La Sardegna oltre i confini: una missione... possibile

Ad Alghero il workshop su tradizione, cultura e identità: tanti spunti affinché i produttori escano dal loro guscio

09-05-2018
Il workshop si è tenuto all'Hotel Punta Negra

Il workshop si è tenuto all'Hotel Punta Negra ad Alghero

«Sardegna, ci sono tante storie da raccontare». E che, aggiungiamo noi, vanno raccontate. Il workshop “Tradizione, cultura, identità: il vino oltre confine”, che si è svolto ad Alghero, ha portato una serie di spunti e di riflessioni per i produttori e gli operatori del settore del vino dell’isola, che si sono confrontati non solo tra di loro, ma anche con esperti che hanno cercato di fornire uno sguardo più internazionale, o forse semplicemente più aperto, di quello che è il mondo del vino.

Perché uno dei problemi affrontati durante questo incontro, realizzato dallo studio Affinità Elettive che è riuscito a riunire nello specifico undici cantine del territorio (Atlantis, Vini Gostolai, Tenute Gregu, Cantina del Vermentino Monti, SidduraMura e Lughe, Silvio Carta, Unmaredivino, Su’ Entu, Masone Mannu, Sardus Pater), è quello di uscire dai propri confini. Che, nel caso della Sardegna, significa “semplicemente” attraversare il mare.

L'intervento di Stevie Kim di Vinitaly International

L'intervento di Stevie Kim di Vinitaly International

Un importante spunto di riflessione lo ha offerto Stevie Kim, direttrice di Vinitaly International, che con il suo team internazionale si occupa proprio di avere un monitoraggio costante del vino italiano nel panorama mondiale. In particolare ha cercato di stimolare i produttori sul mercato asiatico e su quello degli Stati Uniti. «Se volete interfacciarvi con l’estero, dovete avere una squadra internazionale. Chi di voi parla cinese? E inglese? Pochi. Per capirvi, prima di tutto, dovete parlare la stessa lingua».

Insomma, inutile fare analisi di mercato e quant’altro, se poi non si riesce a comunicare. Ma prima ancora c’è bisogno di un altro aspetto fondamentale: «Se volete vendere il vino sardo, dovete capire il vino italiano. Se volete vendere il vino italiano all’estero, dove te capire il vino nel mondo». Per quanto riguarda l’esportazione verso l’Asia, e più nello specifico verso la Cina, una delle difficoltà da affrontare è quella dei volumi: perché di certo un importatore orientale ha necessità di un quantitativo di bottiglie significativo, che in un contesto sardo di cantine piuttosto piccole è uno scoglio che sembra insormontabile.

Sembra. Perché il futuro potrebbe riservare delle sorprese, se i produttori sardi, come evidenziato in vari passaggi del workshop, sapranno fare sistema. O semplicemente, fare squadra, unirsi. Questo aspetto può sembrare una banalità, visto il proliferare di consorzi, consorzietti, associazioni, gruppi di lavoro e altro ancora in tutta Italia, ma che in Sardegna appare ancora in fase “di formazione”, dove spesso si cerca di coltivare il proprio orticello.

Questo workshop che, come detto, ha riunito undici aziende sarde, molto differenti tra loro, ma con la caratteristica di credere fortemente al proprio territorio, è sicuramente un primo passo, al quale ne dovranno seguire altri, con la consapevolezza, da parte delle aziende, di avere tante storie da raccontare.

Luca Giavi, direttore di Prosecco Doc, ha portato la sua esperienza nella valorizzazione del territorio

Luca Giavi, direttore di Prosecco Doc, ha portato la sua esperienza nella valorizzazione del territorio

Fare sistema, si diceva: per questo è stato portato l’esempio del Prosecco Doc, l’Italian Genio che ha portato il nome dell’Italia del vino nel mondo. Il direttore Luca Giavi, da 8 anni alla guida del progetto, ha illustrato come questo incredibile successo sia stato per certi versi inaspettato e come sia nato dal frutto di una collaborazione che è andata oltre agli individualismi.

Ma un concetto deve essere chiaro: «Prima vendiamo l’Italia, poi portiamo le persone nel nostro territorio e infine nelle nostre aziende». Per quello che è un circuito virtuoso che può essere declinato anche in chiave sarda: prima si promuove il territorio, poi si portano sull’isola i viaggiatori (non i turisti del mare che vogliono spiaggia e considerano il vino come un souvenir) e infine li si accompagna nelle aziende.

In tal senso, uno spunto di riflessione è arrivato anche per quanto riguarda l’enoturismo, un aspetto trascurato in Sardegna. Perché un conto è l’accoglienza, un altro aspetto è finalizzare tale accoglienza a portare in Sardegna soggetti che non siano interessati solo alle bellezze di questo straordinario territorio, ma che abbiano voglia di conoscere anche il suo incredibile patrimonio enogastronomico, del quale spesso, in “continente”, cioè nel resto d’Italia, si conosce solo una minima percentuale. Questo si traduce nel poter “attrezzare” le cantine all’accoglienza: camere, ristoranti e punti vendita che non siano un semplice spaccio aziendale, ma dei veri e propri negozi di prodotti del territorio, capaci di attirare non il turista a caccia di souvenir, ma l’intenditore alla ricerca della vera Sardegna. Un aspetto che, al momento, sembra perlomeno trascurato.

Il titolo del workshop era oltretutto chiaro: “Il vino oltre il confine”. Ma, come già detto, certe volte il confine non è lo stato, ma semplicemente l’isola o, addirittura, l’isola. Non significa solo uscire “fisicamente” dai propri ambiti, ma comunicare verso l’esterno. Una frecciata è arrivata da Francesco Bruno Fadda, giornalista di Repubblica Sapori che ha collaborato a organizzare l’evento, che ha apostrofato i produttori, spiegando come certe volte «nemmeno rispondono alle mail».

Nel pubblico produttori, giornalisti e operatori del settore

Nel pubblico produttori, giornalisti e operatori del settore

Il problema non riguarda solo le mail, ma anche i social media e i siti internet aziendali, spesso non aggiornati, come confermato da Paolo Alciati di Turismo del Gusto e della Guida Vini Buoni d’Italia: «Ci sono pagine che sono ferme al 2013. Oppure mancano le schede dei vini o le informazioni essenziali».

Uscire dalla Sardegna significa, quindi, saper comunicare con l’esterno. Perché non c’è alcun dubbio sulle difficoltà dei collegamenti con l’isola, spesso eccessivamente cari (ma questo è un problema politico, sulle quali però le aziende, e non solo quelle del vino, dovrebbero cercare di farsi sentire), ma anche a riguardo dell’interazione via internet. Alla fine, basta saper usare Facebook dal telefonino. Oppure fare in modo che qualcuno sia capace di utilizzare i social.

L’ultimo aspetto sulla comunicazione, che ha generato anche qualche vivace confronto, riguarda il fattore umano. Investire nella formazione per fare informazione. Servono persone capaci di trasmettere il messaggio, che sappiano valorizzare i prodotti, che sappiano far capire che la Sardegna ha una potenzialità enorme e che non è solo Vermentino, Cannonau e pane carasau. In tal senso serve autorevolezza, per essere credibili.

Ma i vini? Devono essere utilizzati come leva per aprire nuove porte di mercato, non in Asia, ma anche solo in Italia. Perché la qualità è mediamente alta, più alta rispetto a regioni che, in compenso, hanno saputo fare più marketing territoriale. Che, tradotto, significa essere uniti sotto lo stesso nome, quello di Sardegna. Il primo passo è stato fatto: riunire le prime 11 aziende che possano essere da esempio alle altre. L’augurio è che questo workshop si possa ripetere il prossimo anno con un numero almeno doppio di cantine. E che magari, possa essere riproposto, sia per tecnici ma anche per semplici appassionati, anche fuori dai confini della Sardegna. Cioè: assaggiate i nostri vini e poi venite a provarli da noi. Diventando un circolo virtuoso.

Le undici aziende: Atlantis, Vini Gostolai, Tenute Gregu, Cantina del Vermentino Monti, Siddura,  Mura e Lughe, Silvio Carta, Unmaredivino, Su’ Entu, Masone Mannu, Sardus Pater.


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