Ci hanno insegnato a cercare il piatto perfetto, la cottura perfetta, l’equilibrio perfetto. Ma la verità è che la perfezione… dopo un po’, assomiglia sempre a se stessa. E allora ti siedi, mangi qualcosa di incredibile, fai un sorriso, magari una foto… e il giorno dopo è già passato.
Perché non è la perfezione che resta, ma quando qualcosa ti sfiora davvero. Quando una cena smette di essere una sequenza di portate e diventa un momento che ti attraversa. Una risata che non ti aspettavi, un incontro, una persona con cui condividi quel tavolo, o come nel mio caso la condivisione con i tavoli accanto delle sensazioni provate. Lì succede qualcosa, non stai più semplicemente mangiando. Stai vivendo.
E capisci che l’apice non è mai stato il piatto, non è la tecnica, non è nemmeno il ristorante. L’apice è quell’istante preciso in cui tutto si allinea e diventa irripetibile. Perché puoi rifare una ricetta mille volte, puoi replicare un servizio impeccabile, puoi studiare ogni dettaglio, ma non potrai mai ricreare esattamente quella sera, quelle persone, quella sensazione.
Esistono tre tipi di cene: quella che ti coinvolge, quella che ti cambia, e poi la terza, quella che ho vissuto pochi giorni fa, la cena che diventa memoria eterna. Ho preso il nuovissimo menu degustazione “Le Fiabe”. Le Tre Arance, esteticamente intenso, colore acceso, gusto diretto, Gatto Mammone, cremoso ed avvolgente, intimo ed equilibrato, Mazapégul è il piatto che non ti aspetti, perché spesso l’impatto visivo di porta fuori dai binari ma il gusto è quello. Minestra di Sassi, delicato e profumato, Pinocchio è una sorpresa, ed ad ogni morso la sinfonia gustativa cambia, Isténe e su argiolinu strepitoso, animella perfetta e agnello millimetrico, Amaro è amaro in tutta la sua forza, di un colore quasi rigenerativo agli occhi, e per concludere La Dama Bianca. Perfetta chiusura di questa cena memorabile.
Nel percorso però è arrivato un piatto che molto probabilmente non ero pronta a sentire. Perché la prima cosa che mi ha colpito è stato l’olfatto. E per me questo non è scontato, dal Covid a oggi è sempre stato un territorio fragile, distante, quasi spento. Invece lì è successo, un profumo netto, vivo, vero. Come se qualcuno avesse riacceso un interruttore dentro di me. E in un attimo non ero più seduta a quel tavolo, ero altrove, dentro a mille ricordi, dentro a una sensazione che pensavo di aver perso. Poi è arrivato il gusto, e lì, il colpo finale. Era emozione pura, quel nodo alla gola che non sai spiegare, ho avuto quasi voglia di piangere per quello che mi aveva restituito. Perché a volte non è la cucina che ti sorprende, ma quello che riesce a risvegliare in te. Il Piatto è Il Carrello degli affumicati.
La mia prima volta al Gatto Verde non è stato solo un ristorante, ma un passaggio. Un attraversamento silenzioso tra quello che pensavo di conoscere e quello che non sapevo ancora di poter sentire. Quindi un grazie di cuore a Massimo Bottura, a Jessica Rosval, a Denis Bretta e a tutto lo staff per questa esperienza che mi ha toccata così forte da rendermi difficile raccontarla con estrema facilità.

Le Tre Arance d'Amore e Gatto Mammone

Il carrello degli affumicati

La Dama Bianca e un ritratto di Massimo Bottura