Un caffè al volo; nel migliore dei casi una ciotola di cereali - o porridge se vogliamo tenerci al passo coi tempi - e per i più nostalgici qualche fetta biscottata con burro e marmellata: in qualunque caso, la colazione raramente è un momento da concedersi in piena tranquillità. La condiamo, proiettando già l’impegno che di lì a poco ci bloccherà, e persino il profumo del caffè - così vitale - quasi ci infastidisce tanto è poco il tempo da dedicargli.
Grazie al cielo, non è sempre così: esistono le dovute eccezioni, e oggi a dimostracelo c’è un libro, un viaggio meraviglioso che ci porta a tavola di alcune tra le migliori colazioni d’hotel in Italia. Stiamo parlando di The best Italian Breakfast di Lucrezia Margotti e Stefania Petruzzelli, per Maretti Editore con gli scatti di Lido Vannucchi (205 pagine; costo suggerito euro 55).
Cominciamo accedendo a una dimensione temporale – e non solo fisica – completamente differente. Abbiamo abbandonato lo spazio domestico, o il baretto di fiducia sotto casa, mentre entriamo in punta di piedi nelle magnifiche sale di 12 alberghi sparsi per il Bel Paese. Il tempo finalmente rallenta, il piacere trattenuto si spande e l’animo ancora dormiente, si lascia risvegliare da incursioni sensoriali che d’un tratto attivano le nostre emozioni.
Certo non sempre c’è stata così tanta attenzione per le colazioni in hotel, perlomeno qui in Italia. Grandi buffet con un po’ di tutto, torte fatte in casa nel migliore dei casi, viennoiserie quasi sempre surgelata, macedonie annerite, pacchetti di biscotti confezionati e una selezione di formaggi e prosciutto anemici – il meglio lo gustavamo in agriturismo dove si aveva l’impressione di mangiare una proposta decisamente più sana, genuina e territoriale. Poi qualcosa finalmente cambia: si sente la necessità di iniettare identità e qualità a questo pasto sacro, lasciando che l’essenza del luogo non sia confinata più nel solo perimetro di una cena meravigliosa, trovando, invece, continuità al risveglio, e questo soprattutto se pensiamo alla presenza sempre più significativa del fine dining nelle strutture d’accoglienza di lusso.
Ora, quante volte ci sarà capitato di consumare una cena da sogno, ma di non ritrovare pari qualità a colazione? Tutto diventa un po’ come indossare un abito sartoriale da urlo, dall’orlo rovinato. Non ha alcun senso.
Ecco che, quindi, l’autenticità inizia a prendersi i suoi spazi anche a colazione per una cura dell’ospite a 360°. Sono 12 le strutture visitate dal Nord al Sud Italia dalle autrici – Casa Maria Luigia, Dalla Gioconda, JK Place Capri, L’Albereta Relais e Châteaux, Mandarin Oriental Milan, Masseria Moroseta, Palazzo Venart Luxury Hotel, Petra Segreta Resort, Rosewood Castiglion del Bosco, Villa Crespi, Villa Rosa – La Casa di Lella e Winkler Hotels -, e ciascuna di esse interpreta territorio e tradizioni attraverso un linguaggio singolare che diviene, in ultimo, un atto di amore, il calco del luogo e di chi lo anima.

La freschezza è di casa a Masseria Moroseta, in Puglia, ad Ostuni
In questa tipicità, in questa esclusività, emerge la sensibilità di chi accoglie nel provare a immaginare il piacere che un gesto sia in grado di provocare. Perché, dopotutto, è questa la vera arte dell’ospitalità: comprendere le necessità, ma anche i desideri, cogliere le aspettative e poi superarle.
I buffet adesso compaiono sempre meno a favore della carta, decisamente più sostenibile, e capace di incanalare al meglio le nostre necessità e voglie: spesso, infatti, sono gli eccessi a mandarci fuori strada e a indirizzare la nostra scelto verso qualcosa che in realtà non desideriamo. Il tutto, senza limitare libertà e varietà, lasciando così tendere la nostra colazione più sul versante dolce o salato… e perché no, entrambi.
Ma come narrare l’essenza di un luogo attraverso una colazione?
Un esempio arriva in pieno da Casa Maria Luigia, la dimora nella campagna modenese di Massimo Bottura e di sua moglie Lara Gilmore. Gocce di aceto balsamico impreziosiscono fette di cotechino servito con zabaglione: questa è l’Emilia, ma è anche il ricordo intimo di Massimo (che ha curato insieme a Luigi Cremona la prefazione del libro, ndr) di sua nonna, la quale soleva svegliarsi prima di tutti per preparare questo pasto generoso, a tratti romantico.

Il sogno continua al risveglio da Casa Maria Luigia, Modena
Come è profondamente commovente affondare il morso in un fico dolcissimo al risveglio da
Peppe Guida –
Villa Rosa | La casa di Lella (Alberi, Napoli) - con lo sguardo rivolto al Vesuvio, o quel riflesso di laguna nelle alghe che sormontano un burro di malga montato, servito con il pane ai semi di
Donato Ascani a Palazzo Venart (Venezia)…

Risvegli presso Villa Rosa, un quadro di bontà vista Vesuvio
E questa è la tipicità, che si alterna senza scontrarsi, a un taglio più globale della colazione affinché anche chi arriva da lontano possa ritrovare familiarità con piatti a cui è abituato da sempre. Non è un caso, quindi, che i mattini al
Mandarin Oriental Milan sono segnati anche da ravioli colorati “che custodiscono il ripieno come piccoli reliquiari”.
La precisione delle viennoiserie, poi, è vero must, elemento imprescindibile in ogni colazione degna di questo nome.

La viennoiserie meravigliosa di Camilla Guarneri, pastry-chef presso L'Albereta Relais & Châeaux, in Franciacorta
Eppure resisteremmo a un piatto di
Culurgiones? Alla bellezza senza tempo di uno
Spaghetto al pomodoro, o alla raffinatezza di una
Pasta in bianco? Anche questo è colazione: la libertà di godersi il momento preservando il resto del giorno, traghettandoci con energia fino alla cena.

La colazione sarda al Petra Segreta Resort, a San Pantaleo (Olbia)
Ma è anche una possibilità: perché se una cena o un pranzo fine dining spesso risultano proibitivi, una colazione aperta al pubblico regala la delizia della grande ospitalità a un prezzo accessibile.
Sono dettagli che cogliamo tra le righe, emozioni che viviamo attraverso le parole di Stefania e Lucrezia, le quali hanno preferito una prosa piena, densa, tagliata su misura del luogo affinché chiunque stringa tra le mani questo volume possa per un attimo staccarsi dalla realtà e vivere un prolungato viaggio di piacere.
A seguire un estratto dal libro The Best Italian Breakfast, memoria di un risveglio firmato Dalla Gioconda, regno dello chef Davide Di Fabio, a Gabicce Monte, Pesaro Urbino.

Un assaggio della colazione alla Gioconda di Gabicce Monte
Secondo il principio aristotelico di non-contraddizione, ciò che è non può, nello stesso istante e nello stesso senso, essere altro da sé. Due le violazioni a tale logica. L’inconscio: non solo luogo della rimozione, ma spazio in cui opera un funzionamento radicalmente diverso da quello cosciente. L’emozione: parzialmente consapevole, ma quanto più intensa e irradiata, tanto più capace di contenere «infinite esperienze» – scriveva Matte Blanco; non mero atto di rievocazione, ma comunicazione di dimensioni lontane, attraversamento di livelli temporali e identitari che ricompone ciò che la superficie del pensiero separa. Varco mediante cui la coscienza accede a una dimensione indivisa e potenzialmente infinita. È questo il tentativo di spiegazione, affiorato da distanti letture impegnate, che la mente ha convocato per razionalizzare il mattino Dalla Gioconda. Nulla di comune: la bellezza è assoluta, verticale.
Su un monte, pavimenti di pietra rosa o di graniglia; sopra, tavoli di ceramica incorniciati dal legno e rivolti verso il mare; qua e là, memorie stampate o cucite di una moda trascorsa e mai passata; intorno, pareti impresse dal motivo di canzoni a lungo ascoltate. Valicata la soglia della sala delle colazioni, una natura morta di vasi, emersa da un dipinto di Giorgio Morandi, mette quiete; d’altronde, ne hai bisogno dopo lo spossamento febbrile dovuto al continuativo assaggio del sublime della sera precedente. A proposito – allunghi lo sguardo, in silenzio – grazie, mare, per aver donato quel calamaretto alle mani di Davide Di Fabio e poi a me.
Il problema è proprio lì, accanto alle teiere: Davide. O meglio, il suo palmo appoggiato sul mento e gli occhi fissi a colpire un punto invisibile. Sta ammirando – pensi, ricordando che admirare significa scovare ciò che scivola dai quadri consueti della conoscenza delle cose. «La creatività» – afferma Davide, mostrandoti una singolare crescia – «è parte del puzzle che hai nella mente; lo componi con l’urgenza dell’opera».
In raccoglimento, ti predisponi ad affrontare il secondo capitolo del travalicamento dell’ordinario, iniziato a cena e appena confermato. Ma mentre sorseggi un succo alla pesca, appare un ciambellone: olio, acqua e limone. Domestico e mite. Ne prendi, calmo, una fetta. Nel momento in cui le briciole toccano il palato, il trasalimento: un piacere delizioso, isolato, senza cognizione di causa; il cuore leggero, indifferente alle illusioni della vita, al peso greve delle incombenze. Non ricordi, vivi. Sei tu e, simultaneamente, il tu che eri; con le mani piccoline e la sola inquietudine di conquistare la bicicletta senza rotelle. Una gioia violenta, con le ginocchia sbucciate: è l’infanzia. Lontana e fuggita, ma ora così prossima da udirla – suono onirico rarefatto dal dormiveglia. Chino sullo stupore, torni sul piano inclinato delle tre dimensioni che abiti.
La sospensione ti ha distratto da sottili ferratelle abruzzesi, come le mani che ancora sorreggono il mento dell’ispirazione. Con la laica devozione di chi accoglie un’ostia, spezzi la cialda, offrendo un intonso frammento alle labbra. È la cialda del cono gelato che ti spettava vuoto: la gioia vitale del dolce tutto senza niente. Spalmi la sublimazione genuina della felicità in barattolo: nocciole caramellate e crema di cioccolato. È il gelato non più gelato che tua nonna, come una gazza, posava di nascosto su un pezzettino del tuo cono. Incroci le linee sottili e curvate dello sguardo di Davide: ti dicono che sanno cosa hai provato.