Un giorno a Pollenzo. Cronaca di una lezione di marketing… e di food

L'Università di Scienze Gastronomiche è un modello positivo, anche per il territorio. Il racconto di un suo docente all'esordio

28-04-2018

Non è proprio dietro l’angolo. A meno che non siate sabaudi (e la stragrande maggioranza degli studenti non lo è certo… Non sono neanche nostri compatrioti!) e a meno che non veniate da Torino e dintorni, ci vuole un bel po’ ad arrivare da queste parti. Più Cuneo che Torino, sotto Alba e Bra, Pollenzo onestamente non la conosceva nessuno fino ad una quindicina d’anni fa.

Eppure il castello con l’Agenzia della dogana di Carlo Alberto è una costruzione magnifica; eppure l’antica Pollentium reca ancora i segni e le vestigia di romana memoria dell’anfiteatro su cui sono state erette le casette del piccolo borgo. Comunque sia, quando sono arrivato stamattina, Pollenzo era meravigliosa.

Cielo terso, blu, contro cui si stagliava il rosso acceso dei mattoni degli edifici universitari. Aria pulita, quasi si sentisse l’aroma di quel pensiero illuminato che ha fatto sì che tutto questo fosse possibile.

Carlin Petrini a colloquio con alcuni laureandi

Carlin Petrini a colloquio con alcuni laureandi

Carlin Petrini, i suoi collaboratori, la Regione Piemonte, i partner strategici dell’Università e Slow Food concorrono a promuovere e mettere in scena ogni giorno l’eccellenza della formazione in quelle che non a caso si chiamano Scienza Gastronomiche.

Arriviamo di buon’ora, e i colleghi mi accolgono con un caffè alle Tavole Accademiche, altra fantastica invenzione. In un’altra Università, questo posto si chiamerebbe “mensa”.

Qui, invece, le Tavole Accademiche accolgono, settimana dopo settimana, i più grandi cuochi italiani e del mondo, che devono cucinare per gli studenti con un mandato ben preciso: non superare mai un limitatissimo costo/pasto.

Alcuni degli chef protagonisti alle Tavole Accademiche

Alcuni degli chef protagonisti alle Tavole Accademiche

Le Tavole Accademiche

Le Tavole Accademiche

Una sfida cui hanno risposto, tra gli altri, Davide Scabin, Niko Romito, Alice Waters, Ferran Adrià, Alex Atala, Andoni Luis Aduriz, Michel Bras, Carlo Cracco, Massimo Bottura, Enrico Crippa, Ana Ros e Fulvio Pierangelini. Non proprio nomi di second’ardine.

Ma torniamo a noi: caffè e via in classe. La mia è nella palazzina principale, dove stanno Rettorato e Direzione, in una delle due grandi corti quadrate in cui è suddiviso l’Ateneo. Ho 50 ragazzi: è il master in Food Culture Communication and Marketing, dove insegno agli studenti la comunicazione del cibo di alta qualità. Sui 50 alunni, 45 sono stranieri: basta questo dato per capire.

Basta questo dato per dare un’idea, se esploso sulla totalità degli studenti che frequentano l’Unisg, come la calamita Pollenzo funzioni.

Funziona grazie a una reputazione di eccellenza; grazie ad un marketing sottotraccia portato avanti da Slow Food nei vari Paesi, grazie alla promozione attuata da Petrini e collaboratori, ma anche e soprattutto grazie a un nome e una promessa di unicità, diversità e formazione curricolare decisamente invidiabile.

Pollenzo è quindi prodotto di cultura (e “coltura”, diranno molti…) ma anche momento di ulteriore promozione del territorio, tra le basse e le alte Langhe, l’Albese e tutto il comprensorio, rilanciato dalla cultura e coltura del vino, dei tartufi, degli agnolotti del plin ma anche di decine di super ristoranti stellati e centinaia di piole che stellate non sono, ma non per questo son da meno.

Pollenzo è soggetto e oggetto di marketing territoriale. Base e centro, ancora una volta, di quella spirale virtuosa che vede gli studi, la cucina e il territorio attirare ogni anno circa 500 studenti in una landa del Piemonte, di cui più della metà stranieri, spesso visitati dalle loro famiglie e dai loro amici.

Un indotto che ha risollevato le sorti di un borgo agricolo che forse povero non era, ma certamente non così noto e considerato com’è oggi. Esempio quindi da seguire. E forse, per una volta, all’Università… un tema che si può anche copiare.


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