Cessate il Cuoco, e arrendetevi

Oggi in edicola il pamphlet di Andrea Cuomo: osservazioni fuori dai denti sui "Monsterchef"

08-12-2016

Andrea Cuomo, capo della redazione Attualità ed Esteri del quotidiano Il Giornale, manda oggi in edicola il suo libro, "non un’inchiesta, si badi. Non un ricettario, né tanto meno una guida oppure una strenna natalizia (orrore!). Ma un pamphlet, scritto di getto in tre febbrili giorni". Lo racconta a Identità Golose

Il mondo dell’enogastronomia in fondo è un grande circo: c’è il domatore, c’è l’acrobata, ci sono un sacco di equilibristi. C'è la donna cannone, c’è il lanciatore di coltelli (costosissimi e giapponesi, ça va sans dire), ci sono i leoni, le tigri (alcune di peluche) e inevitabilmente qualche pagliaccio. C’è un pubblico a volte entusiasta, a volte perplesso, comunque numeroso, che ha pagato un biglietto. Così lo descrivo nel libro Cessate il Cuoco (ma io avrei voluto intitolarlo Monsterchef) che esce oggi, giovedì 8 dicembre, nella collana “Fuori dal Coro”, in allegato a Il Giornale alla cifra di 2,50 euro oltre al prezzo del quotidiano.

Non un’inchiesta, si badi. Non un ricettario, né tanto meno una guida oppure una strenna natalizia (orrore!). Ma un pamphlet, scritto di getto in tre febbrili giorni. Una meditazione sul ruolo degli chef e di chi gira loro attorno; sul compito di noi giornalisti e critici (quello del servizio al lettore, così spesso disatteso). Sulle contraddizioni di un sistema pieno di ambiguità, nel quale troppe persone rivestono troppi ruoli diversi.

Andrea Cuomo fa anche parte della squadra di Identità Milano, che copre insomma giornalisticamente il congresso di alta cucina più importante d'Italia. Qui è il secondo da destra, edizione 2015

Andrea Cuomo fa anche parte della squadra di Identità Milano, che copre insomma giornalisticamente il congresso di alta cucina più importante d'Italia. Qui è il secondo da destra, edizione 2015

Un mondo nel quale in fondo girano troppi pochi soldi perché non ci siano tentazioni di prestarsi a quelle che in gergo si chiamano “marchette”. Un mondo in cui i critici paludati disprezzano i food blogger e questi trattano i primi come dei tromboni. Un mondo in cui non c’è ricambio generazionale e di linguaggio. Un mondo in cui il regalo, lo sconto, il favore non si negano a nessuno e in cui quindi l’indipendenza di giudizio di chi è chiamato a recensire e a raccontare ristoranti e trattorie è spesso messa in discussione.

Il mio è un volumetto agile, di una cinquantina di pagine, perdonabilmente lacunoso sul piano delle cifre ma non su quello delle idee, da bere come uno shot, da inghiottire come un finger food assai sapido (troppo?). Un libro che non piacerà a molti nell’ambiente, che si arrabbieranno perché non si riconosceranno e ancor di più perché si riconosceranno. Un pugno di pagine che racconta il dietro le quinte della magica scena gastronomica, delle cene, degli eventi, delle presentazioni-segue-buffet, delle guide e del loro essere un male necessario. Con un tocco di grottesco (ma giusto un pizzico. Fate conto la trascurabile spumetta che adorna come un pennacchio alcuni piatti: quello) che sta così bene su ogni comédie humaine. Un libro fatto per il pubblico ma che sarà inevitabilmente letto (e ripudiato, oltraggiato, criticato) soprattutto da chi si siederà a tavola accanto a me alla prossima cena. E comunque non sparate sul pianista. Sta mangiando.