Michelasso a Napoli, la tradizione come trampolino di lancio

Nel ristorante di via Santa Brigida, Angelo Gravino (chef) e Giorgio Zoccolella (maître) articolano un'ambiziosa proposta fine dining, centrata sul pesce

09-05-2022
a cura di Nadia Taglialatela
La sala del ristorante Michelasso, in via Santa Br

La sala del ristorante Michelasso, in via Santa Brigida 14/16, Napoli

Via Santa Brigida, a Napoli, è stretta fra via Toledo e piazza Municipio. Per chi non c’è mai stato, è dove batte il cuore matto di una città complessa, piena di contraddizioni. Uno dei tanti cuori, insomma. Definirla in una parola? Miseria e nobiltà, certo, ma con le parole siamo già a due. Colore, vitalità, tutto questo per immaginare il contesto del ristorante Michelasso. Al centro. Per una ragionevole salute mentale, il ristorante indica garage autorizzati oppure si parcheggia in strada. E se non si è automuniti, la zona è strategica, facilmente raggiungibile. Risolta la pratica, il resto sarà tutto in discesa.

Michelasso si definisce “ristorante gourmet”, termine divisivo tra chi ne abusa e chi lo snobba. In effetti che significa? Luogo in cui si mangia molto bene (anche se in molti si ostinano ad aggiungere postille). Qui, però, diventa provvidenziale raccontare un desco fuori dagli schemi partenopei. Michelasso potrebbe essere a suo agio ovunque, non subisce la tradizione, piuttosto ne fa un trampolino di lancio. Racconta la Napoli dell’arte, dei dettagli pregiati, arredo, sculture, quadri, tovagliati, mise en place classica.

Angelo Gravino e Giorgio Zoccolella, la cucina e la sala di Michelasso

Angelo Gravino e Giorgio Zoccolella, la cucina e la sala di Michelasso

Capasanta, guanciale, nocciola e oro

Capasanta, guanciale, nocciola e oro

Linguine Pastificio Gentile con bolognese di mare, cacioso di bufala e basilico

Linguine Pastificio Gentile con bolognese di mare, cacioso di bufala e basilico

Dalla cucina arrivano sapori netti, riconoscibili eppure nuovi. La cantina vibra di etichette, mentre ovunque c’è la sensazione sottile di un abbraccio. Calore tipico di Napoli, ma qui è più un atto gentile, discreto. Come se qualcuno ti accompagnasse in giro per la città. Questi “qualcuno” sono due, professionisti che pensano all’unisono già da un po’, da prima del Michelasso: Angelo Gravino e Giorgio Zoccolella, la cucina e la sala. Stesso rigore, differente l’aplomb.

Incontriamo uno chef di pochissime parole, il trucco sta nel chiedergli i dettagli della sua maniacale spesa mattutina. Gravino è casertano, ma ama il mare. Disarmante nella sua calma serafica. Riflettiamo sul fatto che quella del cuoco sia una vita usurante e così realizziamo che bisogna amarla alla follia, quella vita, per poter essere Angelo Gravino. Uno bravo, serio, concentrato, idee e piatti. Cucina e pasticceria e una brigata di quattro persone.

In sala sono in tre, anche se il maitre e sommelier aggiunge continue illusioni ottiche. È ovunque, attento, imponente. Ci accoglie e ci guida per l’intera serata: frontman Zoccolella. Giocoliere di calici non solo campani, non solo italiani, non solo europei. Grande passione per gli champagne e, tra le mani, il dovere di esaltare una gran bella cucina. Una cucina gourmet, ops.

Pane e grissini

Pane e grissini

Spigola in crosta di pane nero, crema di mozzarella e pomodorini confit

Spigola in crosta di pane nero, crema di mozzarella e pomodorini confit

Pastiera

Pastiera

I nostri assaggi
Ci accomodiamo ed il calice si riempie di Sogno, Blanc de Blancs Pas Operé, Cà del Vént 2013 (Franciacorta). Dunque, la magia esiste. Uve Chardonnay in purezza, il profumo, come il gusto, sono una rivelazione che metabolizziamo tra un amuse bouche e l’altro.

Tartelletta salata con stracciatella di bufala, pomodoro e alici del Cantabrico
Cannolo in pasta sfoglia con crema pasticciera salata e granella di nocciola
Mini bun con capocollo di Venticano e scarola
Bon bon di crostacei
Frittatina di pasta alla napoletana

Chiamiamolo “benvenuto”, piccoli bocconi da gustare one shot. Nessuno escluso, si schiudono in una potenza di gusto prodotta da materia prima e tecnica. Può l’intensità essere anche gentile? Angelo Gravino ne ha fatto un manierismo che ritroveremo in tutti i piatti a noi destinati.

Percorso di mare. Proseguiamo con Capasanta, guanciale, nocciola e oro. Sapidità e dolcezza in simbiosi, mentre andiamo in Veneto e assaggiamo il Soave Classico DOC Monte Carbonare 2017, Suavia. Uva Garganega al 100%, sentori di agrumi ed erbe di montagna, fresco, piacevole. La serata è già calda, il ritmo giustissimo, ma è da quando siamo arrivati che sentiamo parlare di un certo risotto. Quello che proprio non si riesce a togliere dalla carta. Finalmente il risotto arriva e, banalmente, chiediamo di iscriverci subito al fanclub.

Riso Acquerello con cremoso di mozzarella, gamberi rossi e limone. Una lezione di risotto e di concretezza, cotture millimetriche ed effetto finale di estrema raffinatezza. Gli affianchiamo un calice di Eli Zambrotta, spostandoci a Roccamonfina, in provincia di Caserta. Greco di Tufo IGT 2020 di Cantine Telaro. Un vino che nasce dalla collaborazione tra l’enologo Pasquale Telaro, noto per la valorizzazione di vitigni autoctoni campani, e Andrea Pala, tra i migliori giovani enologi italiani.

Proseguiamo con i carboidrati ed un altro cavallo di battaglia. Linguine Pastificio Gentile con bolognese di mare, cacioso di bufala e basilico. Nel bicchiere, Falanghina del Sannio DOP FontanaVecchia 2012 e la morbidezza di un bianco maturato bene. Ancora nel pieno della sua espressione gustativa e lesto ad addomesticare la potenza del piatto. Il tutto, senza mai alzare la voce, come è nello stile Michelasso.

Completano la tavola, pane, grissini, cialde croccanti, olio, burro, tutto quel fantastico mondo messo lì ad intrattenerti portata dopo portata. Saranno la dannazione della cena. O benedizione, decidetelo voi.

La piccola pasticceria

La piccola pasticceria

I vini del percorso

I vini del percorso

Particolare di sala

Particolare di sala

Momento proteico. Spigola in crosta di pane nero, crema di mozzarella e pomodorini confit. Lo chef ci racconta con fierezza l’acquisto di questo magnifico esemplare  dai pescherecci di Torre del Greco e la sua verità è tutta nel piatto. Per l’abbinamento vino, ci spostiamo in Armenia con il Voskì Zorah 2017. Vino pieno di artigianalità e di frutto. Morbido, con una freschezza che continua a rilanciare ad ogni sorso.

Abbandoniamo il percorso salato, predisponendoci alla dolcezza. Argomento, quello della pasticceria, affrontato da Angelo Gravina con passione e competenza. Il predessert è un fresco Sorbetto alla menta, azzeriamo il palato aspettando lei: la Pastiera. Nessuna destrutturazione o interpretazione sciolta, l’innovazione è nel contemplarla. Fetta al centro del piatto e lei che sembra una regina. Ed effettivamente lo è. Chiediamo qualche dettaglio in più e scopriamo che il ripieno racchiude, oltre al grano e alla ricotta, anche un tocco di crema pasticciera. Concludiamo con la piccola pasticceria e beviamo Burgenland Beerenauslese Cuvée Kracher 2017, vino dolce austriaco.

Il nostro viaggio si conclude così, si dice che la destinazione poco importi, per questo abbiamo goduto di ogni singola tappa. Napoli è viva più che mai, buone notizie in un momento in cui siamo pronti a ripartire, ma sul serio. Il futuro è oggi e scommettiamo forte sui traguardi del Michelasso. Lo facciamo in silenzio, senza dirlo a nessuno. A Napoli, si sa, azzardare pronostici porta male.

Michelasso
via Santa Brigida, 14/16
Napoli
+393421689562 e +3908118658804
Prezzi medi: antipasti 34, primi 22, secondi 30, dessert 12 euro
Menu degustazione: 75 e 90 euro
Chiuso lunedì


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