Giochiamo al sushi?

Il libro di Francesca Scotti e Alessandro Mininno trasforma la cucina giapponese in un videogame

02-11-2016

Una grande e antica cultura gastronomica può diventare un gioco? Secondo gli autori di testi e immagini di "The sushi game" certamente sì. Ecco allora che ci si può divertire esplorando cose note e molte altre decisamente meno conosciute, organizzate in dieci livelli di "difficoltà", come dentro un videogioco

“Non si gioca con il cibo!”: le nostre mamme ce lo hanno ripetuto in ogni modo, vero? Forse a Francesca Scotti e ad Alessandro Mininno invece no...o magari in Giappone questo monito non è altrettanto importante e ricordato. Sta di fatto che la scrittrice di romanzi Francesca Scotti (che ha firmato la raccolta di racconti “Qualcosa di simile” e i due romanzi “Il cuore inesperto” e “L'origine della distanza”) e l'illustratore appassionato di cucina Alessandro Mininno (anche esperto di comunicazione digital, fondatore dell'agenzia Gummy Industries) hanno deciso di trasformare la cucina giapponese proprio in un gioco.

Nasce così “The sushi game – Guida banzai alla cucina giapponese” (Terre di Mezzo, 135 pagine, €12): si tratta innanzitutto di un volume che parte dall'intento di raccontare una cultura gastronomica in modo un po' diverso da quello a cui siamo abituati, mostrandone anche lati meno conosciuti e celebrati. Il fatto che Francesca Scotti viva per circa metà del suo tempo proprio in Giappone ha reso più semplice questo compito.

«Soprattutto – ci spiega l'autrice – l'obiettivo era raccontare la cucina giapponese con uno stile un po' irriverente, nonostante il grande amore che mi lega a quella gastronomia. Però volevamo farlo anche dando una contestualizzazione storica e culturale che a noi spesso arriva decisamente impoverita. Il tutto per accorciare le distanze: è nato così un gioco per conoscere meglio meraviglie, ma anche stranezze e “orrori” delle tavole giapponesi».

Francesca Scotti

Francesca Scotti

La narrazione di “The sushi game” si articola così seguendo la traccia di un classico videogame, in cui il nostro eroe deve superare vari livelli di difficoltà, dieci nello specifico, affrontando per ognuno di questi gradini anche un temibile (sempre per gioco...) mostro. Qualche esempio? Ecco allora che il cosiddetto “Boss” del secondo livello sono gli Okonomiyaki, letteralmente “ciò che preferisci alla griglia”. Una frittella di grano su cui poter deporre molti ingredienti diversi. Gli elementi di difficoltà sono potenzialmente due, si racconta nel libro. Da una parte il fatto che il piatto è decisamente ricco, pieno di ingredienti, condito e saporito. Dall'altra, e soprattutto, il fatto che i ristoranti specializzati in Okonomiyaki frequentemente lasciano al cliente il compito di prepararsi questa frittella.

Poi si può salire, sempre a puro titolo di esempio, al settimo livello, dove si incontrerà invece il Nattō: ovvero legumi, soia in particolare, fermentati. E la difficoltà è semplice da spiegare, citando letteramente dalle pagine di “The sushi game”: «Puzza, ma proprio tanto. Se volete avere una vaga idea del tipo di puzza prendete una crosta di gorgonzola un po' attempato e fatela scaldare in microonde». In compenso, si dice che faccia benissimo, un vero toccasana.

Il tono è certamente dissacrante e spiritoso, ma in ogni pagina del libro si coglie sia la passione per questi sapori e questa articolata cultura, sia la grande attenzione per ogni dettaglio storico con cui accrescere la conoscenza di chi legge, fornendo anche consigli e indicazioni per provare a preparare a casa i piatti citati. Tranne uno, nettamente sconsigliato. Che non sveliamo per non rovinare la sorpresa.

Alessandro Mininno

Alessandro Mininno

L'alta cucina non entra in modo particolare in questo racconto, ma, da buonissima forchetta quale è, Francesca Scotti frequenta quando può anche qualcuno dei tantissimi stellati giapponesi. «In base alla mia esperienza – ci racconta – mi sembra di poter dire che l'alta cucina giapponese si suddivida in due categorie: chi rielabora ingredienti e tradizioni culinarie e chi replica la tradizione portandola ad altissimo livello, tipo sushi o soba. In quel caso non vengono proposte varianti, ma quella ricetta viene preparata con gli ingredienti migliori e replicando e vivificando una tradizione antica».

E che rapporto c'è con la cucina più casalinga o pop? «Credo che sia bello come molti ristoranti, anche tre stelle, offrano sotto forma di bento per il pranzo degli assaggi delle loro preparazioni, permettendo così una frequentazione e una consumazione decisamente abbordabile, sia nel prezzo sia nella modalità. Ad esempio, la mia prima esperienza stellata a Kyoto è avvenuta proprio in questo modo al Kikunoi».


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