Arte dell'ospitalità: che significa in questi momenti, per 5 protagonisti del settore a Identità di Sala

Il talk a Identità on the road, con Norbert Niederkofler, Francesco e Rossella Cerea, Matteo Lunelli e Paolo Marchi

29-11-2020
Un momento del talk Cantine Ferrari, l'arte de

Un momento del talk Cantine Ferrari, l'arte dell'ospitalità, tenuto a Identità Golose Milano all'interno del programma di Identità di Sala di Identità on the road. Protagonisti, da sinistra, Matteo Lunelli, Francesco Cerea, Rossella Cerea, Norbert Niederkofler e Paolo Marchi, più il moderatore Federico De Cesare Viola. ISCRIVETEVI A IDENTITÀ ON THE ROAD CLICCANDO QUI. Per info iscrizioni@identitagolose.it o il numero di tel. +39 02 48011841 interno 2215

Cos'è, come si concretizza l'arte dell'ospitalità? Da tempo è un tema centrale per Cantine Ferrari e viene sempre discusso anche nel corso di un seguito talk ormai "classico" al congresso Identità Golose. L'appuntamento è stato confermato anche per Identità on the road, la nostra kermesse digitale organizzata per questi mesi complicati.

Qui potete seguire tutto il dibattito, iscrivendovi a Identità on the road. Di seguito, però, diamo una sintesi delle risposte che ci hanno fornito i cinque relatori.

 

Matteo Lunelli: «Arte dell'ospitalità è ciò che rende un'esperienza memorabile, in base alle emozioni che vi si provano. Significa saper fare del proprio ristorante una casa per chi lo frequenta. Noi ad esempio come Cantine Ferrari vogliamo rendere memorabile a 360° l'esperienza di chi ci viene a trovare a Trento: possono visitare i nostri vigneti, la cantina, abbiamo anche una villa del Cinquecento interamente affrescata e poi la nostra Locanda Margon, dove lo chef Edoardo Fumagalli propone le sue creazioni in abbinamento al Ferrari Trento Doc. L'ospitalità è una magica alchimia, ciascuno deve trovare il giusto mix di ingredienti che sia in linea con i propri valori e risulti ricca di contenuti. Questi ultimi dipendono da caso a caso».

 

Francesco Cerea: «Arte dell'ospitalità è anche far fronte alle difficoltà di questo periodo. È stato impegnativo, ma ci siamo mossi in tal senso perché la nostra famiglia è coesa e non riesce a star ferma. Abbiamo attivato il delivery, trasformato la Cantalupa sfruttando tutta l'area che prima era riservata agli eventi e facendola diventare il DAV - Cantalupa Pizza & Barbecue, iniziativa che è stata accolta davvero bene. Insomma, ospitalità è anche la capacità di essere flessibili, reinventarsi per rispondere alle mutate aspettative dei nostri ospiti, in base alla situazione contingente. Avere creatività in base a scenari inattesi e inediti».

 

Rossella Cerea: «Nel momento in cui è arrivato il lockdown, una delle nostre prime preoccupazioni è stata quella di non far venire meno le coccole che abbiamo sempre riservato ai nostri clienti abituali, portando nelle loro case i nostri gift in modo da farci sentire loro vicini. Poi, alla riapertura, abbiamo attivato tutte quelle procedure che ritenevamo indispensabili non solo per garantire la sicurezza degli ospiti, non solo per tutelarli, ma proprio per trasmettere loro serenità, per farli rilassare pienamente. Abbiamo anche creato un percorso fitness attorno alla Cantalupa, nel nostro bosco, in modo che chi soggiornasse da noi potesse stare all'aria aperta e godersi la natura, pure in questo caso per assicurargli il massimo benessere».

 

Norbert Niederkofler: «In un ristorante, che abbia una, due o tre stelle, ma anche in una trattoria, la prima volta si va per la cucina, poi però si torna solo se il servizio è stato buono, perché è quest'ultimo che ti fa stare bene. Io spero che passi questo momento difficile, in cui il rapporto col cliente è reso complicato dai mille limiti legati alle disposizioni sanitarie. Noi abbiamo uno staff di sala molto giovane, affiatato e preparato, ovvio che con le mascherine e la distanza fa fatica, diventa complicato proprio farsi capire dal cliente. Bisogna essere davvero bravi. Dobbiamo ogni volta inventarci qualcosa, bisogna essere empatici. Non resta che attendere che le cose si possano normalizzare, per tornare a mostrare i nostri sorrisi».

 

Paolo Marchi: «Da cliente, nell'attuale scenario, io mi aspetto innanzitutto un'ospitalità che sappia superare quella diffidenza che resiste e deriva dal lungo lockdown primaverile. Quello che mi piacerebbe in futuro? Avere in un grande ristorante di alta cucina la possibilità di richiedere in anticipo e poi ottenere qualcosa magari d'insolito... un'insalata di frutta indimenticabile, ma foss'anche una semplice mela, purché straordinaria. O il migliore strudel (il più buono della mia vita dopo quella di mia nonna - che aveva la pensione 3 Novembre in Valsugana - l'ho mangiato da Niederkofler). Mi piacerebbe quindi se, al momento della prenotazione telefonica, qualcuno mi chiedesse: "C'è qualcosa di particolare che lei desidera venendo qua?". Insomma una coccola dedicata, al di là del menu previsto per tutti. Una parte sartoriale, ecco».

 

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