03-02-2026

Akira Back al W Florence: adrenalina e gochujang nel cuore di Firenze

Ex snowboarder professionista, nato a Seul, cresciuto ad Aspen, stellato a Londra. Arriva in Toscana portando una cucina che dialoga tra Asia e America, fatta di piatti energici e senza compromessi

Akira Back, classe 1974, gestisce 28 ristoranti in

Akira Back, classe 1974, gestisce 28 ristoranti in tutto il mondo

A Firenze succede una cosa curiosa. Una città che da secoli misura tutto con il metro della storia si ritrova improvvisamente a fare i conti con un uomo che viene dalla neve, dal rumore delle tavole sul ghiaccio e da una cucina che non ha mai creduto nei confini. Akira Back arriva in Italia senza chiedere permesso e senza travestirsi da italiano. E forse è proprio questo il punto.

Per capire cosa rappresenta davvero l'apertura di Akira Back Firenze bisogna smettere di contare le stelle, i ristoranti, le città toccate come bandierine su una mappa. Quello che interessa è il movimento. Back non è uno chef che si è seduto sul proprio successo ma uno che continua a scendere a valle a tutta velocità. Lo ha fatto letteralmente per anni da snowboarder professionista, lo fa oggi in cucina con lo stesso atteggiamento da atleta che non ama la linea retta ma le traiettorie audaci.

Nato a Seul e cresciuto ad Aspen, Back è il prodotto di una biografia scomposta. Asia e America, disciplina e cultura pop, tecnica giapponese e istinto coreano. Quando entra nel mondo della ristorazione non lo fa per eredità o per tradizione ma per fame vera, quella che nasce dopo aver cambiato vita. Il primo ristorante a Las Vegas, dentro il Bellagio, è già una dichiarazione di intenti: cucina giapponese sì, ma senza reverenza. Da lì in poi il modello si moltiplica, evolve, si adatta. Londra gli regala una stella Michelin, il mondo gli regala un pubblico che riconosce la sua firma prima ancora del logo.

Firenze arriva tardi ma arriva nel momento giusto. Non è un'operazione nostalgia, non è un esercizio di stile orientale dentro una città-museo. Akira Back Firenze nasce dentro il W Florence, hotel che occupa un edificio brutalista del 1968 e lo trasforma in un manifesto di modernità consapevole. Qui l'idea di lusso non è silenziosa ma vibrante, giovane, permeabile alla città. E la cucina di Back ci sta dentro come un colpo di pennello acceso su una tela già importante.

Il menu è una mappa del suo mondo. Crudi che non cercano la purezza assoluta ma l'equilibrio tra acidità, grassezza e spezie. Marinature costruite come se fossero riff musicali, riconoscibili dopo pochi secondi. Il miso diventa carezza o schiaffo a seconda del piatto, il gochujang smette di essere un ingrediente esotico e diventa grammatica. C'è ironia, come nei tacos che flirtano con Firenze usando il pomodoro arrosto al posto dell'ennesimo agrume. C'è opulenza dichiarata, come nel wagyu servito senza sensi di colpa. E c'è anche una sorprendente attenzione vegetale che arriva da un passato poco raccontato ma fondamentale, quello dello studio della cucina buddhista, dove il limite non è una rinuncia ma un esercizio creativo.

Mangiare da Akira Back non è un'esperienza meditativa né un percorso iniziatico. È piuttosto un gioco serio. Si condivide, si assaggia, si passa da un piatto all'altro con curiosità. È cucina che non chiede silenzio ma attenzione. E soprattutto non chiede di essere capita fino in fondo, solo di essere vissuta.

Anche la sala racconta questa filosofia. I piatti decorati a mano dalla madre dello chef, artista coreana, portano in tavola una dimensione intima che spezza la patina internazionale del progetto. Le opere alle pareti dialogano con un design che guarda agli Anni Sessanta e Settanta italiani senza scivolare nel vintage di maniera. Tutto è pensato per evitare l'effetto copia-incolla che spesso accompagna le grandi firme globali.

Alla fine la domanda non è se Akira Back piacerà a Firenze. La città è abituata a giudicare, metabolizzare, assorbire. La vera questione è un'altra: quanto Firenze è pronta a lasciarsi provocare da una cucina che non chiede di essere normalizzata. Back non viene a insegnare nulla e non viene a imparare tutto. Viene a dialogare. Con la sua storia irregolare, con i suoi piatti energici, con un'idea di ristorazione che preferisce l'adrenalina alla nostalgia.

In una città che ha fatto del Rinascimento una forma mentale prima ancora che artistica, forse serviva proprio uno snowboarder coreano-americano per ricordare che il vero lusso, oggi, è il movimento.


Dall'Italia

Recensioni, segnalazioni e tendenze dal Buonpaese, firmate da tutti gli autori legati a Identità Golose

Leonardo Romanelli

di

Leonardo Romanelli

Fiorentino, classe 1963, è un gastronomo, sommelier, cuoco, giornalista, commediografo, scrittore, autore e conduttore radiotelevisivo italiano

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