Caro signor Stefano,
noi non ci siamo mai incontrati, purtroppo, e non so se queste parole arriveranno da qualche parte. Ma dopo l’ultima visita a suo figlio Franco, avevo bisogno di rivolgermi a lei. Quando si parla di Franco, si rischia sempre di dire troppo o troppo poco; io quindi le dirò quello che ho sentito e sento da qualche anno. Lui non è solo quello che tutti vedono, non è solo il simbolo della pizza. C’è una parte di lui che non si racconta nei piatti, né nelle interviste. È quella parte fatta di silenzi, di pensieri trattenuti, di una sensibilità che non cerca spazio ma esiste lo stesso. Franco ha un modo di ascoltare che non invade: sa esserci senza farsi troppo notare, sa accogliere senza giudicare. Queste sono caratteristiche che non si imparano da soli: si ricevono. Franco oggi è un uomo osservato e raccontato. Ma c’è una parte di lui che resta fuori da tutto questo, ed è forse la più importante. È il silenzio che si prende prima di decidere. È il peso che dà alle scelte, come se a ogni passo dovesse rispondere a qualcuno, oltre che a sé stesso. Forse a lei? Io questo non lo so, ma mi piace pensare che sia così.

Franco Pepe seduto davanti al suo Pepe in Grani, nel vicolo di Caiazzo (Caserta), coi figli Stefano e Francesca
Con
Franco ci siamo incontrati tre anni fa, durante una fiera. A presentarci fu
Paolo Marchi. Nessuna scena particolare, nessun momento costruito: solo un incontro. Ma a volte basta poco per capire come stanno le cose: uno sguardo, un modo di stare. E lì ho avuto la sensazione che tutto quello che si dice di lui fosse vero, ma non abbastanza. La sua storia la conosciamo tutti: il 2012, la scommessa, il luogo che diventa destinazione... Ma quello che non si racconta è cosa succede dopo. Quando il riconoscimento arriva, quando il nome diventa più grande del posto da cui è partito. È lì che molti si perdono.
Franco, no.
Non perché sia rimasto fermo. Ma perché ha continuato a portarsi dietro un’origine che non è mai diventata nostalgia, ma responsabilità. Negli anni ho assaggiato diverse pizze sue, ma ce ne sono tre che sono una hit per me. Ciro, un cono di pizza fritta con fonduta di grana padano Dop 12 mesi, pesto di rucola e polvere di oliva caiazzana, La Ritrovata che ha dedicato proprio a lei, con passata di pomodoro san marzano Dop, piennolo del Vesuvio Dop, capperi disidratati, polvere di olive nere caiazzane, filetti di alici di Cetara, olio basilico e origano. Infine un cono fritto dolce che rappresenta la Pastiera, creata in maniera magistrale da Stefano, che è suo ominomo, è suo nipote, figlio di Franco. Ah si, quasi dimenticavo: Stefano e Francesca si sono fatti grandi e sono straordinari.

La Ritrovata di Franco Pepe
C’è una cosa che voglio dirle,
Stefano, senza girarci troppo intorno. Voglio dirle grazie. Perché se oggi faccio la pizza è anche colpa di suo figlio. Guardando lui che ho capito che questo mestiere poteva essere qualcosa di diverso: non solo tecnica, non solo prodotto, ma etica, scelta, rispetto per quello che si ha tra le mani e per chi lo riceve. Non so se
Franco le somiglia; ma so che c’è qualcosa, in quello che fa, che ha radici profonde, e che portano il suo nome. Forse è questo che lei voleva per lui, o forse no, ma è quello che è diventato. Può stare tranquillo, perché se è vero che da qualche parte continua a guardarlo, qui c’è qualcuno che gli guarda le spalle.
E chissà, un giorno (spero per me lontano), ci siederemo a un tavolo, mangeremo una pizza di Franco e mi racconterà tutto di lei, dall’inizio.