I 50 anni del Trebbiano d'Abruzzo: il passato ci svela un grande presente e un futuro radioso

Viaggio nella storia di questo grande vino bianco, grazie a una degustazione dal 1973 fino al 2019. Nei calici il racconto di una Regione ricca di tesori

07-05-2022
a cura di Raffaele Foglia
Il massiccio del Gran Sasso guarda come un custode

Il massiccio del Gran Sasso guarda come un custode i vigneti abruzzesi

La semplicità e la genuinità dell’Abruzzo vincono la sfida del tempo. Andando forse oltre ogni più rosea previsione e soprattutto superando pregiudizi e stereotipi.  

Tante, troppe volte, si parla di territorio, identità e longevità dei vini, talvolta anche a sproposito. Sono concetti certe volte astratti, che somigliano più a previsioni intuitive, assaggiando dei vini e affermando: «Questo vino avrà un grande futuro».

La bottiglia del 1973 di Trebbiano d'Abruzzo di Valentini

La bottiglia del 1973 di Trebbiano d'Abruzzo di Valentini

Queste teorie, però, non sempre vengono confermate dagli assaggi: si provano vini vecchi – ebbene sì, questo è il termine giusto – che hanno terminato il loro percorso da tempo, cercando di trovare i pochi pregi e sorvolando sui tanti difetti. Purtroppo avviene anche con vini blasonati, quelli che nascono anche per rimanere a lungo nelle cantine a maturare.

Poi ci troviamo di fronte a otto bottiglie di Trebbiano d’Abruzzo che hanno tutte una storia da raccontare. Sì, proprio quel Trebbiano d’Abruzzo che forse è più facile immaginare fresco, d’annata, di fianco a un bel piatto di pesce in riva al mare. Eppure in questa stupefacente carrellata, voluta per celebrare i 50 anni della Doc, si parte dalla giovane 2019 fino ad arrivare lontano, al 1973, a quella prima annata uscita dopo l’approvazione del disciplinare.

Le bottiglie in degustazione: il racconto di una regione attraverso grandi vini

Le bottiglie in degustazione: il racconto di una regione attraverso grandi vini

Non è stata una semplice degustazione, quella voluta dal Consorzio di Tutela Vini d’Abruzzo, ma una celebrazione di una grande storia, finora forse mai adeguatamente onorata, di un grande vino bianco, che ha dimostrato di tener testa con eleganza e signorilità anche al più elogiato Montepulciano d’Abruzzo.

Il Trebbiano dimostra di essere uno splendido cinquantenne, lontano dalle mode e – forse – dai riflettori, ma che dovrebbe rientrare di diritto nel Gotha del mondo enologico italiano. Il disciplinare entra in vigore nel 1972, quattro anni dopo quello del Montepulciano d’Abruzzo, e la prima annata è la 1973 che, nella rinomata versione dell’Azienda agricola Valentini, ha brillato ancora nei calici durante la degustazione allo scorso Vinitaly. Fare una descrizione tecnica di questo vino, annotando profumi e sentori, sarebbe assolutamente riduttivo: vince l’emozione di poter assaggiare un vino vivo, elegante e fin esuberante, che trasforma ogni anno di vita in una gemma da incastonare in una ricca corona.

Gli otto calici con i campioni di Trebbiano d'Abruzzo: da sinistra Valentini 1973, Barone Cornacchia 1980, Emidio Pepe 1995, Masciarelli - Castello di Semivicoli 2005, Cantina Tollo 2008, Citra 2011, Tiberio 2014 e Intalto 2019

Gli otto calici con i campioni di Trebbiano d'Abruzzo: da sinistra Valentini 1973, Barone Cornacchia 1980, Emidio Pepe 1995, Masciarelli - Castello di Semivicoli 2005, Cantina Tollo 2008, Citra 2011, Tiberio 2014 e Intalto 2019

Così, assaggiando per primo il Trebbiano d’Abruzzo 2019 di Inalto, si può comprendere ancora di più il percorso di questo grande vino: la gioventù dei vini appena usciti in commercio porta in dote un grande potenziale di affinamento. E questa volta è possibile dirlo a ragion veduta.

Il percorso continua attraverso il racconto degli altri vini: la difficile annata 2014 interpretata da Tiberio, la più consistente 2011 di Citra, e la maggiore maturità del 2008 di Cantina Tollo.

Non è solo un viaggio nella storia, ma è una vera immersione nel territorio abruzzese, con vini che sanno di mare e di montagna, che beneficiano anche di un verde incontaminato, di brezze e venti, mentre il Gran Sasso sembra vegliare dall’alto su tutta la regione, come un silenzioso guardiano.

Un altro splendido paesaggio dell'Abruzzo

Un altro splendido paesaggio dell'Abruzzo

Il viaggio continua, passando dall’interpretazione di Masciarelli, con il suo Castello di Semivicoli 2005 e con il Trebbiano d’Abruzzo che, come una sorta di Benjamin Button del vino italiano, sembra quasi ringiovanire. Ne è poi un esempio il 1995 di Emidio Pepe, altro produttore che ha fatto grande l’Abruzzo, uno dei primi a uscire dallo stereotipo che il Trebbiano dovesse essere un vino giovane, da bere entro l’anno. Tanto che quando iniziò a tenere le bottiglie in cantina a invecchiare, gli diedero quasi del pazzo. Quella pazzia, in realtà era genialità e fiducia nella sua terra.

Storie, racconti, tradizioni. Chissà quanti aneddoti avrebbe da raccontare il barone Piero Cornacchia che, presentando il suo vino del 1980, ha ripercorso la sua storia, iniziata proprio in quell’anno di grazia 1972, lo stesso della nascita della Doc, quando prese in mano le redini dell’azienda di famiglia (fondata nel 1577). E nel calice c’era anche questa emozione, con un vino maturo e ricco.

I protagonisti della degustazione: foto di gruppo con alcuni produttori

I protagonisti della degustazione: foto di gruppo con alcuni produttori

Quindi si arriva al 1973. La vittoria del Trebbiano d’Abruzzo, che ha sfidato il tempo e le mode. Senza trucchi, senza inganni. Forse, nel lontano 1973, nessuno avrebbe potuto immaginare che a distanza di quasi 50 anni, aprendo questa bottiglia di Valentini, si potesse trovare un vino così integro, piacevole, emozionante.

Dal 1973 al 2019 e ritorno. Non è stato un percorso nell’archeologia del vino, cercando di salvare l’insalvabile. Affatto. Trovare le parole giuste per descrivere un viaggio del genere è quasi impossibile. Forse bisognerebbe chiudere gli occhi e vagare con il pensiero, raggiungere le coste adriatiche dell’Abruzzo per poi risalire verso le colline e i vigneti. Oppure, sarebbe ancora meglio prendere l’auto, il treno o l’aereo e andarci di persona. Un Abruzzo che nasconde tanti gioielli, non solo il Trebbiano.

Il presidente del Consorzio Valentino Di Campli

Il presidente del Consorzio Valentino Di Campli

Un ultimo pensiero spetta di diritto al presidente del Consorzio, Valentino Di Campli: «Abbiamo fatto questo percorso nei 50 anni del Trebbiano. Un vino che forse, in Italia, non ha la giusta nomea che merita, ma che noi in Abruzzo conosciamo molto bene. E lo apprezziamo fin dal Settecento, quando già si parlava di questo vitigno, mentre nel 1909 sono state realizzate le prime bottiglie dove appariva il nome Trebbiano».

È ora di cambiare passo, di far capire non solo agli esperti e ai comunicatori del vino, ma anche ai più semplici consumatori e agli appassionati, che questo è il grande tesoro d’Abruzzo. E d’Italia.