C’è un piccolo borgo dove il mare abbraccia le pietre gialle della terra ragusana: Donnalucata. Qui, lungo una costa sospesa fra cielo e oceano, rinasce il rituale del cuciniere errante, nato a Modica e approdato con leggerezza, sogni e decenni di esplorazioni culinarie. Quei decenni in cui Carmelo Chiaramonte ha attraversato cucine, esperienze, viaggi, per approdare finalmente nel piccolo angolo di Sicilia che lo ha scelto, tanto quanto lui ha scelto di fermarsi.

Zuppa di mandorle, vongole, basilico
Chiaramonte ha iniziato a farsi conoscere agli inizi del 2000 nel locale Cugno Mezzano a Modica, con una zuppa di mandorle e vongole sulla quale torneremo. In quegli anni, furono molte le tappe: dal Katane Palace di Catania fino a cucine prestigiose, sempre alla ricerca di uno sguardo personale sulla materia. Eppure era la strada a chiamarlo: serate all’aperto, cenacoli culturali, banchine portuali.
Per chi scrive, gli incontri precedenti erano stati due.
La prima, in una notte d’estate, proprio negli anni 2000. Sullo schermo acceso, canale Gambero Rosso, una fetta di pane nero di Castelvetrano, panata e fritta, con acciughe e arancia. Un gesto semplice, ma rivelatore. C’era qualcosa nella quieta irriverenza di un pane povero vestito a festa che lasciava intuire un modo di cucinare forse antico, ma dimenticato.
La seconda, durante una di quelle lunghe traiettorie quando il cuoco era ancora un viandante, fu una cena in un circolo nautico a Palermo. Il menu includeva non solo i piatti, ma anche una bibliografia e una discografia. Rum e rosa canina. Il Tonno con il tabacco da fiuto, l’odore di “putia” (delle drogherie di una volta), evocato in punta di forchetta e sul dorso della mano, sulla cosiddetta tabacchiera anatomica, una fossetta triangolare che si crea nella zona tra il pollice e il radio, quando il pollice è esteso e abdotto. Una sinestesia evocativa, sospesa tra la memoria dell’antico e l’odore dell’infanzia.
Poi, nel 2020, il covid. Dopo decenni passati a cucinare tra Catania, Modica, Palermo e lungo tutte le coste della Sicilia, Carmelo ha messo radici. Ma non ha smesso di viaggiare. A Donnalucata, nella parte più solare dell’isola, è nato Caro Melo, una “osteria rituale” — come la chiama lui — che somiglia più a un diario di bordo che a un ristorante. Caro Melo sfugge alle categorie: non è fine dining, né trattoria classica – c’è il tempo, il gesto, il racconto.
Appena si entra, si capisce che siamo dentro un altro mondo. L’insegna parla di un teatro conviviale, dove tutto — arredi, musica, piatti, gesti — diventa parte di un rito. Le pareti parlano, i vinili suonano, bottiglie di vini naturali dialogano con cassette di ortaggi e santini, i secchielli da spiaggia si trasformano in portaghiaccio. Si ascolta David Bowie e Nina Simone. Si mangia su tavoli asimmetrici, a volte attorno a un bancone, come in una cucina domestica, ma senza nostalgia: con presenza.

Tonno, cipolla, fragola, caffè

Polpo, anguria marinata, patate, menta
Il menu cambia spesso, a seconda dell’orto, del mare, dell’umore. Ma certi piatti sembrano scolpiti nella memoria.
C’è la Zuppa di mandorle e vongole, bianca, tiepida, vellutata, con un filo di basilico che avvolge la sapidità del mollusco. Ogni conchiglia è un cucchiaio: si prende con le mani, si beve fino all’ultima goccia. È una carezza salmastra, ma anche un cortocircuito tra il biancomangiare medievale e il crudo contemporaneo.
Poi arriva Profumo di capelli di sirena, un nome che sembra un verso rubato a un sogno isolano. Noodles di riso, freddi, adagiati su yogurt e fragole, conditi con alghe, ostriche, e sormontate da ghiaccio. Il gusto è marino, dolce, etereo. Un piatto evocativo, sensoriale, pensato per risvegliare l’immaginazione.

Gamberetti, mayonese al bergamotto

Baba, vermouth, gelato di carrube, mandarino
Nonostante l’apparente leggerezza di certi nomi, nulla è lasciato al caso. Ogni ingrediente è rispettato nella sua identità, nella sua fisicità – complice forse anche qualche retaggio degli anni ‘80. Non si maschera, non si traveste.
E poi c’è Carmelo – e la sua ciurma – che mesce, racconta, affetta, brucia, serve. È tutto, e non ha bisogno di definirsi. Un cuoco, un oste, un poeta di cucine, che ha portato con sé la libertà del viaggio, la curiosità della scoperta e la sapienza del rituale.
E Caro Melo è un esperimento vivo che parla di tempo e spazio per l’imprevisto. Un rito pagano in riva al Mediterraneo.