Festeggiare cinque anni per celebrarne in filigrana quaranta: muove da questo paradosso temporale il senso profondo di Amici di Fatto, l'evento che lo scorso giugno ha riunito attorno ai fuochi di Fattoria delle Torri, a Modica, anime, storie e interpreti di un territorio in perenne fermento. Quello che nominalmente era il traguardo del nuovo corso avviato nel 2021 dalle sorelle Francesca e Carla Barone, si è rivelato in realtà un tributo corale a una storia familiare complessa, che dopo tante trasformazioni ha ritrovato il suo corso originario lungo lo spartiacque del Covid. Una di quelle deviazioni del destino che, tra necessità e azzardo, ha riconsegnato saldamente l'insegna nelle mani della famiglia fondatrice.

In primo piano, Carla Barone, dietro di lei papà Peppe
Se l'inizio dell'avventura era inevitabilmente segnato da un istintivo, per quanto mai ostentato, desiderio di emancipazione dalla figura paterna dello storico patron
Peppe Barone, il tempo ha levigato le spigolosità della transizione. «In realtà negli anni – racconta
Francesca Barone – ci siamo rese conto dell'importanza del fatto che noi siamo l'esito di quello che c'è stato prima. C'è un racconto familiare che continua, ed è qui che risiede la vera autenticità di questa storia». Un processo di maturazione che ha trovato nella festa di giugno il teatro per un ringraziamento pubblico mai formulato prima, celebrando al contempo una fitta rete di relazioni umane.

Accompagniamo questo racconto con alcune foto storiche, iniziando dall'abbraccio paterno tra Peppe Barone e le sue due figlie
La maturità di questo nuovo corso risiede nell'indole di
Francesca: una postura pacata ma cocciuta, capace di immaginare il ristorante del futuro senza timori reverenziali nei confronti delle convenzioni o della maestà del passato. Il suo manifesto identitario scardina con eleganza i cliché della tassonomia gastronomica: «Sicuramente la volontà di non essere etichettati come fine dining c'è. Offrire un significato, un abbinamento, un percorso su cui ragionare non è un'esclusiva di quella categoria. Non sei una trattoria solo perché sei una famiglia, né fine dining perché fai un certo tipo di ricerca; penso sia un cliché superato. La convivialità non si deve fare per forza in trattoria, e non per forza col raviolo col sugo».
Questa filosofia ha preso forma tangibile proprio durante il pranzo del compleanno, trasformato in una tavola sociale orchestrata in sala da
Carla Barone e
Paolo Monello, abili nel disegnare un'accoglienza capace di sciogliere ogni rigidità cerimoniale. Tra le bottiglie di vino di due partner preziosi e generosi -
Nino Barraco e
Marilina Paternò - poste liberamente al centro dei tavoli conviviali e il tappeto sonoro informale scandito dai giradischi, il confronto generazionale si è spogliato delle dinamiche domestiche per farsi puro linguaggio professionale.
Se i ricordi d'infanzia legati al padre sono quelli intimi del lunedì - il giorno di chiusura in cui la cucina era un atto d'affetto familiare – l'evento ha ridefinito le gerarchie dei fuochi: «Quando cuciniamo a
Fattoria - rivela
Francesca - gli equilibri cambiano: sembra quasi che non siamo padre e figlia, sono io che mi impongo. Ma questa giornata è stata una delle prime volte in cui abbiamo fatto la spesa e cucinato davvero insieme. La cucina non è un lavoro, è un destino, è una vita, ed è questo che ci accomuna».
Il menu a più mani ha così fotografato una geografia di affinità elettive. Accanto al padre Peppe, Francesca ha voluto Carmelo Chiaramonte, custode dei ricordi più ancestrali di Fattoria, risalenti alla cucina della nonna, e il coetaneo Alberto Angiolucci di Angiò a Catania, legato a lei da una medesima urgenza di valorizzazione contemporanea. I piatti hanno scandito il racconto alternando la forza della memoria all'audacia del presente. L'apertura è stata affidata al contrappunto terra-mare di Angiolucci, capace di far dialogare un Roast beef di cavallo con la bresaola di pesce spada affumicata, noce pesca, finocchietto e bergamotto.

Roast beef di cavallo, bresaola di pesce spada affumicata, noce pesca, finocchietto e bergamotto. Foto Alberto Angiolucci
A seguire, il piatto manifesto di
Francesca Barone, destinato ora a diventare colonna portante del menu estivo: i
Cannelloni all'abruzzese ripieni di ricotta di pecora e maggiorana, dove la provocazione intellettuale risiede in un "finto sugo" ottenuto interamente dall'estrazione dell'opunzia. La tradizione modicana più viscerale ha ripreso centralità con lo
Jaddu chinu, il pollo ripieno eseguito da
Peppe Barone come una spina dorsale filologica, prima che il registro tornasse a farsi nomade ed evocativo nel
Cous cous al mandarino con brasato di pecora alle mele cotogne firmato da
Carmelo Chiaramonte.

A sinistra, Corrado Assenza
È un'identità sempre più nitida quella che emerge da questi primi cinque anni di navigazione autonoma. Una sicurezza che permette a
Francesca di guardare alle criticità quotidiane con la fermezza di chi sperimenta la cucina come uno spazio di totale espressione: «Per me questa è una grande occasione di libertà: cucinare quello che voglio, scegliere i prodotti, senza scendere a compromessi. È un format unico, un'opportunità non replicabile».

Carmelo Chiaramonte e Peppe Barone in una foto d'archivio
Una libertà che già si proietta nei prossimi mesi estivi, dove il menu accoglierà come sempre anche le suggestioni e i frammenti dei viaggi recenti della giovane cuoca - come le
Cozze al tramonto, nate da uno stage toscano da
Loretta Fanella - confermando la natura di una tavola in continuo, intrigante divenire.