La Rete del Pinot Bianco nel Collio, perché il vino è un bene culturale

Sette famiglie si sono unite per proteggere e tutelare un vitigno prezioso, esprimendone la grandezza con diverse interpretazioni

27-11-2021
Foto di gruppo per le famiglie fondatrici

Foto di gruppo per le famiglie fondatrici

Il vino è uno dei maggiori segni di civiltà su questa terra, marker di una cultura che riesce ad avere visioni e sogni a partire dal paesaggio tutto intorno. Il Pinot Bianco nel Collio in Friuli è buono da bere e bello da pensare, perché ben radicato, nella terra e nelle menti e, al contempo, capace di stupire ancora, come un uomo che, col passare del tempo e delle età, ha più storie da raccontare.

L’associazione delle 7 cantine, voluta fortemente da Marco Felluga, parla a gran voce della stima reciproca e del rispetto per la terra che abitano, facendo emergere un messaggio forte e chiaro: insieme è meglio, soprattutto quando si vuol lasciar esprimere un territorio.

Venica&Venica, Pascolo, Livon, Russiz Superiore, Schiopetto, Toros, Castello di Spessa, le sette cantine fondatrici, hanno scelto come simbolo le celle esagonali di un favo su cui poggia un’ape, sentinella del benessere della biodivesità, e il Pinot Bianco come varietale, perché trasversale, un outsider rispetto agli autoctoni celeberrimi, come Il Sauvignon Blanc e il Pinot Grigio, e quindi più disruptive, ma non per questo meno identitario o meno introiettato.

«Il vino è un bene culturale» dice Ornella Venica, in aperta comunicazione con il mondo dell’arte, con quello del buon vivere e della tavola, in simbiosi con l’uomo e con il suo intimo bisogno di lasciare un’impronta, nel tempo e nello spazio che si vivono. Da qualche mese a questa parte la rete porta avanti una collaborazione con il comitato di San Floriano di Illegio, impegnato da alcuni anni nel bel compito di educare all’arte figurativa, come momento di incontro e di esplorazione del bello, che ricrea e cura.

Il sentimento del Pinot Bianco lo si percepisce nel bicchiere, nel sorso sapido che arriva “in punta di piedi”, dalla grazia con cui esplica il frutto, che non irrompe ma che si costruisce piano piano in bocca, come un abito sartoriale che si adatta al corpo e diventa eleganza.

«Esistono momenti di chiusura e momenti di apertura» racconta Ornella, e il Pinot Bianco può anche essere un antidoto contro le tensioni ed i tempi contratti che il Covid ci ha costretto a vivere, per la peculiarità che ha di entrare in empatia con i sensi senza sconvolgerli, per la capacità di unire i 7 vignaioli del Collio, in un racconto nuovo e vitale, meno legato a logiche commerciali o istituzionali.

Essere accomunati da una visione comune significa anche vivere la propria unicità, senza cercare di incasellare o definire troppo una realtà in continuo divenire come quella del vino nel Collio, in un work in progress che possa dare spazio e libertà a tutte le cantine e le personalità che le compongono: saper essere, oltre al saper fare nei luoghi in cui si opera. Questo presuppone un approccio diversificato, in vigna e in cantina, con un’attenzione particolare alla sostenibilità, come fondamenta sicure e non solo come “effetto collaterale” del fare vino nel presente.

Partendo da Capriva, passando per la località di Ruttars, Cormons e Dolegna si fa esperienza e si cammina su tappeti erbosi, boschi e dolci altitudini, terreni che si sostanziano di arenaria e marna, la “ponca”, che restituisce un Pinot Bianco vibrante e longevo, come succede per le migliori opere d’arte. 


Rubriche

In cantina

Storie di uomini, donne e bottiglie che fanno grande la galassia del vino, in Italia e nel mondo