Giodo, la doppia anima di Carlo Ferrini tra Montalcino e l’Etna

Il celebre enologo: «Nei prossimi 10 anni il mio compito è trasmettere quello che ho imparato a mia figlia»

18-12-2021
a cura di Raffaele Foglia
Carlo Ferrini con la figlia Bianca nei vigneti di

Carlo Ferrini con la figlia Bianca nei vigneti di Giodo

Quando parla di Giodo, della sua cantina, Carlo Ferrini ha gli occhi che brillano. D’altronde per uno degli enologi più affermati in Italia, riuscire a raccontare della sua azienda è un’emozione difficilmente descrivibile a parole.

Per comprenderlo bisognava essere presenti alla vigilia del Benvenuto Brunello all’Enoteca Pinchiorri, quando Ferrini ha voluto incontrare un po’ di amici giornalisti per presentare le nuove annate dei suoi vini, sia per quanto riguarda Montalcino, sia per la Sicilia, della quale non ha mai nascosto un profondo innamoramento.

Il suo racconto all'Enoteca Pinchiorri a Firenze

Il suo racconto all'Enoteca Pinchiorri a Firenze

«La mia infanzia è stata abbastanza povera – racconta Ferrini - nonostante tutto i miei genitori hanno fatto di tutto per mandarmi a studiare, all’Università, e il minimo che potessi fare è dedicargli il nome, Giodo, da Giovanna e Donatello».

A Montalcino ha potuto trasformare in vino tutta la sua grande esperienza costruita negli anni lavorando con il Sangiovese nelle grandi cantine toscane: «Le piante sono state messe nel 2003, nel primo appezzamento – ricorda Ferrini - Le barbatelle sono quelle che venivano dalla mia ricerca del Chianti Classico, sono i cloni di quelle che io ritenevo le piante più belle del Sangiovese nel Chianti Classico. La prima uscita è stata con il Brunello 2009, pochissime bottiglie, poi siamo andati via via crescendo».

I vigneti a Sangiovese di Montalcino

I vigneti a Sangiovese di Montalcino

«Pian pianino la gente ha incominciato a conoscere questo prodotto, ma a livello internazionale il nome è venuto fuori negli ultimi tre anni».

«All’inizio, per 15 anni, ho pensato solo al vigneto -rimarca Ferrini - negli ultimi anni mi sono dedicato a costruire questa nuova cantina, che è diventata attiva con la prima vendemmia nel 2020. La lavorazione è abbastanza semplice: c’è la scelta del grappolo, dell’acino, non esistono pompe in cantina, si lavora tutto per caduta, e successivamente si fa il minimo indispensabile per la maturazione, perché la vinificazione per me, concettualmente, è in vasche d’acciaio. Poi la maturazione sono in legni, tutti dalla Francia, di 5, 7, 20 o 30 ettolitri, e infine c’è un lungo periodo prima dell’imbottigliamento in vasche di cemento. Non ho scoperto nulla». Al momento l’azienda ha 4,5 ettari, dei quali 2,5 riconosciuti a Brunello e il resto a Igt, che si chiama La Quinta.

Un'altra bella immagine di Carlo e Bianca Ferrini

Un'altra bella immagine di Carlo e Bianca Ferrini

Di quest’ultimo vino abbiamo assaggiato l’annata 2018, che si presenta molto fresca e piacevole, e l’anteprima del 2020, che uscirà a febbraio: un vino ancora piuttosto irruente, che ha bisogno di bottiglia per equilibrarsi al meglio, ma con un ottimo potenziale.

Per quanto riguarda il Brunello di Montalcino, invece, è stata provata una delle prime annate, il 2012, che dimostra come sia un vino da grande invecchiamento, facendo uscire delle note balsamiche nette e una complessità notevole. La 2016, invece, come già da noi raccontato in questo articolo, è ricca e avvolgente, un millesimo da ricordare. La 2017, in anteprima, dimostra la capacità di un grande enologo di gestire un’annata molto difficile, a causa della forte siccità: il Brunello di Montalcino 2017 di Giodo è un vino che riesce ancora ad essere elegante.

Una bella immagine della cantina di vinificazione e affinamento a Montalcino

Una bella immagine della cantina di vinificazione e affinamento a Montalcino

Se le radici sono in Toscana, il cuore di Ferrini batte per la Sicilia. «Mi ritengo metà toscano e metà friulano. Ma alla fine degli anni Novanta sono andato in Sicilia, e ora da vent’anni mi sento abbastanza siciliano, perché amo la Sicilia, lì ci sto benissimo. I primi che mi volevano come consulente furono i Planeta, poi ho lavorato con Donnafugata, Tasca… Siamo sempre rimasti amici. Adesso ho lasciato la parte occidentale, e mi dedico alla parte orientale della Sicilia: Messina, Etna e Noto. Ma quando vado sull’Etna il cuore batte, divento un ragazzino».

Quindi Giodo è anche Etna, con due ettari per realizzare poche migliaia di bottiglie. «Sull’Etna sono andato alla ricerca dei vecchi alberelli, anzi vecchissimi, dai 50 agli 80 anni fino ai 100. Sono quindi 8 appezzamenti un po’ sparsi, il più basso a 650 metri e il più alto a 1000 metri, due terzi possono essere Etna Doc». Secondo il disciplinare, infatti, i vigneti per questa denominazione non possono essere al di sopra degli 850 metri di altitudine.

La presentazione dei vini durante un pranzo all'Enoteca Pinchiorri

La presentazione dei vini durante un pranzo all'Enoteca Pinchiorri

«Io ho fatto una scelta: voglio mettere nella bottiglia quello che reputo il meglio del meglio. Nel caso dell’Etna potevamo fare un’etichetta Doc Etna e una Doc Sicilia, però alla fin fine, le cose più belle sono negli appezzamenti che sono a mille metri. Quindi, o facevo un falso storico, cioè in cantina “giravo” i cartelli delle vasche, oppure mi toccava dire che il vino più buono è Doc Sicilia e non Doc Etna. Allora faccio solo Doc Sicilia e… “arrivederci e grazie”. Se poi a qualcuno interessa, si sa che sono sull’Etna».

Gli Alberelli di Giodo 2016 stupiscono per profondità e carattere, mentre l’annata 2019 è un “vulcano” pronto a far esplodere tutto il suo grande potenziale. E c’è anche una novità: gli Alberelli si “vestiranno” anche di bianco, grazie a un Carricante, alla sua prima annata in produzione.

Bianca Ferrini con tutti i vini degustati

Bianca Ferrini con tutti i vini degustati

Ma Ferrini guarda anche al futuro, parlandone senza nascondere un po’ di emozione.

«C’è un’unica grande novità: vorrei nei prossimi dieci anni che questa azienda emergesse sempre di più, in maniera tale da parlarne, ma non parlarne per Carlo Ferrini, ma vorrei che Carlo Ferrini sparisse un po’ da questa azienda, per lasciare a mia figlia Bianca e al suo compagno Riccardo Ferrari il compito di andare avanti. Non voglio di fare la fine di qualche azienda che poi, se muore il proprietario, non se ne parla più. Il più grande sbaglio che posso fare è legare il nome dell’azienda al mio. Una volta arrivato a questi livelli, il mio compito nei prossimi dieci anni è quello di trasmettere a loro due tutto ciò che ho imparato nel passato. Questa è la cosa più bella».


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