutto con la fantasia – ascoltare storie e conoscere nuove realtà. Da sempre appassionata dalle storie di cibo e dalla scrittura, da qualche anno è stata rapita dal mondo del fine dining, dove l’arte della cucina e del servizio danno vita a esperienze gastronomiche uniche, espressione dell’anima di ogni chef, della loro squadra e, sempre più spesso, di tutto un territorio

Consulta tutti gli articoli dell'autore