Le mille sfumature del Chianti Classico della Berardenga

Un viaggio alla scoperta delle produzioni più caratteristiche e interessanti della zona, culminato con il convegno di presentazione dei risultati del progetto dei Cru di Terra Vocata e con la degustazione nella Certosa di Pontignano

26-12-2021
a cura di Marilena Lualdi

Ci si può distinguere, in armonia, come fa il Chianti Classico della Berardenga. Si può far parte fortemente di un contesto più ampio, eppure avere qualcosa di particolare da dire, una nota speciale che non separa dal coro ma lo valorizza ulteriormente.

Questo ci ha lasciato l’evento Terra Vocata, organizzato dall’Associazione Classico Berardenga - Viticoltori di Castelnuovo. Un viaggio nelle aziende di Castelnuovo Berardenga, culminato con il convegno di presentazione dei risultati del progetto dei Cru di Terra Vocata (tre anni di lavori alle spalle) e la degustazione nella Certosa di Pontignano.

Non è un giallo e si può svelare il finale, anche perché in realtà è rapido a tramutarsi in un nuovo inizio. Il territorio di Castelnuovo Berardenga presenta suoli particolari e tipici rispetto alla intera denominazione, in cui spiccano i depositi marini. Una peculiarità che si ritrova nei vigneti.

I produttori del Chianti Classico della Berardenga

I produttori del Chianti Classico della Berardenga

Perché è proprio lei a parlare, la terra, così vicina e mai abbastanza conosciuta. Lo comunica Leonardo Bellaccini, presidente di Classico Berardenga: «Il progetto dei Cru parte dalla considerazione che ci sono più pubblicazioni sulla luna, sulle ricerche nello spazio di quante ce ne siano sui terreni. Ma per noi viticoltori il terreno è qualcosa da cui non si può prescindere». Il primo passo è appunto aver trovato alcune caratteristiche comuni nei Cru aziendali.

Il convegno di presentazione dei risultati del progetto dei Cru di Terra Vocata

Il convegno di presentazione dei risultati del progetto dei Cru di Terra Vocata

Un lavoro che rispecchia la finalità stessa dell’associazione, nata nel 2015 da un gruppo di aziende vinicole di Castelnuovo Berardenga con l’obiettivo non solo di promuovere il territorio comunale, bensì di plasmare e rafforzare legami tra soci. Uno scambio di sapere che si è manifestato anche nelle prove di microvinificazione su tre macro- famiglie di terreni di natura diversa (sabbia, macigno,
galestro), l’apertura di un punto enoteca comunale nel Museo del Paesaggio, una carta dei vini congiunta per i ristoratori della zona fino alla tappa del progetto di caratterizzazione dei Cru aziendali.

Attenzione, però: dalla terra si passa al terroir, quindi al rapporto con l’uomo, altra pennellata fondamentale nel ritratto dell’identità. L’ha sottolineato il giornalista Antonio Boco, che ha messo in luce come il ruolo umano non si limiti allo stile, ma alle sfide come quella della sostenibilità.

Si può parlare allora di territori e sottozone del Chianti Classico? È una chance che si fa strada con il Consorzio, che afferma l’importanza del contesto, la sua forza identitaria imprescindibile per andare poi a rintracciare le sfumature.

Le etichette in degustazione nella Certosa di Pontignano

Le etichette in degustazione nella Certosa di Pontignano

Certo, il lavoro svolto in questi anni dall’Associazione Classico Berardenga è affascinante da tanti punti di vista. Lo ricostruisce Luca Toninato, presidente del partner tecnico Ager. Sedici aziende sono state dotate della piattaforma informatica Enogis, dove convogliavano le informazioni, intrecciando mappe dei suoli, banca geologica della zona, altitudini, esposizione dei vigneti selezionati, dati meteo e satellitari. Un patrimonio pazzesco a disposizione. Il tutto con un protocollo preciso da seguire, rammentato da Francesco Rosi (Tolaini) prima la raccolta dei dati iniziali e l’inserimento sulla piattaforma, quindi il monitoraggio di dati agronomici sulla fase vegetativa delle piante e infine la vinificazione comune. Questo per levare il rischio di possibili differenze tecniche: «450 kg di uva per ogni singolo Cru, uso di barrique aperte o tonneaux, due follature giornaliere, nessun lievito aggiunto, svolgimento della malolattica, affinamento di almeno un anno in barrique di terzo passaggio».

La cantina San Felice

La cantina San Felice

Una tappa non meno intrigante, i due panel di assaggio con le bottiglie bendate, ricordati da Francesca Elia (Poggio Bonelli). Perché? «Subito è risultato come una delle variabili più importanti fosse il
tipo di suolo su cui il vigneto si trova, con differenze più forti a livello olfattivo in base ad altitudine ed esposizione».

Ecco allora l’armonia, come rileva Carlotta Gori, direttrice del Consorzio Chianti Classico: «Che per statuto ha il dovere di trovare un filo conduttore che unisca tutte le peculiarità del territorio, ma proprio per questo guarda con attenzione al lavoro delle associazioni al suo interno, perché facilitano la comunicazione e la condivisione di sapere fra aziende, caratterizzando così in maniera unica e preziosa i prodotti».

Poggio Bonelli

Poggio Bonelli

Tutto ciò che si è testimoniato al convegno, si è potuto vivere nelle visite alle aziende. Quante note differenti nella melodia autunnale di Castelnuovo Berardenga. Partendo da Poggio Bonelli, 835 ettari di cui 88 piantati a vigna, di proprietà del Monte dei Paschi di Siena, produzione di nicchia di Chianti Classico, Chianti Colli Senesi e Toscana Igt. Nelle profondità della cantina, attraversando in particolare la barricaia, abbiamo raccolto storie che ben ci sembrano espresse nel Chianti Classico Docg 2011, un’annata che sa porgere tutti gli aromi di frutti di bosco e via via più aggressivi come il cuoio senza esagerare, in un equilibrio accattivante.

Alla Tenuta Cappellina, cento ettari di cui 10 di vigna in biologico. Il paesaggio toglie il fiato, le produzioni sono state in gran parte riavviate dai nuovi titolari una decina di anni fa. Ci soffermiamo sul Chianti Classico Gran selezione 2015 Docg Canto 10. Un nome che si lega al decimo canto dell’Inferno e al torrente Arbia, che la tenuta sfiora. Un carattere interessante, marcato ma non ostentato, per la tipicità di Sangiovese che si destreggia tra forza ed eleganza, tra frutta rossa e inchiostro.

Ci sono diverse nuove vite, nelle aziende: accade anche da Pensieri di Cavatina. Anche se la sua storia affonda le radici nel diciannovesimo secolo, si è di fronte a una rinascita, un nuovo capitolo sbocciato due anni fa e che - oltre alla parte focale dei vini - si è trasformato in un ristorante capace di valorizzare sapori e tradizioni con una propria originalità. Sette gli ettari, a bacca rossa e bianca. Il Chianti Classico 2018 Docg offre un brio che promette di essere accarezzato, ma non domato nel tempo.

Tenuta Cappellina

Tenuta Cappellina

La Lama si presenta con un’impronta fortemente femminile, pur essendo stata fondata da Giulio Campani alla fine degli anni Sessanta. Ci accoglie Tiziana con la figlia Sarah (scortate dalla pecora
Verbena), che ci conducono alla scoperta del Chianti Classico Sottolaia 2015 e della Riserva di Chianti Classico Terzo Movimento 2014. Anche qui, tuttavia, ci sussurrano una promessa, una sperimentazione che ancora non si è offerta al palato ma è stata ribattezzata Disciplinare 1924.

Fèlsina

Fèlsina

Prima di approdare a San Felice per la cena e degustazione comune, oltre che per le ultime considerazioni del presidente Bellaccini, ci fermiamo alla Felsina. Una realtà che ha contribuito a imprimere una svolta, visto che sempre negli anni Sessanta Domenico Poggiali comprò questa fattoria puntando sui giovani. Il Rancia 2018 Chianti Classico Docg Riserva è uno spettacolo con protagonisti frutti di bosco e spezie, nonché con una vibrante nota di tostatura, spettacolo che si riversa nel paesaggio o meglio ne è riversato.

Dall’alto del vigneto, con terreni nel segno principalmente di alberese e galestro, si abbraccia il territorio circostante con una consapevolezza trasmessa tutta nel bicchiere.


Rubriche

In cantina

Storie di uomini, donne e bottiglie che fanno grande la galassia del vino, in Italia e nel mondo