Estate afosa? Ma senza rinunciare a un buon vino
Siamo perfettamente consci che d’estate, soprattutto con questo caldo, si perde la voglia di bere vino e in generale alcolici. Ma a cena o anche all’aperitivo, quando le temperature diventano un po’ più miti, possiamo di certo concederci un buon bicchiere. Ma soprattutto ricordiamoci che l’estate è un periodo di convivialità (come ricorda anche Cinzia Benzi nel suo pezzo), dove il vino diventa un veicolo, uno strumento, per stare insieme agli altri.
A tal punto ci siamo semplicemente chiesti con quel bicchiere abbiamo voglia di fare un brindisi con gli amici, per fare quattro chiacchiere e stare un po’ insieme durante questa estate. Rilassiamoci, quindi, con questi vini scelti dalla redazione di Identità di Vino, come sempre spinti dalla curiosità e dalla voglia di assaggiare qualcosa di buono.
Raffaele Foglia
Attente, Chambave Muscat ricco di personalità
Nei vigneti di Chambave, nel cuore della media Valle d'Aosta, il Moscato Bianco trova un ambiente ideale per esprimere tutta la sua ricchezza aromatica. Qui, tra pendii assolati, terreni sabbiosi e ricchi di minerali e un clima caratterizzato da forti escursioni termiche, questa varietà riesce a sviluppare un'identità raffinata. Una vocazione viticola che oggi viene custodita con passione da La Crotta di Vegneron, cooperativa nata per valorizzare i vitigni tradizionali valdostani e preservare una viticoltura di montagna tanto impegnativa quanto affascinante. Il lavoro in vigna procede nel pieno rispetto dell'equilibrio naturale. In cantina ogni scelta è orientata a esaltare l'identità del frutto e del terroir, dando vita a vini che raccontano con autenticità il carattere di questa piccola enclave vitivinicola.
Il Vallée d'Aoste Chambave Muscat DOC "Attente" 2021 conferma tutta la personalità della denominazione. Le uve, accuratamente selezionate, vengono vinificate in acciaio e affinate per circa 40 mesi sulle fecce fini, un percorso che regala profondità. Il bouquet si apre su richiami di salvia, timo, scorza di agrumi e pompelmo rosa, arricchiti da note di gelsomino. Il sorso è pieno, attraversato da una vibrante vena minerale che accompagna un finale lungo, elegante e persistente.
Leonardo Romanelli
Monterustico, Dogliani secondo Vajra
Per dirla con una frase di
Bertolt Brecht, il
Dolcetto è il «vino semplice più difficile da farsi». Perché coniuga sagace cultura contadina con una precisa attenzione enologica. Consegnando al bevitore più attento veri sorsi di sincerità: quella che non sempre si riscontra nel vino. Proprio come il concetto brechtiano della semplicità.
Ecco allora scendere in vigna l’estro e la bravura di una famiglia barolista assolutamente autorevole: i
Vaira di Vergne,
Aldo con sua moglie
Milena e i loro splendidi figli
Francesca,
Isidoro e
Giuseppe, tutti con una dedizione alla cura della vite che diventa omaggio alla fratellanza, alla voglia di condividere sogni oltre che meditate bevute.
Come per il
Dolcetto di casa
Vajra- tipologia ingiustamente poco osannata da enocritici troppo esigenti, seguaci di eclatanti dissertazioni - che assume la giusta collocazione sensoriale. Rispettando la zona di coltura - Monterustico, area viticola langarola vicino Farigliano, spesso dimenticata …- e rendere speciale un Dolcetto prettamente ancorato alla
DOCG Dogliani.
Monterustico, per i
Vaira «è curare e credere in una terra bella e selvatica, per ridare vita ad una viticoltura antica». In sintesi:
Dolcetto versatile, assolutamente versatile, richiami a frutti di bosco, snello, leggiadro e accattivante. Dimostrando come la semplicità sia simbolo di lodevole golosità.
Nereo Pederzolli
Plèstina di Pucciarella, l’Umbria batte il caldo
Un rosso che coniuga struttura e freschezza, si rivela un compagno dell’estate tutto da scoprire e da gustare. Anche in nome degli accattivanti luoghi dove viene prodotto. Parliamo di Plèstina Trasimeno Gamay Doc dell’azienda Pucciarella.
Il vitigno è appunto il Trasimeno Gamay (Grenache), coltivato a 300 metri in Umbria, nella zona di Magione, con esposizione a Sud. Il terreno ci riporta anche al mare, con sedimenti che corrono indietro nella storia geologica, un mix di ghiaia, sabbia e argilla. Dopo la vendemmia, generalmente a fine settembre, avviene la fermentazione in vasche d’acciaio, studiata a una temperatura che non deve superare i 25 gradi, a tutela dei profumi. Rientra in questa meticolosa ricerca il ricorso a due délestage, proprio all’inizio: così, oltre agli aromi, si permette una migliore estrazione di colore, ma è anche il modo di assicurarsi la struttura adeguata. Il Plèstina viene imbottigliato la primavera successiva, ma sussurra di estate sul lago Trasimeno a partire dai profumi: dalla fragola ai lamponi, sfumature che si avvertono pure al palato. Un intreccio di eleganza e freschezza, che sa dialogare con i nostri tempi trasmettendo però fortemente la sua identità.
Marilena Lualdi

L’Ora, novità in rosato della Val Camonica
Tra le novità più interessanti della viticoltura camuna spicca
L’Ora, il nuovo rosato dell’
Azienda Agricola Alena di Malegno, in provincia di Brescia. Ottenuto da
Pinot Nero proveniente da un vigneto impiantato nel 2022, nasce in un luogo dove il paesaggio e gli elementi naturali diventano parte integrante del racconto del vino. Il vigneto sorge infatti accanto al Santel de l’Ora, raffigurato anche in etichetta, e prende il nome dal vento che soffia da sud verso nord lungo la Val Camonica, una presenza costante che caratterizza questa porzione di territorio, ne definisce il microclima e prende parte alle caratteristiche del vino.
Nel calice si presenta con un brillante colore corallo; al naso emergono eleganti note floreali di fiore di pesco, accompagnate da sentori agrumati, fragoline di bosco e sfumature vegetali e speziate. Al palato ritornano gli agrumi, in particolare il pompelmo, sostenuti da una vibrante acidità, una piacevole mineralità e una lunga persistenza. La pressatura soffice, la fermentazione a freddo e l’affinamento per metà in acciaio e per metà in barrique contribuiscono a definire un rosato raffinato, identitario e sorprendente, capace di raccontare una nuova espressione della Val Camonica.
Stefania Oggioni
Ghizzano Bianco, profumi di Toscana
La Doc Terre di Pisa nasce nel 2011, fra le più recenti denominazioni di origine della viticoltura italiana. Ne fanno parte 16 comuni dove si coltiva, principalmente, Sangiovese insieme a Vermentino, Trebbiano e Malvasia, protagonisti della denominazione Terre di Pisa Bianco.
A presidiare la qualità e l’identità del marchio è stato costituito, nel 2024, il Consorzio Vini Terre di Pisa, per volontà di un gruppo di produttori – oggi 16 aziende – e per promuovere un territorio che da sempre ha prodotti vini di alta qualità. La presidente è Ginevra Venerosi Pesciolini, proprietaria della cantina Tenuta di Ghizzano, una delle aziende agricole più antiche del territorio, ma anche fra le più innovative. Su 180 ettari, i 20 a vigneto sono coltivati con modalità biodinamica, uve che traggono la loro personalità da terreni formati da sedimenti marini caratterizzati da sabbie argillose più o meno calcaree. Qui il Vermentino trova condizioni ideali per esprimere le sue peculiarità. Ed è proprio da un blend di Vermentino (70%) e Malvasia Bianca (30%) che prende forma il Ghizzano Bianco, vino di grande bevibilità perfetto per le cene estive.
Dopo la raccolta le uve macerano in pressa per 24 ore prima della fermentazione spontanea che si prolunga per circa un mese a bassa temperatura. Il contatto con le fecce fini in tini di acciaio dura circa 3 mesi a cui si aggiungono due mesi di riposo in bottiglia. Il prodotto è un bianco aromatico e floreale, fresco e beverino. Ottimo per aperitivi estivi e da gustare con piatti di pesce e verdure appena scottate.
Maurizio Trezzi
Sorèlle di Cotarella, nel segno della convivialità
La prima volta che assaggiai questo rosato pensai all’elevato tasso di convivialità. Ci sono vini che cercano di stupire e altri che preferiscono accompagnare.
Sorèlle di
Famiglia Cotarella appartiene a questa seconda categoria: un rosato che trova la sua forza nell’equilibrio, nella misura, nella capacità di raccontare il territorio con naturalezza. Il colore richiama le sfumature dei petali appena dischiusi, mentre il profumo si muove tra piccoli frutti rossi, agrumi e leggere note floreali. Un sorso dinamico, fresco, attraversato da una sapidità che ne sostiene il ritmo senza mai appesantirlo. È un vino che invita alla tavola ma non ne dipende, capace di interpretare con la stessa disinvoltura un aperitivo, una cucina di mare o piatti vegetali.
Il nome
Sorèlle suggerisce un legame, una storia condivisa, un’idea di armonia tra
Marta,
Enrica e
Dominga Cotarella, donne talentuose e meno figlie di papà di quanto siano spesso etichettate. Brave per aver creato un rosé da
Merlot con una piccola percentuale di
Aleatico. Nel calice resta soprattutto questa sensazione: quella di un vino che non rincorre le mode, ma trova nella propria identità il modo più naturale di farsi ricordare.
Cinzia Benzi
Trebbiano di Ciavolich, vinta la sfida con il 2024
Una delle caratteristiche imprescindibili dei viticoltori è quella di doversi mettere alla prova ogni anno. Anche in condizioni estreme. L’annata 2024, in Abruzzo, è stata tutt’altro che facile, soprattutto per uno dei vitigni più identitari della regione, il Trebbiano. Chiara Ciavolich, con il suo team, ha saputo interpretare questa annata caratterizzata da periodi di siccità e da temperature anomale con grande saggezza, interpretando l’annata senza farsi condizionare.
Nasce così il Fosso Cancelli Trebbiano d’Abruzzo Doc 2024. «Dopo il 2023, segnato da un calo produttivo del 70% dovuto a peronospora e siccità, anche il 2024 si è confermato un anno emblematico del cambiamento climatico. Non come concetto astratto, ma come esperienza concreta – spiega Chiara Ciavolich – In queste condizioni si comprende quanto poco controllo abbiamo davvero». Determinante il ruolo dei suoli argillosi di Contrada Salmacina Cancelli, a Loreto Aprutino, misti a sabbia e calcare, capaci di trattenere l’acqua nei momenti più critici. Fondamentale anche il contributo delle vigne storiche a pergola di Trebbiano Abruzzese, piantate nel 1974 dal padre di Chiara, Giuseppe Ciavolich. Il risultato è un vino intenso, caratterizzato fin da subito da frutta ed erbe aromatiche, con un sorso particolarmente sapido e lungo. Un vino che avrà certamente una piacevole evoluzione negli anni.
RF
Le Impressioni in rosa di Gianni Sinesi
Per anni è stato uno dei sommelier più apprezzati della ristorazione italiana, interprete e narratore di grandi etichette. A un certo punto, però,
Gianni Sinesi ha scelto di cambiare il suo percorso. Dopo oltre vent’anni trascorsi tra i tavoli e la cantina del
Reale, il ristorante guidato da
Niko e
Cristiana Romito, il professionista pugliese, ormai abruzzese d'adozione, non ha lasciato il mondo del vino: ha semplicemente deciso di viverlo da una prospettiva diversa, dando vita
Impressioni, un progetto enologico personale che porta la sua firma, sviluppato insieme a
Leonardo Pizzolo all'interno della cantina Valle Reale, a Popoli.
Non una semplice etichetta, ma una collezione di vini in tiratura limitata pensata per esprimere una sensibilità maturata in anni di degustazioni, viaggi e confronti con produttori e territori. Il progetto si fonda su un approccio artigianale e su produzioni limitate, con l'obiettivo di valorizzare il territorio abruzzese attraverso uno sguardo originale.
Nato con la vendemmia 2024, la declinazione in rosa di
Impressioni rappresenta un omaggio personale e appassionato al
Cerasuolo d'Abruzzo. A base di uve
Montepulciano, al naso esprime eleganti note di fragolina di bosco, melograno e albicocca, arricchite da una sottile sfumatura speziata. Il sorso è sostenuto da una vibrante freschezza e da una piacevole sapidità che ne accompagnano la progressione.
Adele Granieri
Rosato Cinthya di Merinum, sorprendente Gargano
Se si pensa al Gargano, la prima immagine che affiora è quella del mare, delle falesie bianche e della Foresta Umbra. Difficilmente, invece, questo angolo di Puglia viene associato al vino, eppure è proprio qui, tra brezze marine e macchia mediterranea, che la giovane realtà di Cantine Merinum ha raccolto una sfida ambiziosa: riportare il Gargano sulla mappa del vino italiano.
Il Rosato Puglia IGP Cinthya 2025 da Nero di Troia in purezza è un vino che diventa scoperta, capace di racchiudere la freschezza della Foresta Umbra e il sapore della tenacia con cui si lavora per riportare alla luce il vino della propria terra.
Dietro questa bottiglia c’è la visione di Cinzia Quitadamo e di suo marito Luigi Armiento, che dal 2018 hanno avviato il progetto ai piedi della Foresta Umbra, nel cuore del Parco Nazionale del Gargano. Un lavoro di recupero e ricostruzione che nasce da una storia semplice e potente: vigneti un tempo diffusi lungo la costa di Vieste e poi scomparsi con il cambio del paesaggio e dell’economia.
Non è il classico rosato giocato sul frutto immediato, ma un vino teso e salino, con note di melograno, piccoli frutti rossi e agrumi che restituiscono l’identità del territorio e la sua anima costiera. Un rosato saporito ma leggero, che si lascia bere con naturalezza e diventa compagno ideale di pranzi all’aperto e cene lente, quando il calice segue il ritmo delle giornate calde.
Fosca Tortorelli
Vostè Nepente di Iolei, anima sarda
Quando il caldo si fa torrido e la tentazione è quella di relegare i rossi ai mesi freddi, il
Vostè Nepente 2024 di
Iolei dimostra quanto un
Cannonau autentico possa sorprendere anche d’estate. Nasce a Oliena, nel cuore della Barbagia, terra aspra e generosa dove il
Nepente rappresenta molto più di un vino: è un simbolo identitario, celebrato persino da
Gabriele D’Annunzio che ne lodò le qualità durante uno dei suoi viaggi in Sardegna. Il nome
Vostè, equivalente sardo dell’allocutivo di cortesia
“Voi”, è un omaggio rispettoso a questo grande rosso del territorio e in etichetta compare una caricatura del Vate, a ricordare il profondo legame tra il
Nepente e la sua fama letteraria.
Prodotto dalla famiglia
Puddu, è ottenuto da uve
Cannonau in purezza coltivate ad alberello e cordone speronato. Dopo la raccolta manuale, le uve fermentano con una macerazione di dieci giorni a temperatura controllata, seguita dalla malolattica in cemento. Servito leggermente fresco, accompagna con naturalezza salumi, formaggi stagionati ma anche delle paste al sugo di pesce, confermando il carattere contemporaneo di un grande classico della Sardegna.
Salvo Ognibene
Roussette di Chevillard, un’inattesa Savoia
La Savoia è una delle regioni vitivinicole più interessanti e meno raccontate delle Alpi francesi, i cui vini bianchi affilati trovano il loro senso naturale accanto a formaggi e a una schietta cucina di montagna.
Con circa 2.200 ettari complessivi, è la regione vitivinicola più piccola di Francia dopo lo Jura. A farla da padrone sono le vigne di Jacquère, mentre l’Altesse - i cui vini rientrano nella denominazione Roussette de Savoie - occupa circa il 10% della superficie e non esiste praticamente altrove: vitigno difficilissimo da allevare, ci raccontano, ma capace di una mineralità incantevole. Una piccola parte rientra anche nel Domaine de Chevillard, azienda familiare nel cuore della Combe de Savoie, una decina di ettari in biodinamica, guidata da Matthieu Goury e Guillemette Renard.
La Roussette de Savoie dell’azienda, di cui abbiamo assaggiato la 2020, viene da vigne a un’altitudine tra i 350 e i 600 metri, con le fresche correnti alpine che donano una notevole tensione in bocca e un finale lungo e ricco. Un vino eclettico, da tanti abbinamenti a tavola, che esce circa 3 anni dopo la vendemmia e che promette di invecchiare davvero bene.
Amelia De Francesco