Matteo Velenosi: «Sogno un laboratorio in cantina per selezionare i lieviti dei nostri vigneti»

Ritratto-intervista del giovane ricercatore ed enologo della casa vinicola di Ascoli Piceno, cresciuto grazie ai viaggi e agli studi con Alexandre Hervé

01-11-2021
Matteo Velenosi, classe 1987

Matteo Velenosi, classe 1987

Uno studioso vero. Uno che fa della ricerca la propria missione. Una specie di medico delle piante. Un po’ biologo, un po’ enologo, un po’ agronomo. Un po’ secchione, se volete. Ma segnatevi questo nome: Matteo Velenosi, 34 anni di cui 12 passati in giro per l’Italia e per il mondo a studiare, a conoscere, a capire. Da meno di due anni lavora nell’azienda di famiglia, la Velenosi di Ascoli dove si occupa di fermentazione e utilizzo di lieviti autoctoni.

«Il mio desiderio? Riuscire a creare - e ci riusciremo - un laboratorio all’interno della nostra cantina per selezionare i lieviti propri dei nostri vigneti».

Matteo Velenosi insieme alla mamma Angela e alla sorella Marianna nei vigneti di famiglia

Matteo Velenosi insieme alla mamma Angela e alla sorella Marianna nei vigneti di famiglia

Matteo, dopo l’istituto agrario ad Ascoli, decide di andare a fare l’università triennale a Viterbo con laurea in tecnologie alimentari e il curriculum viticolo enologico. A ogni vendemmia andava per il tirocinio da Falesco di Riccardo Coterella dove ha imparato i primi segreti del mestiere in un’azienda «che era come un parco giochi, perfetta, bellissima e ordinata come mai ne ho più viste». Poi la laurea magistrale a Udine. Poi il dottorato a Bari in collaborazione con il Crea, il Consiglio per la ricerca in economia agraria e infine il master a Digione, in Borgogna, alla corte del professor Alexandre Hervé: «Un guru di microbiologia ed enologia». Qua e là anche qualche viaggio importante: due mesi vicino Adelaide, in Australia, presso un’azienda vinicola. Altri due a Sacramento, nella California meno conosciuta enologicamente.

«Questi due viaggi, insieme a quello in Borgogna, sono stati decisivi per me. Ho cominciato a conoscere il mondo e i suoi cittadini. Mi sono aperto, ho fatto le mie esperienze. Non dico solo da un punto di vista lavorativo ma anche e soprattutto da quello umano. Penso che viaggiare sia la cosa che tutti dovrebbero fare per capire e poi magari scegliere di tornare, ma con un bagaglio di cose che ti restano addosso».

Per Matteo la ricerca è tutto. Dopo aver sconfitto la fillossera ed aver arginato la botrite ora il pericolo si chiama oidio, il fungo che genera il "mal bianco". Dice Velenosi: «Con il clima sempre più secco e l’innalzamento della temperatura media dobbiamo fare i conti con l’oidio, presente anche in quest’ultima vendemmia. Io studio e sperimento anche se il mio lavoro è più orientato sul vino che sulla pianta».

Qual è dei tuoi vini quello che ti ha dato maggiori soddisfazioni?
Quello su cui ho lavorato di più è il Reve, il nostro Pecorino di punta. Si lavora sulla fermentazione del 50% in barrique nuove per 6 mesi. Poi affinamento in vasca per 9 mesi.

Come si concilia una grande produzione con una buona qualità?
E’ vero, facciamo 2,5 milioni di bottiglie che sono tante ma se vieni qui in azienda vedrai che i nostri sono, in tutto e per tutto, metodi artigianali. E siccome la qualità ci viene riconosciuta sia dalla critica che dal mercato direi che lavoriamo bene.

Un rimpianto?
Avrei dovuto studiare agronomia ancora un po’ di più.

Vita privata?
Non ho molto tempo per la vita privata. Ora vivo da solo in una casa in affitto ad Ascoli ma spesso torno dopo 12 o 14 ore di lavoro e trovo il frigo desolatamente vuoto e me ne faccio una ragione.

Un sogno?
Un altro viaggio e poi un altro e un altro ancora. E’ la cosa che mi diverte e mi arricchisce di più. Dove? Sempre nei luoghi del vino. Penso al Sudafrica. O ancor di più all’Argentina, ai suoi spazi infiniti, la pampa, i suoi altopiani. E penso al Malbec, e ai miei rossi preferiti.


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