Ecco undici cantine vitivinicole sulle quali puntare, consigliate dai nostri esperti

"Scommesse" in Piemonte, Lombardia, Toscana, Abruzzo, Sicilia, Sardegna... Guardiamo al futuro e vi segnaliamo le aziende che in questo 2023 saranno protagoniste in campo enologico (o, almeno, è questo il nostro parere)

16-01-2023
a cura di Identità Golose

Anche nel mondo del vino è stato recentemente tempo di bilanci. Si è chiuso un 2022 sicuramente positivo, con i nostri vini che si sono fatti apprezzare nel mondo e molte denominazione che stanno crescendo sempre di più di importanza. L’esempio più lampante è il Brunello di Montalcino, che continua ad avere “segni più” in tutte le categorie, a riguardo delle vendite. Ma non solo: l’indice di popolarità è in aumento grazie anche ai numerosi riconoscimenti ottenuti dalle bottiglie italiane nel mondo. L’importante, come sempre, è non montarsi la testa. E continuare a puntare non solo sulla qualità del vino, ma anche sulla sua valorizzazione e sulla comunicazione. Perché un’azienda potrebbe fare il vino più buono del mondo, ma se non lo fa conoscere a nessuno è come se non esistesse.

Anche per questo noi della redazione vino di Identità Golose vogliamo guardare al futuro e puntare su delle aziende che in questo 2023 saranno protagoniste (o almeno, è questo il nostro parere). 

 

Cossetti, orgoglio femminile nel segno del Nizza

Giulia, Maria Emma e Clementina Cossetti

GiuliaMaria Emma Clementina Cossetti

Porta un nome importante, quello del coraggioso esploratore di famiglia, come un ponte lanciato dalla storia sul futuro. Incontriamo Clementina Cossetti al Forum dei vent’anni dell’Associazione produttori Nizza nella Centrale Nuvola Lavazza di Torino. Sono trascorsi 131 anni da quando nacque Cossetti: tutto cominciò da Giovanni, che trasformò l’azienda agricola in cantina, ma fu il figlio Clemente appunto a radicare l’attività a Castelnuovo Belbo e a diffondere i suoi vini persino oltre confine già negli anni Venti del secolo scorso. Clementina fa parte della quarta generazione - al femminile - che oggi gestisce l’azienda, e l’orgoglio si legge nei suoi occhi, nelle sue parole, nell’attenzione a dettagli che tali non sono, come lo stemma araldico che è stato recuperato e che tiene a indicare. Ma chiaramente si esprime nei vini; in particolare in quella cornice porta il Crivelletto Nizza Docg 2019, accanto all’annata 2017. Barbera 100%, un vino che ama dare e darsi tempo eppure già manifesta il suo carattere, il suo equilibrio. Il suo cammino passa dalla vinificazione in vasche di acciaio con follatura manuale a 28°, poi la svinatura in piccoli fusti di rovere da 500 litri, quindi ancora malolattica indotta; l’ultima tappa prevede l’affinamento in legno per almeno un anno, prima di essere imbottigliato. Ne derivano profumi intensi e delicati al contempo, con i frutti rossi che conversano con le spezie. Per Clementina – entrata alla guida dell’azienda con la mamma Maria Emma e la sorella Giulia – il vigneto significa le origini, l’abbraccio delle colline del Monferrato, quegli stessi profumi che l’hanno avvolta da bambina. E che vanno condivisi anche attraverso la conoscenza e l’ospitalità: di qui la locanda che accoglie con degustazioni, a Incisa Scapaccino.

Marilena Lualdi

 

Cantina Garitina e la verve di Gianluca Morino

Gianluca Morino

Gianluca Morino

Gianluca Morino di Cascina Garitina è uno di quei vignaioli che non puoi non notare. Non solo per i due metri di altezza ma soprattutto per la sagacia e il modo che ha di comunicare sui social. Gianluca è uno dei più convinti sostenitori nel nostro paese del tappo a vite, tanto da avere scelto questa chiusura per tutta la produzione, soprattutto per i vini da invecchiamento. Cascina Garitina è una realtà di 18 ettari nel cuore del Nizza DOCG e dal 1980 ha concentrato la produzione su due vitigni autoctoni, la Barbera e il Brachetto. Una scelta in controtendenza che la sua famiglia aveva intrapreso sin dall’inizio del secolo scorso e che ha permesso loro di non cedere alle sirene del Moscato d’Asti. La scelta del tappo a vite nasce dopo anni travagliati dove i sugheri cominciano a dare diverse problematiche, non solo di TCA. Dopo alcune prove con i tappi tecnici, fatale fu l’incontro tra il 2007 e il 2008 con un’azienda veneta che stava progettando delle membrane per permettere il passaggio dell’ossigeno ai vini chiusi con screw cap. La sua idea di Nizza è basata sulla freschezza e sulla grande bevibilità, senza ingabbiare il vino nelle morbidezze che non si sposano con le caratteristiche della Barbera. Un’uva per anni messa in secondo piano a causa del Nebbiolo e che ora, grazie alla riscoperta dei vitigni autoctoni, sta vivendo un bellissimo periodo grazie al riconoscimento a livello internazionale di questo territorio e l’impegno dei suoi produttori. Freschezza non solo nello stile ma anche nel modo di comunicare, con etichette con una grafica moderna e dei social dove con grande sincerità parla della sua vita di vignaiolo e delle difficoltà che si incontrano tutti i giorni e gli effetti del cambiamento climatico.

Chiara Mattiello

 

Tenuta Martinelli, la Franciacorta (anche) in rosso

Cristian, Fabio e Giuseppe Martinelli

CristianFabio e Giuseppe Martinelli

È nata da pochi anni una nuova avventura in Franciacorta; i tre fratelli, Giuseppe, Fabio e Cristian Martinelli, proprietari di Tenuta Martinelli, amano definirla “un’avventura in costante evoluzione”. Tenuta Martinelli si trova ai piedi del Monte Orfano, al margine sud- occidentale della Franciacorta ed espande i suoi vigneti tra Cologne, Provaglio d’Iseo e Passirano. Nasce nel 2018 dalla volontà dei tre fratelli di esprimere, attraverso i loro vini, tutta la passione e la magia della viticoltura trasmessa dal padre Ermanno e giunta fino ad oggi anche alla nipote, Michelle Martinelli, figlia di Fabio, che si occupa di raccontare con entusiasmo i vini di famiglia in Italia e all’Estero. I terreni di proprietà sono vitati a Pinot Bianco, Pinot Nero, Chardonnay, Moscato, Cabernet Franc e Merlot, e si distinguono per la loro composizione: si tratta infatti di una terra rossa, indice di terreni calcarei e insieme argillosi, che donano quindi mineralità ai vini in produzione. La complessità dei terreni e la biodiversità del territorio, hanno portato alla creazione di un team tecnico e alla stretta collaborazione con Romeo Boglioni, «da sempre custode di ottime uve» – come dicono i tre fratelli. L’obiettivo ultimo è dunque quello di rispettare la produzione e trasformare i frutti, l’uva, in vini eleganti ed equilibrati. Trovandoci in Franciacorta non può mancare il Metodo Classico, che la famiglia Martinelli declina nella versione Brut, morbido, fresco e minerale, e nella versione Saten, più sapido e complesso nella struttura. L’etichetta, di entrambe le bottiglie, è dedicata a Benedetta Buizza, madre dei tre fratelli. Ma è nel rosso riserva che troviamo tutto l’entusiasmo, il legame alla famiglia e al territorio che contraddistinguono Tenuta Martinelli. Per omaggiare il padre Ermanno, esempio e stimolatore di questo progetto, nasce l’etichetta Érman: un Sebino IGT Rosso creato dall’unione di Cabernet e Merlot. Velluto per il palato accompagnato dall’eleganza dei tannini, regala al naso profumi di ciliegia e spezie. Un rosso pieno e di buon corpo, che ben si presta ad un invecchiamento in bottiglia regalando sfaccettature sempre più calde ed avvolgenti. Se è vero che siamo solo all’inizio dell’avventura di Tenuta Martinelli, sarà molto interessante scoprire e assaporare come si evolverà.

Stefania Oggioni

 

Podernuovo a Palazzone, l’eleganza di Bulgari

Giovanni Bulgari insieme al responsabile della produzione Stefano Piccio

Giovanni Bulgari insieme al responsabile della produzione Stefano Piccio

Giovanni Bulgari ha le idee chiare. E punta deciso sui suoi vini, con uno stile netto e preciso, dove l’eleganza diventa l’obiettivo finale. Anche noi, quindi, puntiamo decisi su Podernuovo a Palazzone, 25 ettari di vigneto in un’oasi incontaminata in Toscana, tra Montalcino e Montepulciano: un’azienda “libera” dalle denominazioni e che, per questo, va alla ricerca dell’eccellenza senza vincoli strettamente legati ai disciplinari. Negli ultimi tempi, c’è stato anche un restiling di alcune etichette: «Lo abbiamo fatto per cercare di differenziare la produzione – racconta Giovanni Bulgari – Per Argirio abbiamo cambiato l’etichetta in occasione del decimo anno di produzione. Così abbiamo le etichette per la linea d’ingresso, e le nuove per l’alta gamma». Argirio è un Cabernet Franc in purezza, e l’indicazione del vigneto è ben visibile in etichetta: «Lo facciamo proprio per mostrare meglio l’identità di questo vino, in modo tale che sia immediatamente riconoscibile». Riconoscibile alla vista, ma anche al sorso, per un vino fortemente toscano, ma che “strizza l’occhio” per stile ai francesi. Elegante, complesso e dall’ottima bevibilità. Nella fascia di alta gamma è entrato di diritto il nuovo vino, G33. «Ne abbiamo prodotte pochissime bottiglie, solo 1.600 – spiega Giovanni Bulgari – È un uvaggio di Sangiovese, Merlot e Petit Verdot in parti uguali, vendemmia 2018. Già dalle prime vinificazioni abbiamo atto alcuni esperimenti. Dopo dieci anni, questo risultato mi ha convinto. Il nome? È molto tecnico: G sta per Giovanni, 33 è la percentuale dei singoli vitigni nel blend». E in primavera ci sarà una novità: arriva il primo rosé dell’azienda, realizzato con Merlot e Malbec. Si chiamerà Aliki.

Raffaele Foglia

 

Chiappini, la terra vale quanto chi la lavora

Martina, Giovanni e Lisa Chiappini

MartinaGiovanni e Lisa Chiappini

Giovanni Chiappini è arrivato a Bolgheri negli anni ‘50 dalle Marche e oggi insieme alle figlie Martina e Lisa racconta con la saggezza di chi ha esperienza e la pacatezza contadina un territorio straordinario. Siamo nel cuore della via bolgherese, 15 ettari di vigneto e 80.000 bottiglie che con orgoglio e passione raccontano una storia familiare che negli anni ha costruito una realtà solida e dal futuro assicurato. Il segno distintivo del lavoro e della crescita dei Chiappini si ritrova nel rapporto privilegiato che custodiscono con la terra: curata in uno stretto regime biologico, le varietà coltivate contraddistinguono le quattro zone di produzione. Le Grottine (unico bianco, da uve di Vermentino), Ferruggini, Felciaino e Guado de’ Gemoli sono i vini che rispecchiano la tradizione della Doc Bolgheri, la linea Lienà (IGT Toscana) con i monovarietali di Merlot, Cabernet Franc, Cabernet Sauvignon, Petit Verdot prodotta in quantità assai limitate e solo in particolari annate è invece un esperimento (ben riuscito) voluto dal “babbo” per scoprire e capire come le singole uve sono in grado di esprimersi sul territorio. Tradizione, fedeli al territorio, rispetto degli equilibri ambientali in vigna e, umani in cantina, che contraddistingue la bellezza toscana perché come dice Martina Chiappini, «guardarmi intorno mi ha fatto capire quanto sia bello questo territorio così vocato per il vino. Anche per questo ho deciso di restare qui, creando una squadra giovane e impegnandomi a far crescere questa piccola azienda ma conservandone sempre lo spirito originario». L’azienda Chiappini si distingue certamente per i vini che rispecchiano lo stile moderno di Bolgheri ma il grande valore aggiunto è umano ed esperienziale: una storia familiare contadina ma con la mente aperta che ben ci è di esempio di questi tempi. Il consiglio per le feste è lo straordinario Cabernet Franc Lienà o l’iconico Guado de’ Gemoli, cheers!

Salvo Ognibene

 

Ampeleia, l’Alta Maremma da scoprire

Marco Tait nei vigneti

Marco Tait nei vigneti

Marco Tait, vignaiolo e responsabile aziendale ad Ampeleia, si affaccia al mondo dei campi e delle vigne da bambino, seguendo il padre nei suoi lavori in campagna. Continua la formazione diplomandosi in viticoltura ed enologia e il suo esordio in una cantina - e da trentino non poteva che essere così - è da Elisabetta Foradori. Ed è grazie a Elisabetta Foradori che arriva, qualche vendemmia ed esperienza dopo, a Roccatederighi, ormai vent’anni fa, nel 2002. Di strada l’azienda (e Marco) ne hanno fatta parecchia, portando nel tempo alla ribalta nazionale i vini di un territorio assai peculiare, che geograficamente si trova in Alta Maremma, il mare da una parte e i fitti boschi dell’entroterra dall’altra. Un luogo che colpisce per la potenza con cui la natura ancora prevale e un luogo in cui la viticoltura era, prima di Ampeleia, quasi del tutto assente. Il vitigno principale che sin da subito è stato scelto, il più capace di raccontare il territorio, è il Cabernet Franc, che dal 2015 diventa il protagonista assoluto in purezza, di Ampeleia IGT Toscana Rosso, vino simbolo dell’azienda perché prodotto sin dalla prima vendemmia. Al Cabernet Franc si affiancano altre varietà, come l’Alicante nero - vitigno che parla di Mediterraneo e di costa - il Carignano e la Mourvèdre. L’azienda - 120 ettari circa di cui 35 a vigneto coltivato in biodinamica - ospita anche spazio per seminativi, boschi, un uliveto e un’area dedicata alla coltivazione degli ortaggi e ospita oggi anche animali da cortile. Ma ad Ampeleia non ci si ferma, si va avanti con (e come) le stagioni e si immagina, si progetta, si crea. Così dalla prossima tarda primavera, i visitatori troveranno una nuova sala degustazione-punto vendita che sarà aperta tutto il giorno. E una cucina che consentirà, su prenotazione, di pranzare e cenare con piatti caldi semplici a base di materie prime legate alla produzione dell’azienda agricola: pasta fatta con i grani biologici o le verdure dell’orto, per esempio. Sarà disponibile anche un ulteriore spazio da dedicare a eventi legati al vino e al benessere, con Ampeleia che si propone di diventare sempre più un punto di aggregazione sul territorio e non solo.

Amelia De Francesco

 

Tenuta Terraviva, una bella scommessa in Abruzzo

Piero Topi con i figli Francesco e Federica

Piero Topi con i figli Francesco e Federica

Già negli anni ’70 Gabriele Marano aveva scelto di affiancare all’attività di imprenditore edile quella di vitivinicoltore sulle splendide colline di Tortoreto, in provincia dai Teramo, ma è dal 2008 che la figlia Pina, insieme con il marito Piero Topi, ha iniziato a imbottigliare il vino sotto proprio nome. Nasce così Tenuta Terraviva. Oggi ad affiancarli ci sono i figli Federica e Francesco, che hanno intrapreso un percorso vitivinicolo volto alla salvaguardia dell’ambiente, sia in vigna che in cantina. I 22 ettari vitati che si estendono in un corpo unico, disposti ad arco solare vista mare, sono coltivati in regime biologico a Trebbiano, Pecorino, Passerina e Montepulciano, utilizzando solo zolfo e rame. Ogni singolo appezzamento di terreno è vinificato separatamente, per mantenere l’unicità di ogni micro terroir. Vinificazioni lineari e senza forzature danno vita a vini espressivi e autentici, dallo stile contemporaneo, di grande integrità e precisione, sebbene siano figli di fermentazioni spontanee, bassi livelli di solforosa e ridotto utilizzo di tecnologia in cantina. Una bella scommessa, per una delle realtà più interessanti nel panorama del vino abruzzese.

Adele Granieri

 

Cantina Fina a Marsala, una passione di famiglia

La famiglia Fina

La famiglia Fina

La famiglia Fina è una realtà siciliana che noi di Identità abbiamo scoperto nel 2019 durante un tour di Sicilia en Primeur attraverso Assovini Sicilia. La cantina nata nel 2005 in verità vanta un’esperienza di quasi mezzo secolo del suo fondatore, Bruno Fina. Ci colpì moltissimo la disposizione dei vigneti attorno alla cantina e un panorama incredibile di Marsala. Una scelta meno convenzionale sui vitigni piantati tuttavia molto convincente per i risultati che non sono tardati ad arrivare. In effetti dai racconti della famiglia emerge un aspetto romantico molto significativo: già nel 2002 proprio quella collinetta caratterizzata da un ulivo monumentale era il luogo preferito di Bruno e sua moglie per vedere il miglior tramonto con lo sfondo delle isole Egadi. Punto panoramico dal perfetto orientamento tra Erice, Punta Marsala e Favignana. Appena quel terreno venne messo in vendita fu un segnale preciso di cosa la famiglia Fina stava per iniziare. Il resto è storia recente. Bruno Fina, allievo di Giacomo Tachis, con i suoi tre figli ha deciso di seguire i propri sogni enologici e creare un suo marchio di successo. Sergio è enologo e affianca il padre; Marco si occupa dell’amministrazione e coordinamento commerciale e Federica, detta Kiké , è l’anima comunicativa e cura il marketing con un occhio di riguardo per il progetto enoturistico. I Fina producono solo vini che rientrano nelle loro passioni territoriali con una volontà di interpretare un grande taglio bordolese in onore al grande maestro Tachis. Papà Bruno ama i vitigni a bacca bianca come il Grillo, il Sauvignon Blanc e il Traminer mentre il figlio Sergio venera il Perricone. Tra le etichette da provare il Kiké (dedicato a Federica) che vede esprimersi nei calici un blend di Traminer e Sauvignon Blanc. Cantine Fina è una vera e propria destinazione non solo per i wine lovers ma si trasforma in una struttura perfetta per feste private o eventi importanti che possono godere dei tramonti in terrazza con la cucina di casa e i vini di famiglia.

Cinzia Benzi

 

L’Etna di Maugeri e la strada per l’eccellenza

Michela, Renato, Paola e Carla Maugeri

MichelaRenatoPaola e Carla Maugeri

Fare una cosa comune in un modo non comune. Che sia o meno questa la strada per l’eccellenza, Renato Maugeri, imprenditore di Acireale, e le sue figlie Carla, Michela e Paola, continuano a infondere cuore e dedizione totale in ogni mondo che toccano. Re Mida contemporanei, dopo aver portato stella e alle stelle Zash, esclusivo Country hotel con ristorante e spa nel cuore di un meraviglioso aranceto fronte Ionio, nel 2018 hanno deciso di rimettere in sesto un vecchio vigneto di famiglia e nel 2020, con cuore e dedizione, si sono lanciati nel mondo del vino che conta portando a casa lusinghieri riscontri di pubblico e critica. Il luogo di produzione dell’azienda Maugeri è il territorio vitivinicolo al momento più stimolante d’Italia, il versante est dell’Etna, e il panorama è da cartolina: 7 ettari di vigneto esibiti al mare, in un brillante anfiteatro di 83 terrazzamenti che respirano tra Contrada Praino e Contrada Volpare, nei sentieri del bosco di Milo, a 700 m slm. Le uve Carricante sono al centro del progetto, sebbene in un ettaro si trovi Nerello Mascalese e in mezzo ettaro Catarratto. 10.000 bottiglie prodotte (numero destinato a crescere) suddivise in quattro etichette ideate con la consulenza dell’enologo Emiliano Falsini: un 100% Carricante, in produzione molto limitata; l’Etna rosato Doc Contrada Volpare, 100% Nerello Mascalese e l’Etna Doc Bianco Superiore Contrada Volpare, 100% Carricante. Referenza di punta del brand è Frontebosco, Etna Doc Bianco Superiore Contrada Volpare, 100% Carricante, ottenuto alla fine di una lavorazione caratterizzata da una criomacerazione di alcune ore con successiva fermentazione del mosto in contenitori di legno, affinamento in legno di 6 mesi e di circa 4 mesi in acciaio prima dell’imbottigliamento. Fare vino è una cosa comune, saper infondere cuore e dedizione è una cosa non comune. Del resto, il vino è per l’anima ciò che il sole è per la terra. È certamente questa la strada per l’eccellenza.

Davide Visiello

 

Cantina Basile, l’anima di Pantelleria nel bicchiere

Fabrizio Basile

Fabrizio Basile

L’isola di Pantelleria è un crocevia delle influenze che ne hanno modellato un’identità unica e singolare, situata nel Mediterraneo, tra la Sicilia e le coste della Tunisia è un luogo descritto dal vento, dal sole, dal mare; è il risultato delle diverse dominazioni - dai fenici ai saraceni, dagli arabi ai bizantini – isola agricola che mostra le tracce indelebili che ognuno di questi popoli ha lasciato. L’unicità delle sue caratteristiche paesaggistiche e culturali, restano testimonianza intatta di tradizioni secolari, tale da aver ricevuto i riconoscimenti UNESCO per la “Vite ad Alberello” e per “L’arte dei muretti a secco”. In questo luogo magico Fabrizio Basile e sua moglie Simona hanno scelto di intraprendere la strada del vino, con la produzione e la trasformazione delle proprie uve. Nel 2004 nasce Cantina Basile, il primo passo è stato quello di ristrutturare il settecentesco “dammuso” (tipica abitazione di Pantelleria) situato in contrada Bukkuram, dove nel 2006 è stata effettuata la prima vendemmia. “Il vino si fa in vigna”, questo Fabrizio lo ha imparato dal padre e dal nonno che hanno curato i loro vigneti fin dai primi decenni del secolo scorso; loro sapevano come lavorare la terra, ne conoscevano l’influenza delle condizioni meteorologiche sulla qualità del raccolto, l’importanza dell’esposizione al sole e della protezione dal vento. La loro giovane azienda a conduzione familiare, punta sulla produzione di vino capace di parlare del luogo in cui nascono. Intrigante il suo Passito di Pantelleria Doc Shamira 2017 (il cui nome è una dedica alla moglie; S Hamira sta per Principessa Simona), un vino che racconta nel calice le note di dattero, noce, fico, spezie orientali, chinotto e scorza d’arancia; seducente con il suo color ambra, elegante e di grande equilibrio. Affascinanti anche le altre sue declinazioni dell’uva Zibibbo, in particolare il suo Pantelleria Bianco Doc Sora Luna del 2021.

Fosca Tortorelli

 

Sedilesu e la Sardegna più autentica

Giovanni Sedilesu

Giovanni Sedilesu

Cresce, ed era ora, la qualità dei vini sardi e, come sempre accade, il processo è reso possibile da produttori che si ergono al ruolo di guide e si tirano, letteralmente, dietro molte altre cantine per innescare un processo di miglioramento tecnico, qualitativo e commerciale. Era ora, si diceva, perché l’Isola, dal nord al sud, da Alghero a Cagliari, dalla Barbagia al Sulcis offre, o meglio può offrire, vini d’alto bordo in territori che meriterebbero anche una rivisitazione di denominazioni e zonazioni. Il Cannonau resta il re dei vitigni a bacca rossa e la famiglia Sedilesu a Mamoiada nel nuorese, ne è una dei principali interpreti. Vignaioli in Barbagia, culla delle cultura sarda ai piedi del Gennargentu e del Supramonte, dagli anni 1970 i Sedilesu producono vini su terreni granitici, con fermentazioni spontanee. Si sono passati il testimone, dal padre Giovanni al figlio Salvatore, senza intaccare la volontà, espressa anche nei loro vini, di parlare di territorio, di valorizzarlo, di avviare iniziative enoturistiche utili per l’intero tessuto sociale. Nei 15 ettari di proprietà, coltivati ad alberello senza l’utilizzo di irrigazione artificiale, producono chicche come il raro Granazza, bianco della tradizione prodotto originariamente per le messe e le funzioni religiose, e il Cannonau, una delle uve più vecchie del Mediterraneo, in diverse release. Il Mamuthone, il cui nome trae origini dalla tradizioni sarde e dalle maschere ancestrali del carnevale, nell’annata 2020, è un vino robusto, possente, ricco di personalità, caldo ed elegante. Le uve fermentano prima in acciaio e poi in tini di legno di forma troncoconica. Quindi si passa in botte grande e vasche di cemento - qui non è una moda si sono sempre usate - dove resta almeno due anni. Sono questi i Cannonau chiamati a rappresentare l’identità di un vitigno e dei vini, ricchi di personalità e dell’anima di chi li produce e dei territori da dove provengono.

Maurizio Trezzi


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