Il canto del Sangiovese nei vini di Castello La Leccia

Una cantina gioiello nel cuore del Chianti Classico che valorizza il vitigno tipico, nel segno del rispetto per la natura

06-01-2022
a cura di Marilena Lualdi
Armonia e amore per il territorio. L’azienda seg

Armonia e amore per il territorio. L’azienda segue da tempo i criteri dell’agricoltura biologica

Per amore di un vitigno, di un luogo incantevole e di una filosofia. «Volevo venire alla tenuta di Castello La Leccia, perché volevo il Sangiovese. E lavorare con il biologico, cosa che non mi era riuscita in passato con altre realtà». Così racconta Guido Orzalesi, direttore dell’azienda. Con gli occhi che brillano trasmettendo la bellezza di questo gioiello nel cuore del Chianti Classico e il valore di questo vitigno, abbracciati nel segno del rispetto per la natura.

Guido Orzalesi, direttore della cantina Castello La Leccia

Guido Orzalesi, direttore della cantina Castello La Leccia

Qui a Castellina in Chianti, in effetti, è la viticoltura etica e sostenibile che si afferma, la tensione premurosa verso la biodiversità di un territorio così ricco di sfumature che va preservata. A Il Liberty di Milano  scorre questa melodia del Chianti Classico, assieme al fraseggio dello chef Andrea Provenzani: una pagina di spartito speciale, il Risotto alle castagne con fonduta di Comté e finferli trifolati.

«Ho accettato a due terzi della mia carriera di spostarmi un’altra volta perché ritengo che La Leccia sia una bellissima espressione del Sangiovese» spiega ancora Orzalesi. Partiamo da IlVivaio del Cavaliere Toscana Rosso Igt 2020: il Sangiovese è attore di spicco, con la sua morbidezza, ma hanno da dire anche Malvasia e Ciliegiolo, anche se è soprattutto il Syrah a completare la percezione di un vino capace di lasciarsi scoprire sempre più nelle sue sfumature: si inizia che è profumo timido ma “risvegliante” di primavera, ci si addentra nell’estate della frutta matura.

Le etichette in degustazione al ristorante Il Liberty di Milano

Le etichette in degustazione al ristorante Il Liberty di Milano

Le vigne del Castello La Leccia sono esposte a sud, sud-ovest e dislocate in cinque aree diverse che guardano al Castello come in un omaggio alla storia, che nel caso del vino fa incontrare uomo e natura con armonia. Come si accennava, l’azienda è da parecchio tempo attenta a seguire i criteri dell’agricoltura biologica, approccio che sette anni fa ha condotto alla certificazione. Difatti, è minimo l’uso di rame e zolfo nella difesa fitosanitaria, si cercano alleati piuttosto in modo naturale. Tra i filari orzo, trifoglio e senape svolgono il loro ruolo.

La cantina di Castello La Leccia

La cantina di Castello La Leccia

La differenza delle zone dei vigneti trova riscontro anche nelle altezze, fra i trecento e i cinquecento metri. Caratteristiche del terreno: piuttosto povero, nel segno di roccia calcarea e galestro. Ma passiamo al canto solista del Sangiovese, prima con il Chianti Classico Docg 2019, quindi con il Chianti Classico Riserva 2018 e infine con Bruciagna Chianti Classico Docg Gran Selezione 2018.

Una suggestiva immagine serale di Castello La Leccia

Una suggestiva immagine serale di Castello La Leccia

Il primo, nonostante l’impronta decisa, riesce ad adattarsi a diverse portate e occasioni. Le sue uve, raccolte a mano, diraspate, pigiate, vengono lasciate in vasche d’acciaio a temperatura controllata per 24 ore; si passa dunque alla fermentazione alcolica, ripetendo spesso rimontaggi. Ancora, macerazione con le bucce per una decina di giorni e quindi la fermentazione malolattica in vasche di cemento. Dopo di che  passaggio nelle botti di rovere per la maturazione, per 12 mesi.

Risotto alle castagne con fonduta di Comté e finferli trifolati dello chef Andrea Provenzani

Risotto alle castagne con fonduta di Comté e finferli trifolati dello chef Andrea Provenzani

La Riserva (abbinata al citato risotto) nelle botti di rovere resterà 18 mesi. Affascina con il suo equilibrio e qui le note sono dettate dai fiori, dalla viola alla rosa. Infine, la Gran Selezione, che conclude con serietà non certo cupa la degustazione: all’olfatto, oltre agli aromi di frutti di bosco compaiono note di tabacco che annunciano una certa forza di carattere. Forza confermata e allo stesso tempo ingentilita al palato. In questo caso, si utilizzano le uve del vigneto Bruciagna che si trova a un’altezza di 400 metri.


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