Emilia Nardi e le anime del Brunello: «Ecco i miei vini del tramonto e dell’alba»

Nostro report dalla presentazione delle Tenute Silvio Nardi al Gong milanese: «Ci considerano come i “perfettini”, vogliamo invece mostrare tutto il nostro carattere». "Osando" anche l'abbinamento con una cucina orientale

29-10-2022
a cura di Raffaele Foglia
Emilia Nardi tra i vigneti di Tenute Silvio Nardi

Emilia Nardi tra i vigneti di Tenute Silvio Nardi a Montalcino. Tutte le foto sono di Bruno Bruchi

Emilia Nardi è una donna che, nella vita, si è sempre messa in gioco. Non ha mai voluto fermarsi, cercando di puntare sempre più in alto. Anche osando. Così, per presentare l’azienda di famiglia, le Tenute Silvio Nardi di Montalcino, che prendono il nome dal padre, ha scelto il ristorante Gong di Milano: «Volevo dimostrare la duttilità dei miei vini, anche del Brunello, in abbinamento a una cucina orientale».

La storia delle Tenute Silvio Nardi parte da lontano. «È una delle prime sette aziende nate a Montalcino, secondo i documenti ufficiali – spiega Emilia Nardi - Noi, umbri, eravamo considerati come gli “stranieri”».

Ma non fu subito vino. «La mia famiglia era più conosciuta per le attrezzature agricole, che abbiamo mantenuto fino al 2017, servivano per lavorare il terreno. Con la conclusione della Seconda Guerra Mondiale ci fu un grande exploit del mondo agricolo e così mio padre volle realizzare la sua azienda per testare le attrezzature agricole. E nel 1949 acquistò a Montalcino alcuni ettari, anche per andare a caccia. Poi, però, durante una cena nei primi anni 50, quando si parlava del passaggio dei mezzi agricoli dalla trazione animale a quella meccanica, parlando con i Biondi-Santi e i Cinelli Colombini, gli fu fatta la proposta di produrre il Brunello di Montalcino. Nasce così nel 1954 la prima annata del suo vino, con circa mille bottiglie».

Era l’inizio di una lunga storia: «Mio padre – continua Emilia Nardi - era molto intraprendente e non si fermò a quelle bottiglie. Così iniziò ad acquistare terreno e infine fu uno dei 17 soci fondatori del Consorzio del Brunello di Montalcino». E Silvio Nardi applicò le proprie esperienze letteralmente sul campo: «Lavorando con le macchine agricole, mio padre conosceva l’importanza dei terreni. Così voleva “unire” la zona di Nord Ovest, dove ha sede la cantina, e quella a Est, dove fu poi acquisita l'area di Manachiara».

Tenute Silvio Nardi: fattoria Casale del Bosco

Tenute Silvio Nardi: fattoria Casale del Bosco

Vigneti a Manachiara. Foto Andrea Dapueto

Vigneti a Manachiara. Foto Andrea Dapueto

Oggi l’azienda è formata da oltre 80 ettari di vigneto, 400 ettari di seminativi e 600 di bosco. «Dei 120 ettari iniziali di vigneto sono stati scelti i migliori, dei quali 38 sono a Nord Ovest, e 45 nella zona a Est».

Anche per la selezione dei cloni c’è stato un lavoro molto importante. «Abbiamo verificato l’andamento di diversi tipi di Sangiovese Grosso – ha spiegato Emilia Nardi – Alla fine abbiamo individuato 25 cloni in salute, che non avevano alcun virus. Di questi abbiamo realizzato 25 filari e abbiamo realizzato delle microvinificazioni. È stato un lavoro durato parecchi anni, ma alla fine abbiamo individuato 5 nostri cloni che sono stati portati a iscrizione all’Albo Nazionale: sono stati tutti accettati». Anche i terreni sono stati divisi in 36 vigneti e ogni anno vengono effettuate circa 50 vinificazioni separate.

Il focus è ovviamente sul Brunello di Montalcino, ma durante il pranzo-degustazione al Gong sono stati assaggiati anche il 43° Toscana Igt bianco e il 43° Toscana Igt rosé, il primo realizzato da Malvasia e Moscato, e il secondo da un blend di Syrah e Merlot: due bicchieri freschi, piacevoli e spensierati.

Emilia Nardi

Emilia Nardi

Un vino “del cuore” per Emilia è il Chianti Colli Senesi: «È il vino che ha sempre fatto mio papà – racconta – ed è la denominazione più vecchia che abbiamo in azienda». Oltre a Sangiovese, viene utilizzata una parte di Merlot: l’annata 2021 ha un’ottima bevibilità e si presta a vari abbinamenti, anche con la cucina orientale.

Il Rosso di Montalcino, nella concezione di Emilia Nardi, non deve essere un “piccolo Brunello”, ma un vino che esprima il Sangiovese nella sua freschezza. «Non è un declassamento del Brunello – insiste – Ma è la volontà di fare un vino più immediato partendo dalle vigne più giovani di Sangiovese».

Il Brunello di Montalcino, infatti, è un’altra cosa. In comparazione sono state assaggiate le annate 2017 e, in anteprima anche rispetto al Benvenuto Brunello di metà novembre, 2018. «Nel 2017, vendemmia non facile, si è cercato di mantenere l’equilibrio, per fare un Brunello “appetitoso”. L’annata 2018 ha sicuramente una maggiore complessità e finezza». Sono vini figli di vendemmie molto diverse: la calda 2017 e l’equilibrata 2018 sono due annate che hanno anche una prospettiva diversa, anche da un punto di vista di longevità. «Volevamo dimostrare che siamo cambiati – evidenzia Emilia Nardi – Prima eravamo spesso considerati troppo “perfettini”, ma senza molto carattere. Ora vogliamo dimostrare tutto il nostro valore».

E poi ci sono i due vini che rappresentano le due zone differenti: il Manachiara a est e il Poggio Doria a Nord Ovest. «Il Manachiara – spiega Emilia Nardi – è il vino dell’alba. Lo produciamo dal 1995 solo nelle annate migliori. La produzione è di circa tremila bottiglie». La zona est regala soddisfazioni: l’annata 2015 si esprime in eleganza, con frutta rossa non invasiva, ma anche spezie e una nota balsamica. Poggio Doria 2015 è tutta un’altra espressione. Il vino del tramonto, come lo definisce Emilia Nardi, è più corposo, di sostanza, mantenendo comunque una buona finezza.

Insomma due facce della stessa medaglia, due anime differenti: dai colori soffusi dell’alba, con il Manachiara, alle tonalità più calde del tramonto del Poggio Doria.