NON ABBIATE PAURA, perché noi siamo ristoratori, non untori

L'appello di Le Zhang del Bon Wei, Milano: «Ristoranti cinesi mezzi deserti, senza motivo. Non trattateci da appestati»

08-02-2020
Figlio e padre, Le e Guoqing Zhang. Sono le due c

Figlio e padre, LeGuoqing Zhang. Sono le due colonne portanti - il primo in sala, il secondo in cucina - del Bon Wei, ottimo indirizzo di ristorazione cinese a Milano

L'altra sera, al Bon Wei di Milano, la nostra cena migliore di sempre, noi che andiamo spesso in quel locale. Piatti nuovi, di altissima qualità. Ma anche tanti, troppi tavoli vuoti, in un indirizzo generalmente - e meritatamente - sempre pieno. A fine cena il restaurant manager Le Zhang, figlio dello chef Guoqing Zhang, ci ha raccontato la situazione difficile che vivono ristoranti come il suo. Di più: l'intera comunità della quale loro fanno parte, causa panico da Coronavirus. Gli abbiamo chiesto di trascrivere queste sue parole. NO ALLA PAURA (Carlo Passera)

L'altra sera, era ancora presto. Sedevo al tavolo con mia madre e una sua cara amica, per mangiare qualcosa prima che iniziasse il servizio della cena. Si è presentata una coppia prima del previsto, avevano prenotato un tavolo. Non appena ci hanno visto - voglio dire: hanno visto i nostri volti. Ma che s'aspettavano, in un ristorante cinese? - hanno fatto una faccia strana e si sono tirati indietro. "Scusate, abbiamo sbagliato ristorante, non abbiamo prenotato qui", hanno farfugliato. Ovviamente non era vero. Se ne sono andati di corsa, come avessimo la peste. Episodi come questi ne capitano tanti. Quanta amarezza!

Guoqing Zhang

Guoqing Zhang

Siamo in Italia da una vita. Io sono nato in Cina nel 1984, sono arrivato coi miei genitori nel 1989, avevo cinque anni e mezzo. Mio padre Guoqing Zhang aveva già girato mezza Europa, lavorando sempre in cucina, prima un anno e mezzo ad Amsterdam, poi tre anni a Parigi come aiuto cuoco di suo zio. Poi appunto Milano: diventò executive chef al Giardino di Giada. Dopo qualche anno, era il 2010, mia mamma, Yuehe Wu, pensò fosse il momento di mettersi in proprio, di creare un nostro locale. A Milano? Lei si oppose: veniamo da un posto relativamente piccolo, almeno per gli standard cinesi, la prefettura di Wenzhou. Così lei trovava Milano un po' troppo caotica. Poi io ero ancora giovane, per farmi crescere più tranquillo scegliemmo invece Padova, dove viveva già sua sorella. Sono molto legato a quella zona; giocavo anche a calcio, come mediano nella squadra Primavera del Noventa, serie di Eccellenza. Poi mi ruppi tibia e perone e ciao.

Le Zhang con la madre Yuehe Wu

Le Zhang con la madre Yuehe Wu

Quando aprimmo a Padova, appunto nel 2010, notammo che c'era ancora chi aveva paura di entrare in un locale come il nostro per via del ricordo della Sars, la cui epidemia si era sviluppata ed era stata debellata sette anni prima, senza alcun caso nel nostro Paese... Ho sempre attribuito la cosa al fatto che Padova è una città un po' provinciale, mentre consideravo Milano - dove ci siamo trasferiti sette anni e mezzo fa, per il Bon Wei - un luogo dove la gente ha mentalità molto più aperta. Non m'aspettavo una reazione di questo genere. Devo dire che sono un po' deluso.

L'elegante sala del Bon Wei

L'elegante sala del Bon Wei

Io non parlo tanto di me: sono nato in Cina, sono cinese, ne sono orgoglioso, la carta d'identità parla chiaro. Ma la grande parte della mia comunità è composta da immigrati di seconda generazione, che hanno sempre vissuto qua, sono integrati. Penso alla mia fidanzata, Shuye Wu, lo stesso cognome di mia mamma: ha 23 anni, è nata e cresciuta sotto la Madonnina, parla dialetto milanese. Eppure quando va in metropolitana, molta gente si alza e cambia vagone. Così succede anche a tanti miei collaboratori. Pazzesco.

Le Zhang al lavoro, con la consueta passione, affabilità e competenza

Le Zhang al lavoro, con la consueta passione, affabilità e competenza

C'è ignoranza, certo. A volte un po' di razzismo. Come si fa a comportarsi così, nel 2020? Ci vuole rispetto. Sono anche arrabbiato: siamo cinesi, non untori. Mio padre è andato per l'ultima volta in Asia un anno e mezzo fa, a Hong Kong, a trovare dei parenti. E per l'occasione ha studiato come anche la nostra alta cucina sia più contemporanea, si sia rinnovata, nel segno della contaminazione. Quanto a me, saranno sette anni che non torno in Cina...

Zhang padre e figlio qualche tempo fa con un ospite d'eccezione, Gualtiero Marchesi

Zhang padre e figlio qualche tempo fa con un ospite d'eccezione, Gualtiero Marchesi

Per attutire la psicosi mi hanno anche consigliato di esporre un grande cartello, in cui sottolineare come praticamente la totalità degli ingredienti che utilizziamo sono italiani, e di qualità certificata. Non l'ho fatto, per due ragioni. Primo, perché il Coronavirus non si trasmette certo col cibo; secondo, perché lo trovo umiliante. Nel mio cuore c'è sempre la speranza che la gente capisca. Con la mia fidanzata e suo cugino stiamo facendo una sorta di propaganda: "Non abbiate paura dei cinesi". Voglio difendere i tanti sacrifici fatti, soprattutto da parte di mio padre, di mia madre, e anche un po' mia.

Il post su Instagram di Enrico Mentana

Il post su Instagram di Enrico Mentana

Non è facile andare avanti, in questo periodo. Durante il week end teniamo abbastanza bene, la sala è piena, faccio girare i tavoli come sempre. Ma durante la settimana è un disastro, lo vivo male, come un vero e proprio torto che ci stanno facendo: in genere non scendo mai sotto i 50-60 coperti, da quando è scoppiata questa psicosi arrivo a meno della metà. A conti fatti siamo al 50% di clienti persi. I media terrorizzano la gente, pochi operano con serenità. L'altro giorno ho avuto ospite Enrico Mentana, lui è sempre stato equilibrato, viene spesso qui, ha anche scritto un post su Instagram: "Solidarietà golosa", con la foto del nostro menu. Lo ringrazio.

Spero che questa bufera passi in fretta, che non si crei una barriera tra culture, tra persone. Noi ci siamo sempre impegnati in questo senso, abbiamo anche fatto opera di avvicinamento, lavorando con la Fondazione Italia-Cina, creando eventi dedicati alle varie scuole gastronomiche cinesi. Ne abbiamo ricavato un menu che mette insieme i piatti di queste diverse tradizioni, con una ventina di ricette introvabili altrove. Una bella idea, un gran lavoro che ci suggerì Mirta Oregna, cui va il mio plauso. Lei per me è come una sorella.

Una foto di qualche anno fa: lo chef Guoqing Zhang, papà di Le, lavora sotto lo sguardo del professor Francesco Boggio Ferraris, direttore della scuola di formazione della Fondazione Italia-Cina

Una foto di qualche anno fa: lo chef Guoqing Zhang, papà di Le, lavora sotto lo sguardo del professor Francesco Boggio Ferraris, direttore della scuola di formazione della Fondazione Italia-Cina

La chiudo qui. Ma prima vorrei ribadire una cosa: non abbiate paura. Siamo delle persone consapevoli del lavoro che facciamo. Usiamo prodotti di grande qualità, Sono molto addolorato per quello che sta succedendo in Cina, anche nella mia stessa città d'origine. Là ho mia cugina, la sento spesso al telefono: non vive una situazione facile, mi si fanno coraggio. Sono vicino a loro, con tutto il mio cuore. Ma qui da noi rischi non ce ne sono. Aiutateci.


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