Alsazia: non solo Riesling

Cronaca di un tour tra alcune delle cantine più interessanti di una regione vocata alla viticoltura e dalle caratteristiche originali

31-08-2020

L’Alsazia merita una visita e non solo per la grande varietà di vitigni ed etichette o in quanto regione vocata per tradizione alla produzione di vino di qualità, ma anche per la sua originalità, essendo l’area vinicola francese che più assomiglia al centro Europa, lontana com’è dal concetto tipicamente francese di prevalenza del Cru sul vitigno. Una zona storicamente interessata da conflitti di confine, ancora Francia ma già quasi Germania, con una tradizione vinicola (e culinaria) che si colloca anche stilisticamente a cavallo fra i due paesi.

Un giro fra le cantine non può che partire da Marcel Deiss - azienda che conta 30 ettari vitati su 9 comuni e nei filari 13 varietà alsaziane - che ha intrapreso la via della complantation, ossia della vendemmia e della vinificazione in contemporanea dei diversi vitigni appartenenti al medesimo vigneto, massima espressione dei differenti terroir, giocando dunque sulle zone e non sul varietale.

Nella linea dei Villages da assaggiare lo Zellenberg e il Riquewir entrambi nell’annata 2017 al momento in commercio, il primo agrumato e ottenuto da suoli calcarei, il secondo, blend di Pinot Grigio e Riesling, più elegante e gastronomico. O lo Schoffweg 2015, un Grand cru che incanta per le sue note affumicate nel finale. Una filosofia di vinificazione, quella dei Deiss, che mette al centro la vigna e il terroir ma che non è condivisa dalla maggior parte degli altri vigneron alsaziani, che discutono animatamente sul problema della diversità delle maturazioni fenologiche e di tutto ciò che ne potrebbe conseguire in cantina.

Altri suoli, altri vini da Boxler - a Niedermorschwihr – a cui riesce un connubio perfetto fra la purezza cristallina dei vitigni e la succulenza dei vini. Colpisce per la finezza il suo Sylvaner 2018, sapido e persistente e il Riesling Gran Cru Sommerberg, di un’eleganza territoriale spiccata.

Non può mancare una visita a una azienda storica (fondata nel 1626) e iconica come Trimbach giunta alla tredicesima generazione, che con i suoi 60 ettari in conversione bio e con terreni geologicamente assai complessi è esemplificativa dei circa 800 diversi tipi di suoli presenti in Alsazia. Da non perdere il Riesling Grand Cru Mandelberg 2016 – al suo primo anno come Grand cru – da vigne alte 200 metri, con note di marzapane e frutta secca e la Cuvée Frédéric Emile 2012, che affina 6 anni in bottiglia prima di uscire in commercio.

Da Weinbach a Ribeauvillé, poi, azienda ospitata in un ex convento di cappuccini risalente al 1600. Divertente MF0 2019, vino macerato con zero solfiti aggiunti, in cui vengono fuori le note speziate e aromatiche del Traminer e la polpa del Pinot gris, senza che la dolcezza prevalga.

Il giro può chiudersi con due piccole realtà: Agapè di Vincent Sipp – Sipp è uno dei cognomi ricorrenti fra i viticoltori alsaziani e quasi tutta la famiglia lavora nel vino – e i suoi 10 ettari su 25 parcelle per 60mila bottiglie all’anno. E Camille Braun, infine, da anni biodinamica certificata dalla quale si possono assaggiare alcuni Pinot noir e Pinot gris tra i più interessanti nella regione e declinati su diverse linee.

Se si parte per l’Alsazia con in mente soprattutto il Riesling, si tornerà a casa avendo sperimentato la forte identità dei tanti altri vitigni - dal Sylvaner al Pinot grigio – su cui i produttori stanno scommettendo per ottenere vini di terroir tutt’altro che banali e spesso di alto livello.


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