Un dramma dopo l'altro ma vado avanti. Perché è cucinare che mi rende felice

Prima il sisma, adesso il Covid-19. Eppure Enrico Mazzaroni è sereno e ci racconta tutto l'amore per il suo lavoro a Il Tiglio, che è la sua vita. «Cosa accadrà domani? Io ora lo so»

14-05-2020
Enrico Mazzaroni ha passato questi mesi di emergen

Enrico Mazzaroni ha passato questi mesi di emergenza Coronavirus nella "sua" Montemonaco. E non si dà per vinto, anzi...

La vita alle volte appare così strana e paradossale! Sembra quasi di essere protagonisti di uno di quei film talmente brutti che, dopo alcuni istanti, vorresti cambiare subito canale. Eppure il film che stiamo vivendo va guardato fino in fondo, per forza. Non abbiamo alternativa. E allora, mentre lo facciamo, è anche bene pensare ad altro.

Ricordo che, ai tempi del terremoto, qualcuno mi scrisse una cosa che mi è rimasta impressa nella memoria: mi disse che persino da quell'esperienza avrei tratto utili insegnamenti e stimoli per crescere. Non so: francamente sono giunto alla conclusione che da certe strane avventure non si possa trarre altro che un inutile fastidio. È un po’ come guardare quel film che vi dicevo prima: non ne deriva nulla di buono.

Questo lungo periodo di reclusione ci ha stancati, affranti, indeboliti, resi più poveri. Nel mio caso, per di più, è arrivato dopo tre anni di sofferenze causate dal sisma del 2016. È stato un colpo ulteriore, del quale non sentivo proprio il bisogno.

È pur vero che mi ha offerto l'occasione per guardarmi dentro, una volta di più, come le altre mille nelle quali lo scorrere dell'esistenza mi ha messo dinanzi a grandi ostacoli oppure a piccole distese fiorite, e non ho mai reagito con sofferenza, o apatia, o paura, ma osservavo piuttosto le cose scorrere, il tempo mutare... E pensavo ad altro.

Questo "altro" non ero che io; o per meglio dire, pensavo a tante cose diverse, ma quasi sempre legate al mio lavoro. A un certo punto ho capito che, anche quando e se volessi sottrarmi da questa dimensione, io sono quello che faccio. Magari ognuno pensa tra se e se: "Ma no, sono anche molto altro!". Ma poi, in fondo, finisce coll'essere sempre quello che fa.

Essere lì per ore intento a cucinare, mentre mi perdo in quel marasma di profumi, sapori, fumi ed essenze - divento io stesso un evanescente effluvio - è l’unica vera cosa che mi rende felice. A notte fonda, nel mio piccolo borgo d'una manciata di anime e ormai semidistrutto, nel cuore più duro dei Sibillini, capita a volte di chiedermi il perché. Sorrido e mi do questa risposta: sono come Tita mentre prepara a Pedro le quaglie ai petali di rose perché vorrebbe conquistare il suo amore. Ecco, io vorrei che i miei commensali, a volte così distratti, s'innamorassero di me grazie ai miei piatti ed esclamassero, chiudendo gli occhi e con espressione lussuriosa: "Questo è il cibo degli dei".

In questo tempo di solitudine, con la sola compagnia dei miei due piccoli compagni pelosi con cui ho condivido la forzata reclusione, ho compreso come la cosa che in fondo più mi mancava fossero sempre i sorrisi della gente che incontro. Sono entrati nel mio cuore; e il mio cuore - questo sì che l’ho capito bene, già ai tempi dell’esilio - non può che essere tra le mie montagne, tra questo verde che mi circonda, mentre semino il mio orto o allevo gli animali, o cucino.

Io penso che un cibo che non sia preparato con il cuore sarà sempre amaro. L’atto del creare cucinando per entrare nel corpo di un altro individuo è poesia, non retorica. Tutto questo mi affascina, mi esalta, muove i miei passi e mi fa aprire gli occhi al mattino. Quando non posso cucinare, mi rattristo, mi svuoto e mi inquieto. 

Cosa accadrà domani? Mi posi la stessa domanda il giorno successivo al sisma,  ero posseduto da un'angoscia indicibile. Adesso no, perché conosco la risposta. Al tempo ero più sciocco e pensavo che un ristorante ha bisogno di lunghe tovaglie, posaterie di pregio e grandi scenografie. Che fosse il mezzo per raggiungere stelle lontane. Ora mi accontenterò di accendere un fuoco, fosse pure in aperta campagna, e imbandire una tavola in mezzo al nulla. Oppure - perché no? - di percorrere tanti chilometri su una vettura, con il cibo che ho preparato, chiuso in alcune scatole. Purché possa vedere ancora il sorriso di Pedro.


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