La Provenza è una geografia dell'immaginario prima ancora che una regione vitivinicola, una terra che il vino ha contribuito a raccontare attraverso sfumature di luce, profumi di macchia mediterranea e quella particolare idea di eleganza disinvolta che il rosé, forse più di ogni altra tipologia, ha saputo interpretare. In questo racconto collettivo, Château d'Esclans occupa un posto speciale. Non soltanto per aver portato il rosé provenzale al centro della scena internazionale, ma per averne ridefinito il potenziale espressivo, spostando l'attenzione dalla semplice piacevolezza alla ricerca della complessità.

Vigneti di Château d'Esclans
Un percorso che continua a evolvere e che passa, inevitabilmente, dalla vigna e dalla cantina. Ne abbiamo parlato con il suo enologo e direttore tecnico,
Bertrand Léon. Origini bordolesi, ricopre questo ruolo dal 2011. È figlio d’arte: il padre
Patrick, a sua volta enologo di fama mondiale, è stato per molto tempo consulente proprio di
Château d’Esclans.
Bertrand ha scelto di mettersi alla prova proprio qui, nonostante il percorso post laurea fatto presso
Château Mouton Rothschild e
Château Fieuzal .

Bertrand Léon e una bottiglia di Château d'Esclans
Château d'Esclans ha rivoluzionato la percezione del rosé nel mondo. Qual è stata la scelta tecnica più rischiosa che ha davvero fatto la differenza?
«All’inizio, con mio padre, si trattava di proporre un vino che piacesse per la densità. Un vino in controtendenza per l’area geografica, ma alla fine era corretto porsi in tal modo».
In una regione come la Provenza, quanto spazio rimane per l’innovazione senza tradire l’identità del rosato?
«Per produrre un vino rosato serve molta tecnologia; ma resta un vino di terroir, così serve sempre la conoscenza delle parcelle, dei suoli e dei blend. Non è mai facile avere delle certezze. In inverno c'è più freddo da gestire, in estate il tempo migliora».
Qual è oggi l’importanza del lavoro in vigna rispetto alle scelte effettuate in cantina nella definizione dello stile di Esclans?
«Per me il vino è l’espressione del suolo. Serve conoscere le parcelle e carpirne i limiti».

Vigneti di Château d'Esclans
C’è un dettaglio del processo di produzione che il consumatore non vede ma che, secondo lei, fa davvero la differenza nel bicchiere?
«Certo, è l’ossidazione. Facciamo molta attenzione a questo processo naturale, lottando perché non accada. Significherebbe perdere aromi, precisione nel vino».
Se dovesse immaginare il rosato dello Château d’Esclans tra 10 anni, cosa cambierebbe? E cosa non dovrebbe mai cambiare?
«È molto difficile rispondere a questa domanda. Serve essere aperti di fronte alle sfide, quindi non sono in grado di sapere cosa non cambiare mai, perché il cambiamento è indice di studio e di evoluzione. Per esempio, vorrei avere sempre più informazione sulla gestione delle parcelle».