Il talento non ha sesso

Mazzucchelli: occorre essere riconosciuti per i propri meriti e non perché uomo o donna

12-12-2013
Aurora Mazzucchelli del ristorante Marconi di Sass

Aurora Mazzucchelli del ristorante Marconi di Sasso Marconi (Bologna), classe 1973, una stella Michelin nel ristorante di famiglia dal 2008, dopo aver fatto esperienza da Herbert HintnerGaetano Trovato, Paolo LoprioreMartin Berasategui

Ho letto con attenzione l’articolo di Paolo Marchi e quello di Cristina, un punto di vista che per molti aspetti condivido. E allora ciak: anni Settanta, la golosa e rossa Bologna, una famiglia borghese, con tanta voglia di affermarsi e di dare un futuro ai propri figli. Un ragazzetto frequenta la scuola di cucina e alla sera aiuta al ristorante di famiglia, nessuna festa, nessun funerale, nessun capriccio, ma tante cose da fare e da imparare. Su tutte, la costanza e la testardaggine per infilare quella bella giacca bianca da sempre indossata dal padre, lo chef. E poi ci riesce: prende il suo posto, cuoce, brucia, ordina, decide, pulisce, sfiletta, disossa, viaggia… cambia le regole.

Viene riconosciuto e stimato dai suoi colleghi e dalla sua clientela come una persona valida e umile.
- Una storia credibile, forte, fanno bene a farci un film. Un bel ritratto di un bravo cuoco.
- Veramente è una donna, una cuoca.
- Una cuoca? Ah meglio! Il cinema si nutre di racconti inventati che fanno sognare!
- Veramente è una storia vera!
- Ah sì? Beh, allora va infarcita di fiction: chessò, prende la stella, la vogliono all’estero, gira il mondo per portare la sua cucina innovativa…
- Ehm… anche qui, tutto vero.
- Ah!… uff. Allora facciamola sexy, mettiamo qualche scena hot e siamo a posto.

Con Paolo Marchi quando fu nominata Cuoca dell'anno dalla Guida di Identità 2012

Con Paolo Marchi quando fu nominata Cuoca dell'anno dalla Guida di Identità 2012

Il lavoro del cuoco, o della cuoca, non è un film. Né un libro giallo con 13, ops, 51 piccole indiane da far fuori o da studiare per indagare un mistero. Ogni individuo, maschio o femmina che sia, è diverso e aggiungo per fortuna: penso che la diversità sia un punto di forza che rende unici i modi di espressione e quindi vale anche per la cucina, è come dire che mi caratterizza ma non per questo mi esclude dai miei colleghi. Il numero di stelle Michelin corrisponde al numero di virtuosismi diversi composti e suonati con lo stesso strumento, la cucina, che ha prodotto e produrrà concretezze che hanno e avranno cifre stilistiche, di gusto, di imprinting, di evoluzione, di percorsi, meravigliosamente diversi. Questa è una ricchezza, di cui andare fieri. Proviamo a portare a tavola questo?

Io ho sempre vissuto il mio essere in modo sereno e non ho mai pensato di dover ricevere favoritismi per il mio aspetto. La Michelin mi ha conferito una stella e per me è stata una grande soddisfazione personale da condividere con la famiglia e una grande opportunità lavorativa e mediatica che mi ha fatto conoscere non solo nel mio territorio ma anche da una clientela internazionale, dandomi occasioni lavorative in Italia e all’estero. Credo che la Michelin sia una guida seria e come Cristina non posseggo liste di ispettori o altro. Tu Paolo chiedi a NOI cuoche donne – pronome e utilizzo che questo sì indica la “riserva”, ma allora la riserva non può essere anche un congresso con tutti maschietti? A nessuno però verrebbe mai in mente di scriverlo - se realmente tutte e 51 siamo meritevoli ma perché non ci chiediamo se gli altri 323 chef uomini sono altrettanto meritevoli della top 6 che elenchi? Sicuramente molti sì... ma il quesito rimane un altro: perché non siamo presenti in manifestazioni e congressi?

Foto www.acquabuona.it

Foto www.acquabuona.it

Probabilmente 51 chef donne famose e animali da palcoscenico non ci sono, ma questa non è una colpa, può essere semplicemente una scelta: io penso che alcune e alcuni abbiano voglia di esserci e quindi perché non invitarle? Forse paghiamo anche lo scotto di essere comunque nell'immaginario generale quelle che fanno questo mestiere non come professione ma come istinto materno… Non è ora di fare un passo avanti verso il talento, che come tutti sappiamo, non ha sesso? Il giudizio neanche, però poi se una donna è sorridente e carina viene a volte giudicata opportunista ma l'uomo ammiccante invece è figo.

Io penso che un modo di far capire che questo mestiere può essere fatto, e di fatto così è, da delle donne è far vedere che ci sono, raccontando le mie giornate, il mio creare, il mio studio, la mia crescita, senza voler essere un esempio ma una possibilità. Per commentare la provocazione di Cristina: non penso che gli uomini abbiano dovuto studiare una strategia per arrivare alla televisione, ognuno di loro ha avuto delle occasioni e singolarmente ha deciso; di questo abbiamo avuto occasione già in passato di parlare e come sapete io non amo partecipare agli incontri come “quota rosa” perché penso sia molto più costruttivo esserci per meritocrazia, altra bellissima parola che non ha sesso, tutti insieme uomini e donne per portare avanti la nostra professione e la nostra cucina italiana.

Il merito esce nel prodotto, nel risultato di una ricerca che si fa tutti i giorni a riflettori spenti. Cosa, chi e come si compila il significato della voce “meritocrazia”? Quanto chi scrive ne determina il contenuto? In base a cosa? Allora lancio anche io una provocazione, che in verità vuole essere un invito: venite a mangiare da noi. Siamo qui. Abbiamo portato nei piatti e nelle riviste di settore il finalmente vivo e vero rapporto ristoratore-produttore: bene, ora parliamo del rapporto ristoratore-opinion leader, continuando a dimostrare che le simpatie, che sono inclinazioni naturali, restano fuori dalle pagine e non interessano a chi legge. Quanto agli uomini con il testosterone da copertina, vi faccio sorridere: a me han chiesto di posare per Playboy. Ma ha senso? Forse sarei stata carina con dei bei ragazzotti nudi attorno a me che sfiletto il pesce, tanti avrebbero speso fiumi di inchiostro e scolorito i tasti del pc a scriverne. Ma la mia cucina dov’è in tutto questo?
 

Allora mi chiedo: si può comunicare ed essere considerati, e non ho detto “famosi”, senza scendere a compromessi ma facendo il proprio mestiere? Non corriamo dietro a questa società liquida, cerchiamo di dare il nostro tempo. Cristina ha ragione quando si chiede cosa vogliono le donne chef: ampliamo. Cosa vuole la categoria chef, rosa e azzurra? Occorrerebbe partire da qui. Dalla responsabilità personale, dalle scelte individuali, dal merito. E anche dal coraggio da parte di qualche giornalista e creatore di eventi, uomo o donna che sia. Paolo, come hai già cercato di fare tu a Identità Golose 2012, diamo spazio alle diverse espressioni del talento in cucina?

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